JETHRO TULL

Rock Island

1989 - Chrysalis

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
10/08/2021
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

I Jethro Tull sono tornati nuovamente "sulla cresta dell'onda", l'album precedente, oltra a portare nuovamente certificazioni di vendita in casa, ha anche consegnato non con poca sorpresa un Grammy per il miglior album hard'n'heavy del 1988. Ad Anderson e soci ora l'arduo compito da far rimanere la band a cavalcare l'onda ancora a lungo, evitando di cadere in inopportune esplorazioni musicali lontane anni luce dall'inconfondibile stile Tulliano. Il 1988, inoltre, era l'anno del ventesimo anniversario della band, nata nel 1968. A tal proposito la Chrysalis, spinta da numerose lettere inviate dai fan di tutto il Mondo, rilasciò un bellissimo cofanetto intitolato "20 Years Of Jethro Tull". Per ottenere un prodotto memorabile, la casa discografica coinvolse David Rees e Martin Webb, i due fan della band per eccellenza, per creare una track list che sarebbe stata sicuramente di alto gradimento da parte di tutto il popolo tulliano. L'allettante cofanetto era suddiviso in tre parti: "The Radio Archives and Rare Tracks" con ben 25 tracce fra rarità e archivi radio, "Flawed Gems and the Other Side of Tull" comprendeva 19 canzoni fra inediti, B-side e versioni primordiali, concludendo con "The Essential Tull" un greatest hits in gran parte in versione live che con 18 tracce ripercorre tutta la carriera dei Jethro Tull, dal 1968 al 1988. Con tanta carne al fuoco ora la priorità della band era quella di trovare un tastierista per l'imminente tour, vista l'indisponibilità di Peter John Vettese, preso dalla sua nuova attività di produttore discografico. La prima scelta ricadde sul talentuoso Donald Smith Airey, Don per gli amici, nato a Sunderland il 21 Giugno del 1948. Il suo curriculum parla da solo: Ozzy, Black Sabbath, Rainbow, Colosseum e Whitesnake, Fastway e Michael Schenker Group sono più che una garanzia sulle capacità tecniche ed esecutive del Tastierista di Sunderland. Ma se sulla classe e la tecnica di Don Airey non si può certo discutere, il nuovo arrivato risultò però troppo estroso ed egocentrico per la band, e alla fine del tour Anderson decise di rimpiazzarlo, peccato, perché sarei stato curioso di sentirlo all'opera in studio. La scelta poi ricadde su Martin Allcock, polistrumentista dei Fairport Convention, band amica con la quale i Tull condividevano il bassista Dave Pegg, usato da garante per concludere l'affare. Il giorno di capodanno del 1988, Anderson chiese ufficialmente a Martin Allcock se era interessato a far parte della band, anche se di fatto non era un vero e proprio tastierista. Nato a Middleton il 5 Gennaio del 1957, Maart (è questo il suo soprannome) accettò di buona lena, essendo un fan di lungo corso della band. Bissare il successo di "Crest", rinforzato dalle vendita dell'allettante box set appena rilasciato era un'impresa ardua, e Ian Anderson ne era ben conscio. E' per questo che l'Istrionico Leader per il nuovo disco aveva in mente di includere diversi stili tastieristici, oltre a quello del nuovo arrivato. Provò a contattare vanamente John Evans per un clamoroso ritorno, ma la risposta fu un bell'asso di picche, ormai aveva perso tutto l'interesse nei confronti della musica. La scelta ricadde sull'ormai ex tulliano Peter John Vettese, che dette l'apporto su quattro tracce, contro le due del nuovo arrivato Maart, sulle restanti tracce ci pensò lo stesso Ian Anderson, ormai disinvolto nell'uso di tastiere e sintetizzatori. Il diciassettesimo album in studio dei Jethro Tull fu intitolato Rock Island, a testimonianza della strada hard rock intrapresa con il suo predecessore. Le corde vocali di Ian Anderson stavano gradualmente tornando in forma, scacciando lentamente il fantasma di Mark Knopfler che aleggiava sulle sue spalle. Con il ritorno full time di Doane Perry i Tull tornano ad essere nuovamente un quartetto, relegando i due tastieristi a ospiti comprimari. Il risultato è un album inferiore a "Crest", con la chitarra protagonista affiancata sovente dall'immancabile spifferate Kirkiane, un album a cui però manca la magia e il fascino di una "Budapest" di turno, tanto per fare un esempio. Senza emanare forti emozioni, dopo una deludente prima parte, la track list si muove poi su livelli vicini alla sufficienza, proponendoci ben quattro tracce piuttosto articolate che superano abbondantemente i cinque minuti, ma purtroppo sembra mancare quella scintilla Tulliana che a tratti si era riaccesa sull'album precedente. Non troviamo né riff né melodie memorabili a cui ci hanno abituato i nostri, Decisamente un passo indietro sia sotto il punto di vista compositivo che emotivo. Ascoltiamoci dunque questo nuovo platter made in Tull, dove l'hard rock prevale sul nostro amato folk rock, indiscutibile marchio di fabbrica di Anderson e soci.

Kissing Willie

Si parte in quarta con tutta l'energia di Kissing Willie (Baciando Willie) brano che profuma di hard rock contaminato da taglienti spifferate. "Il cane è il migliore amico dell'uomo" è una frase che accompagna l'essere umano da eoni, ma Anderson nonostante ami molto i cani e tutti gli altri animali in generale, non è d'accordo e crede che il migliore amico dell'uomo si nasconda da ben un'altra parte. Le liriche molto divertenti (se lette sotto un certo punto di vista), attirarono l'attenzione dell'immancabile casta puritana che dalla notte dei tempi ha dichiarato guerra alla musica rock, che non ci mise molto ad accusare i nostri di sessismo. Fra le righe leggiamo di una ragazza spregiudicata che bacia "Willie", che per i meno maliziosi potrebbe essere un personaggio casuale o al massimo un conoscente di Ian Anderson. Ma se scaviamo a fondo nello slang inglese, scopriamo che "Willy" è il nomignolo con cui viene chiamato scherzosamente l'organo genitale maschile, termine paragonabile al nostro "pistolino" o "pisellino", e qui il discorso cambia, anche se devo evidenziare che le liriche, dove pullulano i doppi sensi, sono assolutamente prive di qualsiasi tipo di volgarità. Il brano sia apre con un fraseggio di chitarra dai sentori blues, subito bombardato da potenti colpi stoppati e inseguito all'unisono dal flauto che si appoggia su una timida partitura di tastiera del nuovo arrivato Maart Allcock. Dopo l'energica introduzione saliamo a bordo del rapido guidato dalla scatenata sessione ritmica che ci porta in un classico scenario metropolitano, dove due innamorati si stanno godendo una cena a base di pesce e prosecco. Ma i fumi dell'alcool risvegliano la parte cattiva della ragazza, molto bella ed apparentemente tranquilla, che dopo la deliziosa cena, si mette appunto a baciare "Willie", mettendo poi in mostra tutte le sue grazie. I nostri, spinti dal Grammy appena vinto, viaggiano spediti ad un alto regime di bpm. Pegg e Perry vengono affiancati da un brillante Martin Barre che fa un ottimo lavoro con la chitarra ritmica, mentre la ragazza, adagiata sopra un sobrio pad di tastiera, sa come far diventare un uomo nuovamente un bambino felice. Con ironia, Anderson precisa che si tratta di una brava ragazza, ma il suo lato cattivo gli piace assai di più, special modo quando sta baciando Willie, l'amico migliore dell'uomo, evidenziando come spesso alcuni uomini instaurano un legame morboso con i loro organi genitali. Un breve ma travolgente interludio strumentale dove chitarra e flauto si danno battaglia spalanca i cancelli a Martin Barre, che mette sul piatto un grintoso assolo di chitarra più che scolastico. Nella parte finale il Pifferaio Pazzo mette i puntini sulle "i" con il suo amato strumento, seguendo poi in maniera omofona le escursioni virtuose del suo fidato chitarrista. Dopo una replica dell'introduzione le liriche si fanno più divertenti con il nostro amato Willie che si alza e si abbassa, chiudendo poi la strofa con l'esilarante e sibillina frase che forse fece dare in escandescenza la parte politicamente corretta della Terra Di Albione: "Me and Willie just can't help come, when she calls. (Io e Willie non possiamo fare a meno di venire, quando lei chiama.)" Il brano si avvia molto lentamente verso l'epilogo con un vortice di escursioni autocelebrative da parte di tutti gli strumenti, mentre la ragazza continua a baciare Willie, il migliore amico dell'uomo. Il 3 Ottobre del 1989 il brano fu pubblicato come singolo in CD e musicassetta per il solo mercato degli Stati Uniti. Il simpatico videoclip dalle atmosfere medievaleggianti che a me ricorda molto l'esilarante "Sensualità a Corte" di Mai Dire Lunedì, cancella qualsiasi dubbio su quale sia la vera identità di Willie, se pur con classe e simpatia, senza scendere in inopportune volgarità.

The Rattlesnake Trail

Parte bene l'energica The Rattlesnake Trail (Il Sentiero Del Serpente a Sonagli) brano che scorre via veloce ma senza lasciare il segno, perdendosi lentamente nell'anonimato. Un riff alla ZZ Top ricamato dal flauto  la canzone, che vede Ian Anderson seduto dietro al drum set e alle tastiere, confermandosi un polistrumentista a tutto tondo. Le liriche ci accompagnano lungo il sentiero dei serpenti a sonagli, una strada ispida e piena di insidie che ci porta all'interno di un'arena dove valorosi gladiatori si daranno battaglia. Con indosso il suo cilicio, un gladiatore si appresta a consumare uno spartano pasto prima della nuova battaglia. I suoi piedi sono di piombo, il suo fisico è stremato dai precedenti incontri. La spietata gara dell'indomani dovrà concludersi per forza con la morte di qualche partecipante, è questa la dura legge che accompagna tutti coloro che valorosamente imboccano il sentiero del serpente a sonagli. Lotteranno con le unghie e con i denti sulla polverosa collina che ospita l'arena di sangue. Il sonaglio del crotalo adamantino trilla di tanto in tanto, seguendo la scia di note lasciata dalla chitarra di Martin Barre che spezza in due la canzone con un funambolico assolo di chitarra che mixa le scale vertiginose del metal con le pastose note blue, mentre le squillanti vibrazioni del tamburello tentano di emulare l'inconfondibile preavviso del serpente a sonagli. Il brano, musicalmente monotono continua senza infamia e senza lode, senza il minimo barlume di un brillante spunto Tulliano che ne spezzi la staticità. Prima della sanguinosa battaglia, i partecipanti convivono in branco come dei lupi, ma l'indomani saranno soli, quando diamo un osso ad un cane, dobbiamo lasciarlo stare in pace se non vogliamo sentirlo ringhiare dice il nostro, sottolineando quanto possa essere spietato un gladiatore durante la battaglia, spinto dall'istinto di sopravvivenza. Tagliamenti spifferate inseguono i riff sparati dalla chitarra di Martin Barre nel ridondante finale dove "The Rattlesnake Trail" viene ripetuto fino alla nausea spengendosi poi lentamente in fader.

Ears of Tin

Nonostante la fiabesca introduzione anche la successiva Ears of Tin (Spighe Di Latta) non è una canzone destinata a rimanere a lungo nel cuore dei fan. In fase embrionale il brano si intitolava "Mainland Blues" titolo più appropriato, vista la piega blues rock che prende il brano e le liriche che mettono in mostra la bellezza delle Highlands scozzesi, terra natale di Anderson, citata più volte nel corso della sua lunghissima carriera. La prima strofa  attira la nostra attenzione con una familiare chitarra acustica (la cui melodia ricorda vagamente "Hymne" di Vangelis) ricamata da un maccheronico mandolino. Le tastiere di Vettese colorano timidamente il bellissimo quadro disegnato da Anderson.  L'orizzonte tinto di rosso dal Sole che tramonta e una leggera brezza marina che odora di salmastro sono le bellezze offerte da una isoletta dell'arcipelago scozzese, isola che un uomo deve salutare a malincuore perché il lavoro lo porterà in una caotica città del sud, a bordo della sua auto con il serbatoio pieno di benzina senza piombo. Improvvisamente le calorose atmosfere da pubblicità vengono spazzate via da un cadenzato rock blues guidato dalla chitarra di Martin Lancelot Barre e dal flauto traverso, i nostri, se pur in chiave moderna, rispolverano le primordiali sonorità della band. Il brusco cambio di sonorità evidenzia la differenza fra l'affascinate paesaggio offerto dalle Highlands ed il caotico scenario metropolitano, dove le cristalline acque del mare sono sostituite da un oceano brulicante di persone. Torna la calma e la macchina da presa si sposta nuovamente nelle verdi vallate scozzesi, una squillante chitarra dai sentori hawaiani ci accompagna nello scenario mozzafiato offerto dal Glen Shiel, una verde vallata che domina le Highlands nordoccidentali della Scozia, dove gli allevatori continuano a portare avanti le vecchie tradizioni gaeliche tramandate di generazione in generazione. Un timido Sole fa capolino sotto la pioggia illuminando le creste delle cinque sorelle di Kintal, un punto di riferimento per i visitatori che accorrono da tutto il mondo per ammirare uno scenario che può considerarsi unico. L'inciso, con il suo cadenzato rock blues ci riporta nuovamente in città, dove una marea di persone districa fra una ragnatela di grattacieli, mentre il brusio delle loro voci si perde fra le grigie spighe di latta, altra trovata geniale del Paroliere Scozzese con cui sottolinea il grigiore metropolitano invaso dal progresso. Dopo circa due minuti la premiata ditta Pegg-Perry dà il via ad una cavalcata ritmica che ci ricorda vagamente la locomotiva sbuffante dei tempi d'oro, treno che attraversa un illuminato sobborgo cittadino. Savolta sul finale del chorus c'è spazio per il titolo originale del brano, i nostri suonano il blues della terraferma. Il treno ripercorre i ricordi di Anderson, fra i quali spicca una ragazza con i capelli al vento. Martin Barre sembra aver perso personalità, ancora una volta l'assolo è fin troppo vicino alle tipiche sonorità del barbuto Billy Gibbons. Tornano le fiabesche note della prima strofa, che magicamente ci riportano nelle verdi vallate del Glen Shiel, dove una strada sembra portare fino alle porte del Paradiso, già sul precedente album, il nostro aveva paragonato la bellezza della Scozia all'Eden. Il rombante motore diesel del tragetto ci riporta sull'isola di inizio brano, viste da lontano le luci della terraferma emanano una luce fredda. I nostri ci salutano con il chorus, riportandoci in città, dove le calorose spighe di grano sono sostituite da fredde spighe di latta.

Undressed To Kill

Undressed To Kill (Svestita Da Togliere Il Fiato) è un mid rock-blues contaminato dal flauto che non mi fa impazzire, ma che perlomeno mette in luce una discreta linea vocale. Soprassedendo alle sfiatate del flauto traverso, il deciso lavoro della sezione ritmica che scandisce in maniera esaustiva il tempo e la chitarra graffiante di Mr. Lancelot Barre mi hanno fatto venire subito in mente la più famosa "Harlem Shuffel". Comunque sia, come spesso i nostri sanno fare, la musica riesce a sposarsi perfettamente con le liriche, portandoci nel più classico dei night club americani. Dopo una dura giornata di lavoro, un tizio si concede un meritato drink in un locale per adulti, dove pare sia finito per caso. Vettese stende il più classico dei tappeti d'organo vicino al bancone del bar, mentre sulla birra gelata una miriade di bollicine argentate tentano di risalire in superfice. Ma lo spettacolo è da un'altra parte, le ridondanti note blue si fanno largo fra la spessa coltre di fumo e le numerose camicie a quadri de un eccitato pubblico maschile, portandoci in direzione del palco, dove una avvenente ragazza, svestita tanto da togliere il fiato, sta ballando in maniera alquanto provocatoria attirando l'attenzione del nostro protagonista, che come spesso accade, potrebbe essere lo stesso Anderson. Degli azzeccati sussulti della linea vocale ricamati in maniera impeccabile dalla chitarra e dalla tastiera rendono meno monotono il brano, mentre come un branco di lupi affamati, gli spettatori strusciano i dollari sulle bellissime e spoglie gambe della ragazza. Il protagonista non può fare a meno di notare che la ragazza potrebbe essere addirittura minorenne, ma sembra non dare peso alla cosa, mentre una suadente goccia di sudore scende all'interno della sua coscia. La temperatura inizia a farsi bollente, dopo un gin tonic ci vuole un'altra birra gelata per rinfrescarsi. Taglienti spifferate e pungenti scale di basso annunciano un breve interludio strumentale, che potrebbe ospitare un assolo, ma non è così, arriverà dopo un'altra strofa. Martin Barre sembra aver studiato perfettamente il manuale del chitarrista blues, ma la sua breve escursione solista non è di quelle che lasciano il segno. Gli occhi dell'uomo riescono ad incrociarsi con quelli delle ballerina svestita da far perdere il fiato, scatenando una vera e propria tempesta ormonale. C'è tempo per un'ultima bevuta, stavolta il nostro opta per le bollicine d'autore, ordinando un Cold Duck, un rinomato spumante a stelle e strisce. L'uomo decide di aspettare la ragazza fuori dal locale, quando ormai il Sole è già sorto. "My motor running got a warm dream to unload (il mio motore acceso ha un caldo sogno da scaricare)" ci fa capire quanto l'uomo sia stato eccitato dalla bellissima ragazza semi nuda. Nella sua mente albergano sogni erotici che si contrappongono a quale sia il miglior modo per abbordarla, sogni che svaniscono con l'avvento di uno spurio innalzamento dei bpm che dà il via al più classico dei finali blues, dove si sprecano i virtuosismi da parte di tutti gli strumenti. Chitarra e flauto iniziano un botta e risposta che sfuma molto lentamente in fader insieme ai sogni erotici del nostro protagonista.

Rock Island

Di solito, le title track made in Tull hanno una marcia in più, basti pensare ad "Aqualung" e "Heavy Horses" o la monumentale "TAAB", giusto per citare le più riuscite, specie se si sfiorano i sette minuti, come nel caso di Rock Island che però non mi ha esaltato più di tanto, nonostante una parte iniziale che lasciava ben sperare. Il brano si perde nella monotonia, ho aspettato vanamente uno spunto brillante che fosse in grado di rendere il tutto più interessante, ma neanche l'interludio strumentale centrale riesce a lasciare il segno. Dal castello di tastiere di Peter John Vettese si alza una fitta nebbia dai sentori arcani, che guidata da un basso zoppicante e ricamata dall'immancabile flauto traverso, scende giù avvolgendo una imprecisata isola, dove due arzilli vecchietti hanno rubato una potente auto da corsa. Tutte le strade sembrano condurre a Rock Island, l'isola della salvezza che ognuno tenta di raggiungere nei momenti peggiori durante il tortuoso ed ispido cammino della vita. Martin Barre preme di tanto in tanto il pedale della distorsione, cercando di aumentare la suspense che aleggia in questa prima parte di brano. Dopo circa due minuti, la sezione ritmica accompagna in maniera decisa ma a bpm ridotti, svegliando dal torpore anche Mr. Lancelot Barre. A cercare l'isola della salvezza stavolta è una ragazza, i suoi vestiti strappati ci fanno intuire che ha subito un abuso sessuale. Un improvviso e frenetico innalzamento della velocità tenta di dare la svolta tanto attesa. Le olimpiadi del virtuosismo le vince Dave Pegg con alcuni spunti interessanti di basso, lasciandosi dietro chitarra e flauto, che sinceramente ci hanno abituato a qualcosa di meglio. Vettese riporta la calma con le sue tastiere enigmatiche, stavolta Rock Island è la meta di un giovane aspirante musicista che strimpella riff hard rock privi di anima nella sua cameretta, aspettando invano che la CBS bussi alla sua porta. In questo caso l'isola rappresenta la meta, il successo anzichenò un'ancora di salvataggio. Sia musicalmente che liricamente il brano continua a girare intorno ai medesimi temi, mettendo in luce una scarsa vena compositiva da parte di tutta la band. Anche il cadenzato e fin troppo lungo finale strumentale non è dei migliori, come non è dei migliori l'incerto e prolisso assolo di chitarra di Martin Barre. Tutti hanno la propria Rock Island, un'isola dove magicamente la marea cala impedendoti di annegare e dove ti puoi mettere in salvo raggiungendo la tua spiaggetta privata, i Jethro Tull stanno annaspando per raggiungerla.

Heavy Water

Molto meglio la successiva Heavy Water (Acqua Pesante) un rock trascinante con il flauto protagonista assoluto che affronta il problema delle piogge acide attraverso quella che è senza ombra di dubbio la migliore linea vocale del platter. Dopo una introduzione di flauto dai sentori asiatici gli strumenti danno vita ad un interessante intreccio melodico che ci porta dritti alla strofa, dove troviamo Ian Anderson a spasso per New York, durante uno dei suoi primissimi viaggi nella Grande Mela, risalente al tour americano del 1969. Un deciso giro di basso e la trascinate chitarra di Martin Barre accompagnano il nostro nelle illuminate vie di New York, quando un improvviso temporale fa ricadere gocce di pioggia scura  sulle fluorescenti insegne al neon, ma non si tratta di semplice pioggia, come quella che sovente tedia la Perfida Albione. Queste gocce provocano bruciore se a contatto con gli occhi, mentre le stelle vengono oscurate da nubi minacciose. Si tratta di pioggia acida, termine coniato dal chimico scozzese Robert Angus Smith nel 1872. Una pioggia si definisce acida quando il suo ph è inferiore a 5 a causa dell'immagazzinamento di sostanze acide che circolano nell'atmosfera. Nel chorus, dove chitarra basso e flauto disegnano un interessantissimo arabesco melodico, Anderson è sorpreso dalla pesantezza dell'acqua che cade giù copiosa dal cielo tenebroso. Il brano scivola via veloce sull'asfalto bagnato dalla pioggia acida. Il nostro mette gli occhi sopra una bella ragazza dai capelli bruni, le cui gambe sono macchiate delle gocce d'acqua di una innaturale colorazione tendente al nero. Sentendosi uno straniero in terra straniera, Anderson non riesce ad attaccare bottone, come suol dirsi, la ragazza fradicia e con la camicetta sporcata dalla pioggia acida sembra ignorarlo, "She was a round hole, I was a square peg (lei era un buco rotondo, lui un piolo quadrato)" è l'esaustiva licenza poetica che il nostro usa per far capire la situazione. Se liricamente il brano al minuto ha già detto tutto, musicalmente ha ancora molto da dire. Stavolta Martin Barre ci conquista con un assolo pieno di melodia dove la chitarra distorta si intreccia magicamente con quella Knopfleriana dal suono pulito, seguendo una interessante linea di basso. I nostri ci trasportano brillantemente verso la conclusione, giocando con l'azzeccato intreccio melodico. Per chi scrive, abbiamo ascoltato il momento migliore dell'album.

Another Christmas Song

Nonostante il fantasma di Mark Knopfler torni ad aleggiare, Another Christmas Song (Un'Altra Canzone Di Natale) va a rispolverare quel folk rock che temevamo fosse andato perduto per sempre andando a riallacciarsi con il passato e andando a fare pendant con la natalizia "A Christmas Song" presente su "Living In The Past". Il Polistrumentista Di Dunfermline suona anche le tastiere e la batteria in questa carola natalizia, calando un succulento amo con una fiabesca trama di flauto traverso che ci entra subito in testa e che ci scioglie il cuore, impossibile non fischiettarla dopo il primo ascolto. Martin Barre segue come un ombra la dolce trama del flauto, ricamando poi la calda voce di Anderson che va a rispolverare i veri valori del Natale, ovvero il desiderio di una famiglia riunita per il classico baccanale natalizio. Il buon Ian spera che la magia del Santo Natale avvolga tutto il Mondo, spera che tutti suonino la propria melodia natalizia, spera che le linee telefoniche siano intasate per i tradizionali auguri. Nella seconda strofa, introdotta dall'ammaliante tema di flauto, troviamo un vecchio che richiama a se tutti i propri figli, li vuole tutti attorno a se. Ognuno è padrone di festeggiare il Natale secondo le proprie tradizioni, tutti devono far festa e ballare la propria canzone di Natale, dalla lontana Africa alle grigie città industriali dell'Europa Dell'Est. A metà brano il Pifferaio Magico ci incanta con un dolcissimo assolo di flauto che riesce ad emanare il calore delle feste natalizie, invitandoci poi a vivere al meglio il Natale, in ognuno di noi alberga quel vecchio che vuole riunire a se la propria famiglia. La musica si attenua dolcemente, c'è un pensiero per tutti quei soldati che anche il giorno di Natale sono costretti a rischiare la propria vita su un campo di guerra, là c'è bisogno di un'altra canzone di Natale che spazzi via i brutali suoni di un conflitto bellico.  La magia del Natale riesce a risvegliare anche il più duro dei cuori, dando linfa vitale a quelle radici che sembravano ormai appassite. Quando il brano sembrava sfumare verso l'epilogo, una scolastica corsa sui tom tom riaccende il calore natalizio, la dolcissima melodia del flauto traverso ci accompagna lentamente verso la fine, dissolvendosi lentamente sul paesaggio innevato colorato dalle tradizionali luci di Natale. Il 4 Dicembre del 1989 il brano è stato pubblicato come singolo, piazzandosi alla novantacinquesima posizioni dei singoli più venduti nel Regno Unito.

The Whaler's Dues

Un alone di mistero avvolge le prime battute di The Whaler's Dues (I Diritti Del Baleniere), brano più lungo del disco dall'alto dei suoi quasi otto minuti e che mette in mostra alcuni interessanti spunti ed una bella linea vocale. Un enigmatico tema di tastiera che rievoca il maestro Simonetti viene sostenuto da decise pennate di basso e ricamato da arcani fraseggi di chitarra, mentre delicati sospiri del flauto traverso dal sentore esotico ci fanno respirare l'aria salmastra dell'Oceano. Dopo circa un minuto, il flauto sembra aver il dono della parola. Le fatate note ci incantano e ci trasportano al cospetto di un vecchio cacciatore di balene. Narrate magistralmente con un'epica linea vocale, le liriche affrontano la voglia di redenzione di un vecchio baleniere ormai in pensione. Il cacciatore di balene chiede perdono per tutti i giganteschi cetacei strappati dalle acque dell'Oceano. Una melanconica trama di mandolino accompagna la stanca voce del vecchio pescatore, che sembra quasi scusarsi per quello che ha fatto. Ma quello era solo il suo lavoro, tramandato da generazioni e generazioni, un lavoro se pur sanguinario che gli ha permesso di crescere i propri figli. Ha seguito le orme del padre sin da giovane, ha iniziato con una vecchia baleniera alimentata a carbone, finendo poi con una moderna imbarcazione officina alimentata a gasolio che permetteva la lavorazione delle carni a bordo. La sezione ritmica e gli accordi distorti sparati da Martin Barre alimentano un interludio strumentale dove il flauto traverso torna a narrare le leggende dei mari del Nord. Le tristi note del mandolino tornano ad accompagnare il vecchio baleniere, spesso accusato di essere un killer degli oceani, ma lui cerca di fare capire che aveva tre figli affamati ed una giovane moglie da campare, quello del baleniere era solo il suo lavoro, lavoro che da molte generazioni accompagnava la sua stirpe. Con una interpretazione da oscar Anderson recita alcuni versi molto significativi, "dietro a tutto c'è sempre il denaro che giustifica i mezzi"è il succo, lasciando profonde ferite in tutti quelli che hanno un cuore tenero. Il vecchio baleniere chiede perdono, ma un cinico coro lancia decise risposte negative. La Hamer di Martin Barre sembra piangere di fronte allo scempio dei cetacei, le lacrime dell'assolo si trasformano lentamente in rabbia. Flauto e chitarra iniziano uno straziante dialogo che invita Pegg e Perry ad accelerare i tempi. La chitarra di Barre esplode finalmente in un assolo in cui riusciamo nuovamente a riconoscere il nostro amato Axeman Di Birmingham. Con classe i nostri riportano la calma dopo la tempesta, le note del flauto riecheggiano nei mari del nord portandoci verso un'ultima strofa, il vecchio baleniere, ormai in pensione, ci confessa che non riesce a vivere lontano dal mare. La sua casetta di campagna è come una angusta prigione dove è costretto ad espiare i suoi peccati e a riflettere su tutte le balene uccise in passato, rischiando di mettere a repentaglio l'esistenza di una delle specie animali più belle che ci ha donato Madre Natura. Vorrebbe tornare indietro nel tempo per cavalcare un'ultima volta le onde dell'Oceano, quando le balene popolavano i mari e gli uomini erano uomini. In chiusura il vecchio pescatore chiede per un'ultima volta perdono, ma tra le note del flauto e chitarra che si intrecciano in un vortice di schegge musicali, riecheggia il più drastico dei no. Doane Perry è scatenato nel finale, il suo tappeto di doppia cassa però purtroppo sfuma lentamente in fader, andando a perdersi nelle profonde acque blu dell'Oceano Atlantico.

Big Riff and Mando

L'album migliora decisamente nella seconda parte, grazie ad un trittico di canzoni dove finalmente riusciamo a riconoscere un barlume di sound Tulliano, i nostri riescono a raggiungere a fatica la loro Rock Island. Anche la traccia numero nove si rileva un ottimo brano che va a rispolverare il folk prog made in Tull. Come si evince dal titolo, in questa divertente Big Riff and Mando la chitarra ed il mandolino si danno battaglia per tutta la canzone che ci porta nel bel mezzo dell'estenuante vita on the road delle band perennemente in tournée, incentrandosi su un clamoroso furto del mandolino preferito di Martin Barre da parte di uno sconsiderato fan. Accompagnato da una triste trama di mandolino Anderson esordisce con un significativo "Marty loved the sound of the stolen mandolin (Marty amava il suono del mandolino rubato)" sottolineando quanto il deplorevole gesto abbia aperto una ferita insanabile nel cuore di Martin Lancelot Barre. Il vecchio mandolino, se pur usurato dal tempo aveva un suono fantastico ma soprattutto un inestimabile valore affettivo, ma qualcuno, nottetempo aveva osato rubarlo. Lo sconsolato Marty aveva provveduto a diramare anche un annuncio radio affinché il suo amato strumento fosse riportato a casa. Improvvisamente il brano prende una piega hard rock, la chitarra elettrica spazza via le melanconiche note del mandolino, Ian Anderson ci presenta Big Riff, colui che ha osato rubare il sacro strumento. Lo descrive come un ragazzo rude che sogna di suonare in una band, un po' lento di comprendonio ma veloce con la mano destra nell'accaparrarsi il prezioso souvenir. Timidamente fanno capolino le tristi note del mandolino rubato, Anderson riflette su cosa stia pensando il giovane ladruncolo, che se l'è data a gambe levate con lo strumento sottobraccio. Forse il mattino successivo si sveglierà riflettendo se ne è valsa veramente la pena. Torna la chitarra elettrica con tutta la sua grinta, accompagnata in maniera decisa dalla sezione ritmica, il ladro per caso sente alla radio che i Jethro Tull rivogliono indietro il loro strumento, si può fare un accordo e permettere a Martin Barre di suonare nuovamente il suo amato mandolino durante lo show. A metà brano il Pifferaio Magico ci incanta con un bell'assolo di flauto traverso che ci riporta poi verso la tristezza della strofa. La linea vocale di Anderson trasuda quasi rassegnazione, il sound check è alle porte, ma Big Riff non ha ancora riconsegnato il mandolino a Marty. I nostri scrutano alla ricerca del ragazzo, accompagnati da due rappresentanti delle forze dell'ordine. La chitarra elettrica si fa nuovamente viva, annunciando Big Riff, che forse colto dal rimorso, ha deciso di riconsegnare il mandolino nelle mani del proprietario, magari ricevendo come ricompensa un invito a salire sul palco. Ma alla vista dei due agenti, Big Riff se la dà a gambe, lasciandosi dietro il prezioso mandolino di Marty. Nel finale, uno scatenato Doane Perry massacra le pelli facendo rimbalzare le enigmatiche note del flauto e della chitarra che lentamente sfumano, lasciando il campo ad un ultimo accordo di mandolino. Finalmente Martin Barre può completare il suo sound check.

Strange Avenues

Si chiude con Strange Avenues (Strade Strane) brano strumentale nella sua prima parte e che contiene un simpatico cameo tulliano nelle brevi liriche conclusive. Una misteriosa nebbia esala dal castello di tastiere di Maart Allcock. Fra la fitta coltre della bruma si fa largo il flauto traverso con una sequenza di note che istintivamente ci ricorda vagamente i celeberrimi cinque toni di Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo. La chitarra acustica segue come un'ombra i passi dello strumento preferito da Anderson. Aleggia un affascinante alone di mistero in questo primo scorcio, che ruota attorno al tema portante lanciato dal flauto, mettendo successivamente in mostra un bellissimo passaggio all'unisono fra basso e chitarra acustica. Dopo circa un minuto la chitarra elettrica inizia uno straziante dialogo con il flauto traverso, interrotto da un sibillino tema di tastiera. La premiata ditta Pegg & Perry da via ad un certosino climax che molto lentamente fa decollare il brano. Intorno ai due minuti l'intensità della musica cala improvvisamente grazie ad un soddisfacente lavoro del flauto e di Martin Allcock, che successivamente stende un vellutato tappeto di organo, dove piovono le cristalline note della chitarra acustica. Ian Anderson inserisce nuovamente la modalità Knopfler per recitare una bellissima poesia ripercorrendo le misteriose e tortuose strade della vita. Con l'abilità che ormai lo contraddistingue da tempo, il nostro dipinge un memorabile quadretto che ci porta in mezzo ad una strada principale inglese, riscaldata da un timido Sole d'Inverno. In un angolo, un barbone dorme avvolto dal suo cappotto foderato ironicamente con una stoffa decorata con del denaro stampato. Se non vi si è ancora accesa la lampadina, ci pensa Anderson ad aprirvi la strada con la pragmatica frase "Looking like a record cover from 1971 (Sembra una copertina di un disco del 1971)", scatenando una grintosa serie di colpi stoppati all'unisono, guidati da una manciata di accordi distorti ben assestati. L'organo riporta la calma, la sezione ritmica accompagna con delicatezza le profonde riflessioni di Ian Anderson, ricamate dalla chitarra e dal flauto traverso. Il nostro vede lo sfortunato barbone come un punto di partenza ma anche un punto di arrivo. I Jethro Tull hanno sudato e faticato prima di arrivare al successo e potersi permettere di viaggiare su una scintillante Limousine, ma le cose potrebbero precipitare quando meno te lo aspetti, la storia pullula di artisti che sono passati dalle stelle alle stalle. Un ultimo sussulto energico degli strumenti ci fa capire come i nostri siano intenzionati ad aggrapparsi alla loro Rock Island ed invitano tutti noi a sperare nel meglio anche durante i momenti più bui. 

Conclusioni

Nonostante la cristallina produzione e l'esecuzione impeccabile di "Rock Island", sembra che Ian Anderson e soci siano a corto di idee. In alcuni momenti possiamo captare dei leggeri richiami di "qualcosa che abbiamo già sentito" Già sul precedente "Crest" molto spesso i nostri si erano fin troppo avvicinati al sound dei Dire Straits, ma la magia di alcune canzoni aveva messo in secondo piano il problema. Problema che emerge nuovamente su "Rock Island", album decisamente meno ispirato e coinvolgente, dove latitano i brillanti spunti tulliani e dove invece oltre al sound Knopfleriano fanno capolino i Rolling Stones e gli ZZ Top. Ergo, continuare sulla strada dell'ottimo "Crest" non si è rivelata una scelta azzeccata, o meglio, poteva esserlo se la qualità dei brani era superiore. Dopo una prima parte (il lato A) scialba e priva di stimoli, dove nemmeno la pomposa title track riesce ad emanare vibrazioni positive, i nostri riescono a raggiungere a fatica la loro Rock Island con un lato B decisamente migliore, dove pur non essendoci brani memorabili, riusciamo a scorgere qualcosa di buono, che riesce a portare la valutazione verso una piena sufficienza. Rispetto all'album precedente ho riscontrato una band sottotono sotto ogni aspetto di vista, seppur ci fossero delle buone aspettative, a partire dai tre diversi stili tastieristici presenti sul platter. Ian Anderson sembra aver perso la brillantezza compositiva che comunque aveva mantenuto, bene o male, anche nel nuovo decennio. Le liriche e le linee vocali sono meno attraenti rispetto al recente passato, come del resto le escursioni sulla sei corde acustica. Molto meglio con il flauto traverso. Anche il fido Martin Lancelot Barre ferma la sua ascesa vertiginosa, il nostro non brilla quasi mai, nonostante nell'album la chitarra elettrica abbia un ruolo di spessore. Per le escursioni soliste, meglio guardare indietro. La sezione ritmica, forse trascinata nella spirale di insipidità si limita a svolgere il compitino senza memorabili sussulti. Maart Allock si sente che è un tastierista di cortesia, molto meglio Anderson dietro alle tastiere. Riguardo al ritorno di Peter John Vettese, l'ho amato in "Broadsword", l'ho odiato in "Under Wraps", impalpabile su "Rock Island".  Registrato nella primavera del 1989 presso gli Home Studio di Ian Anderson, la Chrysalis lo ha rilasciato in Europa il 21 Agosto del 1989, mentre negli USA la data di uscita è stata posticipata al 12 Settembre del medesimo anno. La produzione, manco a dirlo è di sua maestà Ian Anderson, mentre il mixaggio è opera di Mark Tucker. Nonostante l'album non mi abbia entusiasmato, è riuscito comunque far conseguire ai nostri la certificazione di disco d'argento in patria, dove ha raggiunto una soddisfacente diciottesima posizione rimanendo in linea con il suo predecessore. I gusti degli americani sono evidentemente simili ai miei, visto che negli Stati Uniti il diciassettesimo album in studio dei Jethro Tull si è insabbiato alla posizione numero 56. L'affascinante copertina è opera di Jim Gibson. Incastonato su un lucente legno marino troviamo un oblò dorato che dà su un mare in tempesta ed oscurato dal maltempo, dal quale emerge una mano che impugna un flauto traverso, a testimoniare che i nostri sono ben determinati a raggiungere la loro Rock Island e rimanere sulla cresta dell'onda ancora per un po' tempo. Impressi su una targhetta di metallo troviamo in alto il logo della band ed in basso il titolo. Sul pacato retro di copertina la track list è riportata in cerchio, contornando una rivisitazione della rosa dei venti, con la centro l'immagine che troviamo al centro dell'oblo dorato. Tirando le somme, "Rock Island" non è un album da buttare, ma è uno di qui lavori che la band avrebbe potuto fare a meno di pubblicare, un album piatto che difficilmente si presta ad ascolti multipli, destinato a prendere polvere fra i capolavori e gli altri ottimi lavori pubblicati dai Jethro Tull. Quattro buone canzoni su dieci sono troppo poche per strappare una valutazione alta. Un album senza infamia e senza lode, comunque sia suonato in maniera impeccabile, dedicato solo a chi ama the hard side of the Tull e a chi odia avere tasselli mancanti nelle discografie.
# jethro tull recensione

1) Kissing Willie
2) The Rattlesnake Trail
3) Ears of Tin
4) Undressed To Kill
5) Rock Island
6) Heavy Water
7) Another Christmas Song
8) The Whaler's Dues
9) Big Riff and Mando
10) Strange Avenues
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