JETHRO TULL

The Broadsword and the Beast

1982 - Chrysalis

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
27/05/2021
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

L'entusiasmo di Ian Anderson nell'esplorare nuove sonorità che prevedevano uno smodato uso di sintetizzatori non è stato ben corrisposto dalla maggior parte dei fan, ancora troppo legati alle epiche sonorità del decennio precedente, per di più, il responso ai botteghini non dette i frutti desiderati. Molto meglio andarono invece gli spettacoli dal vivo, dove la tecnologia rendeva gli show più appetibili. Anderson ampliò la sua attrezzatura live con un tecnologico radio microfono che gli permetteva di addentrarsi tra la folla anche durante le sue funamboliche escursione con il flauto. Durante il tour di "A", suonato imperterritamente con le fantascientifiche ma discutibili tute bianche, venne registrata una discreta quantità di materiale che finì su "Slipstream", il primo video live in VHS pubblicato dalla band, uscito precisamente il 18 Luglio del 1981. La set list comprendeva una nuova introduzione firmata Eddie Jobson, con la quale venivano aperti tutti i concerti, "Black Sunday" e "Fylingdale Flyer" dell'ultimo album e altre otto tracce che presentavano i classicissimi della band. Inoltre comprendeva quattro videoclip: "Dun Ringill", girato sulla spiaggia di Beachy Head è ispirato alla copertina di "Stormwatch", "Sweet Dreams" è un omaggio alle vecchie pellicole horror con un insolito Ian Anderson nelle vesti di un vampiro. In "Too Old To Rock 'n' Roll" i nostri suonano in mezzo ad un gigantesco flipper, mentre nel video di "Fylingdale Flyer" i nostri sono nella torre di controllo che troviamo sulla copertina di "A". Se Eddie Jobson ci aveva incantato in studio, lo stesso non lo si può dire in sede live, la sua poca presenza scenica, una passiva attitudine sul palco e la poca personalità non avevano per niente soddisfatto l'Istrionico Leader Di Dunfermline. Sotto i riflettori il giovane Eddie sembrava spaesato, il feeling con il pubblico non era mai sbocciato. Voci di corridoio dicono addirittura che durante gli assolo improvvisasse per lavorare su del nuovo materiale extra Tull. A fine tour, nel febbraio del 1981, lasciò la band. Anche il talentuoso ma instabile Mark Craney decise di lasciare il gruppo. Ian Anderson, per l'ennesima volta si trovava con una formazione da reinventare e con una popolarità in netto calo. Voluta o no, la band si prese una prolungata pausa, durante la quale però Ian Anderson non stette a riposare, mettendo su pentagramma una buona dose di idee da usare per il futuro album, con il quale voleva in qualche maniera riallacciarsi al sound del passato, vista la profonda delusione di una buona frangia di fan. Per rinnovare il suo sound, Martin Barre sperimentò il sound delle chitarre prodotte dalla ditta americana Hamer, abbandonando momentaneamente le amate Gibson, anche se è giusto precisare che le Hamer non si discostavano molto dalle medesime, soprattutto sotto il profilo del design. Il posto vacante di batterista fu occupato da Gerry Conway, drummer folk rock nato l'11 Settembre del 1947 a King's Lynn nella contea di Norfolk. La sua passione per la batteria sbocciò in giovane età, ma la famiglia non era convinta che potesse farsi una vita con la musica, tanto da proibirgli l'ingresso in una rinomata orchestra all'età di tredici anni, perché ritenuto troppo giovane. Tre anni dopo lasciò la scuola ed iniziò a lavorare per la casa discografica EMI, suonando in band minori prima di approdare negli Eclection. Dopo una collaborazione con Steeleye Span e con Al Stewart giunse la sua esperienze più importante e duratura, al fianco di Cat Stevens, con il quale registrò ben sette album, dal 1971 al 1978. Dopo altre esperienze come session man, giunse alla corte di Re Anderson nel febbraio del 1981, dopo aver superato brillantemente un'audizione. In un'epoca dove l'elettronica e sintetizzatori regnavano incontrastati nel regno della musica, il tastierista andava scelto in maniera oculata. Anderson cercava un profilo che tecnicamente fosse in linea con Jobson ma che avesse una maggiore personalità sul palco. Negli anni '80 era impensabile rinunciare ad un tastierista moderno che avesse confidenza con i sintetizzatori, ma il nostro non voleva neanche rinunciare al fascino del pianoforte e dell'organo, in modo da riallacciarsi in qualche maniera a quel prog folk che ancora scorreva nelle sue vene. All'epoca il migliore motore di ricerca per reclutare musicisti era un annuncio sul Melody Maker. Dopo una serie di provini, gli occhi di quel che rimaneva dei Jethro Tull ricaddero su un certo Peter-John Vettese, talentuoso tastierista dei R.A.F. (Rich And Famous), che colpì non poco Anderson e compagni. Il nuovo tastierista dei Tull nasce il 15 Agosto del 1956 a Seafield, nelle affascinanti lande del Midlothian, in Scozia. Musicista precoce iniziò a suonare il pianoforte alla tenera età di quattro anni, a nove suonava già nella band di suo padre. A diciassette anni lasciò la famiglia con l'intento di fare della musica la sua vita. Entrò a far parte di una rinomata orchestra, ma fu licenziato perché in contemporanea suonava in un altro gruppo. La sua esperienza più significativa fu con i R.A.F, band scozzese che suonava in giro per quella che i romani chiamavano Caledonia, con qualche sporadica capatina negli States. Ian Anderson andò proprio a visionarlo durante una serata, in modo da vedere con i propri occhi se avesse la giusta attitudine sul palco, in modo da non ripetere lo stesso errore commesso con Jobson. Con la formazione finalmente al completo e il Natale del 1981 ormai alle porte, mancava un ultimo ulteriore tassello prima di entrare in studio, un produttore in grado di dare una svolta al sound Tulliano. Per effettuare la ricerca, stavolta i nostri si rivolsero alle pagine gialle dove sotto la voce "produttore" spiccava il nome di Paul Samwell-Smith, ex bassista degli Yardbirds e appunto produttore di fiducia di Cat Stevens. Il nuovo Drummer Tulliano aveva quindi avuto modo di lavorare con il prescelto, confermando che aveva il profilo giusto per lavorare con la band. Sin dal primo fugace incontro fra Paul Samwell-Smith e la band sbocciò l'amore ed una forte intesa. Con una buona parte di materiale, era l'ora di entrare in studio e dare vita all'album in studio numero quattordici, dall'evocativo titolo "The Broadsword And The Beast (Lo Spadone E La Bestia)" una album che mixa magicamente il sound elettronico del nuovo decennio al prog folk del recente passato e rispolverando le tanto amate atmosfere medievali, uno dei miei preferiti in assoluto dell'intera discografia Tulliana che non mi vergogno a mettere immediatamente dietro ai capolavori intergalattici della prima parte degli anni settanta. Curiosamente, le due facciate anzichenò chiamarsi "A" e "B" si chiamano "Beastie" e "Broadsword", rispettivamente aperte da quelle che possiamo considerare due title track. Torniamo dunque ai mitici anni '80 e scopriamo quali sorprese cela il nuovo lavoro dei Jethro Tull.

Beastie

Ad aprire le danze è "Beastie (Bestia)" traccia che dà il titolo anche alla prima facciata dell'album. Si tratta di un brano decisamente duro rispetto agli standard Tulliani che punta sulla aggressività della chitarra distorta di Martin Barre e epici pad di tastiera del nuovo arrivato Peter-John Vettese. Una introduzione inquietante apre i cancelli a Ian Anderson, che accompagnato da epiche tastiere ci presenta "la bestia" una entità oscura che racchiude tutte le paure dell'essere umano, una sorta di Boogeyman che accompagna l'uomo sin dai primi giorni di vita fino al letto di morte. Si va avanti sotto i colpi incessanti del nuovo drummer Gerry Conway, che in barba al suo curriculum folk rock ci picchia duro. Fra i grintosi accordi di chitarra sbuca fuori la bestia, che come del resto il Diavolo è una creatura dai mille nomi, una creatura delle tenebre che accompagna il cammino dell'uomo sin dalla notte dei tempi, protagonista di miti e leggende con le sue mutevoli infinite forme, solo a nominarla fa venire i brividi. La bestia è la protagonista assoluta nell'inciso dove troviamo un wall of sound di chiara matrice hard rock. Andando avanti, fra l'epica battaglia fra chitarra e tastiere troviamo una simpatica citazione Tulliana, lo sporran, la caratteristica borsetta in pelle o pelliccia, l'accessorio immancabile per chi indossa il tradizionale kilt scozzese che potrebbe fare da amuleto per tenere a bada la bestia. Successivamente Anderson, con una buona dose di ironia indica un paio di metodi drastici per combattere la bestia: una appropriata dose di ansiolitici oppure una visita dallo psichiatra, che purtroppo non sarà in grado di dare aiuto perché la bestia è ovunque e perseguita chiunque, anche il più bravo dottore di psichiatria del Mondo. Il secondo ritornello è più articolato, i grintosi ricami di Martin Barre tentano di imbrigliare la bestia, che segue la sua vittima in ogni dove, sempre presente sulla sua spalla con il suo fetido fiato sul collo. Un sibillino e funambolico passaggio di tastiera annuncia l'assolo di chitarra, dove il buon Martin va ad esplorare nuove sonorità che odorano di hard'n'heavy. Le lancinanti note della sei corde ci riconducono di fronte alla bestia in una versione più spigliata del ritornello, dove troviamo le più ataviche paure dei bambini; la bestia si muove furtivamente fra le coperte o si nasconde sotto al letto, ti segue come un'ombra, pronta a riscuotere la taglia che ha messo sulla tua testa. Per poche battute la musica si placa, il Paroliere Scozzese pare avere la cura giusta per combattere la bestia, ovvero affrontare a muso duro le paure e rispedirle al mittente, nei meandri dell'Inferno. Dopo un crescendo Rossiniano i nostri ci salutano con l'anthemico ritornello che salendo di qualche tono si chiude poi con un disperato "attenzione", mettendo tutti quanti in guardia dall'arrivo della bestia, la terribile creatura delle tenebre che da eoni accompagna il cammino dell'essere umano e continuerà a farlo fino al giorno del giudizio.

Clasp

La successiva "Clasp (Stretta)" è l'esempio perfetto di come i nostri abbiano mixato magistralmente l'elettronica ottantiana al folk del decennio precedente. Un brano che funziona benissimo e che cela molteplici e certosini virtuosismi da parte di tutta la banda. Dal castello di tastiere scende un'oscura ed arcana nebbia che ci avvolge per una quarantina di secondi, lasciando poi il campo alla magia del flauto traverso, seguito da un'interminabile corsa sulle pelli del nuovo drummer Gerry Conway. Adagiandosi su un soffice pad di tastiera e districandosi fra i lamenti dei tom tom, Ian Anderson con le sue ormai consuete licenze poetiche ci presenta uno dei nuovi mali della società britannica: la paura del contatto umano. Presi dalla monotonia delle giornate lavorative, molti pendolari si incrociano senza degnarsi di uno sguardo, con gli occhi freddi concentrati sulla loro marcia spedita, schivi e timorosi di una innocente stretta di mano come se fossero due enormi navi mercantili che si incrociano fugacemente nel canale, badando solo a non incappare in una collisione. Dopo un breve stacco che lascia riaffiorare sentori medievali che sembravano ormai persi, il Paroliere Di Dunfermline rende più gelide le sue parole con un effetto; la sua voce sembra provenire da un automa privo di sentimenti, come ne è priva la società. Gli enormi grattacieli che sormontano le città vengono dipinti come dei maestosi canyon sopra i quali dimora il malcontento dei secoli. Le tangenziali pullulano di pendolari rinchiusi nelle loro gabbie di metallo, ipnotizzati dall'ossessivo lampeggiare della spia verde della freccia, pungente come le scale di basso di Dave Pegg. Come piloti di formula uno, viaggiano imperterriti nella corsia di sorpasso per raggiungere in orario il luogo di lavoro. Peter-John Vettese ci apre il cuore con uno struggente tema di tastiera, ricamato magistralmente da Martin Barre, brividi. La linea vocale di Ian Anderson riprende le sembianze umane e trasuda compassione, esortando i gelidi pendolari ad interrompere il loro viaggio, magari svoltando in una verdeggiante strada secondaria di campagna, scaricando tutte le scorie negative immagazzinate, mettendosi in contatto con Madre Natura, o semplicemente ammirandone i capolavori che ci ha donato. Fra fill sulle pelli, avvolgenti accordi di pianoforte e certosini fraseggi di chitarra, i nostri ci esortano a valorizzare i rapporti umani, in modo da confessare le proprie paure a qualcuno disposto ad ascoltare, magari davanti ad una fumante e profumata tazza di the. Dopo un fantastico interludio strumentale colmo di virtuosismi, dove tutti gli strumenti gridano "progressive" giungiamo alla parte finale del brano, dove come spesso accade, Ian Anderson non le manda di certo a dire a coloro che occupano i piani alti della piramide societaria. Rivestiti da gelidi capi sintetici con sorrisi fasulli che sembrano essere congelati, gli statisti riempiono di menzogne le televisioni di milioni di cittadini, che sembrano ipnotizzati dai fiumi di parole, colti da un preoccupante stato di apatia. E' l'ora di svegliarsi, è l'ora di rispondere con bugie alle menzogne, fingendo di tirare la corda e pensando a noi stessi ma soprattutto al prossimo. Molto spesso una semplice stretta di mano, un gesto gentile, un sorriso o un abbraccio, possono indirizzare la giornata su rosei binari che ci fanno affrontare nel migliori dei modi l'ennesima e monotona giornata di lavoro. Nel finale tornano le taglienti sfiatate del flauto, che con un luciferino trillo richiamano la tetra nebbia transilvanica che ci aveva avvolto ad inizio brano.

Fallen On Hard Times

Qualitativamente la musica si mantiene in crescendo, "Fallen On Hard Times (Sono Caduto In Tempi Difficili)" è uno dei momenti migliori del platter, un brano che rievoca la calde atmosfere folk rock di fine anni'70, andando a scavare nei meandri della musica tradizionale scozzese, da dove è stata estrapolata la linea melodica rivisitata poi secondo il verbo Tulliano, con flauto e sei corde acustica protagonisti. Le futuristiche tastiere dai profumi d'Oriente di Peter-John Vettese si amalgamano perfettamente con il flauto traverso e la chitarra acustica, due punti fermi del vecchio sound targato Anderson, confezionando una pregevole introduzione che ci entra subito nella testa come se la avessimo già sentita altre volte in passato, facendosi respirare atmosfere d'altri tempi. Si parte con l'inciso, le note delle chitarre acustiche scintillano come polvere di diamanti, cadendo su un soffice tappeto di tastiera. Sono tempi duri per il modo politico britannico. Come del resto moltissimi altri cittadini, Anderson ha perso la fiducia nel governo che nonostante i tempi duri indora la pillola, sostenendo che latte e miele sono dietro l'angolo, ma il nostro sostiene che per raggiungerli c'è da correre parecchio e velocemente e tutti verso il medesimo obbiettivo, in modo da poter risanare il debito in rosso. Una profonda nota glissata del basso apre le porte alla strofa, una delle più belle confezionate dai Jethro Tull. Trasportato dal sognante tema di tastiera l'Istrionico Vocalist lancia un paio di hook che attirano la nostra attenzione, chiamando in causa nell'ordine il primo ministro e poi il signor presidente. Nella Perfida Albione regna il caos, è l'ora di togliere i denti marci e andare avanti nel nome della verità e della trasparenza. Parole forti che purtroppo suonano ancora attuali e che potrebbero essere rivolte a qualsiasi governo del nuovo millennio. Con l'avvento del ritornello tornano le scintillanti note della chitarra acustica, accompagnate dai caldi lamenti slide, il popolo è alla ricerca del Sole, ma purtroppo anche la stella più luminosa del firmamento è diventata nera e fredda, una bellissima metafora per dipingere l'oscuro momento che sta attraversando l'Inghilterra. Dietro i nuovi programmi del governo si nascondono ancora gli stessi difetti, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Nella seconda parte dell'inciso Martin Barre preme il pedale della distorsione, dando una buona dose di grinta e rabbia. Nonostante i tempi difficili, i politici viaggiano comunque a bordo delle loro scintillanti Rolls Royce in compagnia delle loro signore rivestite da costosissime pellicce in visone ed ingioiellate dal capo ai piedi. Il buon Ian ha una drastica soluzione peace&love dal sapore hippie, accendere il calumet della pace e tornare a vivere nei boschi, prima che il fetore di una società morente prenda il sopravvento. La sognante tastiera della strofa trasmette perfettamente il torpore apatico in cui è caduto il popolo britannico che ha dormito fin troppo a lungo. E' assolutamente l'ora di svegliarsi. Vettese suona la carica con pompose trame, ricamate dai grintosi intarsi della chitarra elettrica, invitando il governo a prendere la strada più semplice, quella di mantenere le promesse fatte La canzone si avvia verso la conclusione ruotando attorno all'inciso, impreziosito da pregevoli fraseggi di chitarra, sontuosi fill sulle pelli e potenti pennate di basso. Il 28 Giugno 1982 il brano è stato rilasciato come singolo.

Flying Colours

La qualità eccelle anche nella successiva "Flying Colours (A Pieni Voti)", un bellissimo brano dai sentori AOR contaminato dal progressive rock che mi ricorda molto da vicino il frizzante sound degli Asia, e per questo lo adoro, visto che il supergruppo albionico è fra le mie band preferite in assoluto. In questa canzone dai sentori tipicamente anni '80, Peter-John Vettese è il protagonista assoluto, il nuovo acquisto colora con tastiere e piano la grigia raccolta di liti di coppia avvenute maldestramente in pubblico a cui Anderson ha assistito casualmente nel corso del tempo. La prima strofa è uno struggente duetto voce-pianoforte, le sapienti falangi di Vettese si muovono con delicatezza sui denti d'avorio, le classicheggianti note emanano una profonda sensazione di malinconia. La calda voce di Anderson si sposa alla perfezione con le tristi note del pianoforte, aprendo la prima pagina del suo originalissimo album. Di fronte alle gride isteriche della donna, il compagno cerca la via meno plateale per risolvere i problemi, preferirebbe strade più soft e magari in un ambiente privato, lontano da occhi indiscreti. La sua calma apparente non significa affatto che non dia peso alla situazione che si è venuta a creare, è il suo carattere schivo a portarlo verso soluzioni meno appariscenti, magari davanti ad un calice di buon vino. Improvvisamente un pomposo riff di tastiera rompe la delicata armonia creata dal pianoforte, la potente sezione ritmica e i variopinti ricami di chitarra confezionano un deciso cambio atmosferico, emanando forti sentori di rabbia e grinta. E' ancora l'uomo a volere cercare una via meno ortodossa e plateale, di fronte ad un'agguerrita donna che sembra volere far sminuire il compagno davanti ad una folla incuriosita. Lui preferirebbe riallacciare il rapporto sotto calde lenzuola in una notte d'amore, ma la compagna sembra avere il dono di scegliere sempre il momento meno adatto per vomitare tutti i suoi dissapori, avvicinandosi al punto di rottura del loro legame amoroso. Il brano ha una struttura del tutto originale, invece di seguire il classico schema strofa -ritornello, i nostri fondono insieme i due elementi proponendoceli ogni volta conditi con una salsa diversa. Siamo partiti da un mellifluo inizio per arrivare ad una piccantissima versione dove emergono le pungenti scale di basso dell'ottimo Dave Pegg, rafforzate dai graffianti accordi della chitarra elettrica, che più avanti nei raffinati ricami si avvicina molto al sound del maestro Steve Howe, tanto per rimanere in tema Asia. Stavolta la lite di coppia degenera all'interno di un ristorante definito stravagante, forse un bicchiere di troppo, forse un sorriso mal riposto o vecchi rancori che sembravano sepolti sono riaffiorati, qualunque sia la ragione, purtroppo stavolta la lite non è solo verbale, la giovane coppia è arrivata addirittura alle mani, facendo sprofondare i due contendenti nelle sabbie mobili della vergogna, finendo la cena con una meschina figura da dieci e lode. Al minuto 2:48 incontriamo un interessante interludio strumentale. Le squillanti tastiere ottantiane brillano nella prima parte, per poi fondersi con i soffusi sospiri del flauto e le calde trame della chitarra, racchiudendo alla perfezione il crossover musicale fra i due decenni. John Vettese ci tiene sulle spine con le sue tastiere, aprendo i cancelli alla parte conclusiva del brano che ci riporta all'interno del ristorante, dove è scoppiata una lite furibonda fra due amanti. Rosso dalla rabbia, il compagno perde il controllo e decide di rispondere per le rime alla folli grida della compagna. La commedia dalla trama scontata è stata scritta. La sezione ritmica arriva come un treno, portandosi dietro un sontuoso carico di rabbia, la lite è giunta al culmine, volano minacce di morte, offese, calci e pugni, è giunta l'ora di regolare i conti una volta per tutte, dopo l'ennesima figuraccia che promuove l'ormai ex coppia a pieni voti.

Slow Marching Band

Il lato "Beastie" si conclude con "Slow Marching Band (Banda Che Marcia Lenta)" una melliflua e triste ballata che vede protagonista il pianoforte. Nell'introduzione dai sentori medievali il flauto ed il clavicembalo ci trasportano nelle verdi colline della Terra Di Mezzo, facendoci assaporare atmosfere Tulliane che sembravano andate perdute con l'avvento del nuovo decennio. Le pesanti e tenebrose note del pianoforte accompagnano la triste linea vocale di Anderson, che con mestizia si riallaccia alle liriche del brano precedente. Le furibonde liti hanno portato inevitabilmente alla fine di un rapporto amoroso, descritto dal Paroliere Scozzese come una banda musicale che suona una musica lenta, priva di verve che non riesce a coinvolgere il pubblico. "Ti uniresti ad una banda che suona musica lenta?" ci chiede il nostro con una originalissima metafora che rende bene l'idea, sottolineando gli ultimi scialbi e smorti momenti di un rapporto logoro ormai giunto all'atto finale. I pochi ma sostenuti colpi della sezione ritmica accentuano l'alone di tristezza che accompagna il brano dall'inizio alla fine. Tutti i bei momenti vissuti insieme in passato vengono prepotentemente cancellati dal dolore e dal rancore che sembrano essere eterni. Le strade si separano, forse senza mai più incrociarsi, sta alla persona dal carattere più forte trovare la forza per guardare oltre. Un crescendo rossiniano apre le porte al ritornello dove perdura la malinconia. Il nostro ci invita a non voltarsi indietro, a non dire addio, è chiaro che una delle due parti sta soffrendo pesantemente la fine del rapporto. Con la classe che ormai lo contraddistingue da tempo, nella strofa successiva Anderson dipinge un triste quadretto, sfruttando le gelide notti d'Inverno come scenario dei tormentati sogni dove si incrociano sentimenti d'amore e odio. Fra le criptiche righe trasparisce un gesto fedifrago, che spiega l'inevitabile fine del rapporto amoroso. Un brillante suonatore di cornamusa, con la sua briosa melodia ha spazzato via quella banda che ormai suonava troppo lentamente da tempo, banda che non viene neanche ringraziata per quanto suonato in precedenza, destinata a canticchiare una triste melodia cercando di andare avanti, cercando di non voltarsi indietro. Una doppia dose dello struggente inciso ci accompagna lentamente verso il finale, dove emerge uno scolastico salto di tono prima della più triste delle conclusioni.

Broadsword

"Broadsword (Spadone)" apre l'omonima seconda facciata del platter, un brano cadenzato e potente che rievoca atmosfere medievali, musicando affascinanti liriche dal sapore fantasy. Peter John Vettese libera una nebbia oscura, Gerry Conway colpisce con forza i timpani, inseguito da un tetro giro di basso. La vedetta che ha il compito di vegliare una fortezza posta sulla cima di una scogliera scorge all'orizzonte una vela di colore scuro, che minacciosamente si avvicina, viaggiando sotto l'ombra di una nuvola nera che nasconde il Sole. Il re ordina che gli sia portato il suo possente spadone e la sua fida croce d'oro, da sempre il suo talismano portafortuna. I due oggetti, ritenuti sacri lo hanno accompagnato per mille battaglie in difesa della sua rocca. Prevedendo un imminente attacco da parte di uno sconosciuto nemico, mette le sue truppe in guardia, ordinando di portare prima al sicuro donne e bambini. Nel bel mezzo del medioevo, le coste britanniche erano sovente messe sotto attacco da orde di norreni che scendevano dalla Scandinavia con le loro minacciose navi in cerca di nuove terre da conquistare. Una volta a terra, i valorosi e sanguinari guerrieri vichinghi razziavano interi villaggi, spesso non risparmiando neanche donne e bambini, tutti i malcapitati cadevano sotto i colpi letali delle loro asce, colorando di rosso il terreno. La seconda strofa viene rafforzata da grintosi accordi di chitarra elettrica e da squillanti trombe che rievocano atmosfere d'altri tempi. La sezione ritmica aumenta il passo. Il re benedice le sue truppe, chiedendo ai suoi soldati di avere un cuore duro al pari degli invasori portati dal vento del Nord. Nel caso la battaglia non vada per il verso giusto, il re ha pianificato una ritirata, seguendo il fiume che porta verso le più sicure lande della madrepatria, A metà del brano, Martin Barre ci incanta con bellissimo assolo dai sentori metal, dimostrandosi un chitarrista eclettico e versatile, capace di suonare qualsiasi tipo di musica li venga richiesta da sua maestà Re Anderson. Un copia e incolla sia musicale che lirico ci accompagna verso la fine, a dirigere la trionfale parata sono le trombe squillanti e i grintosi accordi della chitarra. Un fugace assolo della sei corde chiama a se un'ultima strofa, stavolta le trombe si avviano tristi verso l'epilogo di questa saga d'altri tempi, evaporando molto lentamente in fader. Il brano fu pubblicato come singolo il 28 Maggio del 1982.

Pussy Willow

Notevole anche la traccia numero sette, brano che rispolvera le calde sonorità degli anni settanta, puntando poi su energico e trascinante ritornello. Nella lingua di Shakespeare il termine "Pussy Willow" sta ad indicare una varietà di salice che colora la primavera con i suoi soffici fiori pelosi, ma in questo caso è il soprannome di un'anonima segretaria che vede tutti i suoi sogni romantici portati via dalle ore passate in ufficio. Dal castello di tastiere si innalza una fiabesca trama, accompagnata dalle medievaleggianti note del mandolino di Dave Pegg e ricamata magistralmente dai tristi arabeschi di Mr. Barre e da melanconiche note di basso e pianoforte, facendoci respirare le fantastiche atmosfere del decennio precedente, quando i campi colorati dalla primavera erano popolati dai figli dei fiori. La mattina è nata da poche ore, i timidi raggi del sole proiettano ombre che danzano sul viso di una giovane ragazza soprannominata Pussy Willow, che sta consumando i suoi ultimi istanti di sonno prima di prepararsi per poi andare al lavoro. La sapiente penna di Anderson dipinge un quadretto dai sentori fantasy, un paesaggio da favola che vede al centro una triste ragazza che aspetta vanamente nel suo castello di carte un principe azzurro che venga a salvarla dalla sua apatica esistenza. Un profondo glissato di basso spalanca i cancelli all'inciso, uno dei miei momenti preferiti dell'album. La musica trascina la grintosa linea vocale, Anderson cala un paio di hook rafforzando le parole sleep e train con l'eco ed il suo inconfondibile accento scozzese, presentandoci la giornata tipica di Pussy Willow, che ancora assonnata sale sul treno che la porta verso l'angusto ufficio che fagocita tutti i suoi sogni, trasformando i suoi pensieri colorati in tristi giornate in bianco e nero. Breve stacco strumentale che scimmiotta l'introduzione e poi torna nuovamente il grintoso ritornello, che al secondo ascolto si fa apprezzare ancora di più, facendoci battere il piede destro a tempo, seguendo la trascinante ritmica del formidabile duo Pegg- Conway. Tornano le trame fiabesche della strofa che accompagnano i sogni dorati della giovane segretaria, un lussuoso appartamento nell'esclusivo quartiere di Mayfair, che deve il suo nome alla fiera di Maggio, ubicato nel centro di Londra, quartiere immerso nel lusso e nella moda dove abitano i principali rappresentanti dall'aristocrazia britannica e dove ha vissuto i suoi primi anni di vita sua maestà la Regina Elisabetta II. Ma i suoi sogni non sono solo nobili, lei sogna anche avventurose battute di pesca al salmone sulle affascinanti rive dello Spey, il secondo fiume della Scozia in ordine di grandezza. Quando poi l'assillante ticchettio della macchina da scrivere e le opprimenti pareti del suo angusto ufficio la deprimono maggiormente, si accontenterebbe di andare a morire da qualsiasi altra parte, pur di fuggire dall'ufficio. I nostri sono ben consci di aver tirato fuori dal cilindro un ritornello vincente e ce lo ripropongono in loop con avvolgenti armonie vocali ad impreziosirlo ulteriormente, aprendo una insanabile breccia nel cuore dell'ascoltatore. Brividi.

Watching Me Watching You

Cala decisamente il livello qualitativo con la successiva "Watching Me Watching You (Guardando Me Guardando Te)", un brano che sarebbe stato perfetto se incluso sul precedente "A", visto lo smodato uso dei sintetizzatori, ma che ad esser sincero stona un po' su questa track list, che bene o male fino a qui si muove su sonorità omogenee. Peter-John Vettese ci ipnotizza con un ossessivo mix di suoni provenienti dai suoi futuristici sintetizzatori, suoni che fanno scomparire i timidi ed anacronistici trilli del flauto traverso e i freddi accordi distorti sparati da Martin Barre. Il frenetico drumming di Gerry Conway assume gelide tonalità sintetiche tanto da farci dubitare che si tratti di una drum machine. I nostri sono abili nel confezionare uno schizofrenico wall of sound che si sposa alla perfezione con le liriche. Stavolta la penna di Ian Anderson va a scavare nei meandri della psiche umana, immedesimandosi in un individuo a cui piace osservare le persone in maniera compulsiva, ma che allo stesso tempo soffre di scoptofobia, ovvero ha il timore di essere osservato continuamente, anche se il fatto spesso non sussiste. Il nostro timorato guardone è seduto sulle banchine della stazione di Beaconsfield, ridente cittadina della contea del Buckinghamshire con lo scopo di osservare le persone all'interno dei vagoni che transitano veloci per chissà quali destinazioni, cercando nuove figurine da aggiungere al suo inquietante album immaginario. Nonostante i volti dei passeggeri gli sfreccino davanti velocemente, lui è convinto di essere osservato, gli occhi degli ignari passeggeri bruciano come dei raggi laser sparati da un nemico alieno, cospargendolo di terrore tanto da fargli drizzare i capelli e fargli venire la pelle d'oca. Nell'ossessivo ritornello, i nostri giocano con angoscianti e minacciose voci cariche di effetti con le parole "Watching Me Watching You" e "Stares (Fissare)", trasmettendoci perfettamente il senso di inquietudine che sta provando il protagonista. La locomotiva che trasporta il disturbante carico di musica elettronica sfreccia veloce, portandoci in un nuovo scenario. Stavolta si sfiora il voyerismo, il soggetto psicotico si trova ad un party, e mentre sorseggia il suo Bucks Fizz, un long drink a base di succo d'arancia e champagne, i suoi occhi si posano in maniera ossessiva su delle avvenenti ragazze in ghingheri. Ma improvvisamente si accorge che qualcuno da lontano lo sta osservando da tempo, facendo finta di nulla. Mentre cerca di sfuggire dai pungenti sguardi indiscreti, la sua psiche complottistica lo cosparge di un terrore attanagliante, tanto da immaginare che l'osservatore gli stia bisbigliando qualcosa. Da qui in poi il brano non ha niente di nuovo da dire, sia liricamente che musicalmente, intrappolandoci nella lisergica spirale di suoni spaziali e paranoiche ed ossessive voci. Per il sottoscritto la traccia numero otto è il punto più basso dell'album, dopo un paio di minuti ha già detto tutto quel poco che aveva da dire e può essere tranquillamente skippata, ma sicuramente, da qualche parte del Mondo, troverà i suoi estimatori.

Seal Driver

Di ben altra pasta è invece l'ottima "Seal Driver", una canzone d'atmosfera dal sound tipicamente ottantiano le cui liriche sono dedicate ad una barca nominata "Seal"; purtroppo non so dirvi se suddetta barca faccia parte dei sogni di Ian Anderson o se l'abbia realmente posseduta, o magari l'abbia semplicemente noleggiata per una avventurosa serata in mezzo al mare. Il brano viene aperto da Dave Pegg con un sinuoso groove di basso che si appoggia su un arcano tappeto di tastiera che ne armonizza le note. Improvvisamente irrompe Martin Barre con grintosi fraseggi di chitarra, annunciando la prima strofa. Accompagnato dal talentuoso John Vettese, il Paroliere Di Dunfermline ci fa vivere una fantastica avventura fra le onde azzurre del mare, dipingendo uno dei suoi quadri leggendari che lo vede al comando di una barca supportata da un potente motore diesel da duecento cavalli, i cui ruggiti riecheggiano lontano, disperdendosi lentamente verso l'orizzonte. Il deciso ingresso della sezione ritmica e gli accordi distorti sparati da Mr. Barre danno una spolverata di grinta al brano. L'epica linea vocale ci presenta Seal, una barca magica che quasi vola sull'acqua azzurra del mare, cavalcando le onde e lasciandosi dietro una scia di schiuma bianca, inseguita da uno stormo di gabbiani che la salutano con il loro inconfondibile richiamo, mentre il cielo scuro viene tagliato da alcuni fulmini di mezza estate, come un filo caldo taglia un panetto di burro. Il breve ma grintoso inciso mette in evidenzia lo stato di benessere in cui si trova il Capitano Anderson alla guida della barca, solo a duellare con Poseidone, respirando l'aria pura che odora di salmastro. Lontano dagli stress metropolitani il suo cuore è più vivo che mai. La strofa successiva cambia veste; la ritmica stoppata e gli accordi della chitarra enfatizzano la struggente linea vocale, che mette a nudo la poca esperienza nautica di Anderson, che con umiltà riconosce di non essere un intrepido uomo di mare che solca veloce gli oceani, lui si accontenta di procedere ad una velocità costante di sei nodi, senza doversi preoccupare di scrutare l'orizzonte, mentre gli schiumosi e salati spruzzi freddi gli accarezzano il volto. Dopo il secondo inciso il brano si calma; accompagnato da oscuri accordi di pianoforte, Anderson continua a sognare, immaginandosi al comando di un equipaggio e viaggiando in un lontano Oceano baciato dalla Luna. Al minuto 02:20 i nostri ci sorprendono. Supportato da una trascinate cavalcata ritmica, Martin Barre si cimenta in prolungato assolo dai sentori hard'n'heavy. I nostri confezionano un wall of sound che ricorda vagamente quelli dei colleghi capitanati da Steve Harris. Siamo in mezzo al mare, e i cambiamenti atmosferici sono all'ordine del giorno, ora è Peter John Vettese a rubare la scena, accompagnato dalle minacciose plettrate sulle quattro corde dell'ottimo Dave Pegg. Dal castello di tastiere si ergono arcane note, seguite poi da un tetro organo Phibesiano che annuncia la parte finale. Tornano le trame ottantiane di inizio brano ad accompagnare i sogni marini di Anderson, che si immagina ora un audace pirata (ce lo vedo con la benda nera all'occhio ndr) ora un valoroso vichingo al comando di una longship con gli antichi Dei del Valhalla a vegliare sulle sue spalle. Ma una volta aperti gli occhi riconosce di non essere l'eroe di nessuno, è solamente un umile terrestre che vive sulla costa e che per una notte si è voluto togliere la soddisfazione di guidare una barca per poter sfidare con umiltà e rispetto le dure leggi del mare. Le grintose note del ritornello riecheggiano nel mare per un'ultima volta, lasciando poi il compito ai suadenti tappeti di tastiera e alle decise note del basso di accompagnarci verso lo scuro orizzonte imbiancato dalla Luna.

Cheerio

I nostri ci salutano con l'effimera "Cheerio (Arrivederci)", una brevissima poesia dal sapore natalizio che ci trasmette ottimismo, accompagnata da una colonna sonora d'altri tempi che sembra riecheggiare dalle verdi vallate della Terra Di Mezzo. "Cheerio" è un raro e formale saluto che sostituisce il più conosciuto "goodbye". Viene usato in zone del Regno Unito dalle persone più anziane che amano rimanere attaccate alle loro ataviche tradizioni, come del resto il nostro amato e geniale Ian Anderson, che per stendere le sue liriche va sempre a scavare in fondo ai meandri della cultura albionica, rispolverando termini desueti e leggende che sembravano ormai sepolte dagli eoni del tempo. Accompagnato dalle fiabesche e medievaleggianti tastiere di John Vettese, Anderson dipinge un accogliente quadretto invernale. Le luci delle abitazioni illuminano un promontorio costiero avvolto dalle tenebre invernali, mentre il nostro si gode il calore famigliare versando una tazza di the alla sua dolce compagna. Le Disneyane note che fuoriescono dal castello di tastiere ricamano questo originale arrivederci della band, che ci tiene a farci sapere che ha ancora molto da dire.

Conclusioni

Non me ne vogliano i fans integralisti ancora attaccati ai fantastici capolavori degli anni settanta, ma vuoi per un valore affettivo, vuoi per l'eccellente qualità musicale di quasi tutta la track list, per il sottoscritto "The Broadsword And The Beast" si merita un bel dieci in pagella. Un album che ci consegna una band in gran forma e che mette in mostra una ritrovata creatività compositiva. Re Anderson ancora una volta è stato abile a contornarsi di musicisti eccellenti, che oltre ad una tecnica invidiabile hanno dato un forte contributo in fase compositiva e di arrangiamento. L'avvento del talentuoso Peter John Vettese ci ha fatto dimenticare in fretta le funamboliche escursioni tastieristiche dell'ottimo Eddie Jobson. Escludendo "Watching Me Watching You", dove il nostro abusa dei sintetizzatori, il nuovo acquisto è l'elemento ideale per fondere le briose sonorità degli anni ottanta al progressive folk con cui si è contraddistinta la band nel decennio precedente. Anche l'altro nuovo arrivato Gerry Conway si dimostra una scelta azzeccata, un drummer versatile il cui stile si avvicina molto a quello di Barrie Barlow, sposando perfettamente le ottime ed incisive linee di basso di Dave Pegg. E' in continua ascesa l'evoluzione stilistica ed esecutiva di Martin Barre, che nel nuovo platter esplora nuovi orizzonti musicali. Per Ian Anderson diciamo che ormai ho già detto tutto nelle precedenti recensioni, per farla breve lo reputo una delle figure più geniali dell'intero panorama musicale mondiale. Registrato durante l'inverno del 1981-82 agli ormai consueti Maison Rouge Studios di Fulham, la Chrysalis ha rilasciato l'album in studio numero quattordici il 10 Aprile del 1982. Stavolta Ian Anderson in fase di produzione si è avvalso della collaborazione del produttore Paul Samwell-Smith e dell'ingegnere del suono Robin Black, direi con eccellenti risultati. L'art work, uno dei più belli dell'intera discografia, è opera di Iain McCaig poliedrico artista americano, che ha dichiarato di aver inserito alcuni ester eggs all'interno della sua opera. L'importante cornice color oro invecchiato porta agli angoli le raffigurazioni delle teste dei quattro cavalieri della musica che accompagnano Sir Anderson, raffigurato in mezzo ad un mare in tempesta sotto forma di una inquietante figura elfica incappucciata e con bellissime ali di farfalla, con in mano un possente spadone. Sullo sfondo si intravede una nave in balia delle onde, una longship vichinga che troviamo meglio rappresentata nella seconda di copertina. La cornice è intarsiata da una serie di simboli runici di Tolkieniana memoria che recitano i primi versi dell'opener del platter. Nella parte alta della cornice, posto al centro troviamo un'effige che riporta il logo del gruppo ed il titolo dell'album, con la parola "Broadsword" che giganteggia su "And The Beast", ragione per cui in molti chiamano l'album semplicemente "Broadsword". L'affascinante ed originale lettering che riporta la track list è opera di Jim Gibson. Nonostante la traccia numero otto che proprio non riesco ad assimilare, posso tranquillamente asserire di trovarci di fronte ad un piccolo capolavoro che sicuramente sarà amato anche dai fans storici più scettici. Purtroppo all'epoca anche questo album non ebbe il meritato responso da parte dei botteghini, non portando nessuna certificazione di vendita in casa Tull. Ottenne comunque un maggiore successo rispetto al suo predecessore, raggiungendo la posizione numero 14 in Germania e Norvegia e la diciannovesima posizione negli Stati Uniti, mentre nella Perfida Albione non andò oltre la ventisettesima posizione. Per fortuna il tempo ha dato ragione ai nostri, facendo entrare l'album nel cuore di una buona fetta dei fan e portando nuovi adepti. Un album che emana forti vibrazioni e sa donarci forti emozioni, forse il più indicato per avvicinarsi alla band nella malaugurata ipotesi che esista ancora qualcuno che non conosce i Jethro Tull. Da avere assolutamente, specie nella nuova versione ristampata nel 2005 con ben otto bonus track in più che non fanno mai male.

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1) Beastie
2) Clasp
3) Fallen On Hard Times
4) Flying Colours
5) Slow Marching Band
6) Broadsword
7) Pussy Willow
8) Watching Me Watching You
9) Seal Driver
10) Cheerio
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