IRON MAIDEN

The Final Frontier

2010 - EMI Records

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
18/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

l momento attuale in cui scriviamo, The Final Frontier del 2010 è l’ultimo album studio pubblicato degli Iron Maiden, in attesa della completa guarigione del cantante Bruce Dickinson, dalle cui sorti dipenderà molto del futuro prossimo della band. Facciamo un piccolo passo indietro nel tempo e arriviamo alla fine del fortunato “Somewhere Back in Time Tour 2008/2009”: i Maiden hanno portato in giro per il mondo una riedizione riveduta e corretta del famigerato World Slavery Tour, con il clamoroso ritorno di Eddie-Mummy gigante e l'escuzione di pezzi leggendari che non suonavano dal vivo da diversi anni. Ebbene, nel 2010 finalmente è tempo di registrare nuove canzoni, a sorpresa i sei Maiden tornano nei famigerati Compass Point Studios di Nassau, nella Bahamas, dove hanno registrato album del calibro di “Piece of Mind”, “Powerslave” e in parte anche “Somewhere in Time”. Ancora una volta spetta al sudafricano Kevin Shirley il ruolo di produttore e il missaggio dei suoni, mentre è Melvyn Grant ad occuparsi della copertina, come era già successo per “Fear of the Dark”, “Virtual XI” e sul doppio live “Death on the Road”. L’Eddie alieno che vediamo disegnato sulla cover non è una della migliori realizzazioni che abbiamo visto della mascotte e, purtroppo, anche la cover di “The Final Frontier” non è certo una delle migliori dei Maiden. L’abitacolo del pilota è squarciato e ne rimane solo lo scheletro con il teschio, con Eddie minaccioso alle spalle che impugna una chiave, il riferimento è quello del video clip ufficiale della canzone “The Final Frontier” , una mini storia spaziale con protagonista ovviamente la “simpatica” mascotte dei Maiden, oltre che l'attore che interpreta lo sfortunato temerario dello spazio. Quando esce ufficialmente l’album, dopo Ferragosto 2010, gli Iron Maiden sono già in tour: svolgono alcuni mirati festival estivi, in cui presenteranno la canzone nuova “El Dorado” all’interno di una set-list incentrata più del periodo post-reunion (dopo il 1999 quindi), quasi per preparare i fan alle nuove canzoni. Ricordo infatti che, ad eccezione di alcuni fortunati (come il sottoscritto) il 17 agosto in quel di Villa Manin, vicino a Codroipo, provincia di Udine, nell’unica data italiana, furono in pochi ad aver già acquistato e ascoltato il nuovo album. La band poi tornerà in Italia nel giugno 2011 al Sonisphere di Imola, con un set-list ovviamente incentrato più sul nuovo album. Come avremo modo di analizzare nel corso della recensione track by track , “The Final Frontier” riprende in sostanza il percorso del suo predecessore, di conseguenza è un disco che ha in parte diviso i fan: ci sono quelli che sono contenti del nuovo corso, ed invece altri che vorrebbero un ritorno a canzoni più minimali e in sostanza ad un approccio più diretto simile ai capolavori, oramai inarrivabili degli anni '80. Ancora un ultima considerazione sul titolo: chiaro che le tre parole "La Frontiera Finale" sono riferite al video, ma anche al viaggio stile Star Trekk ai confini dello spazio infinito, tuttavia, nell'immaginario dei fan e degli addetti ai lavori, in molti hanno pensato che questo sia l'ultimo album degli Iron Maiden. Sia con il senno di prima, sia con il senno di poi (il sedicesimo figlio di Steve Harris è già pronto per uscire) i Maiden si sono trovati spesso a smentire questa notizia e credo che ci abbiano un po’ anche giocato a livello di pubblicità.



La prima vera traccia è la title track, in realtà divisa in due sezioni, la prima è intitolata Satellite 15…, un introduzione piuttosto anomala per gli Iron Maiden. In effetti un suono di batteria molto statico e ripetitivo fa da base ritmica a brevi accordi di chitarra, che progressivamente si fanno più insistenti, lasciando spazio ad alcune strofe narrate di Bruce. Ci troviamo nello spazio più infinito, il pilota ha perso il contatto con il pianeta Terra e vaga nello spazio, con la certezza di non poter più fare ritorno.  Astutamente questa intro farà anche da introduzione ai concerti dal vivo, con un vero proprio video con immagini inquietanti dello spazio, con cui si intuisce anche la presenza aliena di Eddie. Inutile ricordare che il n.15 è riferito al quindicesimo album studio della band. Da sottolineare come Nicko abbia ammesso pubblicamente di non aver registrato queste parti di batteria, del resto facilmente ripetibili in forma digitale. Quando inizia la vera canzone, purtroppo dopo tanta attesa, subentra un po’ di delusione. Un riff piuttosto semplice, banale per un band come gli Iron Maiden accompagna le strofe di …The Final Frontier, un discreto impatto hard rock senza orpelli, con Bruce che ci accompagna vocalmente fino ad un leggera digressione prima del vero chorus, anche la ripetizione del titolo è piuttosto scontata. Liricamente la canzone prosegue il tema avviato nella intro: perduto nello spazio e persa ogni speranza di trovare la via di ritorno, il protagonista sa che la sua fine si avvicina e, come capita in queste drammatiche situazioni, si vede passare davanti agli occhi tutta la propria vita. Non ci sono rimorsi se non come ultimo desiderio quello ti poter salutare la sua famiglia un ultima volta. La navicella sta per avvicinarsi troppo al Sole e rischia di sciogliersi, come capitò nella leggenda ad Icaro con le ali di cera. Focalizzando un attimo sulla parte musicale, neanche i solo di Murray e Smith risollevano un pezzo troppo piatto per essere vero. Anche la decisione di separare le prime due tracce del disco da un finale confusionario con tutti gli strumenti a chiudere non è una scelta felicissima; diversamente invece entusiasma la galoppata di basso di Steve Harris ad introdurre El Dorado. Il brano, proposto come downloading in file mp3 e anche in anteprima da vivo, è stato accolto tiepidamente dai fan, però, ascolto dopo ascolto, tutto sommato non dispiace. A differenza del primo pezzo, qui siamo su uno schema classico, ma ben più elaborato, come il ponte e il ritornello stesso, non certo banali. Un pezzo rocker in cui è Nicko McBrain a scandire i tempi con saggezza, ma piacciono anche le rifiniture delle tre chitarre, che riescono a creare le giuste armonie melodiche. La ricerca dell’El Dorado è, nelle sarcastiche liriche di Bruce, la ricerca di un utopica città della ricchezza e, su questo equivoco, molte persone oneste sono inciampate in clamorose ingiustizie. L’azione “illecita” può essere intesa in molti modi, ma Bruce sembra avercela con le banche e la nuova economia degli squali, riferendosi anche ad alcuni affari andati male del padre. Per altro chi è di lingua inglese avrà capito il gioco di parole tra “banker”, dove Bruce dice che c’è una lettera fuori posto, nel senso di “wanker”, cioè da banchiere diventa “segaiolo”.  Bruce come sempre ama fare riferimenti e giocare con le parole, prendendo spunto anche da un pubblicazione letteraria di Edgar Allan Poe proprio sulla fiabesca “El Dorado”. Nel febbraio del 2011 durante la cerimonia tenuta allo Staples Center di Los Angeles gli Iron Maiden hanno ricevuto un Grammy Awards proprio per la perfomance in "El Dorado". Sappiamo quanto questo riconoscimento o questo tipo di premiazioni possano essere discutibili ma certi che è una testimonianza concreta di quanto oramai la band sia quasi più popolare degli anni '80. Per la curiosità i Maiden hanno battuto Lamb of God, Megadeth, Slayer e Korn. Un ingresso melodico di chitarre , che può vagamente ricordare “Afraid to shoot strangers”, è il viatico di Mother of Mercy. Piace molto l'approccio serio e triste con cui Bruce affronta a primi versi lenti, per poi lasciare andare la sua potente ugola nei momenti più drammatici.  A circa 1.25 infatti, sulle rullate di Nicko, il pezzo acquista i classici crismi maideniani, con Steve che martella con il suo basso e Bruce che brillantemente ci conduce per mano ad un buon ritornello, una sofferta e accorata preghiera di disperazione. Un buon assolo di Adrian Smith e poi la canzone procede rapidamente verso la strofa, il chorus e poi il finale. Come sulla già citata “paura di colpire un estraneo” anche “Madre della Pietà” parla della guerra dal punto di vista del soldato mandato al fronte. Di fronte alle atrocità commesse o viste fatte dagli altri, il soldato invoca l’aiuto di una madonna, una madre, religiosamente parlando, che abbia pietà per chi si trova in queste drammatiche situazioni, ovviamente per le vittime, soprattutto se si tratta di civili inermi, ma anche per i soldati spinti in guerre di cui spesso non capiscono lo scopo e l’utilità.  Più volte gli Iron Maiden hanno toccato il tema dell’inutilità delle guerre, che portano solo dolori e devastazioni, spesso partendo da riflessioni di semplici soldati, mandati a morire o nelle trincee della Grande Guerra (“Paschendale”), nello sbarco in Normandia (“The longest day”) o nelle guerre più moderne come nei Balcani in Iraq, grazie acanzoni come “The Aftermath” , “Fortune of War” e appunto “Mother of Mercy”. Per la verità andrebbe citata la madre di tutte questa canzoni, la celeberrima "The Trooper", che parla della disperata ed eroica carica dei 600, storicamente frutto di un malinteso nel passamano degli ordini e, di fatto simbolo della patetica e ridicola sceneggiata della gerarchia militare inglese di quel periodo, e non solo. La successiva traccia è una ballata il cui titolo e testo è chiaramente ispirato ai voli transoceanici di Bruce Dickinson come pilota di aerei di linea. Coming Home è splendida sia liricamente parlando (perché come sempre Bruce riesce a rendere reale quello che vede dal proprio abitacolo usando termini poetici con l’utilizzo anche di suggestive metafore), ma anche musicalmente;  il brano è emozionante soprattutto quando accelera nella seconda parte delle strofe, dopo l’inizio volutamente melodico, con un riff semplice, ma efficace; ottimi anche i due solo in sequenza di Murray e Smith. Parlavo del testo che, precisamente, descrive il ritorno il Inghilterra, nella terra d’Albione, come scrive Bruce precisamente. Bruce vede in lontananza le luci e i fari prima dell’atterraggio e riflette sul viaggio emozionante e sulla giornata che ha vissuto in volo, attraversando confini, oceani, monti e mari, attraverso anche paesaggi climatici diversi. Possiamo paragonare l’entusiasmo di Bruce a quello innocente di un bambino che guarda lo spettacolo del cielo attraverso un oblò, del resto sappiamo quanto il cantante sia legato alla passione per il volo, sia per un fatto quasi di DNA, sia anche per alcuni progetti già avviati quando (speriamo sempre più tardi possibile) concluderà la sua carriera musicale. Durante ogni tour degli Iron Maiden non possono mancare i "discorsi" di Bruce che, come i fan sanno, non si limita solo a presentare in maniera spesso originale e brillante la canzone successiva, ma anche a trarre alcuni spunti interessanti. Ebbene, prima di "Coming Home", Bruce per la felicità dei presenti, spesso ha ricordato come nella comune passione per gli Iron Maiden ovviamente non ci siano diversità di sesso, religione, politica e quant'altro. Tornando all'analisi di "The Final Frontier" sappiamo che non possono mancare in un album degli Iron Maiden almeno due o tre canzoni legate strettamente ad un avvenimenti storici o epici: The Alchemist (da non confondere con una canzone con lo stesso titolo presente su “Chemical Wedding”, grande lavoro solista di Bruce Dickinson del 1998) è una di queste. Si narrano le vicende del famoso matematico e occultista inglese John Dee, vissuto nel sedicesimo secolo durante il regno della regina Elisabetta I(“the frozen queen”). Le sue grandi abilità matematiche vanno anche oltre la ricerca scientifica, più direi verso l’esoterismo. Ed è così che incontrò un truffatore, un certo Edward Kelly, anche lui sedicente appassionato dell’occulto; entrambi sono convinti di poter parlare con lo spirito degli angeli. Kelly però plagia totalmente Dee, con la teoria della totale condivisione delle proprie vite, compresa la condivisione della moglie “concessa” praticamente al sedicente “mago”. Ritornato in Inghilterra dopo aver viaggiato per l’Europa, Dee troverà la propria casa vandalizzata, la maggior parte della sua immensa biblioteca derubata di molti libri e mori in povertà. Questa in breve la biografia del personaggio protagonista di “The Alchemist”. Musicalmente, la canzone scritta da Janick Gers, Steve Harris e Bruce Dickinson, è la più veloce dell’album, il pezzo più diretto. Nel riffing di chitarre e anche nella parte ritmica, si possono trovare delle similitudini con “Man on the Edge”. Il ritornello si fa attendere dopo alcuni secondi, per via di un paio di versi che fanno da ponte, ciò rende la canzone più corposa e interessante. Nella parte centrale Janick Gers ci regala forse uno dei solo più belli della sua carriera con gli Iron Maiden, poi assieme alle tre chitarre armonizzate, formano un unico traghetto verso l’ultima parte della canzone. Un meraviglioso crescendo di basso, chitarre e tastiere invece ci immergono, già con la pelle d’oca, nelle ultime ore del viaggio del corpo di Re Artù verso la mitica Avalon. Sono quelle tracce dei Maiden che appena iniziano fanno venire i brividi, perchè attendi con ansia lo sviluppo della canzone. Stiamo parlando ovviamente di Isle of Avalon. Alcuni colpi di piatto di Nicko ci portano ai secondi versi cantati da Bruce. La gran cassa continua a dettare quasi i nostri battiti cardiaci, prima che la melodia prenda il sopravvento per un sorta di inno funebre. Se, nelle strofe precedenti, Bruce era stato eccelso nel creare l’atmosfera magica, nella successiva esplosione sonora forse la voce sembra “tirata” e perde un po’ del suo di vigore. Inizia da qui in poi un ottimo momento strumentale, forse il più progressive dell’intero album, con ottimi arpeggi e solo da parte di Murray e Smith, tecnicamente il tutto  accostabile alle sonorità dei canadesi Rush. Poi tutta la band riprende l’incedere epico e lento come all’inizio, per riesplodere in un finale energico e pomposo. I nove minuti e passa sono però forse tirati un po’ per le lunghe, ed il brano che prometteva moltissimo forse in parte delude le aspettative. Liricamente, come già avrete capito, si parla del mito Celtico dell’Isola di Avalon, dove riposano gli Immortali. La descrizione del feretro con le “diciannove vergini guardiane” , sacre protettrici dell’oltretomba e dell’isola, le cui maree sono regolate in modo da proteggere le salme immortali, sono solo alcuni spunti lirici che entusiasmano per i richiami epici di una vicenda, quella tramandata nei secoli di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, che non smetterà mai di creare suggestioni attraverso miriadi di libri, film e, perché no, anche canzoni. Del resto, pochi anni dopo, i Saxon hanno inciso un canzone, “Mist of Avalon”, ispirati proprio dal titolo dei Maiden, mentre i Gamma Ray hanno intitolato la prima traccia del loro nuovo album “Avalon”. Abbiamo citato solo alcuni esempi, e per altro dei più recenti ma la bellezza del heavy metal sta proprio in questa esaltazione di temi epici. Come già detto "Isle of Avalon" rimane musicalmente una canzone incompiuta, ma sfido chiunque a non essersi esaltato nella galoppata lenta iniziale, immaginando con i proprio occhi delle immagini fantastiche create dalle sugggestioni musicali che solo i Maiden riescono a rendere reali; allora ecco che ti immagini il feretro della figura leggendaria scortato nel mare da ancelle divine verso l'Isola misteriosa con tutti i misteri e cerimoniali che ne conseguono. Proseguendo nell’ascolto troviamo il pezzoStarblind, forse uno dei momenti più deludenti dell’album. Non solo per l’inizio lento e melodico, oramai elemento classico, obiettivamente ripetuto all’infinito dagli Iron Maiden. La voce di Bruce non brilla come al solito e si arriva stancamente ad un ritornello piuttosto fiacco, diviso in due sezioni. Dopo poco oltre i quattro minuti, finalmente la canzone ha un cambio di ritmo significativo, ancora molto prog , giusto per lasciare spazio tutto sommato a due brillanti solo di Smith e Murray. Poi la canzone si spegne nuovamente negli arpeggi lenti di chitarra iniziale, per ripartire nuovamente con la strofa + chorus fino ad un finale improvviso. Paradossalmente la canzone, pur essendo inutilmente prolissa e a mio giudizio uno dei peggiore pezzi di “The Final Frontier”, contiene forse le liriche più belle e geniali mai scritte da Bruce Dickinson sul rapporto tra l’Uomo e Dio.  Bruce ci chiede di vedere le cose attraverso i propri occhi, che possono essere per altro quelli di un qualsiasi essere mortale. Attraverso diverse strofe, Bruce analizza l’assurdità dei dogmi religiosi che ci arrivano attraverso libri considerati  “dell’ età del bronzo”, come possono essere la Bibbia, il Corano o altri volumi considerati sacri. Dobbiamo riflettere e trovare la scelta su come vivere la nostra vita, su una scala di valori decisa da noi e non da quello che predicano nelle Chiese. Sceglierei di vivere la propria vita in prima persona, oppure scegliere di vivere da perdenti, condizionati da dettami che appartengono a culture religiose che hanno oscurato il genio di personaggi importanti come Copernico e Galileo. La consolazione di una vita eterna dopo la morte ci porta a commettere e rimettere i peccati che facciamo, nella speranza (vana) di una vita migliore; c’è sicuramente molta carne al fuoco su cui discutere e, altrettanto sicuramente, le liriche di “Starblind” non sono banali. La successivaThe Talisman , ovviamente, ci riporta già nella suggestione del titolo ad argomentazioni più epiche. E’ vero che ancora una volta gli Iron Maiden optano per un inizio lento ma, in questo caso, la chitarra acustica di Janick e il basso di Steve che accompagnano le strofe cantate di Bruce, sono congeniali per la storia marinara che ci si appresta ad affrontare. Il cambio di ritmo che fa esplodere tutti gli strumenti è emozionante, così come l’incedere della canzone che, similmente a “The Isle of Avalon”, procede in progressione, attraverso anche splendidi passaggi armonizzati ti chitarra (visto il tema marinaro, ricordano un po’ gli intermezzi strumentali che c’erano anche in “Rime of the Ancient Mariner”).  Aspetti con ansia il chorus e, quando finalmente arriva, esplode in una bellissima esaltazione dell’ugola di Bruce (“Westward the tydes”). Siamo ampiamente oltre i cinque minuti di canzoni e ottime percussioni di Nicko, finalmente preludono alla magia del  ritornello.  Nulla da dire nemmeno sulla parte strumentale, ben strutturata, con l’unico solo lasciato a Janick Gers (che ha scritto le musiche insieme a Steve Harris del pezzo).  Liricamente lo spunto non è così prestigioso come l’illustre “Rime..” già citata, peraltro non è molto chiaro cosa sia effettivamente il talismano che guida questo gruppo di pellegrini verso una fantomatica “Terra Promessa”. All’inizio c’è un non precisato membro dell'equipaggio che chi racconta le aspettative del viaggio mentre riflette sulla banchina del porto con i bagagli pronti. Chiamato dal Capitano per la partenza, il protagonista si domanda se rivedrà ancora i propri connazionali. Seppure non specificato, il pellegrinaggio si intuisce sia dall'Europa verso gli Stati Uniti, attraverso ovviamente l'Oceano Atlantico, e l'equipaggio è composto da diverse navi. All'inizio il mare aperto viene accolto come una liberazione da tutti i problemi, dalle cattiverie e dalle disavventure che questi pellegrini hanno dovuto subire sulla terraferma, sebbene la bassa nebbia sembra sia vista quasi come un cattivo presagio di morte. Quando nubi plumbee arrivano all'orizzonte, ci si rende conto che le navi stanno entrando nell'occhio del ciclone della tempesta: quattro navi andranno perdute durante la terribile tempesta e gli spiriti dei morti sembrano seguire e perseguitare i sopravvissuti, ma oramai non c'è più nessuna possibilità di tornare indietro. Attaccati con le corde e sferzati dal vento incessante e dall'acqua salmastra che li acceca i pellegrini pregano Dio di poter sopravvivere e tengono ben stretto tra le mani il talismano. Quando finalmente intravedono le coste della salvezza, molti sono oramai morti di scorbuto, dopo venti giorni senza mangiare e dieci senza acqua potabile. La disperazione cede il passo all'euforia, spinti finalmente da una marea nel verso giusto i pellegrini percorrono le coste della nuova Terra Promessa, accolti con entusiasmo dalla gente. Un pò come Mosè nelle Sacre Scritture, il nostro sfortunato protagonista è oramai totalmente spossato dalla stanchezza e teme di non farcela a vivere ancora sulla Nuova Terra.  Fin dal primo ascolto è una canzone che è piaciuta a moltissimi fan e, non a caso è stata scelta tra le elette per essere proposta dal vivo. Molto bella, a mio avviso è anche la traccia successiva The Man Who Would be King.  L’inizio melodico, ancora una volta lento e accompagnato oltre che dal basso di Steve e da lente note di chitarra su un tappeto piuttosto evidente di tastiere, può vagamente ricordare quello di “The Clansman”. Colpi di batteria e chitarre accendono il ritmo della canzone, con Bruce che continua a descrivere le vicende di questo misterioso personaggio, che ha vagamente descritto nelle prime delicate note iniziali.  Il “falso” ritornello è accompagnato da un bellissima chitarra melodica, seguito poi da un solo di Murray abbastanza anomalo e lungo su percussioni ed effetti oserei dire quasi “esotici”.  Torna il classico riff alla Maiden fino al ponte e al secondo “falso chorus”. La canzone sembra finire di in dissolvenza, quando un pregevole passaggio lento (canticchiato da Bruce come se fosse sotto la doccia) ci traghetta al vero ritornello: una conclusione originale e bellissima. Come capita spesso nei Maiden della dopo reunion, questa traccia bisogna ascoltarla più volte per apprezzarne i dettagli.  Liricamente credo che il pezzo sia stato scritto da Steve Harris e, devo dire che il protagonista che “desiderava essere Re”,  risulta un po’ criptico, come nello stile del leader della Vergine. Certamente non c’entra nulla con il racconto di Kipling che porta lo stesso titolo; sappiamo dalle liriche che ha un passato avventuroso e che sembra sia stato costretto ad uccidere per difesa qualcuno, ora guarda dall’alto della montagna la valle sottostante senza aver nessun rimpianto, se non nell’orgoglio.  Cerca di far pace con la propria coscienza e con Dio, ma quello che ha fatto lo perseguita.  Il suo destino sembra essere quello di percorrere una strada di penitenza: “Lontano, molto lontano da qui, un uomo avrebbe volute essere un Re”.  E’ il suono del vento incessante ad introdurre l’ultima traccia dell’album, difatti intitolata When the Wild Wind Blows, ovvero “Quando il vento selvaggio soffia”. Per i malati di cuore maideniano, il vento poteva ricordare le parole di Filippo Macedone, che precedevano la mitica “Alexander the Great”. La melodia delle chitarre iniziali, pur trattandosi di un testo drammatico è quasi allegro, una sorta di danza folk-celtica che inizia e, come vedremo, chiude la canzone (con il ritorno del vento soffiante).  Le strofe sono accompagnate, oltre ovviamente che dal basso da melodie pregevoli, con Bruce in ottima forma che fa quasi da notiziario sugli accadimenti con un voce prima soffusa, poi quando i suoni si amplificano con un tono più incisivo. Praticamente ad eccezione di un paio di cambio di tempo centrali, l’intera canzone è incentrata su questo riff celtico ed eclettico. Dopo il cambio ancora un paio di strofe di Bruce, precedono addirittura tutti e tre i solo, prima Murray, poi Smith ed infine Gers, come sempre con passaggi armoniche di chitarre in puro Maiden-style. Un bellissimo passaggio ritmico di Nicko accompagna ancora altre strofe di Bruce, rendendo la canzone non ripetitiva, ma più varia nella struttura. Ancora un breve arpeggio di Janick Gers accompagna brillantemente l’ascoltatore verso un ponte strepitoso con le chitarre all’unisono, poi il tutto si affloscia, con Steve che detta legge con il basso prima di riprende, per l’ultima volta la “danza” celtica iniziale. “When the wild winds blows” è una canzone suonata veramente bene dai Maiden, avendo forse l’unico demerito di essere molto lunga, in un album oltretutto già lungo di sé. Liricamente Steve ci parla della scoperta di un luogo dove sono state trovati due corpi morti, abbracciati tra loro; si sono suicidati ingerendo del veleno, nei bunker che avevano preparato sottoterra nell’attesa di un catastrofico evento naturale (o dovuto all’uomo, tipo un esplosione nucleare ?)  che li avrebbe sopraffatti. In realtà, nel testo di Steve la sfortunata coppia è vittima di un equivoco, sottoposti dai media ad un martellamento su una possibile guerra termo-nucleare, i due decidono di suicidarsi pensando che non ci sia più un futuro per loro ma, in realtà si era trattato "solo" di un terremoto. Come già detto il suono di un forte vento, quasi a sottolineare la morte dei due protagonisti, accompagna le ultime note della canzone e, purtroppo anche dell'album.



“The Final Frontier, come dicevamo in precedenza, è un album in cui gli Iron Maiden proseguono sulla stessa falsa riga del predecessore: canzoni molto lunghe, accenni piuttosto evidenti ad un certo prog rock anni ’70 e un buon mix tra temi lirici attuali ed ambientazioni epiche. Personalmente tolgo solo mezzo voto, rispetto a “A Matter of Life and Death”, dovuto ad un qualità media dei pezzi solo leggermente inferiore. Da notare come per la prima volta non vengano estratti veri e propri singoli (se non alcuni promo costosissimi per collezionisti con in copertina dei fumetti piuttosto originali, tipo copertine della Marvel), ma come sempre verrà rilasciata la versione vinile picture e una edizione “mission cd”, con un gioco per pc che prende spunto dall’unico videoclip ufficiale. Dal punto di vista prettamente commerciale, "The Final Frontier" è stato ancora una volta un successo di caratura mondiale: 28 paesi in cui è stato al n 1. (tra cui per la quarta volta in UK e per diverse settimane anche in Italia), tra cui spicca ad esempio l'Arabia Saudita, Brasile (disco di platino), Russia e il Messico; risulta inoltre essere quarto nella prestigiosa classifica Billboard USA. Da notare che i Maiden pubblicheranno sul sito e altri fonti ufficiali un video dal vivo di “El Dorado” tratta dal tour negli USA, in cui si può apprezzare Eddie nuova versione, un mostro alieno inquietante che può ricordare molto il mostro di “Predator”, film di culto del 1987 con Arnold Schwarzenegger. Come per il Somewhere Back in Time Tour 2008-2009,  gli Iron Maiden caricano bagagli, strumentazioni, scenografia e tutta la crew su un Boeing 757  griffato con il loro logo e i disegni di Eddie spettacolari , anche sulla coda dell’aereo, per il The Final Frontier Tour 2011. Ancora una volta Bruce Dickinson si sdoppierà nel ruolo di frontman sul palco e di pilota / co-pilota sull’aereo, che verrà ovviamente utilizzato principalmente per le trasvolate oceaniche, tra cui il concerto a Santiago del Cile di fronte a 55.000 spettatori, che verrà anche filmato per il dvd “En Vivo !”. I Maiden oramai da un più di un decennio alternando tour promozionali dell'album nuovo, a tour revival con set-list quasi interamente anni '80; finito il tour promozionale di "The Final Frontier" nel 2011, dall'estate  2012 negli USA, passando poi nel 2013 in Europa e in Sud America e ancora nel 2014 per alcune speciali data europee, gli Iron Maiden riproporranno i fasti del "Seventh Son of a Seveth Tour 1988" , dando al tour il nome di una loro vhs storica, "Maiden England". Se la salute di ogni singolo membro della band resiste, davvero gli Iron Maiden sembrano non conoscere cali di popolarità e si dimostrano ancora credibilissimi dal vivo, mischiando oramai tre generazioni di fan devoti in tutto il mondo.                                


 1) Satellite 15....The Final Frontier 
 2) El Dorado
 3) Mother Of Mercy 
 4) Coming Home 
 5) The Alchemist
 6) Isle Of Avalon 
 7) Starblind 
 8) The Talisman 
 9) The Man Who Would Be King 
 10) When The Wild Wind Blows

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