JETHRO TULL

Catfish Rising

1991 - Chrysalis

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
10/09/2021
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

L'avvento di un nuovo decennio porta sempre una innata voglia di cambiamento che inevitabilmente si ripercuote sul mondo della musica, e la discografia dei Jethro Tull ne è un esempio lampante. I nostri sono passati dal rock blues degli esordi al progressive rock del primo scorcio degli anni '70, continuando poi con un interessantissimo ed azzeccato folk rock nella seconda metà della medesima decade, andando poi a contaminare il loro sound con tastiere futuristiche e sintetizzatori tipici degli anni'80. Ora con l'avvento degli anni '90, da Seattle stava avanzando minacciosamente il movimento grunge, ripercorrendo in qualche maniera i passi del punk di fine anni settanta. Il nuovo movimento metteva una gigantesca pietra sopra i sintetizzatori che avevano caratterizzato il decennio precedente, rispolverando il fascino e le sonorità degli albori del rock, proponendo un sound grezzo e spartano che vedeva l'uso di basso chitarra e batteria, dando vita a riff spesso ipnotici e ritornelli che trasudavano rabbia. Era impensabile che i Jethro Tull potessero sposare le idee ed i parametri imposti dal grunge, ma Anderson e soci dovevano comunque dare una svolta al loro sound, in modo da riuscire a cavalcare ancora quell'onda che si erano riconquistati meritatamente con "Crest Of A Knave". Molte delle precedenti composizioni erano state partorite con le tastiere, e Ian Anderson per dare una netta svolta compositiva iniziò a comporre nuovo materiale con chitarra acustica e mandolino, proprio come ai vecchi tempi, il tutto fra una data e l'altra del tour di supporto a "Rock Island. Le registrazioni si tennero presso gli studi casalinghi di Anderson, che per la svolta del sound decise ancora una volta di cambiare tastierista, cercando uno strumentista in grado di suonare pianoforte e organo piuttosto che i sintetizzatori, in modo da riavvicinarsi al sound del passato. Il primo a presentarsi alle audizioni in studio fu John Bundrick, "The Rabbit" per gli amici. Nato a Huston il 21 Novembre del 1948, ha un curriculum di tutto rispetto, dove spiccano illustri collaborazioni con gli Who, Bob Marley, Roger Waters ed i Free oltre aver dato un grosso contributo alla realizzazione della colonna sonora del celeberrimo The Rocky Horror Picture Show. Il nuovo arrivato registrò quattro tracce in studio con i Tull, ma solo "Sleeping With The Dog" finì sul nuovo album intitolato Catfish Rising (L'Ascesa Del Pesce Gatto). Agli inizi del 1990, nuove specie alloctone di pesce gatto, fra i quali il devastante siluro, iniziarono a popolare le acque dolci di tutta Europa, causando seri danni ambientali alla fauna ittica, ma nelle acque del Mississippi il pesce gatto è da sempre una delle specie ittiche più popolose, e dal delta del terzo fiume più grande del Mondo è nato quel blues che i nostri hanno sposato agli albori della loro carriera, inoltre, spesso l'immagine del pesce gatto veniva usata dai musicisti blues afroamericani e citata nelle liriche (B.B. King "Catfish Blues"); ecco che  la rinascita del pesce gatto simboleggia il ritorno al blues delle origini da parte dei nostri. Già che siamo in tema, vi svelo due altre piccole curiosità relative al simpatico pesce appartenente alla famiglia delle Ictaluridae: spostandosi verso oriente, scopriamo che il pesce gatto è un animale che simboleggia la negatività, infatti nella tradizione mitologica giapponese il Namazu è un'enorme pesce gatto che vive nel fango sotto le viscere della Terra, in grado di causare violente scosse di terremoto agitando la coda. Nel mondo dei tattoo invece, il pesce gatto simboleggia la diversità rispetto alle apparenze. Ma torniamo al capitolo tastieristi, evidentemente The Rabbit non era il profilo giusto cercato da Ian Anderson, il quale cercò di rifugiarsi in corner richiamando il redivivo Peter John Vettese, che preso dai suoi impegni di produzione, declinò gentilmente l'offerta, segnalando però un papabile profilo di sua conoscenza. Purtroppo anche Foss Patterson nonostante lo sponsor, ebbe vita breve con i Tull. Il tastierista scozzese, nato ad Edimburgo il 19 Luglio del 1955, che vanta collaborazioni con Fish ed i Camel, dette il contributo su una sola traccia del nuovo album, anche se è doveroso dire che "White Innocence" è uno dei pochi momenti brillanti dell'intero platter. In difficoltà nel reperire un tastierista, Ian Anderson mise un annuncio anonimo, dove una band di basso profilo cercava musicisti per completare l'organico. All'annuncio risposero però due batteristi, uno era Scott Hunter, nato a Romford nel 1956, che alla fin fine riuscì a suonare su una traccia dell'album, l'altro era Steve Jackson, che inviò un nastro della sua band, The Case. Ascoltandolo, Anderson anzichenò dalle prestazioni del drummer fu colpito dal tastierista, un certo Andrew Giddings, che non tardò a contattare. Nato a Pembury il 10 Luglio del 1963, Andrew iniziò a suonare il pianoforte in tenera età, spinto dal volere di sua madre. Nel suo curriculum figurano solo band minori, con un passaggio sfumato all'ultimo con i Cutting Crew, una delle tante meteore degli anni'80. Il nuovo arrivato suonò su tre tracce, ma il tempo ci dirà che rimarrà a lungo all'interno dei Tull. Ma gli ospiti presenti sull'album numero diciotto dei Jethro Tull non finiscono qui. Dave Pegg iniziava ad accusare il fatto di suonare contemporaneamente in due band, inoltre aveva allestito uno studio di registrazione ed una propria etichetta discografica. Per tamponare le sue assenze il buon Dave optò per la soluzione interna, coinvolgendo suo figlio Matt, nato il 27 Marzo del 1971, che aveva suonato come spalla ai Jethro Tull con gli It Bites nel 1989. Matt registrò tre tracce presenti sul nuovo album. Nei crediti, con una buona dose d'ironia, come bassista ufficiale viene accreditato Dave Pegg, eccetto sulle tracce dove non era presente perché "si stava lavando i capelli". Matt invece veniva accreditato come ospite su tre tracce, "quando il padre si stava lavando i capelli". Ovviamente tutti voi ricorderanno che il buon Dave è calvo. Evidentemente Namazu con un colpo di coda aveva scatenato un terremoto all'interno della band, mai così instabile come in questo ultimo scorcio di carriera. Il risultato fu l'ennesimo album senza infamia e senza lode, con qualche buona traccia contornata da molte canzoni destinate a finire nel dimenticatoio. Ian Anderson ha dichiarato di aver inciso da solo gran parte dell'album, chiamando poi Martin Barre e Dave Pegg per le sovraincisioni di chitarra e basso. La versione in CD che ho tra le mani prevede ben 13 tracce per oltre un'ora di musica, contro i quasi 43 minuti delle 10 canzoni che vanno a comporre il vinile. Le tre tracce in più che incontreremo durante l'ascolto del CD sono: "Sleeping with the Dog", l'ottima "White Innocence" e la conclusiva "When Jesus Came to Play" Il suono cupo e la lunga track list rendono il disco in studio numero diciotto molto meno appetibile dei due suoi predecessori. Ma andiamo dunque ad ascoltare questo nuovo album dei Jethro Tull, che segna un ritorno al blues delle origini e che comunque sia, sono sulla cresta dell'onda da oltre quattro lustri, disposti a cavalcarla ancora per un po' di tempo

This Is Not Love

I nostri sparano subito una delle loro migliori cartucce, This Is Not Love (Questo Non E' Amore) un accattivante e trascinante brano hard rock contaminato piacevolmente dal blues che punta su ammalianti linee vocali e taglienti spifferate. Anderson torna nuovamente a trattare una storia d'amore finita male, ovviamente secondo la sua distorta visione. E' Doane Perry ad aprire le danze con una decisa corsa sul rullante richiamando a se Martin Barre, che stavolta spara dalla sua ascia un'interessante riff che ci entra subito in testa, valorizzati dai ricami del flauto. A completare la sezione ritmica troviamo il figlio d'arte Matt Pegg, che devo dire offre una prestazione di alto livello con un martellante giro di basso guarnito da funamboliche e pungenti scale. Andy Giddings si rivela un'ottima scelta, il suo vetusto organo si sposa alla perfezione con i grintosi accordi della chitarra elettrica, rispolverando le vecchie sonorità della band. Anderson dipinge uno dei suoi memorabili quadretti d'autore, lo scenario è un albergo economico ubicato in una deprimente località balneare in Inverno, scelto da una coppia in crisi per tentare di risanare un rapporto ormai destinato a finire. Il vento ulula come un licantropo dinnanzi alla Luna piena, mentre un temporale rende il tutto ancora più triste. La coppia, che in passato aveva vissuto bellissimi momenti durante l'Estate precedente nel medesimo albergo, tenta di risanare il rapporto, ma è impossibile rivivere gli spensierati momenti estivi in una triste serata autunnale. La linea vocale del bridge ci conquista all'istante, preparandoci all'ottimo chorus che adagiandosi sopra un vellutato tappeto di organo, con una buona dose di cinismo recita "and how come you know better than me that this is not love. No, this is not love. (e come mai lo sai meglio di me? che questo non è amore. No, questo non è amore.)" Un effimero interludio strumentale dove troviamo un'ottima escursione alle quattro corde, ospita un tagliente flauto traverso che ci rimanda poi alla strofa, dove i bei ricordi della coppia sono identificati come cartoline appese nei negozi deserti, cartoline che illustrano spiagge innaffiate dal Sole e le acque azzurre e cristalline del mare. Le belle passeggiate sulla spiaggia sono state spazzate via dalla canzone di Ottobre, dice il nostro, andando a cercare sempre certosine licenze poetiche, mentre un albero sferzato dal vento si china per curiosare cosa stanno facendo gli unici ospiti dell'albergo. Una versione estesa dell'inciso con i ruggiti dell'organo e i grintosi accordi della chitarra anticipa un altro interessante interludio strumentale, che vede sempre il flauto protagonista. A seguire troviamo un interessante assolo di chitarra, ben studiato e eseguito in maniera impeccabile da un ritrovato Marin Barre. Dalla finestra che dà a sud, la coppia riesce ad intravedere la loro abitazione, contornata dai tristi pennacchi fumosi delle ciminiere, un nido d'ape in cemento dove purtroppo ha iniziato a logorarsi il loro rapporto d'amore, rapporto che è impensabile si possa risanare, ritornare dove tutto è iniziato è una cura palliativa con la quale i due cercano di addolcire l'amaro epilogo. In chiusura troviamo un secondo assolo di chitarra, Martin Barre fa piangere la sei corde, tamponato dal prepotente tappeto di doppia cassa che velocemente si consuma in fader, come velocemente si è consumata la storia d'amore dei due protagonisti. Il 5 Agosto del 1989 il brano è stato lanciato come singolo.

Occasional Demons

Purtroppo si scende qualitativamente con la successiva Occasional Demons (Demoni Occasionali), un modesto rock blues che rievoca le calde sonorità del southern rock degli Stati Uniti. La chitarra di Martin Barre strizza nuovamente l'occhio alle famose lunghe barbe di Houston, intrecciandosi con una sei corde acustica dal suono cristallino. Sin dalla notte dei tempi l'essere umano è stato accompagnato da demoni tentatori, demoni che prima o poi si ripresentano per saldare il conto. Anderson dipinge il demone come una gigantesca gru a bandiera che inesorabilmente è venuta a reclamare la propria parcella, accompagnata da serpenti che muovendosi fra i caldi accordi sparati dalla chitarra, strisciano fra i piedi con l'intento di farti inciampare. Il demone può assumere qualsiasi forma animale, uno spietato mutaforma che sfrutta i suoi poteri per venire a riscuotere il debito. Nel breve e scialbo inciso, Anderson con voce luciferina ripete più volte "Occasional Demons", sinceramente siamo abituati a ben altri ritornelli. La strofa successiva musicalmente si sposta verso lidi più hard, stavolta il demone è andato a far visita in un lussuoso appartamento arredato con i migliori confort del momento, compreso un lettore CD, che proprio fra la fine degli anni'80 e gli inizi degli anni'90 iniziava prepotentemente a prendere piega, rendendo momentaneamente obsoleto il vinile. Il demone promette che lascerà intatto lo stereo, ma per l'ora del the avrà preso l'anima del malcapitato, che sicuramente viveva nel benessere dopo aver stretto un indelebile patto con il Demonio. Rimando in ambito di musica blues e demoni, una leggenda narra che Robert L.Johnson, uno dei più famosi chitarristi del delta blues del Mississippi, avesse stretto un patto col Diavolo vendendogli la sua anima in cambio della capacità di suonare la chitarra come nessun altro. In effetti, molti erano pronti a giurare che l'incredibile abilità con la sei corde si fosse manifestata da un giorno all'altro. Ad infittire il mistero ci fu la sua improvvisa morte avvenuta in circostanze misteriose il 16 agosto 1938 a Greenwood, quando Johnson aveva solamente 27 anni, anticipando di qualche lustro un'altra leggenda, la maledizione del J27, ovvero le star del rock morte a 27 anni il cui nome o cognome conteneva la lettera J. Un intermezzo strumentale che vede protagonisti Dave Pegg e Doane Perry ospita un indemoniato assolo di flauto che successivamente cede lo scettro alla chitarra elettrica. Nella strofa finale l'anima ambientalista di Anderson fa salire dalle viscere dell'Inferno uno dei più terribili demoni, quello del progresso e dell'industrializzazione, un cancro di cemento che divora porzioni di verde. Le tristi ciminiere con le loro eruttazioni nere in cambio reclamano qualche anno di vita agli essere umani, mentre i ricchi industriali se la spassano nei migliori ristoranti delle città. Nella ridondante coda, taglienti spifferate si mixano alla luciferina voce di Anderson che saluta i suoi demoni occasionali.

Roll Yer Own

Il mandolino apre Roll Yer Own, brano che ci porta sulle assolate rive del Mississippi, uno scolastico e fin troppo classico rhythm and blues che musicalmente ha poco da dire e che per quanto mi riguarda avrei anche fatto a meno di ascoltare. Per rendere il tutto più "old school", la sezione ritmica si affida alle spazzole e al contrabbasso sposandosi alla perfezione con le calde note della chitarra e del mandolino. Ma come spesso accade in una canzone dei Tull, le sorprese si celano tra le righe del testo. Io mi sono fatto una idea personale su quello a cui intendere alludere con sarcasmo il Paroliere Scozzese, se pur in maniera velata e senza la benché minima traccia di volgarità,  Se il titolo fosse stato "Roll Your Own" staremmo a parlare di sigarette fatte in casa con tabacco sfuso e cartina. Ma quel buontempone di Anderson ha sostituito "Your" con "Yer", e se consideriamo che nello slang più stretto la parola roll ha a che fare con il sesso, il discorso cambia. Già dalle prime righe mi si è accesa una lampadina nella mia testa, con classe e disinvoltura il nostro si rivolge ad una ragazza, che non se l'è sentita di concludere col botto una serata con un amico del bernesco Anderson, che quasi stizzito, invita la ragazza a provvedere da sola a soddisfare i propri piaceri sessuali, quando avrà bisogno di rilassarsi. Fra il più classico dei wall of sound blues, continuano le frecciatine: "And if you don't get enough of that electric love don't try to get by, roll yer own, roll it when there's no-one listening (E se non ne hai abbastanza di quell'amore elettrico, non cercare di tirare avanti, fallo da sola, fallo quando non c'è nessuno in ascolto)". Mi sembra chiaro e cristallino il riferimento ad uno degli stimolatori erotici elettrici più famosi del Mondo. Dopo un effimero assolo di chitarra che non lascia il segno, un prolungato e abbastanza scolastico assolo di flauto spezza in due il brano. Con il ritorno delle calde note blue ritornano anche le sottili allusioni sessuali. Il nostro invita nuovamente la ragazza a stimolarsi manualmente, meglio se di notte quando in TV vanno in onda le repliche e quando i gatti in amore ululano sotto il chiarore della Luna piena. La ciliegina sulla torta quel buontempone di Ian la mette sulle righe conclusive: "Roll yer own: you got to hit that spot (Fai il tuo: devi colpire quel punto)", anche in questo caso mi sembra più che lapalissiano il riferimento al leggendario punto Gräfenberg, l'apice del piacere femminile. Le sinuose note del contrabbasso di Dave Pegg ci accompagnano verso l'agognata conclusione, che i nostri ci fanno ulteriormente sospirare con uno scontatissimo falso finale. La mia atavica avversione verso il blues mi fa bocciare a pieno a canzone, nonostante celi delle liriche divertenti.

Rocks On The Road

Decisamente meglio la successiva Rocks On The Road, brano articolato e ben strutturato con interessantissimi spunti strumentali. Le rocce in questione sono quelle che quotidianamente troviamo sul cammino della vita, rocce che possono essere più o meno grandi, più o meno difficili da superare. Il protagonista è un commesso viaggiatore che si sposta da una città all'altra, incontrando una serie di ostacoli che gli rendono la vita difficile. Una chitarra acustica dai sentori country colora il quadretto iniziale dipinto dal Paroliere Scozzese, dove troviamo un bellissimo esemplare di gatto nero su una banchina, i cui occhi verdi brillano di fronte alle luci di una nave di passaggio. A differenza dell'Italia e di molti altri paesi, dove è simbolo di sfortuna o addirittura viene associato al Diavolo, nel Regno Unito l'elegante felino dal manto tenebroso è simbolo di fortuna e prosperità, arrivando ad essere considerato sacro nella mitologia egizia. Anderson di certo non lo ha messo lì per caso, che porti fortuna o sfortuna, rappresenta sempre una casella degli imprevisti nel duro e tortuoso cammino della vita. Andando avanti incontriamo due giovani agenti di polizia che se le danno di santa ragione per chissà quale motivo, loro sanno come ferire senza lasciar segno, puntualizza Anderson con una buona vena di polemica verso le forze dell'ordine britanniche (e non è la prima volta ndr), mentre il fantasma di Mark Knopfler torna ad aleggiare dietro alle sue spalle. I sonagli del piattello (non suonato da Doane Perry, come puntualizzato nei crediti) e i vellutati ricami della chitarra elettrica di Martin Barre fanno crescere lentamente il brano, la telecamera si sposta verso un buio bar di un albergo, dove il rappresentante si appresta a bere l'ultimo drink della giornata, mentre il titolare è intento ad eseguire i rituali di chiusura per poi andarsi a riposare. Per entrambi, l'indomani ad attenderli ci sarà un'altra tediosa e dura giornata di lavoro. In questo caso, le rocce sulla strada rappresentano la monotonia delle giornate di lavoro che quotidianamente succhiano l'essenza della vita. Con classe e delicatezza Matt Pegg e Doane Perry danno vita ad un bel climax, che culmina con uno struggente pad di tastiera steso dal nuovo arrivato Andy Giddings, che ci porta in una rumorosa notte metropolitana, dove lo sfortunato venditore non riesce a chiudere occhio, disturbato dai rumori selvaggi della città e da un'auto di ragazzini scalmanati che stanno cercando una rissa. Il brano è ormai decollato, spinto dai vigorosi colpi della sezione ritmica, Ian Anderson si diverte a completare il mosaico con dei piccoli imprevisti che quotidianamente tediano il commesso viaggiatore, che stavolta si era svegliato con buoni propositi, immediatamente spazzati via dai capricci dell'impianto idraulico che alterna l'acqua fredda a quella calda durante ula doccia mattutina, lampante segnale che annuncia una giornata negativa. "Life's a bitch" sottolinea con disappunto Anderson, aggiungendo alla categoria delle "Rocks on the road" le bollette da pagare o le follie della sera precedente che hanno alleggerito non poco il portafoglio. Per fortuna, dopo una serie di negatività, troviamo la voglia di dare una svolta positiva alla vita, bisogna trovare la forza di spostare le rocce che troviamo davanti al nostro cammino e trovare una strada fruttuosa che dia nuova linfa alla nostra vita. Al minuto 02:32 Andy Giddings cattura la nostra attenzione con un bellissimo passaggio di tastiera che ci arriva dritto al cuore. E' un segnale positivo che si fa largo in un mare di negatività che quotidianamente rovinano le giornate. Un po' di buona musica può scacciare via tutto? Si chiede Anderson, dando via ad un fantastico interludio strumentale dove i nostri passano con una naturalezza disarmante dal progressive alla fusion, passando per il jazz attraverso raffinatissimi virtuosismi; i vellutati sospiri del flauto si intrecciano con le sinuose note del basso, andando poi a sposare le suadenti trame della chitarra e gli stralunati accordi del pianoforte, seguendo il soffuso suono delle spazzole usate da Mr. Perry che gradualmente fa crescere il brano con classe, portandoci alla strofa conclusiva, che non è altro che la prima, rivisitata in maniera più brillante, con il triste pad di tastiera che ci accompagna per un ultimo sussulto strumentale, dove la chitarra elettrica ed il flauto sembrano piangere di fronte ai troppi ostacoli che incontriamo quotidianamente nella vita. La buona musica spesso può alleviare le nostre giornate nere. Il 9 Marzo del 1992, una versione remix del brano fu pubblicata come ultimo singolo estratto dal platter.

Sparrow On The Schoolyard Wall

Se non fosse per l'eccessiva assonanza con l'inconfondibile stile marchiato Dire Straits, Sparrow On The Schoolyard Wall (Passero Sul Muro Del Cortile Della Scuola) non sarebbe una canzone da buttare, iniziata dallo One Man Music di Dunfermline con un ruvido tappeto di organo che ospita una scolastica trama di flauto. A dare il là ci pensa Dave Pegg, con una pungente scala di basso, continuando poi tenere in piedi il brano con una convincente performance alle quattro corde, rafforzato da uno strumming di chitarra acustica ed impreziosito dai pregevoli ricami di Martin Barre, un bel wall of sound, ma sembra di ascoltare "Sultans Of Swing Part Two". Con una linea vocale epica ma Knopfleriana Ian Anderson tenta di spronare gli studenti modello, ossia i cosiddetti secchioni a dare una svolta alla loro vita, li paragona ad un passerotto indifeso che sonnecchia sul muretto della scuola, quando in torno girano pericolosi esemplari di uccelli rapaci. Non che il nostro gli inviti da mollare gli studi, ma vuole evitare che diventino degli anonimi topi da biblioteca, gli esorta ad esplorare il mondo, a provare nuove sensazioni, ad assaporare le mille essenze della vita. Basta poco per divertirsi, un giro in auto con gli amici dice il nostro prima del chorus dove emerge un bel tappeto di organo che evidenzia il consiglio da parte di uno che la vita ha saputo godersela in maniera intelligente, senza cadere negli eccessi e negli abusi in cui cade la stragrande maggioranza delle rock star. Anderson esorta i passeri indifesi ad uscire dal loro nido, gli esorta a spiccare il primo volo prima di cadere a terra ed evitare che si trasformino in anonimi nerd. Il brillante wall of sound made in Dire Straits continua nella seconda strofa, dove emergono altri consigli, come un look più aggressivo ed una camminata più importante, sottolineando che non c'è nulla di sbagliato ad essere un passero, ma a volte bisogna saper prendere le sembianze di uno sparviero. Una soluzione ottimale potrebbe essere quella di dedicarsi allo studio durante il giorno e divertirsi con gli amici alla sera, cercando di acquisire l'istinto predatorio del branco. Dopo un inciso a giri ridotti il brano sale di un tono, con saggezza Anderson sottolinea che non vuole essere né un padre né un demone tentatore, non è una sorta di Pifferaio di Hamelin che vuole trascinare i giovani passerotti sulla via del peccato, è solo un musicista che suona il suo mandolino per diffondere i suoi messaggi. Nell'ultima strofa continuano i consigli, non vi è niente di sbagliato nell'aver voglia di imparare dai libri, basta avere una buona dose di giudizio e saper bilanciale il piacere con il dovere, troppo brodo può rovinare il risultato finale di un buon piatto. Basta saper trovare il momento giusto per spiccare il primo volo ed iniziare a farsi gli anticorpi in modo da poter superare in maniera brillante le innumerevoli rocce che si presenteranno nel tortuoso ed ispido cammino della vita. Il brano sembra giungere all'epilogo, ma dal tappeto di organo iniziano lentamente a risalire gli strumenti che esplodono poi in un funambolico assolo di chitarra. Per fortuna Mr. Barre ha il buon senso di discostarsi decisamente dalle sonorità Knopfleriane dando vita ad un bellissimo intreccio fra chitarra e flauto traverso che lentamente va a sfumare in fader.

Thinking Round Corners

Nonostante i primi secondi che rievocano il folk rock di qualche lustro fa, la successiva Thinking Round Corners (Pensando Agli Angoli Arrotondati) si candida a peggior canzone dell'intero repertorio Tulliano, ed insieme ad altre 3 - 4 tracce, se non fosse stata inclusa nella track list avrebbe reso più snello e meno pesante l'ascolto del platter. Musicalmente il brano rievoca atmosfere country, trasportandoci nel bel mezzo di un saloon del vecchio Far West. L'irritante cantato caprino di Ian Anderson ci propone delle liriche divertenti e strampalate ed aggiungerei alquanto criptiche, liriche che si prestano, come del resto gran parte dei testi dell'intero album, a molteplici interpretazioni. Le note del mandolino si intrecciano con le chitarre e lo zoppicante basso di Dave Pegg, seguendo l'insolita ritmica di Mr. Perry. Il Paroliere Scozzese ci inviata a pensare fuori dagli schemi, è più che lapalissiano che non esistono angoli arrotondati, ergo il nostro ci invita a non pensare in maniera lineare e ad aggirare gli ostacoli. La notte, per chi ha difficoltà a trovare il sonno è l'ambiente ideale per riflettere, magari cercando di dare spiegazioni a dei frammenti di sogno che ci sono rimasti impressi. Difficile invece dare un senso alla frase "Let's go in wet corridors: dive down drains. (Andiamo nei corridoi bagnati: tuffiamoci negli scarichi.)"; conoscendo Anderson tra le righe potrebbero celarsi delle velate allusioni sessuali. Lo stacchetto strumentale con il flauto protagonista che troviamo fra una strofa e l'altra è l'unica cosa "accettabile" del brano. Di difficile interpretazione la strofa successiva, fra licenze poetiche incomprensibili emerge un gesto fedifrago. Successivamente le liriche si spostano verso le tradizioni popolari, vengono citati i carnevali ma soprattutto quei riti druidici che ci avevano incantato su "Song From The Wood" come l'albero di Maggio. Per fortuna i versi caprini di Anderson vengono momentaneamente cancellati da un breve ma conciso assolo di chitarra, le cui sonorità hard'n'heavy stonano con il resto del brano. Liricamente, le varie strofe non sembrano avere legami fra di loro, stavolta il nostro spende due parole sull'invasore bianco che ha sconvolto la vita dei nativi americani, andando poi a scomodare un'atavica filastrocca in rima per bambini in uso nelle scuole materne inglesi, intitolata "Jack e Jill" e risalente al diciottesimo secolo. Nella tradizione inglese il termine "Jack e Jill" viene usato dalla notte dei tempi per indicare un giovane coppia. Nella strofa conclusiva il nostro evidenza i lussi non necessari, come il whisky o i gioielli d'oro, spesso bramati dalle signore come se fossero delle gazze ladre in cerca di qualcosa di luccicante. E' stata dura ma siamo arrivati se pur a fatica all'epilogo di questo brano dalle liriche stralunate e che verrà ricordato solo per insopportabile belato di Anderson durante l'inciso. Se non avete mai premuto il tasto skip durante l'ascolto di un disco dei Jethro Tull, questo è il momento giusto.

Still Loving You Tonight

Si continua con Still Loving You Tonight (Ti Amo Ancora Stanotte) una fin troppo melensa e triste ballata rock blues d'altri tempi che tratta la difficoltà che si trova nel chiudere una storia d'amore. Al basso ritroviamo Matt Pegg, che zitto zitto si è ritrovato a suonare su tutti e tre i singoli estratti dall'album, mentre alla batteria, se pur non accreditato, troviamo lo Scott Hunter che aveva risposto all'annuncio anonimo messo dalla band quando stavano cercando un tastierista. Per la cronaca il brano fu rilasciato come singolo il 15 Settembre del 1991. Il basso pompa, seguendo la batteria nel più classico dei tempi blues, mentre le tristi note della chitarra ricamano i disperati versi che provengono da un cuore infranto. La fine del rapporto amoroso non è stata digerita dalla parte maschile, che nonostante una evidente rottura, precisa che continuerà ad amarla ancora, nella sua prima notte da cuore solitario. Prima di andarsene, oltre alla chiave di casa, ha lasciato anche un mazzo di fiori sul tavolo, un segnale di speranza che evidenzia la volontà di riportare la situazione alla normalità. L'inciso è stranamente strumentale, Martin Barre ci cattura con un tema melodico scolastico e fin troppo perfetto, seguito sottovoce da Ian Anderson che ne segue i passi in maniera omofona. Questa triste e melanconica sequenza di note mi ha ricordato istintivamente qualcosa di già sentito nelle vecchie canzoni popolari della musica italiana, ma sinceramente non riesco a decifrare alla perfezione di cosa si tratti. Nella strofa successiva, l'innamorato con il telefono in mano è titubante, il cuore gli dice di richiamare, il cervello non è però convinto di imboccare quella strada. Sul cammino verso la sua ex ci sono montagne invalicabili che rendono impossibile una ricongiunzione, nonostante lui la ami ancora. Martin Barre si diverte nuovamente con la scolastica melodia che poi sfocia nel più classico degli assolo blues. Un vetusto tappeto di organo cosparge un po' di peperoncino sulla strofa finale, anche la linea vocale di Anderson trasuda rabbia e si fa più grintosa, ma il nostro gira sempre sui soliti discorsi, sposando in pieno la monotonia del brano. Non ancora convinto di chiudere la relazione chiede se esiste al Mondo qualcosa che possa fare per tornare ad essere quella coppia felice di un tempo. Il brano ha già detto tutto quel poco che aveva da dire, sia musicalmente che liricamente, ma Mr. Lancelot Barre, forse entusiasta del suo melodico e mellifluo riff di chitarra, continua a tediarci fino alla fine con la sua sei corde, ricordandoci lente ballate da balera. I più scettici possono tranquillamente passare oltre.

Doctor To My Disease

Sicuramente meglio (ci vuole poco) Doctor To My Disease, un brillante rock and roll, che se pur semplice e non trascendentale, riesce a spazzar via tutta la melensa assaporata con il brano precedente. Un brillante riff di chitarra si adagia su un vetusto tappeto di organo steso da Andy Giddings e si lascia trasportare dall'ottimo e pungente giro di basso sparato da Mr. Pegg Senior che invita Doane Perry ad accelerare i tempi rispetto agli standard dell'album. Carina anche la trascinante linea vocale con cui Ian Anderson sembra dare seguito alle liriche del brano precedente. Non vuole che si giochi al dottore per provare a curare il suo cuore infranto, spezzato in due da una storia d'amore che evidentemente non è andata a buon fine. Il nostro parla in prima persona, ma è ovvio che prenda il testimone per tutti quegli uomini che sono stati piantati in asso dalla morosa. In passato è stato curato per depressione, per i dolori della crescita, per delle strane allucinazioni, ma in tutti questi casi, con il tempo la medicina ha saputo porre rimedio a tutto, ma non esiste medicina capace di sanare un cuore infranto. Nel chorus emerge l'azzeccato incrocio delle funamboliche scale sparate dalla chitarra e dal basso, Anderson precisa che un cuore malato d'amore non lo si può curare, si può avere un momentaneo leggero sollievo, ma non si può giocare al dottore cercando di curare una delusione d'amore. Se pur in maniera sporadica, di tanto in tanto ritroviamo qualche spifferata a colorare il potente wall of sound; devo dire che in questo l'album il flauto traverso è stato lasciato troppo in disparte. Trascinato dalla sbuffante locomotiva guidata dalla sezione ritmica, con le sue solite licenze poetiche il nostro continua con l'ottima linea vocale senza prendere fiato. Come un distorsore snatura il suono della chitarra di Mr. Barre, la fine della storia d'amore ha mandato il cuore in overdrive, la donna che prima lo eccitava con estrema facilità lo ha abbattuto in maniera irreparabile. Non esiste dottore che possa curare il suo cuore. Dave Pegg fa un grande lavoro alle quattro corde aprendo la strada ad un luciferino e Kirkiano assolo di flauto che abbiamo atteso fin troppo, un assolo dove finalmente riconosciamo il nostro amato Pifferaio Pazzo, che cede poi lo scettro a Martin Barre il quale si fa distinguere con una serie di note caustiche e stridule che ci portano alle battute conclusive del brano. "Do you have to break my engine, so you can fix it up again? Devi rompere il mio motore per aggiustarlo di nuovo?" si chiede Anderson dopo la pesante scottatura presa, il suo cuore è fuori fase come una radio che fatica a sintonizzarsi su un canale. E' inutile giocare al dottore con un cuore malato d'amore ribadisce il nostro. Dopo un ultimo inciso a bpm ridotti, i nostri ripartono in quarta per il gran finale, le note del basso e della chitarra si intrecciano con le taglienti spifferate trasportate dal tappeto volante guidato da Mr. Giddings.

Like A Tall Thin Girl

Like A Tall Thin Girl (Come Una Ragazza Alta E Magra) parla di una cameriera di un ristorante indiano ubicato nella celeberrima Baker Street di cui si era invaghito Doane Perry. L'intreccio fra la chitarra ed il mandolino rievocano profumi d'oriente, come sempre i nostri sono abili a collegare la musica con le liriche, e stavolta ci portano all'interno di un ristorante indiano londinese. Con umiltà Ian Anderson sottolinea che non ama cenare fuori nei costosi ristoranti della Perfida Albione, si accontenta di un semplice take away, meglio se si tratta di un Vindaloo, un rinomato e saporito curry della cucina indiana. Più volte il nostro ha dedicato spazio nelle sue liriche ai profumi ed ai colori della cucina tipica indiana. Ma torniamo nei pressi del ristorante, durante l'attesa, Doane Perry intravede nella cucina una snella ed attraente figura femminile che gli riempie subito l'occhio e non solo. Era una ragazza alta e magra canta con una buona dose di ironia Anderson nell'inciso, mentre la cameriera in maniera sensuale si stava avvicinando chiedendo "di chi è questo take away?". Alla domanda dell'avvenente cameriera, il viso del robusto Batterista Americano diventò rosso come un peperoncino piccante, mentre nella sua mente si stavano materializzando pensieri a dir poco lussuriosi. Sembra che Anderson sia stato molto divertito da questa situazione, si deduce da come sottolinea in maniera irridente e con un tono caprino gli atteggiamenti ed i pensieri del buon Perry. Musicalmente il brano prosegue senza particolari sussulti, mantenendo le sue atmosfere esotiche, interrotte in qua e là da brevi accordi distorti sparati da Mr. Barre e da qualche tagliente spifferata. Intorno alla metà del brano incontriamo un interludio strumentale dove il mandolino ed il flauto traverso si prendono una meritata dose di gloria. Nella strofa conclusiva, il nostro chiama amichevolmente "Big boy Doane" il batterista innamorato, precisando che odia suonare il tamburello, come evidenziato nei crediti nell'album con un esplicito "Doane Perry Drums, Absolutely no tambourine", definendolo un madras dietro alle pelli. Il madras è un pregiato tessuto tipico della Scozia, dai colori brillanti e vivaci che caratterizzano l'inconfondibile design scozzese a quadri. L'appellativo Madras ha origini indiane, prende il nome dall'antica nomenclatura della città indiana di Chennai, che fino al 1996 si chiamava appunto Madras. E proprio per questo il Paroliere Scozzese lo ha inserito in un testo dove la location principale è un ristorante indiano. In conclusione, da vero marpione, Ian Anderson si domanda se mai l'avvenente cameriera del ristorante indiano avesse una sorella più o meno graziosa quanto lei, per organizzare un'uscita a quattro.  L'irridente chorus ci accompagna poi lentamente verso l'epilogo. Un brano che fatta eccezione per le divertenti liriche, è destinato a far compagnia nel dimenticatoio insieme ad un'altra manciata di tracce del platter.

White Innocence

White Innocence (Innocenza Bianca) è senza ombra di dubbio uno dei momenti migliori dell'album, un brano che si discosta in maniera drastica dallo stile blues rock che predomina su tutto l'album, avvicinandosi molto alle suadenti atmosfere di "Once Upon A Time In The West" e "Telegraph Road" dei Dire Straits (tanto per cambiare). Forse per questo è stata estromessa dalla versione in vinile. Dall'alto dei suoi quasi otto minuti, è il brano più lungo e più articolato della fin troppo farcita track list, ricco di cambi di tempo e magiche atmosfere che lo fanno sembrare una mosca bianca in mezzo ad uno sciame di mosche blue, brano che stilisticamente non avrebbe sfigurato sull'ottimo "Crest Of A Knave". Le sognanti tastiere di Foss Patterson ci trasportano in una strada semideserta, dove un automobilista nota una giovanissima autostoppista, che con l'innocenza di un'adolescente ignora tutti i pericoli a cui può portare il semplice ma sconsiderato gesto di chiedere un passaggio ad uno sconosciuto. Ian Anderson inserisce la modalità Mark Knopfler, e accompagnato dalle cristalline note della sei corde acustica ci presenta la giovane ragazza, forse di ritorno da un festival musicale minore, dove al massimo avranno partecipato un migliaio di guerriglieri del rock a ballare in un campo fangoso. Nella mente dell'automobilista iniziano a manifestarsi strani pensieri, fomentati dalla sensualità della ragazzina e dal fascino della giovinezza. La sezione ritmica entra con grazia, quasi timorosa di rompere le fragili note della chitarra acustica che piovono sul tappeto di tastiera come scintillanti glitter, ricamate dai preziosi intarsi di Mr. Barre. Enigmatici accordi di pianoforte fanno crescere il brano, la macchina si ferma, la ragazza bussa al finestrino, i primi raggi del Sole mattutino offuscano la vista del guidatore, che non riesce a decifrare l'età della giovane ragazza, non dando però troppo peso a quanti anni possa mai avere. Il chorus si fa più grintoso, grazie al basso che pompa e ad una manciata di accordi distorti, le fantasie dell'automobilista si fanno più concrete, trasportate dal bel tema di tastiera che abbiamo sentito ad inizio brano. La strofa successiva è molto più movimentata grazie all'incisivo mid tempo della premiata ditta Pegg & Perry e alla chitarra elettrica di Martin Lancelot Barre. Un semplice buco nelle calze della ragazza scatena una tempesta ormonale nella mente dell'automobilista, le sue gambe sono perfette come una cascata, le tendine nebbiose lasciano intravedere il suo giovane seno. L'automobilista si domanda cosa l'ha spinta a non dubitare di lui, dove abbia trovato una così spregiudicata e innocente sicurezza che l'ha spinta a chiedere un passaggio senza pensare alle possibili conseguenze. Una volta a bordo, all'autista sembrava di avere fra le mani una preziosa merce da vendere al più squallido dei mercati. Il basso pulsante di Dave Pegg annuncia il ritorno dell'inciso, dove stavolta troviamo anche i vetusti ruggiti dell'organo. Calano i bpm, il pianoforte ci accompagna a bordo dell'auto, la ragazza abbassa il finestrino e lascia che le spire del vento si avvolgano alla sua candida mano. L'automobilista immagina di essere lì a leccarle le dita, l'eccitazione lo spinge verso il gesto più estremo, ma qualcosa lo ferma avvertendolo che non è ancora giunto il momento giusto e che forse è meglio lasciare perdere, onde evitare spiacevoli ed imbarazzanti conseguenze. Al minuto 04:17 troviamo un interludio strumentale che va a rispolverare l'anima progressive della band, epiche tastiere e spensierate spifferate seguono la marcia guidata dalla sezione ritmica, che poi improvvisamente si stoppa, lasciando il palcoscenico al flauto traverso che ci apre scenari fiabeschi, esaltando l'innocenza e la giovinezza della ragazza. Il pianoforte ci riporta a bordo dell'automobile, la ragazza sembrava non avere una meta speciale, ma lasciava trasparire quella sicurezza di chi è del posto, facendo desistere definitivamente l'uomo dal compiere una imperdonabile violenza sessuale. Le cristalline note della chitarra acustica predominano nella strofa conclusiva, impreziosita dai calorosi arabeschi disegnati da Martin Barre. La ragazza si gira verso l'uomo con i suoi bellissimi occhi grigi che trasparivano una candida innocenza fanciullesca. Appoggiando per un secondo una mano sul ginocchio del guidatore lo ringrazia, ignara del pericolo appena scampato, lui ferma la macchina e lei scende, allontanandosi lentamente, frantumando i cattivi pensieri dell'uomo, inconsapevole di aver scampato per il rotto della cuffia un pericolo che avrebbe segnato per sempre la sua vita. L'innocenza della ragazza aveva innescato una situazione pericolosa, la saggezza dell'uomo ha fatto sì che non si consumasse uno dei gesti più deplorevoli. I nostri ci salutano con il grintoso ritornello, colorato da taglienti spifferate. Il brano giustifica l'acquisto della versione digitale.

Sleeping With The Dog

La successiva Sleeping With The Dog (Dormendo Con Il Cane) è l'ennesimo blues trito e ritrito che avrei fatto volentieri a meno di ascoltare (non me ne vogliano gli appassionati del genere, ma i gusti son gusti ndr). Il basso guida il più classico e soporifero dei tempi blues, colorato da taglienti spifferate Kirkiane, mentre fra le note del settantiano organo suonato da John Bundrick di tanto in tanto possiamo captare qualche latrato di cane, il migliore amico dell'uomo, capace di consolarti anche dopo una bruciante delusione d'amore. Anderson si adagia sul vellutato tappeto steso da The Rabbit per descrivere la fiamma di turno, "Her love is like a candle: you light it up at night. (Il suo amore è come una candela, lo accendi di notte)" dice il nostro per sottolineare la focosità della sua amante dal cuore incerto come un mazzo di carte, dove puoi pescare una calorosa donna di cuori ma anche un deludente asso di picche. I classici sussulti blues guidati dalla chitarra e le fredde spifferate cercano di interrompere la monotonia, ma si tratta di una goccia d'acqua nell'Oceano. La donna ha una lingua biforcuta come quella di una vipera, ma a volte sa essere dolce come una colomba. Le sue mani hanno un tocco caldo e vellutato, ma all'occorrenza sanno colpire anche con forza se mai ce ne fosse bisogno. Praticamente il nostro ci ha descritto la classica figura femminile adatta per un focoso rapporto occasionale ma con la quale è impensabile di poter costruire un rapporto di coppia. Nel ritornello uno scolastico aumento di tono intenderebbe di far crescere il brano, che per il sottoscritto rimane invece ancora invischiato nelle melmose acque del Mississippi, a far compagnia ai pesci gatto. I lussuosi sogni di Anderson vengono spazzati via dal difficile carattere della donna, e con la coda fra le gambe si ritrova a dormire con il suo cane. L'organo di The Rabbit predomina nella strofa successiva dove il nostro prova a sondare i misteri della impenetrabile anima della donna e della sua imprevedibile mente. Fra stacchi strumentali fin troppo scolastici e il tedioso inciso si arriva a fatica alla conclusione di questo inutile brano che giustifica la pressione del tasto skip e che non fa altro che appesantire ulteriormente la track list senza dirci nulla né liricamente né musicalmente. Questo brano non è presente sulla versione in vinile, e sinceramente non penso si tratti di una grave mancanza. Inutile.

Gold-Tipped Boots, Black Jacket and Tie

Non che ci volesse molto, ma sicuramente meglio è Gold-Tipped Boots, Black Jacket and Tie (Stivali Con Punta Dorata, Giacca E Cravatta Nera), un brano che se pur non facendoci urlare al miracolo, rievoca le atmosfere folk e medievaleggianti di qualche lustro fa. Le divertenti trame del mandolino si intrecciano alla perfezione con quelle della chitarra e del basso, entrambi in versione acustica per l'occasione, dando vita ad un wall of sound d'altri tempi su cui si adagia una brillante partitura di flauto traverso, il tutto accompaganto in maniera alquanto originale da Doane Perry, che si conferma un drummer eclettico, versatile e mai banale, pronto a tuffarsi in qualsiasi contesto musicale e a trovare sempre la soluzione più consona. Le liriche sono una sorta di indovinello, Ian Anderson in questo album si è divertito più volte a stuzzicare l'immaginazione dell'ascoltatore, molto spesso i suoi testi si sono aperti a molteplici interpretazioni. Nel nostro caso è come se l'Istrionico Paroliere ci chiedesse chi si cela dietro al misterioso outfit del titolo, "chi indossa una giacca e cravatta nera e degli stivali dalla punta dorata?" Come la tradizione blues comanda, le liriche sono in secondo piano rispetto alla musica, e qui Anderson si è sbizzarrito a stuzzicare l'ascoltatore più attento con una serie di criptiche licenze poetiche, che per alcuni possono essere state messe lì per una semplice assonanza musicale, ma a mio avviso atte a nascondere messaggi ben precisi. Nella prima strofa Anderson dice di essere letteralmente a pezzi, di avere delle battute in testa che non può dire, in qualche maniera si sente tradito, forse proprio dal popolo tulliano che ultimamente si è dimostrato (perlomeno in parte) contrario alle sue scelte musicali. Nel chorus, dice che si sta girando e rigirando, probabile che si riferisca al glorioso passato musicale della band. C'è voglia di ritornare alla ribalta in queste righe, che si concludono poi con l'arcano titolo che a me ha fatto venire un vecchio aneddoto risalente ai primi anni di vita della band, quando durante un concerto tenutosi al Town Hall di Middlesbrough, precisamente il 17 Giugno del 1969, Ian Anderson sgranò con sorpresa i suoi occhioni vispi, trovandosi di fronte un pubblico vestito rigorosamente in giacca e cravatta, in quanto le ferree regole del locale prevedevano quel tipo di abbigliamento per poter entrare. L'abito non fa il monaco è da sempre stato un cavallo di battaglia Andersoniano ("Aqualung" docet). Carichi di autostima e polemica i versi della seconda strofa, dove dice di non essere mai stato secondo a nessuno e di essere stato usato, il riferimento all'avidità delle case discografiche mi sembra chiaro e cristallino. A metà brano troviamo un interessante interludio strumentale. Nella vischiosa ragnatela di note messa in piedi da Dave Pegg, rimangono imbrigliati il flauto e la chitarra, che cercano di liberarsi a suon di note, dando vita ad un interessante mix di assolo. "I 'm egg over-easy (sono un uovo facile)" dice il nostro; nei suoi primi anni di carriera, il suo immenso talento aveva attirato l'attenzione dei magnati della musica, e non essendo ancora quella stella del rock che poi è meritatamente diventato, troppo spesso ha dovuto chinare il capo e stare ai loro giochi, prima di prendere il vento in poppa e navigare verso altri lidi, dove la celebrità gli permetteva di lanciare i suoi messaggi musicale senza freni e senza regole. Nel finale, il ritornello ci viene riproposto in loop, con un caloroso battito di mani a dar manforte a Mr. Perry, battito che io interpreto come un applauso alla carriera di una delle band più geniali della storia del rock.

When Jesus Came To Play

Si chiude con When Jesus Came To Play (Quando Gesù Venne A Suonare), ultima delle tre tracce non presenti sull'edizione in vinile. Si tratta di un blues brillante e piacevole, sicuramente il più interessante fra tutti quelli proposti nel platter, grazie anche ad una colorita partitura di flauto traverso che rende il tutto più gradevole anche per chi come me non è un fan sfegatato del delta blues. Il rapporto fra Ian Anderson e la religione cristiana è stato da sempre piuttosto complesso, come ci ha già dimostrato in passato con la stupenda "My God", brano che all'epoca suscitò non poche polemiche, polemiche comunque smentite dallo stesso Anderson con una esaustiva intervista rilasciata al Disc And Music Echo il 20 Marzo del 1971, dove dichiarò: "My God non è una canzone contro Dio o contro l'idea di Dio, bensì è contro gli Dei e l'ipocrita gerarchia ecclesiastica", manifestando poi tutto il suo disappunto sul fatto che i bambini vengono indirizzati dai loro genitori e dalle scuole verso determinati binari religiosi, senza avere la facoltà di poter scegliere quale Dio adorare e come venerarlo. E anche nell'ultima traccia del platter, il nostro usa con una buona dose di ironia ma assolutamente senza mancare di rispetto la figura di Gesù Cristo per lanciare i propri pensieri riguardanti il suo complicato rapporto con la religione. Le calorose note blue della chitarra e del mandolino ci portano all'interno di uno squallido bar di periferia, dove Anderson insieme ad un manipolo di "ugly friends (brutti amici)" sta sorseggiando una birra, quando improvvisamente i cardini di una porta sussultano come il tappo di uno spumante appena stappato. Ecco che si paventa una figura importante dai lunghi capelli che si presenta con lo stupore di tutti come Gesù Cristo, il leader della band che avrebbe intrattenuto il pubblico presente. La delicata chitarra distorta di Mr. Barre fa crescere piacevolmente il brano, mentre Gesù chiede una mano per montare l'attrezzatura. La sezione ritmica accompagna in maniera brillante e pulita con il più classico mid tempo del Delta del Mississippi i bellissimi arabeschi disegnati dalle chitarre, mentre vengono fuori i primi indizi su chi si celi dietro alla figura di Gesù sopra un palco. Anderson dice che conosceva già i primi tre-quattro brani cantati da Gesù e più avanti dice che i suoi capelli avevano bisogno di una pettinata, due indizi fanno una prova, il geniale Paroliere Scozzese si nasconde dietro la figura di Gesù Cristo per esporre le proprie idee religiose attraverso l'arma più potente che ha fra le sue mani, la musica. A circa metà canzone, il Pifferaio Pazzo ci incanta con un tagliente assolo di flauto, prima di lanciare i suoi messaggi. Questo insolito Gesù in versione rocker non ha dodici apostoli e non ha croci da portare sulle spalle. Il pubblico però sembra annoiarsi di fronte alle sue parabole, nessuna ragazza si è alzata per ballare. Anche qui, fra le righe scorgo un'auto critica, ovvero il fatto che raramente i Jethro Tull hanno prodotto musica adatta ad un pubblico femminile. Le calde note che riecheggiano sulle sponde del Mississippi celano messaggi che traspariscono una buona dose di polemica quando il nostro dice che non ci sono stati miracoli, ma i falsi profeti sono stati bruciati, l'ennesima aspra critica nei confronti delle religioni organizzate che fanno forza sui figure carismatiche per diffondere il verbo di Dio secondo il loro volere, impedendo all'uomo di poter scegliere la propria concezione di divinità, indirizzandolo su binari stereotipati dai quali non ci si può distogliere. I nostri ci accompagnano verso finale con il divertente inciso, poi quando il brano sembra sfumare verso l'epilogo, la più classica delle rinascite blues riaccende il brano per un'ultima coda strumentale dove il flauto traverso e la chitarra si danno battaglia.

Conclusioni

Ogni volta che mi trovo a recensire un album dei Jethro Tull che al primo ascolto reputo sottotono, lo ascolto e lo riascolto, sforzandomi di trovare quelle piccole perle nascoste che solo Ian Anderson sa donarci, in modo da poter chiudere la recensione con la sufficienza. Mi risulta difficile stroncare un lavoro di uno dei musicisti simbolo del rock, forse il più geniale, che da sempre scrive la musica con il cuore, infischiandosene di tutto ciò che gli gira intorno. La mia avversità verso il blues non ha reso di certo le cose più semplici con questo cupo e complicato "Catfish Rising". Ho avuto del filo da torcere anche dal punto di vista lirico, il Paroliere Scozzese si è divertito a scrivere testi difficili e aperti a molteplici interpretazioni da parte dell'ascoltatore, celando i suoi messaggi dietro licenze poetiche e frasi criptiche che lasciano molti dubbi all'ascoltatore. Il Pifferaio Pazzo a mio avviso ha usato poco il suo strumento preferito, andando però a rispolverare il mandolino, che sovente fa compagnia alla chitarra acustica che predomina per tutto il platter, intrecciandosi spesso con la sei corde elettrica di Martin Barre, protagonista assoluto, che si dimostra a proprio agio anche nel suonare il blues. La famiglia Pegg si è ben distinta alle quattro corde, tirando fuori dal cilindro ottime partiture di basso, valorizzate al meglio come sempre dal certosino lavoro di Doane Perry. In questo album dove la tastiere sono in secondo piano, dei tre tastieristi coinvolti il solo Andy Giddings è riuscito ad impressionarmi se pur non più di tanto. Il diciottesimo album in studio dei Jethro Tull è stato registrato fra l'Inverno e la Primavera del 1991 presso gli Home Studio di Ian Anderson, ad eccezione delle parti relative alla sezione ritmica del brano "Still Loving You Tonight" che sono state registrate presso i Woodworm Studios di Dave Pegg, ubicati in Barford St. Michael, nella contea di Oxfordshire. La cupa produzione è opera di Ian Anderson. La copertina è stata affidata a Jim Gibson, grafico che ormai accompagna costantemente i nostri da un po' di tempo. Si tratta di un pesce gatto che risale dal fondo, disegnato con lo stile che rievoca i classici tatuaggi giapponesi che rappresentano le carpe coi. Lo sfondo totalmente nero e i colori relativamente tenui del disegno rispecchiano le cupe sonorità dell'album. In alto troviamo il logo in una interessante versione articolata, mentre in basso con un font anonimo troviamo il titolo. Sul retro, la track list è sovrastata da un bellissimo intreccio fra la "J" e la "T" che formano un bellissimo logo abbreviato. A posteriori Ian Anderson ha dichiarato che nonostante sia stato un album passato in sordina, ci sono tre-quattro brani che funzionano, sottolineando che l'unica cosa brutta dell'album è la copertina, troppo scura, troppo nera. La Chrysalis lo ha rilasciato il 10 Settembre del 1991 negli Stati Uniti, mentre per la prima volta il Vecchio Continente ha dovuto aspettare fino al 23 Settembre del medesimo anno per averlo fra le mani. In patria l'album ha raggiunto una soddisfacente posizione numero 27, mentre ancora una volta i gusti degli americani si sono dimostrati in linea con i miei, relegando l'album ad una anonima ottantottesima posizione. Tirando le somme, invero l'album a mio avviso parte bene con l'ottima opener, brano che ti entra subito in testa e ti lascia ben sperare, ma purtroppo poi si perde in brani privi di spunti che girano attorno al trito e ritrito blues rock, destinati a finire ben presto nel dimenticatoio, fatta eccezione per tre-quattro tracce interessanti dislocate in maniera opportuna ad interrompere la monotonia della fin troppo lunga track list della versione in CD da noi analizzata. Un lavoro, che se pur fatto con il cuore, conferma un preoccupante declino da parte di una delle band più geniali della storia della musica. Album consigliato a tutti quelli che al contrario di me hanno apprezzato "This Was".

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1) This Is Not Love
2) Occasional Demons
3) Roll Yer Own
4) Rocks On The Road
5) Sparrow On The Schoolyard Wall
6) Thinking Round Corners
7) Still Loving You Tonight
8) Doctor To My Disease
9) Like A Tall Thin Girl
10) White Innocence
11) Sleeping With The Dog
12) Gold-Tipped Boots, Black Jacket and Tie
13) When Jesus Came To Play
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