JOB FOR A COWBOY

Demonocracy

2012 - Metal Blade

A CURA DI
ANGELO LORENZO TENACE
29/04/2012
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Dal 2003 ne è passata di acqua di sotto i ponti e ce ne sono stati di cambiamenti, Jonny Davy lo sa benissimo, visto che è l'unico superstite della formazione originale dei Job For A Cowboy (sorte analoga dei belgi Aborted) ed è anche grazie a lui se ora stiamo ancora qui a parlarne. Partiti da un deathcore tritaossa e caotico, del tutto votato all'impatto, e trattando temi più apocalittici, con l'EP "Doom", i nostri hanno decisamente cambiato rotta fin dal loro primo full lenght "Genesis", virando verso un massiccio death metal, con le influenze "core" che si sono affievolite album dopo album, politicizzandosi sempre di più riguardo ai temi trattati, oltre al fatto che ci sono stati numerosi cambi di formazione. Infatti se con il primo parto c'era ancora qualche reminiscenza, con il seguente "Ruination" fu fatto ancora un altro passo in avanti, in termini tecnici ed a livello di sound, mantenendo però sempre inalterate certe malate atmosfere di fondo, ed i brutali vocalizzi del carismatico leader. Ulteriore fattore di crescita, è la fruibilità di ogni album: se infatti agli inizi la proposta era più immediata, con il tempo è diventata sempre più intricata e di difficile assimilazione, allontanando parecchi ascoltatori, vista l'ostico ammontare di riff e cambi di tempo, venendo spesso additati, a torto, come band di grande caratura tecnica, ma con poca sostanza (qualcuno ha detto Beneath The Massacre?). Dopo l'ottima prova dell'EP "Gloom" uscito appena un anno fa, per testare i nuovi membri entrati in formazione, ovvero Nick Schendzielos dei Cephalic Carnage al basso e Tony Sannicandro alla chitarra, quest'ultimo "Demonocracy" registra un ulteriore passo in avanti, continuando il processo evolutivo che ha da sempre caratterizzato la proposta della band. Infatti questa volta, è stata estirpata del tutto ogni minima influenza "core", ed è stato ulteriormente reso complesso il sound, anche se questa volta, ci sono molte più parti sparate di chiara derivazione thrash, che rendono le composizioni più accattivanti e taglienti. Dotato di una produzione potente e cristallina ad opera di Jason Suecof, che mette ancora più in mostra il basso e rilasciato per la Metal Blade, quest'ultimo parto è forse l'album più politicizzato dei nostri (la stupenda copertina, anche se può ricordare quella di un album ben più famoso, è un chiaro biglietto da visita) ed è inoltre caratterizzato anch'esso dalla poca accessibilità della proposta, anche se questa volta, la posta il palio è più succulenta e gustosa.



Si parte decisamente bene con "Children Of Deceit", narrando della corruzione del sistema politico, che menzogne su menzogne, infetta l'individuo offuscandoli la mente e rendendolo malato al punto da non saper più riconoscere la verità. Traccia molto efferata e violenta, che alterna sapientemente parti rallentate ad altre più incentrate sulla furia più assoluta, con malati solos di pregevole fattura, che già mettono in chiaro il livello tecnico maturato dai nostri, macinando parecchi riff di ottima fattura, dove si riscontrano anche quelle melodie dai toni oscuri, soprattutto in chiusura, che hanno da sempre caratterizzato la proposta dei nostri, un inizio fulminante insomma. "Nourishment Throught Bloodshed" fa il suo ingresso con delle melodie di chitarra veramente malate e pregevoli, che rimarranno a lungo nelle orecchie dell'ascoltatore, per poi snodarsi martellante e devastante, con blast beats al fulmicotone ed accelerazioni thrash, con un riffing sempre di primo ordine, senza lasciare tregua per tutta la sua durata, con un tagliente assolo di chitarra posto quasi in chiusura. Questa volta ad essere presa di mira, è l'industria bellica americana, che usa migliaia di giovani come carne da macello, aumentando il suo progresso tecnologico, per creare ulteriori strumenti di morte. "Imperium Wolves" parte senza nessun compromesso, ereggendo un ulteriore muro sonoro, per poi virare su tempi più sostenuti ed incalzanti, in cui la parte del leone è svolta dal lungo solo quasi a metà durata, probabilmente uno dei momenti migliori del disco, oltre al fatto che si respira un'aria asfissiante, visto che la traccia va rallentando con l'aumentare del minutaggio, narrando questa volta, dello sfruttamento dei ragazzini nelle guerre, a cui viene messo un Ak 47 fra le mani per seminare morte e distruzione, dicendo addio alla propria adolescenza, dicendo addio alla propria vita, tanto è che sul finale si odono rumori di guerra, con poche note di pianoforte malinconiche, che terminano il tutto in maniera tetra ed efficace. "Tongueless And Bound" si fregia di un intro in cui basso e chitarra duellano in maniera coinvolgente, per poi prendere forma nell'ennesimo assalto sonoro, dove però forse questa volta, ad essere maggiormente in luce, è Schendzielos, visto che ogni tanto slega le linee di basso dalle chitarre, rendendo il tutto più imprevedibile e di presa. Narrando dell'occultamento da parte dei governi, della speculazione sulla loro corruzione da parte di uomini che hanno avuto il coraggio di ribellarsi, segnando il proprio destino in nome della libertà, a saltare all'occhio, o meglio, all'orecchio è la citazione al classico slogan della famosa graphic novel di Alan Moore "Whatchmen" (Who watches the watchmen?). Ed eccoci ad una delle tracce migliori del platter "Black Discharge", che alterna parti pachidermiche e martellanti, a furiose accellerazioni, con il solito ed intricato riffing. Come se non bastasse a dare maggior spessore al brano, c'è un maestoso assolo posto a metà durata, melodicamente oscuro, dopo il quale, la furia riprende più forsennata che in precedenza. Il tema portante è la folle corsa al petrolio, il cosìdetto "oro nero" che squarcia il mondo con guerre e disastri ambientali, visto forse, come il vero "Dio", nella grigia e folle esistenza dell'essere umano. A seguire c'è forse la traccia più melodica del disco "The Manipulation Stream", che si fregia di un riffing arioso e dinamico, anche se pur sempre tagliente come un rasoio, mantenendo intatta la brutalità che caratterizza tutto il platter. Da segnalare la grande presenza di solos, anch'essi tetramente melodici e di buon gusto, che faranno capolino per tutta la traccia, rendendola decisamente dinamica, narrando della manipolazione dei media, che illudono la popolazione con false notizie e soprattutto false speranze, incutendo terrore e cibandosi dell'ignoranza, per poter tenere in scacco i deboli. "The Deity Misconception" porta con sè quanto di buono è stato fatto fino ad ora, riproponendolo in maniera ancora più efferata e soffocante, con blast beat senza sosta e rallentamenti dissonanti, con varie melodie che si incasellano come tessere di un puzzle sul devastante quadro sonoro. Inutile dire che anche questa volta è stato svolto un gran lavoro in fase solistica e sia per quanto riguarda i temi trattati, che potrebbero far venire in mente George W.Bush figlio, uno dei politici più odiati della storia. "Fearmonger" è un ulteriore massacro, anche se questa volta si verte sulla brutalità più assoluta, con repentine accelerazioni thrash, si prende un pò il respiro con un riffing arioso che precede ogni assolo, per poi battere nuovamente su tempi più sparati, fino alla cadenzata chiusura. Ad essere presi di mira, sono le grandi fiere delle armi, dove ricchi uomini d'affari costruiscono i loro profitti su milioni di morti. Come da tradizione in ogni album dei Job For A Cowboy, in chiusura c'è sempre la traccia più cadenzata e doomish, ed anche questo platter non fa eccezione. "Tarnished Gluttony", oltre ad essere uno degli episodi migliori dell'album, va a chiudere le danze in maniera spettacolare, grazie alla suo tetro e malinconico incedere, condito dalla solite tetre e malate melodie, che però qui trovano maggior spazio, rendendo il tutto dannatamente opprimente ed entusiasmante, tramortendo lentamente l'ascoltatore, raccontando del grande disastro economico che sta caratterizzando la nostra era, che collasserà lentamente, nonostante ogni qualsivoglia futile tentativo di resistenza.



Con quest'album i Job For A Cowboy hanno fatto il deciso salto di qualità, anche se già in passato non hanno mai avuto niente da dimostrare a nessuno, tagliando definitivamente il cordone ombelicale con le influenze "core" e consegnandoci una grande opera, dimostrazione della piena maturità del combo e la consapevolezza dei propri mezzi, in cui indubbiamente la musica ha sempre un ruolo in primo piano, ma a differenza di moltre altre band sullo stesso genere, anche da un punto di vista delle lyrics ci troviamo dinanzi ad un grande lavoro di ricerca e dedizione da parte di Davy. Per tirare in ballo un altra graphic novel di Alan Moore, ci verrebbe da dire che questo sarebbe esattamente l'album che scriverebbe V, da "V per Vendetta" se si darebbe dato al technical death metal. Inutile dire che il più grande difetto dell'album, come del resto della proprosta dei nostri, è sempre la sua poca accessibilità, che costringe il fruitore a numerosi, parecchi ascolti, per poterne assimilare ogni piccola sfaccettatura, ed apprezzarne il grande lavoro che è stato svolto dietro. In definitiva l'album migliore della loro ancora breve discografia.


1) Children Of Deceit
2) Nourishment Through Bloodshed
3) Imperium Wolves
4) Tongueless And Bound
5) Black Discharge
6) The Manipulation Stream
7) The Deity Misconception
8) Fearmonger
9) Tarnished Gluttony