JETHRO TULL

Crest of a Knave

1987 - Chrysalis

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
20/07/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Il coraggioso esperimento di Ian Anderson di contaminare un album dei Jethro Tull con l'electro pop tipico degli anni '80, può considerarsi fallito. Per chi scrive, "Under Wraps", insieme all'album d'esordio è il punto più basso della discografia Tulliana, un album in cui non riesco a riconoscere i nostri, di cui però ne apprezzo il coraggio. Lo stesso Anderson ha dichiarato più volte che ancora oggi, riascoltandolo, l'ossessivo e gelido sound della LinnDrum lo infastidisce, sminuendo le poche cose di buono che c'erano. Con il tour alle porte, la priorità assoluta andava data alla ricerca di un batterista. Invero i nostri misero un annuncio sul settimanale newyorkese "The Village Voice" nell'autunno del 1983, prima di ultimare l'album, in modo da avere tempo di effettuare in piena tranquillità le selezioni in vista dell'imminente tour. Fra i tanti a rispondere all'annuncio ci fu il batterista americano Doane Perry, nato a Mount Kisco nello stato di New York il 16 Giugno del 1954. Al secolo Doane Ethredge Perry, iniziò a studiare pianoforte alla tenera età di sette anni, passando poi un lustro più tardi alla batteria, influenzato come molti dal sound dei Beatles. Il 14 Gennaio del 1969 assistette ad un concerto dei Jethro Tull tenutosi al Fillmore East, dove ebbe la fortuna di conoscere Clive Bunker, che fu così gentile da insegnarli qualche dritta seduta stante. Fu la scintilla che spinse il giovane drummer a studiare la batteria presso le più prestigiose scuole newyorkesi. Ben presto divenne un acclamato turnista e con il tempo il suo curriculum si allargava a vista d'occhio, fra le molteplici collaborazioni spiccano l'album "The Blue Mask" di Lou Reed ed il primo ed omonimo album dei Maxus. Un amico lo informò dell'annuncio messo da Ian Anderson, e Doane, che nel frattempo aveva instaurato un profondo rapporto di amicizia con l'ex batterista dei Tull Mark Craney, si mise in contatto con la Chrysalis sfruttando un legame con un alto funzionario della casa discografica. Ben presto gli fu richiesto l'invio di un nastro entro Natale. Optò per l'album dei Maxus. Le ricerche di Ian Anderson portarono ad una curiosa scoperta: Doane Perry viveva nella casa che un tempo era di proprietà dei suoi pro zii, e una volta smaltite le pantagrueliche abbuffate natalizie lo contattò. L'audizione si tenne due settimane dopo la telefonata, e Ian Anderson assicurò il batterista che sarebbe stato richiamato, anche se lo stesso nutriva seri dubbi. Il 30 Agosto del 1984 i Jethro Tull debuttarono con l'ennesima nuova formazione alla Caird All di Dundee, con Doane Perry dietro alle pelli. Purtroppo, le linee vocali di "Under Wraps" si mantenevano su livelli alti di intonazione, e questo causò seri problemi al Cantastorie Scozzese in sede live, rischiando di compromettere seriamente le sue già indebolite corde vocali, portando all'annullamento di alcune date del tour. Una volta terminato senza non poca fatica, giunse il momento di pensare ad un nuovo album in studio. Ian Anderson era ben conscio che il prossimo disco sarebbe stato fondamentale per la carriera dei Jethro Tull, dopo il passo falso del precedente lavoro poteva essere quello della rinascita o quello del definitivo affondamento. Per questo decise di occuparsi da solo alla stesura delle nuove canzoni, facendo felici tutti coloro che sostenevano che i Jethro Tull erano solo un manipolo di ottimi musicisti alla corte del tirannico Ian Anderson. Con Vettese impegnato nella sua nuova attività che lo vedeva un richiestissimo produttore discografico, il Polistrumentista Di Dunfermline decise di suonare anche le tastiere e di occuparsi della programmazione dei sequencer, chiamando in causa il resto della band solo a lavoro finito, quando dovevano essere registrate le parti in studio e messi a punto gli ultimi dettagli. Giocando attorno al termine "Crest Of A Wave (Sulla Cresta dell'Onda)", il sedicesimo album in studio dei Jethro Tull fu intitolato Crest of A Knave (Cresta Del Fante). Purtroppo, durante le registrazioni, che si tennero nello studio casalingo di Anderson, Doane Perry dovette tornare in America a causa del grave stato di salute in cui versava sua madre, che purtroppo morì dopo poco tempo. Il nuovo drummer dovette per causa di forza maggiore allontanarsi dalla band per un lungo periodo di tempo, proprio nel momento cruciale delle registrazioni. Alla fine il suo apporto fu di due sole tracce. Per completare le registrazioni i Tull richiamarono Gerry Conway, mentre su tre canzoni ricompare la LinnDrum, con risultati decisamente migliori rispetto al precedente album. Inutile dire che Perry ci rimase male, sentendosi quasi estromesso dalla band. Il tempo ci dirà che non sarà così. Nei credits dall'album la formazione è ridotta a tre elementi, i due batteristi figurano come ospiti al pari del violinista Ric Sanders dei Fairport Convention. I problemi alle corde vocali di Ian Anderson ed un recente intervento chirurgico alle medesime, lo portarono a cantare su regimi molto più bassi rispetto al precedente album, il cantato in alcune parti è molto simile a quello di Mark Knopfler. Come se non bastasse, non so se volutamente o meno, anche alcune parti di chitarra di Martin Barre erano molto vicine all'inconfondibile sound Knopfleriano, dando pane per gli affamati denti della critica, che non ci impiegò molto ad avvicinare il sound di "Crest" a quello dei Dire Straits. L'album vede finalmente un prepotente ritorno della chitarra e del flauto, le liriche oltre ai problemi sociali tornano ad affrontare temi ambientalistici, in particolare l'urbanizzazione ed il progresso e la conseguente alienazione dell'essere umano. Oltre ad essere l'album della rinascita che ha portato nuovamente nelle radio e nelle posizioni alte di classifica i Jethro Tull, "Crest of A Knave" è passato alla storia per un curioso aneddoto avvenuto nel 1989, durante la consegna del Grammy Award per la migliore performance vocale o strumentale della categoria Hard Rock/Heavy Metal. In lizza oltre a "...And Justice for All "dei Metallica che tutti davano come sicuro vincitore, c'erano i Jane's Addiction con "Nothing's Shocking", gli AC/DC con "Blow Up Your Video", la canzone "Cold Metal" di Iggy Pop e appunto i nostri con il loro sedicesimo album in studio, consigliati a non presentarsi dalla Chrysalis perché era alquanto improbabile che riuscissero a vincere l'ambito premio. Al gran galà, per annunciare i vincitori fu chiamato Alice Cooper, affiancato dalla bellissima Lita Ford. Prima dell'evento, Vincent Damon Furnier fece delle prove con alcune buste non ufficiali che contenevano tutti i nomi delle band partecipanti, in modo da poter poi annunciare in maniera perfetta il vincitore. Arrivati al momento clou, il buon Alice aprì la busta vincitrice e con non poca sorpresa annunciò: "E i vincitori sono i Jethro Tull!". In platea molti scoppiarono a ridere e il buon vecchio zio Alice iniziò a guardarsi intorno basito, pensando di aver aperto per sbaglio una delle buste prova, ma non era così. Seguendo le istruzioni della casa discografica, i vincitori del Grammy 1989 categoria Hard'n'Heavy non erano in sala, e Alice Cooper accettò l'incarico di ritirarlo per loro conto, commentando che vi erano molte probabilità che lo avrebbero reso al mittente. Ed invece i Jethro Tull accettarono felici e contenti l'inaspettato premio, suscitando una buona dose d'invidia all'interno dei Metallica e ai loro fan, molti dei quali iniziarono in maniera infantile a non vedere di buon occhio Ian Anderson e soci. Per sdrammatizzare, la Chrysalis fece pubblicare sulla rivista musicale americana Billboard un annuncio che recitava "The flute is a heavy metal instrument", con la parola "heavy" posta sopra alle parole "a metal" con una freccetta che la riportava in mezzo alle medesime, come se fosse una correzione. L'annuncio metteva in mostra un flauto in mezzo a barre e lastre di ferro, con un vistoso quadratino giallo dove era raffigurata l'inconfondibile sagoma di Anderson nella sua caratteristica posizione del fenicottero mentre suona il flauto, con la scritta "congratulation on your Grammy" Da quell'anno in poi, le categorie "Hard" ed "Heavy" furono separate, per la cronaca, i Metallica vinsero l'ambito premio l'anno successivo con la canzone "One", replicando poi nel 1992 con il controverso ed omonimo "Black Album". In quell'occasione Lars Ulrich durante la consegna del premio dichiarò infelicemente: "ringraziamo i Jethro Tull di non aver pubblicato un album quest'anno!" anche se invero i nostri nel 1991 avevano rilasciato "Catfish Rising". Ma dopo questo doveroso dilungamento è giunto il momento di ascoltare l'album che si è aggiudicato da outsider il Grammy 1989 per la categoria Hard'n'Heavy.

Steel Monkey

Una enigmatica tastiera di Gobliniane memorie apre la brillante "Steel Monkey (Scimmia D'Acciaio)" brano che mixa il rock all'elettronica, dedicato ai coraggiosi operai che hanno l'arduo compito di assemblare le strutture in acciaio che vanno a costituire l'ossatura di grattacieli e altri edifici di dimensioni sostenute, chiamati nello slang inglese appunto steel monkey. Anderson dimostra di aver fatto progressi con la programmazione delle percussioni elettroniche; rispetto all'album precedente il sound della LinnDrum assume sembianze decisamente più umane, mettendo a suo agio anche Dave Pegg, che di tanto in tanto si diverte a sleppare le quattro corde. I graffianti arabeschi di Martin Barre spruzzano un bel po' di grinta sopra le spericolate tute blu, già all'opera al calar del sole, cavalcando sotto il pallido candore lunare gli scheletri dei grattacieli, assemblati con estrema facilità come se fossero dei puzzle per bambini. Nel bridge il Paroliere Scozzese si diverte a formulare indovinelli su quale sia il mestiere degli intrepidi operai, dandoci poi la risposta nell'effimero chorus, seguita da un breve ma conciso assolo di chitarra. Andando avanti si continua a sottolineare la pericolosità con cui convivono quotidianamente gli steel monkey, alcuni dei quali non conoscono la paura di lavorare ad oltre trecento piedi da terra, mentre i più cauti pensano bene prima di fare una mossa affrettata che potrebbe costargli cara, ma tutti quanti sono accompagnati sempre dai loro angeli custodi che evitano che cadano rovinosamente a terra. Circa a metà brano troviamo un intermezzo strumentale con tastiere che gridano anni '80 ricamate da Mr. Pegg con un vigoroso slap. Tornano poi le arcane note di tastiera di inizio brano che vanno ad annunciare un secondo assolo di chitarra studiato perfettamente a tavolino. Le note della sei corde ricamano perfettamente la strofa finale, dove Anderson evidenzia il duro lavoro mal retribuito degli steel monkey, che sono sempre sul pezzo sia che piova o sia sotto il sole ardente, sognando di tanto in tanto di arrampicarsi lungo le calde gambe di una donna anzichenò che sulle fredde barre d'acciaio. Nel bridge finale viene fuori l'anima ambientalista di Anderson, che non gradisce l'invasione dei grattacieli che sta avanzando minacciosamente, fagocitando porzioni di verde. Sul finale tornano le enigmatiche tastiere che sembrano partorite da Claudio Simonetti, seguite dall'ennesimo assolo di chitarra ben strutturato che evapora lentamente in fader. Il 9 Ottobre del 1987 questo frizzante brano è stato pubblicato come singolo, non accolto calorosamente in patria visto che non andò oltre la posizione numero 82.

Farm On The Freeway

"Farm On The Freeway (Fattoria Sull'Autostrada)" è la mia traccia preferita dell'album, oltre sei minuti abbondanti di forti emozioni e vibrazioni, con chitarra elettrica e flauto che finalmente tornano ad essere protagonisti, rispolverando le fantastiche sonorità tulliane che sembravano ormai perdute. Nel brano brilla il nuovo arrivato Doane Perry che accompagna con uno stile settantiano nonostante appartenga ad una generazione successiva rispetto ai nostri. Devo dire che sembra un'ottima scelta per la band. Le liriche tornano ad affrontare problemi ambientali, prendendo di mira l'industrializzazione ed il cemento che mangiano porzioni di verde come un dannato cancro, creando danni irreparabili all'intero ecosistema. Ian Anderson confeziona un'introduzione d'atmosfera, il suo dolce flauto traverso si adagia delicatamente su arcane note di tastiera, ricamate con classe dal Martin Barre, brividi. Il nuovo drummer accompagna con classe e delicatezza, portandoci dritti alla prima strofa, caratterizzata da intarsi di chitarra e di flauto che vanno a ricamare le struggenti parole che escono dal cuore di un vecchio contadino, che molti lustri orsono aveva acquistato una discreta porzione di terreno in un fondovalle, dove scorreva un ruscello dall'acqua cristallina. Aveva recintato le nove miglia con del doppio filo spinato, costruendo poi una bellissima fattoria con lo scopo di lasciarla in eredità al figlio. Ma un bel giorno un imprenditore si è presentato con un cospicuo assegno, proprio dove da anni stava una fattoria, sarà costruito un aeroporto. Nonostante il denaro ricevuto, l'uomo si sente povero, prima si sentiva ricco, ora ha soltanto un furgone e un assegno in mano. Ha lasciato la sua fattoria in autostrada. Un secco colpo sul rullante suona la carica, Martin Barre spara una serie di accordi distorti pieni di rabbia, dai quali cercano di fuggire taglienti sfiatate di flauto. Nonostante un mid tempo relativamente a bassi giri, Doane Perry accompagna con grinta e forza trascinandoci con prepotenza nella seconda strofa, che trasuda tutta l'ira del contadino. La verde vallata in poco tempo si trasformerò in un triste e grigio agglomerato di cemento; aeroporto, fabbriche ed autostrada rimpiazzeranno l'azzurro ruscello e le verdi praterie. I soldi non riescono a colmare la breccia che si è formata nel cuore dell'uomo, che prima si sentiva ricco ed ora si ritrova con un camioncino in panne. Sembra che la sua fattoria sia un'autostrada è la frase che usa il nostro per sottolineare lo scempio del progresso nei confronti della Natura. A circa metà brano inizia un prolungato interludio strumentale, un ossessivo riff di chitarra viene assalito da spifferate affilate come rasoi, mentre la sezione ritmica ci riporta magicamente agli anni'70 con corse sulle pelli dei tom tom, piatti che squillano e pastose note sparate dal basso. Che bellezza! I virtuosismi degli strumenti ci ipnotizzano, trasportandoci in una lisergica spirale di suoni, improvvisamente spazzata via da un repentino aumento dei bpm. Chitarra e flauto continuano a darsi battaglia, a bordo della veloce locomotiva guidata da una rinata sezione ritmica. Quando il brano sembra giunto alla fine, tornano le arcane note dell'introduzione, spalancando le porte alla strofa conclusiva. Torna la calma Anderson e Barre iniziano una lenta trasformazione che li unirà in un'unica figura che ha le sembianze di Mark Knopfler. Il povero contadino, ormai sfrattato, pensa al sudore versato e alla fatica, la sua fattoria non era certo il ranch di Southfork, ma era pur sempre un posto che poteva dignitosamente chiamare casa. Gli strumenti fanno salire il brano emanando forti sentori di rabbia, un camioncino ed un milione di dollari non valgono la sua vecchia fattoria sotterrata dall'autostrada, dice il nostro, sottolineando l'avidità ed il cinismo del progresso. Una interminabile corsa sulle pelli ci porta verso il gran finale, dove ancora una volta la chitarra ed il flauto ci provocano una buona dose di brividi. Chapeau.

Jump Start

La sferragliante chitarra acustica ed il tagliente flauto di "Jump Start (Inizia Subito)" fanno sembrare il plastificato "Under Wraps" un lontano ricordo. Se pur con una spruzzata di modernità i nostri rispolverano il folk rock in questo brano che funziona bene, le cui liriche affrontano il problema dell'alienazione dell'essere umano, dovuta al progresso che sembra inarrestabile. Una vivace chitarra acustica caratterizza la prima strofa, nella quale le città vengono definite dei boschi oscurati dalle tenebre dove con il passar del tempo evaporano le vecchie tradizioni. Le antiche comunità rurali si stanno estinguendo in virtù dell'individualismo, dovuto ad una preoccupante alienazione dell'uomo moderno. L'esempio lampante è lungo le strade affollate del lussuoso quartiere di Knightsbridge, dove i rampolli della classe benestante sono attratti dalle molteplici boutique di lusso, dimenticandosi dei rapporti umani. Ancora una volta il denaro ha la meglio sui valori morali. Nel primo effimero chorus, il nostro chiede aiuto ad un poliziotto, non si riconosce più nella società moderna, se non cambia qualcosa, l'unica soluzione è la fuga. Nella seconda strofa entra in scena la batteria, stavolta dietro alle pelli è il turno di Gerry Conway, affiancato da un ritrovato Dave Pegg che torna nuovamente ad essere incisivo. Con un occhio di riguardo nei confronti di Madre Natura e agli antichi valori del Regno Unito, Anderson dipinge un quadro a tinte grigie, i fumi delle fabbriche offuscano l'aria, gli operai si limitano al tragitto casa-lavoro, dimenticandosi dell'importanza delle relazioni con il prossimo, non se ne dimentica invece il nostro, che chiede aiuto ad una vicina per riallacciare rapporti umani, anche in questo caso, se non cambia qualcosa, meglio la fuga verso la Natura incontaminata. Si cercano i colpevoli ed i mali che hanno causato tutto questo, con una buona dose di ironia il Cantastorie Scozzese si chiede se è tutta colpa del prete, andando poi a scomodare una delle figure più famose ma anche più spietate della Perfida Albione, Jack Lo Squartatore, che sembra avere molta più umanità rispetto all'uomo moderno. Profonde pennate di basso danno il via ad un climax che culmina con un'esplosione di schitarrate decisamente hard rock ricamate da pungenti note sparate da Dave Pegg. Un bellissimo assolo di flauto ci consegna un Pifferaio Magico nuovamente in forma che ci fa respirare atmosfere che credevamo perse nella spirale elettronica generata da Vettese, la cui assenza si sente e come, in senso positivo però. Si cercano altri colpevoli fra i giornalisti della TV satellitare, mentre stavolta si chiede aiuto a l'uomo delle previsioni metereologiche per fuggire da questa società moderna che sembra aver smarrito i principali valori morali e l'importanza del contatto umano. Sul finale uno scatenato Martin Barre ci delizia con un grintoso assolo di chitarra, andando ad esplorare nuove sonorità che strizzano l'occhio a quei simpaticoni degli ZZ Top.

Said She Was A Dancer

"Said She Was A Dancer (Ha Detto Che Era Una Ballerina)" è una triste ballata d'altri tempi con la quale Anderson e Barre completano la loro trasformazione in Mark Knopfler. Niente virtuosismi vari, niente flauto, il brano sembra uscito direttamente da "Making Movies", ma che ci crediate o no, stiamo ascoltando una canzone dei Jethro Tull. Le liriche parlano di pregiudizi, sogni e sentimenti di due persone che si sono incontrate per caso, un uomo e una donna divisi dalla fantomatica cortina di ferro, la linea che separava l'Europa Occidentale da quella Orientale, che separava i paesi che fedeli al patto della Nato da quelli facenti parte del Patto Di Varsavia, in parole povere la linea che fino al termine degli anni'80 separava di fatto il dominio degli Stati Uniti da quello della Russia. Le calde note della chitarra di "Mark" Barre fanno da colonna sonora al fugace incontro di un inglese e di una ragazza russa nel freddo ma affascinate scenario offerto dalla città di Mosca. Davanti ad un fumante samovar, il tradizionale contenitore in metallo usato in Russia per scaldare l'acqua, spesso destinata ad un profumato the caldo, i due si scambiano le prime informazioni, lei dice di essere una ballerina, lui, vista la fama che aleggia sopra il Cremlino, non sa se crederle o meno, ma non dà importanza alla cosa. Dave Pegg che suona un suggestivo contrabbasso e Gerry Conway accompagnano con un tempo da lentone "anni '60", mentre la neve scende copiosa su Mosca e anche nell'anima della presunta ballerina, vivibilmente attratta dal ragazzo, che scherzosamente si autoproclama re del Siam. La chitarra acustica si intreccia con quella elettrica, accompagnando i sogni ed i dubbi dei due. Il chorus, che se pur leggermente più vivace, non si discosta molto dalla strofa, ci dice che l'amore ha la meglio su dubbi segreti e pregiudizi. I due continuano a scherzare sulle loro identità davanti ad una Vodka, mentre Anderson con tutta la sua maestria e una classe unica con la penna definisce l'invisibile linea che divide i due come una cortina di velluto che separa l'acciaio dell'oriente dall'oro dell'occidente. Nel successivo ritornello veniamo a sapere che l'uomo è una sorta di star (mi è sorto il dubbio che si tratti dello stesso Ian Anderson, anche se non mi risulta che i nostri abbiano mai suonato sotto l'ombra del Cremlino). La ragazza potrebbe averlo visto su qualche rivista o alla TV, lui si definisce una sorta di inarrivabile Pepsi Cola che la ragazza non riuscirà mai a tirar fuori dalla lattina. Martin Barre ci separa dall'ultima strofa con il più scolastico degli assolo, l'uomo riesce a strappare finalmente un bacio dalla presunta ballerina, non riuscendo però ad andare oltre. Guardandolo come se fosse Jack Lo Squartatore gli diede la buona notte, dileguandosi poi fra la neve che continuava ad imbiancare il paesaggio. L'8 Gennaio del 1988 il brano fu infelicemente pubblicato come secondo singolo dalla Chrysalis, fermandosi ad una anonima posizione numero 82 nella classifica dei singoli venduti nel Regno Unito.

Dogs In The Midwinter

Taglienti spifferate aprono la pessimistica "Dogs In The Midwinter (Cani In Pieno Inverno)", locuzione usata da Anderson per definire con una velata dose di ironia la società moderna divorata dai problemi economici. I cani affamati sono i politici, il fisco, gli usurai, i capi di lavoro, che abbaiano e mordono in cerca di cibo, come fiere affamate in cerca di una preda durante un freddissimo Inverno. I compiti ritmici tornano ad essere affidati ad una sempre più umana LinnDrum, affiancata da un ispirato Dave Pegg che tiene in piedi il brano con una decisa cavalcata, sovente impreziosita da pungenti scale. Le schitarrate e gli arabeschi di Martin Barre ricamano la giornata nerissima di uno sfortunato protagonista a cui tutto gira contro. Il breve chorus di Knopfleriane memorie sottolinea lo stato di completo disagio del protagonista, che si vede attaccato su tutti i fronti. Quasi sull'orlo della follia, attorno a se vede solo gente affamata che reclama debiti, i morsi affamati di denaro lo stanno riducendo ad un ammasso di carne inerme, indifesa di fronte ad un branco di cani rabbiosi in pieno Inverno, come recita il breve inciso con il flauto traverso protagonista. Flauto e chitarra continuano a colorare la grigia giornata del protagonista, nel branco di cani affamati figurano anche i profeti ed i saggi, quelli del "te lo avevo detto", esseri insopportabili sempre pronti a gettar sale sulle ferite. Di tanto in tanto un simpatico riff di tastiera annuncia gli usurai che abbaiano alla porta, mentre nella cassetta della posta abbondano le cartelle esattoriali inviate dall'avido fisco. E' impossibile sfuggire dai denti affilati e rabbiosi del branco. Breve stacco con il flauto traverso che risveglia ancora una volta il sound tulliano che credevamo smarrito e i nostri ripercorrono liricamente la prima strofa, seguita dallo scanzonato inciso. Nel finale Anderson ci invita tutti a fare attenzioni, a muoversi con discrezione nell'avido mondo della finanza, siamo tutti sul filo del rasoio e tutti potremmo diventare vittime od entrare a far parte dello spietato branco dei cani affamati in pieno Inverno, in un mondo accecato dall'avarizia e dove si stanno pericolosamente perdendo i principali valori morali in virtù del Dio Denaro. Come dicevano gli antichi latini, l'uomo è un lupo per l'uomo, basta poco che la preda diventi il cacciatore e viceversa. In coda Martin Barre ci saluta con un assolo che mixa le calde note blue alla grinta dell'hard rock. Brano simpatico che scorre via veloce, ma sinceramente abbiamo sentito di meglio. Questo canzone è la prima delle due bonus track inserite nella versione in CD e musicassetta e non presenti sulla versione in vinile.

Budapest

Era dal 1975 che i nostri non si dilettavano in una composizione articolata che superasse i dieci minuti (invero la stupenda "Baker St. Muse" superava abbondantemente i sedici ndr). Nonostante il cantato Knopfleriano, a cui ci siamo per gioco forza abituati, "Budapest" si candida a diventare meritatamente un classico imprescindibile della band. Una composizione articolata, ricca di cambi di tempo e virtuosismi che riporta prepotentemente il progressive rock in un album dei Jethro Tull. Una canzone con epiche atmosfere che emana vibrazioni e che trasmette forti emozioni, procurandoci a più riprese una buona dose di brividi. Ian Anderson l'ha espressamente dichiarata la sua canzone preferita fra le innumerevoli composte con i Tull. Le liriche, molto meno profonde e di facile impatto rispetto agli standard a cui ci ha abituato la Penna Di Dunfermline sono incentrate su una avvenente figura femminile a stretto contatto con la band durante il concerto tenuto il 2 Luglio del 1986 a Budapest, una delle città più affascinanti del Vecchio Continente.  Il pianoforte e le soffuse trame del flauto che crescono gradualmente ci fanno capire che il brano non tradirà le nostre aspettative. Melanconici accordi di chitarra acustica si adagiano su un vellutato pad di tastiera accompagnando Anderson che ci presenta uno splendido esemplare di ragazza ungherese, dal fisico statuario tanto che il nostro pensa che si tratti di una mezzofondista. Una bellezza venerea capace di vincere a mani basse il concorso di Miss Ungheria, contornata da uno smagliante sorriso spacca cuori. Fraseggi di chitarra e dolci note di pianoforte avviano un raffinato climax che apre le porte all'inciso, di poche parole ("hot night in Budapest") breve ma intenso grazie ad un perfetto intreccio di tastiera e chitarra acustica. In punta di piedi entrano in scena Gerry Conway e Dave Pegg, quasi timorosi di rompere l'idilliaca atmosfera, la sezione ritmica si muove con grazia e raffinatezza accompagnando per mano Ric Sanders, ospite d'onore prestato gentilmente dai Fairport Convention, che con un raffinato violino d'altri tempi spruzza una buona dose di malinconia che ci fa respirare l'affascinante atmosfera della suggestiva capitale ungherese bagnata dal Danubio. La ragazza, dava una mano nel back stage, mentre i nostri controllavano le attrezzature, rispolverando per l'occasione i mandolini. La presenza femminile fermava i cuori dei nostri e raffreddava le loro birre dice il nostro, il cui sguardo si perdeva nelle infinite e perfette gambe che sembravano di raso, in cerca delle sue mutandine. Nella strofa successiva troviamo una delle memorabili frasi d'impatto che solo la geniale mente di Ian Anderson può partorire "You could cut the heat, peel it back with the wrong side of a knife.( Potresti tagliare il calore, staccarlo con il lato sbagliato di un coltello.)", frase usata per descrivere la tempesta ormonale scatenata nel backstage dalla bellissima ragazza ungherese. La chitarra distorta di Martin Barre fa salire il brano, la sezione ritmica alza lievemente l'asticella, mentre con movimenti sensuali la bellissima amazzone dell'Est Europa si china per riempire la ghiacciaia con del vino bianco, mostrando tutte le sue grazie, il nostro la definisce una visione ultraterrena a cui sarà molto difficile dire addio. Al minuto 03:35 il basso di Dave Pegg pulsa come un cuore colpito dalla freccia sagittabonda di Cupido. Flauto e chitarra acustica dipingono certosini arabeschi che non sentivamo da tempo, aprendo le porte al Pifferaio Magico che torna ad incantarci con un classicheggiante assolo di flauto traverso che sul finire assume toni fiabeschi. La chitarra elettrica ne riprende la linea melodica continuando questo bellissimo interludio strumentale, dove fa capolino anche un ruggente organo Hammond. Nonostante il suo fisico provocatorio, ai nostri era ben chiaro che la ragazza non era di facili costumi, masticava poco la lingua di Shakespeare ed era molto riservata, ma sapeva fare ottimi panini e deliziare i nostri con dell'ottimo vino prima del concerto. Enigmatiche note di tastiera si intrecciano ad una spagnoleggiante chitarra acustica guarnite da raffinati virtuosismi della sezione ritmica, i nostri confezionano un altro momento musicale di gran classe. Anderson torna ad essere protagonista con il suo strumento preferito, dal flauto sembra uscire prepotentemente le parole "Ehi, sono tornato!". Il violino di Ric Sanders ritorna con tutta la sua malinconia, gli strazianti lamenti dello strumento di Paganini evidenziano tutto il rammarico che alberga nel cuore dei nostri al momento della partenza. Non riescono proprio a togliersi dalla testa quella bellissima figura femminile, figlia della bellezza e della perfezione, la vedono ovunque, ma purtroppo non sarà lei a servire la cena al gruppo dopo il concerto di Budapest, le sue bellissime gambe hanno imboccato una strada diversa, difficilmente i suoi bellissimi occhi ed il suo smagliante sorriso incontreranno nuovamente i nostri. Martin Barre fa piangere la sei corde annunciando il gran finale di questo memorabile brano che entrerà sicuramente nel cuore dei fan per rimanerci a lungo, proprio come la bellissima ragazza è entrata nei cuori dei nostri. Chapeau.

Mountain Men

L'ottima ed epica "Mountain Men (Uomini Di Montagna)" con i suoi sei minuti abbondanti ci porta nel bel mezzo delle affascinanti highlands scozzesi, terra natale di Ian Anderson a cui il nostro è ancora molto affezionato. Sognanti tastiere e soffusi sospiri del flauto danno vita ad una rilassante introduzione dai sentori new age. Martin Barre segue come un'ombra l'epica linea vocale di Ian Anderson, che ci porta negli affascinanti altopiani della Scozia, a detta di molti uno degli scenari più belli e suggestivi che ci può offrire Madre Natura. Una zona dalla bassissima densità della popolazione, dove i pochi abitanti, legati alle vecchie tradizioni gaeliche, continuano ad esercitare antiche professioni. Il narratore, che potrebbe essere lo stesso Anderson, ci presenta un pescatore di frodo accompagnato dalla figlia, mentre con il favore delle tenebre getta le sue reti, sfruttando la sola pallida luce lunare, senza ricorrere a luci artificiali che potrebbero attirare l'attenzione di ospiti indesiderati. A far compagnia a Dave Pegg ritroviamo Doane Perry, i due entrano in scena con decisione esaltando le straordinarie trame di chitarra di Mr. Barre, che è come il buon vino rosso, invecchiando migliora. Fra pittoresche scale all'unisono e mirabolanti corse sulle pelli, il narratore incontra i due pescatori lungo il litorale, il vecchio strizza l'occhio, quasi timoroso di essere stato scoperto, ma lo sconosciuto non è nessuno per negare ad altri di prendere qualche pesce, e si affianca a loro camminando arrivando fino allo stretto. Il vecchio pescatore e la figlia augurano buona fortuna allo sconosciuto, che è rimasto colpito dalla bellezza della ragazza (allegoricamente la bellezza della Scozia), ma aimè deve salire sulla nave che mestamente si allontana dalla costa, mentre dalla chiesetta riecheggiano i canti liturgici. La nave che si allontana lentamente dalla costa scozzese è una bellissima metafora che rappresenta quanto ancora Anderson sia attaccato alle tradizione della sua terra natale. Improvvisamente la batteria si stoppa, rimane uno sferragliante strumming di chitarra ricamato da pastosi glissati di basso ed un flauto che ci riporta indietro di qualche lustro. Doane Perry torna poi a guidare la locomotiva, traportando la chitarra elettrica ed il flauto traverso che si danno battaglia come due nemici sopra ai vagoni di un treno in corsa. Nella strofa successiva trasuda tutto il rammarico di Anderson di aver lasciato la Scozia, quando nel lontano 1959, per motivi di lavoro, la sua famiglia si trasferì in quel di Blackpool.  Si getta dalla metaforica nave, sperando che la marea lo riporti nella terra da dove e venuto, quella affascinante terra dove i montanari sono i re e dove il suono delle cornamuse conta più di tutto, come recita l'effimero inciso. Nella strofa successiva c'è spazio per i giovani scozzesi che sono stai costretti a lasciare la loro terra per andare in guerra, molti di loro purtroppo non sono potuti tornare al cospetto dei re delle montagne perché caduti ad El Alamein o nella sanguinosa battaglia delle Isole Falkland. Le epiche sonorità si alternano a improvvisi cambi di tempo, facendo da colonna sonora a profonde licenze poetiche che si danno il cambio con brevi escursioni soliste del flauto e della chitarra elettrica. Intorno al minuto numero cinque Martin Barre ruba la scena con un assolo che rasenta la perfezione, lasciando poi il campo ad un triste organo che annuncia l'ultima strofa e gli ultimi ritornelli che ci accompagnano verso l'epilogo, cantato tutto d'un fiato dal Cantastorie Scozzese che recita un'ultima poesia in omaggio alla fantastica Scozia, paragonando le highlands scozzesi all'Eden.

The Waking Edge

Su un ruvido tappeto d'organo si adagiano esotiche note di flauto e spagnoleggianti trame di chitarra acustica, confezionando la prolungata e bellissima introduzione che apre "The Waking Edge", brano che come si evince dal titolo ci porta nel misterioso mondo onirico, quando dopo un brusco risveglio si fatica a distinguere il sogno dalla realtà. Accompagnato da un pianoforte dal suono sintetico, Ian Anderson con la voce impastata di chi si è appena svegliato ci trasmette la strana sensazione che abbiamo appena svegliati, quando il sogno evapora velocemente, interrotto forse dal fastidioso suono di una sveglia, ma nei nostri occhi rimangono ancora vive le ultime immagini che hanno transitato nella nostra mente durante la fase REM, nella fattispecie una figura femminile, forse una vecchia fiamma che ancora il nostro rimpiange di non avere più a suo fianco nel letto. Il nostro fatica a riconoscere il sogno dalla realtà tento che le lenzuola accanto a lui sembrano ancora calde. Nello stralunato chorus Gerry Conway ci disorienta con un ritmo zoppicante, mentre Anderson desidererebbe poter controllare i suoi sogni, come se stesse guardando un film al videoregistratore e avesse il potere di mettere in pausa o riavvolgere il nastro. Nella strofa successiva, se pur non accreditato, potete sentire lo struggente violino di Ric Sanders che si affianca agli arabeschi della chitarra di Martin Barre. La misteriosa figura femminile compare anche nella stanza di un albergo, mentre il sole deve ancora sorgere l'ombra del sogno rimane ancora impressa negli occhi, sembra reale, tanto che il nostro tenta di afferrarla. Lo strambo inciso, a risentirlo ha delle reminiscenze Beatlesiane e conferma il desiderio di Anderson di poter controllare i propri sogni. Al minuto 03:39 Dave Pegg ci sorprende con un melanconico ma eccellente assolo di basso, ricamato sapientemente e con delicatezza dalla chitarra. La strofa finale ci mostra che avevo ben interpretato i desideri onirici di Anderson, che definisce il suo sogno ricorrente come una sorta di film privato, ma purtroppo la sua mente non è corredata di un tasto "repeat", evidenziando quanto sia affascinante ma allo stesso tempo complicato e misterioso il mondo dei sogni. In chiusura però il nostro riesce finalmente a distinguere il sogno dalla realtà, dopo un brusco risveglio che ha interrotto il suo sogno preferito, riesce a percepire che le lenzuola accanto a lui sono fredde. Abbiamo ascoltato la seconda bonus track che non era presente sull'edizione in vinile.

Raising Steam

La conclusiva "Raising Steam" è il brano più "elettronico" del platter, anche se è doveroso sottolineare che non ha niente a che vedere con il sound plastificato dell'album precedente. Un martellante tema ottantiano che fuoriesce dal Synclavier (un sintetizzatore - campionatore prodotto dalla New England Digital) duella con la chitarra per tutta la durata della canzone, i cui compiti ritmici sono affidati per la terza e spero ultima volta alla LinnDrum, potenziata dal deciso e pulsante basso di Dave Pegg. Subito in apertura i pensa Martin Lancelot Barre con grintosi accordi distorti hard e graffianti fraseggi a spolverare una buona dose di Rock'n'Roll, accompagnando una sbuffante locomotiva che ci riporta inevitabilmente agli anni settanta, mezzo usato metaforicamente per rappresentare in maniera allegorica una storia d'amore finita male. Con una serie di criptiche licenze poetiche, Anderson ci mostra una sua visione distorta di una storia d'amore, molto probabilmente di passaggio, vista la vita errante del protagonista. Pianure, neve e binari sono allusioni sessuali ben nascoste, consumate durante una relazione di coppia breve ma intensa. Andando avanti troviamo un altro collegamento con il glorioso passato, il Paroliere Scozzese parla della vita racchiusa in un sacco, immagine che si identifica con il più classico dei vagabondi, personaggio errante che vaga senza una meta ben precisa, con tutti i suoi averi racchiusi in un sacco portato sulle spalle tramite un bastone, e per il popolo Tulliano vagabondo fa rima con "Aqualung". La grintosa chitarra Gibbonsiana quasi annichilisce i futuristici suoni sparati da un Synclavier visibilmente in difficolta di fronte a cotanta potenza chitarristica che come una locomotiva a vapore giunge fino al cuore spezzato di una donna, spezzato però al pari di quello dell'uomo. Non si conoscono i motivi della relazione interrotta, ma sicuramente sappiamo che da entrambe le parti non se la passano bene. Poco prima di metà brano, Sir Barre spadroneggia con un assolo di chitarra che mixa perfettamente la durezza dell'hard rock con le vellutate note blue, tornando a fare l'occhiolino alle famose barbe di Houston. La battaglia impari fra chitarra e sintetizzatore continua anche nella seconda parte del brano, dove traspare una voglia da entrambe le parti di ricucire il rapporto, lo smagliante sorriso della ragazza è energia pura che alimenta la locomotiva dell'amore, troppo spesso le persone hanno fretta di concludere un viaggio, "Funny how the whole world, historically, feels the urge to chase the sun to rest." dice il nostro, facendoci intendere che sovente il viaggio è assai meglio della destinazione, riallacciandosi alle liriche della celebre e sempiterna "Locomotive Breath", sbuffante locomotiva che guida il treno della vita. Il prolungato finale è tutto per il Chitarrista Di Birmingham classe 1946, il nostro ricama brillantemente il ridondante "Raising Steam" di Anderson con un assolo ben assestato che sfuma molto lentamente in fader.

Conclusioni

Rispetto al suono asettico e plastificato del precedente album, i nostri fanno per chi scrive un enorme passo in avanti con questo sorprendente "Crest of A Knave", album capace di strappare dalle mani di James Hatfield e compagni un Grammy praticamente già vinto. Non si urla al capolavoro, ma brani come "Budapest" e "Farm on the Freeway" riaccendono senza ombra di dubbio quell'anima Tulliana che in molti credevamo persa. La cosa che più perplime di questo sedicesimo album in studio dei Tull è la fin troppa vicinanza alle suadenti sonorità dei Dire Straits. Passi per la voce di Anderson, reduce da un massacrante lavoro sul controverso "Under Wraps" e rispettivo tour, nonché da un delicato intervento alle corde vocali, ma non capisco come mai  talvolta anche Martin Barre (in forma smagliante tra l'altro) si diverta a scimmiottare lo stile chitarristico unico ed inconfondibile di Mark Knopfler, dando inevitabilmente da mangiare alle affamate bocche della critica che non ci hanno pensato due volte a sparare a zero sul nuovo sound Tulliano, sin troppo vicino a quello del combo fondato dai fratelli Knopfler. Chissà dove volevano andare a parare. Sicuramente questa sarebbe una cosa da chiedere ad Anderson se mai avessi la fortuna di poterlo intervistare. Comunque sia, soprassedendo su questa voluta o meno somiglianza sonora, riavere in mano un album dei Jethro Tull dove tornano ad essere protagonisti il flauto traverso e le chitarre è fonte di felicità per chi come me era rimasto letteralmente spiazzato dall'album precedente. Se pur con il contributo di sole due tracce, sono rimasto favorevolmente impressionato dal nuovo drummer Doane Perry, batterista poliedrico dallo stile anni'70 che ama far brillare il suo set di piatti e abile nei repentini cambi di tempo. Inutile dire che lontano da un'entità digitale, anche Dave Pegg ritorna ad altissimi livelli, spesso incisivo, il nostro ci delizia con una bellissima e sorprendente escursione solista. Finalmente i nostri tornano a ricevere due certificazioni di vendita, ottenendo il disco d'oro negli Stati Uniti e quello d'argento nel Regno Unito, dove raggiungono una più che soddisfacente diciannovesima posizione, mentre nel Nuovo Continente devono accontentarsi della posizione numero trentadue. Quindi è più che plausibile definire "Crest of A Knave" l'album della rinascita. Le registrazioni sono avvenute negli Home Studio di Ian Anderson durante la primavera del 1987, sotto la certosina produzione dello stesso Ian Anderson. La Chrysalis lo ha rilasciato l'11 Settembre del 1987 nel Vecchio Continente, mentre gli Stati Uniti hanno dovuto aspettare cinque ulteriori giorni. L'art work è opera di Andrew Stewart Jamieson artista britannico specializzato in araldica e miniature medievali. In effetti, il disegno non sfigurerebbe come stemma di una casata di Game Of Thrones. Si tratta di un vero e proprio araldo su sfondo giallo, rappresentante un fante con un vistoso pennacchio dalle sembianze corvine sopra l'elmo ed uno scudo bianco-blu con uno strano animale al centro, il tutto contornato dalle classiche decorazioni araldiche che spaziano fra il bianco, il blu ed il nero.  In alto il logo della band, in una nuova versione con un affascinante font. La parola "Jethro" è assai più piccola rispetto alla giganteggiante "Tull". All'interno troviamo la curiosa frase "Recorded just round the corner from the kitchen in the room behind the door which used to be painted white but isn't any more", che mette in luce cosa ci fosse un tempo al posto dello studio nella casa degli Anderson. Nel retro di copertina, oltre alla track list troviamo i nostri in atteggiamento pensieroso all'interno di un giardino ben curato. Tirando le somme, l'album più odiato dai fan dei Metallica si rivela un discreto lavoro che ci riconsegna i Tull che credevamo ormai persi. Sinceramente non trovo tutto questo clamore nel fatto che la voce del nostro amato Pifferaio Pazzo ed alcuni parti di chitarra siano molto simile al sound di Mark Knopfler, forse perché "Brothers In Arms" è stato il mio primo disco di rock acquistato. Sicuramente il fatto mi suscita curiosità, ma certamente non è la ragione per cui non possa apprezzare assolute perle Tulliane come "Farm on the Freeway" e "Budapest", brani per cui stravedo e che da soli valgono il prezzo del biglietto, portando l'intero album verso una alta valutazione. A tutti coloro che criticano questo album numero sedici dei nostri dico di andarsi a sentire il suo predecessore. A chi lo consiglio? A tutti! Se ha vinto il Grammy qualcosa di buono deve pur avere. Promosso.

1) Steel Monkey
2) Farm On The Freeway
3) Jump Start
4) Said She Was A Dancer
5) Dogs In The Midwinter
6) Budapest
7) Mountain Men
8) The Waking Edge
9) Raising Steam
correlati