JETHRO TULL

J-Tull Dot Com

1999 - Papillon

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
05/03/2022
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

L'ottimo "RTB" fu supportato da un estenuante tour mondiale, dove i nostri andarono a toccare posti mai raggiunti in passato come Brasile, Perù, Argentina e Uruguay. Inutile dire che il tour non fu una passeggiata, fra palchi traballanti, intossicazioni alimentari ed un infortunio piuttosto grave al ginocchio sinistro di Ian Anderson, precisamente il 19 Marzo del 1996 a Lima, infortunio che dopo una doverosa pausa, costrinse Ian a terminare la serata da seduto. Per portare a termine le successive date in Bolivia, Venezuela e Stati Uniti, Anderson fu costretto a salire sul palco con una sedia a rotelle. Una volta rientrato in patria, verso la fine del mese di Aprile, il nostro fu sottoposto ad una operazione. Nonostante il tour organizer spingesse per annullare le future date in Australia e Nuova Zelanda, il coriaceo Ian decise di andare avanti, nonostante il forte dolore e l'apporto di una sedia a rotelle praticamente obbligato. Questa non si rivelò una scelta azzeccata, in quanto a Maggio il nostro fu ricoverato d'urgenza a causa di una grave forma di trombosi che mise a repentaglio la vita del nostro amato Pifferaio Matto, dato addirittura per morto da alcuni fonti giornalistiche non del tutto attendibili. Una volta terminata la riabilitazione di Ian, i nostri si misero nuovamente in tour, dividendo il palco con gli Emerson, Lake & Palmer, che si erano da poco riuniti. Non senza intoppi, la vita dei Jethro Tull stava comunque andando avanti. Con il nuovo millennio che bussava alle porte, anche i Jethro Tull si adoperarono per stare al passo con i tempi, nella fattispecie Andrew Giddings si mise a lavorare alacremente per dare vita al sito internet ufficiale della band, denominato J-Tull.Com. Visto l'esponenziale successo della nuova pagina internet, la band chiese a Ian di intitolare il nuovo disco "J-Tull Dot Com". Il Pifferaio Di Dunfermline, per andare incontro ai suoi paladini, oltre ad avallare l'idea, decise di scrivere un'ultima canzone che diventerà poi l'esotica title track. Ma il sito internet non è l'unica novità in casa Tull. Il sempre più distante ed indaffarato Dave Pegg decise che era giunto il momento di abbandonare la band, dopo aver lavorato a ranghi ridotti sull'ottimo "RTB", album che stranamente non entusiasmava il Calvo Bassista di Birmingham. In sua sostituzione fu arruolato Jonathan Mark Thomas Noyce, bassista già al fianco di Martin Barre nel suo terzo album solista "The Meeting" e che stava suonando con Ian durante il tour di supporto al suo album solista "Divinities: Twelve Dances with God,", praticamente uno di casa Tull. Nato a Sutton Coldfield (Birmingham) il 15 Luglio del 1971, Jonathan Noyce divenne il più giovane membro che abbia suonato con i JT. Ereditò la passione per la musica dal padre. Prima di passare alle quattro corde, si cimentò dietro alla batteria, al pianoforte, non disdegnando la tromba e la chitarra. La sua prima esperienza in studio fu nel 1993 con i Take That per il successo planetario "Everything Changes" dove suonò il basso sulla traccia "Relight My Fire".  Oltre ad essere entrato nei Tull, fra le altre varie collaborazioni, spicca quella con Gary Moore. Nel nuovo album troviamo anche uno special guest che a detta di Ian è costato un bel po' di sterline. Si tratta della cantante di origine indiane Najma Akhtar, non nuova a collaborazioni con musicisti rock, in quanto nel 1994 aveva collaborato con Robert Plant e Jimmy Page nel live "No Quarter". La suadente voce della vocalist di origine indiane ma nata in Inghilterra, precisamente il 18 Settembre del 1962 a Chelmsford, va a dare un tocco esotico alla title track. Come già avvenuto nel precedente album, il folk-progressive rock made in Tull viene contaminato dalla musica etnica e dalla world music, stavolta in maniera più marcata, continuando l'inarrestabile evoluzione del sound tulliano, che nel corso del tempo ha sempre mantenuto immutata un'unica cosa, la classe. La sontuosa track list che supera abbondantemente l'ora di musica con ben 14 tracce contiene anche una gradita sorpresa che vi svelerò a tempo debito. Fatta eccezione di due tracce, l'album è opera della geniale mente di Ian Anderson. Le liriche spaziano su più fronti, si va  dall'amore ai sogni passando al mondo animale, non tralasciando internet, che in quel periodo stava iniziando a diffondersi a macchia d'olio, pronto a cambiare radicalmente la vita dell'essere umano. Ma ora è giunta l'ora di andare ad ascoltarci l'album in studio numero 20 dei Jethro Tull.

Spiral

Nel corso della loro carriera, i Jethro Tull hanno sempre avuto un occhio di riguardo per l'opening, scegliendo sempre brani accattivanti capaci di scaldare le orecchie. "Spiral (Spirale)" va a confermare la regola, le note macinate dal basso del nuovo arrivato Jonathan Noyce e l'ipnotico riffing sparato da Mr. Lancelot Barre ci trascinano in una spirale onirica dove facciamo fatica a distinguere il sogno dalla realtà, argomento già trattato in passato dalla Penna Di Dunfermline nel brano "The Waking Edge". È un attimo passare dal girovagare in un viale profumato fiancheggiato da attraenti poppy girls, che presumo siano una sorta di miss bikini in versione folk. Strani venditori mostrano le loro cianfrusaglie mentre la spirale del sogno che sta lentamente sfumando ci porta verso il ritornello, dove alberga la triste e confusa realtà del mattino. Il basso pompa, valorizzando i fraseggi di chitarra, mentre il fastidioso suono della sveglia ci dice che è il momento di far pace con l'ennesima giornata uggiosa. Il potente riffing apre i cancelli al ritorno della strofa, dove captiamo chiari e cristallini rifermenti evangelici che paragonano le selvagge feste in ufficio ad un vero e proprio miracolo. Al secondo passaggio, il ritornello ci conferma che i nostri possono fare di meglio nonostante i preziosi intarsi di chitarra, è la linea vocale che non riesce a far breccia. Una tagliente spifferata ci introduce ad un limbo sonoro, dove il basso continua a spadroneggiare, Ian sussurra in maniera inquietante la parola "spiral" prima che il vetusto organo Hammond di Andrew Giddings accolga un timido assolo di chitarra seguito poi dal flauto. L'ultima strofa viene colorata da spaziali fiammate di tastiera, mentre la spirale del sogno continua a girare all'impazzata trasportandoci in una coloratissima avventura disneyana, il modesto ritornello ci porta poi verso l'epilogo del sogno che sta svanendo e in questo caso anche verso la fine del brano.

Dot Com

La successiva "Dot Com" è una traccia dal sapore etnico deve emerge la classe immortale dei nostri che sembra non sentire il peso del tempo. Un tintinnante campanello e percussioni tribali danno il via ad un crescendo guidato dalle pastose note del basso che va ad aprire. i cancelli ad un'esotica sfiatata con il flauto di bambù, ricamata dai sensuali vocalizzi di Najma Akhtar. Una sinuosa partitura di pianoforte accoglie Ian Anderson, che con un abuso di licenze poetiche ci racconta di una relazione amorosa a distanza che si perde nelle infinite vie dell'etere. Nel breve inciso domina il potente basso di Jonathan Noyce, mentre Anderson trasportato dalle tastiere sottolinea quanto sia innaturale una relazione amorosa via internet. Poter vedersi tramite un semplice click ma non potersi toccare è quasi peggio che non vedersi per nulla. I sensuali vocalizzi della Cantante Indiana danno un tocco di world music al brano, colorando le profonde licenze poetiche che rimpinzano la strofa. Il successivo ritornello viene impreziosito dagli esotici controcanti della special guest proveniente dalle Indie. A seguire siamo catturati da un intermezzo strumentale che spezza in due il brano. Anderson torna a soffiare dolcemente nel bamboo flûte tirando fuori esotiche melodie da Mille e una notte. Con un effimero e caustico assolo di chitarra si fa vivo Martin Barre, che fino ad ora ha riempito gli spazi con classe, badando bene a non contaminare con il rock duro questo raffinato brano. Anderson definisce cyber-anime i due amanti on-line, che possono scegliere dove incontrarsi fra mille scenari mozzafiato. La bellezza di una relazione a distanza è che in qualsiasi momento, con il semplice click sul nome, due innamorati possono entrare in contatto, se pur virtualmente. Le orientaleggianti spifferati e i suadenti vocalizzi di Najma Akhtar si fondono insieme, accompagnandoci piacevolmente verso l'epilogo. A tratti si respirano le esotiche atmosfere etniche che ci aveva donato Sting con la celebre "Desert Rose". Qualcuno può storcere il naso, ma il sottoscritto ha apprezzato sin dal primo ascolto questa escursione dei Tull nel vasto mondo della musica etnica, insaporito con del profumatissimo curry dal sensuale apporto della costosa special guest.

Awol

Si cambia drasticamente regime con la successiva "Awol (Assente Ingiustificato)", per chi scrive la migliore traccia del platter, brano che si avvicina molto allo stile del precedente ed ottimo "RTB", dove brillano flauto e chitarra elettrica, ingredienti imprescindibili per il peculiare marchio JT. L'acronimo "Awol" sta per "absent without leave (assente senza permesso)". Nel corso del tempo è stato usato svariate volte nel mondo musicale e cinematografico. Nel nostro caso, l'assente ingiustificato è un autista frustrato che sogna di evadere dall'ennesima noiosa giornata lavorativa. Un luciferino flauto, bombardato da potenti accordi di chitarra apre i cancelli alla strofa, dove il basso di Noyce sembra danzare sul vellutato tappeto di tastiera steso da Andrew Giddings. Siamo alla fine della settimana, in una notte buia e tempestosa che strizza l'occhio ad una timida alba. Le macchine procedono silenziose in entrambi i sensi, mentre gli stanchi guidatori sognano un succulento barbecue domenicale. Un apatico autista è pervaso da una incontrollabile voglia di saltare la sua nottata lavorativo. Il brano cresce, mentre lo svogliato protagonista avverte che non si presenterà al lavoro. Le solfuree note del flauto fungono da intermezzo. La strofa successiva è ben più corposa, un ipnotizzante ragnatela di note sparate dalla tastiera si avvinghia agli acidi accordi della chitarra. Il disertore ha individuato come impegnare nel migliore dei modi la serata e contatta con una e-mail un'avvenente escort. E 'proprio quello che ci vuole, una doccia rinfrescante ad eliminare tutte le scorie della settimana, un caffè espresso per stimolare la mente e poi via veloce dalla ragazza, immaginata vestita con un abito attillato nero che esalta le sue morbide colline, sorretta da due tacchi sottili che sembrano di cristallo. Oggi non posso venire al lavoro, ho di meglio da fare. C'è grinta nell'inciso, grazie al grande lavoro di Martin Lancelot Barre, non esiste nessuna scusa inventata per motivare l'assenza ingiustificata sul lavoro. Al minuto 01 :50 incontriamo uno spettacolare interludio strumentale, dove i trilli esotici del flauto colorati dalle tastiere e imitati dalla chitarra ci fanno riassaporare i fasti migliori dei Tull. Andrew Giddings tiene testa al Pifferaio Pazzo a suon di colpi di organo e tastiera accompagnandoci alla strofa successiva, Siamo in America, nei pressi i Atlantic City, nel tardo pomeriggio, casinò e paninoteche colorano e profumano la strada, una serata diversa, assai migliore degli stancanti straordinari mal retribuiti. Il grande lavoro delle tastiere ci accompagna verso l'ultimo passaggio dell'inciso, dove troviamo un altro bellissimo interludio strumentale, dove il flauto spadroneggia su tutti i fronti, tenuto a bada dal Tastierista Di Pembury, che nel finale frena il ritmo, lasciando che i fraseggi di chitarra si adagino lentamente sui tappeti di tastiera che lentamente si estinguono in fader

Nothing @ All

Da qui in poi, l'album inizia a farsi molto meno interessante. Più che una vera e propria traccia, "Nothing @ All (Niente @ Tutto)" sembra una introduzione al brano successivo. Il brano è firmato da Andrew Giddings, che per quasi un minuto ci delizia con una pregevole escursione pianistica dai sentori prima classicheggianti e poi Disneyani. Le falangi del tastierista si muovono dolcemente sui denti d'avorio del pianoforte emanando piacevoli sensazioni che ci mettono in pace con noi stessi.

Wicked Windows

Gli ultimi rintocchi del pianoforte evaporano lentamente, facendo da introduzione alla successiva "Wicked Windows (Finestre Malvage)", dove le dolci note del piano accompagnano la melanconica linea vocale settantiana di Ian Anderson, ispirato da un suo nuovo paio di occhiali appena acquistato. Fiero del suo nuovo acquisto, scherzando sulle sue vecchie lenti, gli venne da definirle ironicamente "finestre malvagie", da qui l'ispirazione delle liriche. Lui rivede il suo passato attraverso le finestre malvagie, incorniciate da una montatura in argento. I suoi vecchi occhiali sembrano essere una sorta di videoregistratore dove sono immagazzinati tutti i suoi ricordi. Improvvisamente il brano si anima, la più classiche delle spifferate tulliane guida questo intermezzo strumentale lordo di grinta che ci rimanda al glorioso passato della band. Il basso e la chitarra seguono i passi del Pifferaio Pazzo in maniera omofona, accompagnati delle gelide tastiere di Mr. Giddings, che torna dietro al pianoforte nella strofa successiva, dove continuano i ricordi visti attraverso le sue vecchie lenti. L'intermezzo strumentale funge da ritornello. La strofa successiva viene impreziosita dall'organo e da un sinuoso tema di chitarra che ruota intorno alla melodia della linea vocale. Criptiche licenze poetiche vanno a colorare i ricordi di Anderson. A metà brano, il pianoforte va a riprendere la melodia portante in solitario, il Paroliere Di Dunfermline recita un verso tanto semplice quanto pieno di significato, "Christmas was my favourite holiday. (Il Natale è stata la mia festa preferita.)", ennesima dichiarazione d'amore nei confronti della festa del Santo Natale, da sempre nei suoi pensieri e sovente protagonista nelle sue liriche. Alcuni sostengono che la frase sia stata ispirata da un antipatico quanto famoso personaggio della letteratura britannica, Ebenezer Scrooge, stacanovista protagonista del "Canto di Natale" di Charles Dickens, che era talmente avido e taccagno da odiare la festività del Natale in quanto la gente non si recava al lavoro durante i tre giorni di festa. Giddings viene impossessato dal fantasma del Dr. Phibes e ci terrorizza con un breve ma travolgente assolo di organo Hammond. Nell'ultime strofe, Anderson considera gli occhiali una sorta di nascondiglio dietro al quale si celano le personalità malvage delle persone. L'ultimo pensiero va a quando lui non sarà più con noi, e all'indelebile ricordo che ci ha lasciato. I nostri ci salutano con l'inciso strumentale che lentamente va ad evaporare in fader, mettendo fine a questo brano dal piacevole retrogusto anni Settanta.

Hunt By Numbers

L'oscuro ed ipnotico riff sabbathiano sparato dalla chitarra di Martin Barre domina su "Hunt By Numbers (Caccia Ai Numeri)", brano fra i più duri scritti dalla band ma allo stesso tempo assai modesto, dedicato ad una atavica passione di Ian Anderson, i gatti. Da sempre il Menestrello Scozzese è stato affascinato dall'indipendenza e dall'intelligenza dei felini. In una vecchia intervista ha dichiarato di amare gli animali in generale, ma con un occhio di riguardo verso i gatti ed i cani, animali dotati di un'intelligenza superiore che da millenni sono entrati a far parte della vita degli essere umani, gli unici animali capaci di non cacarti nel letto, dice scherzosamente il nostro. Dopo una tagliente sfiatata di flauto traverso, Anderson si addentra nell'oscura dimensione ricreata dalla chitarra e dall'organo, iniziando a tessere lodi nei confronti dei gatti, creature morbide e pelose ma dagli affilati artigli che possono essere considerati delle vere e proprie armi letali. L'effimero ritornello che si limita ad un inquietante "Hunt By Numbers" è seguito da un intermezzo strumentale dove riaffiora timidamente il progressive. Organo, pianoforte, flauto, basso e chitarra si fondono insieme, seguendo i pesanti passi di Doane Perry, dando vita ad un wall of sound che sembra provenire dai primissimi lavori della band. Nella strofa successiva, dove Martin Barre continua ad ipnotizzarci con il suo oscuro riff, le lodi si spostano verso le specie selvatiche dei felini, come il margay, il caracal e servalo, una sorta di anello di congiunzione fra i piccoli felini domestici e le possenti creature come il leone, la tigre, il giaguaro e la pantera. Le evoluzioni in anni Settanta style da parte di tutti gli strumenti vanno avanti imperterrite, rendendo il brano alquanto monotono, mentre Anderson dedica un ultimo pensiero al lato mistico dei felini, come quello del gatto nero, da sempre associato alle streghe e al gatto egiziano, considerato un animale sacro.

Hot Mango Flush

Da sempre Ian Anderson è stato il compositore principale di tutta la musica dei Jethro Tull, una sorta di regime dittatoriale che sovente ha spinto la critica a definire i Jethro Tull la band di Ian Anderson, il quale, stufo di questi discorsi, inviò a Martin Barre un testo su cui lavorare, è così che è nata "Hot Mango Flush" il brano più controverso di tutta la discografia Tulliana, una insolita escursione nei caldi e profumati mondi della musica calypso. Le liriche sono infatti state ispirate da una vacanza su un'affascinante isola caraibica di nome Bequia, la più popolata dell'arcipelago delle Grenadine. I caldi fraseggi della chitarra di Martin Lancelot Barre, vengono affiancati dal basso zoppicante di Noyce e dalle raffinate percussioni caraibiche di Mr. Perry. Il flauto riesce ad incastonarsi anche in questo colorato pentagramma caraibico, andando a mixare le glaciali tradizioni gaeliche con la coloratissima e calda musica tropicale. Ian Anderson recita le liriche parlando, andando a sfiorare il rap. Non si sa se il titolo sia stato ispirato da una profumata bevanda calda al gusto di mango o da una piccante salsa a base del medesimo frutto con una aggiunta di peperoncino piccante, o anche da nessuna delle due opzioni, comunque sia, le coloratissime liriche ripercorrono i piacevoli ricordi di una vacanza caraibica, musicate dall'insoliti fraseggi della chitarra di Barre. Tutti i colori e i profumi dei Caraibi vengono descritti perfettamente tra le righe di questo insolito brano, le donne sempre sorridenti, i neon colorati che illuminano le calde serate estive, la folla di gente che si muove in sincronia come uno stormo di uccelli, musica, schiamazzi, risate, profumi, con in mezzo un solare assolo di chitarra acustica in pieno stile caraibico. Il flauto va contaminare la musica calypso, mettendo il marchio JT in ceralacca sul brano. Successivamente le liriche spostano gli occhi verso un vecchio porticciolo e i suoi personaggi abituali, fra il profumo del pesce affumicato troviamo un barbone dagli occhi di cerbiatto ed un signore paffuto dalla pancia talmente rigonfia da rendere i bottoni dei pantaloni una sorta di arma pericolosa. Le escursioni caraibiche della chitarra, sostenute di tanto in tanto dall'organo e dallo zoppicante giro di basso ci accompagnano verso il mercato, dove i colori ed i profumi del Mar dei Caraibi dominano in lungo ed in largo, accompagnandoci verso il brusco finale.

El Niño

Si rimane nelle Americhe con la successiva "El Niño". Le liriche qui però non sono più festose, ma assumono toni drammatici andando ad esplorare i devastanti effetti de El Niño, il fenomeno climatico periodico che provoca un forte riscaldamento delle acque dell'Oceano Pacifico, alimentando inondazioni e perturbazioni che spesso hanno effetti catastrofici sulle zone interessate, mettendo in ginocchio le popolazioni, specie le più povere che incentrano la loro sopravvivenza su pesca ed agricoltura. La scoperta di questo fenomeno climatico risale al sedicesimo secolo, mentre nel 1800 gli fu affibbiato il nome El Niño, visto che solitamente si verificava a Dicembre, in concomitanza con la nascita del Bambino Gesù. Le tastiere dal sapore orientale e gli esotici trilli del flauto donano una forte impronta di musica etnica alla strofa, dove gli occhi intimoriti dei mercanti e dei pescatori guardano verso ovest, da dove spirano i forti venti Alisei. All'orizzonte non si prospetta niente di buono, c'è chi si spiccia a congelare gran parte del pesce destinato alle profumate fritture. Il ritornello fra i più duri scritti dalla band, giunge come un pugno nello stomaco, i grintosi accordi heavy sparati dal buon vecchio zio Martin vanno a cozzare con le esotiche atmosfere della strofa, replicando gli effetti catastrofici del El Niño. Nella seconda strofa, i devastanti effetti causati dal fenomeno climatico fanno il giro del mondo attraverso gli schermi delle televisioni, mostrando a tutti la selvaggia punizione inferta da Madre Natura nei confronti dell'essere umano, sempre più irrispettoso nei suoi confronti con il passar del tempo. A venti anni di distanza, le preoccupazioni da parte di Anderson riguardo ad un pericoloso mutamento climatico tornano a farsi vive. Il minaccioso ritornello si conferma fra i peggiori scritti dai nostri, riuscendo in qualche modo a valorizzare immeritatamente una strofa che ha poco da dire sotto il profilo musicale. Nel finale il flauto soffia come il vento, ma neanche le sibilline note dello strumento preferito di Anderson riescono a farci entrare il brano nel cuore, sembra che la furia del El Niño abbia portato via la magia Tulliana, meglio passare oltre.

Black Mamba

La mediocrità continua con la successiva "Black Mamba (Mamba Nero)" brano dedicato ad uno dei rettili più velenosi e pericolosi del Mondo. Il nome è dovuto alla scura livrea color antracite, che poi a dirla tutta, ha poco a che vedere con il colore nero. Il mamba nero è un serpente che ama vivere nelle sconfinate e pericolose savane africane, può arrivare a raggiungere i quattro metri di lunghezza, rendendolo uno dei più grandi rettili velenosi. Se pur di notevoli dimensioni, è dotato di una discreta agilità che lo proclama il serpente più veloce esistente in natura. I suoi attacchi micidiali e i suoi sinuosi movimenti possono raggiungere i 20 chilometri orari. Nonostante, flauto chitarra e tastiere diano un apporto sostenuto alla canzone, siamo nuovamente di fronte ad un brano modesto destinato a finire quanto prima nel dimenticatoio. Invero si parte bene, con una melanconica partitura di pianoforte ricamata dal flauto. Ma le buone pretese vengono spazzate via dalle fin troppo pompose tastiere dal sapore mediorientale che quasi sovrastano la chitarra. La premiata ditta Noyce & Perry tira la carretta senza tante pretese. La monotonia della musica si mantiene costante, accompagnando i silenziosi e scivolosi movimenti del mamba nero. Neanche il cambio di tono dello special riesce a rendere la canzone più interessante. Il brano più che va avanti, più che risulta noioso. Anche liricamente, diciamocelo, ci aspettiamo di meglio dal Paroliere Scozzese. I baci sibilanti e il letale veleno del mamba nero rendono ancor meno interessante uno dei punti più bassi del platter e dell'intera discografia tulliana. Siete autorizzati a skippare e passare oltre, consci però che troverete incredibilmente qualcosa di peggio.

Mango Surprise

Come se non fosse bastata la traccia numero sette ad irritare buona parte del popolo tulliano, i nostri calano un inutilissimo bis con "Mango Surprise (Sorpresa Al Mango)", un evitabilissimo reprise della precedente canzone dai sentori caraibici. Per poco più di un minuto (anche troppo n.d.r.), le colorate ritmiche calypso accompagnano uno snervante "Hot Mango Flush" ripetuto fino alla nausea, ricamato ora dal flauto ora dalle tastiere di Giddings che emulano i fiati tanto cari alla musica afroamericana. Se cercavate una traccia dell'intero repertorio Tulliano che giustificasse lo skipping, l'avete trovata.

Bends Like A Willow

Non che ci volesse uno sforzo titanico, ma è sicuramente meglio delle cinque tracce precedenti "Bends Like A Willow (Si Piega Come Un Salice)" brano in linea con il sound metropolitano di "Rock Island" dove regnano forti atmosfere. Dopo una serie di liriche non proprio entusiasmanti, la Penna Di Dunfermline torna a scrivere in maniera importante. Profonde licenze poetiche attinte dal mondo marino vanno a colorare una relazione amorosa. Un delicato tema di chitarra vien imitato la flauto, dando vita ad una interessante introduzione che ci accompagna verso la prima strofa. La linea vocale dai sentori epici di Anderson ci dice come il carattere caldo e malleabile di una donna possa correggere quello duro e freddo di un uomo. Nonostante i numerosi fallimenti, la donna vuole rimanere ancorata al suo uomo, disposta a piegarsi come un salice ma non a spezzarsi, come recita il nostro nell'effimero ritornello, colorato dalle tastiere di Andrew Giddings che emanano un piacevole retrogusto ottantiano. Il lineare lavoro della sezione ritmica rende il brano piacevole, una sorta di avvolgente easy listening suonato con classe, dove si infrangono le profonde licenze poetiche che odorano di salmastro. L'amore della donna è stato travolgente come la marea e letale come una trappola per pesci. "Summer sun leaves me as one who can only taste winter (Il sole estivo mi lascia come uno che può solo assaggiare l'inverno.)" è una bellissima metafora per sottolineare come l'amore della donna sappia scaldare il cuore più rigido e freddo che ci possa essere in circolazione. Dopo una doppia dose di ritornello, un interludio strumentale grida anni '80, colorate tastiere vintage e fraseggi di chitarra si danno battaglia, prima che l'ammaliante tema portante del flauto ci riporti verso la strofa, dove grazie ad una calda tazza colma d'amore, stavolta è il rigido carattere dell'uomo a piegarsi come un salice. Il 22 Novembre del 1999, il brano è stato pubblicato come singolo con una tiratura limitata di cinquemila copie numerate.

Far Alaska

Riaffiora il progressive rock in "Far Alaska (Lontana Alaska)" brano ricco di cambi di tempo e pregevoli escursioni autocelebrative. È ancora l'onnipresente flauto traverso ad aprire il brano, ricamato da funambolici passaggi della sezione ritmica e della chitarra che viaggiano all'unisono. Il basso di Jonathan Noyce va poi a tessere una vischiosa ragnatela di note dove rimangono invischiati i luciferini trilli del flauto traverso. Si percepiscono leggere venature che richiamano la fusion. Un ispirato Martin Barre colora con le sue chitarre le liriche, che riprendendo il discorso lasciato in sospeso con "Spiral", vanno a fare un viaggio onirico in alcuni dei posti più suggestivi e ricercati del Globo, partendo dalle fredde e desolate lande della lontana Alaska, un'affascinate porzione di terra che vanta il primato di stato più vasto degli U.S.A, ma anche il meno popoloso a causa della rigidità del clima. Nel 1867 gli Stati Uniti acquistarono l'Alaska dalla Russia ad un prezzo di saldo, pagandola poco più di quattro dollari per chilometro quadrato. Ma il viaggio onirico non si ferma qui, nell'energico ritornello dove brillano le tastiere di Mr. Giddings e i power chords sparati dalla chitarra, si passa dal caloroso e variopinto carnevale di Rio al maestoso spettacolo offerto dai fiordi norvegesi, sommersi perennemente dal gelo invernale. Continuano i viaggi da sogno di Anderson, che si immagina su di un comodissimo ed avvolgente sedile di un volo di prima classe, finendo poi con il confessare nell'inciso che le sue fantasie sono organizzate nella sua sicura stanza da letto, rievocando la sua atavica aerofobia. Gli strumenti danno poi vita ad un sontuoso intermezzo strumentale di puro progressive, dove Giddings domina dall'alto del suo castello di tastiere, supportato dal notevole apporto della sezione ritmica e da gelide sfiatate del flauto, che annunciano una pomposa trama orchestrale che sembra uscita da una pellicola di James Bond. A seguire troviamo finalmente Martin Barre che si cimenta in un assolo dai sentori hard'n'heavy, un po' poche a mio avviso sinora le sue escursioni soliste con la chitarra elettrica. Continuano i viaggi onirici nella parte finale, dove traspare una gran voglia di fuggire verso mete affascinati. Le evoluzioni degli strumenti ci trasportano piacevolmente poi verso il gran finale.

The Dog-Ear Years

Dopo aver rispolverato il progressive, con "The Dog-Ear Years" i nostri vanno a rievocare lo spensierato folk rock degli anni Settanta. Dietro al bizzarro titolo (uno dei tanti del repertorio Andersoniano n.d.r.) si celano liriche autoironiche. Negli ultimi anni della sua lunga carriera, al povero Anderson sono stati affibbiati una miriade di aggettivi, più o meno carini, dovuti al suo modo di vestire, al suo modo di fare musica, che sovente è andato controcorrente rispetto alla moda. Non a caso il nostro ha scelto una musica folk rock, con chitarra e flauto protagonisti assoluti, rievocando una della sue sfide più importanti, quando nel 1977, in piena esplosione punk e con l'elettropop e la new wave andavano per la maggiore, sorprese tutti con "SFTW" un album di puro folk rock che contro ogni previsione, diede nuova linfa alla carriera dei Jethro Tull. Gli strumenti ricreano una spensierata atmosfera dal piacevole retrogusto medievale, mentre il Paroliere Scozzese elenca i vari modi usati dalla stampa per descriverlo, si va da un per me evitabilissimo e fuori luogo arrugginito e pieno di rughe, ad un vecchio libro con le pagine arricciolate (da qui l'insolito ma originalissimo titolo), al più morbido vintage o classico, al drastico giurassico. Tutte parole che intendono far sembrare l'immortale figura di Ian Anderson desueta. Fra gli spensierati trilli del flauto e i leggiadri fraseggi della chitarra il nostro ci mette al corrente che tutte quelle critiche inopportune riescono in qualche maniera a supportarlo, a nutrirlo, a dargli nuova energia per continuare imperterrito a portare avanti il suo modo di fare musica. Ci sono parole per tutti coloro che hanno deciso di seguirlo, più o meno assiduamente, il nostro è consapevole di aver messo più volte i fan di fronte ad una dolorosa scelta. Essere definito un vecchio dinosauro del rock spinge Anderson a viaggiare indietro nel tempo e rivivere i migliori anni della carriera Tulliana, fatti di massacranti tour e location più o meno consone ad uno spettacolo rock. Improvvisamente gli strumenti si oscurano, Doane Perry guida con una marcia dai sentori militari con una linea vocale ammonente e criptiche licenze poetiche, il nostro ci fa sapere che continuerà ad andare avanti, infischiandosene delle critiche che pioveranno sulla dura corazza dei Jethro Tull, chi si ferma è perduto scriveva il Sommo Poeta. Seguendo la ritmica stoppata ed un intricato lavoro di Giddings con l'organo, Ian Anderson ci porta indietro nel tempo con un assolo di flauto che proviene dal cuore. Le festose atmosfere medievali ci accompagnano piacevolmente verso l'epilogo di questo gradito ritorno al passato.

A Gift Of Roses

Con "A Gift Of Roses (Un Regalo Di Rose)" ci fanno dimenticare la preoccupante mediocrità della parte centrale dell'album, tirando fuori dal cilindro un creativo brano che mixa il folk con l'hard rock dove i nostri rispolverano strumenti messi in disparte ormai da molto tempo. Uno strumming di chitarra da falò accompagna un esotico flauto, poi una manciata di accordi distorti spruzzano una manciata di peperoncino, diventando poi protagonisti nella strofa. Le liriche si addentrano nei meandri di una forte relazione amorosa. La penna di Anderson sembra aver ritrovato il tratto importante che pareva smarrito qualche brano indietro. "I count the hours: you count the days. Together, we count the minutes in this Passion Play. (Io conto le ore: tu conti i giorni. Insieme, contiamo i minuti di questa rappresentazione della passione.)" sono le bellissime parole usata da Ian per definire l'intensità di un rapporto amoroso, andando anche ad omaggiare il controverso album datato 1973, evidenziato da un vigoroso strumming di bouzouki, un tradizionale strumento a corda greco. I due amanti sono separati dal lavoro, l'uomo è costretto ad un lungo viaggio in treno per raggiungere la sua dolce metà. Nell'inciso Andrew Giddings ci sorprende, diventando l'assoluto protagonista con le festose trame della fisarmonica. Stanco, di ritorno da un lontano orizzonte, l'uomo è pulito e tirato a lucido per raggiungere la sua amata, presentandosi con un bellissimo e profumato mazzo di rose fresche, colte nel giardino di Dio dice poeticamente il nostro. Nella strofa successiva, Ian Anderson va ad omaggiare un grande della letteratura britannica, Rudyard Kipling e il suo "Il gatto che camminava da solo", uno dei suoi tanti racconti che hanno gli animali come protagonisti, sicuramente meno famoso della sua celebre raccolta "Il Libro Della Giungla", scritta nel 1894. Torna il festoso ritornello prima di un bellissimo interludio strumentale, dove i taglienti sospiri del flauto si cozzano con le gioiose note della fisarmonica. Un ultimo passaggio di strofa ed inciso non aggiunge niente di nuovo, lasciando poi il compito agli acidi accordi della chitarra e al flauto traverso di accompagnarci verso l'epilogo che si concretizza intorno al minuto 3:50. Nel Dicembre del 2000, il brano è stato rilasciato come singolo promozionale.

The Secret Language Of Birds

Ad inizio recensione vi avevo parlato di una sorpresa, nonostante la traccia sia finita, potete notare che mancano ancora circa sei minuti alla fine del disco. Dopo circa un minuto di silenzio, la voce di Ian Anderson che si presenta vi procurerà un jump scare. Il nostro ci informa che ha inserito una ghost track, che non è altro che la title track del suo terzo album solista, intitolata "The Secret Language Of Birds (Il Linguaggio Segreto Degli Uccelli)". Nonostante le registrazioni del disco fossero terminate nel 1998, a causa di motivi legali l'uscita venne posticipata al 2000, precisamente il 6 Marzo. I melodiosi canti del passero reale, del merlo e dell'allodola aprono insieme al flauto traverso questo gradito omaggio che ci ha fatto il nostro Amato Menestrello. La chitarra acustica a grande richiesta dei fan è finalmente protagonista in un album solista di Anderson. L'importante linea vocale, colorata dalla sei corde acustica e da qualche spruzzata di flauto rievoca i gloriosi fasti di "TAAB". Le liriche, lorde di profonde e criptiche licenze poetiche sono un cristallino omaggio alla Primavera, simbolo della rinascita, culla dei colori, dei profumi e dei suoni. In Primavera tutti gli uccelli si risvegliano dal torpore invernale e tornano a deliziarci con i loro rilassante canto, degna colonna sonora di uno degli spettacoli più belli e colorati offerti da Madre Natura. I sinuosi fraseggi di pianoforte che si incastonano con le luccicanti trame della sei corde acustica sono opera di Andrew Giddings, mentre dietro al drum set ritroviamo una vecchia conoscenza, Gerry Conway che con il suo stile deciso e delicato allo stesso tempo e sostenuto dalle vellutate note del basso acustico di Ian, dà il giusto senso ritmico al brano. Nel brioso inciso, mettendo colorati contrappunti di flauto, Anderson ci invita ad ascoltare ed imparare il linguaggio segreto degli uccelli, elemento fondamentale per sentirsi in perfetta sintonia con la Natura ed assaporarne tutte le essenze. Nelle strofe successive la sezione ritmica si fa più presente, mentre le rondini disegnano linee immaginarie nel cielo ed il sibillino canto dell'usignolo tenta di corteggiare il Menestrello Scozzese. I rilassanti trilli del flauto e le cristalline note della chitarra acustica colorano l'ultimo inciso, dove assieme al canto dell'usignolo troviamo il nefasto gracchiare dei corvi. È disarmante il fatto di come questa traccia suoni molto più Tull rispetto alla gran parte della track list.

Conclusioni

L'ottimo trittico iniziale mi aveva lasciato ben sperare, inducendomi a pensare di avere fra le mani un degno successore dell'eccellente "RTB", ma ahimè, nella parte centrale dell'album la qualità dei brani scende pericolosamente verso il basso. I nostri sembrano aver perso l'ispirazione e annaspano mixando cose già risentite in passato con pericolose escursioni nella musica etnica e nell'hard rock, dando vita a canzoni ibride che di Tull hanno solamente il flauto, usato in maniera spropositata. Per fortuna nel finale Anderson e compagnia cantante riescono ad aggrapparsi allo scoglio della salvezza acclamato in "Rock Island" con tre o quattro canzoni che non fanno di certo urlare al miracolo, ma che riescono a farci dimenticare le precedenti. Sicuramente, con una track list alleggerita di quattro o cinque brani, mi riferisco a "El Nino", Black Mamba", "Mango Surprise" e "Hunt by Numbers", l'album sarebbe stato più digeribile. Anderson che a mio avviso stavolta esagera con il flauto, senza oltremodo tirar fuori nulla di trascendentale, sembra aver perso lo smalto compositivo che era magicamente riaffiorato sull'album precedente, lasciano molti dubbi alcune liriche di cui si avrebbe fatto volentieri a meno. In ombra anche Martin Lancelot Barre, l'assenza di un assolo pesa sulla gran parte della track list. Una lieta sorpresa è invece Jonathan Noyce, che si disimpegna egregiamente anche nelle tracce più dubbie, valorizzando il lavoro del meno appariscente Doane Perry. In questo mare di mediocrità emergono le tastiere di Andrew Giddings, che riesce a dare corpo alla track list, nonostante le sue escursioni soliste non siano poi molte. Registrato fra il Gennaio ed il Febbraio del 1999 presso gli Home Studios di Ian Anderson che si è occupato anche della produzione, "J-Tull Dot Com" è stato rilasciato il 23 Agosto del 1999 dalla casa discografica Papillon Varese Sarabanda, alla sua prima collaborazione con i Tull. L'artwork è un disegno dello stesso Ian Anderson che ha preso spunto da una opera dello scultore scozzese Michael Cooper, una statua raffigurante il dio egizio Amun che si trovava nel giardino di un amico e che ora magicamente si trova ad abbellire il giardino di casa Anderson. Curiosamente, nella copertina dell'edizione americana sono stati tolti i genitali, che invece rimangano ben in vista nel resto del Mondo. L'inquietante statua della divinità egizia, in un grigio sfumato di celeste, sorregge la scritta "Dot Com", con la prima lettera "O" ben più grossa rispetto alle altre lettere che va a formare un cerchio infuocato. Sul retro ritroviamo sempre il dio Amun, che fra le fiamme suona il flauto, imitando il nostro amato Pifferaio Pazzo. Tirando le somme, nonostante la gradita traccia fantasma, questo disco non mi ha entusiasmato più di tanto. La parte centrale dove domina la mediocrità rende l'ascolto oltremodo pesante. Solo per i collezionisti compulsivi Tulliani. Se amate le affascinati escursioni nella musica etnica da parte dei nostri, molto meglio il suo predecessore.

1) Spiral
2) Dot Com
3) Awol
4) Nothing @ All
5) Wicked Windows
6) Hunt By Numbers
7) Hot Mango Flush
8) El Niño
9) Black Mamba
10) Mango Surprise
11) Bends Like A Willow
12) Far Alaska
13) The Dog-Ear Years
14) A Gift Of Roses
15) The Secret Language Of Birds
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