JETHRO TULL

Under Wraps

1984 - Chrysalis

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
22/06/2021
TEMPO DI LETTURA:
5

Introduzione Recensione

Il precedente "Broadsword" ha riportato la chiesa al centro di Tullandia. Pur non consegnando nessuna certificazione di vendita, l'album è entrato con facilità nel cuore dei fans grazie ad una track list a dir poco eccellente che mixa le nuove sonorità elettroniche alle incantevoli trame prog folk del passato. In sede live, per fortuna vengono abbandonate le buffe tute bianche d "A" a favore di un affascinante palco a forma di longship vichinga, con i nostri nelle medievaleggianti vesti di menestrelli e Ian Anderson in compagnia dello spadone e di una inquietante bestia dagli occhi rossi luminescenti, portata sulle spalle durante l'esecuzione delle due title track. Purtroppo, alla fine del suddetto tour, il drummer Gerry Conway improvvisamente non si rese disponibile per ragioni a me oscure. Come se non bastasse, si aggiunsero nuove date dovute al forfait di alcune stelle in vari festival britannici, e i nostri dovettero ricorrere a soluzioni d'emergenza, come in occasione della serata del Princes Trust Gala, un concerto di beneficenza voluto dal Principe Carlo per sostenere le varie organizzazioni che aiutavano i giovani caduti nelle appiccicose ragnatele del mondo della droga. Il ricco palinsesto della serata al Dominion Theatre ubicato in Tottenham Court Road che si tenne il 21 Luglio del 1982, fra le tante stelle prevedeva in scaletta anche Phil Collins. Senza un batterista, i nostri provarono a chiedere al talentuoso drummer dei Genesis se poteva aiutarli, ed il simpatico e buon Phil accettò di buona lena. Come era prevedibile, la performance dei Jethro Tull con Phil Collins dietro alle pelli, fu premiata come la migliore dell'intera serata. Dopo aver rattoppato qualche buco, i nostri si presero una inevitabile pausa, dove Ian Anderson si dedicò alla sua attività di salmoni sull'isola di Skye e finalmente al suo primo album da solista. Ritenendo anacronistico un album acustico come volevano i fan, il nostro si mise a collaborare con Peter John Vettese dando vita a "Walk Into Light", pubblicato il 18 Novembre del 1983, un album in pieno stile anni ottanta che andava ad esplorare le nuove sonorità digitali, dove predominava il frizzante sound del pop elettronico e dove Anderson ad esclusione delle tastiere suonava tutti gli altri strumenti, iniziando a prendere confidenza con la programmazione dei sequencer e della drum machine, tanto in voga in quegli anni. Nonostante le buone potenzialità del singolo "Fly By Night", l'album non fu apprezzato dal popolo Tulliano, che lo riteneva troppo distante dal sound della band. Nonostante il disappunto dei fan, Ian Anderson e John Vettese erano troppo presi dalle sonorità elettroniche del nuovo decennio e decisero di continuare sulla medesima strada iniziando a comporre nuovo materiale per il futuro album dei Jethro Tull, ovviando alla mancanza di un batterista in carne ed ossa con la gelida LinnDrum, una batteria elettronica lanciata dalla Linn Electronics nel 1982,  strumento digitale molto in voga in quegli anni che ha contribuito alla realizzazioni di indelebili successi come "Relax" dei Frankie Goes to Hollywood, "Take On Me" degli a-Ha, "Shout"dei Tears for Fears e Lucky "Star" di Madonna, solo per citarne alcuni. Ian Anderson allestì un proprio studio di registrazione all'interno della sua affascinante villa vittoriana sull'Isola di Skye e dopo una lunga gestazione (si parla proprio di nove mesi) venne alla luce "Under Wraps (Sotto Copertura)" l'album più controverso dell'intera discografia Tulliana, tanto da far impallidire il per me ottimo "A Passion Play", che all'epoca fu voce di molteplici dibattiti. Il suo sound tipicamente "anni'80" che si discostava in maniera smisurata dalle classiche sonorità tulliane, divise il popolo dei fan e non solo, creando discrepanze anche all'interno della band, passando dall'essere l'album preferito di Martin Barre a quello più odiato di Dave Pegg, che sosteneva che le canzoni rimaste fuori dalla track list di "Broadsword" avrebbero dato vita ad un album di gran lunga migliore. Le liriche affrontano tematiche sociali e in alcuni casi si affacciano nell'avventuroso e segreto mondo dello spionaggio. "Under Wraps" vanta molteplici primati, è il primo album dei Jethro Tull senza un batterista, il primo ad essere stato registrato in uno studio casalingo e rilasciato in CD, e la versione digitale con quattro tracce in più rispetto al vinile possiede la track list più lunga con ben quindici canzoni di media durata che confezionano oltre un'ora di musica (altro primato). Infine è l'album che interrompe l'interregno compositivo di Re Anderson, che in solitario firma solo quattro canzoni. Ben nove invece sono state scritte a quattro mani dall'affiatato duo Anderson -Vettese, mentre in due tracce ai due si è aggiunto Martin Barre. Penso di aver stuzzicato abbastanza la vostra curiosità, è giunta l'ora di inserire il CD nel nostro lettore andando ad ascoltare l'ennesima sorpresa Tulliana e decidere se schierarsi dalla parte di Martin Barre o con Dave Pegg.

Lap of Luxury

Appena la puntina tocca il vinile o premiamo il tasto play del lettore CD siamo subito spiazzati dal sound tipicamente anni'80 di "Lap Of Luxury (Lusso Sfrenato)", canzone che comunque funziona bene e che è stata pubblicata come singolo il 19 Settembre del 1984. Il brano viene aperto dalle fredde sonorità della LinnDrum, supportata da un martellante tappeto di sedicesime sparate da un poco ispirato Dave Pegg. Le futuristiche tastiere di Vettese e schitarrate distorte colorano un grigio problema purtroppo ancora attuale, quello del troppo dislivello economico fra i ricchi e il proletariato, i cui pochi soldi guadagnati con il sudore non dureranno per sempre, come dice Ian Anderson, anzi, quando finiranno ci sarà sempre qualche aguzzino a presentare tutti i conti da saldare, come l'oneroso affitto della casa. Chi naviga in pessime condizioni economiche è alla continua ricerca di appartamenti a buon mercato, che purtroppo non crescono sugli alberi, sottolinea con ironia il nostro. Non ci rimane che sognare una vita immersa nel lusso sfrenato dice l'effimero ritornello, dove un gelido flauto traverso prova a fondersi con le sonorità del nuovo decennio. John Vettese domina in maniera assoluta, accompagnando i sogni di gloria degli operai, che cercano lavori più redditizi per poter coronare i propri sogni ed entrare a far parte del mondo del lusso sfrenato. "Ho bisogno di soldi, ora, per calmare il mio cuore!" è la frase significativa che cancella il proverbiale detto "l'importante è la salute", frase che annuncia uno breve ma interessante assolo di chitarra. Dopo un suggestivo intermezzo che gioca con il titolo tornano i sogni lussuosi identificati nelle macchine made in Japan come la Datsun (che in futuro diventerà Nissan) e la Toyota. L'ultima strofa vede Ian Anderson accompagnato dalla fredda LinnDrum, mentre sul finire timide sfiatate di flauto evaporano velocemente in fader. Queste nuove sonorità ci lasciano spiazzati, scopriamo se si tratta di una fugace escursione nel pop rock elettronico o se sarà la linea musicale predominante del nuovo platter.

Under Wraps #1

Andando avanti troviamo la prima delle due title track, "Under Wraps #1" altro brano che ad un primo ascolto pare funzionare e che come si evince dal titolo, traducibile in "Sotto Copertura", ci porta nello spietato mondo dello spionaggio, dove gli agenti segreti dell'intelligence vanno alla ricerca di informazioni riservate da rubare ai nemici, in modo da ottenere vantaggi militari, politici ma soprattutto economici. E' sempre Vettese il protagonista, con ottantiani riff di tastiera che accompagnano un sibillino giochetto a due voci che mette in evidenzia la furtività con cui sono costretti a muoversi gli agenti segreti, sempre nell'ombra alla ricerca di dati da immagazzinare. Il bridge, seppur breve mette in mostra un ammaliante linea vocale, che però non annuncia ancora il ritornello. Nella strofa vengono ancora elencati i comandamenti che ogni rispettabile 007 deve osservare, muoversi leggero come l'aria, senza mai dire una parola e sempre "sul chi va là", con lo stesso livello d'attenzione di un letale predatore della savana. Stavolta il bridge ci presenta l'inciso, una ammaliante linea vocale tipica del periodo si appoggia sulle pompose tastiere di Vettese giocando ancora una volta attorno al titolo, che si rivela azzeccato. Dopo un breve stacco dove le tastiere alla Duran Duran spadroneggiano inseguite da timide sfiatate di flauto si torna nell'affascinante mondo di James Bond, incontrando un agente novizio che chiede aiuto ad una benedizione che lo accompagni e lo protegga in un mondo pieno di segreti e sotterfugi, dove dovrà muoversi discretamente e con attenzione sia durante una fresca notte di mezza Estate, sia fra le foglie secche ed ingiallite dell'Autunno, sia in una gelida notte d'Inverno. Persino durante il sonno un agente segreto deve dormire con un occhio aperto, perché il nemico striscia furtivo come un ninja, sempre pronto a colpirti quando meno te lo aspetti. Al minuto 02:30 troviamo un interessante interludio strumentale che non avrebbe sfigurato nella colonna sonora di "A View to a Kill" o "Octopussy" dove la tastiera e il flauto si inseguono sotto il fuoco incrociato della cibernetica sezione ritmica. Da qui in poi uno scontato copia e incolla tipico dell'epoca ci fa dubitare sulla creatività dei nostri, che ci salutano con un timido assolo di chitarra che evapora lentamente verso l'epilogo. 

European Legacy

"European Legacy (Eredità Europea)" chiude il trittico iniziale di brani firmati Ian Anderson, un canzone che ci lascia ben sperare visto un massiccio uso di flauto e chitarra acustica, ma non eccitatevi, i gelidi colpi della drum machine raffreddano i bollenti spiriti tulliani che sembravano tornare se pur timidamente. Rimane comunque una discreta canzone con una interessante linea vocale ed una magistrale interpretazione da parte del Menestrello Scozzese, che in apertura ci sorprende con un sibillino trillo del flauto. Un vivace strumming di chitarra annuncia la strofa, dove il nostro esterna preoccupazioni a riguardo di una identità europea che con il passare degli anni sembra svanire, contaminata nel corso degli anni da usi e costumi di visitatori più o meno ostili. Le nuove tendenze come la nouvelle cuisine e gli oyster bar sono considerate serie minacce che possono portare verso una lenta estinzione la vecchia cucina tradizionale albionica, è questo il cristallino esempio con cui il nostro evidenzia un preoccupante allontanamento dalle tradizioni, e mi chiedo cosa stia pensando oggi Ian Anderson, difronte ad un'Europa letteralmente travolta dalla globalizzazione. L'ammaliante linea vocale colma di rimpianti va a scavare nel passato, cercando fra i castelli immersi nel verde delle Highlands o sulle fortezze che si ergono sulle scogliere delle maggiori isole dell'Arcipelago Scozzese, quando già mille anni fa nuovi avventori portavano nella Perfida Albione nuove usanze, nuovi sapori e nuovi costumi, iniziando a minacciare quella che con il tempo sarebbe diventata l'eredità europea. Intorno al minuto 02:05 incontriamo un interludio strumentale che vede protagonista il flauto, bombardato dalle futuristiche raffiche di suoni elettronici sparate da John Vettese. Nella strofa finale il nostro ci confessa che l'Isola di Skye riesce a mantenere ancora inalterate le ataviche tradizioni, ma dal Sud avanza la minaccia, accompagnata dal triste canto degli uccelli marini. I variopinti suoni della musica inglese giungono sulle spiagge dell'isola, per ora la musica britannica sembra essere inattaccabile dalle nuove tendenze, mantenendo il caldo e affascinante ritmo europeo.

Later, That Same Evening

Le prossime cinque tracce portano la firma del duo Ian Anderson-Peter-John Vettese. Con "Later, That Same Evening (Più Tardi, Quella Stessa Sera)" inizia a scendere la qualità, un brano tipicamente anni '80 che di Tulliano ha poco o nulla, avvicinandosi molto al sound di Alphaville Duran Duran e Tears For Fears. John Vettese ci riporta nell'avventuroso mondo dello spionaggio con suoni tipici del decennio, accompagnato dal freddo e zoppicante ritmo della drum machine. Anche di fronte ad un brano non entusiasmante, Ian Anderson riesce a tirare fuori dal cilindro una linea vocale di spessore, proiettando una pellicola di spionaggio a sfondo romantico, una storia di due agenti segreti innamorati, che si inseguono, mancando l'appuntamento sempre per pochi istanti a causa di telefonate provvidenziali che salvano la donna in fuga dal governo. L'uomo, esasperato da questa infinita rincorsa si sente un po' il Willy Coyote della situazione, vedendosi sempre sfuggire la preda quando pensava di averla finalmente presa. Per avvicinarsi è in cerca di tattiche che esulano dal mondo dello spionaggio, come tappezzare i maggiori aeroporti mondiali con la sua foto. Nell'ottantiana seconda strofa scopriamo che i due agenti prima stavano dalla medesima parte, avevano bevuto un drink ed alloggiato nella stessa camera d'albergo durante una missione, poi la ragazza è passata dalla parte del nemico per chissà quale motivo. C'è rabbia e grinta nella voce di Anderson nell'inciso, il governo rivuole indietro la sua agente, invero anche l'incaricato del recupero la rivuole indietro, ma per altri scopi, e sa benissimo che una volta riconsegnata al Paese, difficilmente potrà riaverla. Continua l'inseguimento nella strofa successiva, dove sono sempre le tastiere a predominare. Il traffico radio è intasato di informazioni, la ragazza pare sia stata vista nei pressi di un porticciolo, ma anche stavolta lo sfortunato agente è arrivato tardi e vede la ragazzi allontanarsi lentamente a bordo di un sottomarino, a lui gli piace pensare che lo ha salutato con un bacio, mentre le aragoste incuriosite guardavano quella strana creatura metallica nuotare verso l'ignoto. Dopo un ultimo passaggio del ritornello, i nostri ci salutano con una coda strumentale, le tastiere e i lamenti della chitarra ci fanno immaginare il sommergibile che si immerge lentamente, sotto lo sguardo attonito dell'agente innamorato, dispiaciuto di essersi fatto sfuggire ancora la preda, ma felice per aver lasciato in libertà la donna che ama.

Saboteur

Come si evince dal titolo, si rimane nell'ambito dello spionaggio con "Saboteur (Sabotatore)", brano che conferma una preoccupante discesa qualitativa. Martin Barre tenta di tenere testa alle squillanti tastiere di Vettese con una serie di accordi distorti, accompagnando le gesta di un agente segreto a cui è stato affibbiato di sabotare qualcosa di imprecisato, in modo da portare vantaggi economici alla nazione a scapito di alcune vite umane. Un'azione di disturbo che potrebbe causare vittime innocenti non accettata dallo stesso sabotatore, che furtivamente si muove nell'ombra. Neanche le timide e gelide sfiatate del flauto riescono a dare un'anima tulliana al brano, mentre Anderson va a scavare nel suo glorioso passato andando a rispolverare le anatre dipinte che adornano le case britanniche (omaggiate in "One White Duck") come se invano volesse colorare con il suo amato prog folk le squillanti tastiere di Vettese e i frenetici colpi della drum machine. Un sabotaggio fatto a regola d'arte semplifica le cose, specie quando in gioco ci sono delle vite umane. Un paio di schitarrate invitano la LinnDrum ad imitare un gelido tappeto di doppia cassa che mi fa sorridere, mentre il sabotatore si svela, precisando che sta solamente facendo il suo lavoro, seguendo degli ordini impartiti dall'alto, come se volesse scusarsi delle sue deplorevoli gesta. Martin Barre si diverte con lancinante assolo di chitarra, seguito da funamboliche escursioni tastieristiche. La doppia cassa priva di sentimento rende quasi insopportabile questo breve interludio strumentale che ci riporta al cospetto del killer in cerca di redenzione. Giochi di voci e freddi echi tipici l'epoca ci invogliano a passare oltre nonostante Anderson tenta di contaminare il sound con il flauto traverso, ma il risultato non cambia. Il sicario tenta di giustificarsi sostenendo che da sempre la storia ha scritto pagine dipinte di grigio che avrebbero dovuto essere tagliate ma che purtroppo rimangono indelebili nel tempo, ma che qualcuno comunque riesce a celebrare come una santa festa in nome dello spietato Dio Denaro. Forse il desiderio più grande del sabotatore è sabotare l'ordine di sabotaggio che gli è stato impartito. Musicalmente parlando, meglio passare oltre.

Radio Free Moscow

Uno zapping sulla radio apre "Radio Free Moscow", senza ombra di dubbio il brano meno tulliano dell'intera discografia dal 1969 al 1984. La totale assenza del flauto e una voce di Anderson quasi irriconoscibile che danza fra i fiumi di musica elettronica metterebbe in crisi anche "l'uomo gatto" se dopo l'ascolto di pochi secondi gli venisse chiesto il nome della band. In questo brano John Peter Vettese domina dall'alto del suo castello di tastiere, sparando raffiche di suoni spaziali ricamati dal geniale Martin Barre. Con una buona dose di ironia e polemica, Ian Anderson dice la sua sulle radio controllate dallo stato come Radio Free Europe, voce dell'est Europa con lo scopo dichiarato di promuovere i valori e le istituzioni democratiche tramite la diffusione di informazioni e idee fattuali. Un'altra radio finita nel mirino del nostro è Moskovskoe Radio, emittente ufficiale dello stato della Russia che raramente trasmetteva in diretta in modo che il regime fosse in grado di controllare a dovere tutti i messaggi liberati nell'etere. Il nostro sogna una emittente radio libera, in grado di lanciare messaggi sinceri, senza dover passare sotto il rigido scanner dello Stato e passare indenne dai campi minati dove si combatte la guerra delle onde radio. Nel breve inciso esce timidamente dal torpore Dave Pegg, con una manciata di note pungenti che emergono dalle squillanti trame di tastiera. Nella seconda strofa viene chiamata in causa n'altra nota emittente, Voice Of America, creata dagli USA e dalla CIA durante il periodo della guerra fredda, andando a chiudere un trittico di emittenti radio che celavano il fantasma della disinformazione. Il brano va avanti con le colorate note sparate da Vettese, cori e controcanti tipicamente anni '80 allontanandosi sempre di più dal sound Tulliano. Nella parte finale troviamo finalmente una seppur banale variazione ritmica. La gelida LinnDrum abbassa il potenziometro dei BPM le tastiere ci avvolgono come una coperta di velluto, Anderson interpreta magistralmente l'ultima strofa, entrando negli studi di una radio clandestina, dove il conduttore è libero di trasmettere ciò che vuole e di lanciare messaggi in nome della sincerità. La batteria elettronica riprende il suo gelido cammino spedito, la chitarra elettrica è finalmente protagonista con grintosi accordi che spingono Anderson a cospargere un pizzico di peperoncino piccante sull'ottima linea vocale, qualcuno sta bussando alla porta, la radio clandestina è stata scoperta. Il ritornello in loop ci accompagna verso la fine di questo brano che non ha proprio nulla di Jethro Tull.

Astronomy

Le prossime due canzoni fanno parte del lotto di quattro bonus track non presenti sul vinile originale ed inserite nella cospicua e più allettante versione in CD e musicassetta. Già dalle prime note si capisce che "Astronomy (Astronomia)" non avrebbe sfigurato su un album del nostro Den Harrow, ma qui che ci crediate o no, stiamo ascoltando il disco numero quindici dei Jethro Tull. Tanto per cambiare il protagonista è Vettese, con trame che sembrano uscite dalla sigla di una serie TV fantascientifica anni '80. Le liriche scoprono un'altra passione di Ian Anderson, l'astronomia. Siamo nel bel mezzo di una delle tante strade intasate di Londra. Imbottigliato nel claustrofobico traffico londinese, un tizio diretto ad un osservatorio smarrisce tutta la sua pazienza fra le luci del traffico e decide di raggiungere la sua meta a piedi, abbandonando l'auto, incamminandosi con il suo telescopio sotto braccio. Il brioso inciso abbandona la ritmica zoppicante mentre un gatto sornione cammina solitario sotto il cielo stellato, dipinto dal nostro come un gigantesco ombrello puntellato di luci. Nella seconda strofa il nostro va a scavare nel tempo, giungendo agli albori dell'astronomia, chiamando in causa una fantomatica Miss Galileo e la copernicana nuova astronomia. Galileo Galilei, mio illustre concittadino, è considerato il padre della scienza moderna e dell'astronomia, appoggiò da subito la teoria di Nicolò Copernico che vedeva il Sole al centro di tutto l'Universo, considerando la stella infuocata essenziale per la vita sulla Terra. Continuano le citazioni, in mezzo a criptiche licenze poetiche troviamo il Quasar, termine coniato dall'astrofisico Hong-Yee Chiu che sta ad indicare un nucleo galattico attivo ed estremamente luminoso. A circa metà canzone John Vettese si diverte con un riff di Jumpiane memorie, mentre Martin Lancelot Barre ci sveglia dal torpore elettronico con un fugace fraseggio di chitarra che ricorda molto da vicino quelli del maestro Howe. Si torna all'osservatorio, il protagonista si svela essere un occhialuto e distinto astronomo, le tasche del suo camice bianco sono intasate da svariati oggetti che si mescolano ai suoi appunti. L'inciso ci informa che sue ricerche sembrano portare novità interessanti che potrebbero rivoluzionare le leggi dell'astronomia. Sembra che l'astronomo abbia fatto una scoperta rivoluzionaria, ansioso di renderla pubblica non teme le conseguenze che potrebbe vere.  Le tastiere alla Jump dell'inciso ci portano verso il mistero più oscuro che da eoni accompagna l'uomo, il Big Bang. L'ambizioso scienziato è determinato e punta a risolvere il più grande mistero dell'universo. Brano simpatico che si perde nella monotonia del platter.

Tundra

Una fredda e misteriosa introduzione made in Vettese ci trasporta nel gelido scenario della "Tundra", un terreno desertico tipico delle zone artiche caratterizzato da isole terrose o detritiche, che consente lo sviluppo della vegetazione durante l'effimero periodo estivo, vegetazione che si limita a muschi, licheni e arbusti nani sempreverdi. Con la temperatura che nei mesi più freddi può scendere fino a quaranta-cinquanta gradi sotto lo zero, anche la fauna è molto limitata. Durante la breve e fresca Estate, dove raramente si superano i dieci gradi centigradi, alcuni uccelli vi nidificano, mentre nelle zone meno impervie è possibile incontrare renne, alci, volpi polari grizzly, lupi, il simpatico lemming già omaggiato in passato da Anderson in "Moths", uccelli rapaci e nelle zone vicino al mare gli orsi polari. La tundra è lo scenario scelto dal nostro per girare la nuova puntata della sua serie dedicata allo spionaggio. Seguendo il mid tempo della LinnDrum e le glaciali tastiere, Ian Anderson canta a denti stretti le gesta di un agente segreto che si trova nel bianco e freddo deserto polare, dove trova un paio di racchette da neve, ma il mistero si infittisce quando non riesce ad identificare nessuna impronta, né tantomeno qualsiasi tipo di altra traccia lasciata dal misterioso avventore. L'inciso non riesce a far decollare il brano, l'uomo è perplesso dalla totale assenza di tracce, tanto da pensare che si tratti una entità ultraterrena. In cielo, alcune poiane girano volano in cerchio, hanno individuato una salma o una carcassa di animale, comunque sia per loro nei periodi più bui, la morte è sinonimo di cibo. Il flauto traverso soffia gelido e tagliente come un vento artico, sovrastato dalla incessante ritmica della drum machine e dalle glaciali trame delle tastiere. A spezzare in due il brano troviamo un breve interludio strumentale, Vettese aumenta la suspense con un sibillino tema di tastiera, ricamato con decisione dalla chitarra elettrica. L'estenuante ricerca ha portato allo sfinimento il pur testato fisico dell'agente segreto, deve fermarsi a contemplare, riposando i suoi piedi e cercando conforto nelle ultime gocce di brandy rimaste nella sua fiaschetta. L'infernale controcanto che dice "tundra" cosparge una buona dose di terrore, nell'inciso il mistero sembra non trovale una soluzione nel gelido scenario siberiano. Nella strofa conclusiva troviamo la soluzione dell'arcano. Un fuggiasco da giorni vaga nel deserto artico, scaltro e abile a cancellare le sue impronte in modo da non essere individuato. Nonostante si tratti di una bonus track, le fredde atmosfere di "Tundra" hanno qualcosa in più rispetto alle precedenti quattro tracce, ma in un album dove regna la mediocrità non è difficile emergere.

Nobody's Car

"Nobody's Car (La Macchina Di Nessuno)" è la prima delle due tracce che portano la firma del trio Anderson-Barre-Vettese, ma nonostante i primi secondi che grazie al flauto traverso lasciano trasparire una velata parvenza Tulliana, si tratta dell'ennesimo brano mediocre destinato a finire nel dimenticatoio. Sicuramente stiamo ascoltando la canzone dove Vettese esagera di meno con i synth e dove una sobria programmazione della LinnDrum sembra mettere a suo agio lo sconsolato Dave Pegg. La scolastica progressione di accordi eseguita all'unisono che sostiene quasi tutto il brano con il tempo diventa nauseante. Sono interessanti invece le liriche, che affrontano una vecchia leggenda metropolitana che girava nei paesi dell'Est Europa fra il 1960 ed il 1970. La leggenda narra che per le grigie vie dell'Est transitava una GAZ-21 o GAZ-24 nera, automobili di matrice russa molto simili denominate "Volga". A seconda del paese alla guida della temibile Volga nera, che spezzava la sua oscura livrea con alcuni particolari in bianco che potevano essere i cerchioni e delle tendine, potevano esserci ebrei, rappresentanti della chiesa come sacerdoti preti o suore, ebrei, la temuta polizia segreta comunista, la spietata mafia russa, vampiri (presumo in Romania ndr), satanisti o addirittura Satana stesso, comunque sia personaggi o entità temuti dagli abitanti dell'Europa Orientale in quel periodo. Chiunque ci fosse alla guida, durante il suo macabro tragitto rapiva persone, principalmente bambini, pare destinati al traffico degli organi o giovani ed avvenenti ragazze, destinate al triste mercato della prostituzione. Ovviamente, in molti sostengono che la targa portasse l'iconico numero 666. L'arcana e banale progressione di accordi fa da colonna sonora la Black Volga, che transita in una imprecisata città turistica in cerca di vittime da rapire. L'inciso non si discosta molto musicalmente, con ironia qualcuno scambia il temibile Volga Nero con la sua Limousine guidata dal proprio autista che era venuto a prenderlo davanti ad un lussuoso hotel. Nella strofa successiva, il nostro dipinge la misteriosa "nobody's car" come un'entità meccanica i cui fari sembrano minacciosi occhi bianchi dalle luciferine sopracciglia nere, andando poi a scavare nel cinema e nella letteratura horror, non citando testualmente ma facendosi intendere menziona il celebre film "La Macchina Nera" diretto da Elliot Silverstein nel 1977 ed il romanzo del Re King "Christine - La Macchina Infernale", da cui nel 1983 il maestro John Carpenter trasse un ottima pellicola. Uno straziante "Black Out" apre i cancelli ad un interludio strumentale, dove flauto, chitarra e tastiera si cimentano in escursioni soliste non di certo indimenticabili, accompagnate da un evitabilissimo suono del clacson. Il brano si avvia con monotonia verso la fine, cogliendo sul fatto il Black Volga durante un rapimento, lasciandoci con un alone di mistero in pugno.

Heat

Sicuramente meglio la simpatica "Heat (Calore)" brano più lungo del platter con i suoi 5:38 minuti e che viaggia spedito mettendo in mostra un sound che ricorda molto da vicino i "The Buggles" Di Horn e Downes. Discreta e d'atmosfera l'introduzione, con un delicato flauto traverso che si adagia su un soffice tappeto di tastiera, introducendoci nel caldo e pericoloso mondo del gioco d'azzardo clandestino. Dave Pegg spara raffiche di sedicesime che inseguono la veloce locomotiva guidata dalla LinnDrum. Anderson dipinge uno dei suoi memorabili quadretti, dipingendo alla perfezione uno squallido quartiere che ospita la sede di un black jack clandestino, ubicato in un buio vicolo infestato da topi, dove alcuni loschi ragazzi adibiti alla sorveglianza ingannano il tempo divertendosi a sparare alle lattine. La seconda strofa arriva spedita come un Freccia Rossa, trascinata dalla cibernetica sezione ritmica. Chi bara farà meglio a darsela a gambe, prima di essere acciuffato dai mastini del padrone, "trop tard sera le cri (troppo tardi per piangere)" dice il nostro usando un noto francesismo, meglio darsi alla macchia, spiegando alte le vele. Calano i bpm le squillanti tastiere di Vettese sottolineano che la fuga è l'unica via di salvezza. Adagiandosi su un'affascinante pad di tastiera, Anderson sfiora il cantato rap, è giunta l'ora di fuggire dall'Inferno del giuoco clandestino, meglio prendere tutte le carte di credito, il passaporto, tutti i risparmi e fuggire rapidamente verso una località nascosta, lontano dai denti aguzzi dei mastini sguinzagliati dal boss del gioco d'azzardo clandestino. Torna la strofa, veloce come una lepre, il fuggiasco si sente come un ricercato braccato, una bevanda fresca non ce la fa a calmare il sudore caldo che scorre sulla fronte, sudore provocato dalle alte temperature che aleggiano nel pericolosissimo mondo del gioco d'azzardo. A seguire troviamo due interessanti interludi strumentali intervallati da una strofa, dove riconosco il Vettese che mi aveva incantato sull'album precedente ed un ispirato Martin Barre che si cimenta in un bellissimo assolo pieno di melodia in un interessante magic moment a bpm ridotti. Sicuramente uno dei momenti migliori dell'album con cambi di tempo e pregevoli escursioni virtuose da parte dello scatenato duo Barre -Vettese. Il babelico finale sfuma lentamente verso l'epilogo con luciferini cori e funamboliche escursioni di chitarra e tastiera.

Under Wraps #2

Firmata dal solo Ian Anderson, la seconda e breve title track "Under Wraps #2" è una mosca bianca in uno sciame di ditteri neri, una piccola perla acustica che a fatica riesce a galleggiare in un impetuoso mare di elettronica. Le dolci trame della sei corde acustica scendono giù come brillanti glitter nell'effimera introduzione, lasciando poi il posto a calorosi accordi da falò che accompagnano le medesime liriche dell'altra title track incontrata all'inizio, reinterpretate con gusto e dolcezza. La totale assenza di tastiere e drum machine è una vera e propria boccata d'ossigeno per le nostre orecchie e la nostra mente. Con una avvolgente linea vocale che emana emozioni ad ogni singolo istante, ricamata da suggestivi cori e contro canti, Anderson ci riporta nel Mondo dello spionaggio, spietato ma affascinante allo stesso tempo, con gli agenti segreti sotto copertura sempre alla ricerca di informazioni blindate che possono portare vantaggi economici alla madre patria. Un buon agente segreto deve seguire alla lettera i passi del "Manuale dello 007", che sembra scritto da James Bond in persona. Essere sfuggente come un ninja, muoversi silenziosamente senza mai lasciare una traccia e avere l'attenzione ai massimi livelli, perché il nemico può sbucare in qualsiasi momento e da ogni dove. Emana forti vibrazioni l'inciso che rimarca la dura vita di un'agente sotto copertura. Tornano i contro canti da brividi nella strofa finale, L'agente segreto di fronte alla sua prima missione cerca una benedizione che lo accompagni nella sua prima missione segreta. Dovrà vivere in segreto e nell'ombra per tutta la sua vita, sia in una fresca nottata estiva, sia in una gelida notte d'Inverno o avvolto dalle foglie secche agitate da un freddo vento autunnale. Anderson ci saluta con il dolcissimo inciso, facendoci riassaporare l'essenza tulliana che credevamo perduta.

Paparazzi

"Paparazzi" è l'altra traccia scritta dal triumvirato Anderson-Vettese-Barre, un frizzante pop rock che si lascia ascoltare tranquillamente. Stavolta Vettese non abusa dei suoi innovativi synth, introducendoci con un enigmatico tema di tastiera nel frenetico mondo dei paparazzi, quei fotografi specializzati nel riprendere personaggi famosi nella loro sfera privata, cercando di immortalarli in momenti che racchiudono situazioni compromettenti o che possono essere spacciate per tali, il tutto con l'obbiettivo di racimolare più denaro possibile vendendo i loro scatti alle riviste spazzatura che da sempre hanno invaso le edicole. Il termine "paparazzo" valorizzato in seguito dal giornalista Rino Barillari (che ne è considerato il re) ha origini illustri che provengono da una delle pellicole più significative della storia del cinema, "La Dolce Vita" di Federico Fellini, dove fra i protagonisti vi è un giornalista d'assalto a dir poco ficcanaso che di cognome si chiama appunto Paparazzo. Ci sono varie teorie riguardanti l'origine del curioso cognome, ma nessuna ha mai ricevuto conferma. La più appropriata è quella che sostiene che il nome del fotografo sia ispirato all'albergatore Coriolano Paparazzo del libro "Sulla Riva Dello Jonio" di George Gessing. Secondo Giulietta Masina, moglie di Fellini, il nome nascerebbe dall'unione di "pappataci" e "ragazzo", evidenziando la fastidiosità dell'invadente fotografo. Meno accreditata la teoria che fa riferimento alle vongole veraci, chiamate "paparazze" sulla costa adriatica. Martin Barre è protagonista nell'inciso con un graffiante riff rock'n roll, dove Anderson mostra tutta la sua avversità nei confronti della categoria, sostenendo che non possono essere considerati "uomini", ma che purtroppo riescono a "spezzarli" con i loro scatti inopportuni. Interessante il tema di tastiera che predomina nella strofa, dove è stranamente ispirato anche Dave Pegg. I paparazzi girano sconsolati nella hall di un aeroporto, questa volta nessun vip è arrivato da Boston o Tangeri, sono sbarcati solamente comuni mortali definiti senza volto, con le braccia cariche di oggetti acquistati ai duty free. Nel ritornello Anderson si accanisce ancora con i paparazzi, sempre in cerca dello scoop del secolo, pronti a macchiare la vita di qualche vip con i caratteri pesanti della stampa. E' fin troppo evidente il fatto che spesso i fastidiosi fotografi hanno puntato il loro obbiettivo in casa Anderson, come suol dirsi la vendetta è un piatto che va gustato freddo. Ruotando intorno al mondo dei paparazzi e delle loro costose macchine fotografiche, il brano scorre bene fino al minuto 01:47, dove troviamo un interludio tipico dell'epoca, con coretti, schitarrate e divertenti temi di tastiera. Nell'ultima strofa calano i bpm, l'interessante tema di tastiera viene valorizzato e le celebrità si prendono la rivincita andando a macchiare per una volta la privacy dei fastidiosi fotografi.

Apogee

Con i suoi quasi cinque minuti e mezzo "Apogee" è la seconda traccia più lunga dell'album, brano conclusivo per la versione in vinile. Non fatevi ingannare dalla durata, se cercate una lieta sorpresa che la giustifichi, ci rimarrete male. Si tratta di una canzone piatta che a fatica riesce ad essere portata a termine, dove stavolta nemmeno la linea vocale di Ian Anderson riesce ad emanare vibrazioni positive. L'apogeo è il punto più lontano dell'orbita percorsa da un satellite che gira intorno alla Terra, quando si trova alla maggiore distanza da essa; sinonimo di culmine o apice, contrario di perigeo. Una comunicazione via radio e le fantascientifiche tastiere di Vettese ci portano a bordo di un satellite che ruota attorno alla Terra. La zoppicante ritmica della batterie elettronica ci viene a noia dopo pochi secondi, mentre a bordo della navicella spaziale deve esserci stato un qualche problema che ha messo in subbuglio l'equipaggio, desideroso di tornare sul Pianeta Terra. Nemmeno l'inciso riesce a catturare la nostra attenzione, mantenendo la piattezza e la monotonia della strofa, che sicuramente è fra le peggiori scritte dai nostri. Anche le liriche non lasciano il segno, con dubbie licenze poetiche più o meno felici tirano fin troppo alla lunga la disavventura dell'equipaggio, che si trova nel punto più distante dalla Terra, in balia dello spazio. Fra le fantascientifiche trame della tastiera sbucano due illustri personaggi della letteratura albionica, i poeti William Wordsworth e Alfred Tennyson, chiamati in ballo per sottolineare la nostalgia di casa dell'equipaggio, che preoccupati guardano il loro amato ma lontanissimo Pianeta da un oblò, mentre una tempesta di asteroidi viene dipinta come uno sciame di dorati narcisi ultraterreni. Dopo un breve interludio dove regna la calma e dove i nostri riescono perfettamente a trasportarci nel cosmo, l'equipaggio si consola con la forza di gravità, una magia che gli permette cose che a terra non si possono fare, senza alcuno sforzo possono camminare sui muri, sentendosi dei veri e propri pirati dello spazio che portano alta la loro bandiera nera con teschio e tibie incrociate. Con non poca fatica arriviamo alla parte finale, senza aver incontrato alcun momento di gloria, senza essere stati sorpresi da un improvviso autocelebratismo. La monotonia del brano ci porta verso un triste epilogo. Il satellite è in balia di un caldissimo vento sconosciuto, l'equipaggio è condannato a passare il resto dei loro giorni nei mari stellati, dicendo tristemente addio alla loro casa che lentamente scompare dalla vista. Ma rispetto al Pianeta Terra, lo spazio è un luogo assai più pulito in cui vagare (viene fuori l'anima ambientalista di Anderson), chissà se su qualche luna di Marte non trovino la loro nuova casa, rilassandosi a contare le stelle del firmamento. Boccio a pieni voti questo brano che dopo neanche un minuto ha già detto quel poco che aveva da dire, giustificando come non mai lo skipping.

Automotive Engineering

Le due canzoni successive completano il lotto di quattro bonus track inserite nelle versioni CD e musicassetta. Si parte con "Automotive Engineering (Ingegneria Automobilistica)", un brano che non avrebbe sfigurato su un album dei Duran Duran ma che non ha neanche il minimo barlume di Tullianità. Fredde trame di flauto si mischiano timidamente alle pompose tastiere di Peter John Vettese. Come sull'ottimo "Heavy Horses" (che bei tempi ndr.), qui Anderson attacca il progresso, nella fattispecie l'ingegneria automobilistica che giunge minacciosa dai paesi del Sol Levante. Nonostante spesso abbia citato auto e moto nelle sue canzoni, Ian Anderson non ha mai preso lezioni di guida, ergo non è in possesso della patente, forse proprio per questo non digerisce il fatto che le automobili abbiano mandato in pensione le affascinanti carrozze trainate dai cavalli che popolavano le strade della Londra Vittoriana. Ma la maggior parte degli essere umani ama le macchine, veicoli fiammanti come la Triumph Spitfire albergano nei sogni di molti aspiranti piloti. Il banale inciso suona quasi come una filastrocca per bambini, seguito da un fugace assolo di chitarra destinato a finire nel dimenticatoio. I rimpianti dei tempi che furono vengono spazzati via dalle case automobilistiche giapponesi, che invadono il mercato con i loro innovativi motori turbo e la fibra di carbonio. Dopo un altro passaggio dell'inciso, fra i peggiori partoriti dai nostri, Vettese vomita suoni in uno stralunato special, dove Anderson con polemica attacca le fabbriche robotizzate, che oltre a tagliare posti di lavoro, minacciano la salute dell'essere umano e contaminano tutto l'ambiente circostante con grigi fumi inquinanti. Fra spaziali pad di tastiera e funamboliche escursioni sui sintetizzatori il brano scorre a fatica sotto i gelidi colpi della LinnDrum, resa a fatica più "umana" dal deciso basso di Dave Pegg, tirando fin troppo per le lungo il già fastidioso ritornello che purtroppo per noi ci accompagna fino alla fine del brano. Meglio passare oltre, anche se siamo ben consci che difficilmente troveremo qualcosa di buono proprio in chiusura.

General Crossing

È stata dura ma ce l'abbiamo fatta, siamo arrivati a "General Crossing", traccia che va a concludere questo controverso lavoro numero quindici in studio dei Jethro Tull. Ennesimo ed inutile brano di electro pop che conferma la mediocrità di "Under Wraps". Dopo una inquietante introduzione le tastiere e la batteria elettronica ci presentano l'ennesima canzone "No-Tull", le cui liriche affrontano i drammi della guerra, in particolare il duro lavoro dell'artigliere, mandato in avanscoperta dal generale che poi si prenderà tutti i meriti se la missione avrà esito positivo, sfilando fiero davanti alla carovana dei verdi carri armati accompagnati dalla fanfara. Di solito mi piace dilungarmi sulle esecuzioni strumentali, rimarcando le differenze fra strofa e ritornello, ma qui siamo ridotti ai minimi termini, finora non mi hanno entusiasmato le canzoni standard, figuriamoci una bonus track che in origine era stata scartata. Una monotonia disarmante che contamina anche la linea vocale e le liriche, che continuano a ruotare intorno alla guerra senza frasi ad effetto che lasciano il segno. Accompagnato da un monotono tema di tastiera, Anderson spara a zero sulla figura del generale, dipingendolo come un uomo senz'anima che mai mette a repentaglio la propria vita, e che scrive pagini indelebili nei libri di storia grazie alla validità delle sue truppe. Parole di compassione invece per chi lotta la fronte in difesa dei propri diritti e della propria terra, a volte combattendo a fianco di truppe alleate per convenienza. Già gli alleati di comodo spesso hanno portato vantaggi ai signori della guerra, e con non poca ironia, dopo essere passato con la sua valigetta a negoziare, il generale è diventato Generalski. Brano assolutamente da dimenticare.

Conclusioni

La penso decisamente come Dave Pegg! Devo essere sincero, il controverso "Under Wraps" è l'album dei Jethro Tull che mi ha messo più in difficoltà in fase di valutazione ma anche di ascolto. Il gelido sound elettronico tipico del decennio si discosta fin troppo dalle calorose atmosfere barocche con cui ci hanno incantato i nostri negli anni settanta ma anche nel recentissimo passato. Se avessimo fra le mani un album di Simon Le Bon e la sua ciurma, degli Alphaville, degli A-Ha o degli OMD saremmo forse di fronte ad un buon disco, ma stiamo parlando dei Jethro Tull, una band storica che con il suo originalissimo sound ha scritto pagine indelebili nel grande libro della musica, e per me, come per molti fan è difficile dimenticarsi del passato. Apprezzo il coraggio, in quel periodo altre band storiche avevano imboccato nuovi lidi più commerciali, vedi gli Yes con 90125, i Genesis di Phil Collins o il super gruppo Asia, proponendo comunque in alcuni casi album eccellenti che mantenevano un'anima rock, ma stavolta Ian Anderson ha esagerato nello sperimentare nuove sonorità, forse trascinato con prepotenza dentro una spirale electropop da John Vettese. Chissà che se con un batterista in carne ed ossa il risultato sarebbe stato più appetibile, le fredde e tediose sonorità della LinnDrum sono difficili da digerire per chi come me è cresciuto a pane, Phil Collins, Bill Bruford, Carl Palmer e Barrie Barlow appunto. Alla lunga, l'incessante e glaciale suono della drum machine rende l'opera a dir poco monotona, sminuendo le poche cose che ci sono di buono Se possiamo definire la musica lo specchio dell'anima, io in questo specchio non vedo riflesse le immagini dei Jethro Tull che amo. Tre - quattro canzoni "passabili" su quindici sono fin troppo poche per strappare una risicata sufficienza e guarda caso, le cose migliori sono quelle scritte in solitario da Menestrello Scozzese. Già dai primi ascolti non sono riuscito ad individuare nemmeno una canzone che mi abbia letteralmente entusiasmato come sugli album precedenti, non mi aspettavo né una "Aqualung" né una "Thick As A Brick", mi sarei accontentato di una "Pussy Willow" o di una "Black Sunday", brani che se pur contaminati dall'elettronica ed al passo con i tempi, possono considerarsi a tutti gli effetti ottime canzoni dei Jethro Tull. Soprassedendo sulla batteria elettronica, le prime tre canzoni non sono poi così male, ma dopo c'è l'abisso, siamo di fronte ad una vertiginosa discesa qualitativa inarrestabile che fa storcere il naso anche al fan meno integralista che esiste sul Pianeta. In un disco dove predominano le futuristiche sonorità digitali inevitabilmente l'apporto di Peter John Vettese è a dir poco fondamentale. Il Tastierista Scozzese è sempre protagonista per quasi la totalità della track list, risultando spesso fin troppo invadente. Sinceramente ho apprezzato molto di più il suo lavoro sull'eccellente "Broadsword". Se pur timido con il flauto Ian Anderson sfodera una delle sue migliori performance vocali incantandoci di tanto in tanto con linee melodiche vincenti eseguite in maniera impeccabile, mentre le liriche non mi hanno entusiasmato come in passato. Sembra trovarsi a proprio agio Martin Barre, incastonando alla perfezioni le sue chitarre fra le gelide e pompose tastiere anni'80. Al contrario di Dave Pegg, visibilmente a disagio nel suonare a fianco di un'entità digitale.  Registrato nella primavera del 1984 presso gli Home Studio di Ian Anderson, che stavolta è tornato ad occuparsi della produzione a tutto tondo, "Under Wraps" è stato rilasciato dalla Chrysalis il 7 Settembre del 1984. Ovviamente le vendite dei botteghini non hanno portato nessuna certificazione di vendita, anche se devo dire sono abbastanza sorpreso dalla posizione numero 18 raggiunta nelle classifiche degli album più venduti del Regno Unito. L'album è invece piaciuto assai meno negli Stati Uniti, dove non è riuscito a spingersi oltre la posizione numero 76. Ha poco da dire anche la copertina, opera del fotografo britannico Trevor Key, coadiuvato dalla collega Sheila Rock e dal grafico inglese John Pasche. In front troviamo la sensuale siluette di una donna celata da un drappo leggermente trasparente. Il colore sfumato che passa dal grigio al violetto fa pendant con la glacialità del platter e con il futuristico logo bianco su cerchio azzurro. In alto, con un banale ed anonimo font troviamo il nome della band ed il titolo. Sul retro ritroviamo il logo su un drappo stropicciato, in alto è riportata tristemente la track list. Oltre all'album d'esordio, a cui ho affibbiato un cinque in pagella a causa della mia avversità compulsiva nei confronti delle sonorità blues, non mi era più capitato un album made in Jethro Tull che non riuscisse ad arrivare alla sufficienza e sinceramente non saprei a chi consigliare l'acquisto di "Under Wraps", album che dei Tull ha solo il nome. Sono ben conscio comunque che avrà una discreta schiera di ammiratori, ma per quanto mi riguarda, dopo questa recensione difficilmente il suddetto e controverso album tornerà a risuonare nelle mie orecchie, fatta eccezione del trittico iniziale che potrebbe finire in un ipotetico greatest hits home made di larghe vedute. Dedicato ai collezionisti incalliti dei nostri che non accettano caselle mancanti nella discografia, ma sappiate che ci sono molte probabilità che rimanga lì a prender polvere, scendendo lentamente fino all'ultima posizione, sovrastato dai tutti i suoi precedenti (e futuri) album che non mi annoierò mai di ascoltare. Premio solo il coraggio.

1) Lap of Luxury
2) Under Wraps #1
3) European Legacy
4) Later, That Same Evening
5) Saboteur
6) Radio Free Moscow
7) Astronomy
8) Tundra
9) Nobody's Car
10) Heat
11) Under Wraps #2
12) Paparazzi
13) Apogee
14) Automotive Engineering
15) General Crossing
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