JETHRO TULL

Songs From The Wood

1977 - Chrysalis Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
08/02/2021
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione recensione

Il precedente "Too Old to Rock", vuoi a causa della sua natura, che vedeva le canzoni concepite per un musical, vuoi per la scarsa vena ispirativa di Anderson, vuoi per l'avvento del punk che stava minacciosamente oscurando i dinosauri del progressive rock, non è stato un album memorabile, risultando per la prima volta un disco dei Tull a non ricevere la certificazione di disco d'oro. I nostri ne sono ben consci, ma ritornare sulla strada maestra con le nuove tendenze musicali che stavano prendendo il sopravvento non era per niente facile. Forse ispirato dalle tematiche dell'album precedente, sentendosi troppo vecchio per il Rock'n'Roll, Ian Anderson decide di iniziare a "mettere la testa a posto" e nel 1976 dopo un lungo corteggiamento, si sposa (è la sua seconda volta dopo il recente divorzio ndr) con Shona Learoyd, addetta stampa della Chrysalis Records. I due piccioncini che tutt'oggi sono ancora sposati, decisero di trasferirsi in aperta campagna, lontani dal caos e dalla frenetica vita metropolitana. Acquistarono una tenuta di circa settantacinque acri, (circa trenta ettari ndr), anche se in rete sovente si parla erroneamente di cinquecento o addirittura seicento acri. In mezzo alla verde tenuta si ergeva una affascinante casa rurale in mattoncini rossi, risalente al sedicesimo secolo. Per Anderson, che in passato aveva girovagato passando tra alberghi e alloggi di fortuna vari, ritrovarsi sotto un tetto fisso a pagare le tasse e le bollette fu una piacevole novità che lo rimise in pace con se stesso. La tranquillità fisica e mentale alimentata dalla vita di campagna fece rifiorire nell'istrionico vocalist quella ispirazione che pareva persa, invitandolo ad avvicinarsi alle tradizioni folcloristiche, agli atavici miti celtici e anche alla musica folk, allargando così i suoi già vasti orizzonti musico-culturali. Tutte queste novità ebbero un influsso più che positivo su tutta la band, che per la prima volta veniva coinvolta anche in fase di composizione ed arrangiamento. E nell'anno in cui la Cray Reserch lanciava sul mercato il Cray-1, un supercomputer e l'IBM propone la prima stampante laser, anche i Jethro Tull si presentavano con una ulteriore novità: finalmente, dopo una lunga vita da comparsa, i nostri decidono di assumere a tempo pieno anche David Palmer, diventando per la prima volta nella loro carriera un sestetto. Attualmente alla anagrafe come Dee Palmer, in quanto nel 2004, forse abbattuto dalla scomparsa della moglie, si è sottoposto ad un'operazione chirurgica per cambiare sesso, David Victor Palmer nasce ad Hendon il 2 Luglio del 1937. L'amore per la musica è nato durante la leva militare, dove il nostro (o la nostra) studiò alla Royal Military School of Music specializzandosi nel clarinetto. Con il tempo è diventato un ricercato arrangiatore di orchestra ed un bravo tastierista, partecipando senza però essere accreditato ad alcune colonne sonore di film della Hammer, la più famosa compagnia cinematografica britannica del momento, specializzata in pellicole horror che hanno fatto la storia del cinema. Della sua continua collaborazione con i Tull sapete già tutto se avete seguito le mie recensioni precedenti che ripercorrono passo dopo passo la vita di uno dei gruppi più originali della storia del rock. Con la band allargata e la fonte ispirativa di Anderson tornata nuovamente a sgorgare fu meno complicato del previsto scrivere brani che avessero la potenzialità di cancellare il flop dell'album precedente. Vista che gran parte delle nuove composizioni erano ispirate alle vecchie tradizioni britanniche e ad uno stretto contatto con la Natura, l'album numero dieci non poteva che intitolarsi "Songs From The Wood (Canzoni Dal Bosco)". Nel nuovo lavoro ritroviamo finalmente la magia del sound tulliano, con il flauto nuovamente in primo piano e le fantastiche atmosfere medievali che ci avevano conquistato in passato, ma la novità sta nei testi. La vita di campagna porta Anderson in perfetta simbiosi con la Natura, ecco che nelle liriche vengono affrontati problemi ambientalisti e gli aspetti più oscuri del folclore britannico, non trascurando gli antichi riti pagani, il tutto mixato perfettamente con le ormai immancabili tematiche d'amore. Una buona dose di spunti ispirativi il nostro li prese da un libro che raccoglieva i miti e le tradizioni del folclore britannico intitolato "Myths and Legends of Britain", libro regalatoli il Natale precedente dall'addetto alle pubbliche relazioni Jo Lustig. Per l'occasione vengono rispolverati anche strumenti di cui si erano perse le tracce, come il tin whistle, un piccolo flauto usato nelle musiche folcloristiche albioniche, il liuto ed il mandolino. Per quanto riguarda le percussioni Barrimore Barlow amplierà il suo set introducendo marimba, glockenspiel, naker, campane e il tabor, un anticò tamburo che viaggiava sempre in coppia con un piccolo flauto a tre fori che permetteva di essere suonato con una sola mano, mentre l'altra era impegnata a battere il tempo sul rullante, strumento dalla notte dei tempi presente nella musica tradizionale della perfida Albione. David Palmer rese il tutto più affascinante arricchendo la sua attrezzatura con un vetusto organo a canne portatile. Penso che ci siano tutti i presupposti per andare ad ascoltare con molta curiosità il decimo album in studio dei Jethro Tull.


Songs From The Wood

Ad aprire le danze come già accaduto in passato è la title track. Con "Songs From The Wood (Canzoni Dal Bosco)" i nostri ci trasportano magicamente a stretto contatto con la natura incontaminata, attraverso melodie e suoni d'altri tempi. Madre Natura viene rappresentata dal bosco, forse l'immagine per eccellenza che istintivamente ci viene in mente quando parliamo di "natura". Che si parli della grande foresta amazzonica, considerata il polmone del Pianeta o di uno sperduto boschetto di montagna, quando ci troviamo immersi nel verde a percorrere gli ispidi sentieri di un bosco ci sentiamo completamente in simbiosi con la Natura, che ci inonda i nostri polmoni con aria pura e ci rilassa con il rumore delle foglie smosse da una leggera brezza e con il sottile canto dei graziosi uccelli  che volano via, impauriti dai nostri passi, come se noi fossimo delle creature aliene che rompono una perfetta armonia. Il brano si apre curiosamente a cappella, con cori d'altri tempi a ricamare perfettamente la calda voce di Ian Anderson, che ci invita ad entrare a stretto contatto con la Natura, per farci sentire meglio. Sentirsi meglio, è questa la sensazione principale che ha pervaso il Pifferaio Magico quando si è trasferito in campagna, passando dalla frenetica vita metropolitana, piena di rumori, aria pesante e odori sgradevoli, alla vita di campagna, ricca di profumi, aria inebriante, paesaggi mozzafiato e suoni rilassanti. Con fierezza ci inviata ad ammirare come cresce il suo giardino fiorito, sottolineando come chi vive in città, spesso si dimentica delle cose più belle che la Natura ha da offrirci, come la semplice crescita di una pianta. Il nostro ci invita caldamente ad unirsi al coro, a vivere a stretto contatto con la Natura, stile di vita che ha un effetto purificativo in grado di cancellare tutto quelle cattive abitudini che ci ha imposto la vita metropolitana, rendendoci nuovamente uomini puri ed onesti. Un timido flauto apre la seconda strofa, dove Anderson dipinge uno splendido campo di papaveri che emana amore e calore, affiancato ad un roseto bagnato da una piacevole pioggerella estiva. Anche la pioggia in campagna sembra avere un altro sapore, lontana parente della triste e grigia pioggia che affligge sovente Londra. Con grazia entrano gradualmente anche gli altri strumenti. Il brano cresce lentamente, guidato da una fiabesca trama di flauto, accompagnata da vetuste percussioni, caldi battiti di mani e dalle fragili note del liuto. Quasi allo scoccare del primo minuto il brano decolla con l'avvento della sezione ritmica. Ad incantarci è una pregevole trama di pianoforte che si muove sinuosa e delicata come un serpentello nel sottobosco, intrecciandosi alle affascinati note del clavicembalo che sottolineano l'atmosfera medievale. Gli strumenti si amalgamano perfettamente, nessuno risulta più invadente dell'altro, perfino la chitarra elettrica di Martin Barre non stona in questa rivisitazione tulliana della galliard, antica danza musicata europea risalente la sedicesimo secolo che vedeva il liuto protagonista, rigidamente accompagnata da gelide e schiumose birre che accentuavano il clima di festa. Il vento, il respiro di Madre Natura che alimenta la vela, ovvero la vita, ci trasporta dolcemente verso l'inciso, musicalmente complicato, dove ci viene proposto più volte l'invito a vivere a stretto contatto con la Natura, anziché invaderla e distruggerla. Al minuto 02:12 inizia un prolungato intermezzo strumentale dove, in barba al punk che stava predominando, come una fenice dalle sue ceneri risorge l'anima progressive della band. L'ottimo duo Barlow-Glascock accompagna con colpi stoppati prima un prolungato dialogo fra organi, poi fra la chitarra ed i liuto, che successivamente lascia il campo ad una magica escursione di flauto, che si adagia splendidamente su un vellutato prato di tastiera e chitarra. Dopo un epico dialogo fra i due tastieristi ritroviamo la prima strofa, riascoltandola per la seconda volta riusciamo ad apprezzarne al pieno la magia e la raffinatezza, chiudendo gli occhi ci sentiamo proprio immersi in un bosco, a respirare aria frizzante, ammirando gli splendidi quadri che solo Madre Natura è in grado di dipingere. A chiudere questo ottimo brano che profuma di progressive rock arriva per un'ultima volta l'inciso. Il brano è stato pubblicato come singolo nel 1977 per la sola Nuova Zelanda. 

Jack-In-The-Green

In apertura di recensione avevo sottolineato come per la prima volta tutta la band veniva coinvolta in fase compositiva, ma ecco che con la successiva "Jack-In-The-Green (Jack Nel Verde)" Ian Anderson si rifà con gli interessi, suonando tutti quanti gli strumenti in questa briosa ballata folk incentrata su Jack-In-The-Green (o Jack o 'The Green), un'atavica figura folcloristica pagana inglese associata al Primo Maggio e all'imminente arrivo della bella stagione (chissà se sia un lontano parente del simpatico ed autunnale Jack- o'- Lantern? Ndr). Il mitico uomo verde era rappresentato da una imponente struttura piramidale in legno, decorata con rami, fiori e foglie verdi, che all'interno ospitava un volontario. L'ingombrante e verde figura guidava una festosa processione accompagnata da musici e danzatori che omaggiavano l'arrivo della primavera. L'antica tradizione pagana risale addirittura al XVI secolo, anche se ha preso piede in pianta stabile con l'avvento del secolo successivo. Il verdissimo Jack veniva associato anche alla fertilità, simbolo delle ridenti fioriture primaverili. Con il passare degli eoni, la tradizione pagana è evaporata lentamente fino a scomparire agli inizi del ventesimo secolo, ma riportata quasi subito in auge da un gruppo di nostalgici revivalisti che hanno messo nuovamente il leggendario Jack-In-The-Green a guidare la calorosa e colorata parata del Primo Maggio. Il brano si appoggia su un vigoroso strumming di chitarra acustica, ricamato da un azzeccato motivo di flauto che si insinua prepotentemente nelle nostre teste. Sin dalle prime note è impossibile non pensare alla cover del disco, con il Cantastorie Di Dunfermline seduto su un ceppo in mezzo al bosco, di fronte ad un falò, che ci canta della leggendario Jack-In-The-Green che corre nei boschi leggiadro, ondeggiando il suo abito che sembra essere di velluto verde, sgranocchiando ghiande e bevendo la rugiada dolcemente offerta dall'alba. Picchiettando il suo bastone sul terreno, sveglia i bucaneve, ancora in letargo sotto una spessa e gelida coltre bianca, è l'ora di svegliarsi! La Primavera è arrivata. Alcune pastose note di basso ci annunciano che la vita del mitico uomo verde non è così divertente come potrebbe sembrare, indossando sempre i colori militari, non ha tempo per ballare e per cantare. Per tutto l'Inverno deve portare in giro la sua bandiera verde, non trovando il tempo neanche per dormire. Un fatato assolo di flauto che sprizza gioia da tutti i pori fa da apripista alla seconda strofa, il brano cresce, come cresce l'anima ambientalista di Ian Anderson, che ci domanda se nel nostro cuore scorre ancora la primordiale linfa verde, o se il grigio progresso se l'è mangiata, come le autostrade e i tralicci della linea elettrica fagocitano lentamente porzioni di verde, come del resto fa l'Inverno, coprendo di bianco il verde di prati e foreste. Se il Bosco viene usato per rappresentare la Natura, l'Inverno è l'alter ego del progresso. Profondo e cristallino è il verso conclusivo della strofa, dove il nostro asserisce che non ha ancora visto crescere l'erba sui marciapiedi o sopra l'asfalto delle strade. Nella terza e conclusiva strofa il nostro aggiunge qualche colpo di batteria, dimostrando di essere un vero e proprio polistrumentista, lasciando trasparire un velo di speranza, augurandosi che la Natura riesca a tenere testa al progresso sfruttando la forza delle querce e dell'agrifoglio, piante longeve che hanno superato centinaia di Inverni. Con l'avvento della stagione fredda, ogni singola pianta chiede aiuto a Jack-In-The-Green per poter sopperire alle gelate notti invernali, che arrivano annunciate dal caratteristico canto del tordo, anche Ian Anderson chiede aiuto all'atavica figura pagana di color verde affinché Madre Natura non soccomba al progresso. Il brano si chiude in maniera brusca, lasciandoci in testa il brioso motivo di flauto che giganteggia nel brano, motivetto che sono convinto molti di voi si metteranno a fischiettare.

Cup of Wonder

La successiva "Cup of Wonder (Coppa Delle Meraviglie)" è un allegro rock folk andante che ruota attorno all'ennesima azzeccatissima trama di flauto, mettendo in evidenza quanto sia cresciuta l'ispirazione di Ian Anderson rispetto all'album precedente. Le liriche sono un omaggio alle molteplici vecchie tradizioni celtiche e agli atavici riti pagani. Il brano si apre con un brioso tema di flauto, seguito perfettamente all'unisono dalle tastiere e poi dalla chitarra e dal basso, che dona un anima sonora la ritmo sincopato dell'ottimo Barrimore Barlow. Il Primo Maggio si conferma una delle date più importanti per la tradizione celtica, trovandosi tra l'equinozio di primavera ed il solstizio estivo, era la data con cui si celebrava l'imminente arrivo dell'Estate e anche l'importante festa pagana gaelica di Beltane. Si narra che sin dal X secolo i druidi accendevano dei falò sulla cima dei colli facendovi poi passare attraverso il bestiame del villaggio per purificarlo. Nell'affascinante mondo dei druidi, Beltane indica una delle otto festività legate al ciclo delle stagioni. Beltane è il periodo in cui le energie della luce e della vita si manifestano nel loro aspetto più gioioso e trionfale, preannunciando il ritorno dell'estate e della fertilità, periodo in cui si iniziano tutte le attività legate all'agricoltura e al pascolo del bestiame. Durante la celebrazione del rito di Beltane, anche la psiche e il fisico ricevono benefici, l'inverno ormai è alle spalle, assieme a lui evaporano tutti i malanni stagionali ed il grigiore delle giornate corte, la luce, i profumi ed i colori hanno il sopravvento sulle tenebre, inebriando la mente dell'uomo. Nel brioso inciso il nostro ci invita a tramandare le tradizioni e far sì che non si perdano nei meandri del tempo: passano le parole, passano le donne, passa il piatto a chi ha fame, passa la coppa cremisi, coppa che veniva riempita con il sangue di una malcapitata vittima umana da sacrificare agli Dei, ma soprattutto passa l'arguzia dell'antica saggezza, canta il Poeta di Dunfermline. Tempo di fischiettare il tema portante del brano e arriva la seconda strofa, dove ritroviamo una nostra conoscenza, il floreale Jack-In-The-Green insieme ad altre icone della tradizione celtica, come la Cup of Wonder che dà il titolo al brano e le maestose ed inquietanti pietre di Stonehenge, l'affascinante sito neolitico che si trova vicino ad Amesbury nello Wiltshire, che sin dalla notte dei tempi era usato per scopi astronomici e che indica al Sole la strada del tramonto. Prima del secondo ritornello, Anderson ci invita ad entrare nel magico mondo delle tradizioni celtiche, cercando di riuscire a captarne i segreti più nascosti. A circa metà canzone, gli strumenti si divertono a riproporre il tema portante a turno, aprendo le porte ad un interessante assolo di chitarra di Howeiane memorie, seguito poi dal flauto, che dolcemente ci accompagna verso la strofa conclusiva, dove il Cantastorie Scozzese continua il magico viaggio nell'affascinante mondo delle tradizioni celtiche, pieno di rune e riti pagani che celebrano gli importanti solstizi estivi con offerte e sacrifici. A salutarci è l'allegro tema portante che ormai si è insinuato nelle nostre orecchie con fin troppa facilità.

Hunting Girl

La cacciatrice protagonista di "Hunting Girl (Cacciatrice)" non è né una ragazza che caccia cinghiali e fagiani con la doppietta, né tantomeno una cacciatrice di demoni in stile Buffy. L'avvenente cavallerizza va in giro a cercare prede maschili per fare del sesso sfrenato e selvaggio, che lo vogliano o meno. Il brano è sorretto da un riff di chitarra semplice quanto funzionale e da un'ossessiva performance di David Palmer dietro l'organo a canne in pieno stile Abominevole Dottor Phibes e ovviamente dall'immancabile flauto impazzito. Dopo una prolungata introduzione dove organo, flauto e chitarra si danno battaglia, accompagnati da un'epica cavalcata ritmica dell'ispirato duo Glascock-Barlow, irrompe Martin Barre con un memorabile riff di chitarra che traccia una vincente linea melodica sposata poi da tutta la banda, compresa l'epica linea vocale di Ian Anderson che ci racconta una curiosa quanto bizzarra storia di sesso. Un umile contadino, mentre era intento ad adoperarsi nelle quotidiane mansioni agricole, vede un gruppo di cacciatori a cavallo passare in un campo adiacente alla sua proprietà. Mentre il drappello si stava allontanando, una raffinata e bellissima signorina di evidente provenienza aristocratica si stacca, soffermandosi di fronte al cancello. Montava con eleganza un bellissimo cavallo sopra una sella di qualità in finissimo cuoio inglese, con un pregiato pomello in osso intagliato. Una volta che gli altri cacciatori erano scomparsi dietro l'orizzonte, l'elegantissima cacciatrice valica il cancello gentilmente aperto dal contadino. Ma all'avvenente amazzone non interessavano tordi e quaglie, né tantomeno lepri o cinghiali, lei è in cerca di ben altri tipi di prede. In men che non si dica il sorpreso contadino se la ritrova sopra a dispiegare la sua bandiera, prontamente alzata. La cacciatrice aveva strani gusti sessuali e sicuramente era affetta da una grave forma di ninfomania, anche se dobbiamo sottolineare che prima dell'avvento del cristianesimo, per le popolazioni celtiche anche le più bizzarre pratiche sessuali non erano sinonimo di peccato. Mettendogli il morso del cavallo tra i denti, lo stava cavalcando selvaggiamente, come se volesse domare un purosangue imbizzarrito. Imbarazzato e quasi spaventato di fronte a cotanta ferocia sessuale, il contadino provava comunque una buona dose di piacere che riusciva a distrarlo dai ben più faticosi lavori di zappa e rastrello. Spaesato, il contadino pensava che nell'alta borghesia quelle bizzarre pratiche sessuali fossero all'ordine del giorno, ma per lui erano una sorprendente novità, e non essendo propenso ad un sesso così particolare, temeva di poter rimanere fortemente traumatizzato. Queste bizzarre liriche a luci rosse sono accompagnate da epiche cavalcate ritmiche mozzafiato, pregevoli assoli, luciferine trame di organo e taglienti virtuosismi da parte di tutti gli strumenti, un esplosivo mix di suoni e note che risveglia quell'anima progressive della band che solo un anno fa sembrava ormai scomparsa. Mi incuriosisce la fonte d'ispirazione di Anderson durante la stesura di queste originalissime liriche, la prima idea che mi è venuta in mente è che proprio il nostro beniamino sia il sorpreso contadino e sua moglie Shona Learoyd sia l'avvenente cavallerizza vogliosa di sesso selvaggio. La combinazione della rilassante vita campagnola, la nuova situazione amorosa che vedeva i due legati dal settimo sacramento, il fascino di una nuova abitazione, sono tutti fattori esterni che potrebbero aver fatto esplodere nei due neo sposini una focosa vita sessuale. In una ipotetica intervista al Pifferaio Magico, di certo di domande da farne ce ne sarebbero molte.

Ring Out, Solstice Bells

Andiamo avanti con il primo singolo estratto dall'album, pubblicato il 3 Dicembre del 1976. "Ring Out, Solstice Bells (Suona, Campana Del Solstizio)" è una canzone che sprizza gioia da tutti i pori e che parla dell'antenato pagano del nostro Santo Natale. Entrando gradualmente in punta di piedi, tutti gli strumenti vanno magicamente ad intrecciarsi in una melodia che lancia evidenti messaggi positivi, mettendoci in pace con noi stessi. Il rilassante suono del flauto, il brioso pianoforte, l'energia dell'organo, la zoppicante e pungente andatura della sezione ritmica aiutata dal caldo battito delle mani e la chitarra elettrica mai invadente sono un lampante esempio di come la band stesse attraversando una nuova giovinezza, suonando magicamente all'unisono e legando perfettamente tutti gli strumenti tra loro, facendo attenzione che nessuna nota andasse fuori posto cercando di risultare superiore alle altre. La spensierata linea vocale è un vero e proprio jingle della felicità e ci porta indietro nel tempo, prima dell'avvento del cristianesimo, quando una delle feste più attese era il solstizio d'inverno, che può cascare fra il 21 ed il 22 Dicembre, quando il Sole raggiunge il suo punto massimo di declinazione, determinando sulla Terra il giorno più breve e la notte più lunga dell'anno. Ma da quel giorno in poi, le giornate riprenderanno lentamente ad allungarsi, facendo evaporare gradualmente la tristezza invernale e avvicinandosi a piccoli passi verso la bella stagione. Per i celti era un momento atteso con gioia e trepidazione, e per l'occasione le campane suonavano a festa come canta il nostro nell'inciso, caratterizzato da calorose armonie vocali e festosi rintocchi delle campane che diffondono una avvolgente atmosfera natalizia. Durante il solstizio invernale se fate un salto nell'affascinate sito neolitico di Stonehenge potrete assistere ad un insolito fenomeno naturale che avviene esattamente all'alba: i primi tenui raggi di un Sole assonnato passeranno esattamente dalla porta principale dell'imponente e misterioso circolo di pietre. Nello scorrere del testo oltre ai vari simboli caratteristici del solstizio come il vischio, troviamo spesso il ripetersi del numero sette, "Seven maids move in seven time (sette cameriere si muovono in sette volte)", "Seven druids dance in seven time (sette druidi ballano in sette tempi)". In futuro anche gli Iron Maiden incentreranno un album sull'importanza del numero sette; il settimo figlio di un settimo figlio sarà in possesso di poteri ultraterreni ponendolo nelle vesti di arbitro per decidere le sorti dell'eterna lotta tra il bene e il male. Anderson è sempre stato affascinato da qualsiasi tipo di religione, non solo quella cristiana. Se andate a scavare a fondo nelle varie religioni, antiche o ancora in voga, troverete sempre presente il numero sette, un numero magico e fondamentale dalla notte dei tempi. Alcuni esempi? Eccoveli: sette sono i peccati capitali, sette sono le virtù, sette sono i sacramenti. Nell'antica religione politeista greca, erano sette erano le pleiadi come sette erano i bambini offerti da Atene a Minosse. Sono sette anche i bracci del candelabro ebraico. Secondo il Corano sette sono i cieli creati da Dio, come sette sono i mari e i cieli, gli abissi e le gate dell'Inferno. Provate ad indovinare quanti sono gli Dei della felicità nella religione buddhista e i doni dello Spirito Santo. Il brano con la sua simpatia scorre veloce senza annoiare, diffondendo magia e benessere ed entrando nel cuore di molti fans, compreso il sottoscritto. In chiusura le campane suonano a festa, celebrando l'avvento del solstizio d'inverno, e sfumando lentamente in fader ci lasciano una piacevole sensazione di benessere che non guasta mai.

Velvet Green

Siamo arrivati a uno dei momenti migliori dell'album, "Velvet Green (Velluto Verde)", un brano di puro progressive rock, ricco di cambi di tempo e strumenti alquanto inusuali in ambito rock. In sede live, Barriemore Barlow negli insoliti panni di un giullare, era solito trascinare a fatica sul palco tramite una corda, uno spartano set ritmico che comprendeva prischi strumenti come il glockenspiel, antico antenato dello xilofono, il tabor il tipico tamburo della musica folk albionica e i naker, una coppia di piccoli timpani simile alle nacchere, usati nella musica medievale. In un brano che stranamente non prevede l'uso della chitarra elettrica, un impacciato Martin Barre veniva relegato dietro alla marimba, un altro inusitato strumento musicale a percussione, di origini africane. Il vetusto suono del clavicembalo, del glockenspiel che si intreccia con il pianoforte, la chitarra acustica e un flauto predominante ci trasportano magicamente nel medioevo, come se fossimo dei Mario o dei Saverio di turno, scaraventati improvvisamente nel bel mezzo di un mercato d'altri tempi ubicato di fronte ad un maestoso maniero medievale. Dopo questa affascinante introduzione arriva la strofa, la chitarra acustica continua a sposare le affascinanti atmosfere millequattrocentesche, seguita da uno zoppicante giro di basso, aprendo la strada al Cantastorie Di Dunfermline che ci canta di una storia d'amore di altri tempi che si consuma tra le vellutate verdi moorland inglesi. Il nostro, come da tradizione, prima dipinge uno splendido quadro che illustra le verdi campagne inglesi, con le sinuose colline che da lontano sembrano coperte da un morbido tappeto verde di velluto, con qualche pino silvestre a smorzare la monotonia rilassante del paesaggio e mansuete mucche al pascolo a fare da colonna sonora. Che la figura del contadino fosse molto cara a Ian Anderson lo sappiamo da tempo e lo si evince anche dal nome della band (per chi si fosse messo in collegamento soltanto ora, perdendosi le precedenti recensioni che ripercorrono il cammino della band, Jethro Tull era un ingegnoso ed innovativo agronomo inglese nato nel 1674, pioniere dell'agricoltura moderna ed inventore di moltissime macchine agricole, come la seminatrice meccanica ndr). Infatti, come nella traccia numero quattro, anche qui i protagonisti sono un contadino ed una bella ragazza, con la differenza che stavolta a cacciare la preda è un innamoratissimo uomo e non una donna affetta da ninfomania compulsiva. Siamo in una calda sera di Agosto, un contadino innamorato pazzo sta corteggiando una bella fanciulla, desideroso di portarla sul soffice tappeto verde di velluto di una collina, per trasformarlo come il più naturale dei letti d'amore. La reputazione di una ragazza è importante, ella dovrà trovare una convincente scusa da dire a sua madre per allontanarsi da casa nottetempo, una rinfrescante scampagnata in collina può funzionare per avere una buona mezz'oretta di sesso; un innocuo pesce d'Aprile fatto in una calda notte di mezza Estate sottolinea il nostro. Il solo pensiero di fare sesso con la sua amata fa crescere una evidente protuberanza nei pressi della cucitura dei pantaloni del focoso contadino. Al minuto 02:54 incontriamo un brusco cambio di tempo, ma continuiamo ugualmente a respirare le magiche atmosfere medievali in questo intermezzo strumentale, con il flauto che si prende una buona dose gloria facendosi largo fra i sordi colpi inferti sui vetusti tamburi dai Barriemore Barlow. Nella strofa finale, il contadino confessa che la sua voglia non è solamente lussuria, ma nei suoi desideri primeggia l'amore, sottolineando come da sempre l'uomo ha sempre avuto bisogno di avere una donna al proprio fianco. Finalmente l'appuntamento è andato a buon fine, i due amanti si ritrovano a giacere sul morbido tappeto di velluto verde, sovrastati dallo spettacolo mozzafiato offerto dal firmamento. "On golden daffodils, to catch the silver stream that washes out the wild oat seed on velvet green (Sui narcisi dorati, per catturare il ruscello d'argento che lava via i semi di avena selvatica su un verde velluto.)" sono i poetici versi che Anderson usa per descrivere il coronamento del rapporto sessuale, confermando una ineguagliabile abilità con la penna e un originalissimo e raffinato uso dei doppi sensi. 

The Whistler

Passiamo ora al secondo singolo estratto, pubblicato in contemporanea con l'uscita dell'album l'11 Febbraio del 1977. L'amore predomina anche nelle liriche di "The Whistler (Il Fischiatore)", uno spensierato e gioioso brano che rievoca la musica tradizionale irlandese grazie ad uno smodato uso del tabor e del tin whistle, un maneggevole flauto a sei fori solitamente fatto di latta, e proprio a causa del materiale economico con cui viene assemblato è conosciutissimo anche come pennywhistle, ossia fischietto da un penny. Un altro simpatico nome con cui è conosciuto è pemperino. In passato era considerato uno strumento giocattolo usato per avvicinare i bambini al mondo della musica. Spesso veniva suonato dai ragazzi di strada per intrattenere i passanti, ricevendo qualche spicciolo come ricompensa. L'introduzione del brano è di grande effetto e non sfigurerebbe come parte di una colonna sonora cinematografica. Le note della sei corde acustica di Morriconiane memorie si sposano perfettamente con gli angelici rintocchi del glockenspiel, adagiandosi su un soffice tappeto di tastiere. Come già accaduto sovente in passato, i versi della prima strofa sono di difficile interpretazione, risulta complicato stabilire se si tratta di licenze poetiche in rima o se celino significati a noi oscuri. "I'll buy you six bay mares to put in your stable, six golden apples bought with my pay. I am the first piper who calls the sweet tune, but I must be gone by the seventh day. (Ti comprerò sei cavalle della baia da mettere nella tua stalla, sei mele d'oro comprate con la mia paga. Sono il primo suonatore di cornamusa che chiama la melodia dolce, ma devo essere andato entro il settimo giorno.)" Con il misero stipendio da suonatore di strada, il nostro Dongiovanni ha intenzione di fare le cose in grande, rischiando seriamente di rimanere al verde per acquistare regali onerosi atti a conquistare la donna di cui si è innamorato. Sorvolando il significato del numero sei, che potrebbe ridursi semplicemente ad una facile musicalità del numero, le cavalle potrebbero essere un dono che simboleggia la libertà. Se istintivamente pensiamo ad un cavallo, ce lo immaginiamo sempre libero a correre in una verde prateria, con la coda e la criniera che svolazzano, in preda alla forte velocità. La mela è invece un frutto che in passato spesso veniva associato alla fertilità, nella tradizione celtica le mele erano considerate il frutto dell'Altromondo, il regno soprannaturale di eterna giovinezza e salute dove vivevano le divinità e dove andavano a riposare i morti. Da sempre simbolicamente un frutto speciale, talvolta proibito, un frutto prezioso, ancor più prezioso se d'oro, quindi è ipotecabile che il nostro Romeo dal facile fischietto abbia fatto uno sforzo enorme per fare dei regali alla sua Giulietta, vista la sua misera paga da musico di strada. Il fatto che il nostro dia un "ultimatum" di sette giorni alla ragazza per decidere se seguirlo o meno, può essere indice di sola e pura voglia di portarla con se quanto prima, oppure una sottolineatura del suo stile di vita che lo porta a non sostare per più di sette giorni nel solito posto prima che diventi un abitudine. Le due chitarre si intrecciano, ricamate dagli striduli schiamazzi del pemperino e da una trionfale marcia del duo Barlow-Glascock che rievoca battaglie d'altri tempi. Nonostante la vita del musicante non sia delle migliori, fischiettando nel flauto il nostro espelle tutta la tristezza, lasciandosi tutte le cattive scorie alle spalle. Le note fuoriescono come impazzite dal pennywhistle diffondendo nell'aria molecole di gioia, spensieratezza e positività, portandoci verso l'ultima strofa, dove cala l'intensità e dove troviamo quattro profonde righe vicinissime al concetto di poesia. Sullo sfondo di un rosso tramonto ammirato da un luogo mistico, il nostro punta su profonde licenze poetiche lasciano trasparire il sentimento dell'amore e ci fanno immaginare i due piccioncini mano nella mano ad ammirare la bellezza mozzafiato del tramonto. 

Pibroch (Cap In Hand)

Come si evince dal titolo, "Pibroch (Cap In Hand) [Pibroch (Cappello In Mano)]" va a scavare in fondo alle antiche tradizioni musicali delle highlands scozzesi. Il pibroch è infatti una lunga composizione musicale antichissima, di origini gaeliche, melodica ma funerea allo stesso tempo, suonata prevalentemente con la classica cornamusa scozzese, ma nel corso del tempo rivisitata anche con l'uso di altri strumenti come l'arpa, il flauto ed il violino. Con i suoi 8:37 minuti è di gran lunga il brano più lungo dell'album, una melanconica ballata oscura che grida progressive e che quasi stona con le sonorità positive che pervadono l'intero disco, puntando sui funerei accordi distorti di sabbathiane memorie sparati dalla chitarra di Martin Barre e il tetro organo a canne di Mr. Palmer. Rispettando le origini del titolo, il brano da più spazio agli strumenti piuttosto che alla voce. Le poche ma profonde righe scritte da Anderson parlano ancora d'amore, ma a differenza delle precedenti stavolta non è previsto il lieto fine. Ad aprire l'antica danza gaelica è Martin Barre, con oscuri fraseggi di chitarra elettrica che richiamano le prime oscure trame metal di sua maestà Tony Iommi (che vi ricordo è stato ad un passo dall'essere ingaggiato dai Tull dopo la dipartita di Abrahams, ma che lasciò la band dopo una manciata di concerti, prendendo poi una strada ben più tetra, lasciando le porte aperte all'Axeman di Birmingham. Ndr). L'introduzione si fa più decisa quando sopraggiungono l'organo ed un flauto più tenebroso del solito, inseguiti da minacciosi colpi stoppati della sezione ritmica. Quasi allo scoccare dei novanta secondi arriva la strofa, che mette in evidenza un giro di basso pulsante che attenebra una ritmica insolitamente doom. La melanconica linea vocale che si adagia su un mesto tappeto di organo lascia presagire che nel destino del protagonista non c'è nulla di buono. Armato di buone intenzioni e con un pesante bagaglio d'amore raccolto in un cappello che porta in mano, un uomo, nonostante stiano scendendo le tenebre, si accinge ad attraversare il bosco, la meta è la casa della donna dei sui sogni, alla quale però non è ancora riuscito a dichiarare il proprio amore. Da lontano riesce a vedere la casetta illuminata che spicca nella fitta oscurità del bosco avvolto dalla tenebrosità della sera. Ogni suo passo sul ripido sentiero è accompagnato da mille pensieri che hanno tutti il medesimo scopo, quello di trovare il modo per dichiarare il suo amore. Più si avvicina alla meta e più gli si stringe il cuore. Al minuto 03:24 inizia un prolungato interludio strumentale che parte in sordina, con enigmatiche note saltellanti di glockenspiel e tastiera e una dolcissima trama di flauto. L'aria si fa più minacciosa quando l'organo e la chitarra elettrica iniziano a ruggire. Il flauto fatica ad emergere nella dura battaglia fra i due strumenti, accompagnata da prepotenti colpi della sezione ritmica, ma alla fine riesce a divincolarsi rubando poi la scena e andando ad evocare trame d'alti tempi che vanno a scavare nei profondi meandri del folclore scozzese. L'organo va a riprendere la linea melodica portante del brano, seguito in successione dagli altri strumenti, dando vita ad un graduale climax che ci porta verso l'ultima e triste strofa. Il nostro protagonista è arrivato a corto di fiato di fronte alla casa della sua amata. Cercando di trovare il coraggio, prima di bussare da una sbirciatina dalla finestra, scorgendo una tavola apparecchiata con cura ed amore a lume di candela. Ma purtroppo lo sguardo giunge sino al camino, dove accanto alle pantofole della donna che ama intravede due strani stivali. Evidentemente l'altro piatto non era destinato a lui. Scuotendo via dal cappello l'amore che lo riempiva fino a pochi secondi prima, se lo rimette in testa e mestamente ripercorre a ritroso la strada appena fatta con tanta fatica, fatica che prima era offuscata da sogni e speranze che ora in un batter d'occhio svaniscono come una bolla di sapone al Sole. In chiusura Martin Barre va a riprendere le trame di chitarra di inizio brano, che ora sembrano piangere di fronte al triste epilogo di questa storia d'amore non corrisposto.

Fire At Midnight

Quando ascoltiamo un album con la A maiuscola, arriviamo lisci come l'olio all'ultimo brano, che nel nostro caso prende il titolo di "Fire At Midnight (Fuoco A Mezzanotte)", una effimera ballata che parla ancora dell'amore, visto però sotto un altro aspetto. Sin dalle prime note veniamo incantati dalla magia del flauto che si fonde alla perfezione con la chitarra ed il pianoforte. L'ormai consolidato duo Barriemore-Glascock accompagna con una delicatezza disarmante, badando bene a non rompere il fragile clima idilliaco creato dagli strumenti che emanano un piacevole sentore di tranquillità e di armonia familiare, sposandosi con il calore del caminetto, acceso stranamente intorno alla mezzanotte, quando il Mondo dorme, quando un lauto pasto ha spento finalmente i latrati dei cani. Con la maestria con la penna che ormai lo contraddistingue il Cantastorie Di Dunfermline dipinge un caloroso quadretto che ritrae la affettuosa espansività della vita familiare e la gioia di un operaio che torna a casa distrutto dopo una dura giornata di lavoro. La stanchezza si scioglie a contatto con il calore del caminetto, viene cancellata dall'amore della propria moglie che lo accoglie e dal piacevole ed avvolgente gusto di un "toddy" caldo, una caratteristica bevanda irlandese a base di whisky e acqua con miele, guarnita con erbe e spezie, servita rigorosamente ben calda. Il nostro evidenzia l'abnorme differenza fra il rilassante calore domestico e l'oscurità al di là della finestra, dove una vellutata nebbia si fonde con le tenebre, nascondendo il paesaggio, mentre rane e tritoni sfruttano l'umidità per girovagare fra i madidi fili d'erba vestiti a lutto.  E mentre l'adorata moglie sale al piano di sopra a ripiegare i vestiti ed a struccarsi prima di andare finalmente a letto, lui si siederà di fronte al camino, nonostante l'ora tarda, perché dentro di lui è magicamente fiorita l'ispirazione per scrivere una dolce canzone d'amore dedicata a lei, la splendida moglie che con la sola presenza riesce a cancellare le scorie negative di una intensa giornata lavorativa. Dopo neanche un minuto le poche righe scritte sono arrivate al capolinea, ma la canzone continua, sorprendendoci con un prolungato intermezzo strumentale, dove siamo incantati da una dolce melodia generata dal flauto, dal basso e dalla chitarra acustica che viaggiano perfettamente all'unisono. Il brano poi si indurisce, quando è la chitarra elettrica di Martin Barre a riprendere la precedente linea melodica e sfociando poi in un incantevole assolo che gira intorno al tema portante, emanando fragranze asiatiche. Un avvolgente coro dai sentori gregoriani sembra spengere la canzone, ma a sorpresa ritornano le ultime due dolcissime strofe a diffondere nuovamente quel magico calore di una armoniosa e amorevole vita domestica.

Conclusioni

E' fin troppo evidente che l'aria di campagna abbia avuto effetti più che benefici su Ian Anderson, facendo rifiorire in lui l'ispirazione che sembrava ormai evaporata, benefici che hanno avuto ripercussioni positive su tutto il resto della band. "Songs From The Wood (Canzoni Dal Bosco)" è un album magico che riesce a diffondere emozioni ad ogni sua singola nota. Proprio quando sembrava che al progressive rock rimanessero gli ultimi attimi di vita, i Jethro Tull si fanno forza, suonando tutti insieme in maniera impeccabile verso un unico obbiettivo, andando spesso all'unisono e creando musiche ed atmosfere che si sposano alla perfezione con il contesto delle liriche (stupefacenti). Il flauto di Ian Anderson torna ad incantarci in maniera Hameliniana, come del resto le sue escursioni con la chitarra acustica, che però qui è meno invadente rispetto agli ultimi album. Il nostro si dimostra ancora una volta abilissimo con la penna, tirando fuori testi che ruotano si intorno all'amore e al profondo folk britannico, ma lo fanno in maniera intelligente ed originale, non tralasciando alcuni spunti ora comici ora drammatici. Oltre all'uso di atavici strumenti rispolverati dalla band, gran parte delle magiche atmosfere che si respirano nell'album sono dovute anche all'eccellente lavoro dei due tastieristi. John Evans ritrova quelle magiche armonie di pianoforte con cui ci aveva incantato in passato. David Palmer mette da parte finalmente l'invadente orchestra in virtù di un affascinante organo a canne che quando serve dona una oscura teatralità ai brani. I due suonano sapientemente insieme senza calpestarsi mai i piedi. John Glascock e Barriemore Barlow si confermano una signora sezione ritmica con classe da vendere. Con una chitarra classica meno presente anche Martin Barre torna finalmente a d essere protagonista con la sei corde elettrica, incantandoci di tanto in tanto con il liuto. Il decimo album in studio dei Tull come si evince dalle atmosfere autunnali e invernali che predominano, è stato registrato fra il Settembre ed il Novembre del 1976 presso i Morgan Studios di Londra, senza però abbandonare in maniera definitiva la mitica Maison Rouge Mobile, dove qualche piccola incisione è stata fatta. La Chrysalis lo ha rilasciato a livello mondiale l'11 Febbraio del 1977. La produzione, manco a dirlo, è opera di un ispiratissimo Ian Anderson. L'art work è stato affidato a Jay L. Lee. Artisticamente ha poco da dire, in quanto si tratta di fotografie minimamente ritoccate con il pennello, ma se osservata con attenzione scopriremo che sia il front che il retro contengono profondi messaggi celati dietro a piccoli dettagli. Nella prima troviamo Ian Anderson immerso nel verde umido di un bosco, accucciato di fronte ad un falò, dove sta scaldando qualcosa, dietro a lui un tenebroso cane nero ed un ceppo di un albero tagliato con sopra il suo fido cappello, di fronte al quale possiamo scorgere un fucile da caccia ed alcune prede. Il progresso che lentamente si sta mangiando Madre Natura si cela proprio dietro al fuoco, al fucile da caccia e all'albero tagliato, mentre come già detto in precedenza, il bosco sta a simboleggiare la Natura. In alto troviamo il logo in giallo ed il titolo ben evidente in bianco. Sul retro di copertina ritroviamo il ceppo tagliato, sul quale è stato applicato il braccio di un giradischi, mentre gli anelli della vita della pianta sono molto vicini alla figura di un vinile, a simboleggiare l'ottima musica del platter creata grazie ad uno stretto contatto fra i nostri e la Natura. Pur non avendo brani che emergono sugli altri, per farvi capire, manca un "Aqualung" o una "Locomotive Breath" di turno, l'album ci conquista nella sua totale magica interezza, privo di punti morti. Tutte e nove le tracce si muovono sulla medesima lunghezza d'onda e su standard eccellenti. Rispetto al suo predecessore, che contraddittoriamente conteneva una delle canzoni più famose della band (la title track ndr) i nostri fanno un gigantesco passo in avanti, piazzando il loro decimo album in studio subito dietro ai classici capolavori del passato. A conferma di quanto scritto vi è il responso dei botteghini. "Songs From The Wood (Canzoni Dal Bosco)" raggiunge la tredicesima posizione in patria e una più che soddisfacente posizione numero otto negli Stati Uniti, ma soprattutto torna a guadagnarsi meritatamente ben quattro dischi d'oro (UK, USA, Canada e Australia) Un disco semplice e profondo allo stesso tempo, per niente impegnativo nell'ascolto, straconsigliatissimo, da assaporare tutto d'un fiato per assaporarne al meglio tutte le fragranze, un disco che ci mostra un aspetto dei Tull che non avevamo ancora scoperto, consegnandoci una band rigenerata e in gran forma che ci fa ben sperare. 

1) Songs From The Wood
2) Jack-In-The-Green
3) Cup of Wonder
4) Hunting Girl
5) Ring Out, Solstice Bells
6) Velvet Green
7) The Whistler
8) Pibroch (Cap In Hand)
9) Fire At Midnight
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