JOE SATRIANI, ERIC JOHNSON, STEVE VAI

G3: Live in Concert

1997 - Sony Music Entertainment

A CURA DI
ANDREA ORTU
21/11/2020
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione

Un ringraziamento specale a Michele Alluigi, la cui esperienza e passione è stata indispensabile a scrivere questo pezzo così particolare 

Nel 1996 si tiene il primo di una lunga serie di tour conosciuti come G3. Il richiamo al noto meeting politico, quello che in Italia nel 2001 avrebbe infiammato Genova, è evidente, ma il G3 è perfino più elitario. Qui non s'incontrano "semplici" uomini e donne di potere, interscambiabili ad ogni cambio di governo, ma vere e proprie leggende immortali della sei corde, rockstar imprescindibili che con il loro stile hanno portato all'apice il concetto stesso di "chitarra solista": Joe Satriani, Steve Vai ed Eric Johnson. È il primo, l'italoamericano Joe Satriani, ad aver voluto, progettato e realizzato il G3, e sarà sempre lui l'unica presenza costante in ogni tour a venire. Ad ogni modo un evento storico del genere, a metà anni '90 ha un richiamo tutto particolare, e un senso stratificato e profondo riassumibile in tre punti. Il primo punto è rappresentato dal puro spettacolo: tre dei più grandi chitarristi del loro tempo che suonano sullo stesso palco, insieme alle loro formazioni da battaglia, e per milioni di fans. Bé, questa è droga allo stato puro. D'altra parte, per i tre guitar heroes è anche un modo per fare il punto della loro carriera, di confrontarsi direttamente sul palco gli uni con gli altri e di divertirsi a più non posso, arrivando a un apice rappresentato immancabilmente da un "all together show" da sogno. Il secondo punto, forse il più importante di tutti, è rappresentato dalla commemorazione. Non solo quella di tre carriere davvero uniche, sfavillanti, irripetibili, ma commemorazione d'un intero fenomeno musicale, il cosiddetto shredding, e di un periodo storico ormai agli sgoccioli. Se usiamo il termine nella sua chiave più diffusa, lo shredding ha rappresentato l'espressione ultima e più elevata del concetto primigenio di rockstar. Dagli anni '50 fino alla fine degli anni '80 la vera rockstar era stata ribelle e spericolata, ma anche luminosa e irraggiungibile: una divinità fra gli uomini. La chitarra elettrica, che attraverso l'hard rock prima e l'heavy metal poi, aveva posto la sua "dittatura" in tre decenni di musica popolare, aveva elevato il chitarrista solista a divinità definitiva: lo shredder si ergeva fiero al centro del suo palco, inimitabile nella sua tecnica sopraffina, nella sua conoscenza profonda di ogni più intimo segreto del suo strumento, e immerso nella lucentezza edonistica e patinata del decennio ottantiano. All'inizio degli anni '90, l'esigenza di tornare coi piedi per terra di una nuova generazione ormai disillusa, aveva posto fine al sogno. La dittatura della chitarra era finalmente finita, ridimensionata a un ruolo più equilibrato, i suoni squillanti che cedevano il passo al torvo groovin' del doom, dello stoner, del rock alternativo e soprattutto del grunge, mentre la sfacciata brillantezza delle antiche rockstar tramontava a favore di musicisti tormentati, dall'aspetto volutamente dimesso e dall'approccio intimista. Riunire i più grandi chitarristi del loro tempo, nel 1996, significa soprattutto ricordare ciò che è stato, salvarlo e tramandarlo. E questo ci porta al terzo e ultimo punto: la sfida. A metà degli anni '90 il mondo della musica si trova nuovamente a un periodo di transizione. Il movimento di Seattle ha esaurito la sua indispensabile ma breve carica vitale, e il rock stesso, ormai, inizia a scricchiolare, a perdere terreno nella spietata "catena alimentare" del mercato discografico. La dance commerciale, la pop music delle ultime boyband, l'R&B formato famiglia di Mtv, si dividono buona parte della torta, mentre la controcultura delle nuove generazioni sembra ormai orientarsi massivamente verso l'hip hop. Se da una parte la musica dura tenta la strada dell'ibridazione, come nel caso del new metal e di tanto crossover, dall'altra assistiamo a un ritorno in pompa magna di sonorità classiche, trascinato da un gran numero di band seminali che, fino a quel momento, sembravano sparite dalla luce dei riflettori. Dunque, un evento come quello del G3 rappresenta una sfida bella e buona allo status quo, una risata in faccia a qualsiasi sondaggio sulla musica di tendenza, e un grido di rivalsa nei confronti del tempo e del mercato discografico. Qui la grande industria del disco, del CD, peraltro già funestata dalla prima, grande, ondata di pirateria, lascia il tempo che trova. Contano i fatti, qui. Conta solo e unicamente la musica dal vivo. Il primo tour è un evento mondiale che tocca città americane, europee, asiatiche, ma G3 - Live in Concert (Sony Music Entertainment, 1997) viene registrato interamente al Northrop Auditorium di Minneapolis, il 2 novembre del 1996. Il DVD tratto dall'evento rappresenta un must have per qualsiasi appassionato, così come la versione CD qui tratta in esame. Naturalmente, ben presto sono spuntate versioni differenti con differenti inserti, come quelli estratti dall'Aragon Ballroom di Chicago e dal Veterans Memorial Auditorium, ma è al Northrop che va in scena lo spettacolo così com'è stato tramandato alla storia.

Ed è proprio qui, a Minneapolis, che s'incrociano le strade di tre giovani fans, le loro aspirazioni e i loro sogni. Attraverso gli occhi e le orecchie di Mattia, Ethan ed Alice rivivremo la grandezza del primo, grande G3, andato in scena quel 2 novembre del 1996.

Joe Satriani

Appena gli artisti d'apertura finirono di riscaldare il pubblico, l'auditorium esplose in un boato all'arrivo sul palco di Joe Satriani, la colonna portante stessa dell'intero progetto. Mattia Maggi e la sua fidanzata americana, Chloe Williams, osservarono dall'alto gli artisti accomodarsi ai loro strumenti sul palco. La loro presenza a quella serata così speciale era il frutto d'un caso, un regalo del padre di Chloe che, di quei due preziosi biglietti di cui era fortuitamente entrato in possesso, non sapeva bene che farsene. Mattia invece sapeva perfettamente che l'evento era in corso e che gli sarebbe passato piuttosto vicino, ma non aveva né soldi né tempo, o almeno così pensava; mai avrebbe immaginato che Chloe gli avrebbe chiesto di andare a trovare i genitori a Minneapolis, peraltro proprio in quei giorni, né di riuscire a rimediare due biglietti con tale facilità. «Voglio dire» - aveva pensato - «il Northrop Auditorium non è mica San Siro, non dico sia roba per pochi eletti ma poco ci manca». E invece eccolo lì, ad ammirare nientemeno che Joe Satriani calcare un palco americano. Era un po' diverso da come lo aveva visto sulla copertina del suo ultimo album, lì esibiva ancora i suoi lunghi capelli ondulati... non che fosse una novità, per un fan come lui. Poche settimane prima Mattia aveva addirittura pensato di radere a zero la sua folta chioma, pur di assomigliargli di più, solo per poi rendersi conto che in fondo non sarebbe stata una grande idea: se buon sangue non mente, prima o poi i capelli li avrebbe persi comunque, proprio come stava accadendo al povero Joe. Ma niente rancore, dopotutto, è grazie al lavoro del padre se anche Mattia aveva ottenuto la sua bella Green Card, più di un anno prima. Dio solo sa quanto Udine e l'Italia gli fossero strette, ormai. A ben vedere era stato merito del padre anche l'incontro con Chloe, la biondina più cute d'America, nonché l'unica figlia di quei lontani colleghi di Minneapolis. All'epoca Chloe viveva non lontano da casa dei suoi, ma dopo aver conosciuto Mattia i due avevano iniziato una convivenza a New York: «Nella Grande Mela» - si era detto Mattia - «troverò di certo altri musicisti seri con cui formare una band». Peccato fosse entrato e uscito da un mucchio di formazioni solo per lasciarle dopo poche settimane, frustrato dalla generale mancanza di ambizioni dei suoi colleghi americani. «La finaccia di Kurt vi ha proprio stravolti» si sorprese a farfugliare ad alta voce.
«Come, scusa?», chiese Chloe al fidanzato, che però non rispose nulla, limitandosi a fissare il palco ormai quasi del tutto allestito. In Italia, fare del buon vecchio hard rock sembrava pura utopia, certe volte, ma anche negli Stati Uniti iniziava a diventare sempre più difficile fare il tipo di musica che piaceva a lui.
«Sai che ho una copia in vinile di Surfing With the Alien incorniciata e appesa al muro, nella mia vecchia cameretta in Italia?» - disse invece, e aggiungendo, dopo un istante di riflessione: «L'avrò sentito e risentito fino a consumarlo, quel disco».
Chloe sorrise, glielo aveva fatto sentire e risentire pure a lei, e non solo quello: l'anno prima era uscito il sesto disco di Satriani, eponimo, quasi fosse una sorta di opera definitiva, e quella musica, a lei poco congeniale, era stata la colonna sonora della sua nuova vita con quel ragazzo italiano, fino a quando quelle assurde evoluzioni chitarristiche non avevano iniziato a piacerle. Nel frattempo, Mattia continuava a parlare, forse rivolto più a se stesso che alla sua ragazza: «Una volta ho letto che Joe ha capito d'amare la chitarra ascoltando Jimi Hendrix. Sai, mio padre aveva tutti i suoi dischi, oltre... hai presente, no? Tutti quelli della sua generazione... Uriah Heep, Zeppelin, Black Sabbath, mi pare anche qualcosa dei primi Judas. Roba così. Io invece ho iniziato a suonare dopo aver ascoltato un pezzo di Joe, Flying in a Blue Dream. Chissà se lo suonerà, oggi».
Chloe sapeva bene anche questo: conosceva l'importanza che quel musicista di origini italiane aveva avuto per Mattia, per il suo sogno non tanto di diventare famoso, ma di guadagnarsi da vivere suonando la chitarra, facendo il lavoro dei suoi sogni. Il fidanzato le aveva spiegato che Satriani aveva iniziato dando lezioni di chitarra, e magari era proprio per quell'attitudine da maestro che il suo stile, i suoi modi, avevano così prontamente fatto presa su di lui e su migliaia d'altri chitarristi in erba. Poi le aveva spiegato anche un mucchio di cose, come sul fatto che Satriani riuscisse a passare con disinvoltura dal metal al rock 'n' roll, dalla fusion al neoclassico, e come i suoi legati o le sue scale modali avessero ridefinito il modo stesso di pensare alla chitarra elettrica. Il suo stile, diceva sempre Mattia, riesce a essere contenuto e virtuoso al tempo stesso, una roba incredibile. Ma di tutte quelle cose, a dire la verità, Chloe non capiva granché, né gli importavano più di tanto. Quello che lei riusciva a capire, di quella musica, era l'anima che c'era dietro, percepibile in ogni singola nota. Probabilmente era la cosa più importante. Le luci s'abbassarono, lo spettacolo stava per partire. Mattia pareva in trance, mentre guardava verso l'uomo calvo con gli occhiali da sole al centro del palco. Iniziò a dire qualcosa, ma la sua voce si disperse tra le prime note del pezzo d'apertura del G3.

Cool#9

Mattia riconobbe immediatamente le note di Cool#9, il pezzo d'apertura dell'album del '95 di Satriani. Un disco non particolarmente apprezzato dalla critica, ricordò il ragazzo, anche se a lui non era affatto dispiaciuto il tentativo del chitarrista d'esplorare sonorità blues e fusion, dimostrando a tutti d'essere capace di tirar fuori suoni caldi, e melodie molto personali, in contrasto con quei detrattori convinti che la sua chitarra fosse capace solo di esecuzioni puramente tecniche, magari anche catchy, ma fredde come le corde di una chitarra nuova. Il disco eponimo del '95 invece metteva in luce le antiche passioni di Joe e tutta la sua voglia di aprirsi al pubblico come uomo e come artista. Ma era pure un album coi suoi limiti e i suoi difetti, e questo era evidente anche a un fan sfegatato come Mattia. Mentre era preso da tali riflessioni, l'espressione del ragazzo passò da una sorta d'ipnosi a un sorriso a tutta faccia: Oh, sì, c'era un'enorme differenza. Quali che fossero i limiti dell'album, dal vivo la faccenda era tutta un'altra cosa. Ci sono artisti che danno il loro meglio proprio in studio, tornando e ritornando su ogni singolo dettaglio, ma non è il caso degli shredder... non è il caso di Joe Satriani. La sua esecuzione dal vivo di "Cool#9" sembrava avere tutto quello che non aveva la sua controparte in studio. A Mattia sembrò che sul palco ci fosse una piccola orchestra completa di sintetizzatore e qualcos'altro che non riusciva a definire, ma che dava un tocco quasi esotico a quella sorta di funky ondeggiante sul quattro quarti di un groove ipnotico. Invece c'erano solo Joe, il bassista Stuart Hamm, e uno dei batteristi favoriti di Satriani, italoamericano come lui: Jeff Campitelli. Il chitarrista e la sua band avvolsero l'intero auditorium in una sorta di nebbia sonora, avvinghiando il pubblico in un incantesimo di note fluide, sfuggenti come acqua di ruscello. In qualche modo, l'assenza del piano di Eric Valentine, caratteristica della versione in studio, aveva restituito una sorta di autenticità alla resa finale di "Cool#9". Il resto era tutto ciò che un maniaco della chitarra come Mattia potesse desiderare: il vertiginoso saliscendi di note in speed picking tipico di Satriani, da una parte, e quel suo giocare con l'effettistica della sei corde, dall'altra, trasformando un classico wah wah in quel sound fluido così peculiare e ammaliante. Sulle ultime note del brano, mentre le luci sul palco cambiavano da verde e arancio a blu e viola, Mattia si voltò verso la sua fidanzata, sorridendo alla sua espressione rapita e vagamente attonita; l'incantesimo di "Cool#9" aveva sortito l'effetto desiderato.

Flying in a Blue Dream

Il tono delle luci non era cambiato solo per un fatto estetico, o per trasportare il pubblico nel pieno dello spettacolo... no, quell'abbassamento nei toni aveva un valore più intimo, più personale. Mattia se ne rese conto perfettamente quando udì le prime note di una canzone che era in qualche modo intima anche per lui, personale: Flying in a Blue Dream (Volando in un sogno blu). Quando sentì per la prima volta questo brano, Mattia viveva ancora in Italia e di Satriani non aveva mai sentito parlare. Andava al terzo anno di liceo ed era il classico amico di tutti, spigliato, pure abbastanza bravo con le ragazze. Eppure, era solo come un cane. Le amiche duravano quasi tutte il tempo di una calda esplorazione reciproca, tanto intima quanto fugace, mentre gli amici avevano tutti ampie comitive di cui lui non voleva essere parte. Mattia era alla ricerca di qualcosa, solo che non sapeva cosa, e l'assenza di quel "qualcosa" lo stava pian piano isolando. L'unica eccezione era Luciano. Lui sì che era un sociopatico come Dio comanda: amico di pochi eletti, spigliato manco per nulla, però aveva una ragazza che conosceva... boh, dai tempi dell'asilo, pensava Mattia. Erano in classe insieme ma Luciano aveva due anni in più, avrebbe definitivamente lasciato la scuola l'anno successivo... la odiava quella merda, diceva sempre. Al contrario di Mattia, Luciano aveva un unico, grande interesse: suonava in una band, di quelle tutte giacche di pelle e borchie, capelli lunghi e via dicendo. Mattia non era ancora convinto di capire cosa gli piacesse davvero, nella vita, ma Luciano lo stava lentamente trascinando nel suo mondo. Un giorno gli disse che avevano un nuovo chitarrista e di venire a sentirli suonare, che ne sarebbe valsa la pena. Eccome, se ne valse la pena. Quello che vide, e soprattutto quello che udì, per Mattia fu come una chiamata alle armi. Quel nuovo chitarrista sembrava rifulgere sopra ogni cosa: sul pubblico, sulla propria band, era il padrone assoluto del tempo e dello spazio. La canzone che stava suonando era proprio "Flying in a Blue Dream", un omaggio a Satriani nel giorno del suo compleanno: il 15 luglio. Si chiamava Jacopo e sarebbe stato il primo e unico insegnante di chitarra di Mattia, per due intensi, irripetibili anni. Jacopo suonava con Luciano e gli altri ragazzi per occupare qualche serata e divertirsi, ma si sentiva ch'era di un'altra galassia e che un giorno sarebbe diventato qualcuno, se solo quella maledetta autostrada per Roma non avesse reclamato la sua vita così presto. Insieme a Jacopo, Mattia aveva trovato la sua passione e insieme avevano ascoltato tutto il catalogo di Satriani decine, anzi, centinaia di volte, ma "Flying in a Blue Dream" avrebbe continuato a rivestire un ruolo molto particolare nel cuore del ragazzo.
?«E ora la sto ascoltando di nuovo dalle corde dello stesso Joe» Disse a voce alta Mattia, anche se la musica copriva del tutto il suono delle sue parole. La prima volta era stata proprio insieme a Jacopo, ma sentirla in America, da musicista, era in qualche modo diverso. Mattia sapeva che tutta l'effettistica e le evoluzioni tecniche di "Cool#9" non erano state che un magnifico soundcheck, e che il vero spettacolo iniziava solo in quel momento. "Flying" s'insinua nel corpo e nella mente dell'ascoltatore in modo apparentemente semplice, con un passaggio di accordi in pulito sul quale prende forma una dinamica e lineare partitura ritmica di chitarra e basso. Tecniche come il bending favoriscono l'atmosfera trasognata che caratterizza il brano, evocativo di spazi immaginifici e ricordi sopiti. "Soprattutto ricordi", esatto, pensò Mattia stringendo i pugni, sperando che Chloe non lo notasse. Ma nonostante i tanti ricami che impreziosiscono il brano, caratteristici del vero virtuoso, Satriani è anche un grande artigiano dell'emozione, un artista che conosce il valore della semplicità. "Flying in a Blue Dream", infatti, non si sposta mai davvero dai due accordi iniziali, mantenendo intatte quelle due colonne portanti per tutta la sua intensa durata, innalzando l'ascoltatore in un sogno liquido e languido quanto le note di Joe, blu come le luci che avvolgevano l'auditorium. Mattia continuò a tenere i pugni stretti fino alla fine della canzone, senza accorgersene.

Summer Song

Sulle ultime note di "Flying in a Blue Dream", un sospiro rivelò le contrastanti emozioni di Mattia. Un suono che era di piacere e di sollievo al tempo stesso, pensò Chloe guardandolo con la coda dell'occhio. Preferì non far notare nulla al suo ragazzo, sapendo quanto Mattia fosse pudico riguardo le proprie emozioni. In ogni caso i due non ebbero il tempo di dirsi nulla, poiché un rapido colpo del batterista annunciò l'inizio Summer Song, la canzone dell'estate. Anche le calde luci sul palco, ora, ricordavano quelle della bella stagione, mentre Satriani si esibiva nel pezzo spartiacque del suo quarto album: "The Extremist", del 1992. Forse Mattia considerava quello un brano minore di Satriani, semmai possano esserci brani "minori" di un musicista del genere; ma per Chloe, "Summer Song" aveva un significato particolare. Il suo fidanzato pareva non sospettarlo minimamente, ma la ragazza aveva ormai da tempo iniziato ad assimilare certe sonorità, certe sensazioni, e già da un po' s'era sorpresa, più d'una volta, ad ascoltare gente come Stevie Ray Vaughan, Frank Zappa, Gary Moore e quel gran fico di Eddie Van Halen. Qualcuno l'aveva perfino "scoperto" da sola, andando oltre il semplice riflesso dei gusti di Mattia, per esempio Eddie Hazel, o Carlos Santana. Ma la prima volta che aveva ascoltato "The Summer Song" conosceva a malapena uno o due di questi nomi, e mai aveva sentito parlare di Satriani. Era il giorno in cui aveva incontrato Mattia, quasi tre anni prima, in estate inoltrata. Quella volta suoi genitori avevano due ospiti italiani, tra cui un collega e amico personale del padre; i due avevano lavorato a tanti progetti in giro per il mondo, ma era la priva volta che quest'ometto pelato veniva a fargli visita in America. L'altro era un ragazzo piuttosto carino, decisamente più giovane e un po' più alto del collega del padre. Indossava una maglietta dei Van Halen e non parlava granché. Era il figlio dell'ometto calvo, si presentò con un inglese da caricatura che le strappò un sorriso: «My name is Maa-Tee-Ah. Nice to meet you». La conversazione tra i due vecchi amici andava per le lunghe, mentre Chloe e Mattia non facevano altro che stare in silenzio e guardarsi di nascosto. Fu lei a rompere il ghiaccio per prima, interrompendo un monologo di suo padre su solo Dio sa cosa.
«Faccio vedere a Maa-Tee-Ah un po' di Minnesota, prima che inizino a farci male le orecchie». Detto fatto, lo prese per un lembo di quella buffa maglietta e lo trascinò alla svelta verso la porta d'uscita, poi verso la sua macchina nuova di zecca. Suo padre e il suo collega se ne accorsero a malapena, l'alcol s'era già unito ai loro discorsi e quei due sembravano solo all'inizio. In auto, Mattia si sciolse un po', tanto che perfino il suo inglese non sembrava più così male. Dopotutto, Chloe aveva un talento naturale a mettere le persone a proprio agio. I due parlarono e parlarono e parlarono, mentre la ragazza guidava, tanto da finire lontanissimi. A un certo punto, Mattia emise un'esclamazione in italiano che quasi la fece sbandare, era felice e stupito allo stesso tempo. Poi, in inglese, disse:
«Qui da voi la radio trasmette musica del genere? Fantastico! Da noi è un miracolo che trasmettano qualche classico del rock, ogni tanto».
Chloe fece caso solo allora che la radio era accesa e trasmetteva un pezzo di alcuni anni fa, anche abbastanza popolare, le sembrava di ricordare, ma di solito non faceva molto caso alla musica priva di parole. Era "The Summer Song", le spiegò Mattia, descrivendole quel chitarrista italoamericano, la passione per la chitarra, e raccontandole di Jacopo e di Luciano. Il viaggio durò ancora a lungo, lui la prendeva in giro perché s'era persa nella sua stessa città, ridendo a una maniera innocente, carica di complicità. Quella risata fu la prima cosa che amò di lui, ripensò Chloe ascoltando dal vivo la Canzone dell'estate. Mentre Satriani correva su e giù per il palco, Chloe tese una mano a toccare le dita di Mattia, che intanto si stava godendo quel pezzo così solare e squisitamente hard rock, dinamico ed evocativo al tempo stesso. Non solo la tagliente carica emotiva della canzone: Mattia poteva apprezzare a fondo ogni aspetto di quell'esibizione, dallo speed picking al tapping di Joe - qui davvero un metallaro puro! - al dirt picking suonato sulle note in bending, fino ai dettagli più raffinati di un pezzo in fondo soprattutto orecchiabile, pensato per piacere un po' a tutti. Com'è giusto che sia, certe volte. D'improvviso a Mattia tornò alla mente una corsa in macchina di quasi tre anni prima, in una giornata d'estate calda come capita di rado, in Minnesota. Lo sguardo dei due ragazzi s'incrociò mentre Satriani scivolava sulle ultime note della sua Canzone dell'estate, quasi ad esorcizzare il freddo intenso che - avvicinandosi al Natale - sarebbe tornato maestoso a spirare dai grandi laghi del Nord America.
E la serata era ancora lunga.

Eric Johnson

«Non posso credere che ci siamo fatti da una costa all'altra degli stramaledetti States per guardare lo show di tre tizi bianchi, per giunta questo era proprio un narcisista della sei corde... mi ricorda qualcuno». Ethan Moore scosse la testa, tradendo un mezzo sorriso «Falla finita con le stronzate, JM. Piuttosto, come t'è sembrato Satriani? Quel tipo è un mostro».
Per una volta, Joshua Moore sembrò lasciare veramente perdere le stronzate, si sfiorò il mento con le dita e dopo una breve riflessione sentenziò: «Sì, è forte... cavolo se è forte. Ma non lo so, a questi gringos manca qualcosa, sai cosa intendo, tutta tecnica ma poca sostanza. Non c'è soul nelle loro corde, fratello. Cioè, quella "Flying in-non ricordo-cosa" mi aveva quasi fregato, lo ammetto, ma...»
Ethan roteò gli occhi mentre il fratello continuava con le sue solite teorie, sapendo bene che lo faceva soprattutto per farlo irritare. Joshua in fondo era fatto così, ma a Ethan di quelle menate sui gringos e sui fratelli importava poco, o almeno, non gl'importava quando a parlare doveva essere la chitarra e nient'altro. E Satriani, la sua chitarra, sapeva farla parlare eccome. Ethan però non si era fatto il culo per andare fino a Minneapolis e pagare due biglietti col suo dannato sangue solo per sentire Satriani. Quella sera, su quello stesso palco, avrebbe suonato l'uomo al quale doveva il suo amore per la chitarra: Eric Johnson. Gli strumenti erano quasi pronti, Brannen Temple stava già tamburellando sulla sua batteria, mentre Roscoe Beck gli faceva alcuni cenni indicando il proprio basso. Ethan notò la curiosità del fratello «Temple, eh? Se non sbaglio, tempo fa studiavi il suo modo di picchiare le pelli. Dopotutto non è male essere venuti fin qui, vero?»
Joshua aveva ancora la sorpresa dipinta sul volto «Cavolo Et., mi hai rimbambito così tanto con i tuoi chitarristi che non ho nemmeno dato uno sguardo agli altri musicisti coinvolti... Brannon Temple! Ho letteralmente divorato la roba che ha fatto con Jody Watley e la Ruschen».
«Io l'ho preferito in collaborazione col buon vecchio Chris Smither, un annetto fa» rispose Ethan, che aggiunse «Roscoe Beck, invece, è una vecchia conoscenza di Eric Johnson. I due suonano insieme fin dagli anni '70, quando andavano in giro insieme a Stevie Ray Vaughan e suo fratello Jimmie».
Joshua si toccò la punta del naso con l'indice, osservando un punto indefinito in alto a destra «Stevie Ray! Ecco, lui mi piace parecchio... oh, arriva il tuo idolo».
Eric Johnson entrò sul palco nel momento esatto in cui le luci s'abbassarono, salutato dalla folla riunita all'Auditorium. L'uomo era reduce dal suo album più recente, "Venus Isle", uscito a settembre di quello stesso anno, un gioiellino impeccabile e ricco di sensazioni, benché sulle solite e oramai collaudatissime corde del musicista texano. Lo stile pulito e tradizionale di Johnson, unito a un talento naturale e una preparazione mostruosa, l'avevano reso un'icona storica per tutti gli amanti della sei corde, specie quelli più affezionati a sonorità blues e soul, ma pure folk, jazz, country e rock vecchia maniera. Nonostante tutto, però, lo stile di Eric Johnson era invecchiato abbastanza bene da adattarsi ai cambiamenti di stile e di sensibilità, trovando un equilibrio più unico che raro tra la vecchia scuola - rappresentata da geni come Clapton, Vaughan, B.B. King, Hendrix e lo stesso Johnson - e quella successiva, rappresentata proprio dalle due rockstar con cui condivideva il palco del G3: Joe Satriani e Steve Vai. Ethan era stato a decine e decine di concerti, ma quasi per uno scherzo del destino quella era la prima volta che riusciva ad andare a una serata di Johnson. Come qualsiasi chitarrista di colore, aveva una particolare stima per leggende come Eddie Hazel e Jimi Hendrix, ma Eric Johnson e la sua Fender Stratocaster del '54, beh, diciamo solo che avevano un significato più personale. Ed ora, Ethan poteva finalmente ammirarli entrambi.

Zap

Ethan ebbe praticamente un sussulto quando, dopo essersi abbandonato quasi fino ad annegare nel fiume di note di "12 to 12 Vibe", "Righteous" e "Rock Me Baby", udì finalmente i primi accordi di Zap, uno dei migliori brani dal disco d'esordio solista di Eric Johnson: "Tones", del 1986. Era la "sua" canzone. Quel modo di Johnson nell'usare riverbero e delay, così caldo e classico, gli ricordavano i vecchi blues che ascoltava suo padre quand'era piccolo, lui seduto sul tappeto e il papà sulla poltrona. Poteva ascoltarlo per ore parlare di Muddy Water o Luther Allison. Ma di fatto, in "Zap" c'era anche molto altro: l'impronta fusion, derivativa dal jazz, e quella europea. Eric Johnson era certamente un musicista completo, forse più completo di quanto lui sarebbe mai diventato, pensò Ethan. E che equilibrio! Al contrario di quanto faceva Satriani, che pure ammirava, la chitarra di Johnson non peccava quasi mai di semplice protagonismo, mettendosi totalmente al servizio d'una composizione capace di dare il giusto spazio a ogni singolo elemento. Di fatto, la sua chitarra dava solo l'impressione di quella velocità indicata nel titolo, inserendosi tra gli spazi di una sezione ritmica - quella sì - frenetica e indiavolata come non mai. All'attacco di Temple, Ethan volse fugacemente il suo sguardo verso il fratello, compiacendosi di vederlo a bocca aperta, gli occhi fissi sul palco. Era un vero spettacolo. A metà dell'esecuzione, con Eric Johnson finalmente scatenato, il ragazzo si sentì scaldare qualcosa dentro, proprio come la prima volta, quasi dieci anni prima. Immagini dei suoi ricordi gli passarono dinanzi gli occhi come diapositive, mentre ascoltava l'esecuzione energica e vitale crescere sempre di più: il padre che si ammala, la sua trasformazione fisica e mentale, e infine la sua morte, oramai una triste benedizione per tutti. E ancora, il dolore della madre, la confusione del fratello minore, i soldi. Soprattutto i maledetti soldi. Il trasferimento a Seattle in un quartiere miserabile e poi, e poi... poi l'arrivo di quell'uomo. Aveva così tante rughe che sembrava avere mille anni, invece aveva sulle spalle solo cinquantotto anni e una varietà d'esperienze impossibili da contare, a sentire lui. Nessuno sapeva dove dormisse, chi amasse o da chi fosse amato, ma Cyrus - così lo chiamavano - suonava la chitarra ovunque si fermasse. Anche chi di chitarra non ne capiva nulla, riusciva a percepire nell'uomo un talento e un'abilità fuori dal comune. Per Ethan comunque era solo un vecchio, pazzo e rincoglionito, un disperato come tanti in un quartiere di disperati. Ma il giorno in cui il ragazzo si trovò inerme e coperto di sangue, colpito cento volte da quelli che credeva suoi amici solo per essersi rifiutato di derubare altri disperati, altra gente come lui, beh, fu Cyrus a trovarlo. Mentre il sangue gli colava dal naso e dalle orecchie, le ossa che tremavano, fu Cyrus a caricarselo sulla schiena e riportarlo a casa. Fu Cyrus, con una gentilezza inedita, a calmare sua madre. Fu sempre lui a spendere parole di conforto e una carezza per il fratello. Eh sì, quella fu decisamente una lunga notte. Nonostante il dolore e la fatica quotidiana, la madre di Ethan conosceva ancora il valore dell'ospitalità, e per un po' l'uomo che sembrava avere mille anni si fermò da loro. Mentre il corpo di Ethan guariva, l'uomo suonava. Quando non suonava, ascoltava: aveva questo vecchio stereo tutto rattoppato che poco si adattava a uno della sua età. Un giorno, Cyrus ascoltava questo pezzo concitato ed elegante, piuttosto diverso da ciò cui Ethan era abituato. Era un pezzo abbastanza recente, spiegò poi l'uomo, ma il chitarrista che lo suonava era già un veterano: Eric Johnson, si chiamava. La canzone era "Zap". Cyrus chiarì al ragazzo che il titolo era un omaggio al grande Frank Zappa, perché quel brano ne simulava in parte lo stile. Naturalmente giurò anche di averlo conosciuto e di avergli pure insegnato un paio di trucchetti.Figurarsi! Alle prese in giro di Ethan rispose la fragorosa risata dell'uomo, cui subito fece eco quella del ragazzo. Risero e parlarono a lungo, nelle ore seguenti, mentre, quasi senza farci caso, Ethan riceveva la sua prima lezione di chitarra. Fu la prima di molte.
Un anno dopo, senza un motivo preciso, senza cerimonie o avvisi, Cyrus ringraziò Donna Moore e se ne andò per la sua strada. Ancora una volta. Ethan e Joshua riuscirono a correre fino alla stazione poco prima che il treno partisse, allora Ethan gli lanciò un insulto carico d'affetto, e anche d'incredulità per non averlo aspettato, e a quell'insulto e a quella domanda non detta l'uomo dalle mille rughe rispose con la sua incredibile risata. Subito dopo afferrò la sua chitarra, e sporgendosi incautamente dal finestrino iniziò a sciorinare note su note. Era solo una chitarraccia acustica che quel maledetto vecchio si portava sempre dietro, un po' come fa un samurai con la sua spada, ma Ethan riuscì comunque a riconoscere una rudimentale versione dell'attacco di "Zap". Allora iniziò a ridere pure lui, mentre guardava il treno e Cyrus andarsene per sempre, salutando l'amico e maestro. Da quel momento in poi, molte cose cambiarono. Donna Moore, la madre di Ethan, si risposò: il nuovo compagno era un uomo onesto che non fece mai mancare, o pesare, nulla a nessuno di loro. Non sostituì certo il padre, ma per i ragazzi si rivelò un amico prezioso. L'intera famiglia cambiò casa e quartiere e anche se a Seattle era facile sentirsi isolati, specialmente per quelli come loro, si trovarono bene e i due fratelli ripresero gli studi, diplomarsi con buonissimi voti. Nel frattempo, per Ethan la chitarra era diventata il mondo intero. Nuovi maestri, anche se nessuno mai come Cyrus, e le prime esperienze nei pub, lo forgiarono in un chitarrista di promettente talento. Il fratello invece aveva iniziato a suonare la batteria, perché, parole sue: «Amico, la chitarra va bene per fichette come te, io preferisco battere un po' di pelli, non so se mi spiego». Tipico di Joshua. A quell'ultimo ricordo Ethan tornò al presente e una risata giunse possente dal fondo del suo petto, a malapena coperta dall'esibizione incredibile di Eric Johnson e la sua band. Sembrava di risentire la risata del vecchio. E proprio come certe volte faceva Cyrus, quando Donna Moore gli allungava un po' del suo liquore fatto in casa, Ethan iniziò a ballare battendo i piedi come un forsennato. «Fra', ma si può sapere cosa diavolo ti piglia, io non ti conosco!», gli urlò Joshua allontanandosi di un passo. Ma rideva forte pure lui. 

Manhattan

Ethan iniziò a ricomporsi solo all'inizio del brano seguente, Manhattan, un pezzo tratto dall'allora più recente album solista di Johnson. "Venus Isle" aveva infatti anticipato di pochi mesi il primo concerto del G3, uscendo sei anni dopo quel capolavoro conosciuto come "Ah Via Musicom", un disco del 1990 che tutt'oggi, molto probabilmente, rappresenta ancora l'apice personale di Eric Johnson. Nonostante "Venus Isle" non fosse riuscito a replicare la freschezza e l'audacia del suo predecessore, aggiungendo poco o nulla a quanto già dato, l'opera è a tutti gli effetti una sorta di perfezionamento formale dei traguardi raggiunti da Johnson sia come compositore, sia come chitarrista. "Manhattan" è un ottimo esempio di quell'apice stilistico.
?«Oh cavolo, odio questa canzone quasi quanto odio il tuo brutto muso». All'affermazione del fratello, Ethan si finse stoico. A quanto pare, Joshua non l'aveva ancora perdonato per avergli fatto ascoltare quella canzone una decina... ok, diciamo una ventina di volte. Va bene, va bene, forse anche una trentina, ma era stata una dannata necessità! In effetti, per Ethan e suo fratello la sosta a Minneapolis era anche una pausa dal viaggio di ritorno da una costa all'altra. Quell'anno infatti erano entrambi partiti per la Grande Mela alla ricerca di una band decente, visto che a Seattle la scena sembrava ancora tramortita dalla morte di Kurt Cobain, o forse dall'inevitabile tramonto del movimento a lui associato. Trovare gente interessata a fare qualcosa di diverso, a metterci qualità vera, era diventata una vera impresa, almeno sulla costa del Pacifico. Sulla scena newyorkese invece stava letteralmente esplodendo l'hip hop, ormai un vero e proprio fenomeno culturale, ma era pure pieno di musicisti rock in fermento, e come loro, Ethan preferiva seguire le sue antiche passioni. E poi, il ragazzo era veramente terribile a cantare in rima. Joshua se la cavava meglio, non a caso lui e Lamar andavano pappa e ciccia. Lamar era suo cugino, nonché un aspirante rapper della East Coast: lui e la zia avevano offerto più che volentieri ospitalità ai due cuginetti di Seattle per tutto il tempo necessario. Lamar aveva anche prestato loro la macchina per andare in giro tra un distretto e l'altro, ed Ethan ne aveva approfittato per consumare il più recente album di Eric Johnson; vista la location, "Manhattan" gli era sembrato un ottimo sottofondo mentre sfrecciavano dal Queens al resto della metropoli, ma alla fine quel brano l'aveva catturato tanto che non faceva altro che mandare avanti e indietro la cassetta, tra i gemiti sconsolati del fratello. Manhattan sembrava quasi una canzone minore, rispetto a quelle più tecniche di Johnson, invece, a un ascolto più attento, era chiaramente una delle più riuscite e memorabili in assoluto. La vena profondamente blues del brano gli riportava alla mente il padre con ancor più vigore del solito, ma era quel modo così peculiare di porre l'accento sulle note alte, a evidenziare la trasparenza dell'intera composizione, che l'aveva colpito. Doveva impararlo assolutamente! E poi l'effettistica, così equilibrata, la pulizia formale, tutto. L'impronta tradizionale del chitarrista era così avvolgente e catartica che Ethan riusciva quasi a immaginarselo seduto sul sedile di dietro, la chitarra fra le braccia, a fare da guida a loro due lungo le infinite Avenue di New York, e da lì fino ai vicoli più ristretti e nascosti della città. Un risultato finale incredibile, merito anche delle tastiere di Stephen Barber: l'amico e collaboratore storico di Johnson riesce ad essere invisibile e indispensabile al tempo stesso, l'elemento che rimarca e valorizza ogni singola nota dell'ascia texana. Un personaggio estremamente poliedrico. Proprio come la Grande Mela, il brano di Johnson unisce il classicismo a una modernità ariosa e lucente, e a Minneapolis, riascoltandola dal vivo, Ethan si sentiva realmente ammaliato dal tocco di un musicista che con il suo stile riesce a far vibrare la gloriosa cultura blues. La stessa cultura che, su quel versante degli immensi Stati Uniti d'America, aveva visto nascere le sue radici primigenie. Ma Johnson e Barber non erano le uniche note d'eccellenza, quella sera: la sezione ritmica è forse la vera anima di "Manhattan", e all'Auditorium c'era una sinergia tra basso e batteria sinuosa, quasi pornografica. Ethan sorprese il fratello a battere il piede, evidentemente preso dal ritmo suadente dei musicisti sul palco. Non disse nulla, si coprì solo la bocca e lo fissò finché lui non se accorse. «Vaffanculo, bello» disse allora Joshua, dandogli una sonora pacca sul braccio.

Camel's Night Out

Nonostante il G3 non fosse certo un tour in promozione d'un album specifico, era ovvio che i musicisti coinvolti cercassero di portare in scena soprattutto le loro opere più recenti. Ethan non fu quindi sorpreso di udire le prime note di Camel's Night Out, anticipate da una breve introduzione batteristica. Un pezzo peculiare per le corde di Johnson, pensò il ragazzo: decisamente hard rock, quasi "grezzo", non fosse per la canonica esibizione solista a metà del brano. Forse, in questo caso, si sente forte e chiara la firma dei musicisti che hanno partecipato alla composizione, ovvero Kyle Brock, il bassista di Johnson per i suoi album "Tones" e "Ah Via Musicom", e Mark Younger-Smith, un chitarrista noto soprattutto per aver composto un gran numero di canzoni per Billy Idol, sostituendo la chitarra di Steve Stevens in "Charmed Life" e "Cyberpunk". Il risultato, anche in virtù di una sezione ritmica già ampiamente lodata e dello stile di Johnson, è comunque un gioiellino. «Ah sì, questa è quella del cazzotto in faccia» esordì Joshua con espressione serissima. Ethan riemerse a fatica dalle sue riflessioni, ma sembrava confuso «Che c'entrano i pugni in faccia, la canzone si chiama "la notte brava del cammello" o qualcosa del genere, di preciso non so cosa significhi, ma...» Ethan s'interruppe di colpo, capendo finalmente a cosa si riferisse il fratello. Quando erano a New York, gli appuntamenti che avevano fissato telefonicamente tramite contatti, amici, amici degli amici e compagnia danzate, si rivelarono tutti un buco nell'acqua. Trovarono musicisti da cabaret, cover band varie, solo roba così. Gli unici due artisti a sembrare promettenti avevano già trovato musicisti con cui suonare, ma d'altra parte, correndo alla cieca partendo dal basso, senza veri e propri agganci, era difficile ottenere risultati soddisfacenti - o almeno così aveva immaginato Ethan. In parte era vero, ma era vero pure che il ragazzo avesse pretese poco proporzionate alla sua esperienza sul campo, e il carattere serio ma cristallino, fin troppo spoglio di qualsivoglia filtro formale, non lo aiutava di certo. In quei casi, incredibilmente, era Joshua a sapere stare al suo posto, e a New York il fratello di Ethan non si fece alcuno scrupolo a evidenziarlo. Una sera - una delle ultime, prima dell'inevitabile ripartenza per Seattle - si ritrovarono in un parcheggio, dietro a un locale di Coney Island, reduci dall'ennesima serata infruttuosa e senza nemmeno i soldi per una dannata birra. La macchina era accesa ma immobile, mentre i due, in piedi con la schiena poggiata al fianco dell'auto, consumavano quel che restava di un pacchetto di Camel da dodici. Lo stereo intanto suonava ancora sulle note di "Venus Isle". Sarà stato per l'ombra dell'ennesimo ascolto forzato di "Manhattan", ma Joshua iniziò a stuzzicare il fratello a una maniera che non era la solita - quella sua, pungente e tutto sommato innocua - ma a una maniera che tradiva tutto il risentimento per i soldi e il tempo spesi, solo per non arrivare a nulla.
«Mandi sempre tutto a puttane, vero Et?» L'andazzo era quello e andò avanti per un quarto d'ora buono. Il problema per Ethan non che trovasse insopportabile il tono del fratello, quello era la norma. Il problema era che Joshua aveva ragione. Ma quando il ragazzo tirò troppo la corda, il fratello maggiore decise che era tempo di rimetterlo in riga. Il pugno di Ethan colpì Joshua sul labbro, facendolo sanguinare quasi all'istante. Il ragazzo non sembrava aspettare altro, perché replicò all'istante un destro che colpì Ethan sulla mascella, mandandolo quasi ko sul cemento del parcheggio. Sullo sfondo della rissa, "Camel's Night Out" pompava la sua carica energica dalle casse della vecchia LeBaron di Lamar. Il sound di quella canzone non aiutava di certo a distendere i nervi: il groove ruggente e incalzante, in linea con la tradizione settantiana e con certo grunge particolarmente nostalgico, faceva sentire i fratelli come i protagonisti di un action movie, come avessero una personale colonna sonora per la loro ennesima scazzottata. Eric Johnson, dopotutto, è un musicista capace di evocare distese melodie blues, certo, ma anche di tenere alta la tensione e l'elettricità: i cambi di tonalità della parte solista, infatti, sono sempre più ravvicinati, elemento che rende la traccia particolarmente dinamica, anche grazie all'utilizzo di frasi che vengono mantenute uguali ma suonate in tonalità ascendente. All'auditorium, il brano si concluse tra con un ultimo ruggito seguito dalle acclamazioni del pubblico.
«Ricordi poi cosa successe quella sera, mentre le stavi prendendo?» domandò Joshua con un sogghigno stampato sul volto. «Pagliaccio, eri tu a prenderle di santa ragione. Ti avrei steso su quel cazzo di parcheggio, se due angeli non t'avessero salvato la vita». «Sì, due angeli dai folti capelli ondulati e un paio di bombe stratosferiche. Amico, se non fossero intervenute adesso saresti ancora lì a chiederti come ti chiami». I fratelli Moore ridacchiarono insieme. Ormai non erano più ragazzini, quella di Coney Island sarebbe stata una delle loro ultime, magnifiche scazzottate. Quella notte i due angeli li consolarono, gli offrirono da fumare e da bere. Passarono la notte con loro.
?«Alla fine, quella volta ci siamo almeno goduti la nostra bella night out, prima di tornarcene a Seattle con le pive nel sacco». «Già», rispose Ethan distogliendo lo sguardo. Adesso non gli andava proprio di pensare ai rimpianti, lo spettacolo era ancora lungi dall'essere finito e lui aveva intenzione di goderselo appieno, fino all'ultimo. Poter ammirare Eric Johnson dal vivo era uno dei suoi grandi sogni, e l'aveva esaudito, ma anche Steve Vai meritava decisamente la sua piena attenzione.

Steve Vai

Quando Steve Vai salì per la prima volta sul palco del G3, era forse ancora più celebre dell'uomo che l'aveva invitato a tale evento, l'amico e insegnante Joe Satriani. L'allievo aveva dunque superato il maestro? Probabilmente no. Tuttavia aveva saputo giocare meglio di chiunque altro le proprie carte. Steve Vai non era solamente capace di unire tecnica e magia, era pure parecchio abile a gestire la propria immagine, complice il bell'aspetto e un carattere all'occorrenza piuttosto pragmatico. Aveva costruito attorno a sé un'immagine vagamente mistica, supportata da un look romantico, seducente e virile, da latin lover italoamericano qual era, e così la sua presenza in programmi, film e perfino un videogioco, l'avevano reso famoso a livello popolare. Ah, ovviamente piaceva da morire alle donne. Alice Winter, per esempio, aveva una cotta per lui da quando aveva quindici anni. La prima volta l'aveva visto suonare in quel vecchio film insieme al tizio di Karate Kid, come si chiamava? Ah, sì, "Crossroads", con Ralph Macchio. Lei ovviamente aveva fatto il tifo per quel ficone alto con i capelli lunghi, e vederlo "sconfitto", per giunta da quella faccia da culo di Macchio, gliel'aveva fatto solo amare di più. E poi, c'era quella volta in cui la musica di Steve le aveva salvato la vita.
«Guarda, Ally, ecco il tuo italiano preferito fare la sua entrata sul palco. Hmmm, riesco addirittura a percepire l'eccitazione di tutte le signorine qui presenti!». Alice sapeva benissimo che l'atteggiamento del suo accompagnatore a quella serata non era dettato affatto da qualcosa di gretto come la gelosia. È che era proprio coglione di natura. Ma, in fondo, lei e Miguel Castillo erano amici da troppo tempo perché uno dei due potesse fraintendere i sentimenti dell'altro. Con i suoi lunghi capelli corvini e la pelle di porcellana, Alice era un "bel bocconcino", o almeno così a volte affermava Miguel, ma glielo diceva come un fratello maggiore che cerchi d'incoraggiare la sorellina, o di farla arrabbiare, certe volte. D'altra parte, per la ragazza l'amico era semplicemente parte della famiglia. Una spalla su cui contare, sempre.
«Non ti facevo così invidioso, dopotutto siete entrambi latin lover... più o meno» lo stuzzicò lei.
«Invidioso io?? Ma figurati, solo a Chicago ho lasciato più donne io di quante ne può contenere il più lussuoso dei camerini» rispose Miguel, ridacchiando. «E poi, lo sai che anch'io adoro Steve e tutta l'allegra combriccola italiana». Certo che, in effetti, era pieno di musicisti italo-americani: ad Alice vennero in mente Sinatra e Madonna, ma anche Bon Jovi, John Frusciante, Phil Anselmo, Tom Morello; e naturalmente, ben due degli idoli di quella serata. Tra l'altro, Steve Vai aveva iniziato a suonare ad alti livelli accompagnando l'ennesimo italoamericano celebre: Frank Zappa. A modo suo, un altro gran pezzo d'uomo, sentenziò mentalmente la giovane.
«Sai, MC, Frank Zappa chiamava Vai "my little italian virtuoso". Quell'uomo ne aveva già compreso il valore, e prima di lui l'aveva compreso Joe Satriani, quando Vai aveva solo tredici anni e Satriani circa venti» spiegò Alice all'amico. «Caspita, ha iniziato presto. Io ho vissuto la mia vita a contatto con la musica fin da quando sono nato, ma ho iniziato a studiare seriamente il basso solo a quindici anni compiuti. Fu dopo aver ascoltato "Dazed and Confused" dei Led Zeppelin. Ragazzi, tutti lodano sempre Jimmy Page per quella stronzata dell'archetto, ma il vero mostro su quel pezzo è John Paul Jones!». Alice per un istante sgranò gli occhi, colpita. Aveva visto l'amico andare in fissa per gente come Bootsy Collins o Bernard Edwards, ma non immaginava che il suo "primo amore" venisse da una rock band inglese. Che coincidenza! «Ah sì? Pensa che Steve Vai ha avuto la sua illuminazione ascoltando l'assolo di "Heartbreaker", un altro capolavoro dei Led Zeppelin. In quel caso direi proprio che sia Page, a farla da padrone... Beh, comunque avete qualcosa in comune!».
Miguel adesso era incuriosito, ma non sorpreso. Dopotutto, una quantità infinita di musicisti aveva avuto la folgorazione ascoltando roba degli Zeps. Il ragazzo, crescendo, aveva comunque mostrato una certa predisposizione per le ritmiche funky, più che per il rock di scuola britannica. Tuttavia era anche un musicista completo e, battutacce a parte, era contento di essere andato ad un'esibizione di così alto livello.
«Tu che sei esperta di gran fichi e tutto il resto, che mi dici dei musicisti con cui suona il tuo idolo?» domandò Miguel. Alice, per una volta, ignorò la battutina dell'amico.
«Philip Bynoe, il bassista, lo conosco poco, ma ho sentito che è un eccellente turnista, capace di passare con disinvoltura dal metal estremo all'R&B. Vai nella sua musica unisce classica, fusion e sperimentazione pura, quindi Bynoe potrebbe essere davvero una scelta azzeccata. Inoltre, come puoi immaginare la sua formazione ha radici nella black music, quindi potrebbe avere quel tocco "spiritual" che Vai ricerca di continuo... è un fatto più d'attitudine che non di sound, capisci che intendo. Il batterista invece si chiama Mike Mangini, sai com'è, uno di quelli che iniziano a suonare ascoltando Ringo Starr, e che finiscono a suonare con Extreme e Annhilator. Ha fatto un bel lavoretto su "Set the World on Fire", qualche anno fa».
«In effetti ce lo vedo bene a suonare in una band thrash metal» sentenziò Miguel con espressione del tutto seria, osservando l'uomo dai lunghissimi capelli corvini seduto alla batteria «E il tipo col cappello buffo?» chiese infine. Alice allora lanciò un'occhiata verso il palco, poi continuò
«Quello è Mike Keneally, un altro polistrumentista decisamente sfaccettato. Anche lui ha suonato con Frank Zappa per un mucchio di tempo, negli anni '80, quindi immagino che lui e Steve si conoscano bene fin da allora. Come vedi sta prendendo posizione alla chitarra, ma si è già messo vicino alla tastiera. Comunque sono piuttosto sorpresa».
«In effetti è sorprendente, per un latin lover come Steve Vai presentarsi con una camicia del genere... voglio dire, andiamo!». Ad Alice cascarono le braccia «Non per quello, idiota, per i musicisti! Non ce n'è nemmeno uno che sia stato coinvolto nell'album uscito quest'anno ad opera di Vai. "Fire Garden", cavolo, l'ho adorato! Voglio dire, non credo sia a livello di "Passion and Warfare", ma di certo è in grado di competere con "Sex & Religion", anche se a volte penso che il disco del '93 non sia stato del tutto capito dalla critica, e poi...» il ragionamento di Alice fu interrotto dal boato del pubblico, mentre lo spettacolo di Steve Vai aveva finalmente inizio. La ragazza era davvero curiosa di sentire come se la sarebbe cavata una piccolissima élite di musicisti dedicati nel dare vita a un repertorio, quello di Vai, tra i più elaborati del mondo shred.
?Ah, comunque a Steve quella camicia stava maledettamente bene.

Answers

Come gli altri due axemen della serata, il G3 di Steve Vai fu impreziosito da una varietà di canzoni tra cui "Deepness", "The Animal", "Tender Surrender" e altri ancora, ma il brano selezionato per aprire la sua esibizione nella celebre versione CD, è Answers, "risposte". Senza dubbio una scelta interessante, pensò Alice. Dopotutto, "Answers" è una delle canzoni presenti su "Passion and Warfare", a mani basse uno dei migliori - se non IL migliore - tra gli album pubblicati da Vai dal 1984 al 1996: un'opera da manuale in cui tecnica e cuore trovano la loro armonica fusione. Ma se la versione di questo brano presente su "Passion and Warfare" è una mera parentesi della durata di due minuti e mezzo o poco più, quella del G3 è una sontuosa dimostrazione di carattere, tecnica e improvvisazione. L'anima del brano è caratterizzata da una commistione incredibilmente funzionale tra stilemi funky-fusion, tipici del Vai primi anni '90, e passaggi speed metal, evidenziati dai frequenti incisi in tapping. Questo vale sia per la versione in studio che per quella del G3, ma quest'ultima, con i suoi quasi sette minuti di durata, non è un "brodo allungato", bensì un vero e proprio approfondimento del pezzo com'era originariamente concepito. Ogni singolo passaggio è qui migliorato, sviscerato e portato all'eccellenza. Per ottenere le sue caratteristiche sonorità, Steve Vai fa come sempre ampio uso del Floyd rose, uno dei suoi tratti distintivi, e muovendo il ponte mediante la leva crea delle distorsioni tonali che vanno ben oltre il classico bending.
Alice era deliziata e meravigliata al tempo stesso: quella canzone da sola non significava granché, per lei, ma il modo in cui Steve e gli altri la stavano suonando era come se la sentisse per la prima volta. Il secondo album del chitarrista però, quello sì che significava qualcosa. Nel 1990 Ally aveva quindici anni ed era completamente differente rispetto all'abbagliante giovane donna che sarebbe diventata. Viveva la solitudine e l'angoscia di un'adolescenza in dolorosa contrapposizione con un'infanzia spensierata, spesa nell'immensità della campagna a ridosso di Lake Superior. Avrebbe pure ignorato le risatine delle sue compagne di scuola, o quelle ancor più umilianti dei ragazzi, se solo avesse avuto il minimo supporto a casa. Invece, tutto quello che aveva era un rapporto di reciproco mutismo con sua madre, in una casa fredda e priva di ricordi alla periferia di Chicago. La responsabilità era sua, dopotutto. Era colpa sua se il padre se n'era andato, no? L'unico che le pareva messo peggio di lei era un ragazzo del vicino isolato, che poi era anche il suo unico amico: Miguel. Da quando lei e la madre erano arrivati in quella nuova casa, alcuni anni prima, Miguel l'aveva presa istintivamente in simpatia e l'aveva protetta, e perfino a scuola nessuno, nemmeno le altre ragazzine, osava torcerle un capello o insultarla, se in giro c'era Miguel. Lui le raccontava, spesso ridendo, le storie della sua infanzia, vicende che a lei sembravano irreali, insopportabili, inammissibili, tali da far sembrare i suoi problemi il lamento d'una bambina viziata, da metterla perfino in imbarazzo; ma quando era il turno di Alice, di raccontarsi, Miguel ascoltava l'amica con la massima serietà e senza giudicare. Il 1991 cancellò questo precario equilibrio. Quell'anno Miguel se ne andò di casa e si trasferì a Minneapolis, lavorava part time il giorno e suonava la sera, anche se praticava il basso da meno di un anno. Alice non aveva più nessuno con cui poter condividere la propria esistenza. Le poche ragazze con cui riusciva ad avere un dialogo, a scuola, erano tutte fissate con un tizio di nome Cobain, tipo, con Chris Cornell e con altri che a lei piacevano pure, ma non riusciva proprio a trovare conforto nell'immergersi nel malessere. Il rock alternativo, il grunge, parlavano senz'altro la voce della sua generazione, la sua disillusione, ma semplicemente non facevano per lei. "Passion and Warfare" fu decisamente una cura più adeguata.
All'Auditorium di Minneapolis, nel 1996, la ragazza ripensò a quei momenti, mentre ascoltava Steve Vai dare vita a sonorità a dir poco deliranti - ma si sa, pensò la ragazza, Steve Vai lo si può considerare un po' il cappellaio matto del mondo chitarristico. I quasi sette minuti dell'esibizione volarono come fossero due, chiusi da una sfuriata di scale eseguite a tutta velocita in un misto di speed picking e tapping. Alice non sapeva quali fossero le "risposte" di cui parla il titolo di quel brano, ma ricordava la domanda che s'era posta la prima volta che aveva ascoltato quell'album lì, nel 1990: "che ci sto ancora a fare io, qua?".

For the Love of God

For the Love of God, "per l'amore di Dio", non è il pezzo più squisitamente virtuoso di Steve Vai, e tuttavia, è senz'altro uno dei più rappresentativi dell'approccio filosofico del chitarrista alla musica stessa. Nella versione presente su "Passion and Warfare", il brano si chiude con una frase pronunciata da David Coverdale: "Walking the fine line between Pagan and Christian", traducibile in "camminando sulla sottile linea tra pagano e cristiano". Il senso di "For the Love of God" sta tutto in questa citazione, efficace sintesi dell'incredibile matrimonio tra musica e spiritualità nella visione di Vai. Incredibile, dicevamo, ma non perché originale, anzi: è parte di un labirinto filosofico e culturale che il rock, fin dalla sua nascita, ha tentato di esplorare a fondo, trovandolo pieno di sfide e di minacce. Centinaia di artisti si sono schierati su fronti differenti, hanno tradito l'uno o l'altro schieramento, hanno tentato mediazioni più o meno disperate, sul grande fronte di una controcultura le cui battaglie hanno segnato mezzo secolo del 900. La soluzione di Steve Vai, invero figlia d'un periodo già derivativo e decisamente più pacifico, è una mediazione dai contorni sfumati e dolci, avvolta nella bellezza fisica e sonora d'un artista inafferrabile. Ascoltando "For the Love of God", l'ascoltatore ha l'impressione d'immergersi gradualmente nell'animo stesso del chitarrista, ma pure nella lacerazione che ogni individuo, fin dall'alba dell'uomo, è costretto a sopportare: quella tra carne e spirito, terra e cielo. Ripudiando i sensi di colpa e i limiti morali del cristianesimo, il rock (e un'altra fetta importante di musica popolare contemporanea) ha innalzato gli istinti e le passioni a valori elevati, perdendo tuttavia qualcosa lungo la strada. Quel qualcosa è stato in seguito recuperato, redento e rimesso sul piatto della bilancia, a fare da contrappeso di un equilibrio evidentemente imprescindibile alla natura umana stessa. Naturalmente, Steve è riuscito a ottenere un suono da solo così esplicativo, così avvolgente, facendo ampio uso di sostanze stupefacenti e ammettendolo senza vergogna alcuna, un atteggiamento decisamente in linea con l'icona classica della rockstar.
Anche Alice, nel 1991, si drogava, ma non era roba della stessa qualità di quella di cui faceva uso Steve Vai. Era robaccia, e la situazione stava degenerando rapidamente. La cosa più ridicola, già pensava allora, è che quella merda non sembrava avere presa su di lei, avrebbe davvero potuto smettere quando voleva, che dopotutto aveva appena iniziato. Solo che non voleva. Finché Miguel era a un isolato di distanza, il ragazzo riusciva a tenerla lontana da simili tentazioni, ma lui non c'era più e Alice aveva bisogno di non pensare a nulla. Fortuna che non tutte le ragazze della scuola erano schive nei suoi confronti. Alcune, per pochi soldi e una stanza in cui poter collassare, potevano essere veramente buone amiche. Joanna, ad esempio: lei aveva sempre ciò che serviva ad Alice. 
«Quindi il tuo vecchio si è fatto vivo, ieri, uh? Il mio si fa sentire per telefono una volta al mese, di solito per lamentarsi dei soldi che ci deve. Quello stronzo. Vabbè, e tu al tuo che gli hai detto?»
La voce di Joanna iniziava ad arrivare ovattata, alle orecchie di Alice. Stavolta lee aveva portato proprio roba buona, pensò. «Gli ho... detto... scusa»
«Cazzo, come sarebbe "scusa"? Scusa per cosa?»
«Per aver distrutto la nostra famiglia. Quando ero piccola io lo sapevo... lo sapevo che lui si vedeva con un'altra donna, lo sapevo già da un paio d'anni, ma non l'ho mai detto a mamma. Poi però mi è sfuggito, sai, per errore».
Alice emise un suono strozzato, impossibile dire se fosse una risata o l'inizio d'una crisi di pianto. «Ero piccola, ero stupida, e mamma è venuta a saperlo. N-non me l'ha mai perdonato, sai? Mamma, dico. Non ha mai perdonato di averle mentito tutto quel tempo, lei m-mi ignora soltanto, ormai»
Ad Alice sembrava di sprofondare, adesso, come fosse sdraiata sulle sabbie mobili, anziché sul lettone della sua cameretta. Era bellissimo.
«Oddio, cucciola... e tuo padre che ti ha risposto?» La voce annoiata di Joanna le arrivava da lontanissimo, da un mondo triste e rarefatto ma, fortunatamente, distante migliaia di anni luce da lei. «Mi ha detto... "non è colpa tua"».
Di nuovo quel verso strozzato. Era una risata. Ed era pianto. Voleva solo sprofondare. Joanna continuava a parlare e parlare, ma era un suono indistinto, un tutt'uno con la musica di Steve Vai che arrivava dritta dalle casse dello stereo. Alice era convinta di aver lasciato il volume al minimo, eppure le sembrava d'essere avvolta nella musica stessa, come se le note di "For the Love of God" formassero una sorta di calda trapunta. Quella canzone le sembrava la cosa più bella che avesse mai sentito. Dopotutto, qui Steve Vai riesce veramente a unire gusto, anima e una tecnica certamente elevata, ma non imperscrutabile. La frase principale dell'assolo viene ripresa a più battute, legate fra loro da eccentrici e variegati passaggi che raramente, e solo in determinati momenti, sfiorano le alte velocità. Al centro del brano vi è infatti pathos, la velocità è solo un'attrice non protagonista che, pur avendo una sua parte ben definita, resta sempre ben orchestrata per fare in modo che le rapide sfuriate appaiano contratte e mitraglianti, per poi dare ancora più respiro alle riprese della sequenza di note principali, creando un contrasto riuscitissimo sotto ogni aspetto.
Ascoltando tutto questo, Alice sognava. Sognando, tornò a quella volta in cui mentre trasmettevano un pezzo di Jimi Hendrix alla radio lei lo cantava a squarciagola, attirando subito l'attenzione dei suoi genitori. «Ah, già», pensò guardando la piccola sé stessa nel sogno, «vivevamo ancora tutti insieme». Quella volta credette che i genitori si sarebbero arrabbiati per il baccano, invece le dissero che la sua voce era meravigliosa, incredibile, e il giorno seguente la iscrissero a un corso di canto. Per un po' fu semplicemente bellissimo, pareva esistere solo la felicità, poi tutto naufragò in una sola volta: il corso, la famiglia, lei stessa. Non cantò più per parecchi anni.
Quando Alice si svegliò, era sola nella sua stanza. L'aria che filtrava dalla finestra le riempiva i polmoni inquinati, purificandoli. Lo stereo taceva. Si sentiva diversa, non avrebbe saputo dire in che modo. Corse verso il telefono, incespicando almeno tre volte lungo il tragitto; non era sicura del perché, ma doveva chiamare Miguel. Adesso. Appena fu accanto alla cornetta il telefono squillò facendola scattare come sull'attenti. Al terzo squillo sollevò la cornetta. Era proprio Miguel. Dopo alcuni istanti di chiacchiere a vuoto, il ragazzo mise da parte l'incertezza.
«Senti, Ally, la scuola come va? Dimmelo sinceramente»
«Non ci vado più da un pezzo, io... beh, tanto non credo che andrò mai al college» ridacchiò timidamente la ragazza. Stava per aggiungere qualcosa, ma l'amico all'altro capo del telefono la interruppe.
«Ally, il mio gruppo sta cercando una cantante. Vorremmo una voce femminile e io mi sono ricordato di quelle volte che ti ho sentita cantare. Sai, così ho parlato di te agli altri».
Alice Winter aprì la bocca, la chiuse, l'aprì nuovamente. Bisbigliò qualcosa al telefono. Non era sicura che l'amico l'avesse sentita, ma questi rispose comunque «Stai tranquilla, hai l'età giusta e uno dei coinquilini con cui condivido l'appartamento se n'è appena tornato nel Texas. Aveva troppo freddo, il cucciolo. Trovare lavoro non è difficile da queste parti e conosciamo già un sacco di locali. Che ne dici, Ally?»
«Dimmi solo una cosa» disse la ragazza, cercando di mascherare i singhiozzi «chi li scrive, i testi?»
«Ah, quelli li scrivo io!» rispose Miguel.
?«Allora siamo proprio nelle mani di Dio!» esclamò Alice, aggiungendo subito dopo, con una dolcezza che da anni non percepiva più nella sua voce «Arrivo». Riattaccò semplicemente, poi corse in camera sua. Il giorno dopo, Alice Winter prese il primo treno per Minneapolis. Non tornò mai più alla casa a Chicago, ma col tempo, forse complice la distanza, recuperò un poco del rapporto con la madre. Il padre, invece, tornò una presenza evanescente, ma a lei andava bene così. Ah, e non toccò mai più quella merda che le vendeva Joanna. L'aveva detto che poteva smettere quando voleva.

Attitude Song

Non c'è modo migliore di portare un'opera verso le sue fasi conclusive che alzando l'asticella dell'elettricità. Attitude Song serve maledettamente bene allo scopo, proprio come lascia intendere il senso del suo nome: la "canzone dell'attitudine". Questo pezzo viene dritto dall'album di debutto solista di Steve Vai, quel Flex-Able del 1984 così palesemente carico dell'influenza di Frank Zappa. L'attitudine sfacciata, marcatamente hard rock, che caratterizza il brano è figlia della scuola anni '70 che ha formato i musicisti della generazione di Vai, Satriani e molti altri protagonisti della scena dura tra gli anni '80 e la fine degli anni '90.
Ad Alice, che Steve Vai l'aveva "scoperto" per così dire "in differita", vista la differenza d'età, l'album di debutto del chitarrista italoamericano era piaciuto parecchio, ma con riserva. Il sound vecchio stile che caratterizza l'intera opera non era esattamente ciò che cercava, dal suo musicista preferito, ma già allora intuiva che il suo giudizio era deformato dalla conoscenza di una buona parte del repertorio successivo di Vai. Riascoltandolo nel 1996, la ragazza riuscì a cogliere pienamente il motivo per cui Steve si ostinava, a distanza di anni e anni, a riproporre quel brano praticamente ad ogni concerto. Era la sua energia, pura e semplice, e la dichiarazione d'intenti implicita nel titolo. Pochi dubbi: Steve Vai, Satriani, Johnson, e ogni singolo musicista che aveva calcato il palco quella sera, possedeva la cosiddetta "attitudine". Quella della vera rockstar.
Come avesse avuto una rivelazione, la ragazza si voltò a guardare l'amico; Miguel stava osservando il palco con apparente svogliatezza, ma le sue dita, impegnate a seguire quelle d Philip Bynoe, tradivano il profondo interesse per la performance della sezione ritmica, vera protagonista di quella canzone. Sì, Miguel l'attitudine ce l'aveva, pensò Alice. Ma lei? La ragazza voleva e doveva crederci. Gli altri, i giovani musicisti e musiciste con le quali aveva incrociato la sua strada da quando aveva lasciato la casa di Chicago e s'era trasferita a Minneaplis, l'attitudine non l'avevano. Alice e Miguel avevano suonato in lungo e in largo riuscendo a farsi un nome nella regione dei grandi laghi, dov'era difficile anche solo campare di musica senza fare roba folk con in testa un cappello da cowboy e un crocefisso al collo. I due vecchi amici riuscivano a vivere suonando, ormai, ma non riuscivano a portare avanti un progetto organico, non riuscivano a trovare compagni di viaggio sufficientemente motivati a fare il "grande passo". Ascoltare quel pezzo giovanile di Steve Vai, intriso d'una carica atavica ed infuocata, riempì Alice di rinnovata motivazione. il ritmo di "Attitude Song", infatti, è sostenutissimo e il chitarrista non molla un colpo. Dall'iniziale sviluppo dal tiro tipicamente hard rock, la chitarra "impazzisce" sempre di più passando dagli accordi alle sessioni soliste, le quali inizialmente si presentano come rapidi incisi tra uno stacco ritmico e l'altro, andando tuttavia ad aumentare gradualmente il tiro e rendendo il brano un unico, funambolico crescendo. In pratica, Steve Vai prima si crea il terreno di gioco con una semplice sequenza di accordi, dopodiché ci ricama sopra una sequenza d'innumerevoli trame soliste in cui utilizza tutte le tecniche a lui più care: tapping, bending e dirt picking a profusione, il tutto sullo sfondo di un continuo dialogo tra chitarra e batteria. Tra l'altro, Steve vai si era infilato un buffo cappello pure lui e s'era tolto già da un po' la camicia. Era più figo che mai, decreta Alice.
?Al termine di "Attitude Song", le luci si affievolirono insieme alle ultime note e alle acclamazioni del pubblico, dipingendo di un alone scuro il viso di Alice Winter, che non smetteva di applaudire. La mano di Miguel comparve dalla semioscurità, posandosi sulla sua spalla «Oh Ally, guarda che non è finita qui». Sul palco, ancora incandescente per le tre esibizioni soliste, stava per succedere qualcos'altro. 

Going Down

«Oh mio Dio, questa la suonava Jeff Beck!» urlò Chloe con improvviso trasporto. Mattia dovette ingoiare la propria ignoranza. Fortuna che aveva la scusa del rumore dell'esibizione, mica poteva rispondere! Sia la performance di Johnson che quella di Vai erano terminate, Satriani era tornato sul palco e aveva richiamato gli altri due chitarristi a suonare insieme a lui. Era il momento di una sacrosanta all together, l'ideale per rendere omaggio a una manciata di capisaldi e salutare definitivamente il proprio pubblico. Chloe aveva riconosciuto la canzone perché il padre, nonostante l'apparenza dello studioso tutto d'un pezzo, era un grande amante del rock vecchio stile e la musica di Jeff Beck, quando la ragazza era ancora piccola, aveva animato spesso i muri della sua grande casa appena fuori città. Quello che Chloe non sapeva è che quella del Jeff Beck Group era solo una delle tante versioni di Going Down ("scendendo", tradotto letteralmente). Il brano è infatti opera di Don Nix, uno dei personaggi più inafferrabili e insostituibili della musica del tardo novecento, scritta per l'album eponimo dei Moloch (no, non la band black metal). Divenuta ben presto uno standard, "Going Down" è famosa anche nelle versioni dei Deep Purple, dei Led Zeppelin, di Joe Bonamassa, Steve Ray Vaughan, dei Pearl Jam e di un mucchio d'altri artisti noti e meno noti. Al G3 del 1996 l'onere del canto spettò all'artefice del progetto, Joe Satriani, che se la cavò con un po' di fatica e tanta simpatia, ferma restando la smagliante performance generale. Come da tradizione per un genere essenzialmente pensato per intrattenere, il testo del brano è semplice e caratterizzato da frequenti ripetizioni, concettualmente basilare: lei se n'è andata e io me ne sto a guardarla dalla finestra, ma non resisto e scendo, I'm going down, down, down, striscio da lei abdicando il mio orgoglio. Non che non si possano trovare altre interpretazioni, tra l'altro, ché dopotutto il punto di certo rock 'n' roll non è nel cosa, ma nel come: nel suono delle parole. E, nonostante Satriani come cantante fosse un poco improvvisato, il giochino funzionò pure al G3, complice una bella esecuzione da parte di tutti i musicisti coinvolti; non solo Vai, Johnson e lo stesso Satriani, ma anche una sezione ritmica insieme scatenata ma precisa, ferma su di una base pensata per non subire sostanziali variazioni nei due brani che sarebbero seguiti. Mattia era divertito, ma anche parecchio colpito: per i musicisti lì sul palco quello era poco più che un gioco, un divertissement; per lui, era fantascienza. Avrebbe maledettamente desiderato confrontarsi con musicisti anche solo vicini a quel livello. Se solo avesse avuto una band.

My Guitar Wants to Kill Your Mama

«Non poteva mancare, questa!» Gridò Miguel all'attacco di un vero e proprio cavallo di battaglia del compianto Frank Zappa: My Guitar Wants to Kill Your Mama, del 1969. Sì, esatto, significa proprio "la mia chitarra vuole ammazzare tua mamma", e per coloro che, come Zappa, hanno combattuto la prima grande guerra generazionale a colpi di rock 'n' roll, non potrebbe esistere inno migliore. Alice rispose all'amico con un disarticolato "Waaaah", lanciandogli entrambe le braccia intorno al collo e la testa.
«Alifff non vefo nuffa e non refpiro» farfugliò il povero Miguel. Alice lasciò la presa con una punta d'imbarazzo «Scusa, ma questo è un pezzo che adoro» urlò all'orecchio dell'amico.
Da ragazzina, Alice aveva usato questa canzone come una sorta di valvola di sfogo nei confronti della madre, con la quale per anni non aveva avuto quello che dovrebbe essere un normale rapporto madre e figlia, nonostante la convivenza tra le due. A dire la verità, col tempo se ne sarebbe un po' vergognata, ma il pezzo rimase comunque tra i suoi preferiti. Il soggetto è quello classico della controcultura alla fine degli anni '60: un musicista capellone, un mezzo buono a nulla che vive la giornata, non riesce a passare una giornata decente insieme alla sua ragazza. Ogni volta che lui la va a trovare, la madre di lei è sempre in agguato per cacciarlo via; "tagliati i capelli!", gli urla addosso, impedendogli di frequentare la figlia e raggiungere il prevedibile traguardo. Nel 1969, concludere che "la mia chitarra vuole uccidere tua mamma e bruciare tuo papà", tra gli americani bianchi e perbenisti, era ancora un messaggio piuttosto forte, senz'altro non un testo adatto al tipico rock 'n' roll da classifica. Ma dopotutto, i The Mothers of Invention di Frank Zappa potevano e volevano permettersi questo e molto altro.
Al G3 di Minneapolis, la performance vocale fu affidata a Steve Vai, che se la cavò anche egregiamente, aiutato dal supporto vocale di un po' tutti i musicisti presenti sul palco (specialmente Mike Keneally, che nel frattempo s'era già rimesso "in borghese"). Fortunatamente, non solo Satriani e compagni scelsero pezzi relativamente facili da cantare, ma anche fisiologicamente portati a momenti corali, e non solo in termini di canto. La sinergia tra i chitarristi è qui infatti estremamente evidente: Steve Vai, Joe Satrieni ed Eric Johnson si ricavano ognuno un proprio spazio senza prevalere l'uno sull'altro, anzi, viaggiando all'unisono in una corsa chitarristica pressoché perfetta. In particolare, su questa cover si sente la differenza fra lo stile più blueseggiante di Johnson, protagonista del primo assolo, rispetto a quello di Vai e Satriani, mentre il main riff del ritornello funge da leitmotiv sul quale i tre chitarristi possono esprimersi con il loro personalissimo stile.
Alice era deliziata, guardare e ascoltare Steve Vai porgere omaggio all'uomo che ne aveva reso possibile la formazione come musicista di serie A, era insieme galvanizzante e commuovente. Soprattutto galvanizzante, concluse tra sé e sé. Tuttavia, pensò con un mezzo sorriso, lei avrebbe potuto cantare "My Guitar Wants to Kill Your Mama" anche un po' meglio di così. Se solo avesse avuto una band.

Red House

«Oh no, no, no, stolti gringos, non osate toccarmi il king dei king!» declamò Joshua all'attacco di Red House, "Casa Rossa", grande classico di una vera e propria leggenda del rock: Jimi Hendrix. Ethan non se la prese di certo con suo fratello, si vedeva chiaramente che scherzava e che anzi, era piuttosto galvanizzato all'idea di ascoltare un pezzo di Jimi. Ethan ricordava perfettamente quanto suo padre idolatrasse quell'incredibile artista. Dopotutto, parliamo dell'uomo che sul finire degli anni '60 aveva incarnato l'anno zero della chitarra rock, partendo dalle basi primigenie del blues americano. "Red House" è uno dei brani più noti presenti sull'album d'esordio dei The Jimi Hendrix Experience, quel "Are You Experienced" che aveva fatto la storia della musica dura nel 1967, ma forse, la sua fama è dovuta soprattutto al rifiuto da parte dell'etichetta discografica d'includerla nella versione americana dell'album, declamando che "all'America non piace il blues". Quantomeno ironico, specie in quegli anni di turbolente rivoluzioni dei costumi sociali.
Anche Ethan ammirava Jimi Hendrix, più che per la musica, dalla quale era lontano almeno un paio di generazioni, per la sua complessa e sottovalutata vicenda umana: Jimi era un afroamericano - di Seattle, proprio come Ethan e suo fratello - aveva un po' di sangue Cherokee, suonava il blues ma anche lo distorceva, e se ne andava in giro con un gruppo di bianchi inglesi a drogarsi e far ballare i giovani figli dei fori, gente che poco aveva a che fare con la ben più riottosa counter-culture afroamericana. Negli Stati Uniti, Jimi Hendrix era guardato con una certa antipatia da una white America completamente impreparata alla sua rivoluzione, oltre che in buona parte apertamente razzista, ma spesso, era guardato pure con malcelata disapprovazione da parte degli stessi americani di colore, che non l'avvertivano come un vero "alleato". Troppo nero per i bianchi, troppo eclettico per i neri, Jimi aveva trovato il suo destino in un Regno Unito in crisi economica e in piena rivoluzione culturale, una vera polveriera di creatività letteralmente aperta a tutto. Questo, aveva fatto la sua e la nostra fortuna. Il classicismo di scuola europea aveva finito per fondersi a una maniera del tutto nuova con il blues americano, di cui Hendrix era portatore sano, dando vita a qualcosa di nuovo e inaspettato: il rock come l'intendiamo noi oggi. Anche adesso, "Red House" rappresenta un meraviglioso ed esemplificativo anello di congiunzione tra due epoche, tra due lati dell'oceano e due culture differenti.
Nel 1996 del G3, fu subito chiaro a chi toccasse l'onore d'interpretare "Red House" all'auditorium di Minneapolis. Eric Johnson strinse la sua sei corde e si piazzò d'innanzi all'asta del microfono, circondato dai due alleati di quell'irripetibile serata. Prevedibilmente, la sua fu l'interpretazione più solida e, per certi versi, anche la più fedele. Lo storico disco tratto dal concerto ne è la prova: l'intera esecuzione prende l'avvio dalla performance vocale e canora di Johnson, alla quale Satriani e Vai si uniscono come coprotagonisti. Su questa cover c'è infatti molto più blues che in quelle precedenti, e anche se, più o meno "in sordina", i tapping e i pull off dei due chitarristi "moderni" si fanno sentire, sono gli incisi di Johnson a condurre le danze grazie alle sue note in bending, rilasciate con una maestria ricca di blues che si adatta perfettamente a questa rivisitazione di una delle ballate più calde e più sexy di Jimi Hendrix. Il testo è breve e divertente: sebbene possa essere letta anche in chiave universalmente (e sessualmente) allegorica, per Jimi "Red House" aveva un senso particolarmente autobiografico, elemento poco comune al blues tradizionale, che era giocato soprattutto sui cliché. La ragazza che abita nella "casa rossa" sarebbe infatti tale Betty Jean, vecchia fiamma del chitarrista dei tempi dell'high school; addirittura, si dice che Jimi avesse dato il nome della donzella alla sua prima chitarra, tale era il rapporto tra i due. Ma era pur sempre un rapporto tra due ragazzini. Tornato dal servizio militare, Jimi trovò la "casa rossa", che in realtà pare fosse marrone, vuota, proprio come il protagonista della canzone, ma non se ne ebbe a male: dopotutto, "se la mia baby non mi ama più, ci penserà sua sorella!", conclude sardonico il testo del brano.
Al G3, il senso delle parole passa fisiologicamente in secondo piano, lasciando spazio alla sola abilità chitarristica. La fine di questa storica canzone segna pure la fine del concerto, fra gli applausi del pubblico e un inchino memorabile dei cinque protagonisti della all together finale: Eric Johnson, Steve Vai, Joe Satriani, Jeff Campitelli e Stuart Hamm.
Ethan aveva ancora i brividi, ma prima d'iniziare ad avviarsi verso l'uscita si girò verso il fratello, che se ne stava immobile.
«Beh, che fai impalato, bello? Sei rimasto senza parole? Serio, dimmi che te ne pare»
«Amico, quelle chitarre hanno goduto tanto che mi è venuto duro».
Il naso di Ethan sbuffò sonoramente «Dio, Joshua, ma perché ti chiedo le cose?».
?Con "Red House", il G3 si chiuse laddove il rock era iniziato. Ethan appoggiò un braccio sulla spalla del fratello e i due s'avviarono all'uscita, guardandosi dietro un'ultima volta. Ai due sarebbe piaciuto da matti poter regalare un omaggio del genere a Jimi Hendrix, poter fare musica ispirandosi anche loro ai grandi del rock e del blues. Ah, se solo avessero avuto una band!

Conclusioni

Le luci del tramonto coloravano i moderni palazzi di Minneapolis di un alone rosato, e le strade solitamente ordinate e tranquille erano ancora animate da una folla d'individui provenienti da posti come Indiana, Missouri, Dakota o Wisconsin, ma c'erano pure un bel po' di canadesi in trasferta. Per la maggior parte era ciò che rimaneva del pubblico che quella sera, al Northrop Auditorium, aveva assistito al primo passo del progetto chiamato "G3". Chi ne aveva avuto la possibilità, aveva già preso il treno, o l'aereo o la macchina e se n'era tornato a casa, ma erano molti quelli che avevano deciso di passare la notte in città e affollare negozi, ristoranti e locali notturni. È il bello d'ospitare un evento del genere, dopotutto. Mattia e Chloe avevano la fortuna d'avere una casa a disposizione proprio in città, ma preferirono passare il resto della nottata in un pub nelle vicinanze che faceva musica dal vivo. Il ragazzo rideva e scherzava normalmente, ma Chloe avvertì chiaramente un sentimento nascosto che ormai iniziava a conoscere bene.
«Scommetto che vuoi suonarla. Dai, abbiamo la macchina qua vicino» disse lei.
«Ormai mi conosci troppo bene» le rispose Mattia, schioccandole un bacio sulle labbra.
Il parcheggio vicino era pieno di macchine, visto che quello del Northrop non era stato sufficiente a ospitare le auto di così tante persone, ma la gente era tutta in giro e la situazione pareva abbastanza tranquilla. Mattia aprì il bagagliaio della sua auto e ne tirò fuori una vecchia chitarra acustica, finemente decorata sul lato del battipenna. Quando Chloe si sedette vicino a lui sul cofano della macchina, il ragazzo suonò un paio di note, si fermò, improvvisò una ritmica con le labbra e infine riempì l'aria con la melodia di Red House... o almeno, di quella che pareva una versione curiosamente classicheggiante e raffinata di quel vecchio blues stradaiolo. Quando era su di giri, mettere le mani sulla vecchia chitarra di Jacopo era un'esigenza fisica, per lui, quasi una ossessione compulsiva. Il concerto cui aveva assistito, inutile dirlo, era decisamente roba da mandarlo su di giri. La ragazza bionda al suo fianco finse un'espressione imbarazzata.
«Scusami amore, non conosco le parole. Perché non la canti tu?» lo stuzzicò dolcemente Chloe.
Se c'era una cosa che Mattia cercava d'evitare, potendo, era cantare. A un sacco di gente piaceva la sua voce, ma lui era convinto che fosse terribile. Stava per interrompersi e rispondere qualcosa, quando una voce femminile iniziò ad intonare "There's a red house over yonder, that's where my baby stays", con una voce poco blues, ma decisamente soul.
«Niente male per un fiocco di neve» disse un ragazzo dalla pelle oliva, rivolto a una bellezza dai lunghi capelli neri e la pelle bianca come la luna. Alice ignorò la frecciatina di Miguel e continuò a cantare, avvicinandosi alla coppietta seduta sul cofano della macchina: Wait a minute, something's wrong, the key wont unlock the door.
L'amico di Alice s'avvicinò alla biondina, sfoderando la sua migliore faccia costernata «Ah, señorita, sembra proprio che il tuo compagno abbia perso la testa per la chica dai capelli neri... è un peccato, ma lascia che mi presenti: Miguel Castillo». Miguel si stava chinando a sfoggiare il suo famigerato baciamano, tipico di quando iniziava a mischiare inglese e spagnolo con qualche ragazza, trovandosi sul muso la mano di Alice.
«Scusatelo, non dovete prenderlo sul serio, per lui l'idiozia è come uno sport, un atleta delle cazzate» dichiarò Alice ruotando gli occhi, mettendosi tra l'amico e i due perfetti sconosciuti, chiaramente incerti se ridere o preoccuparsi. Qualcuno rise, alla fine, ma non era nessuno di loro. I quattro si girarono all'unisono come in una perfetta coreografia, strappando a Joshua Moore un'altra risata sguaiata.
«Amico, sei un comico nato, io dico che potresti fare concorrenza a Eddie Murphy, dimmelo se passi a esibirti dalle parti di Seattle» disse Joshua rivolto a Miguel, al quale però l'irriverenza piaceva infliggerla, non subirla.
«Cosa hai detto, bello?» rispose l'amico di Alice, facendo un passo avanti.
In quel momento un giovane uomo alto, dalla camminata nervosa, sbucò da dietro un'auto e si mise a fianco di Joshua, posandogli una mano sulla spalla con un certo vigore. «Vero, proprio un comico nato... mi ricorda te» sentenziò Ethan Moore, stringendo la presa sulla spalla del fratello, e rivolgendosi ai presenti aggiunse: «Scusatelo, è un atleta delle cazzate anche lui, pure un po' brillo».
«Amico, siamo tutti un po' brilli», disse Miguel, tornando indietro vicino ad Alice. Ethan passò lo sguardo da Alice a Mattia, sostenendo i loro sguardi, uno come in attesa, l'altro un poco sul chi vive. Alla fine, si rivolse proprio al ragazzo italiano «Senti, uhm...»
«Mi chiamo "Mattia"»
«Mah-tee-ah... mathee... quello che è. Ad ogni modo, mi faresti risentire quell'ultimo pezzo, quello che stavi suonando prima d'essere interrotto dal comico?». Mattia ebbe un attimo d'incertezza, ma le sue mani corsero alle corde prima ancora di aspettare la risposta del cervello. Ecco, era proprio lì, Might as well go on back down, Go back 'cross yonder over the hill, canticchiò mentre suonava.
Ethan prima ascoltò attentamente, poi d'improvviso si diresse verso Mattia «Ecco, è qui che sbagli secondo me. Fammi provare» disse nel suo stile privo di mezze misure. Mattia soppesò l'offerta: normalmente non avrebbe mai lasciato che uno sconosciuto toccasse quella chitarra. Negli occhi scuri di quel ragazzo di cui non sapeva nemmeno il nome, però, c'era qualcosa che bruciava, qualcosa che sentiva d'avere anche lui. Gli porse la chitarra.
«Si chiama Lucy». Ethan soppesò accuratamente lo strumento, mormorando «Piacere, Lucy», poi iniziò la sua versione di Red House, un vero blues nelle sue mani, ma con un groovin' tutto particolare, moderno e accattivante. Joshua, alle sue spalle, improvvisò la batteria, picchiettando sulla portiera dell'auto con la mano destra e sulla coscia con la sinistra, seguito ben presto da Miguel, occupato a tamburellare con le dita in perfetta sintonia con l'altro stimato comico. Neanche Alice riuscì a trattenersi, la sua voce riecheggiò forte questa volta Cos' if my baby don't love me no more, I know her sister will!
Chloe era semplicemente estasiata dallo spettacolo. Chissà se quei cinque se ne rendevano conto!
Dopo le presentazioni, Ethan e Mattia continuarono a scambiarsi Lucy l'uno con l'altro, uno metteva le parti ritmiche, l'altro quelle più melodiche, reinventandosi nota per nota l'antico brano di Jimi Hendrix. Joshua rideva «Ecco», diceva «Adesso abbiamo finalmente il nostro chitarrista italiano, e chi ci ferma!». Era solo una sparata, ma tutti ammutolirono, guardandosi l'uno con l'altro. Fu Chloe a rompere il silenzio «Ragazzi, se vi va di provare insieme, qualche volta, io ho un garage praticamente inutilizzato a casa dei miei, qui a Minneapolis. E mezza casa a completa disposizione. Noi avevamo in programma di tornare a New York, ma potremmo anche rimanere un po' e vedere come vanno le cose».
Ethan e Joshua parlottarono tra loro. «Che ne dici?»
«Beh, tanto non è che ci aspetti un lavoro fisso con stipendio a quattro zeri, a Seattle». I fratelli si girarono verso Chloe e Mattia, annuendo, poi tutti e quattro spostarono lo sguardo su Alice e Miguel. La ragazza era raggiante, ma manteneva un sorriso sarcastico maledettamente sensuale. Alzò una mano all'altezza del viso, il palmo verso l'alto.
«Hey, noi qui ci abitiamo... facciamolo!»
«Allora al diavolo» disse Miguel, indicando l'ingresso del pub oltre l'entrata del parcheggio «torniamo là dentro e facciamo un brindisi». Quella sera si parlò di Satriani, di Steve Vai, di Eric Johnson e del G3, si parlò di Jacopo e di Cyrus, si parlò di futuro.
Il G3 naturalmente fu un colossale successo, e col tempo divenne un appuntamento quasi annuale, vantando ospiti eccezionali, nessuno escluso: Chris Duarte, Andy Timmons, Neal Schon, Gary Hoey, Brian May, Billy Gibbons, Johnny A, George Lynch, Patrick Rondat, Guthrie Govan, Alejandro Silva, and Eric Sardinas. Kenny Wayne Shepherd, Yngwie Malmsteen, John Petrucci, Robert Fripp, Paul Gilbert, Steve Morse, Steve Lukather, Uli Jon Roth, Michael Schenker, Adrian Legg and many other special guests, including Tony MacAlpine, Johnny Hiland, Keith More.
?Oltre all'immancabile Joe Satriani, s'intende. Ma il tour del '96 con Steve Vai ed Eric Johnson, immortalato nel live album che abbiamo usato per raccontarvi questa storia... beh, quello è entrato nella leggenda.

1) Introduzione
2) Joe Satriani
3) Cool#9
4) Flying in a Blue Dream
5) Summer Song
6) Eric Johnson
7) Zap
8) Manhattan
9) Camel's Night Out
10) Steve Vai
11) Answers
12) For the Love of God
13) Attitude Song
14) Going Down
15) My Guitar Wants to Kill Your Mama
16) Red House
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