JETHRO TULL

The Zealot Gene

2022 - Inside Out

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
14/04/2022
TEMPO DI LETTURA:
6.5

Introduzione Recensione

Se non è un record poco ci manca, sono passati ben diciannove anni dall'ultima uscita in studio dei Jethro Tull, correva l'anno domini 2003 quando i nostri pubblicarono "The Jethro Tull Christmas Album", che in vero non era un album di soli inediti, per quello bisogna indietreggiare fino al 1999, quando in piena esplosione di Internet Ian Anderson e soci pubblicarono "J-Tull Dot Com", ergo se considerate questo il loro ultimo lavoro in studio, di anni ne son passati ben ventitré. Ma che cosa è successo ai nostri durante questo interminabile lasso di tempo? Per quanto riguarda gli ex membri, si segnala una importante notizia riguardante David Palmer. Sconvolto dalla perdita della moglie, morta nel 1996, il Tastierista di Hendon che già da tempo si sentiva intrappolato in un corpo femminile, dopo una lenta ma vistosa metamorfosi, decise di cambiare pubblicamente sesso. Il 21 Gennaio del 2003 annunciò in maniera definitiva di essere diventato Dee Palmer, completando chirurgicamente il cambio di sesso a fine del medesimo anno. Per l'Epifania del 2004, i nostri tennero un concerto con orchestra a Napoli, dove purtroppo non era presente Martin Barre, sostituito dal chitarrista teutonico Florian Ophale, che aveva già collaborato nei progetti solisti di Ian. Nato il Primo Febbraio del 1983 a Gladbeck, in Germania sarà lui a cercar di riempire l'incolmabile vuoto lasciato da Martin Barre. Da qui in poi, per i nostri paladini, pubblicazioni soliste, svariate raccolte, tanti concerti, si parla di oltre 3000 concerti in 40 paesi, con una media di 100 all'anno durante la loro carriera, qualche reunion, ma purtroppo niente nuova pubblicazione. Nel 2007, Andrew Giddings e Jonathan Noyce abbandonarono la band, mentre James Duncan Anderson, sostituì Doane Perry che dovette abbandonare la nave a causa di problemi relativi al suo stato di salute che non gli permettevano più una vita on the road. Nel 2014 Ian Anderson, in una intervista dichiarò pubblicamente che di aver sciolto i Jethro Tull. Era ora ormai da circa un decennio che la band aveva iniziato un preoccupante declino. I fan dovevano farsene una ragione, niente più JT, da qui in poi tutte le future nuove pubblicazioni sarebbero state a suo nome. Nel 2015 Martin Barre ci tenne a precisare che non aveva lasciato i Jethro Tull ma che era stato Ian a dichiarare finita l'epopea dei Tull. Da qui in avanti, comunque, i fan avrebbero avuto due distinte band che portavano in giro per il Mondo i vecchi classici della band. In occasione del cinquantesimo anniversario di "This Was", nel 2017 Ian Anderson annunciò un clamoroso ritorno dei Jethro Tull. Purtroppo, non fu coinvolto nessun ex membro, il Mad Flutist chiamò all'appello gli strumentisti che lo accompagnavano da tempo nella sua carriera solista. Dietro alla batteria prese posto Scott Hammond drummer britannico nato a Bristol il 4 Giugno del 1973. Alla chitarra il già presentato Florian Opahle (sostituito poi dal giovane Joe Parrish, classe 1995, a partire dal 2020). Alle tastiere il figlio d'arte John O'Hara, nato a Liverpool nel 1962. Il ruolo di bassista fu affidato a David Goodier nato a Stonehenge nel 1954. Questa nuova rinascita dette molte energie a Ian Anderson, che nel frattempo aveva messo in subbuglio il popolo Tulliano a causa di seri problemi di salute. Nel 2017 il nostro decise che era tempo di mettersi a lavorare su delle nuove composizioni. Fra lockdown e quarantene, il nuovo album ha avuto una lunghissima gestazione prima di vedere la luce, quattro anni sono molti, specie se sommati al lungo periodo di silenzio della band. Alzi la mano, chi non si aspettava un capolavoro da una delle menti più geniali di tutto il panorama musicale mondiale. Dopo venti anni di buio, affievoliti da ristampe e anniversari, tutto il popolo Tulliano si aspettava un grande ritorno dei Jethro Tull, e magari sperava che fosse coinvolto qualche ex membro, in particolar modo il braccio destro Martin Lancelot Barre, la cui assenza secondo il mio modesto e sindacabile parere, pesa come un macigno su questo attesissimo "The Zealot Gene (Il Gene Zelota)", album che possiamo tranquillamente definire un concept le cui liriche seguono un filo narrante biblico. Gli zeloti erano un gruppo politico-religioso giudaico apparso all'inizio del I secolo, una sorta di partigiani che lottavano in nome dell'indipendenza politica del Regno di Giudea, nonché difensori dell'ortodossia e dell'integralismo ebraico dell'epoca, considerati dai romani una sorta di terroristi. Ai giorni nostri, il termine zelota non viene utilizzato solo per indicare gli adepti dell'omonima setta ebraica ma anche per indicare una persona fanatica o esageratamente diligente nelle proprie azioni, indipendentemente dalle idee politiche e religiose. Anderson che è sempre stato affascinato dalla narrazione fiabesca del Libro Sacro, con questo album intende mettere in discussione il lato empio della bibbia, sottolineando che il buono ed il cattivo sono sempre esistiti e continueranno a farlo fino a quando non rimarrà un solo uomo sulla Terra. Le liriche, importanti a mio avviso, tornano ad assumere un filo narrante visivo e mettono nel mirino xenofobia, conservatorismo e pregiudizi in generale, colpevolizzando principalmente i social, i cui post troppo spesso hanno effetti devastanti. È chiaro che il nostro usa alcuni aspetti della bibbia come parallelismi atti ad evidenziare alcuni mali dell'era moderna. Gran parte dell'album è stato registrato nella prima parte del 2017 con la nuova formazione. Le registrazioni poi furono interrotte per dedicare più tempo ai concerti. Poi il lockdown ha messo una distanza incolmabile fra Anderson ed il resto del gruppo, e con la Inside Out che metteva pressione, il Polistrumentista Scozzese ha deciso di completare la track list con una manciata di brani acustici che non richiedevano l'uso della batteria. Ma passiamo all'aspetto musicale. Ad un primo ascolto, devo dire con estrema sincerità che l'album non mi ha entusiasmato. La voce di Ian ha accusato l'ineluttabilità del passare degli anni nonché i seri problemi di salute; troppo raramente troviamo quelle emozionanti linee vocali che ci hanno incantato nel corso degli anni, ma sovente il Cantastorie Scozzese sembra narrare anzichenò cantare. Il flauto non manca di certo, anzi ne troviamo in abbondanza. Tutti gli strumentisti coinvolti, a cui certo non manca la tecnica, a tratti sembrano non possedere quella magia con cui ci hanno deliziato nel corso del tempo tutti i paladini che hanno accompagnato Ian Anderson fino al 2003. Non mi aspettavo di certo di trovare una nuova "Aqualung" né tantomeno una "Black Sunday" o una "Baker Street Muse", mi sarei accontentato con qualche canzone in linea con "Pussy Willow" o "Stuck in the August Rain". Per farla breve, sul nuovo disco manca un paio di "pezzoni" che fra qualche anno giustificherebbero ulteriori ascolti.  Forse sarebbe stato più giusto pubblicare l'album sotto il moniker Ian Anderson, anziché sfruttare lo storico marchio dei Jethro Tull solo per fini commerciali. Ascoltandolo più attentamente, pian pianoil nuovo disco dei Tull ha iniziato però ad entrare nelle mie grazie, non siamo di fronte ad un capolavoro, ma cavolo, stiamo parlando di un nuovo lavoro di Ian Anderson, un vero e proprio genio della musica; quindi, qualcosa di buono dovrà pur esserci. Andiamo dunque ad ascoltarci ed analizzare in maniera approfondita questo album numero ventidue targato Jethro Tull.

Mrs. Tibbets

Ad aprire il nuovo album dei Jethro Tull è "Mrs. Tibbets (Signora Tibbets)", ovvero quella signora che il 23 Febbraio del 1915 diede alla luce Paul Warfield Tibbets Jr. ignara che in futuro sarebbe diventato il generale americano che il 6 Agosto del 1945 era al comando dell'aereo Enola Gay (in onore del nome della madre da nubile) che sganciò sulla città giapponese di Hiroshima la prima bomba atomica della storia, soprannominata Little Boy. Le liriche si aprono con l'incipit biblico [Genesi 19, 24-28], dove si narra della distruzione di Sodoma, Gomorra, Zeboim, Adma e Zoar da parte di Dio, irritato dalla lussuria, dalla malvagità e dalla corruzione che albergavano sulle cinque città della Valle di Siddim. Una sbarazzina trama di flauto spazza via il tetro rombo del motore di un aereo. In queste prime note dei Jethro Tull targati 2022 troviamo tutti gli ingredienti principali del sound Tulliano: flauto, chitarra elettrica, un bel giro di basso e forse troppe tastiere ottantiane dall'aria pomposa che risultano fin troppo invadenti e non trasmettono emozioni. In questi primi istanti si avverte che purtroppo manca quella genuina magia che da sempre ha contraddistinto il sound dei nostri. La musica suona fin troppo perfetta, nessuna suggestiva sbavatura che ha sempre il suo old fashion. Nelle prime due strofe vengono illustrati senza troppi fronzoli gli effetti devastanti della bomba atomica. Nell'inciso, John O'Hara mette momentaneamente da parte le tastiere e guarnisce con un vetusto tappeto di organo accompagnando il volo dell'Enola Gay nel cielo di Manhattan, mentre nel vecchio continente si stavano consumando tè e torte Eccles, un caratteristico dolce a base di ribes originario del Lancashire, un netto contrasto con ciò che stava accadendo in Giappone. Un breve stacco di chitarra e flauto richiama le tastiere, che proprio non riescono ad emanare le giuste emozioni. Ian Anderson si domanda di come sarebbe stato il Mondo se non ci fosse stato il fatidico bacio di Giuda e se Enola Gay quel maledetto 6 Agosto del '45 non avesse spiccato il volo. Al minuto 02:45 incontriamo un interessante interludio strumentale che mantiene i nuovi Tull ancorati al cordone ombelicale del progressive rock. Chitarra e flauto tentano di farsi largo fra le invadenti grida delle onnipresenti tastiere, per poi lasciare campo aperto a Florian Opahle che squarcia il brano con un assolo dai sentori metallici, seguendo la pista di sedicesime lasciata dal basso di David Goodier, che durante il brano si disimpegna più che egregiamente, a differenza del suo collega di reparto Scott Hammond che qui non mi entusiasma per nulla. Da qui in poi il brano non dice nulla di nuovo, il Paroliere Scozzese ci saluta con un enigmatico buon Natale, sperando che la prossima volta non ci sia un botto più grande, mentre il rombo minaccioso di un aereo va a chiudere il brano, a mio avviso fin troppo lungo per quello che ha da offrire.

Jacob's Tales

La breve "Jacob's Tales (Im Racconti Di Giacobbe)" è un brano acustico colorato dall'armonica a bocca che rievoca calde atmosfere country. Il titolo e l'apertura che recita [Genesi 25: 27 - 33] ci preannuncia che anche in questo caso il Paroliere Scozzese usa la bibbia per affrontare problemi attuali, in questo caso le gelosie familiari. Giacobbe è stato uno dei padri fondatori della religione ebraica, il nostro lo usa per addentrarsi dentro una qualsiasi famiglia alle prese con la divisione del patrimonio ereditario. Una triste trama di fisarmonica lascia il campo alla chitarra acustica di Anderson, la cui voce stanca e provata dal tempo ci narra (nel vero senso della parola) di spiacevoli pseudo faide familiari. La morte di una zia ha generato una preoccupante epidemia di gelosia, fra argenteria e quadri di poco prezzo, a qualcuno manca l'amore corrisposto in maniera disuguale fra i vari eredi. I rami dell'albero genealogico non venivano curati tutti nella medesima maniera dalla defunta zia. L'armonica dai sentori Texani separa le strofe, mentre uno squillante tamburello cerca di sopperire all'assenza della sezione ritmica. "Siamo fratelli nati con uguale grazia" dice il nostro, che poi va a colorare l'inciso con il mandolino, dove emerge tutta l'avidità dei familiari per accaparrarsi la modesta eredità. La sei corde acustica colora vecchi ricordi familiari lasciando poi al ridente ritornello il compito di accompagnarci verso il finale.

Mine Is The Mountain

"Mine Is The Mountain (Mia È La Montagna)" è senza ombra di dubbio il brano migliore del platter. L'articolata struttura ed i cambi di tempo fanno emergere prepotentemente la vena progressive, sicuramente si tratta della canzone più prog e più "Tull" dell'intero lotto. La struttura e liriche in qualche maniera vanno a richiamare le profonde tematiche della pietra miliare "My God", dove il nostre esternava il suo complicato rapporto con la religione. L'incipit [Esodo 20: 4-7, 30:7] ci svela che stiamo assistendo ad un monologo fra l'Onnipotente e Mosè sul Monte Sinai. John O'Hara apre il sipario con una struggente trama di pianoforte in tonalità minore che trasuda mestizia, come del resto è triste l'effimero svolazzo del flauto. Con una linea vocale ammonente, Anderson impersona un Dio deluso dall'uomo. Ogni strofa viene finalizzata da un passaggio di chitarra distorta e flauto in pieno stile old Tull. Dio continua ad esortare Mosè ad avere sempre fede in lui, a non imitarlo e soprattutto a non confinarlo dentro cornici argentate, a tenerlo sempre nel suo cuore, ma soprattutto lo esorta a non farlo arrabbiare. Un falsetto dai sentori clericali recita "Mine Is The Mountain (Mia È La Montagna)", dove Dio rivendica tutto il suo potere spalancando le porte al ritornello. Una folata di flauto illumina tutti gli strumenti, la melodia si fa più solare, mi aspettavo anche una linea vocale più decisa ed ammaliante, ma ormai dobbiamo rassegnarci all'Anderson del nuovo millennio. Dio consegna a Mosè le tavole di pietra, chiedendo di costruire un rifugio sicuro per conservarle, affinché possano fare da guida nel corso dei secoli. Nella strofa successiva Dio ostenta tutta la sua potenza, non è un agnellino né un benefattore. Vendetta e castigo sono i suoi secondi nomi, con un semplice schiocco delle dita può sterminare un'intera famiglia, se costretto. Flauto e pianoforte danno il via ad una spettacolare danza degli strumenti, dove stavolta Scott Hammond riesce a convincermi con passaggi sulle pelli ben assestati. Con lo scorrere dei secondi l'interludio strumentale si fa più teatrale; il flauto sconfina nella musica classica, lasciando poi il posto ad un tetro dialogo dove tutti gli strumenti si muovono all'unisono gridando "anni Settanta". Nelle strofe conclusive, Dio annuncia che Luca e Matteo sapranno dare molto in futuro, continuando poi ad indirizzare Mosè sulla retta via, ricordando che lui è il padre, lui è la potenza, lui è la gloria. Trasportato dalla sezione ritmica dove brillano le sedicesime sparate dal basso di David Goodier, il flauto ci accompagna piacevolmente verso l'epilogo.

The Zealot Gene

Durante la loro carriera, i Jethro Tull hanno sempre avuto un occhio di riguardo nei confronti delle title track, ergo mi aspettavo molto di più da "The Zealot Gene (Il Gene Zelota)", brano che ostenta liriche intelligenti ma che musicalmente non lascia di certo il segno. L'incipit "Numeri 25:7-11" e "Ezechiele 9:4-7" rievocano stermini e flagelli. Tra le righe troviamo una serie di allusioni relative al mondo radicale e politico del populismo. Nel mirino finiscono quelle figure dittatoriali che governano alcuni innominabili stati, oltre alla piaga della xenofobia e del pregiudizio raziale. Anche in questo brano comandano la chitarra elettrica ed il flauto, elementi essenziali del sound Tulliano, ma non incisivi se non vengono amalgamati a quella magia dai sentori barocchi e medievali che hanno fatto dei Jethro Tull una leggenda del rock. Una enigmatica introduzione di chitarra e tastiera accoglie un festo trema di flauto. Sfruttando tappeti di tastiera fin troppo gelidi, la voce ammonente di Anderson, abusando di profonde licenze poetiche si addentra nei meandri della società moderna dove albergano fin troppi mali, sottolineati da sibillini ricami di chitarra elettrica. Inutilmente si questiona sul bianco ed il nero, sul più ed il meno, ma invero tutti ci adagiamo su una moltitudine di sfumature di grigio, dice il nostro, omaggiando una famosa recente pellicola del regista Sam Taylor-Johnson. Nell'inciso, gli strumenti si muovono sulla linea melodica delle tastiere di Mr. O'Hara, qui il gene Zelota viene usato per evidenziare il fanatismo religioso-politico che caratterizza il nuovo millennio, dove per molti esiste solo la destra o la sinistra, senza nessuna via di mezzo, idealismi pericolosi quanto una fiamma vicino alla benzina sottolinea il Paroliere Di Dunfermline. La chitarra segue la cavalcata ritmica del duo Goodier-Hammond, ricamata da squillanti tastiere che anche stavolta non riescono a trasudare emozioni. Anderson senza peli sulla lingua manda profondi messaggi ai padroni del mondo, statisti, xenofobi, ricchi che non si adoperano per sconfiggere le piaghe della fame e della povertà, mettendo poi nel mirino la pericolosità dei social, paragonando un Twitter ad un tuono e al lancinante lamento di una banshee. Troppo spesso le tastiere dei computer possono essere letali e devastanti quanto un'arma da fuoco. In mezzo a due passaggi dell'inciso troviamo un interludio strumentale dove il flauto è il protagonista assoluto, per poi tornare alle strofe ammonenti caratterizzate da caustici fraseggi di chitarra e fredde tastiere ottantiane, dove il nostro esorta tutti quanti a prenderci le proprie responsabilità e ad abbandonare qualsiasi tipo di pregiudizio, pregiudizi spesso alimentati da squinternati post sui vari social.

Shoshana Sleeping

"Shoshana Sleeping" è il primo singolo estratto dall'album, rilasciato a Novembre dello scorso anno e corredato da un inquietante video diretto da Thomas Hicks. Il brano è caratterizzato da un ammaliante tema di flauto che si insinua prepotentemente nel nostro cervello. Ian Anderson, con una oscura linea vocale che rievoca lo stile dell'istrionico Till Lindeman, viste anche le tematiche soffusamente erotiche e voyeuristiche delle liriche, liberamente ispirate al racconto "Susanna e gli anziani" del "Libro di Daniele" contenuto nella Bibbia Ebraica e nell'Antico Testamento di quella cristiana, considerato fra gli scritti apocrifi dai cattolici protestanti. Il racconto originale ha come protagonista Susanna, una bella e devota ragazza spiata da due vecchi giudici mentre fa il bagno nuda in giardino. I due, ammaliati dalla bellezza della ragazza vogliono far avverare i loro sogni erotici e minacciano di accusarla di adulterio se non soddisferà le loro proposte a luci rosse. Sarà il giovane Daniele a liberare Susanna dall'asfissiante stalking dei due vecchi marpioni, dimostrando le loro cattive intenzioni e spingendoli verso la pena capitale. Il Pifferaio Magico tira fuori dal cilindro un hook con il flauto, intorno al quale girano tutti gli strumenti in maniera più o meno omofona. Il nostro rivista l'antico testo con liriche lorde di ricercate licenze poetiche, badando bene a non superare il limite. Una chitarra di Frippiane memorie e inquietanti tastiere caratterizzano l'inciso, dove tra le righe salta fuori tutta l'avvenenza di Shoshana. Il Poeta Di Dunfermline chiude la strofa successiva con "A sigh parts silky lips. Soft-swell breasts, proud gold?n tips (Un sospiro separa le labbra setose. Seni morbidi e gonfi, orgogliose punte dorate)" prima di lasciarsi impossessare dal flauto ed ipnotizzarci con un lisergico assolo dai sentori settantiani. Il tema di flauto ormai si è insinuato in pianta stabile nel nostro cervello, evidenziato da basso, chitarra e tastiere, mentre strofe e ritornello continuano a girare in torno alla bellezza di Shoshana, lasciando poi il compito al flauto indemoniato di accompagnarci verso l'epilogo.

Sad City Sisters

La sferragliante chitarra acustica e le festose note della fisarmonica di "Sad City Sisters (Città Tristi Sorelle)" rievocano le calorose atmosfere del precedente album a tema natalizio datato 2003. Nel capitolo numero 23 della Bibbia, Ezechiele ci presenta due giovani sorelle Oholah e Oholibah cadute nel peccato della prostituzione, ma allegoricamente si riferisce ai due regni ebraici di Samaria e di Gerusalemme che hanno tradito Dio. Anderson usa questo capitolo della bibbia per sottolineare il pieno godimento della vita da parte dei giovani. Infatti, le liriche rievocano i ricordi di un sabato sera dopo un concerto tenutosi alla St. David's Hall di Cardiff, dove i nostri durante il rientro si fecero prendere la mano offuscati dai fumi dell'alcol, degenerando. Dopo una vetusta introduzione dove brilla il mellifluo suono del whistle il Cantastorie Scozzese, seguendo i passi della sei corde acustica e della fisarmonica di Mr. O'Hara ci porta indietro nel tempo, fino agli anni Settanta,  mostrandoci i nostri paladini devastati da qualche bicchiere di troppo, a vagabondare mezzi nudi nonostante il freddo, sottolineando però la spensieratezza caratteristica dei giovani, anime disperate possedute dai demoni, prive di qualsiasi tipo di preoccupazione che si ritrovarono anche a discutere con il tassista malcapitato per questioni inerenti alla mancia. Il whistle rievoca il vecchio folk rock made in Tull illuminando questa parte centrale del brano, mentre Anderson si domanda come sia possibile che molti giovani (JT compresi) possano facilmente scivolare in una incomprensibile e tragica perdita di dignità quando sono posseduti dal demone dell'alcol, rischiando come spesso accade di trasformare la baldoria in follia. Al minuto 2.20 il nostro tira fuori una fiabesca trama di flauto che rievoca i tempi d'oro della band, per poi tornare all'ultima strofa dove trasparisce una voglia di redenzione e di cancellare danni e misfatti della sera precedente. La medievale melodia del whistle riprende da dove aveva iniziato, accompagnandoci goliardicamente verso il finale di questo brano che rievoca i fasti di "SFTW". Si tratta del secondo singolo estratto, accompagnato da uno strano videoclip diretto dal regista iraniano Sam Chegini, dove la protagonista è una bambola di pezza che sembra uscita dal Muppet Show.

Barren Beth, Wild Desert John

Nonostante l'iniziale melliflua partitura di flauto che si adagia sopra un accogliente sfondo orchestrale, "Barren Beth, Wild Desert John" è il brano più duro del platter grazie ad un riffing tagliente e metallico sparto dalla sei corde di Florian Opahle. La voce narrante di Anderson, ricamata da suggestivi controcanti ci porta all'interno della sua famiglia, precisamente nel ramo scozzese, dove regna un forte attaccamento alla religione cristiana, tanto che suo cugino John si era fatto prete. Considerato da sempre un guastafeste a causa del suo animo rock'n'roll, Ian si diverte quando alle orecchie gli giunge la notizia che sua cugina Mary ha fatto battere due cuori, quasi una tragedia per una famiglia che da generazioni osserva le ferree leggi della religione cristiana. Il pacato inciso è in forte contrasto con la durezza delle strofe, le paradisiache tastiere, sfruttando il momentaneo stand-by della sezione ritmica colorano le liriche provocatorie che mettono nel mirino il cugino John, che come sottolinea il nostro nelle note incluse nell'artwork, sarebbe più propenso ad usare i 40 gradi dell'Uisge Beatha anzichenò l'acqua santa per battezzarlo.  Uisge Beatha letteralmente "acqua della vita", è il nome con cui gli irlandesi chiamano il whisky. Nella grintosa strofa successiva, oltre alla cugina Mary, troviamo anche l'arcigna zia Beth, che scalda il proprio cuore aiutando due piccole ghiandaie cadute dal nido. Dopo un secondo passaggio del ritornello, irrompe il Flautista Pazzo con un assolo che rievoca melodie d'altri tempi, riprese poi con grinta dalla chitarra elettrica di Mr. Opahle. Il flauto va poi a sposarsi perfettamente con le paradisiache tastiere orchestrali dell'inciso, stavolta in veste strumentale, prima che i caustici accordi di chitarra della strofa tornino a spruzzare una buona dose di grinta. Nell parte finale, la sei corde acustica di Anderson incontra la sorella elettrica dando vita ad un suggestivo intreccio di note, dove il Paroliere Scozzese sottolinea come nonostante tutto sia importante la famiglia. Il medievaleggiante flauto iniziale torna in coda, accompagnandoci verso il brusco e stralunato finale.

The Betrayal of Joshua Kynde

Già dal titolo e dalla citazione biblica che recita "[Matteo 26: 14-16]" è facile intuire dove andranno a parare le liriche di "The Betrayal of Joshua Kynde (Il Tradimento Di Joshua Kynde)", uno dei brani più Tulliani dell'intero platter. Invero le liriche in origine erano nate come un racconto allegorico ispirato alle spie e gli inganni che caratterizzavano la guerra fredda, andando a riprendere alcuni testi presenti sul controverso "Under Wraps", poi viste le tematiche bibliche che caratterizzano l'ultimo lavoro made in Tull, il Paroliere Di Dunfermline ha ben visto di riadattarle in chiave biblica. Joshua Kynde è un nome di pura fantasia, dietro al quale si nasconde Gesù di Nazareth. Scott Hammond apre il brano con un drumming di Queeneiane memorie. Flauto, pianoforte e basso si intrecciano perfettamente andando a colorare la ritmica fin troppo banale. Il martellante piano di John O'Hara accompagna Ian Anderson mentre ci parla di tradimenti. Nell'inciso finalmente il nostro partorisce una linea vocale degna di nota, mettendo nel mirino il traditore per eccellenza, Giuda Iscariota. I ricami chitarristici di Florian Opahle sono la cosa che in questo nuovo disco più si avvicina all'inconfondibile stile di Martin Lancelot Barre. Breve intermezzo con il flauto protagonista e nella strofa successiva vengono scomodati gli esempi iconici del tradimento, fra denari e pugnali. Il nostro si domanda se tali tradimenti sono stati guidati da ossessioni ideologiche, dalla gelosia o addirittura da Satana stesso. Nel secondo ritornello i denari d'argento ci portano dritti a Giuda, mentre Joshua Kynde si sente ironicamente lusingato per l'alto prezzo affibbiato alla sua testa. Florian Opahle si ritaglia un piccolo spazio con un interessante assolo, che possiamo considerare fra le migliori cose offerte dal Chitarrista Teutonico su questo nuovo disco. Man mano che il brano va avanti, un bacio ingannatore e qualcuno che si diverte a giocare con i pesci svelano in maniera definitiva chi siano i protagonisti di questa storia, narrata con l'inconfondibile delicata ironia di Ian Anderson.

Where Did Saturday Go?

"Where Did Saturday Go? (Dove È Finito Il Sabato?)" è un brano acustico con una importante partitura di flauto che rievoca il glorioso folk rock degli anni Settanta. Dopo una breve e fiabesca introduzione con il flauto traverso, Ian Anderson pizzica la chitarra con raffinatezza parlandoci di quanto spesso sia effimero il sabato, anche se il "[Luca 23:52-56]" che precede le liriche ci fa intuire che non siamo di fronte ad un week-end qualsiasi. In apertura scorgiamo un omaggio al monumentale "A Passion Play". Si intuisce che il nostro ci sta parlando del parasceve, nella liturgia cristiana, il venerdì della Settimana Santa. Nel primo inciso, un pacato strumming da falò colora le azzeccatissime rime in - able che possiamo considerare un hook. Attraverso criptiche e certosine licenze poetiche, successivamente il Paroliere Di Dunfermline riesce a trasmetterci tutto lo strazio che ha accompagnato la morte di Gesù di Nazareth. Circa alla metà del brano, Ian Anderson ci incanta con un fiabesco assolo di flauto, ricamato dalle sinuose note del basso di David Goodier. Era troppo tempo che il Pifferaio Matto non ci arrivava dritto al cuore con il suo strumento preferito. Le note fiabesche svolazzano come farfalle colorate in una calda e profumata giornata primaverile. Mi sembra di vederlo, nella sua caratteristica posizione del fenicottero mentre soffia con una naturalezza disarmante nel suo flauto. Le scintillanti note della sei corde acustica ci porta fino alla Domenica di Pasqua, dove Gesù stupisce tutti con quello che possiamo considerare il miracolo per eccellenza.

Three Loves, Three

Si continua con "Three Loves, Three (Tre Amori, Tre Amori)" un altro brano acustico con svolazzanti note di flauto che strizza l'occhio al glorioso passato della band. L'incipit biblico che recita "[Giovanni 21:15-17]" è in perfetta sintonia con il titolo. In fatti, nei sopracitati passi della bibbia, Gesù chiede per ben tre volte a Giovanni Simone se lo ama. Nel nostro caso invece troviamo tre diversi tipi di amore, un intenso rapporto di amicizia, un amore spirituale e ovviamente l'amore erotico. Le brillanti note della sei corde acustica avvolgono una melliflua trama di flauto traverso dai sentori esotici, che magicamente si sposta verso più pacate atmosfere medievali. La voce narrante di Anderson lorda di certosine licenze poetiche che girano intorno all'amore, viene ricamata da un dolcissimo trillo di flauto e dalla chitarra acustica. Nell'inciso un solare strumming acustico da chiesa colora le liriche che ci parlano del primo dei tre diversi tipi di amore, quello dell'amicizia. L'assenza della sezione ritmica viene in parte rimpiazzata dagli squillanti trilli del tamburello. Nonostante la struttura abbastanza schematica il brano non annoia, stavolta nella strofa e nel ritornello, Anderson ci parla dell'amore fra due esseri umani. Dopo un medievaleggiante interludio strumentale che vede il flauto traverso protagonista, il nostro ci svela il succo del discorso, sia che si tratti di amore spirituale, che si tratti di amore verso un amante, un figlio, un fratello o un amico, l'amore saprà sempre darci forti emozioni, scaldandoci il sangue fino a farlo diventare un fiume di lava ardente che scorre dritto verso il cuore.

In Brief Visitation

"In Brief Visitation (In Breve Visitazione)" chiude in bellezza questo gradito trittico di brani acustici. Stavolta troviamo due riferimenti biblici ad aprire le liriche, "[Giovanni 21:25]" che recita testualmente "Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere." e "[Luca 24:12]" dove si narra tutto lo stupore dopo la resurrezione di Cristo. Il flauto inseguito timidamente dalle note della sei corde del giovanissimo Joe Parrish-James apre le porte ad una luccicante trama di chitarra acustica ricamata timidamente dal pianoforte, che va a colorare le liriche ancora una volta incentrate sull'amore, sul bisogno del calore umano, sul bisogno di avere qualcuno da amare in modo da dare un senso alla nostra vita. Le trame orchestrali di John O'Hara e i raffinati ricami della chitarra elettrica spingono in alto Anderson nel ritornello dove il nostro fa centro con un "The fall guy was here, in brief visitation (Il capro espiatorio era qui, in breve visita)" mostrando tutto il suo amore verso il Cristo Redentore, che si è sacrificato liberando l'umanità dal peccato di Adamo. Sicuramente in questo brano il Cantastorie Scozzese sforna la miglior prestazione vocale di tutto il lotto, raggiungendo l'apice nel bellissimo ritornello, uno dei punti più alti dell'intera track list con tutta la sua semplicità. Dopo un breve intermezzo strumentale che rievoca atmosfere barocche, strofe e ritornelli continuano ad alternarsi confezionando questa piccola perla che brilla intensamente. nonostante la breve durata.

The Fisherman Of Ephesus

"The Fisherman Of Ephesus (Il Pescatore Di Efeso)" va a chiudere questo certosino concept album che segue un filo conduttore biblico, è un altro brano in pieno stile old Tull che rievoca quel piacevole folk rock profumato con fragranze medievali con il quale i nostri hanno conquistato lo zoccolo duro dei fan. Il Pescatore di Efeso è uno dei molteplici nomi con cui veniva identificato Giovanni Evangelista, uno dei discepoli di Gesù, più importanti, tanto da essere chiamato anche "il discepolo che Gesù amava". Secondo alcune fonti, Giovanni avrebbe passato gli ultimi anni della sua vita ad Efeso, in Turchia, esalandovi anche il suo ultimo respiro. Nel 1991, i Jethro Tull ebbero l'onore di esibirsi nel suggestivo anfiteatro di Efeso, concesso raramente per eventi del genere. Alcuni anni dopo, Ian Anderson è tornato a visitarlo da semplice turista, assaporandone tutte le note storiche ed immaginandosi storie di vecchi pescatori che hanno ispirato queste liriche. Il brano è aperto da una trista trama di flauto traverso inseguita dalla chitarra e ricamata da passaggi ben assestati della sezione ritmica, che qui sembra particolarmente ispirata. La sibillina linea vocale narrante ci porta indietro nel tempo, quando Zebedeo, giunse con la famiglia ad Efeso, per svolgere la sua attività di pescatore che veniva tramandata di generazione in generazione. Zebedeo era il padre di Giacomo il Maggiore e Giovanni, due apostoli di Cristo. Fra la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Scott Hammond imposta la ritmica giocando sui timpani accompagnandoci dritti verso l'inciso, dove il drummer si calma, tintinnando il ride a la Bill Bruford. Le vellutate trame della chitarra elettrica di Ophale ricamano la voce di Anderson, che assume toni paradisiaci abusando di licenze poetiche dai sapori biblici. Il flauto traverso torna a suonare la carica, aprendo le porte al ritorno della strofa dove il pescatore di Efeso continua a portare avanti la sua professione fra le numerose citazioni bibliche. Al minuto 01:51 un interludio strumentale spezza in due il brano, Tastiere e flauto si danno dura battaglia, mentre dal cielo la chitarra spara fulmini distorti che si abbattono sulla sezione ritmica. Dopo un ultimo passaggio di strofa e ritornello, le tastiere ed il flauto con un breve secondo round ci accompagnano verso l'epilogo del platter.

Conclusioni

Come sottolineato in precedenza, "The Zealot Gene" non mi ha entusiasmato al primo ascolto, anzi, devo dire che alla luce dell'ottimo ritorno degli Yes e del capolavoro sfornato dai Marillion, sono rimasto deluso. Dopo una fin troppo prolungata astinenza da Tull, mi aspettavo un lavoro che tenesse testa ai miei album preferiti della band, senza andare a toccare le due pietre miliari di inizio anni Settanta, mi aspettavo un lavoro in linea con "Roots To Branches", per capirci. Si tratta di un album difficile da assimilare, sia musicalmente che liricamente, dove pesa come un macigno l'assenza di un paio di hit da greatest hits, un album che ha bisogno di ripetuti ascolti profondi prima che di poterlo apprezzare. Ascoltandolo con attenzione, ho iniziato ad assaporarne le essenze nascoste, che non a caso vengono fuori prepotentemente nei brani acustici. Infatti, a mio avviso, il difetto più grande di questo album sono i musicisti alla corte di Re Anderson. Non mi metto a discutere di certo sulla tecnica, se loro sono lì e io qui a scrivere di loro un motivo deve pur esserci. Indubbiamente sono perfetti per riproporre in sede live i vecchi classici Tulliani, ma a mio avviso in fase di arrangiamento mancano di quell'estro e di quella genialità con cui ci hanno abituato nel corso del tempo i paladini che si sono alternati alla corte di Re Anderson. Che Martin Barre fosse una figura impossibile da rimpiazzare lo sanno anche i muri, il buon Florian Opahle fa quello che può, ma raramente ci stupisce con fraseggi degni di nota, mentre non è giudicabile Joe Parrish-James, presente su una solo traccia, dove a dir il vero si disimpegna egregiamente. Essendo un cultore delle tastiere da tempo, sono rimasto molto deluso dalle prestazioni di John O'Hara, troppo freddo e banale per i miei gusti, le sue tastiere non emanano mai le giuste vibrazioni, mai un guizzo geniale alla Eddie Jobson, per capirci. Idem per la sezione ritmica, sia David Goodier che Scott Hammond si limitano a svolgere il compitino, con qualche dubbio il secondo, ma entrambi raramente tirano fuori dal cilindro delle soluzioni ritmiche capaci di tenere il brano in piedi da solo. Barriemore Barlow e John Glascock (R.I.P.) docet. Veniamo al protagonista principale, se la voce purtroppo appare stanca e provata dal tempo, Ian Anderson si dimostra ispiratissimo con la penna e con il flauto, con il quale mette forse troppo spesso in secondo piano la chitarra elettrica. Pesa la mancanza di quelle linee vocali ammalianti con cui il nostro ha saputo conquistarci nel corso della sua mastodontica carriera, ma stiamo parlando di un signore che è ben oltre la settantina, è normale che le sue corde vocali non siano le medesime dei tempi d'oro. Il 22° album in studio dei Jethro Tull è venuto alla luce il 28 Gennaio del 2022. dopo una lunga gestazione che ha avuto inizio nel 2017, è stato registrato fra i Modern World Studios di Tetbury, nel Gloucestershire, e gli studi casalinghi di Anderson per i brani acustici, il tutto sotto la tirannica produzione di Ian Anderson. Una novità per i nostri è la casa discografica, per la prima volta si sono accomodati sotto la rassicurante ala della Inside Out, specializzata nel progressive rock e nel dare nuova linfa ai dinosauri del passato. Il triste artwork, ideato da James e Ian Anderson e confezionato da Thomas Ewerhard, non è di certo di quelli che invogliano all'acquisto. In prima troviamo un'oscura foto in bianco e nero di Anderson, che ritroviamo di profilo nel back, insieme ai crediti. Il booklet si apre con una immagine a colori che raffigura un teatro, che istintivamente rievoca la copertina di "A Passion Play", mentre all'interno troviamo le foto dei musicisti durante le registrazioni, sempre in bianco e nero. In chiusura spicca una struggente raffigurazione del Cristo in croce. D'ogni modo l'album è stato accolto con un'ottima risposta dai fan, che lo hanno fatto balzare alla posizione numero 9 della UK Albums Chart, cosa che non avveniva dai tempi di "TAAB". Tirando le somme, non gridiamo al capolavoro ma devo dire che l'album merita appieno la sufficienza. È chiaro che ogni fan della band deve averlo, visto il prolungato periodo di silenzio, ma sinceramente non se fra qualche anno, quando avremo voglia di Tull, scorrendo con l'indice tutti i CD (o vinili) della discografia Tulliana, quante volte il nostro indice si fermerà su "The Zealot Gene".

1) Mrs. Tibbets
2) Jacob's Tales
3) Mine Is The Mountain
4) The Zealot Gene
5) Shoshana Sleeping
6) Sad City Sisters
7) Barren Beth, Wild Desert John
8) The Betrayal of Joshua Kynde
9) Where Did Saturday Go?
10) Three Loves, Three
11) In Brief Visitation
12) The Fisherman Of Ephesus
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