IRON MAIDEN

The Soundhouse Tapes

1979 - Hard Rock Records

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
08/08/2014
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Oggetto di culto tra tutti i fan degli Iron Maiden, soprattutto tra i collezionisti che, credetemi non sono pochi nel mondo, il “Soundhouse Tapes”  è la prima registrazione ufficiale e successivamente la prima pubblicazione ufficiale che porta il nome di Iron Maiden.  L’EP originariamente contenente tre tracce: “Prowler” , “Invasion” e  “Iron Maiden” fu registrato l’ultimo dell’anno del 1978, un giorno giusto per permettere alla band di utilizzare gli Spaceword Studios di Cambridge per poche sterline.  Un'altra canzone fu registrata, “Strange World” ma poi non fu inserita nell’EP “Soundhouse Tapes”, uscito quasi un anno dopo, il 9 novembre 1979.  Una data storica per i fan del metal, non solo per i fan degli Iron Maiden; quel 9 novembre inizia una delle avventure musicali che nel giro di un breve scorcio di tempo diventerà leggenda, la straordinaria caparbietà del fondatore e master mind della band, Stephen Percy Harris, già allora per tutti Steve Harris, insieme anche a qualche inevitabile colpo di fortuna porterà uno sconosciuto gruppo di ragazzi dell’East End londinese a diventare la più famose heavy metal band di sempre.   Ma procediamo con ordine. Come dichiarato nelle biografie ufficiali, la band è tornata qualche settimana dopo la registrazione di Cambridge per re-mixare e migliorare le tracce ma, non avendo a disposizione in cinque messi insieme le 50 sterline per poter comprare il master originale della registrazione hanno dovuto rimandare l’intento.  Solo pochi giorni dopo gli Iron Maiden scoprono che il nastro è stato cancellato incidendogli sopra altre canzoni , dunque del “Soundhouse Tapes” rimane la copia fatta dalla band con le tracce registrate quasi al primo tentativo, senza la possibilità di ritoccare nulla di quanto suonato quel 31 dicembre 1978.   La fortuna della band e che il demo in questione finisce nella mani dei Neal Kay, titolare del famoso club chiamato Heavy Metal Soundhouse, posto sul retro del Prince of Wales pub a Kingsbury, ovviamente a Londra.   A Neal il demo piace moltissimo e grazie ai numerosi ascolti che propone nel suo club, il brano “Prowler” finisce al primo posto tra le richieste dei lettori della rivista “Sounds”.  Chi ha visto la storica vhs “12 Wasted Years” (ripubblicato nel 2013 come bonus dvd sulla ristampa di “Maiden England” ) ricorderà nella immagini in bianco e nero certamente questo personaggio capellone con in mano alcuni vinili dirigersi verso il suo locale, davvero un icona del metal londinese degli arbori.   Ebbene, grazie anche alla pubblicità di Neal Kay le copie del “Soundhouse Tapes” furono vendute in un battibaleno, in parte ai concerti in parte inviate su richiesta via posta dall’allora primo responsabile del Iron Maiden Fan Club, Keith Wilfort.   Si è parlato per tantissimi anni di 5.000 copie ma, come si evince dal libro di Marco GambaIron Maiden dalla A alla Z” , in realtà anni dopo lo stesso Wilfort ha dichiarato che le copie vendute furono 6.000.  In ogni caso queste 6.000 copie sono diventate già dopo i primissimi anni di carriera della band ricercatissime dai fan, di fatto come detto in apertura “The Soundhouse Tapes” è diventato un oggetto di culto il cui valore ha superato i 1000 euro.  La EMI ha ri-pubblicato le versione originali, compresa l’esclusa “Strange World” nelle varie versioni della raccolta uscita nel 1996 “Best of the Beast” ed esiste una ristampa su cd del 2002 di sole 2000 copie, ma ovviamente rimane un pezzo di grande collezionismo l’EP originale del 1979.  Bisogna fare anche molta attenzione perché sono state spacciati per originali anche bootleg fatti molto bene , ma vi sono delle scritte sul vinile sia sul lato A che sul lato B che aiutano a capire se si è in possesso del vero EP originale. Banalmente, per dirne una , un bootleg in mio possesso ha l’apertura a destra per estrarre il disco, invece l’originale si apriva dall’alto.   Attenzione ad un'altra annotazione importante : la band che originariamente incise l’EP era composta ovviamente da Steve Harris al basso, Paul Di’Anno alla voce, Dave Murray alla chitarra e Doug Sampson alla batteria. Così vengono fotografati in foto bianco nero i quattro Iron Maiden nel back cover del vinile. Persino sulla wikipedia si cita come possibile seconda chitarra un certo Paul Cairns, mai accreditato dalla band come presente in studio. Da un lato Cairns inizialmente non diede importanza alla cosa, visto che fu presto scaricato dalla band, dall’altro raggiunto e intervistato anni dopo dice che alcuni solo e riff di chitarra incisi sono i suoi. La verità forse non si saprà mai, da un lato la band non vuole aprire contenziosi economici dall’altro lo stesso Cairns potrebbe cercare di avere il suo momento di popolarità affermando di aver fatto parte per un breve periodo di tempo di una della più grandi rock band del mondo. Tornando alla back cover, in basso troviamo altre foto sempre in bianco nero prese dai primissimi concerti degli Iron Maiden.  La “Rock Hard Records” è un nome inventato dal manager Rod Smalwood per chiamare così la loro auto-incisione, giusto qualcosae che possa attirare interesse.   Neal Kay firma una sua interessante presentazione della band sempre sulla back cover, scritta a mano in stampatello e conclude dicendo “Gli Iron Maiden potrebbero diventare i leader del heavy metal contemporaneo , combinando un certa dose di talento e la giusta caparbietà che la musica mondiale non deve ignorare”.  Forse nemmeno lo stesso Neal Kay poteva immaginare quanto queste parole, scritte nel 1979 potessero essere veritiere. Non abbiamo parlato della cover frontale, che mostra la storica foto di Paul Di’Anno a torso nudo mentre canta con il braccio sinistro alzato; si intravede alla sua sinistra Steve Harris in una sua tipica posa dal vivo con il basso e davanti il pubblico euforico di un piccolo club (la foto in questione infatti è accreditata a Rob Loonhouse proprio dal H.M. Soundhouse di Kingsbury, il famigerato locale di Neal Kay a cui la band si è ispirata per il nome del’EP.). Ma passiamo all’analisi track by track delle tre tracce che componevano questo mitico EP.



Prowler” , che poi sarà anche scelta nella tracklist come opener del primo storico album “Iron Maiden” del 1980, inizia con il classico suono metal della chitarra elettrica per antonomasia, prima che Dave Murray ci regali un riff melodico ed epico nello stesso tempo che si aggancia a primi versi di Paul Di’Anno (per la verità una risata poi tagliata dal vinile).   Cominciamo a dire che per chi è abituato ad ascoltare la traccia del vinile d’esordio, si accorge subito che le ritmiche sono più lente e anche alla batteria non c’è ovviamente Clive Burr, dallo stile monolitico e diverso in ogni caso da Doug Simpson. In generale ovviamente il sound e tipicamente da”demo version”.  Il cut del master originale è quindi grezzo ma contiene quell’attitudine selvaggia tipica delle prime composizioni degli Iron Maiden. Straordinario il rallentamento centrale dove poi si scatena la parte ritmica con un accelerazione che ha fatto storia e con il grande solo del biondo Dave.  Le liriche della song, se prese alla lettera, sembrerebbero quasi scritte sulla sorta di un'eccitazione sessuale adolescenziale e anche un po’ malata, tipo maniaco nascosto nel cespuglio che mostra i suoi gioielli alle ragazze di passaggio!  Del resto, una band agli esordi come gli Iron Maiden scrive quello che dei giovani ribelli dell’East End londinese possono desiderare in quel momento: musica, soldi, fama e ovviamente, per dirla alla Motley Crue : “Grils, girls, girls “.  Il “prowler” in questo caso sembra un cacciatore serale un po’ “psyco” figlio sicuramente di improbabili conversazioni da pub dopo almeno cinque pinte di birra scura inglese !  Anche “Invasion” contiene nel suo DNA quella cattiveria selvaggia delle prime composizioni degli Iron Maiden.  Il brano inizia con una rullata di tom da parte di Sampson e si dimostra subito un up-tempo pimpante con Steve Harris che aiuta Paul Di’Anno nei backing vocals.  Nella parte centrale musicale si nota un arpeggio probabilmente, ma senza riscontri oggettivi, appartenente a Paul Cairns, prima del vero e proprio solo a cura di Dave Murray.  Doug Sampson suona più lentamente rispetto all’incisione definitiva del pezzo,  molto più veloce e metal la versione con Clive Burr e Dennis Stratton che però non troveremo nell’album d’esordio ma come b-side del singolo “Women in Uniform” del 1980.  Liricamente, il pezzo è il primo approccio di Steve Harris alla storia e all’epica in generale.  Si tratta della “Invasione” dei normanni o vichinghi, a secondo di come vogliamo chiamarli della Britannia. Possiamo immaginarci questi vigorosi guerrieri sulle loro navi da battaglia, le drakkar giungere sulle spiagge inglesi conquistando e depredando villaggi con asce e tipici scudi circolari in legno.  Curioso che poi il testo verrà meglio sviluppato da Steve (con l’aiuto del laureato Bruce?) in un'altra canzone, dal titolo simile, “Invaders”, pezzo d’apertura del mastepiece “The Number of the Beast” del 1982.   Qualcuno potrebbe obiettare che Dickinson non figura come crediti sul quel leggendario album ma è cosa oramai risaputa che, per evitate di pagare una penale piuttosto alta per questioni di copyright non comparì il suo nome tra gli autori della canzoni.  Torniamo all’EP e passiamo alla terza e ultima traccia: “Iron Maiden. Questa canzone è ovviamente l’anthem per definizione della band, da sempre suonata dal vivo e segna sempre la parte finale dello show, prima degli encore.  E’ la canzone dove avvenivano le prime rappresentazioni scenografiche di Eddie; dapprima molto grezze per poi diventare vere e propria scenografie complesse in base anche all’artwork di copertina.  Musicalmente la canzone suona ancora una volta anomala nella parte ritmica : la cavalcata di basso di Steve è più un trotto e la batteria, senza lo stile aggressivo di Clive detta ritmi un po’ blandi, quasi in slow-motion rispetto alla versione finale della canzone.  Anche le chitarre un po’ si adattano a questo ritmo blando,  mentre le liriche corrispondono esattamente a quelle che conosciamo da sempre. Come già detto si tratta di pezzi scritti da Steve già molto prima del 1979 quindi denotano sicuramente una certa ingenuità e fragilità, tanto è vero che il verso è sempre lo stesso ripetuto tre volte.  Fa venire i brividi pensare alla straordinaria visione e caparbietà di Steve Harris che, quando ancora suonava nei pub senza contratto discografico usciva con delle liriche tipo “Gli Iron Maiden ti prenderanno, non importa quando lontano tu sia”.  Considerando il successo mondiale della band attraverso i “sette mari” tanto di cappello a questo uomo dall’occhio lungo.  Liricamente anche “Iron Maiden” è una canzone di pura esaltazione giovanile e un po’ ancora sullo stile “maniaco sessuale”, basta pensare all’ambiguo ma non certo difficile da comprendere “Perché non vieni nella mia stanza? ti mostrerò i miei gioielli”.  E pensando anche allo strumento di tortura da cui deriva il nome della band suona piuttosto stucchevole anche il “Voglio solo vedere il tuo sangue, voglio solo starmene fermo e fissarti”  e comunque a scanso di equivoci nel refrain l’emblematica frase  “Gli Iron Maiden ti vogliono per morto!”.  Francamente anche chi vi scrive ha sempre trovato questa canzone eccezionale proprio perché collocata dal vivo come momento di celebrazione quasi mistico-religiosa tra la band, Eddie e i fan con anche i saluti tipicamente noti di Bruce nel finale, per il resto gli Iron Maiden hanno scritto pezzi ben più complessi e interessanti da analizzare dal punto di vista lirico.



Grazie a Neal Kay e al clamoroso successo di “The Soundhouse Tapes”  gli Iron Maiden finalmente agganceranno funzionari della E.M.I., grazie anche alla straordinaria abilità di Rod Smalwood che intuì subito le grandi potenzialità della band dell’East End londinese. E’ storicamente vero che per alcune circostanze incredibili e sfortunate le prime due volte Rod non riuscì nemmeno a vedere la band dal vivo o comunque al completo (in un occasione la band suonò senza Paul Di’Anno perché momentaneamente in questura per possesso di un coltello non regolamentare) ma il destino era dalla parte di Steve Harris & soci e ben presto il primo omonimo album venne alla luce cogliendo un clamoroso quarto posto nelle classifiche inglesi.  “Prowler” e “Iron Maiden” furono inserire in questo primo indimenticabile lavoro nella loro versione più classica che tutti conosciamo, con l’arrivo del più volte citato Clive Burr alla batteria e di Dennis Stratton ad affiancare come chitarrista Dave Murray. Il nome della band si fa sempre più importante nello show business, e così gli Iron Maiden organizzano per la prima volta un tour britanicco, prima di due grandissime chances, il presitigioso Festival di Reading come supporto agli UFO (amatissimi da Steve Harris) e soprattutto il tour europeo di supporto ai KISS. Per la verità le quattro icone superstar arrivano dali USA con il loro grande show un pò appannati e in declino,  sia per ragioni interne (la difficile gestione oramai di Ace Frehley a Peter Criss, oramai schiavi di droghe e depressioni)  sia per ragioni esterne , con la svolta "disco" dell'album precedente  (causa anche delle frequentazioni assidue di Paul Stanley al famigerato Studio 54) e la tiepida accoglienza del nuovo "Unmasked". Le cronache dei concerti italiani di allora ci raccontano di fan entusiasti per il "nuovo" metal degli Iron Maiden, quasi ad appannare la storia leggendaria dei Kiss che da qualche anno hanno abbandonato le loro origini rock. Ma Steve Harris e soci imprarenno proprio dal grande carozzone spettacolare della band originaria di New York che creare show indimenticabili anche dal punto di vista scenografico è un arma vincente. Chi avrebbbe mai pensato, in quella fredda serata dell'ultimo dell'anno del 1978 nella città univeristaria di Cambridge che il raffazzonato demo del “Soundhouse Tapes” potesse essere la chiave di svolta per un carriera lungimiranete e ricca di successi planetari come quella degli Iron Maiden ? Forse nemmeno lo stesso Steve Harris!


1) Prowler
2) Invasion
3) Iron Maiden

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