JETHRO TULL

The Jethro Tull Christmas Album

2003 - Fuel 2000

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
26/03/2022
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Nonostante l'avvento di Internet in casa Tull, il nuovo millennio non è stato proprio esaltante, sia per la band sia per il popolo Tulliano. Concerti, ristampe, raccolte, live, una clamorosa reunion nel 2002 con Mick Abrahams, Glenn Cornick e Clive Bunker per registrare alcuni vecchi pezzi da inserire in una futura ed ennesima raccolta, pubblicazioni soliste, collaborazioni. Ma la band sembrava arenata nelle melmose paludi di una crisi di identità. L'ultimo lavoro in studio, pubblicato alla fine del vecchio millennio, non era un lavoro esaltante ma nemmeno da buttare. Ma dopo l'abisso. Era evidente che Ian stava esaurendo la sua vena compositiva, l'età avanza per tutti, o quasi. Gli Yes, per esempio avevano dato un importante colpo di coda alla loro carriera con l'ottimo "Magnification", tanto per citare una band di colleghi più o meno coetanei. Durante le vacanze natalizie del 2002, un certo Len Fico, boss della casa discografica Fuel 2000, contattò Ian Anderson chiedendo se fosse interessato a pubblicare un nuovo album con i Jethro Tull, un insolito album a tematiche natalizie da far uscire il Natale successivo. Fu così che inizio a prendere forma "The Jethro Tull Christmas Album", un album che però non sarebbe stato composto esclusivamente da brani inediti. Oltre ad una manciata di nuove composizioni, i Jethro Tull registrarono nuovamente alcuni vecchi brani le cui liriche giravano attorno a Santa Klaus con la formazione di J-Dot Com, una scelta alquanto opinabile, visto che c'era un considerevole rischio che la magia del tempo che fu evaporasse. Per completare la track list vennero riarrangiate alcune canzoni della musica tradizionale britannica, le famose Christmas Carol che dalla notte dei tempi fanno da colonna sonora alle festività natalizie della terra di Albione. La track list finale sarà fin troppo corposa, oltre un'ora di musica natalizia suddivisa in sedici tracce, sette delle quali strumentali. Con un anno di tempo a loro disposizione, i nostri riuscirono ad accontentare l'insolita richiesta di Mr. Len Fico, una richiesta più consona a gente come Michael Bublé, Kenny Rogers o Barbara Streisand, piuttosto che per dei dinosauri del rock, anche se comunque è doveroso sottolineare che sovente le liriche firmate da Ian Anderson si sono addentrate nelle calorose atmosfere del Santo Natale. Oltre alla formazione originale, troviamo degli special guest. Il quartetto d'archi Sturcz String Quartet a rendere più calorosa l'atmosfera sulla traccia numero dieci, il redivivo Dave Pegg che suona il basso ed il mandolino su un paio di tracce e il figlio di Ian, James Duncan ad alternarsi alla batteria con il buon Perry. Se l'album fosse uscito anella seconda metà degli anni Settanta, fra "SFTW" e" HH", quando i nostri spopolavano con il loro folk rock, forse avrebbe avuto più senso. Ma ora, a quasi dieci anni dall'ottimo "RTB", il popolo tulliano si aspettava molto di più anziché una collection di canzoni natalizie a prescindere della qualità dei brani. Come spesso accaduto nella lunga e tortuosa carriera Tulliana, l'album divise critica e fan, comunque sia il ritorno al folk rock fu gradito da molti e l'album aspirava al titolo di miglior album natalizio della storia della musica. Secondo il mio modesto e sindacabile parere, avrebbe avuto più senso che questo album fosse stato pubblicato come progetto solista di Ian, e magari sfoggiare il moniker Jethro Tull con l'ambito e futuro sequel "TAAB2". Visto e considerato però che come recita un vecchio proverbio "con i se e con i ma la storia non si fa", andiamoci ad ascoltare senza pregiudizi la tessera numero ventuno della monumentale discografia dei Jethro Tull.

Birthday Card At Christmas

Un brioso trillo di flauto apre "Birthday Card At Christmas (Biglietto Di Compleanno A Natale)" brano inedito che il nostro dedica a sua figlia e a tutti coloro che aimè vedono cascare il proprio compleanno in prossimità del Santo Natale, la festa delle feste che inevitabilmente toglie magia e regali ai malcapitati. Il brano fu inserito come bonus track nell'album solista di Ian "Rupi's Dance" che fu pubblicato circa un mesetto prima, procedimento inverso dell'esperimento fatto su "J-Dot Com", dove come ghost track in fan trovarono la title track dell'album solista di Ian. Il brano, che vede il flauto protagonista assoluto, va a rispolverare il vecchio folk rock tanto caro ai fan di vecchia data. Il flauto scorrazza vivace fra lo sferragliante strumming di chitarra acustica e una ritmica dai sentori vintage. Ian Anderson con la sua classe disegna un bellissimo quadretto natalizio, aria gelida, caminetti anneriti dal fuoco, curiosi uomini vestiti in rosso che suonano i campanelli da slitta, alberi decorati, poche righe per descrivere la magia delle feste natalizie, che però mette in secondo piano le feste di compleanno che sfortunatamente cadono in quel periodo, compleanni inevitabilmente oscurati dall'ingombrante nascita del Bambin Gesù. Un bellissimo assolo di flauto ci mostra che il Pifferaio Magico non aveva smarrito l'ispirazione come temevamo, l'aveva solo messa in stand-by. In nemmeno un minuto ci dà una lezione di come deve essere suonato il flauto traverso, passando da taglienti e sibilline spifferate a sinuose e dolci melodie dal sapore fantasy. Le liriche vanno avanti mantenendo le stesse tematiche, trascinate dalla vigorosa sei corde acustiche e dalla sezione ritmica in modalità folk, mentre i malcapitati sfogliano regali banali e privi di stile, consolandosi con il dividere un biglietto d'auguri con il Bambin Gesù. Il nostro ci saluta con una vellutato trama di flauto che si estingue bruscamente

Holly Herald

"Holly Herald (Araldo Di Agrifoglio)" è un remix strumentale in chiave Tull di due classiche carole natalizie britanniche le cui origini si perdono nella notte dei tempi, "Hark! The Herald Angels Sing!" e "The Holly and the Ivy". La prima è un celebre canto natalizio tradizionale, derivato dalla poesia For Christmas Day. Il testo fu scritto dal pastore metodista e poeta inglese Charles Wesley nel 1739, mentre la melodia è stata composta da Felix Mendelssohn nel 1840 in onore dell'invenzione della stampa da parte di Johannes Gutenberg. In epoca vittoriana, fu insieme a "While Shepherds Watched Their Flocks by Night" l'unico canto natalizio ad essere, non solo approvato, ma anche ammesso nelle liturgie dalla Chiesa inglese. "The Holly and the Ivy" fece la sua prima apparizione in un volantino del 1710, ma fu ufficialmente pubblicato solo nel 1871 nella raccolta "Christmas Carols New And Old" curata da Henry Ramsden Bramley e da John Stainer, mentre in questo caso il brano è accompagnato da una melodia popolare francese risalente al XI secolo. Inutile dire che l'estro Andersoniano ha completamente stravolto la struttura dei due brani, unendoli in un frizzante mix dove dominano il flauto traverso e la fisarmonica di Andrew Giddings. Dietro alla batteria troviamo James Duncan Anderson che accarezza i timpani, tirando fuori dal cilindro una ritmica dai sentori medievali, sulla quale si adagia una trama di flauto traverso che spira gioia da tutti i pori, colorata dalle festose note della fisarmonica. Le note della chitarra acustica di Martin Barre e del basso di Jonathan Noyce, quando non seguono in maniera omofona il flauto, tentano di incastonarsi fra i pochi spazi liberi lasciati da Mr. Giddings. Si ha l'idea di trovarsi nel bel mezzo di una festa paesana d'altri tempi. Al minuto 02:15, la sezione ritmica aumenta i giri del motore, flauto, chitarra acustica e organo si alternano in un emozionante susseguirsi di assolo. I Jethro Tull dimostrano che il loro folk rock era dormiente e non evaporato. I nostri si congedano con il festoso tema di inizio brano, recitato da flauto e fisarmonica.

A Christmas Song

Abbia ascoltato un inedito, una rivisitazione, ora è il turno di un vecchio brano registrato con l'attuale formazione. Si parte con la canzone natalizia Tulliana per eccellenza, "A Christmas Song (Una Canzone Di Natale)", brano apparso per la prima volta sulla mastodontica raccolta "Living in The Past", nel 1972 e dove Ian Anderson suonava tutti gli strumenti, iniziando ad alimentare le polemiche che lo vedevano come un tiranno. In molti si chiedevano se i Jethro Tull fossero una band o un manipolo di valenti musicisti alla corte di Re Anderson. Anche in questa nuova versione ritroviamo il tintinnio di campanelli e la melodia del flauto che va a riprendere la famosa carola natalizia di Cecil Frances Humphreys Alexander e Henry John Gauntlett "Once in Royal David's City" risalente al 1848 e citata esplicitamente nelle prime righe del testo. Il brano nacque durante la prima apparizione fuori dall'Inghilterra, quando i nostri sconfinarono a Copenaghen, dove il Menestrello Scozzese acquistò un mandolino, tediando un irritatissimo Mick Abrahams con il quale condivideva la stanza. È proprio strimpellando il mandolino che nacque questo brano a sfondo natalizio. Con la sua solita abilità e una voce provata dal tempo rispetto all'epoca, il Cantastorie Scozzese dipinge uno dei suoi magici quadretti, portandoci nel centro di Gerusalemme, dove in una piccola stalla una madre depone il suo bambino, immagine che da sempre è stata rappresentata con il presepe, uno dei simboli per eccellenza del Santo Natale. Il tutto colorato dalle barocche trame del mandolino dello special guest David Pegg e dalle vetuste percussioni di James Duncan mentre non chiedetemi perché, al basso troviamo Andrew Giddings. Da sempre il Natale fa rima con regali, abbuffate e fiumi di vino, ma Ian ci ricorda l'origini umili del Santo Natale, origini che ogni credente dovrebbe rispolverare durante gli interminabili, pranzi natalizi dove ci si abbuffa all'ingrasso. Lo spirito del Natale non è certo quello che vi state bevendo, ammonisce Anderson, attaccando il consumismo che già negli anni Settanta iniziava a contaminare la magia delle feste natalizie. La chitarra acustica di Lancelot Barre va a sostituire l'orchestra tipicamente britannica che un tempo fu di David Palmer. Rispetto alla versione originale, il rullante di James Duncan suona in maniera più brillante e marcata, avvicinandosi ad una trascinante marcia militare che ci accompagna verso l'epilogo. Dopo un secondo di silenzio, Anderson mette il sigillo finale con la sarcastica frase "Hey, Santa... pass us that bottle, will you? "Hey, Babbo Natale, passaci sta bottiglia, ti va'?)", rimarcando lo spirito sbagliato con cui in Gran Bretagna viene affrontato il periodo natalizio.

Another Christmas Song

Si prosegue con il sequel naturale che in origine era apparso su "Rock Island", "Another Christmas Song (Un'Altra Canzone Di Natale)". Rispetto alla versione del 1989, Anderson con qualche faticoso cambio di tono, tenta di allontanarsi dalla modalità Knopfler che caratterizzava il suo cantato in quel periodo. Ci riesce in parte, mentre in alcuni frangenti è praticamente impossibile cambiare il cantato. Le tastiere di Giddings, rispetto alle originali made in Anderson hanno un suono più disneyano che si addice alle tematiche delle liriche. Stesso discorso per la batteria di Perry e del basso di Mr. Pegg, che sicuramente hanno più mestiere del Polistrumentista di Dunfermline. Più brillante anche il flauto, che comunque mantiene tutta la sua affascinante dolcezza conquistandoci subito con quella trama fiabesca che ci entra subito in testa e che ci scioglie il cuore, impossibile non fischiettarla dopo il primo ascolto. La chitarra di Martin Barre sfoggia un suono migliore dovuto al mixaggio, ma rimane pressoché invariata, seguendo come un ombra la dolce trama del flauto, ricamando poi la calda voce di Anderson che va a rispolverare i veri valori del Natale, ovvero il desiderio di una famiglia riunita per il classico baccanale natalizio. Il buon Ian spera che la magia del Santo Natale avvolga tutto il Mondo, spera che tutti suonino la propria melodia natalizia, spera che le linee telefoniche siano intasate per i tradizionali auguri. Nella seconda strofa, introdotta dall'ammaliante tema di flauto, troviamo un vecchio che richiama a sé tutti i propri figli, li vuole tutti attorno a sé. Ognuno è padrone di festeggiare il Natale secondo le proprie tradizioni, tutti devono far festa e ballare la propria canzone di Natale, dalla lontana Africa alle grigie città industriali dell'Europa Dell'Est. A metà brano il Pifferaio Magico ci incanta con un dolcissimo assolo di flauto che riesce ad emanare il calore delle feste natalizie, invitandoci poi a vivere al meglio il Natale, in ognuno di noi alberga quel vecchio che vuole riunire a sé la propria famiglia. Un breve ruggito della chitarra tenta di spolverare un po' di rock sul brano, ma è un fuoco di paglia. La musica si attenua dolcemente, c'è un pensiero per tutti quei soldati che anche il giorno di Natale sono costretti a rischiare la propria vita su un campo di guerra, là c'è bisogno di un'altra canzone di Natale che spazzi via i brutali suoni di un conflitto bellico.  La magia del Natale riesce a risvegliare anche il più duro dei cuori, dando linfa vitale a quelle radici che sembravano ormai appassite. Quando il brano sembrava sfumare verso l'epilogo, una scolastica corsa sui tom tom riaccende il calore natalizio, la dolcissima melodia del flauto traverso imitata dalla chitarra ci accompagna lentamente verso la fine, dissolvendosi lentamente sul paesaggio innevato colorato dalle tradizionali luci di Natale.

God Rest Ye Merry Gentlemen

Si va avanti con una brillante rivisitazione in chiave jazz di "God Rest Ye Merry Gentlemen" espressione traducibile come "Dio vi renda felici, Signori", una tradizionale carola di Natale britannica, le cui origini probabilmente risalgono intorno al XV o XVI secolo. Fu pubblicata per la prima volta nel 1823 con la raccolta di William B. Sandys "Christmas Carols Ancient and Modern". Il brano viene citato anche nell'opera letteraria "Canto di Natale" di Charles Dickens. Le liriche (assenti in questa versione Tulliana) invitano le persone a lasciarsi trasportare dalla gioia derivata dalla nascita di Gesù. Delle solenni atmosfere orchestrali della versione originale non rimane neanche l'ombra, nonostante il flauto ne vada a riprendere la melodia. La ritmica felpata in pieno stile jazz è opera di James Duncan, seguito dalle sornione trame del basso di Jonathan Noyce. Il Pifferaio Magico scorrazza come un satiro con il suo strumento preferito trascinato dal ritmo andante dell'inedito duo ritmico. La chitarra in jazz-style di Martin Barre e l'organo di Andrew Giddings si scambiano gli auguri di Natale. Le trame del flauto traverso, protagonista assoluto del brano, si alternano ora con caldi fraseggi di chitarra, ora con tintinnanti trame di pianoforte. Intorno al minuto numero tre, l'inquietante organo alla Dottor. Phibes di Giddings i caustici accordi distorti di Mr. Barre cambiano volto al brano, che indossa una inaspettata veste rock, per poi ritornare alle più sobrie sonorità jazz che ci accompagnano verso la fine.

Jack Frost And The Hooded Crow

"Jack Frost And The Hooded Crow (Jack Frost E La Cornacchia Grigia)" è una vecchio composizione risalente al 1981 apparso la prima volta come retro del singolo "Coronach", brano orchestrale composto per la colonna sonora della serie tv "The Blood Of The British", sotto il moniker Jethro Tull and David Palmer. Nel 2005 è stato inserito tra le bonus track della versione rimasterizzata del capolavoro "The Broadsword And The Beast", anche se musicalmente sembra appartenere al periodo di "SFTW". Musicalmente, il suono è assai più brillante rispetto alla versione originale, che era stata scartata dalla track listi di "Broadsword". Ma cosa si cela dietro a questo curioso titolo? uno dei tanti con i quali il Paroliere Scozzese ha stuzzicato le fantasie e la curiosità del popolo Tulliano nel corso della sua maestosa carriera. Le liriche attaccano senza peli sulla lingua il consumismo che da tempo si è impadronito delle festività natalizie. Il nostro ci inviata a rivolgere un pensiero caritatevole verso tutti coloro che durante le festività non possono abbuffarsi, ricevere regali e soprattutto si ritrovano soli, abbandonati da tutto e tutti. Trasportati dalla magia del flauto, del mandolino e le vetuste percussioni di Mr. Perry, andiamo a conoscere i due personaggi che caratterizzano il titolo. Jack Frost è una figura caratteristica della tradizione folcloristica del nordeuropea, che affonda le sue radici nelle ataviche ed affascinanti mitologie norrene. Talvolta descritto come una figura elfica che aiuta Santa Klaus, talvolta come lo spirito del ghiaccio e del freddo, si tratta comunque di una figura prettamente invernale, a cui è impossibile non associare il freddo ed il gelo, elementi che non possono mancare in nessun quadretto che raffiguri la festa del Santo Natale. La cornacchia grigia, o corvo incappucciato, è un uccello appartenente al genere corvus, stretto parente del lugubre corvo reale. Anche la cornacchia grigia, nel corso del tempo è stata spesso associata alla morte e alla malasorte. Nel folklore celtico, l'uccello appare sulla spalla del morente del guerriero e semidio Cú Chulainn, mentre in Scozia veniva associata alle fate. Ma perché il nostro ha scelto questa strana coppia, alla quale invoca spesso una richiesta di aiuto affinché anche i più deboli possano avere un Natale caloroso? Istintivamente ho pensato ha due marche di whiskey, il celeberrimo Jack Daniels e l'Old Crow, il più famoso dei bourbon a basso costo, due distillati che aimè troppo spesso sono gli unici compagni nelle feste di Natale di reietti e barboni, categorie verso le quali il Menestrello Scozzese ha sempre avuto un occhio di riguardo. La corposa line di basso di Jonathan Noyce supporta le scorribande del flauto e i fraseggi di chitarra, mentre la linea vocale ammonente di Anderson ci ricorda che qualcuno là fuori non ha monete per acquistare un tacchino o una bottiglia di vino pregiato, ma non si può consolare nemmeno con piaceri più umili, come la risata dei bambini o il calore di un caminetto. Intorno al minuto 01.55 alcuni rintocchi di campana annunciano un suggestivo intermezzo dove il nostro recita a cappella alcune licenze poetiche a sfondo natalizio, ricordandoci che la fortuna può finire per tutti. Il caloroso strumming del mandolino colora la strofa finale, quando tutti i confort familiari vengono spazzati via, non ci resta che condividere la gioia di Natale con Jack Frost e The Hooded Crow.

Last Man At The Party

Il folk predomina in "Last Man At The Party (L'Ultimo Uomo Alla Festa)" brano inedito capace di rievocare festose atmosfere medievali. Il Menestrello Scozzese, seguendo le calorose note della fisarmonica di Mr. Giddings (che in questo brano suona anche il basso), e ricamato dal flauto, il nostro continua ad evidenziare gli eccessi che caratterizzano le feste natalizie, in questo caso a finire nel mirino è l'abuso dell'alcol che spesso la fa padrone nella notte di San Silvestro. Il nostro dipinge questa stramba parodia delle feste di fine Dicembre tramite degli strani protagonisti, difficile stabilire se di fantasia o realmente esistiti. La prima strofa vede una certa Suor Bridget stordita dal vino. Non so se si tratta di un certosino omaggio a Bridget Mary Partridge una religiosa australiana di origini irlandesi che fu voce di scandalo a causa di una sua fuga in camicia da notte dal convento. A farle compagnia c'è il cugino Jimmy, messo a terra da qualche litro di birra di troppo. Il basso zoppicante e le vetuste percussioni ci accompagnano ad una festa all'insegna dell'alcol. C'è che a malapena deambula, chi è per terra messo k.o. da qualche super alcolico, qualcuno piegato sopra un gabinetto, ad assaporare le ultime esalazioni di un infuso del Diavolo. Come spesso accade i nostri riescono in maniera perfetta a far sposare le liriche con la musica. Si respira un'aria festosa fra agrifoglio capra al curry e maiale al forno e tanto vino. Per salutare il nuovo anno, qualcuno ha avuto l'idea di cantare, mentre dallo stereo il vecchio Frank Sinatra colora la festa. Sul finale una fiabesca trama di flauto, ricamata dalla fisarmonica, spazza via tutte le scorie della festa, dando l'idea di come ci sentiamo alla fine di un veglione di capo d'anno, dove l'eccesso è stato l'ospite d'onore e a fatica stentiamo a rientrare a casa.

Weathercock

Il restyling natalizio dona una veste brillante a "Weathercock (Banderuola)", brano che in origine andava a chiudere splendidamente "Heavy Horses". Rispetto alla versione originale, dove si respiravano affascinanti atmosfere folk e medievali, l'importante lavoro del duo Perry & Noyce trasforma la canzone in una ballata dai sentori barocchi. Una dolcissima trama di flauto si insinua delicatamente fra le cristalline note della sei corde acustica e del mandolino, portandoci indietro nel tempo, aprendo il ponte levatoio al Menestrello Scozzese che con un'epica linea vocale saluta la banderuola girevole, l'anemoscopio più antico del Mondo che serve a rilevare la direzione e l'intensità del vento. La più antica banderuola della storia di cui si ha traccia è senza ombra di dubbio quella posizionata sulla cima della Torre dei Venti ad Atene, risalente al 48 A.C e riproducente un tritone. Le banderuole molto spesso raffiguravano animali più o meno reali, la più famosa e di uso comune è sicuramente quella a forma di gallo, con una freccia e le lettere W, E, S, N ad indicare i quattro punti cardinali. Se spira una forte Tramontana, gelido vento che proviene dal Nord, la banderuola ruoterà verso Sud. Anderson dialoga con la banderuola come se fosse un essere dotato della parola e in grado di dare risposte e consigli. Siamo in pieno Ottobre in una fredda serata autunnale, con gentilezza il nostro le chiede come è andata la giornata, se il gelido vento l'ha disturbata, soffiando forte sulla coda. Nell'inciso, ricamato da preziosi intarsi di chitarra, il Cantastorie Di Dunfermline chiede consigli alla banderuola, le chiede la giusta direzione da intraprendere, è lapalissiano che il consiglio è chiesto a nome dell'intera umanità, che sembra aver imboccato la strada sbagliata, trascinata via dall'impetuoso vento maligno del progresso, che corre imperterrito per la sua strada, senza badare alle conseguenze che possono colpire in maniera irreparabile Madre Natura e tutte le sue creature. Incuriosito, il nostro si interroga anche il duro lavoro effettuato dal fabbro per dare vita al simpatico anemoscopio. Nella seconda strofa entra in scena la sezione ritmica potenziando notevolmente il brano rispetto alla versione del 1978, lasciando in secondo piano la voce di Anderson logorata dal tempo. Il mandolino e il flauto mantengono comunque inalterate le atmosfere medievali. Continuano i quesiti a sfondo ambientale in questo insolito dialogo fra Anderson e la banderuola, trattata con i guanti quasi fosse una divinità. Durante la conversazione si sprecano le licenze poetiche, confermando se mai ce ne fosse bisogno, l'abilità con la penna di Anderson. Torna l'inciso, nella sua nuova versione potenziata, dove viene rinnovata la richiesta di indicare la retta via all'umanità in modo da costruire un futuro migliore in perfetta simbiosi con la Natura. Al minuto 01:50 irrompe il Pifferaio Scozzese con un bellissimo assolo di flauto che ci riporta inevitabilmente ai capolavori delle splendide prime due annate del 1970. Se per forza di cose, la voce di Anderson sembra provata dall'ineluttabilità del tempo, lo stesso non lo si può certo dire delle sue escursione con il flauto, che, come un ottimo rum, migliorano con il passare degli anni, grazie ad una esperienza forgiata sul campo. Dopo un interludio strumentale dove il Pifferaio Magico imperversa in lungo e in largo, torna per un'ultima volta l'inciso, con il flauto mandolino e pianoforte a rafforzare l'epica linea vocale. La coda strumentale è molto diversa da quella originale. Le acide note della chitarra vengono sostituite dal flauto, ricamato magistralmente dalla sei corde acustica. Basso e batteria accompagnano con bellissimi passaggi all'unisono, scanditi dai cristallini suoni delle tastiere. Martin Barre ha comunque la sua gloria nel finale, quando la sua chitarra spruzza un po' di peperoncino con un tema di Maideniane memorie. Fra i brani rivisitati, sicuramente questo è il più interessante.

Pavane

Se qualcuno ha ancora dubbi sulla classe dei Jethro Tull, questi vengono prepotentemente cancellati dalla rivisitazione in chiave progressive di "Pavane", brano di musica classica meglio conosciuto con il nome "Pavane in fa diesis minore op. 50", scritto dal compositore francese Gabriel Urbain Faurè nel 1887. L'opera prende il nome dalla pavana, una danza di corte di origini spagnole, che a sua volta deve il nome all'elegante pavone reale, pavo in spagnolo. In origine il brano fu scritto per pianoforte e coro, per poi trasformarsi nelle celebre versione orchestrale, che fu eseguita per la prima volta al Concert Lamoureux sotto la direzione di Charles Lamoureux il 25 Novembre del 1888 a Parigi. Da qui in poi, non tardò a diventare una delle opere più popolari del compositore francese al pari di "Requiem" e "Fantasia". Ma veniamo alla versione Tulliana, che si apre con uno vellutato pad di tastiera che accoglie un meraviglioso arpeggio di chitarra acustica, morsicchiato dall'organo. Le note della sei corde acustica scendono giù dolcemente come dei luccicanti glitter, che si vanno ad adagiare sulla trama portante ripresa magistralmente da Anderson con il flauto traverso. Dopo una trentina di secondi, entra in scena l'inedita sezione ritmica formata da Jonathan Noyce & James Duncan Anderson, i due lo fanno con classe e grazia, lasciando il compito al Pifferaio Magico di trasportarci lontano con la mente. Brividi quando la chitarra acustica va riprendere la melodia portante, seguita poi dalle tastiere di Mr. Giddings. La parte centrale, più movimentata anche nella versione originale, viene contaminata dal progressive rock. I trilli del flauto abbandonano le trame fiabesche, trasformandosi in sospiri prima luciferini e poi esotici, trasportati dalla ritmica zoppicante. Martin Barre ci delizia con un assolo acustico dai sentori spagnoleggianti, seguito da uno scatenato Andrew Giddings che ne va a ripercorrere i passi con organo e pianoforte. Ci pensa Ian Anderson a riportare la calma, con la dolcissima melodia del flauto traverso, che si adagia su un soffice pad di tastiera. Basso e chitarra colorano con dei preziosi intarsi, per poi lasciare il campo al Tastierista Di Pembury che fa centro con struggenti trame orchestrali. Nel finale, il flauto fa un salto di tono, accompagnandoci dolcemente verso il brusco finale.

First Snow On Brooklyn

Passiamo ad un altro brano inedito, "First Snow On Brooklyn (Prima Neve Su Brooklyn)" la punta di diamante del platter, una struggente canzone sull'amore perduto, colorata dai violini dello special guest The Sturcz String Quartet. Ricamata da dolci fraseggi di chitarra di Knopfleriane memorie, una melliflua trama di flauto accompagna Anderson a bordo di un aereo, che nonostante la sua avversità con il volare, si è imbarcato con direzione America, con lo scopo di riallacciare proprio il giorno di Natale una relazione amorosa terminata. Le cristalline trame della sei corde acustica ricamano i pensieri dubbiosi durante il volo. Spinto dall'amore, il nostro è convinto che non sia una buona idea andare a trovare la sua ex. Gli struggenti violini del The Sturcz String Quartet accompagnano il nostro fuori dall'aeroporto newyorchese intitolato a John Fitzgerald Kennedy. Salito a bordo di uno dei tradizionali taxi gialli, decide di fare la strada più lunga, in modo da ver più tempo per pensare, prima di incagliarsi fra ricordi rocciosi e lacrime soffocanti. Il quartetto d'archi evidenzia l'inciso, una rara nevicata sta imbiancando Brooklyn, Anderson è giunto a destinazione, mentre batte i piedi dal freddo, la sua ex non può notarlo dalla sua finestra, mentre sta scartando i regali con un altro uomo. Qui il nostro va a riprendere una spiacente situazione già descritta in "Pibroch (Cap In Hand)", con l'uomo ancora innamorato che ha perso il treno giusto. Nella strofa successiva, ricamato magistralmente da Martin Barre e dall'orchestra, affranto ed infreddolito il nostro cerca uno Starbucks (famosa catena di caffè statunitense) per riscaldarsi con un caffè e meditando se fosse il caso di spendere un centesimo per una telefonata. Nel secondo orchestrale ritornello, il nostro dipinge una cartolina natalizia che ritrae una suggestiva Brooklyn innevata. La neve scende giù copiosa, ricoprendo le impronte ma anche i suoi rimpianti, cancellando qualsiasi traccia della sua capatina in America. A metà brano troviamo un bellissimo assolo di flauto traverso, colorato dalle fiabesche trame dell'orchestra. Nella parte conclusiva il nostro mette a nudo tutti i torbidi pensieri che aleggiano nella sua mente, alcune cose sarebbe meglio dimenticarle, altre andrebbero ricordate solo a metà. L'ultimo inciso ci lascia con una suggestiva Brooklyn innevata, mentre le ultime note del flauto si confondono con i fiocchi di neve.

Greensleeved

La strumentale "Greensleeved" è una rivisitazione accelerata in chiave Tull di "Greensleeves", celebre canzone popolare inglese le cui tracce si perdono fra le piaghe del tempo. La leggenda narra che a comporre il brano sia stato addirittura Enrico VIII d'Inghilterra per la sua futura consorte Anna Bolena. Pare infatti che quest'ultima avesse una malformazione ad una mano e ciò la costringesse a coprirla con delle lunghe maniche, da qui il titolo Greensleeves che significa appunto maniche verdi. Ma alcuni più attendibili studiosi di storia sostengono che la composizione risale al XVI secolo, ovvero dopo la morte di Enrico VIII, scritta da un autore anonimo, abbattuto da una delusione d'amore. I nostri aumentano vistosamente il numero dei bpm rispetto alla versione originale, lasciando al flauto traverso il compito di riprodurre la melodia portante, trasformando la vecchia composizione in una canzone che odora di Seventies. Successivamente è una chitarra acustica dai sentori spagnoleggianti a replicare l'atavica melodia, prima che il Pifferaio Pazzo inizi una ipnotizzante danza con il suo amato flauto traverso. È poi il turno di Martin Barre che va a rispolverare la camicia di Mark Knopfler indossata alla fine degli anni Ottanta per deliziarci con un magistrale assolo di chitarra. A completare il poker di assolo ci pensa prima Andrew Giddings con una vibrante escursione di pianoforte ricamata dalle vetuste trame dell'organo, lasciando poi la chiusura nelle mani di Jonathan Noyce che si adopera in un breve e pungente fraseggio di basso. Il brano si conclude come era iniziato, con il flauto di Anderson che accompagna tutti gli strumenti verso il gran finale.

Fire At Midnight

I nostri vanno a rispolverare "Fire At Midnight (Fuoco A Mezzanotte)", brano che concludeva l'ottimo e sorprendente "SFTW". In questo caso il brano non varia più di tanto rispetto alla versione originale, fatta eccezione di campane e campanelli atti a dare un sapore natalizio all'organo che apre i cancelli ad una dolce sei corde acustica che colora le liriche che vedono l'amore sotto un altro aspetto. Sin dalle prime note veniamo incantati dalla magia del flauto che va a fondersi alla perfezione con la chitarra. Dietro al drum set troviamo Doane Perry, che ci picchia più duro rispetto alla versione del 1977, badando però a non rompere il fragile clima idilliaco creato dagli strumenti che emanano un piacevole sentore di tranquillità e di armonia familiare, sposandosi con il calore del caminetto, acceso stranamente intorno alla mezzanotte, quando il Mondo dorme, quando un lauto pasto ha spento finalmente i latrati dei cani. Con la maestria con la penna che ormai lo contraddistingue da tempo, il Cantastorie Di Dunfermline dipinge un caloroso quadretto che ritrae la affettuosa espansività della vita familiare e la gioia di un operaio che torna a casa distrutto dopo una dura giornata di lavoro. La stanchezza si scioglie a contatto con il calore del caminetto e dall'amore della moglie che lo accoglie con un piacevole ed avvolgente "toddy" caldo, una caratteristica bevanda irlandese a base di whisky e acqua con miele, guarnita con erbe e spezie, servita rigorosamente ben calda. Il nostro evidenzia l'abnorme differenza fra il rilassante calore domestico e l'oscurità al di là della finestra, dove una vellutata nebbia si fonde con le tenebre, nascondendo il paesaggio, mentre rane e tritoni sfruttano l'umidità per girovagare fra i madidi fili d'erba vestiti a lutto.  E mentre l'adorata moglie sale al piano di sopra a ripiegare i vestiti ed a struccarsi prima di andare finalmente a letto, lui si siede di fronte al camino, nonostante l'ora tarda, perché dentro di lui è magicamente fiorita l'ispirazione per scrivere una dolce canzone d'amore dedicata a lei, la splendida moglie che con la sola presenza riesce a cancellare le scorie negative di una intensa giornata lavorativa. Dopo neanche un minuto le poche righe scritte sono arrivate al capolinea, ma la canzone continua, sorprendendoci con un prolungato intermezzo strumentale, dove siamo incantati da una festosa melodia generata dal flauto, dal basso e dalla chitarra acustica che viaggiano perfettamente all'unisono. Il brano poi si indurisce, quando è la chitarra elettrica di Martin Barre a riprendere la precedente linea melodica e sfociando poi in un ipnotico unisono che gira intorno al tema portante, emanando fragranze asiatiche. Una vellutato pad di tastiera ci accompagna verso l'epilogo, dove Anderson, invischiato in una ragnatela di note di chitarra, sottolinea quanto sia bello essere a casa con la sua amata.

We Five Kings

"We Five Kings (Noi Cinque Re)" e la rivisitazione strumentale in chiave folk della carola natalizia "We Three Kings Of Orient Are" scritta intorno al 1857 dal reverendo americano John Henry Hopkins Junior. La variazione del titolo da tre a cinque è dovuta dal fatto che i nostri ultimamente sono una formazione a cinque, soprassedendo sui vari special guest, mentre tre erano i Re Magi, protagonisti assoluti nelle liriche (qui assenti) della versione primordiale. Fu pubblicata per la prima volta dallo stesso Hopkins nel 1863 in una raccolta di brani natalizi. La versione Tulliana viene aperta da Jonathan Noyce con un enigmatico giro di basso, che sarà la chiave del brano. Il flauto traverso di Anderson va a riprendere la melodia originale, diventando con il passar del tempo il protagonista assoluto. Alla batteria ritroviamo James Duncan. Dopo un altro stacco di basso, Andrew Giddings colora l'atmosfera con la festosa fisarmonica, mentre Anderson si lascia impossessare dal flauto traverso. Il jingle di basso vien usato come intermezzo, stavolta a seguirlo è una spagnoleggiante trama di chitarra acustica, che poi cede il testimone ad una melliflua partitura di pianoforte. I nostri si alternano in un mosaico di stacchi solisti, ai quali si aggiunge anche la fisarmonica. Martin Barre con un'altra suggestiva escursione con la sei corde acustica, apre le porte al gran finale, dove manco a dirlo, spadroneggiano i sibillini trilli del flauto.

Ring Out Solstice Bells

I nostri vanno ancora a pescare in "SFTW", andando a rivisitare la simpaticissima "Ring Out Solstice Bells (Suonare Le Campane Del Solstizio)". Fra i vari brani registrati con la nuova formazione, questo è senza ombra di dubbio quello dove si percepisce maggiormente la magia della versione originale. La voce di Anderson appare stanca, e non riesce a trasmetterci la gioia contagiosa che caratterizzava la versione del 1977, stesso discorso per i vari strumenti, che non riescono a riprodurre quella genuinità che era il punto di forza di "SFTW". Le liriche fanno un viaggio a ritroso nel tempo, andando a scavare fino all'antenato pagano del nostro Santo Natale. Entrando gradualmente, tutti gli strumenti vanno ad intrecciarsi in una melodia che lancia evidenti messaggi positivi, mettendoci in pace con noi stessi. La spensierata linea vocale è un vero e proprio jingle della felicità e ci porta indietro nel tempo, prima dell'avvento del cristianesimo, quando una delle feste più attese era il solstizio d'Inverno, che può cascare fra il 21 ed il 22 Dicembre, quando il Sole raggiunge il suo punto massimo di declinazione, determinando sulla Terra il giorno più breve e la notte più lunga dell'anno. Ma da quel giorno in poi, le giornate riprenderanno lentamente ad allungarsi, facendo evaporare gradualmente la tristezza invernale e avvicinandosi a piccoli passi verso la bella stagione. Per i celti era un momento atteso con gioia e trepidazione, e per l'occasione le campane suonavano a festa come canta il nostro nell'inciso, caratterizzato da calorose armonie vocali e festosi rintocchi delle campane che diffondono una avvolgente atmosfera natalizia. Durante il solstizio invernale se fate un salto nell'affascinate sito neolitico di Stonehenge potrete assistere ad un insolito fenomeno naturale che avviene esattamente all'alba: i primi tenui raggi di un Sole assonnato passeranno esattamente dalla porta principale dell'imponente e misterioso circolo di pietre. Nello scorrere del testo oltre ai vari simboli caratteristici del solstizio come il vischio, troviamo spesso il ripetersi del numero sette, "Seven maids move in seven time (sette cameriere si muovono in sette volte)", "Seven druids dance in seven time (sette druidi ballano in sette tempi)". In futuro anche gli Iron Maiden incentreranno un album sull'importanza del numero sette; il settimo figlio di un settimo figlio sarà in possesso di poteri ultraterreni ponendolo nelle vesti di arbitro per decidere le sorti dell'eterna lotta tra il bene e il male. Anderson è sempre stato affascinato da qualsiasi tipo di religione, non solo quella cristiana. Se andate a scavare a fondo nelle varie religioni, antiche o ancora in voga, troverete sempre presente il numero sette, un numero magico e fondamentale dalla notte dei tempi. Alcuni esempi? Eccoveli: sette sono i peccati capitali, sette sono le virtù, sette sono i sacramenti. Nell'antica religione politeista greca, erano sette erano le pleiadi come sette erano i bambini offerti da Atene a Minosse. Sono sette anche i bracci del candelabro ebraico. Secondo il Corano sette sono i cieli creati da Dio, come sette sono i mari e i cieli, gli abissi e le gate dell'Inferno. Provate ad indovinare quanti sono gli Dei della felicità nella religione buddhista e i doni dello Spirito Santo. Il brano con la sua simpatia scorre veloce senza annoiare, diffondendo magia e benessere sposando perfettamente le atmosfere natalizie del platter. In chiusura le campane che nel '77 suonavano a festa celebrando l'avvento del solstizio d'inverno, vengono stranamente sostituite da un invadente organo dai sentori clericali, mentre il flauto traverso allunga fin troppo il brodo prolungando inutilmente il finale.

Bourée

Sinceramente non penso che ci fosse il bisogno di andare a toccare la mitica "Bourée", brano iconico che nel 1969 consacrò Ian Anderson il re assoluto del flauto in ambito rock. La lettera "R" in meno rispetto al titolo originale è un fatto voluto e non un errore,  un errore invece fu quello della casa discografica che in origine attribuì a Ian Anderson la paternità della canzone, quando tutti sappiamo che la versione originale è opera di Johann Sebastian Bach, il quale la inserì in una suite che al suo interno comprendeva diverse tipologie di danze come la Allemande, la Sarabande e la Courante, il tutto racchiuso nella magnifica "Suite n° 1 per liuto in Mi minore" catalogata come  "BMV 996". Ad oggi, si tratta della più antica composizione per liuto firmata Bach. L'estrema difficoltà della diteggiatura fece sì che molti interpreti usassero la chitarra classica anziché il liuto durante le esecuzioni. Dalla notte dei tempi, è un classico con cui i chitarristi amano ostentare tutta la loro abilità con la sei corde.  La versione rielaborata dalla geniale mente di Anderson vede però il flauto ed il basso elettrico protagonisti assoluti, fondendo la musica classica con il jazz. Con il tempo, oltre ad essere diventato un classico imprescindibile della band, è divenuto il pezzo per eccellenza con cui identificare il flauto in un contesto di musica rock. Curiosamente, Ian Anderson ha più volte ammesso di non aver mai sentito la versione originale durante la sua rielaborazione del brano, basandosi su quello che aveva sentito strimpellare dal suo vicino di casa. Rispetto alla versione originale troviamo un inutile intro dove il flauto viene affiancato da un medievaleggiante partitura di clavicembalo. Anche nel nuovo millennio, il Pifferaio Magico replica comunque alla perfezione con il flauto le trame che in origine venivano eseguito non senza difficoltà con il liuto. Non condivido assolutamente la scelta di inserire una inutile fisarmonica che suona troppo "sigla di Lupin III" mentre i passi lunghi del basso di Noyce sono lontani anni luce da quelli di Mr. Cornick. Non me ne voglia il padre, ma anche la batteria di Clive Bunker era su di un altro pianeta rispetto a quella di James Duncan che comunque si disimpegna con una ritmica dai sentori jazz che segue le orme lasciate dal basso. Ian Anderson, dopo alcune battute eseguite in tranquillità, inizia un indemoniato assolo con il flauto che diventa sempre più nevrotico con il passare dei secondi contaminato da lamenti in pieno stile "Roland Kirk". Dopo i folleggianti aliti del flauto purtroppo non troviamo la splendida partitura di basso che fu Glenn Cornick. I nostri sfruttando al meglio il tema portante e ci trasportano dolcemente verso il classicheggiante finale del brano. Rivisitazione che era meglio evitare.

A Winter Snowscape

A chiudere l'album in studio numero ventuno dei Jethro Tull troviamo "A Winter Snowscape (Un Paesaggio Innevato Invernale)", brano che Anderson ha chiesto in prestito a Martin Barre, visto che faceva parte del suo quarto album solista del 2003, intitolato "Stage Left", in onore alla sua abituale posizione sul palco con i Jethro Tull. Sull'album, che a parte l'ultima delle quattordici tracce è interamente strumentale, hanno suonato anche Jonathan Noyce e Andrew Giddings. Scelta da Anderson per il titolo, rispetto alla versione originale che ostentava un magico intreccio di chitarre acustiche, l'articolato arpeggio di Martin Barre viene colorato da una struggente partitura di flauto. I due strumenti riescono a disegnare il bellissimo paesaggio innevato del titolo, andando sovente a braccetto. Circa a metà brano, Andrew Giddings prima con un delicato passaggio con l'organo e poi con le tastiere mette un abito fiabesco al brano. Nonostante l'assenza della sezione ritmica, i nostri nella seconda parte ci fanno avvertire un sobrio aumento dei bpm che sottolinea l'affiatamento, la classe e la tecnica dei due strumentisti. Nella parte finale, Anderson si lascia trasportare dalla magia della chitarra acustica e lentamente ci accompagna verso l'epilogo con un mellifluo assolo di flauto traverso.

Conclusioni

A differenza degli altri album dei Jethro Tull su cui ho lavorato, prima d'ora non avevo mai avuto il piacere di ascoltare questo controverso "The Jethro Tull Christmas Album", sfuggitomi non so per quale motivo al momento dell'uscita. Le aspre (ed in parte ingiuste) recensioni che avevo letto in rete, mi avevano fatto desistere dall'avventurarmi in questo album dove domina la magia del Natale. Ascoltandolo devo assolutamente dire che non si tratta come ho letto in giro del punto più basso della discografia Tulliana. Non siamo davanti ad un capolavoro, ma sicuramente qualcosa di interessante all'interno del platter c'è eccome. Come nel caso del suo predecessore, penso che tre o quattro tracce in meno avrebbero reso più digeribile l'ascolto. La rischiosa scelta di avventurarsi in nuove registrazioni di vecchi brani si è dimostrata un'arma a doppio taglio. Se per forza di cosa dovevano essere inserite le due "Christmas Song", non sarei mai e poi mai andato a scomodare quella perla di nome "Bourée", che fra l'altro con il Natale non c'entra un bel nulla. La nuova versione perde tutta la magia con la quale ci aveva conquistato la versione del '69. Stesso discorso per "Ring Out Solstice Bells", la cui nuova veste non rende giustizia alla genuina composizione originale. Ho apprezzato particolarmente invece la versione millennial di "Weathercock". Comunque sia, nelle nuove registrazioni il divario fra la voce di Anderson di un tempo e la classe dei musicisti originali si fa sentire e come. Certi brani sono difficili da coverizzare anche dalla band stessa, se gli interpreti non sono i medesimi. Senza ombra di dubbio l'ineluttabilità del tempo si è dimostrato una variante da non sottovalutare per la voce di Anderson. In queste nuove registrazioni, a risentirne meno è stata la chitarra di Martin Lancelot Barre. Fra le interessanti rivisitazioni delle carole natalizie spicca senza ombra di dubbio "Pavane", brano che i nostri hanno saputo magistralmente trasformare in una Tull song. Distribuito dalla Fuel 2000, "TJTCA" è uscito il 30 settembre 2003, sotto l'attenta produzione di Ian Anderson, e registrato in vari studi fra il Gennaio ed il Maggio del 2003. La copertina, opera della Peacock Design è sicuramente una delle più suggestiva della discografia Tulliana; si tratta di un bellissimo scorcio di borgo medievale innevato, che riesce a trasmettere tutta la magia delle feste natalizie. Le foto sono opera di Igor Vereshagin. Purtroppo per i nostri, il disco non ottenne nessuna certificazione di vendita, non rientrando nemmeno nei bassi fondi delle classifiche inglesi ed americane. Si registra solo una cinquantunesima posizione nella classifica tedesca. Se siete dei nostalgici del folk rock degli anni Settanta, è un album che fa per voi. Se siete in cerca di un disco tema natalizio da regalare per Natale che esuli dagli ormai triti e ritriti standard convenzionali, avete trovato quello giusto. Se volete ascoltare i veri Jethro Tull, meglio guardare più indietro. Comunque sia, nonostante i numerosi dubbi, l'album a mio avviso merita la piena sufficienza.

1) Birthday Card At Christmas
2) Holly Herald
3) A Christmas Song
4) Another Christmas Song
5) God Rest Ye Merry Gentlemen
6) Jack Frost And The Hooded Crow
7) Last Man At The Party
8) Weathercock
9) Pavane
10) First Snow On Brooklyn
11) Greensleeved
12) Fire At Midnight
13) We Five Kings
14) Ring Out Solstice Bells
15) Bourée
16) A Winter Snowscape
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