IRON MAIDEN

The Number of the Beast

1982 - EMI

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
16/10/2013
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Quando mi è stato chiesto di recensire “The Number of the Beast”, oltre a sentirmi – per forza di cose – davvero orgoglioso, ho capito, solo in un secondo momento, che questo disco comportava anche un notevole onere. The Number of the Beast è infatti l’album più conosciuto degli “Iron Maiden”, se non dell’intero metal. Quando nel pieno inverno del 1982 gli Iron si apprestavano a registrare questo disco, privi ormai dell’egocentrismo sfrenato (ed autodistruttivo) di “Paul Di’Anno”, secondo me non si rendevano bene conto dell’importanza delle note che stavano per incidere su nastro. Certo va detto – fatto anche riconosciuto dalla critica del tempo – che i Maiden non avevano ancora sbagliato un colpo. Dopo l’omonimo debutto, scoppiettante ed innovativo, gli Iron avevano proposto quel “Killers” che sicuramente ha rappresentato a posteriori il top dell’era Di’Anno. Ma ora, con l’arrivo dell’ex Samson “Bruce Dickinson”, le cose stavano cambiando ancora più a favore della band di Leyton, East End londinese. Le sue caratteristiche vocali – decisamente superiori a quelle del vecchio singer in termini di tecnica – erano quanto di più adatto alle esigenze della band. I tempi erano ormai maturi e gli Iron non volevano più limitarsi a cantare di nottate passate a running free oppure di ammiccanti women in uniform. Ora la band pretendeva di fare il salto di qualità e le liriche dovevano necessariamente alzarsi di tono. Per farlo, occorreva anche una figura idonea dietro il microfono che fosse pure credibile. Non si poteva proprio adattare Di’Anno: semplicemente egli non era più ciò che gli Iron cercavano. Dickinson, persona di cultura, era la nuova voce di una band che iniziava proprio con The Number of the Beast a migliorare i suoi standard musicali (peraltro già eccellenti) e soprattutto canori. Se in questo disco, che è pur sempre collante tra le due ere, compaiono brani più legati alla prima fase più stradaiola (22 Acacia Avenue, Gangland), ve ne sono altri (la title-track, Children of the Damned, Run to the Hills, Hallowed be Thy Name) che indubbiamente segnano il nuovo corso intrapreso dalla band. Dunque se a questa maturazione improvvisa il gruppo aggiunge un’immagine (dall’artwork del disco all’impatto sul pubblico) senza rivali – beh – possiamo comprendere quanto gli Iron Maiden siano stati la band che più ha dato all’heavy metal su scala mondiale. Guardando la copertina, salta subito all’occhio il grande Eddy che controlla il Diavolo come se fosse una marionetta. E’ comunque interessante far osservare che a sua volta è il diavolo ad animare un Eddy minuscolo sulla terra. Chi è dunque in realtà il marionettista? E chi è la marionetta? La scala gerarchica non lascia dubbi...Secondo la tradizione cristiana sarebbe il diavolo, con i suoi emissari terreni (fra cui Eddy), a portare il male tra gli uomini. Ad ogni modo dalla copertina emerge però una inquietante verità: colui che è reputato il Male assoluto non è altro che un fantoccio nelle mani di Eddy stesso, che si erge sorridente sulla terra che brucia inesorabilmente. Bando alle ciance e passiamo all’analisi track-by-track. Giusto per far capire che gli Iron Maiden avevano mantenuto l’aggressività e la dinamicità delle prime due opere, decidono di presentarsi con “Invaders”. Dopo una piccola intro con le proverbiali figure di basso di “Steve Harris” (sempre più catalizzatore dell’attenzione), si scatena un riffing mozzafiato che si insinua subito nella testa. Dickinson è una spanna sopra Di’Anno per espressività ed intensità, cantando linee vocali per nulla semplici che trattano di invasori nordici. Come i Vichinghi, i Maiden dove passano non lasciano che macerie, basta sentire l’assolo al fulmicotone di “Dave Murray” (1:52) o quello di “Adrian Smith” (2:09). Straordinaria la sezione ritmica: oltre al potente e compianto “Clive Burr”, che tira sempre dritto come un treno, è Steve Harris ad essere un autentico leader, e per capirlo basta sentire il giro di basso che dà il via alle danze a questa cazzutissima Invaders. Con la successiva track, Children of the Damned, gli Iron tirano apparentemente il freno, dal momento che il brano parte con un melodico arpeggio di chitarra, con delle linee di basso altrettanto ricche di melodia, che fanno onestamente domandare all’ascoltatore quale sia lo strumento principale e quale quello che accompagna. Un facile giro di arpeggi introduce quindi un’angosciante chitarra, che apre alle calde liriche di Dickinson. Il chorus è di quelli potenti e fortemente espressivi, e si addice ad un testo maledetto, come maledetta è la stirpe da cui il titolo. La canzone è infatti ispirata al film fantascientifico del 1960 intitolato “Il villaggio dei dannati” di Wolf Rilla, a sua volta tratto dal romanzo “I figli dell’invasione” di John Wyndham del 1957. Il bello, però, sopraggiunge attorno al minuto 2:20: chitarre malefiche svettano sopra una batteria rullante per poi esplodere in una melodia incrociata unica. Tocca a Smith questa volta l’onore di coronare tale canzone con un assolo stupendo, fatto di tapping e tanto, tanto buon gusto. Il terzo brano è The Prisoner, traccia stupenda (a proposito, mi scuso se mi ripeto, ma qua la classe è davvero altissima). Anche questa canzone si rifà all’omonima serie TV inglese, dalla quale viene estratta l’introduzione parlata che funge da apertura. E’ poi Burr ad incalzare con un ritmo intrigante che invoca davvero il battito delle mani del pubblico. Il verso è quanto di più melodico/potente che gli Iron abbiano mai saputo comporre e precede un bridge ancora una volta dominato dal basso di Harris. Il ritornello è di quelli epici, storici, intramontabili, che ti fanno innamorare dell’heavy metal. Il ritmo è paragonabile per intensità alla vita del protagonista del brano: è un corri-corri generale, una fuga verso la libertà tanto desiderata. Indimenticabile è di nuovo la sezione strumentale centrale, col tapping di Smith prima sugli staccati e dopo con tutto il pieno d’orchestra. E’ sempre lo stesso chitarrista poi a travolgere tutti e tutto con un assolo tipico del suo stile, mentre Murray schizza fuori con un altro assolo energico che fa letteralmente urlare la sua chitarra. Apprezzabile la ritmica offerta da Burr che alterna un colpo sul charleston in chiusura ed uno sul tom basso: davvero innovativo e geniale. Canzone che non riserva più molto ma che ha tracciato le coordinate precise di cosa deve essere l’heavy metal. Quarta canzone è 22 Acacia Avenue, che è l’indirizzo della prostituta Charlotte già citata nel primissimo disco dei Maiden (vedete Charlotte the Harlot). Qua il tema è molto meno ricercato e si torna agli albori della storia maideniana. Il brano è introdotto in un modo non molto comune agli Iron: la chitarra di Murray si sente lineare come non mai. La song è una di quelle degli Iron che non mi ha mai fatto impazzire (scusatemi se bestemmio), anche per via di scelte stilistiche particolari, come la parte del bridge, con una batteria addirittura sincopata. Su questa traccia troviamo il primo assolo lento, ad opera di un Murray che pare davvero essere a suo agio anche sulle partiture meno veloci, lasciando intuire alcune venature blueseggianti. Insomma, per chi scrive, dopo un trittico da dieci e lode, ci imbattiamo qua nel primo momento meno esorbitante, anche se il livello compositivo e qualitativo si mantiene su livelli incredibilmente alti. La quinta traccia è quella che dà il nome all’album, ovvero The Number of the Beast, secondo singolo estratto dall’album. Stando a quanto dichiarato da Harris, questa song sarebbe la trasposizione in musica di un suo incubo, molto misterioso ed inquietante, causatogli dalla visione de La maledizione di Damien (di Don Taylor, 1978). Il brano è uno dei più celebri del mondo dell’heavy metal e attorno al suo chorus indimenticabile troviamo una canzone varia, costituita da ottime parti sia strumentali che liriche. Dopo la famosissima introduzione estrapolata dall’Apocalisse, che rievoca un singolare aneddoto secondo il quale i Maiden dovettero rinunciare alla voce narrante dell’attore Vincent Price perché troppo esosa (chiese 25,000 sterline!!), Dickinson parte subito con delle vocals aggressive che parlano di un personaggio tormentato dai suoi stessi incubi. Dopo l’intro, però, la canzone esplode in un urlo diabolico dello stesso cantante, mente la band s’invola verso una doppia serie verso/ritornello davvero coinvolgente, che fa saltare chiunque la ascolti. Verso il minuto 2:28 ci addentriamo nella parte strumentale prima con un bridge a crescere, poi con un primo assolo (memorabile) di Murray, quindi uno staccato che ha fatto scuola ed infine ad un altro, bestiale, assolo di Smith. Basta? Macché c’è ancora spazio per un piccolo assolo di basso, dove Harris indirizza ancora una volta le luci su di lui. A quasi un minuto dalla fine, gli Iron ci concedono un’altra serie di verso/chorus, così come un’intro ripresa in chiave più veloce che chiude più che degnamente questa canzone favolosa. Pazzesco come dopo cinque brani ci sia sempre una qualità così alta. Ma il bello deve ancora venire... La sesta canzone è Run to the Hills, il brano più inossidabile degli Iron Maiden, canzone con cui chiudono sempre i loro concerti. Il motivo parla delle Guerre indiane, gli iniziali conflitti tra inglesi e nativi americani ai tempi della prima colonizzazione, durante i quali gli indigeni vennero brutalmente massacrati dai loro invasori. Riguardo a questa canzone, che su disco porta la firma esclusiva di Harris, si dice abbia anche contribuito Dickinson (specie sulle parti vocali) ma che, a causa di problemi contrattuali con il suo ex gruppo, non abbia potuto comparire tra i crediti dell’album. Il pezzo è introdotto da un celeberrimo riff di basso e chitarra, con la batteria di Burr che richiama quasi tamburi da guerra. Dopo neanche un minuto, il brano esplode in un’epica cavalcata, con un altrettanto spettacolare refrain. La struttura compositiva è molto semplice, ma garantisce lo stesso grande impatto, senza perdersi in inutili orpelli. Dopo uno strabiliante assolo di Murray, Harris crea una serie di galoppate in crescendo che supportano la straordinaria prova vocale di Dickinson, che si sublima in un urlo stratosferico. Fantastico! Run to the Hills si colloca indubbiamente tra i primi tre brani dell’album, risultando quello di più facile ascolto ma allo stesso tempo quello più incisivo. Per il brano è stato girato un videoclip ufficiale, dove vediamo gli Iron in gran forma e Harris senza il suo fedele Fender Precision Signature blu, rimpiazzato da un Ibanez Roadster. Settimo brano è Gangland, l’unico che possa annoverare tra i suoi scrittori il drummer Clive Burr. E’ proprio con la sua batteria che il pezzo parte, grazie ad un pattern ritmico potente e dinamico. Il verso è potente, supportato dai piatti della batteria, ma sicuramente si colloca sotto di un paio di scalini rispetto alla grande performance finora fornita. Particolare menzione per il bell’incrocio chitarristico al minuto 2:24. Un buon brano ma nulla più, che definire filler è comunque eccessivo. A questo punto se avete in mano l’edizione originale dell’album, sarete giunti all’ultima traccia, mentre per chi ha la riedizione digitale del 1998 potrà ancora godere di un ulteriore brano: Total Eclipse. Questa canzone, che non è rimasta sicuramente nella memoria collettiva dei fan degli Iron, è comunque una valida composizione che per certi versi prefigura quello che saranno i Maiden del futuro prossimo. Finalmente arriviamo all’ultimo motivo. Dico così non perché sia stato stancante ascoltare e recensire quest’album, affatto. Lo dico perché all’ultimo posto di quest’album c’è Hallowed Be Thy Name, una delle canzoni più belle che abbiano mai scritto gli Iron Maiden. Con il titolo che riprende un verso del Padre Nostro, il brano parla degli ultimi istanti di vita di un condannato a morte, che ripercorre a mente tutto il suo passato, iniziando con una lucida disamina per poi arrivare ad attimi di pura follia, in bilico tra sogno e realtà. L’incedere iniziale è scandito dalle campane, come per sottolineare il destino ormai segnato del protagonista. Il verso cantato da Dickinson è superlativo, molto espressivo sul piano timbrico: il cantante ci ha davvero messo impegno e passione (e si vede). Numerosi sono i riff intrecciati da ricordare, che si incastonano benissimo tra di loro, anche se il piatto forte è rappresentato dalla gloriosa parte centrale con inclusi i due assoli (a tal proposito mi spiace che gli Iron l’abbiano quasi sempre stravolta in sede live). In particolar modo il secondo assolo, quello di Smith, è uno dei più belli dei Maiden. Nonostante la sua lunga estensione, il brano non induce mai ad un attimo di noia in quanto è un continuo susseguirsi di emozioni uniche. Verso la fine, la voce di Dickinson torna a fare capolino ancora una volta prima della chiusura epica, che suggella un’opera fondante dell’heavy metal tutto. Il voto per quest’album non può che essere il massimo, essendo la Bibbia di quel genere musicale che sin dai lontani anni 80 ha fatto battere migliaia di cuori. Certo i metallari crescono, magari cambiano pure, ma è doveroso dire che The Number of the Beast è un po’ come il primo amore, quello che ti stravolge la vita per sempre. Ti apre le porte verso un mondo nuovo, fantastico, a tratti oscuro, ma certamente emozionante come nessun altro genere musicale. Perché solo i metallari conoscono la magia insita nell’heavy metal: chi non è metallaro non può capire cosa voglia dire esserlo fino in fondo. The Number of the Beast è il disco che presentò gli Iron Maiden ai grandi palcoscenici, ma è anche l’album che consegnò alla storia i dettami del nostro amato heavy metal. Up the Irons!


1) Invaders
2) Children of the Damned
3) The Prisoner
4) 22 Acacia Avenue
5) The Number of the Beast
6) Run to the Hills
7) Gangland
8) Total Eclipse
9) Hallowed Be Thy Name

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