JETHRO TULL

A

1980 - Chrysalis

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
03/05/2021
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

È passato più di un decennio dal 1968, anno in cui i Jethro Tull debuttano sulla scena musicale; da allora, come suol dirsi, di acqua sotto i ponti ne è passata molta, e aggiungerei sono molti anche i musicisti che si sono avvicendati alla corte di Re Anderson. Una delle formazioni più durature e produttive - la migliore, per chi scrive - è quella che ha dato vita alla mitica trilogia progressive-folk dal 1977 al 1979, formazione purtroppo devastata dall'improvvisa e prematura morte di John Glascock. Con lo Stormwatch Tour alle porte, la priorità assoluta era quella di trovare un degno sostituto alle quattro corde. Nonostante fosse fin troppo scosso dalla prematura morte dell'amico e collega di reparto, con il quale aveva anche messo in cantiere un progetto musicale parallelo, Barriemore Barlow consigliò a Ian Anderson di visionare e prendere in considerazione Dave Pegg, bassista dei Fairport Convention, una band inglese che suonava dell'ottimo folk rock influenzato dal caldo sound della California. Nato a Birmingham il 2 Novembre del 1947, Dave Pegg superò senza problemi l'audizione ed entrò a far parte dei Jethro Tull nell'estate del 1979. La musica era una passione per la famiglia Pegg: quando John iniziò a suonare la chitarra, fra le sue prime esperienze si segnalano progetti che vedevano coinvolti due futuri mostri sacri della batteria come Cozy Powell e John Bonham. Iniziò a suonare il basso con gli Uglys e gli Exceptions. Nel 1969 entrò a far parte dei Fairport Convention, con i quali registrò un discreto numero di album, per poi finire alla corte di Ian Anderson, che non ci mise molto a persuaderlo ad unirsi alla band. Una volta terminato il tour di supporto a Stormwatch, mentre Jimmy Carter minacciava di boicottare le Olimpiadi di Mosca, Ian Anderson annunciò di prendersi una pausa per dedicarsi al suo allevamento di salmoni sull'Isola Di Skye e al suo primo album da solista. Anche David Palmer e John Evans avviarono un loro progetto denominato Tallis, che prendeva il nome dal compositore Thomas Tallis, mentre il progetto musicale di Barriemore Barlow fu frenato dalla morte di Glascock, che fu sostituito da Chris Glenn, nonostante non fosse ancora stato deciso il nome del gruppo. Influenzato dall'elettronica che aveva invaso il nuovo decennio, Ian aveva in mente un album che prevedeva un discreto uso di tastiere e sintetizzatori, sfruttando tutte le nuove tecnologie che stavano spuntando come funghi. Volendosi discostare dal classico sound tulliano, Anderson inizialmente era in cerca di nuovi musicisti fuori dall'orbita dei Jethro Tull, ma non fu facile trovare figure che sarebbero state disposte a far da marionette all'Istrionico Leader. Visto che Dave Pegg era entrato da poco nella band e aveva registrato solo un paio di tracce in studio con i Tull, fu coinvolto nel progetto. Per il ruolo di tastierista fu contattato l'estroso Eddie Jobson. Nato a Billingham il 28 Aprile del 1955, Eddie inizia a suonare il pianoforte alla tenera età di sette anni, per poi passare allo studio del violino l'anno successivo, ottenendo un diploma of distinction alla Royal Academy of Music. Di chiara impostazione classica, prima di passare al rock, il nostro suona nelle più prestigiose orchestre albioniche. Nonostante la giovane età, Edwin Jobson, Eddie per gli amici, aveva già un curriculum di tutto rispetto sulle spalle. Dopo un album con i Curved Air inciso all'età di diciassette anni, dal 1973 al '76 incide quattro dischi con i Roxy Music, comparendo poi su un album di Frank Zappa. Nel 1978 si unisce a John Wetton, Bill Bruford e Allan Holdsworth per formare il supergruppo progressive rock UK, dove registra due album in studio ed un live. Un talentuoso predestinato che non poteva sfuggire alle grinfie di Ian Anderson. Dopo un secco rifiuto da parte di Terry Bozzio, fu proprio l'ultimo arrivato a consigliare l'ingaggio un altro virtuoso della batteria, l'estroso Mark Craney, che vanta di essere il primo membro non inglese dei Jethro Tull. Il nuovo drummer nasce infatti negli Stati Uniti, precisamente a Minneapolis il 26 Agosto del 1952. Considerato un mito dai più affermati colleghi, nonostante una tecnica invidiabile, Mark è un batterista autodidatta. Invero una unica lezione di batteria la prese, ma la troppa insistenza del maestro a farlo suonare da destro come era, anzichenò da mancino, fece sì che abbandonasse le lezioni e continuasse il suo percorso da autodidatta. Memorabili sono le sue prestazioni su "Brother to Brother" di Gino Vannelli. Richiestissimo session man, ha collaborato inoltre con il violinista francese Jean Luc Ponty, Tommy Bolin e molti altri. Ad onore di cronaca, mi duole dirvi che Mark Craney ci ha lasciato prematuramente a soli 53 anni il 26 Novembre del 2005. Mark è morto a Sherman Oaks, negli Stati Uniti, a causa di gravi problemi di salute dovuti al diabete, ad un malfunzionamento dei reni (spesso era sottoposto a dialisi, motivo per cui appese le bacchette al chiodo prima del previsto) e ad una forma aggressiva di polmonite. Fu più complicato ingaggiare l'ultimo tassello mancante, ovvero il chitarrista. Visivamente in difficoltà, Anderson si rivolse a Martin Barre, chiedendogli di suonare su un paio di brani, il fido Martin accettò, poi passare dai tre brani a dieci non ci volle molto, visto l'affiatamento consolidato fra i due musicisti. Quando il primo album solista di Ian Anderson era praticamente pronto, arrivò Terry Ellis, boss della Chrysalis Records, che attratto dalle potenzialità della track list, iniziò a fare pressioni perché l'album fosse pubblicato sotto il collaudato moniker Jethro Tull, sostenendo che i fans immaginavano un album solista di Anderson con lui in compagnia della sua chitarra acustica e del suo inseparabile flauto traverso. Alla fin fine la casa discografica ebbe la meglio, ma come l'avrebbero presa i membri dei Jethro Tull che avevano da poco ultimato la memorabile trilogia folk? La Chrysalis inviò tre lettere di licenziamento a Barlow, Palmer ed Evans, ringraziandoli per quanto fatto fino ad adesso, informandoli che non facevano più parte della band, addossando gran parte delle colpe ad un incolpevole Ian Anderson, che visibilmente mortificato, mandò delle lettere di scusa ai tre, prima che la notizia fosse divulgata dalla stampa. Barlow, che aveva ormai già incrinato il rapporto con Anderson a causa di come era stata affrontata la delicata situazione di John Glascock, non se la prese più di tanto. Purtroppo, l'estroso batterista che abbiamo potuto ammirare per quasi un decennio, non ha raccolto la fortuna che avrebbe meritato, vista la tecnica e lo stile con cui suonava la batteria. Il suo nuovo gruppo, i Tandoori Cassette, non ebbe molta fortuna, il nostro diventò un turnista, nel corso degli anni ha collaborato con   Yngwie Malmsteen, Kerry Livgren dei Kansas e con gli Zeppeliniani Plant e Page, per poi appendere definitivamente le bacchette al chiodo nel 1996, ripeto, un talentuoso batterista come lui, avrebbe meritato una carriera di gran lunga migliore. I Tallis erano la nuova band di Palmer ed Evans, che rese pubbliche le sue problematiche di salute dovute ad una forte crisi depressiva che si portava dietro da qualche anno (qui si spiega l'ispirazione che a tratti sembrava svanita ndr), ma il nuovo progetto musicale non aveva niente a che vedere con i successi ottenuti con i Tull. Per uno strano gioco del destino, la terribile tempesta che appariva nel binocolo della copertina di Stormwatch si era abbattuta violentemente sui Jethro Tull, che con l'avvento del nuovo decennio si presentavano con una nuova formazione, ringiovanita e decisissima a stare al passo con i tempi. Il nuovo album venne intitolato semplicemente "A", il nome non stava affatto a simboleggiare l'anarchia come sottolineavano alcuni giornali dell'epoca, ma era semplicemente dovuta al fatto che i nastri che contenevano le tracce di quello che doveva essere il primo album solista di Anderson, erano contrassegnate dalla lettera "A", con cui inizia il cognome del nostro amato polistrumentista. Dimenticatevi quasi tutto il materiale tulliano ascoltato fino al 1978, risucchiati dall'elettronica e dalla magia degli anni'80, i nostri ci propongono l'ennesima nuova veste di una band che ha sempre dimostrato di saper stare al passo con i tempi, portando però sempre avanti la loro idea di fare musica. Musicalmente nuovo lavoro pone la parola fine alla fantastica epoca folk rock, strizzando l'occhio alla musica innovativa del nuovo decennio. Anche le liriche si discostano dalle tematiche folk ambientali, affrontando fatti di cronaca e la vita quotidiana di quel periodo. Per forza di cose questa introduzione è stata fin troppo lunga, bando alle ciance e iniziamo un fantastico viaggio temporale negli inimitabili anni '80 in compagnia di Ian Anderson e tutta la sua ciurma.

Crossfire

Ad aprire il nuovo decennio musicale dei Tull è Crossfire (Fuoco Incrociato), brano con le tastiere e i sintetizzatori in evidenza che mette subito in vetrina l'eccelsa qualità dei tre nuovi arrivati. Le liriche prendono spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto mentre i nostri stavano provando. La mattina del 30 Aprile del 1980, un commando formato da sei estremisti iraniani fece irruzione nella sede dell'ambasciata iraniana ubicata in Princes Gate, nel quartiere esclusivo di South Kensington di Londra. Le liriche descrivono il fatto di cronaca dal punto di vista dell'agente di polizia Trevor Locke, unico rappresentante della sicurezza dell'ambasciata, neutralizzato con fin troppa facilità dai terroristi, che in poco tempo presero possesso dell'intero edificio, catturando ben ventisei ostaggi tra il personale diplomatico, malcapitati visitatori e il sopra citato unico rappresentante delle forze dell'ordine. Ben presto i vertici di Scotland Yard misero in piedi una task force denominata Operazione Nimrod, composta da militari addestrati della Special Air Service, che fecero irruzione il 5 Maggio attaccando da due lati. La missione fu un successo anche se purtroppo si registrarono sei morti (un ostaggio e cinque terroristi) ed alcuni feriti. Eddi Jobson ci introduce all'interno dell'ambasciata iraniana con un funambolico fraseggio di pianoforte, nella strofa spadroneggia l'elettronica ed il pungente basso plettrato di Dave Pegg. Sono passati sei giorni da quando i ventisei ostaggi sono in mano ai terroristi, i caldi raggi primaverili squarciano la nebbia mattutina londinese, quasi fossero un presagio che gli aiuti stanno finalmente arrivando. Il bridge fa decollare il brano grazie ai raffinati intarsi di Martin Barre. Qualcuno si muove furtivamente sul tetto, mentre fuori i giornalisti si accalcano per accaparrarsi le immagini dell'imminente spettacolo. Le forze speciali scendono giù dal tetto come dei ragni appesi alla ragnatela, si odono le prime raffiche di colpi. Nell'inciso, dove spiccano gli ululati delle tastiere, viene fuori tutto il timore di Trevor Locke, che si trova in mezzo ad una tempesta di fuoco incrociato che si è abbattuta su Princes Gate Avenue. I primi feriti cadono a terra, c'è assolutamente bisogno di un'equipe medica. Nella strofa successiva, Eddie Jobson ci incanta con il pianoforte e l'impaurito agente Locke si presenta: il classico bravo ragazzo della porta accanto, che cerca di onorare al meglio la divisa che indossa. Terrorizzato, deve solo pregare che tutto finisca quanto prima e che le forze speciali lo tirino fuori. Dopo un altro passaggio di bridge e ritornello, Martin Barre ruba la scena con un breve ma altrettanto pregevole assolo di chitarra, al quale in un secondo tempo si affianca Anderson con taglienti trame di flauto traverso. Nella strofa successiva siamo agli atti finali, L'agente Locke si immola bloccando il capo dei sequestratori, schivando i colpi delle Browning automatiche. Sembra passato un secolo, ma invero l'operazione è durata solo diciassette minuti. Sul ritornello finale tutti gli strumenti ci deliziano con raffinati virtuosismi che spesso si muovono all'unisono. Il brano sfuma molto lentamente in fader, appoggiandosi su un suntuoso tappeto di doppia cassa. Se il buongiorno si vede dal mattino, ne sentiremo delle belle. I Jethro Tull si presentano con un nuovo sound contaminato dall'elettronica, mantenendo però il loro marchio di fabbrica.

Fylingdale Flyer

Si continua con Fylingdale Flyer, altro brano che funziona bene e che vede synth e tastiere in primo piano. Ancora una volta le liriche si ispirano ad un fatto di cronaca: a causa di un malfunzionamento dell'allarme missilistico della base radar Fylingdale Early Warning ubicata nello Yorkshire, i militari americani credettero di essere sotto un attacco missilistico da parte della Russia. Le liriche, con una buona dose di ironia, sono state scritte dal punto di vista dei preoccupatissimi militari d'istanza alla base. Ci pensa Eddie Jobson a creare un clima di tensione con synth e pianoforte, spalancando i cancelli ad una ammaliante armonia vocale di Yessane memorie, martellata da sibillini accordi di piano. La ritmica stoppata mette in mostra la validità e la tecnica della nuova sezione ritmica. Siamo in una limpida giornata dal cielo terso, un maledetto bip sullo schermo verde del radar crea scompiglio nella Fylingdale Early Warning Station, dove impera il motto "Vigilamus". Nel giro di pochi secondi il panico si diffonde a macchia d'olio, ma forse non è il caso di trarre avventate conclusioni. Un bellissimo passaggio sui tom tom inseguito all'unisono dal basso, annuncia l'inciso. Il brano decolla improvvisamente, grazie alla chitarra elettrica, le liriche ci svelano subito che si è trattato di un falso all'arme, stavolta lo schermo verde è stato bugiardo, spargendo una buona dose di terrore se pur per pochi secondi. Con un motivetto irridente che si incunea nella nostra mente Jobson smorza la tensione, la felice linea melodica viene timidamente seguita dal flauto, la ritmica ossessiva viene ricamata da un delizioso fraseggio stappato di Martin Barre, che sembra essere a proprio agio con le nuove sonorità tulliane, proponendo azzeccatissime soluzioni che fino ad ora non avevamo ancora sentito. L'interludio strumentale si protrae, giocando sempre intorno all' hook lanciato da Jobson, per poi riportare una buona dose di tensione con colpi stoppati ed enigmatici sospiri del flauto. Nella seconda strofa viene descritto il panico provato dagli addetti ai lavori durante il paventamento dell'allarme. Il turno era quasi terminato, i loro occhi assonnati incollati sui monitor vennero aperti prepotentemente da quel bip maledetto, per fortuna si trattava di un fuoco di paglia, dovuto ad un banale cortocircuito, la giornata poteva dunque concludersi abbastanza bene, per come si era messa. Al suo secondo passaggio il ritornello si fa apprezzare ancora di più, come del resto l'irridente interludio strumentale, che sembra messo lì a sbeffeggiare gli americani. Nella strofa finale veniamo tutti tranquillizzati, i manutentori hanno controllato tutti i sistemi riscontrando un piccolo fusibile bruciato, una volta cambiato, tutto tornerà come prima e nessuno dovrà alzare la cornetta del fantomatico telefono rosso che pare fu installato tra la Casa Bianca ed il Cremlino nella prima metà degli anni sessanta, durante la guerra fredda. I capi delle due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, avrebbero così potuto contattarsi direttamente in caso di emergenza, scongiurando drastiche decisioni. L'ultimo ritornello ci viene proposto in una suggestiva versione a cappella che mette in mostra un affascinante intreccio di cori, echi e controcanti che aprono i cancelli ad un ultimo interludio strumentale, dove Mr. Jobson spadroneggia dall'alto del suo castello di tastiere, accompagnandoci verso l'enigmatico gran finale.

Working John, Working Joe

Odora di hard rock la successiva Working John, Working Joe (John Che Lavora, Joe Che Lavora), una vecchia composizione di Anderson rimasta fuori dalla track list di "Song From The Wood", (presente sulla versione rimasterizzata del 2017) rispolverata e rivisitata magistralmente per l'occasione. Le liriche ci portano nella giungla quotidiana del mondo del lavoro, dove purtroppo, sovente non esiste la meritocrazia e l'ambizione di una carriera toglie spazio alle altre essenze della vita. Una sferragliante chitarra acustica apre il brano, che inizia come tutte le belle storie, ovvero con un giovanissimo lavoratore che timidamente si affaccia nel mondo del lavoro, pieno di entusiasmo e buona fede, impegnandosi alacremente per meritarsi la sospirata busta paga. Il potente ed incisivo 4/4 di Craney e i graffianti accordi distorti donano una brillante durezza al brano, che decolla nell'inciso, dove emergono le spaziali note del synth di Jobson. Con il tempo, l'ambizione trasforma l'onesto lavoratore John in un working Joe, ovvero uno yesman generico forgiato dal sistema, che dona tutta la sua linfa vitale per il lavoro, sotto l'occhio vigile del grande fratello, dimenticandosi che la vita ha anche altri valori e altre priorità. Nella seconda strofa il ruggente basso di Pegg e le tastiere rendono più accattivante il tutto, Da umile operaio fedele ai sindacati, la carriera ha pian piano spinto in alto John, il cui conto in banca è salito vertiginosamente, le assemblee sindacali sono ormai un mero ricordo. Dopo un secondo passaggio dell'inciso, scopriamo che il sistema ha raggiunto il suo obbiettivo, ovvero di plasmare un altro lavoratore automa in serie che manda avanti l'economia, mettendo a repentaglio la propria salute, spinto dalla fame del successo. Ora è uno dei tanti colletti bianchi che con avidità ed invidia cercano di superarsi, spesso senza scrupoli e con una buona dose di meschinità, pur di arrivare ai vertici della piramide dirigenziale. Al minuto 02:34 incontriamo un bellissimo interludio strumentale, Eddie Jobson ci incanta con una babele di suoni spaziali e fraseggi da brividi, mettendo in mostra classe e talento, mi inchino di fronte al nuovo arrivato. La successiva strofa riporta la calma, e vede la chitarra acustica accompagnata dalla sola sezione ritmica. John è giunto all'apice della sua carriere, ora possiede una lussuosa macchina nel suo garage riscaldato. La sua esperienza lo ha portato a dirigere una decina di società, ma l'impegno è più grande di lui, sempre in viaggio per ottanta miglia ogni dannatissimo giorno. Il suo immolarsi nel nome del lavoro ha portato ricchezza nelle sue casse ma anche molti problemi fisici, come ulcere e disturbi cardiaci, le sue ginocchia ora tremano, ma è troppo tardi per pentirsi. Il potente ritornello e la strofa ci portano lentamente verso il finale, dove chitarra e tastiera iniziano a dialogare, dissolvendosi lentamente in fader. Se vi andate a risentire la versione originale remixata da Steve Wilson, vi rendete conto di come Ian Anderson abbia modernizzato magistralmente il sound tulliano, stando al passo con i tempi, senza però stravolgere la struttura del brano e mantenendosi fedele alle proprie idee musicali, confermando, se mai ce ne fosse bisogno, di essere una delle menti più geniali e brillanti della storia del rock. Il 17 Ottobre del 1980, il brano è stato pubblicato come singolo, con "Fylingdale Flyer"," come retro. Stranamente, in Spagna, Germania ed Australia, le due facciate vennero invertite, ma in entrambi casi i nostri non ottennero il successo desiderato, nonostante per il sottoscritto siano due ottime ed interessanti canzoni.

Black Sunday

Black Sunday (Domenica Nera) è senza ombra di dubbio il pezzo forte del platter, o perlomeno la mia traccia preferita. Le liriche evidenziano quanto sia troppo breve la domenica, unico giorno su sette lontano dallo stress quotidiano delle giornate lavorative. Tra le righe leggo però anche quanto fossero stressati i nostri nei periodi più intensi della loro attività musicale, fra tour, composizioni e registrazioni, periodi nei quali forse non vi era neanche una maledetta domenica nera. Una nebbia di trame luciferine dai sentori solforosi fuoriesce dal castello di tastiere, avvicinandosi molto lentamente in fader, spalancando poi i cancelli ad Eddie Jobson, che fa centro con un enigmatico motivo di tastiera che sembra uscito da un vecchio film horror della Hammer. Colpi stoppati e loschi fraseggi confezionano un'atmosfera sabbatthiana che improvvisamente viene letteralmente squarciata in due da un tagliente flauto, seguito come un'ombra da un martellante pianoforte. La sezione ritmica viaggia come la vecchia locomotiva tulliana in questa introduzione che possiamo tranquillamente considerare tra le più belle confezionate dal combo di Blackpool. Non ci sono parole per descrivere l'interpretazione della prima strofa da parte di Ian Anderson, recitata velocemente tutta d'un fiato, tanto da sembrare uno scioglilingua degno del miglior Paolo Bonolis quando elenca le domande del gioco finale di Avanti Un Altro. Il nostro si fa largo fra i tetri accordi di Martin Barre, rafforzati con energia dalla sezione ritmica, evidenziando la sacralità della Domenica. Anche la più nera delle Domeniche, tormentata dal maltempo non si potrebbe mai cambiare con l'uggiosità del Lunedì, con gli occhi ipnotizzati dalla monotonia del paesaggio che scorre veloce durante i lunghi viaggi di lavoro in treno o in aereo. Carte di credito e soldi non ce la fanno a compensare lo stress della settimana lavorativa, che viene placato solo alla effimera Domenica che passa troppo in fretta. Breve stacco strumentale con uno stratosferico Jobson al piano sugli scudi e si va oltre. Sulla falsa riga la strofa successiva, recitata anch'essa tutta d'un fiato e resa più ossessiva dalla cavalcata ritmica del nuovissimo duo Pegg-Craney seguita da un ispirato Martin Barre. Un viaggio veloce i taxi e le valigie piene fatte in furia, due libri presi a caso per ingannare il tempo sono l'ennesimo quadro dipinto da Anderson per disegnare lo stress del Lunedi con cui inizia l'ennesima snervante settimana lavorativa. La Domenica nera evapora troppo in fretta. Eddie Jobson si prende una ventina di secondi di gloria incantandoci con un assolo di pianoforte. Le sue falangi si muovono velocemente sui denti d'avorio della tastiera, quasi da sembrare senza controllo sfoggiando talento da vendere. Sempre in modalità scioglilingua anche la terza strofa, la cavalcata ritmica ci porta fino all'aeroporto, intasato da migliaia di passeggeri in overbooking, altra tappa infernale della settimana lavorativa che sottolinea l'effimerità domenicale. Stavolta è il turno di Martin Barre che ci graffia con un lisergico assolo di chitarra, facendosi largo tra corse sulle pelli, pungenti scale di basso e funamboliche escursioni pianistiche. Al minuto 03:26 dal castello di tastiere si alza una oscura nebbia transilvanica, Anderson riposa l'ugola e recita con calma e mestizia la strofa, bramando la domenica con profonde licenze poetiche. Jobson dà il via ad un oscuro intermezzo strumentale dove flauto e pianoforte formano un macabro vortice di note che con un crescendo rossiniano spalanca i cancelli a Martin Barre che seguendo la trascinante cavalcata della sezione ritmica confezione un bellissimo assolo, seguito poi da Ian Anderson che ci incanta con il suo inseparabile flauto traverso, dimostrando che il vecchio ed il nuovo possono tranquillamente coesistere, se a mixarlo sono dei geniali musicisti. I nostri ci salutano con un'altra travolgente strofa che rimarca l'importanza della Domenica e del calore della casa, unica medicina in grado di far scomparire le scorie negative della settimana. Tanto di cappello ai nostri che hanno confezionato un brano che funziona perfettamente se pur privo di un ritornello vero e proprio, unica traccia dell'album a far parte delle set list live post "A". Chapeau.

Protect And Survive

La simpatica Protect And Survive (Proteggi E Sopravvivi) scende sicuramente di livello, ma mette in mostra sempre qualcosa di buono, come i repentini cambi di tempo, il forsennato flauto traverso dell'inizio e l'azzeccata linea vocale seguita quasi in maniera omofona dalla sei corde. Le liriche, sono una polemica nei confronti del governo britannico, che non aveva preparato a dovere la popolazione riguardo un possibile attacco nucleare. Il titolo prende spunto proprio da un per niente esaustivo volantino rilasciato dal governo, le cui indicazioni di sopravvivenza riguardo ad un eventuale attacco nucleare non erano del tutto rassicuranti ma piuttosto inutili, il cui succo era racchiuso nel titolo, ovvero proteggersi e cercare di sopravvivere. Ian Anderson, con una buona dose di ironia dipinge alla sua maniera scenari apocalittici dovuti proprio ad una esplosione nucleare. Il brano viene aperto da un indemoniata partitura di flauto, seguita da basso effettato di Pegg e da una ritmica insolitamente speed. Calano vistosamente i bpm nella strofa, che sfoggia una ammaliante linea vocale, ricamata all'unisono dai preziosi intarsi di Martin Barre e dagli spaziali suoni del synth. A causa di una devastante esplosione nucleare, un povero postino non ha fatto in tempo a consegnare tutti gli opuscoli di sopravvivenza stampati del governo, una forte onda d'urto lo ha letteralmente incollato ad un muro. Come se non bastasse, l'impulso elettromagnetico generato dalla bomba nucleare, ha messo fuori gioco qualsiasi apparecchio elettronico, e con esso tutti i canali d'informazione. Anche un povero lattaio è stato investito dalla furia nucleare, proprio mentre stava consegnando le bottiglie di latte, che non hanno fatto nemmeno in tempo a cadere per terra, disintegrate dalla furia dell'esplosione. Il paesaggio è oscurato da una pioggia nera di cenere radioattiva, dalla quale emergono le note impazzite del flauto traverso che abbiamo incontrato ad inizio brano. La strofa riporta una calma surreale, il fungo atomico si erge ad Ovest, i principali ministri del governo britannico, anzichenò avvertire la popolazione, hanno ben pensato di darsela a gambe verso rifugi sicuri. Un improvviso cambio di tono fa crescere il brano, La performance di Mark Craney e devastante quanto l'esplosione nucleare che ha fatto rintanare i potenti d'Inghilterra nei loro bunker anti nucleari ubicati nelle viscere della terra, lontano dalla devastante furia atomica e dalle susseguenti scorie radioattive. Di sicuro hanno messo al riparo il loro corpo, ma possiamo dire la stessa cosa della loro anima? Un futuristico vocoder sottolinea la meschinità di coloro che si sono autoproclamati guardiani della razza umana, ma che al minimo accenno di pericolo si sono messi in sicurezza, pensando solo a loro stessi. Usciranno allo scoperto solo quando le sirene annunceranno la fine del pericolo, trovando però un deserto desolato senza nessun essere ancora in vita. Nella strofa conclusiva il nostro dipinge un fantascientifico paesaggio post apocalittico, dove in cielo brillano due soli, come se anche il Sole e la Luna avessero risentito dell'esplosione nucleare sorgendo insieme, dando la visione ottica di due palle di fuoco sospese nel firmamento. Le strade deserte sono ricoperte da una coltre di cenere radiativa che ha annientato qualsiasi forma vivente. Il volantino recitava proteggiti e sopravvivi conclude beffardamente Ian Anderson, per poi salutarci con il folle tema di flauto traverso.

Batteries Not Included

Nella seconda facciata del disco, la qualità dei brani inizia a scendere di livello. La successiva ed insolita per il sound tulliano Batteries Not Included (Batterie Non Incluse) è un brillante esempio di synth pop che sembra uscita da "The Age of Plastic" dei The Buggles. In un brano dove spadroneggia l'elettronica, le liriche dovevano per forza essere in linea con la musica, e devo dire che Ian Anderson ha fatto ancora una volta centro, viste le tematiche ed il finale grottesco in pieno stile "Ai Confini Della Realtà". Eddie Jobson spadroneggia con i synth, tirando fuori un tema robotico che ci entra subito in testa, seguito come un'ombra dal flauto. La sezione ritmica con un basso carico di effetti va a cento all'ora, Martin Barre ricama con lancinanti fraseggi che ricordano il lamento di una belva ferita. La frenetica strofa ci porta all'alba di una magica ed innevata mattina di Natale, quando un bambino gioioso quanto curioso si sveglia prima dei genitori e corre in prossimità del colorato e luminoso albero, dove tra i vari doni, spicca la scatola di un futuristico robot giocattolo made in Japan. Se pur ancora incapace di leggere, il vispo pargoletto intuisce che il gioco e per lui, sentendosi un ragazzo molto fortunato. Ruote, luci, display digitale e vari microchip stuzzicano la fantasia del bambino, ma nel fugace inciso, Anderson sussurra un grave problema che si è paventato dinnanzi al bambino, mandando in frantumi tutti i suoi sogni: "Where's The Batteries? (Dove Sono Le Batterie?)". Come spesso accadeva in passato, per motivi a me incomprensibili, nei giocattoli elettronici non erano incluse le batterie, con tanto di scritta ben evidenziata sulla scatola, come recita il titolo del brano. Questo drammatico inconveniente, rovinava la festa ai bambini, che giustamente non riuscivano a capire come fosse possibile una così grave lacuna. L'unica soluzione era che super babbo le avesse acquista in separata sede, ma questo purtroppo non accadeva sempre. Breve stacco strumentale di pura elettronica e torna la strofa, dove il bambino capisce che c'è qualcosa che non va. Il robot è totalmente immobile, le batterie per lui equivalgono al cibo per i piccoli umani, pensa innocentemente il bambino. Forse ha fame di volt, magari ne basterebbero solo sei, molto probabilmente dodici lo ucciderebbero. Intorno al minuto due, la chitarra di Martin Barre replica in serie l'irridente motivetto portante, che a risentirlo bene rievoca atmosfere circensi, Ian Anderson cede il microfono al piccolo figlio James Duncan, che travolto dalla spirale lisergica e futuristica di note con rammarico e tenerezza chiede al padre dove diavolo siano le batterie. Il talentuoso Tastierista Di Billingham si sbizzarrisce sparando note fotoniche a tutto spiano in un prolungato interludio strumentale dai sentori fantascientifici, spingendoci prepotentemente verso la strofa conclusiva, dove scopriamo un bizzarro e sorprendente finale. Sono le sette del mattino, i genitori si sono finalmente svegliati e trovano il figlio vicino al letto in compagnia del robot giocattolo. Il problema è che anche il figlio sembra essere sprovvisto di batterie. In un pieno stato di apatia ed immobilità non parla ed il suo sguardo assente sembra sperso nel vuoto, incapace di riconoscere babbo e mamma. Le batterie non sono incluse in questo bambino, dove sono le batterie? Il brano si conclude con una martellante coda strumentale dove l'elettronica sprizza fuori da tutti i pori, salutandoci poi con una repentina serie di suoni che sembrano usciti dai circuiti di R2-D2.

Uniform

Musicalmente la successiva Uniform (Uniforme) rievoca profumi d'oriente, mentre le liriche girano intorno ad uno dei proverbi più famosi ed antichi, in uso in ogni dove ed in qualsiasi lingua o dialetto, anche nell' angolo più sperduto del pianeta: "l'abito non fa il monaco", e di conseguenza alla cattiva e atavica abitudine di classificare le persone in base all'abito che indossano. Jobson apre le danze con una trama orientaleggiante degna della raccolta "Le Mille E Una Notte" ricamata dalla chitarra elettrica e da un basso carico di effetti e rafforzata dai potenti colpi dell'estroso Mark Craney. Seguendo le arabeggianti note della tastiera ed una complicata ritmica zoppicante, Anderson dipinge subito un quadro sociale dove spiccano vistosi abiti a quadretti gialli e neri che rievocano le trame di un quaderno scolastico, mentre un gruppo di persone in strani abiti a strisce sta attraversando la strada. Nel bridge la chitarra elettrica e la sezione ritmica fanno crescere il brano, il nostro completa il quadro aggiungendo gli strani abiti simili alle lenzuola con cui si vestono gli stranieri provenienti dall'Oriente e le luccicanti magliette dei teenagers strappate con fin troppa precisione. Nel breve inciso le tastiere ci portano a spasso lungo la Via Della Seta, mentre Anderson si limita a pronunciare beffardamente il titolo del brano, con una beffarda voce effettata. Nella seconda strofa il quadro si amplia con l'impeccabile look dei politici, mentre nel bridge viene scomodato il nostro signor Guccio Gucci, icona incontrastata della moda mondiale, che completa il vestiario della classe più nobile con le sue costosissime scarpe. Sempre avverso alla moda e fiero del suo sospensorio e del suo pastrano, il nostro non è affatto d'accordo sul fatto che a determinare le classi sociali siano gli abiti. Dopo il secondo inciso incontriamo uno strambo interludio, dove si viene finalmente al succo e ci si interroga su chi diavolo si celi dietro ai costosissimi abiti, evidenziando poi come la moda crei stereotipi in serie e troppo spesso si classifichino le persone in base all'uniforme indossata. Dopo il successivo ritornello incontriamo una graditissima novità, Eddie Jobson ci incanta con un indemoniato assolo di violino, seguito poi a ruota dal flauto traverso. I virtuosismi del formidabile duo Craney-Pegg impreziosiscono questo bellissimo interludio strumentale dai sentori esotici, che possiamo considerare come uno dei punti più alti dell'intero platter. Nella parte finale della canzone, il Paroliere di Dunfermline paragona l'omogeneità dei costosi abiti modaioli alle divise in serie degli undici giocatori di una squadra di cricket, sport albionico per eccellenza insieme al calcio, che prevede l'uso di mazza, palla e guantone. A vista sembrano tutti uguali i ventidue giocatori che si contendono la palla rotolante da cricket, ma in realtà ognuno ha una propria personalità ben distinta, come del resto tutte le persone che amano vestirsi con i costosissimi abiti griffati, sono tutte delle uniformi, dietro alle quali può nascondersi qualsiasi tipo di persona, buona o cattiva che sia, a prescindere dal tipo di abito che indossa. Il gran finale è tutto per Eddie Jobson, che colto da un raptus paganiniano, ci accompagna verso il finale con le taglienti e luciferine trame del suo amato violino che sfumano molto lentamente inseguite dal flauto.

4 W.D. (Low Ratio)

La discesa qualitativa dei brani continua con la blueseggiante 4 W.D. (Low Ratio), per quanto mi riguarda, una classica traccia di riempimento destinata a finire quanto prima nel dimenticatoio, per chi come me è restio a digerire le escursioni blues all'interno di un album rock. Curiose invece le liriche, che trattano il rapporto morboso tra un guidatore e il suo fuoristrada a trazione integrale. Spesso mi domando in quale angolo della brillante mente di Ian Anderson si nascondono le ispirazioni per i testi, perché, siamo chiari, non è da tutti i giorni trovare canzoni con tematiche del genere. È Mark Craney ad aprire la traccia numero otto, con uno scolastico mid tempo che cresce lentamente in fader, anticipando un classico wall of sound dai sentori blues guidato dal basso effettato di Pegg e dai calorosi fraseggi di Martin Barre, il tutto impreziosito dal flauto traverso che rende il tutto leggermente meno banale. Nella strofa, la modesta linea vocale si appoggia su una calda partitura di piano che rievoca i profumi del Mississippi, raccontandoci le gesta del protagonista (che potrebbe essere lo stesso Anderson, ma la segretezza della sua vita privata non legittima la mia deduzione), che passeggiando ha il piacere di incontrare un certo Jim, il più classico dei rivenditori di auto capace di vendere perfino il ghiaccio agli eschimesi. Nel giro di pochi minuti, Jim riesce a vendere un fuoristrada rimesso al nuovo da un bel tagliando comprensivo di freni e frizione nuovi e di un nuovissimo brillante gancio da traino. Sembra proprio un ottimo affare. La monotonia del blues persiste nell'inciso, dove il nostro si limita a ripetere "Four Wheel Drive (Quattro Ruote Motrici)", seguito da un robotico controcanto a bassa frequenza che specifica le caratteristiche del mezzo con un esaustivo "Low Ratio (Basso Rapporto)". Questo tipo di trasmissione è stata progettata per un uso temporaneo in condizioni ambientali particolari che richiedono una ulteriore trazione supplementare per superare ripide pendenze o terreni particolarmente fangosi e scoscesi, utile anche nel caso occorra una elevata potenza di traino. Nella seconda strofa, Jobson prova a smorzare la monotonia aggiungendo al pianoforte note spaziali sparate dal synth, ma si tratta di un fuoco di paglia. Jim ha ricevuto un bel gruzzoletto di sterline, mentre l'acquirente, felice come un bambino che gioca nella sabbia, ha provato immediatamente l'efficienza del suo fuoristrada, scorrazzando nelle fangose strade della campagna inglese. Il successivo ritornello mette in mostra uno scolastico cambio di tono che prepara la strada a Martin Barre, il nostro amato chitarrista ci spacca le orecchie con un lancinante e lisergico assolo di chitarra, accompagnato dai ruggenti fraseggi del basso carico di effetti e dalle raffinate escursioni sulle pelli di Mr. Craney. L'interludio strumentale continua con un dialogo fra il flauto e il pianoforte che ci porta dritti alla strofa finale, dove troviamo il protagonista a guidare in fangose strade secondarie di campagna, sentendosi felice come una Pasqua, ansioso di mostrare agli amici il suo fiammante e potente fuori strada. Dopo un ultimo passaggio dell'inciso, c'è spazio per un ulteriore assolo di flauto traverso che ci accompagna verso il finale, dove troviamo il nuovo drummer in solitario che va a concludere il brano proprio come lo aveva iniziato.

The Pine Marten's Jig

Dietro al bizzarro titolo The Pine Marten's Jig (La Danza Della Martora Eurasiatica) si nasconde una brillante e variopinta canzone strumentale ricca di cambi di tempo, che in buona parte rimane saldamente aggrappata al cordone ombelicale legato al capostipite della fantastica trilogia folk "Song From The Wood". Pine Marten è il nome della simpatica Martora Eurasiatica (Martes Martes) tradotto nella lingua di Shakespeare. Il piccolo mustelide dal corpo slanciato e dalla lunga coda è presente su tutto il territorio europeo, nelle gelide lande russe e in Asia Minore. Il corpo, escludendo la coda che può raggiungere i trenta centimetri, raramente supera il mezzo metro. Il lucente manto è prevalentemente marrone con il ventre ed il sottogola di color giallo e macchie marrone chiaro sul musetto vispo ed allungato. Essendo un carnivoro, la martora ha robusti arti provvisti di unghie ben affilate, non disdegna comunque la buona e sana frutta. Animale solitario, la martora ha abitudini prettamente notturne, mentre durante il giorno ama sonnecchiare fra le folte chiome degli alberi. Come lo scoiattolo, è un animale agilissimo che ama saltare con estrema rapidità da un albero all'altro. Scavando nelle antiche tradizioni popolari, ho scoperto che sulla martora esiste una leggenda che la trasforma in una sorta di piccolo vampiro che beve il sangue della preda dopo averne reciso la carotide, ovviamente il fatto non sussiste, o perlomeno non è stato accertato scientificamente. La giga è invece un'antica danza popolare irlandese risalente alla fine del 1500. Nel secolo successivo la giga venne importata in Scozia ed in Inghilterra, dove divenne la famosa Kempe's Jig. Il creatore William Kempe mixò alla danza una farsa umoristica, dove canto ballo e recitazione si integravano perfettamente. Con il tempo, la giga si è espansa quasi in tutta Europa, Bel Paese compreso, per la precisione in Romagna. La jig veniva composta in 6/8, l'antica danza popolare ha tutt'oggi numerosi estimatori in Scozia ed in Irlanda, ed un amante delle vecchie tradizioni gaeliche come Ian Anderson non poteva esimersi da mettere agli atti il suo personalissimo tributo alla Jig, componendone una tutta sua, ispirandosi al simpatico e saltellante piccolo mammifero. Un festoso flauto traverso e tradizionali sviolinate che provengono dal passato aprono il brano, rievocando le antiche danze popolari irlandesi, il basso zoppicante segue la stramba ritmica di Mr. Craney, che aggiunge la parola versatilità al suo già prestigioso bagaglio tecnico. I nostri ricreano un wall of sound che ci porta indietro nel tempo, nella Scozia o Irlanda che sia del 1600, nel bel mezzo di una festa popolare dove tutti ballano e saltano a tempo, ondeggiando i lunghi vestiti, mentre i calici di birra vengono innalzati al cielo, Slainte Mhath. Gli strumenti viaggiano gioiosamente all'unisono fino al minuto 01:17, quando irrompe Martin Barre creando con la sei corde uno squarcio temporale che ci riporta ai colorati anni'80, un lancinante assolo di chitarra dai sentori metallici supportato dalla sola sezione ritmica, un solo che quasi stona con la prima parte della canzone. Timidamente torna il flauto, che si divide la scena con il violino per circa trenta secondi, per poi cedere nuovamente lo scettro al Chitarrista Di Birmingham, che però stavolta è assai meno aggressivo, sparando un caldo vortice di note che odora di rock'n' roll. Le magie dalla gran cassa, insieme al flauto e ad un basso spaziale che viaggiano in maniera omofona ci portano per mano verso la parte migliore della canzone, dove sale in cattedra Eddie Jobson che ci ipnotizza con un bellissimo assolo di violino che a tratti ricorda vagamente quello della bellissima "Nothing To Lose" degli U.K., le note dello strumento di Paganini ci incantano letteralmente, fondendosi poi che le gioiose trame della musica tradizionale irlandese accompagnandoci verso il più classico e brusco dei finali.

And Further On

Siamo giunti all'epilogo dell'album numero tredici made in Tullandia, And Further On (E Più Avanti) è senza ombra di dubbio la traccia più interessante del lato B del platter, un brano d'atmosfera che liricamente guarda al futuro come si evince dal titolo, ma anche al passato. Le liriche, colme di profonde licenze poetiche, sono criptiche come non mai, aperte a mille interpretazioni, ognuno di noi può leggere fra le righe diverse tipologie di messaggi, sta all'ascoltatore decidere quale sposare. Io ho percepito una sorta di arrivederci dei nostri nei confronti dei fan, che bene o male sono stati sempre fedeli nonostante i numerosi sussulti ed i fortunali che si sono abbattuti sulla band durante questi primi due lustri di carriera, con cambi stilistici e un corposo via vai di gente all'interno della band, che ha visto numerosi musicisti ruotare attorno all'istrionica figura di Ian Anderson. Il succo è che i Jethro Tull ci sono ancora e ci saranno per molto tempo ancora, indipendentemente dagli interpreti e dalla strada musicale intrapresa, saranno sempre loro stessi e suoneranno sempre la musica che gli proviene dal cuore per fare felici i loro fan, ovvio, come in passato ci sarà qualche scontento, ma ci saranno anche nuovi adepti a far crescere la già numerosa schiera degli adoratori del Dio Anderson. Il brano si apre con un rilassante tappeto di tastiera, ricamato dal pastose note glissate di basso e da una fiabesca e tenue trama di flauto. Mark Craney crea suspense trillando i piatti, spalancando i cancelli alla prima profonda strofa. Accompagnato da tetri accordi di pianoforte, il Cantastorie Di Dunfermline recita profonde righe che meritano di essere citate in tutta la loro interezza: "We saw the heavens break and all the world go down to sleep and rocks on mossy banks drip acid rain from craggy steeps (Abbiamo visto il cielo spezzarsi e tutto il mondo addormentarsi e le rocce sugli argini coperti di muschio gocciolano dalla pioggia acida dai ripidi scoscesi)". In queste prime righe io leggo un breve riassunto del recente passato, quando i nostri hanno iniziato a perorare una causa in difesa di Madre Natura, sempre più sotto attacco dal cinismo dell'uomo e dall'inarrestabile avanzo del progresso. Nell'effimero inciso, le note del pianoforte si addolciscono, avvolgendo la linea vocale carica di mestizia di Anderson che ci saluta e si domanda se in futuro saremo ancora lì con lui. Accordi distorti e potenti fill sulle pelli incattiviscono la seconda strofa, che io vedo dedicata alla band e alla sua travagliata storia, sempre pronta a ritirarsi su di fronte alle avversità. Come una fiera ferita che si rialza, nuovamente pronta a combattere e a vendere cara la pelle, anche i nostri hanno saputo sempre rialzarsi, pronti a scacciare a calci i segugi delle testate giornalistiche, che più volte hanno stampato un invero necrologio dei Jethro Tull. Ritorna la calma con il breve inciso, dove il nostro rinnova il suo arrivederci musicale nei confronti del popolo Tulliano. Al minuto 02:22 cambia nuovamente l'atmosfera, se pur ad un basso numero di bpm, i nostri confezionano un energico interludio strumentale, pieno di interessanti ricami che ruotano attorno ad un bellissimo assolo di Martin Barre, un solo che proviene direttamente dal cuore, poche note legate magistralmente ed enfatizzate dalle tastiere,  note che emanano una piacevole sensazione di tristezza, anche se questa mia definizione può suonare come un ossimoro. Sulla strofa conclusiva, gli accordi distorti sono ancora più potenti, come se volessero sfoderare rabbia. Anderson, muovendosi fra sinuose partiture di piano e colpi sui tom tom chiude con un'altra serie di profonde licenze poetiche che celano il cammino musicale del combo albionico, che mai si è prostrato di fronte alla moda, a volte sfidando la sorte con scelte coraggiose, a volte rischiando, passando attraverso vecchie porte rotte, come quando pubblicarono "Song From The Wood", un album che rispolverava il vecchio folk ed il progressive ormai creduto defunto, spazzato via dal forte vento del movimento punk , ma i nostri portarono avanti la loro idea musicali non curandosi di ciò che avveniva là fuori, sorprendendo fan e critica. La calma fiabesca dell'inciso torna per un'ultima volta, rinnovando l'arrivederci. I nostri hanno tracciato l'ennesima riga musicale, una sorta di nuovo inizio. Io sarò ancora lì, ad aspettare nuove emozioni musicali e vibrazioni griffate Jethro Tull, e voi?

Conclusioni

Come diceva il simpatico dottor Emmett Brown (Christopher Lloyd) "Il vostro futuro non è scritto, il futuro di nessuno è scritto, il futuro è come ve lo creerete voi perciò createvelo buono!" e i nostri hanno preso il consiglio alla lettera, sfornando un album moderno influenzato dall'elettronica che si discosta nettamente dalle sonorità del passato, stando al passo con i tempi e gettando le fondamenta per un altro decennio di buona musica, rimanendo comunque sempre e solo i nostri amati Jethro Tull. "A" è un album controverso che ha diviso i fan, scontentando non poco la frangia appartenente allo zoccolo duro ancorato ai capolavori degli anni settanta, un po' la stessa cosa accaduta per il coetaneo "Drama" degli Yes, che per la cronaca considero un capolavoro. Sembra quasi che i nostri fossero timorosi della nuova strada musicale intrapresa, lo dimostra il fatto che sparano subito tutti i loro colpi migliori confezionando una prima parte di album di altissimo livello - livello che secondo il mio modesto e sindacabilissimo parere scende vistosamente verso il basso nella seconda parte, con molte tracce destinate a finire nel dimenticatoio, ad eccezione della conclusiva "And Further On" che io reputo un ottimo brano. Ian Anderson se la cava bene sotto tutti i profili anche con le nuove sonorità, anche se devo dire che mi sembra meno ispirato rispetto alla recente e fantastica trilogia folk, senza ombra di dubbio lo stile che meglio si sposa con il suo estro e le sue caratteristiche. Fa un passo in avanti invece l'altro pilastro Martin Barre, che riesce ad integrarsi perfettamente con il nuovo sound aggiungendo una buona dose di cattiveria al suo inconfondibile stile. Ma quello che mi ha incantato maggiormente è Eddie Jobson, talentuoso ed estroverso, si dimostra un tastierista a tutto tondo, abile sia con i sintetizzatori che con pianoforte e tastiere, con l'originale aggiunta dell'uso del violino che lo rende un musicista più unico che raro. Purtroppo, dopo questa fantastica esperienza Tulliana, il Tastierista di Billingham non ha avuto la carriera che avrebbe meritato, e questo lo trovo un grande ed inspiegabile mistero. Ottima la performance della rinnovata sezione ritmica, per Mark Craney vale lo stesso discorso fatto sopra, talento e tecnica da vendere non sono in sintonia con la carriera musicale, ma anche su questo album lascia una testimonianza di alto livello, miscelando tecnica e potenza in maniera impeccabile. L'ottimo Dave Pegg invece rimarrà a lungo nelle fila della band, sino alla metà del decennio successivo, diventando il bassista più fedele all'istrionico Anderson. "A" è stato registrato durante l'Estate del 1980 a Londra, come ormai di consueto facendo spola fra la Maison Rouge Mobile e i Maison Rouge Studios di Fulham. Stavolta, per la produzione, Ian Anderson si è avvalso della collaborazione di Robin Black, mentre gli arrangiamenti sono accreditati a tutta la banda. La Chrysalis Records lo ha rilasciato il 29 Agosto del 1980 nel Vecchio Continente, mentre gli Stati Uniti hanno dovuto attendere due giorni in più. La nuova strada musicale intrapresa purtroppo non ha portato nessuna nuova certificazione di vendita in casa Tull, raggiungendo la posizione numero 25 in patria e la 30 negli USA. Sicuramente non fra le più belle, la copertina ideata da Anderson e supervisionata da Peter Wagg è opera del fotografo John Shaw. La foto ritrae i nostri in tuta bianca all'interno di una base aereonautica mentre avvistano uno strano oggetto volante non identificato a forma di "A", ovvero il titolo dell'album, che in questo caso potrebbe anche essere identificato in una sorta di allarme avvistamento. Nel retro di copertina ritroviamo i nostri con le fantascientifiche tute bianche in stile "La Città Verrà Distrutta All'Alba di G.A. Romero" ben più evidenti intenti ad osservare timorosamente l'oggetto volante appena atterrato, con un ritardatario Martin Barre che ancora deve scendere dal veicolo, anch'esso bianco. Ma veniamo al dunque, come si dice dalle mie parti, se l'intero album avesse mantenuto il livello qualitativo delle prime quattro tracce, saremo di fronte ad un capolavoro che non avrebbe avuto niente da invidiare alle meraviglie proposte in passato dai nostri, ma purtroppo, le tracce perdono di qualità con lo scorrere della track list, fatta eccezione della conclusiva, che torna al livello delle prime quattro. Non fraintendete, nella seconda facciata non ci sono affatto canzoni che invitano allo skip, ma nemmeno brani che lasciano il segno, come per esempio la splendida "Black Sunday", una delle mie tracce preferite dell'intera discografia Tulliana.  A sprazzi troviamo comunque qualcosa di buono anche nelle cosiddette "tracce minori". Siamo di fronte ad un album più che discreto che si merita una valutazione medio alta, un lavoro che ci consegna per l'ennesima volta una nuova versione dei Jethro Tull che non conoscevamo. Da apprezzare la scelta coraggiosa di dare una drastica svolta allo stile musicale a cui eravamo abituati fino ad ora, un brusco cambio di rotta tutto sommato positivo grazie anche alla qualità ed all'estro degli interpreti. Un album consigliatissimo a chi si vuole avvicinare ad una delle band più brillanti degli anni settanta, ma che allo stesso tempo non digerisce le complicate sonorità del suddetto decennio, sicuramente ne sarà affascinato e magari sarà stuzzicato a ripercorrere a ritroso l'intera discografia. Per i fan di vecchia data, che ve lo dico a fare, da avere assolutamente. I cambi di stile servono proprio a questo, a conquistare nuovi fan e a convincere i vecchi. Con l'avvento del frizzante nuovo decennio ha inizio una nuova giovinezza per i Tull, e sono sicuro che ne sentiremo ancora delle belle.

Kw: recensione jethro tull, monografia jethro tull, recensione jethro tull A

1) Crossfire
2) Fylingdale Flyer
3) Working John, Working Joe
4) Black Sunday
5) Protect And Survive
6) Batteries Not Included
7) Uniform
8) 4 W.D. (Low Ratio)
9) The Pine Marten's Jig
10) And Further On
correlati