JETHRO TULL

Roots to Branches

1995 - Chrysalis

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
01/10/2021
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Quattro anni, mai per i Jethro Tull era passato così tanto tempo fra un disco in studio ed il successivo, ma in questo prolungato lasso di tempo di cose ne sono successe e la Chrysalis ha ben pensato di colmare il vuoto pubblicando un live e ben tre raccolte, ma andiamo per ordine. Alle prese con il tour relativo a "Catfish Rising", agli inizi del 1992, Ian Anderson e soci si erano dimenticati di dire al povero Maart Allcock che non faceva più parte della band (invero mi ero dimenticato anche io di lui ndr), anche se va sottolineato che per l'ultimo scorcio del 1991 il tastierista di cortesia preso in prestito dai Fairport Convention accompagnò i nostri per le prime date in America ed Europa. La notizia gli fu comunicata tramite una gelida lettera formale inviata dalla segretaria di Ian. Il sostituto sembrava essere a tutti gli effetti Andy Giddings, ovvero quello che più aveva impressionato i nostri fra i tre tastieristi presenti su "Catfish Rising", anche se la recente instabilità della line-up non dava nulla per scontato. Rimanendo in tema di line-up traballante, Doane Perry si prese una pausa momentanea per risolvere alcune questioni personali e fu sostituito ad interim dall'estroso batterista Dave Mattacks, nato a Edgware nel Middlesex il 3 Marzo del 1948 e proveniente manco a dirlo dai Fairport Convention, ormai una sorta di gruppo satellite dei Tull, dal quale accingevano nel momento del bisogno. Il 13 Marzo del 1992, il Nuovo Drummer e Andy Giddings esordirono a tutti gli effetti con i Jethro Tull nella data tenuta al Plymouth Pavilions in Inghilterra. Da un po' di tempo, da più fronti veniva caldeggiata l'idea di un live unplugged, ed i nostri stuzzicati dalle fantasticherie dei fan, iniziarono a lavorare sugli arrangiamenti per buttar giù una scaletta acustica, che non prevedeva però l'uso della tastiera, ergo l'appena arrivato povero Giddings fu messo momentaneamente in disparte. Rimase invece a far parte del progetto Dave Mattacks, che oltre a suonare durante tutto il tour acustico, finì sulla line-up del primo storico live acustico dei Jethro Tull, intitolato "A Little Light Music", registrato durante il tour europeo nel Maggio 1992 e pubblicato il 14 Settembre del medesimo anno. Se pur invitante, il live acustico confermò la preoccupante discesa di popolarità della band, arrivando ad occupare la posizione numero 34 in patria ed una deludente centocinquantesima posizione negli Stati Uniti. Agli inizi del 1993 Doane Perry tornò nella band insieme ad Andy Giddings e con la formazione al completo, i nostri si riunirono in studio, ri-registrando alcuni classici del passato con la nuova line-up. Per celebrare il venticinquesimo anniversario della band, il 26 Aprile del 1993 la Chrysalis rilasciò una allettante quadrupla raccolta denominata "25th Anniversary Box Set", ben presto soprannominata dai fan "Cigar Box" vista la somiglianza del cofanetto con una scatola di sigari. La sontuosa raccolta era suddivisa in quattro dischi. "Remixed", come si evince dal nome, conteneva i remix dei classici della band. "Carnegie Hall, N.Y", era il resoconto del concerto tenutosi al Carnegie Hall di New York il 4 Novembre del 1970. Assai più interessante era "The Beacons Bottom" che conteneva vecchi brani rivisitati con la formazione del 1993, alcuni registrati negli Home Studios di Ian Anderson, altri al Beacons Bottom di Buckinghamshire, una ai Woodworm Studio di Dave Pegg ed una al Presshouse di Martin Barre. "Pot Pourri" raccoglieva invece una serie di testimonianze live da tutto il Mondo che andavano dal 1969 al 1992. Sempre nel 1993 al West Morland Arms di Londra, si tenne una reunion con una buona parte delle vecchie glorie della band. Il 16 Ottobre del 1993, nella data tenuta all'Hammersmith Apollo di Londra, i nostri furono raggiunti sul palco da Michelone Abrahams, Clive Bunker e Gerry Conway. Il 24 Maggio del 1993 fu rilasciata una raccolta assai più economica che celebrava sempre il quarto di secolo di vita della band, intitolata "The Best of Jethro Tull: The Anniversary Collection". Ben più allettante era invece "Nightcap", rilasciato il 22 Novembre del 1993, una doppia raccolta che racchiudeva ben trentuno inediti, molti dei quali creduti persi, che andavano dal 1972 al 1991. Con tutta questa carne al fuoco, era obbligo un tour mondiale per celebrare il venticinquesimo anniversario della band. Nel frattempo Martin Barre riuscì ad ottenere un contratto discografico con l'etichetta tedesca XYX per quattro album solisti in studio. Manco a dirlo, il Paffuto Chitarrista coinvolse nel suo primo disco solista alcuni membri dei Fairport Convention, oltre a Matt Pegg, il drummer Marc Parnel ed il richiestissimo sassofonista Mel Collins. Ovviamente durante il mastodontico tour mondiale non mancarono gli imprevisti e le momentanee defezioni, come quella di Doane Perry, sostituito non egregiamente da Marc Parnel e quella di Dave Pegg, sempre più impegnato con i Fairport Convention e sostituito da suo figlio Matt. Nel frattempo, Ian Anderson oltre a lavorare sul nuovo disco dei Tull, era intento ad ultimare il suo nuovo album solista, intitolato "Divinities: Twelve Dances with God" e rilasciato il 2 Maggio del 1995. L'assenza quasi costante di Dave Pegg, costrinse Ian Anderson ad ingaggiare un ulteriore bassista. La scelta ricadde sull'acclamato ed eccellente turnista Steve Bailey, nato a Myrtle Beach il 10 Febbraio del 1960 e precursore del basso a sei corde. All'epoca, insegnava al Bass Institute Of Technology della California, oltre ad lavorare come tecnico alla Ampeg, rinomata ditta produttrice di eccellenti amplificatori per le quattro (o più) corde. Dal discreto "Crest Of A Knave" in poi, gli album dei Jethro Tull mettevano in mostra una preoccupante discesa qualitativa e visto il tempo trascorso dal discutibile "Catfish Rising" il nuovo album doveva dare una decisa svolta alla carriera dei nostri, che sembra arenata in acque melmose con l'avvento del nuovo decennio. I nostri lavorarono alacremente, contaminando il loro ormai collaudato (e recentemente abbandonato) progressive folk con il jazz e suggestive atmosfere orientaleggianti, derivate da un recente viaggio in India fatto da Ian Anderson, che rimase letteralmente affascinato dai profumi e dai colori della terra del curry. Già dalla colorata e vivace copertina di "Roots To Branches (Dalle Radici Ai Rami)" si intuisce che siamo di fronte ad un lavoro totalmente diverso dal cupo album precedente. La geniale mente dell'Istrionico Pifferaio sembra essere stata rigenerata dalle suadenti atmosfere dell'India, come si evince dal titolo, il nostro va a rispolverare il vecchio prog folk, scavando in fondo fino a trovare le radici della band, contaminando i rami con interessanti venature jazz e affascinanti profumi d'oriente, il tutto valorizzato da una certosina produzione ed arrangiamenti di prim'ordine. Il flauto torna ad essere protagonista insieme alle chitarre come ai vecchi tempi, anzi, il nostro ci sorprende pure con un orientaleggiante flauto in bambù. Le liriche spesso si spostano verso lidi religiosi, sempre visti secondo il credo Andersoniano, ma affrontano in maniera toccante anche l'aspetto dell'amore e della morte ed i mali della società moderna. Andiamo dunque ad ascoltarci il diciannovesimo album in studio dei Jethro Tull, album dove i nostri raggiungono mio avviso la piena maturità, cancellando in un solo colpo tutti i dubbi che minacciosamente aleggiavano sopra le loro teste.

Roots To Branches

Si parte a mille con l'eccellente title track, "Roots To Branches (Dalle Radici Ai Rami)" è senza ombra di dubbio la punta di diamante dell'album, una canzone che non ha nulla da invidiare alle maestose title track del passato. Andrew Giddings stende un soffice tappeto di tastiera dal quale, come una densa nebbia si innalza un enigmatico riff di chitarra che viaggia in maniera omofona con il basso del maestro Steve Bailey, mentre in sottofondo, molto distanti, le corse sulle pelli di Mr. Perry spalancano i cancelli al Pifferaio Pazzo che ci incanta con una trama che profuma d'oriente. Un lento climax fa poi esplodere questa suggestiva ed arcana introduzione, gli strumenti viaggiano ora tutti all'unisono annunciando l'avvento del Profeta Anderson, che con rammarico ci fa notare come le religioni vengono distorte nel corso del tempo, nonostante le parole vengano scritte. Nel chorus Martin Barre fa salire il brano con graffianti accordi distorti, evidenziando il messaggio di Ian Anderson, chiaro e cristallino: i nuovi sacerdoti predicano male durante i giorni di preghiera, Ian spera che nessuno li stia ascoltando. Le radici della religione stanno affondano nell'argilla bagnata, mentre al Sole brillano i rami scintillanti dei nuovi profeti. Come già detto in passato con la stupenda "My God" e la simpatica "When Jesus Came to Play" Anderson non è contro le religioni in se stesse, ma contro l'ipocrisia della gerarchia ecclesiastica. Dopo l'inciso le trame del flauto rievocano profumi d'oriente, andando poi a fondersi con la bella trama dell'introduzione. Il Paroliere Scozzese è assai più duro e diretto nella seconda strofa, dove i primordiali messaggi delle religioni vengono distorti nel tempo dai profeti che mettono un tocco personale nei loro sermoni, profeti definiti tessitori fantasiosi costruiti in casa, i loro discorsi scendono giù come neve infuocata, alimentando inutili crociate che servono solo a spargere sangue nel nome di Dio. Dopo il secondo ritornello, organo e basso con un bel climax preparano la strada a Martin Lancelot Barre, il breve ma esaustivo assolo è seguito da un fantastico intermezzo strumentale dove il progressive si incrocia con il jazz, dando vita ad un magnifico esemplare ibrido musicale. Le note di basso, chitarra, flauto e tastiera si incastrano alla perfezione come le tessere di un puzzle. Nella strofa finale, Anderson ci fa capire che nel mirino ci sono i falsi profeti di qualsiasi tipo di religione, i loro discorsi pilotati si diffondono nelle grotte, in enormi cattedrali, in alto sui minareti e negli affascinanti templi orientali. Il nostro conclude con un suo vecchio cavallo di battaglia, ovvero il desiderio che i bambini possano decidere in autonomia quale Dio venerare e in che maniera farlo, senza essere indirizzati su binari stereotipati dalla scuola, dalla chiesa e dalle loro famiglie. Dopo l'ultimo chorus, il pianoforte da inizio ad un altro raffinato intermezzo strumentale dove le sinuose note del basso di Steve Bailey, proclamato bassista dell'anno nel recente 1994, vanno ad esplorare nuovamente il jazz, lasciando poi la strada al flauto traverso. L'ammaliante melodia dell'introduzione ci accompagna verso l'epilogo di questo fantastico brano che da solo vale il prezzo del biglietto. Chapeau

Rare And Precious Chain

Melodie da "mille e una notte" riecheggiano in "Rare And Precious Chain (Catena Rara E Preziosa)", dove si torna a parlare d'amore. Martin Barre ci porta nelle desolate lande del Sahara con un lamento di chitarra. Le note della sei corde acustica si sposano alla perfezione con le percussioni dal sapore esotico dell'estroso Doane Perry, confezionando una suggestiva introduzione. Purtroppo a causa di un marchiano errore, sulle note del CD non viene indicato chi suona il basso sulle tracce numero due e numero quattro, ma il vellutato stile jazzato mi lascia presagire che a comporre la sezione ritmica vi sia il maestro Steve Bailey. Le tastiere di Mr.  Giddings si fondono con le orientaleggianti trame del flauto traverso, annunciando Ian Anderson. La sua linea vocale tremolante traspira malinconia, parlando di un amore non corrisposto come lui vorrebbe. La catena rara e preziosa è quella che lo lega al cuore e all'anima della sua amata. Si sente incatenato è sopraffatto dal morso dell'amore. Il flauto annuncia l'energico inciso. Le arabeggianti tastiere ci fanno sussultare, spinte dal brusco cambio di tempo dell'eclettico drummer Doane Perry e potenziate dalle acide note sparate dalla chitarra di Martin Barre. La musica rievoca atmosfere e scenari che hanno accompagnato Lawrence d'Arabia nel celebre colossal cinematografico di David Lean. L'amore non si compra con l'oro, non si ottiene con i ricatti, l'amore non ha regole. L'amore muore come magicamente è nato, lasciandoti solo ed abbandonato dice il Poeta Scozzese. I serpenti ospitati dai deserti orientali danzano tutti di fronte alle incantevoli trame del flauto traverso. Nella strofa successiva il basso è più deciso, oscurando quasi le esotiche percussioni. Il Paroliere di Dunfermline dipinge uno dei suoi memorabili quadretti d'autore, paragonando le perle di sudore che scendono sul sensuale corpo della donna a minuscoli diamanti scintillanti che formano una preziosa catena intorno al suo collo, mentre i ricordi focosi albergano nella sua mente. Nel secondo ritornello Ian si addossa le colpe per una relazione ormai allo sbando. Nessun telegramma, nessuna scusa, nessuna parola può giustificare quello che è. Questa voglia di redenzione di fronte ad una storia d'amore finita male è già apparsa più volte in passato. La catena rara e preziosa torna al collo della donna nell'ultima strofa, Anderson non si dà per vinto e prova a ricucire il rapporto, ma la canzone si stronca bruscamente, proprio come la sua relazione amorosa. Abbiamo ascoltato la prima escursione nelle variopinte lande della world music da parte dei Jethro Tull, escursione che mette in mostra una rinata fantasia compositiva da parte della band, impreziosita da raffinati arrangiamenti e da una attenta produzione.

Out Of The Noise

"Out Of The Noise (Fuori Dal Rumore)" è un vero e proprio calderone musicale dove i nostri mixano jazz, progressive, funky, fusion e rock, un brano vertiginoso con repentini cambi di tempo e pregevoli escursioni virtuose da parte di tutti gli strumentisti che fanno passare la voce in secondo piano. Il flauto è subito protagonista, ricamato da una insolita (per i Tull) chitarrina pulita tipica del funky. In questo primo scorcio di brano siamo colpiti dalle raffinate e mirabolanti acrobazie della sezione ritmica, con un Dave Pegg in forma, forse stuzzicato dalla presenza del maestro Bailey. Improvvisamente irrompe Martin Barre con un riff energico, andando a contaminare il funky con la verve dell'hard rock. Bellissime anche le partiture di flauto e basso che si intrecciano al riff portante e i raffinati ruggiti dell'organo di Mr. Giddings che spolverano un po' di fusion sul brano. Sembrano che ci siano tutti i presupposti per un brano strumentale, ma non è così, Anderson ci parla delle difficoltà che molti esseri umani hanno nell'affrontare i ritmi frenetici della vita moderna nelle grandi città. Il protagonista è un lupo solitario che cammina in una imprecisata città; nell'inciso si parla di risciò e ragazzini in bicicletta, che ci fanno pensare ad una metropoli orientale, ma anche di taxi gialli e neri, tipici della città di Barcellona. Comunque sia, ovunque si trovi, il nostro lupo solitario mette a repentaglio la propria vita quando deve apprestarsi ad attraversare la strada, schivando i mezzi in transito e i frenetici virtuosismi di un sorprendente Andrew Giddings, che in questo brano spazza via in un solo colpo tutta la timidezza percepita sull'album precedente. Nella seconda strofa vedo aleggiare la figura di Aqualung, il nostro lupo solitario vive in un vecchio seminterrato, lontano dai rumori della metropoli. Condivide l'alloggio di fortuna con un manipolo di ragazzini trasandati. Le sue giornate tipiche seguono una sorta di manuale rituale: dormire, mangiare e una buona dose di esercizio fisico. A metà brano calano i bpm, Anderson ci incanta con una dolcissima trama di flauto, ricamato in maniera esaustiva dal basso di Pegg. I due strumenti continuano a dialogare a lungo, portandoci dritti alla strofa conclusiva, dove ritroviamo il nostro simpatico reietto a curiosare attraverso le finestre dei ristoranti, immaginandosi al tavolo con una bella ragazza e gustando mentalmente piatti luculliani ben lontani dai pasti frugali di fortuna a cui è abituato. Schivando risciò e taxi, stufo del caos metropolitano, il lupo solitario si incammina lentamente verso la sua umile dimora, priva di lussi ma colma di tranquillità, lontano dai rumori snervanti della città.

This Free Will

Le atmosfere arabeggianti di "This Free Will (Questo Libero Arbitrio)" materializzano nuovamente l'immagine di Lawrence d'Arabia in sella ad un dromedario nelle desolate lande del deserto. Il flauto si integra perfettamente con le tastiere che sembrano provenire da un brulicante mercato del centro de La Mecca. Nella prima strofa, oscuri riff distorti di chitarra vanno a braccetto con una sognante trama di tastiera che rievoca le sensuali danze del ventre del mondo arabo. Con una linea vocale che trasuda stanchezza ed un marcato uso di profonde licenze poetiche, Ian Anderson rivive i ricordi di una vecchissima storia d'amore avuta con una giovane ragazza dagli occhi penetranti nei pressi di un imprecisato hotel. Nel bridge un ottimo lavoro con gli archi di Andrew Giddings spalanca i cancelli all'arabeggiante chorus dove chitarra e tastiera si intrecciano come una coppia di cobra di fronte ad un incantatore di serpenti. Anderson rivive i momenti passati insieme alla ragazza in mezzo a verdeggianti colline straniere, conscio che probabilmente lei non ricorderà nemmeno il suo nome. L'inciso si chiude con una frase enigmatica aperta a mille interpretazioni "Shaking My Faith In This Free Will. (Scuotendo La Mia Fede In Questo Libero Arbitrio)", sottolineando l'ineluttabilità del destino di fronte la volere delle persone. Spesso il libero arbitrio delle persone non è in linea con la fede e con la volontà, in questo caso, il desiderio di una storia d'amore non si è paventato a causa del libero arbitrio della donna. Le trame da "Mille E Una Notte" continuano ad accompagnare i ricordi, che si spostano su una città costiera, le zanzare ronzavano fra i capelli della ragazza che correva a piedi nudi e con il vestito strappato, poi un'improvvisa pioggia ha cancellato il meraviglioso ricordo di una storia d'amore le cui porte sono state chiuse in maniera definitiva ormai da molto tempo. Un interludio strumentale stronca in due il brano. Martin Barre dimostra di aver lavorato alacremente sulla distorsione della sua chitarra, i suoi accordi tenebrosi rievocano i ruggiti di un demone antico contornato da serpenti fuggiti dalle tastiere di un ispirato Andrew Giddings. Successivamente il Pifferaio Pazzo ci incanta con un assolo miscelando il tagliente suono del flauto traverso con le esotiche trame del corrispettivo strumento in bambù. Nella strofa finale scopriamo che la storia d'amore è stata una delle primissime cotte presa da Ian Anderson, quando ancora i due innamorati erano bambini. Il nostro sogna di poter rincontrare quella bellissima ragazzina che le ha infranto il cuore in maniera irreparabile, sperando che torni a ricordare il suo nome. Nel finale, le trame orientaleggianti vengono tartassate dal tappeto di doppia cassa di uno scatenato Doane Perry che si disperdono lentamente in fader, svanendo come i ricordi di un amore fanciullesco.

Valley

Le soffuse atmosfere di "Valley (Valle)" e le liriche che ci narrano di una comunità isolata che vive ai piedi di una verde vallata mi hanno fatto venire in mente la pellicola The Village del regista M. Night Shyamalan, dove, all'interno di un villaggio completamente isolato dal resto del mondo, la vita si svolge serena e tranquilla, discostandosi in maniera drastica dal resto del mondo e portando avanti culti oscuri e misteriose tradizioni. Musicalmente il brano si sposta verso un neo progressive raffinato e di gran classe, mettendo momentaneamente da parte le atmosfere arabeggianti dei brani precedenti e avvicinandosi molto a quel progressive folk con cui i Jethro Tull ci hanno conquistato sin dagli anni settanta. Una sognante trama di flauto traverso viene tormentata da minacciosi colpi all'unisono, lasciando poi il campo ad una scintillante chitarra acustica inseguita da un onirico tema di tastiera. Con l'abilità che lo contraddistingue, Ian Anderson con una linea vocale che trasuda saggezza ci descrive la vita tipica di uno sperduto villaggio rurale che si erge ai piedi di una rigogliosa vallata. La popolazione si sveglia presto al mattino, una ragazza munge una vacca, mentre alcune capre pascolano nei verdi prati che sorgono ai lati del letto di un fiume che pare essere la primaria sorgente di vita da cui attinge l'intero villaggio, una sorta di fiume sacro indispensabile per la vita della comunità. Nell'inciso scopriamo il nome della vallata, la red valley, dove si dice la gente viva molto più a lungo rispetto agli standard e dove tutti intonano la canzone della valle; come spesso accade nelle piccole comunità, tutti quanti tifano per la stessa squadra, come sosteneva più volte James "Big Jim" Rennie, sindaco di Chester's Mill nel bellissimo romanzo "The Dome" firmato Stephen King.  Nella strofa successiva, entra in azione con molta grazia la sezione ritmica, per l'occasione formata da Doane Perry e Dave Pegg. Scopriamo che ai piedi della vallata vivono altre persone, definite molto cattive, con le quali è difficile fare affari, sono loro che hanno costruito la strada che li collega al villaggio, dove la gente sfrutta l'acqua del fiume e fa scorte idriche sciogliendo la neve caduta durante l'Inverno. Qui viene fuori il succo, ovvero il preoccupante problema della diversità raziale che da sempre attanaglia il cammino dell'uomo. L'organo e la chitarra elettrica spolverano una buona dose di grinta sul successivo chorus, che poi cede lo scettro ad uno special dove predomina la sei corde acustica. Fra le righe leggiamo che la comunità è coesa da un forte legame d'amore che si trasforma in odio verso le persone che vivono in fondo alla vallata. Sicuramente un modo originale per affrontare il problema della difficile convivenza fra le diverse etnie, piaga che da sempre accompagna la vita dell'essere umano. Un breve interludio strumentale dove Martin Barre domina nella dura battaglia contro il flauto traverso ci separa dalla strofa successiva. Anderson va a scomodare addirittura Mosè e le sue tavole di pietra, sottolineando le leggi ferree che predomina nella comunità, prima su tutti quella di non desiderare la donna d'altri. Dopo un altro passaggio del grintoso inciso, i nostri vanno ad esplorare il neo progressive, le trame della chitarra distorta si intrecciano con l'organo e le epiche tastiere, non tralasciando improvvisi cambi di tempo. Torna la calma con l'ultima strofa che liricamente è in linea con la prima, andando a chiudere il cerchio prima di lasciare al chorus il compito di accompagnarci verso il finale, fra i ruggiti dell'organo e i corposi accordi della chitarra. Nel finale, il flauto rievoca trame esotiche, molto distanti però da quelle arabeggianti ascoltate finora. Il Pifferaio Magico, accompagnato dalle sognati tastiere di un ritrovato Andrew Giddings, con la mente ci accompagna all'interno di un'affascinante tempio indiano, dove il corpo e l'anima hanno la capacità di trovare una pace rigenerante, dimostrando chiaramente che i Jethro Tull hanno ancora molto da dire.

Dangerous Veils

Un flauto da brividi apre "Dangerous Veils (Veli Pericolosi)" brano di puro progressive rock piacevolmente contaminato da spruzzate di jazz di gran classe. Nonostante la musica sia meno influenzata dai temi arabeggianti del trittico iniziale, le liriche si addentrano nei meandri della religione islamica, i veli pericolosi sono quelli che avvolgono le donne mediorientali. Il basso di Steve Bailey fa compagnia ad un indemoniato Doane Perry, protagonista in questa prima strofa dal ritmo forsennato. Gli accordi aperti sparati da Mr. Barre valorizzano il grande lavoro della sezione ritmica, accompagnandoci nel bel mezzo di un campo tendato nel deserto. La luce soffusa di una candela illumina la faccia di una suadente ballerina coperta dal burqa, un velo che lascia intravedere solamente gli occhi di una donna, in modo da non indurre in tentazioni altri uomini nei momenti in cui si trova fuori dalla residenza domestica. Anderson trova inconcepibile una usanza del genere, usanza che opprime la libertà delle donne, riducendole ad un semplice oggetto di desiderio. Nel chorus la musica si addolcisce grazie all'intervento del flauto traverso che accompagna la luciferina linea vocale di Anderson. Il nostro ci tiene a precisare che non ha nessuna intenzione di lanciare critiche e che non intende assolutamente essere blasfemo, ma soprattutto che non intende sbirciare attraverso quei veli pericolosi. Doane Perry massacra le pelli, dichiarando guerra al flauto traverso, che poi va riprendere la trama dell'introduzione, accompagnandoci alla strofa successiva, dove il Menestrello Scozzese con un linea vocale che trasuda pazzia, sembra accettare le ferree regole della religione islamica, forti come un incantesimo, chiudendo con un esaustivo "Don't drink the water from this holy well (Non bere l'acqua di questo pozzo sacro)", paragonabile al nostro nono comandamento. Il pozzo che sgorga acqua limpida può essere sinonimo di legge, ma in passato è stato usato per simboleggiare il luogo del corteggiamento e dell'innamoramento. Il nostro ci invita a non bere acqua dal pozzo ergo a non desiderare la donna d'altri, in special modo se coperta da veli. Dopo un altro passaggio del ritornello incontriamo un fantastico interludio strumentale di puro progressive rock contaminato dal jazz. Gli strumenti iniziano a duellare fra loro, se fate bene attenzione nella dura battaglia che vede coinvolti organo e chitarra, potete apprezzare una bellissima escursione solista del Maestro Bailey, successivamente attaccata da martellanti accordi di pianoforte. Chapeau. Nella parte finale, le liriche non ci dicono nulla di nuovo, ad incantarci sono nuovamente i luciferini sospiri del flauto ed un oscuro finale strumentale, dove Martin Barre deve vedersela con l'organo e con uno spaziale assolo di basso valorizzato da un incontenibile Perry.

Besides Myself

Una suggestiva chitarra acustica che si discosta bruscamente dalle melodie mediorientali che predominano nell'album apre "Besides Myself (Fuori Di Me)", brano di forte atmosfera dove Anderson affronta l'atavico conflitto religioso che da eoni affligge le città del Medio Oriente. Le cristalline note della sei corde acustica vengono dolcemente ricamate dagli strazianti fraseggi di Martin Barre, mentre il Paroliere Scozzese ci porta nelle strade di Bombay, una delle città più popolose del Pianeta, dove un bambino gioca, mentre attorno a lui imperversa un sanguinoso conflitto etnico religioso. Proprio nel 1995, lo Shiv Sena, il partito nazionalista Indù, decise di cambiare il nome ufficiale della città in Mumbai, in lingua marathi, cercando di cancellare il recente passato contaminato dal colonialismo britannico. Un energico strumming di chitarra convoca la sezione ritmica che entra con classe sopraffina, il flauto si intreccia con un sognante tema di tastiera che conferma la perfetta integrazione di Andrew Giddings nel gruppo. Ian Anderson non si capacita di fronte alle tragedie che si consumano nelle strade di Bombay, il bambino che piange rappresenta un'India in ginocchio, mentre la sorella maggiore a cui si riferisce il nostro non è altro che la Gran Bretagna, impassibile di fronte all'inferno che si sta consumando in quelle che una volta erano le terre colonizzate dagli inglesi, fonte di guadagno e prosperità per la Corona. Accompagnato da una splendida trama di pianoforte, Anderson augura un treno d'argento che accompagni il bambino a scuola, togliendolo dalla strada. Anche qui è chiara un'invocazione d'aiuto nei confronti dell'Inghilterra. Dei pacati accordi distorti spruzzano una velata dose di grinta sul brano, mentre con criptiche licenze poetiche il nostro evidenzia il sottile confine fra il senso di colpa e la carità. Dal castello di tastiere si innalza un'arcana partitura di pianoforte mentre Anderson continua la sua crociata con una linea vocale da fuori di testa. Al minuto 2:50 incontriamo un bellissimo interludio strumentale. Martin Barre spara velati accordi distorti che avvolgono un prolungato dialogo fra il flauto e la tastiera. Brividi. A seguire siamo incantati da un suggestivo intermezzo che vede il pianoforte accompagnare un polemico Anderson che ammira la forza con cui l'India tenta di risollevarsi. La parte finale del brano è uno dei momenti migliori dell'intelo platter. Oscuri accordi di chitarra armonizzano un sibillino tema di pianoforte spalancando i cancelli al flauto traverso, che inizia a dialogare con le tastiere, accompagnato dall'importante lavoro della sezione ritmica. Proprio quando ci aspettiamo l'ingresso in scena di Martin Barre a suggellare il brano con un sontuoso assolo, le note iniziano lentamente a sfumare in fader lasciandoci con l'amaro in bocca e con la voglia di riascoltare nuovamente questa fantastica canzone, ma il lavoro ci impone di andare avanti.

Wounded, Old And Treacherous

La successiva "Wounded, Old And Treacherous (Ferito, Vecchio E Pericoloso)" inizia bene e finisce meglio, a perplimermi sono però le strofe centrali, caratterizzate da una piatta linea vocale che sfiora il parlato che non riesce ad emanare le giuste vibrazioni. Si tratta comunque di un discreto brano, dove i nostri passano con disinvoltura dal progressive rock ad un raffinato jazz di gran classe. Dopo un inizio fiabesco, Ian Anderson fa centro con una ammaliante trama di flauto traverso che sembra uscita da un vecchio videogame. In lontananza possiamo percepire l'organo di Andrew Giddings che segue la trama del flauto in maniera omofona. Con la classe sopraffina che lo contraddistingue, Doane Perry fa crescere il brano, il flauto e le tastiere iniziano a dialogare fino all'intervento di Martin Barre, che con un paio di oscure schitarrate apre i cancelli alla strofa. A colpirci è il sinuoso giro di basso del Maestro Bailey, le note svolazzano via dal suo fretless come uno sciame di piccole farfalle colorate, mettendo in secondo piano lo scialbo parlato di Ian Anderson con il quale ci espone i suoi pensieri riflessivi mentre sta facendo una tranquilla passeggiata di fine giornata, giusto per scaricare tutte le scorie negative accumulate durante il giorno. Tutto sembra essere al proprio posto, nel cielo illuminato dal Sole, fino a quando uno stormo di corvi in volo gracchia, lanciando cattivi presagi che innescano una serie di profondi pensieri nefasti nella testa del Paroliere Di Dunfermline. Le spaziali tastiere di Giddings creano la giusta atmosfera per accogliere profonde licenze poetiche cariche di rimpianti come "There was a time when love was the law. (C'è stato un tempo in cui l'amore era la legge.)" e la criptica ed epica frase "There was a time for the tooth and the claw. (C'era un tempo per il dente e l'artiglio)" con la quale forse intende omaggiare il libro fantasy di James Silke e Frank Frazetta. Non manca un attacco al consumismo, sulla sua carta di credito c'è scritto "Heaven Express" dice il nostro, sottolinenado come il denaro sia il male maggiore che da sempre accompagna l'essere umano. Alcuni accordi stoppati di pianoforte ricamati con classe dalla chitarra brillano nel chorus, dove i pensieri di Anderson affrontano il tema dell'alienazione e dell'isolamento dell'essere umano, in molti tracciano i propri confini isolandosi dal resto del Mondo, quasi timorosi del contatto umano, confini che sarebbe meglio non oltrepassare onde evitare problemi. Il nostro si sente stanco e ferito, sembra non accettare il nuovo stile di vita degli anni novanta, lontano anni luce dai suoi valori. Nella seconda parte del ritornello, il nostro ci invita ad attraversare i confini della nostra giungla, potremmo incontrare qualche suo caro amico, che come lui non vuole problemi, penso che qui chiami in causa il resto della band, musicisti vecchi e feriti ma che all'occorrenza sanno essere ancora pericolosi, sottolineando come i Tull siano ancora in grande forma. Il flauto traverso disegna un piacevole intermezzo separandoci dalla seconda strofa, ancora più criptica della precedente e impossibile da interpretare. Circa a metà canzone torna il brillante tema di flauto sentito nelle prime battute del brano, che sembra funzionare bene, stampandosi in maniera indelebile nella nostra mente. La strofa successiva è uno scontato copia e incolla della prima, messo lì per allungare il brodo, mentre l'ultimo ritornello è dedicato a Madre Natura, ormai stanca e logora dei soprusi fatti dall'uomo nel corso del tempo. La Natura non vuole problemi ma è ferita, vecchia e soprattutto pericolosa, gli basta poco per scatenare cataclismi e terremoti che odorano di vendetta. Gli ultimi due minuti della canzone sono il pezzo forte, dopo una nuova comparsa del tema portante di flauto traverso, il Pifferaio Matto ci incanta con uno spettacolare assolo, lasciando poi il campo ad un scatenato Martin Barre. I due strumenti continuano a dialogare, trasportati dall'energia e dai virtuosismi della sezione ritmica, disegnando un finale da brividi che ci rimanda al glorioso passato e che vorremmo non finisse mai.

At Last, Forever

Con i suoi quasi otto minuti, "At Last, Forever (Alla fine, Per Sempre)" superando di pochi secondi la traccia precedente, è la canzone più lunga del platter, una poetica ed articolata melanconica ballata da brividi che ostenta arrangiamenti raffinati atti a colorare le tristi e funeree liriche che affrontano gli ultimi pensieri di un uomo in punto di morte, assistito dalla compagna di una vita. Un'introduzione fiabesca anticipa un bellissimo e luccicante arpeggio di chitarra acustica, che insieme alle solenni tastiere di Giddings ci accompagna al capezzale di un uomo vicino ad esalare il suo ultimo respiro, cosciente che di lì a poco dovrà lasciare la sua anima gemella, alla quale tenta di aggrapparsi con tutte le forze nei suoi ultimi attimi di vita. Lei tiene la sua mano, come se volesse strapparlo dalle braccia della Grande Mietitrice, lui la tranquillizza dicendole che non ha paura della morte e che rimarrà per sempre lì con lei, lasciandole piccoli messaggi ogni giorno, non era certo un Dio immortale per poter durare per sempre, aggiunge con una buona dose di ironia per stemperare la tensione. Anche il chorus mantiene l'alone di tristezza che rispecchia le ultime parole dell'uomo, che vede il Paradiso impresso nel volto della sua amata, promettendole che non la lascerà mai sola. A seguire troviamo un bellissimo interludio strumentale, gli archi, rafforzati da interminabili corse sulle pelli e dagli accordi distorti sparati da Martin Lancelot Barre, tentano di dare forza e coraggio alla donna, che non riesce ad accettare la situazione, il suo stato d'animo viene dipinto alla perfezione da una melanconica trama di flauto. Una tristissima melodia strappa lacrime ci accompagna alla strofa successiva. Ian Anderson interpreta magistralmente la situazione con una voce che trasuda dispiacere; l'uomo si sente freddo, il suo sguardo è perso nel vuoto, in cerca di un punto a cui aggrapparsi, fa fatica a parlare, le ultime forze residue lo stanno abbandonando. La Morte gli sta tendendo la mano, d'altra parte, chi era lui per durare in eterno? sottolinea ancora una volta, dimostrando di non avere paura di lasciare la vita terrena. Il ritornello è seguito da un altro interludio strumentale, che stavolta si fa meno triste, lentamente la malinconia lascia il campo a trame paradisiache. I nostri sono sempre stati abili ad intrecciare la musica con le liriche, questo momento strumentale da brividi rappresenta perfettamente il lento passaggio dell'uomo a miglior vita. Nell'ultima strofa, arrivano gli ultimi sospiri dell'uomo, che cerca di rassicurare la donna della sua vita, lui non andrà lontano, scivolerà lentamente nella stanza sul retro e lascerà i sui messaggi ogni santissimo giorno. Liriche tristi e profonde che scioglieranno anche il cuore del rockettaro più duro. Dopo l'inciso, dal castello di tastiere di Andrew Giddings esalano trame paradisiache e tristi allo stesso tempo che anticipano un copia e incolla del primo segmento di brano, lasciando poi il campo ad un finale strumentale, dove il flauto traverso ci provoca una buona dose di brividi, ricamato alla perfezione dalle tastiere e dai sinuosi fraseggi del basso di Mr. Bailey.

Stuck In The August Rain

"Stuck In The August Rain (Bloccato Nella Pioggia Di Agosto)" è per chi scrive la più bella ballata mai composta da Ian Anderson, una canzone che trasuda magia, arrangiata perfettamente e interpretata in maniera sublime, una canzona che emana emozioni ad ogni suoi singolo secondo, uno dei gioielli più brillanti nel fantastico forziere di pietre preziose che ci hanno lasciato in nostri. Come ormai ci ha abituato da tempo il Paroliere Scozzese, le liriche sono abbastanza criptiche, ma allo stesso tempo si aprono a molteplici interpretazioni da parte dell'ascoltatore, ognuno può interpretare come vuole la pioggia D'Agosto che intrappola Ian Anderson da qualche parte. Non so se ne abbia mai sofferto, ma l'improvvisa ondata di maltempo che gli impedisce di uscire potrebbe rappresentare quella brutta bestia chiamata depressione. Sin dai primi secondi siamo ipnotizzati dalle incantevoli trame di tastiera e pianoforte, ricamate da una fiabesca partitura di flauto traverso. I pochi accordi della strofa valorizzano la calda voce di Anderson che dipinge una triste giornata estiva rabbuiata da una improvviso temporale, il suo animo va a braccetto con la situazione meteorologica, la compagna cerca di consolarlo con un profumato tè al gelsomino e con un dolce bacio sul suo cipiglio, ma i dolci gesti della donna non riescono a calmare la tempesta che lo sta bloccando, come sottolinea il nostro nel breve ed immediato ritornello. Le tristi trame del pianoforte si intrecciano magicamente con il flauto e i caldi fraseggi della chitarra, annunciando la strofa successiva, dove Anderson vede il bel tempo all'orizzonte, la costa sembra libera, le nubi sembrano continuare ad attenebrare solo la sua casa, ergo la sua anima. La sezione ritmica fa crescere il brano nell'inciso, ma al pioggia d'agosto è ancora forte e continua ad imprigionare Ian Anderson. Al minuto 01:40, un accordo distorto spalanca i cancelli ad uno dei momenti migliori dell'intero album, un bellissimo assolo di flauto da brividi, supportato in maniera bilanciata da tutti gli altri strumenti, ben attenti a non rompere le fragili note rilasciate dal Pifferaio Pazzo. Nella parte finale, ricamato magicamente dal pianoforte, il flauto assume toni fiabeschi, riallacciandosi perfettamente alle tristi melodie della strofa, dove traspare l'univoco della sua oscurità, il nostro sembra quasi divertirsi a rimanere imprigionato dall'improvviso temporale estivo, segni inequivocabili dello stato d'animo che lo attanaglia, e che sembrano dar ragione alla mia ipotesi iniziale di uno stato depressionale che saltuariamente attanaglia il nostro amato Menestrello. E' impossibile quantificare le emozioni che provoca la parte finale del brano, le fiabesche trame del flauto ricamate dai sognanti tintinnii del pianoforte si alternano alle grintose folate del chorus dove emergono minacciosi fraseggi di chitarra sparati da Martin Lancelot Barre. Poesia musicale e pelle d'oca

Another Harry's Bar

Se eravate in pensiero per la mancanza delle reminiscenze del sound made in Dire Straits proprio sul finire eccovi accontentati. A suggellare il diciannovesimo album in studio targato Tull troviamo "Another Harry's Bar" un brano ricco di melodia dove Ian Anderson e Martin Barre tornano a fondersi in un'unica entità dalle sembianze di Mark Knopfler. Non ho notizie a riguardo, ma stilisticamente la canzone sembra appartenere al periodo relativo a "Crest Of A Knave", come non sono sicuro che le liriche si siano ispirate allo storico Harry's Bar di Venezia, fondato nel 1931 da Giuseppe Cipriani e recentemente dichiarato patrimonio nazionale dal Ministero dei Beni Culturali, locale in passato già citato da rinomati artisti della musica italiana come Fabrizio De André e Paolo Conte. Da brividi l'introduzione, che si adagia su un soffice tappeto di organo, dove pianoforte e chitarra si intrecciano magicamente, raggiungendo l'apice quando sopraggiunge una fatata trama di flauto traverso. Il fraseggio di chitarra che annuncia la strofa è fin troppo vicino alle sonorità di "Making Movies", ma la poesia della musica fa passare questo piccolo particolare in secondo piano. Innestando la modalità Knopfler, il Cantastorie Scozzese dipinge un quadretto in bianco e nero, dove l'attrazione principale è uno scalcinato bar di periferia con l'insegna al neon rotta ed un odore di birra stantia che invade le narici. Siamo in una piovosa e ventosa serata invernale. La stanchezza di una intera giornata ha sovraccaricato i piedi dolenti di Anderson ed annebbiato al sua mente. Sembra stesse vagando quasi per inerzia, quando l'insegna malridotta del bar sembra chiamarlo a se. In un angolo, un cane dorme, noncurante del trambusto che gli sta attorno, sembra quasi che sia morto. Sui tavoli pullulano le scatole di fiammiferi e i posacenere lordi di cicche. "Cigarette left smoking its life away. (La sigaretta ha lasciato il fumo lontano dalla sua vita.)" è una profonda licenza poetica che solo la mente geniale di Anderson poteva partorire. Fra le righe leggo il rammarico nei confronti dell'uomo, che non curante del futuro e irrispettoso verso Madre Natura, lascia evaporare il suo futuro, avvicinandosi preoccupatamene ad una futura estinzione. Il ruggente organo di Andrew Giddings fa salire il chorus, sempre più vicino al sound Knopfleriano, dove Ian Anderson ostenta tutta la sua voglia di cambiare il Mondo, in compagnia del cane sonnacchioso e del fantasma di Harry, il padrone del bar passato ormai da tempo a miglior vita. Un'improbabile compagnia che ricorda quella del Signore Degli Anelli, tre anti eroi in procinto di partire per una missione che ha l'obbiettivo di salvare il Mondo ed il destino di tutta l'umanità. La pioggia che scende copiosa nella seconda strofa vene identificata nelle lacrime di Dio, lacrime versate di fronte allo scempio causato da una delle sue più brillanti creature, brillante quanto spietata. Ma l'Harry's Bar sembra essersi isolato dal resto del Mondo, al suo interno il dolore che pervade il Pianeta Terra sembra non poter entrare, ma allo stesso tempo nel bar regna la solitudine, come sottoscrive il nostro con la frase "And you will feel no soft hand slipping on your knee. (E non sentirai nessuna mano morbida che ti scivola sul ginocchio.). E' lapalissiano che all'interno del bar pesa come un macigno la mancanza del calore emanato da una figura femminile. La sezione ritmica, che vede tornare Dave Pegg a far compagnia a Doane Perry fa salire decisamente il brano, Anderson rivive vecchi ricordi che vedono un giovanissimo Harry saltellante e brillante, famoso per i suoi cocktail sbagliati e sempre pronto a divulgare le sue ultime notizie. Intorno al minuto numero tre, il brano sembra sfumare verso l'epilogo, ma risorge improvvisamente, riproponendoci un copia e incolla di strofa e ritornello, antipasto per il gran finale, che io reputo uno dei momenti migliori in assoluto l'intero disco, la degna conclusione di un album fantastico. Andrew Giddings apre le danze con una minacciosa trama di organo successivamente affiancata dal pianoforte e dal flauto traverso. Gli epici fraseggi sparati da Martin Barre spruzzano un bel po' di grinta su questo fantastico intreccio armonico, che ospita ora un avvolgente assolo di flauto traverso, ora taglienti trame di chitarra. Mr. Perry decide che è giunto il momento di aumentare i bpm. La locomotiva corre veloce a capo di un treno carico di melodia e virtuosismi da parte di tutti gli strumenti, un treno che vorremmo fosse lungo quanto lo Snowpiercer, mille ed una carrozza lorde di splendide note musicali, un fantastico e travolgente gran finale che vorremmo non finisse mai, ma che come tutte le cose bella ha una fine che giunge spietata.

Conclusioni

Dati quasi per finiti dalla maggior parte degli addetti ai lavori, i Jethro Tull, come una fenice risorgono dalle proprie ceneri e spiccano il volo, lontani dai dubbi lasciati dal precedente disco, sorprendendoci con quello che senza ombra di dubbio è il miglior loro lavoro degli anni novanta. Di tutti gli esperimenti fatti da Ian Anderson, quello di contaminare il prog folk tulliano con la musica etnica è sicuramente il più riuscito. Il nostro ha cucinato un piatto luculliano dai mille sapori, contaminando il vecchio ma redditizio progressive folk con curry, coriandolo, cumino e harissa, dando vita ad una fantastica portata ricca di profumi esotici che ha risvegliato anche l'appetito dei fan più scettici. "Roots to Branches" ci consegna una band in gran spolvero che ostenta un brillante songrwiting e arrangiamenti sopraffini, una miscela esplosiva che assieme all'invidiabile tecnica strumentale fa passare in secondo piano la cripticità delle liriche, difficili e complicate se pur sovente aperte a molteplici interpretazioni. In occasione di questa recensione ho riascoltato l'album in tutta la sua interezza a distanza di molti anni, e devo dire che ho scoperto al suo interno nuove perle musicali che hanno fatto breccia nel mio cuore. E' come se "RTB" avesse il potere di donarti una tua canzone preferita ad ogni nuovo ascolto. In passato fui subito stregato dalla brillante title track e dalle avvolgenti atmosfere di "Valley", riascoltandolo mi sono innamorato di "Beside Myself" e di "Stuck In The August Rain", due tracce di pregevolissima fattura. I certosini arrangiamenti sono indubbiamente il punto di forza del platter, che vanta di una track list omogenea e priva di brani che giustificano lo skip, dalla quale ognuno può estrapolare un gioiello musicale. Da sottolineare la performance vocale di Ian Anderson, una delle migliori sotto il punto di vista interpretativo delle liriche, fa sempre la scelta giusta a seconda del copione. Incantevole con i flauti che tornano protagonisti come nel glorioso passato, al pari delle cristalline trame della sei corde acustica, avvolgenti e mai banali. Brillante il fido scudiero Martin Lancelot Barre, la sua chitarra elettrica spruzza una buona dose di grinta sulle leggiadre atmosfere orientaleggianti che evaporano dal castello di tastiere di un rivalutato e sorprendente Andrew Giddings, esaustivo anche con l'organo e classicheggiante con il pianoforte. Da quando è alla corte di Re Anderson, Doane Perry sfodera la sua miglior prestazione in assoluto, sovente i suoi fill non si limitano ai compiti ritmici ma danno corpo alle canzoni, forte anche della doppia spalla formata da un come sempre preciso Dave Pegg e dalla sublime tecnica del maestro Steve Bailey, un vero virtuoso del basso. Registrato tra Dicembre del 1994 e Giugno del 1995 presso l'Home Studio di Ian Anderson, "Roots to Branches" è stato rilasciato dalla Chrysalis il 4 Settembre del 1995 in Europa, mentre il Nuovo Continente ha dovuto attendere il 12 Settembre. La certosina ed eccellente produzione, manco a dirlo, è opera di Ian Anderson. L'affascinante copertina è opera della Zarkowski Design. Si tratta di una vivace e caleidoscopica composizione floreale su sfondo marrone, disposta a cerchio, dove prevalgono i colori vivaci azzurro, verde, giallo e arancione. Le foglie e gli alberi convergono verso il centro, dove troviamo una rivisitazione Andersoniana del simbolo asiatico Yin e Yang, mentre a contornare il tutto troviamo una graticola di radici. Nel retro, con le medesime colorazioni, ritroviamo la rivisitazione di Yin e Yang contornata a destra dalle radici e sulla sinistra da foglie, il tutto racchiuso in un cerchio formato dalla track list. Nella copertina si racchiude tutta l'essenza della band, ovvero il completamento del percorso musicale dei Jethro Tull, che partendo dalle radici blues ha fatto sfociare le proprie fronde nel colorato mondo della musica etnica, attraverso un tortuoso e variopinto percorso che da sempre ha visto il loro sound in una continua evoluzione. Nonostante io ami in maniera particolare questo album, uno dei miei preferiti, il pubblico Americano, che di solito si è mostrato in linea con i miei gusti, non lo ha gradito più di tanto, relegandolo ad una anonima posizione numero 114. Assai più soddisfacente il riscontro dei botteghini di casa, che ha visto l'albo entrare nella Top 20 degli album più venduti nel Regno Unito, vendite che purtroppo non sono però riuscite a giustificare una meritata certificazione di vendita. Se siete in cerca di emozioni, vi consiglio vivamente questo diciannovesimo album in studio dei Jethro Tull, un album che non va sentito ma va ascoltato ripetutamente ed in maniera approfondita, in modo da scoprirne gradualmente tutte le perle che nasconde. Se volete godervelo a tutto tondo, ascoltatelo al buio, magari in compagnia di un paio di ottime cuffie, non ve ne pentirete!

?kw: Chrysalis, Ian Anderson, UK, Inghilterra, english rock band, rock progressivo, progressive rock, jethro tull recensione, jethro tull monografia, roots to branches recensione, martin barre, dave pegg, doane perry, rock & metal in my blood

1) Roots To Branches
2) Rare And Precious Chain
3) Out Of The Noise
4) This Free Will
5) Valley
6) Dangerous Veils
7) Besides Myself
8) Wounded, Old And Treacherous
9) At Last, Forever
10) Stuck In The August Rain
11) Another Harry's Bar
correlati