IRON MAIDEN

The Book of Souls

2015 - Parlophone

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
17/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Gli Iron Maiden sono un' istituzione dell' heavy metal mondiale, sono la band che ha saputo mantenersi sempre a livelli di grande professionismo ed è onestamente difficile trovare un loro collega del passato e del presente che non parli bene di loro. Il successo assolutamente meritato che hanno avuto nell'arco di 35 anni di onorata carriera discografica li ha posti su un piedistallo che mischia rispetto, venerazione e quasi una fede religiosa nei loro confronti. Dunque il loro nuovo album non può lasciare indifferente nessuno, tantomeno i fan più esagitati, ma anche chi magari sotto sotto li critica anche un pò per invidia. Gli Iron Maiden sono una band che ha attraversato tre generazioni di fan, e da cui quasi tutti sono stati affascinati, non importa se poi uno ora ascolta thrash, gothic o black metal, loro sono, senza ombra di dubbio, immortali e trasversali. Sono passati ben cinque anni dall'uscita del penultimo album degli Iron Maiden, The Final Frontier, venuto alla luce nell'agosto del 2010.  I fan della leggendaria heavy metal band inglese dopo i fasti nostalgici del Maiden England Tour, durato in pratica tre anni, seppure con lunghe pause, dal 2012 al 2014, non vedevano l'ora di ascoltare finalmente pezzi nuovi. In effetti, nella primavera del 2014, ai Guglielmo Tell Studio di Parigi, ancora una volta sotto la regia, o per meglio dire la produzione, del sudafricano Kevin Shirley, gli Iron Maiden hanno scritto e registrato il nuovo album, dal titolo di The Book of Souls che, per ragioni commerciali, sarebbe probabilmente dovuto uscire nella prima parte del 2015. Cosa è successo dopo queste decisioni prese dalla band è purtroppo noto ai fan della Vergine di Ferro e non solo; un comunicato shock dal sito ufficiale degli Iron Maiden del febbraio 2015, annunciava la malattia del cantante Bruce Dickinson, un cancro alla lingua diagnosticato prima del Natale 2014. Al momento dell'annuncio, Bruce aveva brillantemente superato già le pesanti cure chemio e radioterapeutiche, e si dava a tutti un ipotetico appuntamento a maggio, quando dopo una risonanza magnetica sarebbe stato chiaro ai medici l'intero quadro clinico. Grazie a Dio (o a Eddie ?) a maggio giunge al mondo la felice notizia che Bruce è completamente guarito ma, ovviamente, necessità di tempo per tornare in forma sia fisicamente che dal punto di vista vocale, cardine su cui poggia la sua intera professione e carriera. Quindi la macchina organizzativa dei Maiden si è potuta rimettere in moto, album a settembre in uscita e mega-tour, si vocifera di due anni, dall'inizio 2016, che partirà in Oceania, Sud Africa,nelle Americhe (nord, centro e sud), in Asia (dove suoneranno per la prima volta in Cina !) e al dunque Europa. Chiaro che la notizia della guarigione del cantante, ha reso la figura di questo straordinario uomo ancora più leggendaria; inutile ricordare, lo sanno anche i sassi, come si suol dire in questi casi, la sua "seconda" pelle come pilota di aerei di linea, ma ricordiamo che lui stesso con grande umiltà si è sottoposto a decine e decine di interviste in cui non ha lesinato di parlare della propria malattia, cercando anche di ironizzare su comunque una situazione che ha sicuramente sfiancato e demoralizzato anche un personaggio poliedrico come è lui. In tutto questo vai e vieni di notizie non è sfuggita nemmeno la lunghezza del nuovo album: "The Book of Souls" è un doppio cd dalla durata complessiva di 92 minuti, contenente tre tracce lunghissime, fra cui spicca "Empire of the Clouds" dalla durata di ben 18 minuti e con, udite udite , il redivivo Bruce addirittura al pianoforte. Immagino già la perplessità della minoranza chiassosa dei fan degli Iron Maiden nei vari forum e sui social network: "18 minuti ? chissà che noia?" oppure "ancora pezzi lunghi che iniziano lenti ? non se ne può più". Su queste considerazioni aprirò una doverosa parentesi a chiusura della recensione, ma intanto quello che posso dire è che il brano in particolare, ma sostanzialmente tutto l'album, è straordinariamente vario, brillante e con diverse sfumature tutte da scoprire ascolto dopo ascolto; gli Iron Maiden sono tornati grandissimi, sebbene in una nuova veste, come non potrebbe essere altrimenti dalla reunion del 1999 in poi. La band, rivitalizzata dallo studio dove incisero "Brave new World" nel 2000, ha saputo realizzare un disco che alterna pezzi più diretti alle consuete cavalcate epiche o progressive, ed i due pezzi scritti dal solo Bruce all'inizio e alla fine hanno dato anche una dose di modernità e varietà rispetto allo stile consueto e monolitico di Steve Harris.  Per di più Adrian Smith e Bruce Dickinson hanno riformato la coppia vincente nella stesura di un paio di memorabili canzoni, che ci portano ai tempi di "Flight of Icarus" e "2 Minutes to Midnight". Dopo 32 anni di onorata collaborazione gli Iron Maiden lasciano la EMI (che ha venduto per la crisi interi rami del proprio catalogo) per la Parlophone Record, che appartiene al colosso della Warner. Per la precisione sotto la Parlophone gli Iron Maiden avevano già ristampato i primi otto vinili e i primi venti 45 giri in formato originale. La copertina di "The Book of Souls"  (Il libro della anime),  vede un Eddie tribale, sempre malefico e inquietante su sfondo nero, i lineamenti del viso, i capelli e i tatuaggi sul corpo possono subito farci pensare ad una sorta di sciamano maya o africano. Personalmente ho subito pensato anche ad un Eddie al passo coi tempi, politicamente corretto e multirazziale, non credete anche voi ? L'artwork è accreditato all'artista inglese Mark Wilkinson, che da quasi venti anni cura tutte le copertine dei Judas Priest , ma aveva già disegnato per i Maiden nel 2000 l'Eddie di "The Wicker Man" (su un idea iniziale di Derek Riggs) , quello di "Out of the Silent Planet", ed anche i rilievi del cofanetto Eddie's  Archive (oggetto di culto dei fan degli Iron Maiden, uscito ormai nel 2002). Andando ancora più a fondo, Wilkinson aveva disegnato anche Eddie - Dracula che stava sopra lo stage dei Monsters of Rock del 1992, parte del "Fear of the Dark Tour". Piccola chicca per i fan più accaniti; se ci fate caso, il volto di Eddie di "The Book of Souls" assomiglia molto al "redentore di anime" dell'ultimo Priest (ma del resto gli autori sono gli stessi).  La back cover vede i titoli delle undici canzoni in caratteri speciali, mentre all'interno del libretto spiccano geroglifici maya,  curati da un vero esperto in materia, e ancora un Eddie con tanto di coltello e cuore in mano con ai lati due torre di pietra che vedono raffigurati i i volti scolpiti dei sei Maiden. E' però giunto il momento di accantonare considerazioni e preamboli, per passare all'analisi completa dell'album, da eseguirsi mediante il nostro approccio track by track.

If Eternity Should Fail

Si parte con If Eternity Should Fail, che è in sostanza un pezzo diviso in tre parti; la prima è una sorta di intro, narrata da Bruce, la seconda è la canzone vera e propria e la terza è un outro finale con la voce mefistofelica di Bruce a chiudere il tutto. Un leggera base di keyboard (per la cronaca, sempre presente il tecnico del basso di Steve Harris Micheal Kenney alle tastiere anche su questo disco), un sonaglio, ed un suono quasi di fanfara, molto suggestivo ed enfatico, accompagna le prime frasi di Bruce: un ingresso della band decisamente spettacolare e imprevisto, molto meglio che le percussioni elettroniche di "Satellite 15" dell'album precedente, da il la al pezzo vero e proprio. Volendo fare un paragone, questo passaggio sembra una sorta di via di mezzo tra la colonna sonora di un duello all'ultimo sangue di uno "spaghetti western" o di un film di Quentin Tarantino, scegliete voi. Inizia la vera canzone con le tre chitarra in evidenza, un mid tempo piacevole cantato sapientemente da Bruce, basso e batteria, ci accompagnano fino ad un ritornello articolato, come le rime giuste e che fa cantare subito i fan in ascolto. Percussioni prima accennate e poi sempre più pesanti accompagnate dal tipico sound del basso di Harris, traghettano al solito intermezzo melodico che ti fa capire subito che sono sempre loro gli inossidabili Iron Maiden che stanno suonando. Non c'è un vero proprio solo (altra piccola sorpresa), ma piuttosto delle rifiniture di Murray , Smith e Gers sul chorus finale ripetuto diverse volte. La canzone sembra chiusa, ma poi una chitarra classica accompagna le strofe di Necropolis, in realtà ancora Bruce con un voce efficacemente camuffata, che mi ricorda Joey De Maio dei Manowar nei backing vocals di "Bridge of Death"; da un senso di cerchio che si chiude quest'ultima parte, abbiamo iniziato con toni bassi e cupi, e così finiamo, con il buon Bruce che ci strappa il cuore dal petto in mezzo a montagne di cadaveri. "If Eternity Should Fail" è stata scritta originariamente da Bruce per il suo nuovo album solista (in uscita oramai posticipata non si sa a quando), ma è piaciuta talmente tanto a Steve Harris,  che il nostro bassista la ha voluta come opener sull'album. Del resto l'album si intitola, come già detto, "Il Libro delle Anime", dunque ben si adatta la prima frase "Ecco un uomo con la sua anima" posta in apertura. Liricamente Bruce ha adattato la canzone, prendendo spunto da una storia, con lo stesso titolo, che vede come protagonista il Dottor Strange della Marvel. Aldilà del comic book originale, Bruce ci parla di come la razza umana, con il suo avvento, abbia rovinato e avvelenato il mondo, e cosa succederebbe se alla fine di tutto non ci fosse la vita eterna . E' necessario vedere "lo sciamano" ancora. "Uno scoglio che ostacola la navigazione alla fine del tempo, se l'Eternità non ci fosse" ci dice il ritornello. Allora chi avrebbe la meglio ? Il signore della Luce, che sta negli abissi, Necropoli, come si fa chiamare (il nemico del Dr. Strange), per lui l'Eternità non è nulla se non un breve istante, è colui che porta la carne nell'animo umano, colui che succhia le vite attorno il suo letto. Per via delle narrazioni iniziale e  finali, la prima song rimane anomala, ma anche piuttosto convincente, ed è uno dei tanti episodi felici dell'album; si sente abbastanza pesante la mano di Bruce, sia nelle musiche che nella composizione, ma è un piacevole inizio, ed anche un intermezzo rispetto alle solite dinamiche del gruppo. 

Speed of Light

La seconda traccia, Speed of Light, è l'unica canzone degli Iron Maiden che era già disponibile da ascoltare qualche giorno prima dell'uscita ufficiale del disco. Diciamo la versione moderna del "singolo" di una volta, sebbene disponibile non in formato fisico (fatta eccezione per un cd anomalo senza b-side d'importazione dagli USA),  ma come video su youtube.  Ebbene, il pezzo ha un taglio decisamente hard & heavy;  il riff iniziale sporco è sottolineato da un urlaccio stile vecchi tempi di Bruce, con Nicko che prende il tempo con il campanaccio. L'anima vincente della canzone è il cambio di tempo e la melodia del bridge , prima del vero chorus. Bruce canta su toni alti e forse in certi momenti non è al 100%, ma tutto sommato il brano è piacevole e, inserito nel contesto dell'album intero, piace ancora di più, diciamo una ottima sferzata di energia dopo l'intro nettamente più cadenzato. Ottimi i solo riconoscibili di Smith e Murray, anche piuttosto lunghi ed elaborati. Nel chorus finale Bruce chiude con la frase "we slip into the night", mentre la band conclude con il classico turbinio di suoni, un po' alla vecchia maniera. Il video mostra Eddie in vari stage di gioco, da quelli bidimensionali dei primi pc, fino a più complessi 3d, si passa dal salvare una prostituta dal suo "pappone", alla sfida sul ring niente meno che al Diavolo (con Eddie che vince con un colpo di karatè vincente e si prende la testa, come sulla copertina di "The Number of the Beast"), si passa ad uno schema futuristico alla "Blade Runner" per concludere con il sacrificio sulla Piramide maya ed lo stesso Eddie che si strappa il cuore dal petto per concludere il gioco; ovviamente l'intero videoclip è anche un omaggio alle varie ere del gruppo, dai fasti di Killers & co, passando per Somewhere in Time, Number ecc ecc. Anche liricamente il testo pare inseguire non tanto un viaggio spaziale, ma nel cyber spazio. Similmente al pilota sperduto nell'universo in "The Final Frontier", qui è il giocatore sotto le mentite spoglie di Eddie che naviga nel cyber spazio. Sono ombre nelle stelle, non ritorneranno, l'umanità non li salverà, alla velocità della luce. Ombre nelle stelle, non ritorneranno, l'umanità non li salverà mentre scivolano nella notte. Altri riferimenti al gioco sono evidenti, quando il protagonista dice di son sapere dove e di non sapere quando, ma è stato fatto, tornare indietro nel tempo, ed il riferimento sembra proprio essere i vari passaggi negli stage del videogioco. Non è un essere vivente il protagonista, ma un traccia digitale intrappolata nel cyber spazio. Del resto anche nel video si vede Eddie alla fine che prende a calci la macchinetta dopo aver fatto il record di punti, ovviamente con tutta una serie di numeri 6.  Sullo sfondo altre macchinette con simbologie che collegano agli album precedenti, come i fucili incrociati di "A Matter of life and death" e le chiavi incrociate di "The Final Frontier"; una sorta dunque di traccia/omaggio alla carriera del gruppo, inserita nell'energia che sprigiona la musica stessa.

The Great Unknown

La terza traccia si rivela abbastanza ostica, o per meglio dire anonima nei primi ascolti: The Great Unknown non è assolutamente una brano filler, né tantomeno una canzone meno riuscita, ma mette di fronte l'ascoltatore alle stesse perplessità dei due lavori precedenti dei Maiden. Il pezzo, scritto da Smith / Harris, infatti, rientra nello stile Iron Maiden del nuovo millennio, inizio lento e soffuso per poi cambiare progressivamente ritmi e atmosfere, una schema forse troppe volte ripetuto negli ultimi album. Chitarre appena accennate e il basso di Steve con un sottofondo leggero, ma efficace, di tastiere, accompagnano le liriche malinconiche di Bruce, lentamente il brano decolla con prima una chitarra sempre più heavy e poi le percussioni che subentrano. Un' accelerazione nel bridge, che peraltro dobbiamo riconoscere non particolarmente originale, precede il vero chorus, dove si apprezza sia la voce di Bruce, che il lavoro sporco di Nicko McBrain. Un bel solo di Janick Gers e poi ancora bridge + chorus. Qui i Maiden vincono come sempre la battaglia perché mettono il classico momento strumentale con le tre chitarre armoniche, da pelle d'oca come sempre, a cui seguono ancora due ispirati solo di Adrian Smith prima, e Dave Murray poi. Ritorna per la verità un po' stancamente il rallentamento iniziale per far chiudere la canzone a Bruce con una breve frase. Nel testo si riconosce lo zampino del fondatore degli Iron Maiden; Steve infatti ritorna sui misteri esistenziali e su quello che ci aspetta dopo la morte.  In sostanza si parla dell'inverno del mondo in senso metaforico, di come si invecchia con la speranza di una vita nell'aldilà che rimane per l'uomo una sorta di "Grande Ignoto".  L'uomo però, sempre sazio di desideri e di verità, non sa accontentarsi e, in un mondo di verità mutevoli, il grande ignoto sarà la sua dannazione. C'è in fondo nel testo una sorta di pessimismo latente, per quello che abbiamo fatto nella vita terrena e per quello che abbiamo fatto alla madre natura non meriteremmo nessuna ricompensa e nessun Paradiso, la paura di invecchiare e di morire ci metterà di fronte alla paura dell'ignoto, un' ansia che sembra non aver risposte.

The Red and the Black

Arriviamo quindi ad un dei pezzi più controversi del nuovo album, l'epica traccia scritta da Steve Harris, quella che di solito scalda i cuori di ogni fan degli Iron Maiden, la classica super epica song da ricordare ai posteri. A parer mio infatti The Red and the Black è l'ennesimo capolavoro di Harris, senza ombra di dubbio. I suoi 13 minuti vanno a collocarsi insieme alle varie "Phantom of the Opera", "Dune", "Rime of the Ancient Mariner" , "Alexander the Great" ecc?Alcune webzine e recensori hanno incredibilmente stroncato questa canzone, principalmente per due motivi, gli "Oh oh.." da squarciagola di Bruce e i troppi cambi di tempo che avrebbero reso un pò confusa nella seconda parte la canzone. Ma procediamo con ordine: "The Red and the Black" inizia con un basso acustico brillante di Steve Harris che non sentivo dal 1995, dai tempi di "Blood on the World's Hands", grande pezzo di "X Factor" troppo presto dimenticato. Tutta la band subentra in un riff vivace che lascia subito il passo ad un bellissima e melodica sinfonia, quasi barocca, su cui Bruce si aggrappa nel cantato (forse non del tutto riuscito), dopo un paio di strofe arrivano i cori che già ti immagini faranno furore in sede live. Non si capisce infatti dopo canzoni grandiose come "The Trooper" o "Seventh Son of?" perché i Maiden non dovrebbero insistere su questi cori epici. La song prosegue alternando le liriche di Bruce e questi ariosi cori (su usa base ritmica piuttosto solida e ben ritmata).  Dopo il secondo "I need somebody to save me" , cominciano le grandi aperture melodiche delle tre chitarre, che aprono la strada al vero chorus, presente una sola volta, ma ripetuto diverse volte.  La band accelera i ritmi ed arriva il primo solo ad opera di Smith, veramente ispirato su questo nuovo album. Gers aggiunge il suo nel suo consueto riconoscibile stile un po' sporco, e poi a ruota arriva anche il terzo di Murray. Da qui in poi i Maiden costruiscono, con il loro unico stile che li ha resi celebri un tutto il mondo, una serie di mirabili arabeschi strumentali, struggenti e veramente da commozione agli occhi per tutti quelli che amano questa straordinaria e immortale band. Dopo 35 anni di carriera onorata ancora sanno emozionare, altro che "accozzaglia di riff"; il brano è uno straordinario viaggio epico emozionale che ci accompagna ad ultima cantata corale di Bruce. Nel finale Steve riprende in braccio il basso acustico tanto per chiudere la novella come era iniziata. Il Rosso e il Nero è riferito da parte di Steve sia al gioco delle carte, sia alla roulette, ma ovviamente si tratta di una metafora. Ancora una volta protagonista è l'uomo ed il suo anelare verso l'infinito: questo è il tema portante della canzone: uno punta rosso oppure punta il nero, ma in ogni caso non è fortunato. Quante chance ha ognuno di noi nella vita, si domanda Steve. Non c'è possibilità di vittoria, questo è il posto è il momento sbagliato, ho bisogno di qualcuno che mi salvi. Steve sembra essere di fronte ad uno dei suoi proverbiali sogni (o incubi ?), si trova in una sala piena di specchi ed ad ogni passo sembra assumere forme differenti. Una mente diversa per ogni passo nella sequenza, ma in conclusione sono tutte parti della stessa persona; una traccia che punta molto sulla musica, ma anche sul significato del testo, gonfiando il petto e donandoci momenti magici dall'inizio alla fine, nel più puro stile Maiden. 

When the river runs deep

L'ingresso della successiva When the river runs deep è dipinto con colori vivaci , con le chitarre che creano un ingresso melodico adatto subito per un breve strofa di Bruce, poi il proseguo della song è piuttosto veloce ritmicamente , può ricordare vagamente un pezzo come "Man on the edge".  Quello che piace della canzone è il vistoso rallentamento cadenzato del chorus, con i due versi che lo compongono. La parte strumentale della song, immancabile come sempre, vede un brillante assolo di Murray con Nicko sullo sfondo che picchia duro, poi un cambio di ritmo su cui si abbarbica Gers con il suo solo. Altro magistrale cambio di direzione e arriva anche il momento di Smith. Il brano si chiude con il chorus e poi lo stresso riff spumeggiante iniziale.  Non ho precise conferme da interviste fatte dai Maiden ma, leggendo le liriche di "When the river run deep" ho l'impressione che il testo sia stato scritto da Steve Harris (e musicato insieme ad Adrian Smith) sull'onda emozionale della scomparsa di due figure a lui care, morte di malattia. Si parla infatti delle incertezza di ognuno di noi quando veniamo colpiti negli affetti più cari, di come siamo impreparati. Non c'è tempo per piangere (scrive Steve) quando qualcuno di noi muore, nessuno di noi decide quale sarà il nostro destino.   Ora non abbiamo nulla da nascondere e cogliamo le nostre possibilità fino alle fine. Quando il fiume scorre in profondità e  abbatte la barriere , il sangue scorre a fiume liberando le nostre vite. La metafora di Steve è evidente, soltanto quando "incontriamo" la morte tramite persone a noi vicine e care, allora capiamo che forse è il caso di lasciare da parte tutte le menzogne e di concentrarsi su quello che realmente conta nella vita. In molti testi di Steve, come in passato, si può cogliere quasi la frustrazione umana del fatto che non si può disporre come si vorrebbe delle proprie vite, ma siamo sempre in balia di qualcosa di "più grande di noi"; in fondo si torna ancora al tema del "grande ignoto" che ci aspetta, soprattutto per chi non ha certezze religiose. 

The Book of Souls

Il primo cd si chiude con il botto, ovvero con la bellissima title track The Book of Souls che quasi certamente gli Iron Maiden suoneranno dal vivo nel tour. Un chitarra acustica, credo di Janick Gers, autore della canzone insieme a Harris, apre silenziosamente la canzone accompagnata da un suono leggero di tastiere. Poi un riff pesante ed epico apre le danze, con Bruce che canta su un tappeto di tastiere, qui decisamente più evidente.  Con la sua consueta bravura e teatralità, il cantante riesce a trasmettere subito le emozioni giuste, come nel ponte melodico accompagnato da una chitarra deliziosa. Il chorus è di ampio respiro e lascia a Bruce il tempo di estendere il proprio range vocale.  Verso il centro del brano, ponte e chorus si ripropongono ancora brillantemente, prima che le tre chitarre imbastiscano un interludio melodico, e che un rullata di tamburi di Nicko si trasformi in una bellissima accelerazione, un cavalcata epica che mi ha ricordato moltissimo la strumentale "Losfer Words" su "Powerslave" del 1984, fin dai primi ascolti.  Murray approfitta per inserirsi con un suo classico solo, poi subentra ancora una breve chorus di Bruce, altro intermezzo melodico dei "three amigos" , altro chorus seguito dal solo di Gers e a ruota da Smith. Finale altamente melodico in un bagno dorato tipicamente maideniano prima che Bruce concluda la canzone citando il titolo. Per la verità c'è ancora tempo per la melanconica chitarra acustica iniziale, prima che si chiuda definitivamente questo strabiliante primo capitolo. Liricamente "Il Libro delle Anime" prende spunto ovviamente dai rituali e dalle antiche conoscenze della popolazione maya. Steve ci parla dei sacrifici seppelliti nelle tombe dei re, che li accompagnano nel viaggio dopo la vita terrena nella ricchezza. Il sacrificio "umano" serve ai Re per affrontare i demoni del mondo sotterraneo avidi di anime. Le profezie di Dei dei Cieli, il Sole e la Luna che sembrano perdute in vecchie strade, torneranno in auge presto. Epoche cadute, foreste di Re, la ricerca della verità, il Libro delle Anime.  Essi hanno pregato gli Dei della Natura e vivevano in città di pietra, torri che sfidavano l'altezza dei cieli, meraviglie sacre che il mondo non ha conosciuto. Nella parte finale della canzone si parla anche di un invasione aliena, che ha portato però solo morte e un estinzione di massa (non sappiamo se Steve intenda proprio alieni di un altro pianeta, oppure gli alieni saremmo noi, "gli occidentali" ).

Death or Glory

Se il viaggio musicale e lirico vi ha entusiasmato fino ad ora, ritengo che il secondo cd che ci accingiamo a recensire di "The Book of Souls" sia addirittura superiore al primo. Death or Glory è il titolo della traccia che apre il secondo cd dell'album; scritta ancora dalla coppia Smith / Dickinson. Il suono delle chitarre iniziali crea subito un atmosfera suggestiva , seguita da un riff dalla ritmica un po' atipica, l'impressione è quella quasi di immergersi in un vecchio film di guerra dedicati agli "assi del cielo".  Bruce aggredisce le strofe con passione, ma il pezzo forte è il bridge a mio avviso, ben riuscito e ritmato, prima di un chorus tutto sommato prevedibile, ma che centra l'obiettivo. Particolarmente brillante la parte strumentale, che precede un pregevolissimo solo di Dave Murray, e devo dire uno dei più originali della pur luminosa carriera di Adrian Smith. Ancora un bridge e poi il chorus finale, ripetuto diverse volte prima del rapido finale.  Sappiamo della passione per il volo da parte di Bruce, che fa parte del suo dna di famiglia, e sappiamo che è pilota professionista di aerei di linea, così come sappiamo che ha acquistato un' esatta riproduzione del Fokker, il tirplano che il famigerato Barone Rosso usava nella Grande Guerra. Ebbene "Death or Glory", pur non citando  direttamente il nome dell Barone Von Richtofen, parla di queste sfide leggendarie e mortali nei cieli. Il Barone Rosso vede il nemico, ma quest'ultimo non può vederlo , combattente rosso in tutto e per tutto è pronto a fare un altro centro. Prendi un proiettile in testa, ora il dolore è insopportabile, il nome del Barone Rosso incute timore, cavalca il triplano rosso sangue. Svolta con l'aereo come se fosse il Diavolo, ti colpisce con alle spalle il sole, si arrampica come una scimmia fuori dall'inferno da dove è venuto. "Morte o gloria !"  è uguale per lui , "Morte o gloria !"  un treno di sola andata. La seconda strofa celebra ancora successi e manovre spettacolari del famoso aviere teutonico : vede il nemico cadere in una spirale, già morto dopo il mitragliamento da dietro, il proiettile l'ha colpito alla schiena. Spara per primo , uccide per saziare il proprio appetito, insegue la preda più debole per poter volare un altro giorno. Il brano potrebbero tranquillamente essere utilizzato come secondo singolo, credo lo abbia anche dichiarato lo stesso cantante in qualche intervista, sebbene quasi sicuramente non in formato fisico; è un brano etereo e al contempo energico, che sa darti quella sferzata di energia che occorre per continuare ad ascoltarlo ancora, in più le liriche sono un altro grande omaggio ai fasti dell'aria, e ad un argomento tanto caro alla Vergine di Ferro.

Shadow of the Valley

Shadow of the Valley ha un inizio curioso e stravagante, fateci caso: sembra "Wasted Years" suonana in slow motion, tutto questo sebbene il realtà negli autori non figuri Smith, autore del celeberrimo pezzo del 1986, ma la coppia Janick Gers / Steve Harris. Dopo quattro parti di questo riff anomalo, si inserisce brillantemente Bruce e qui, grazie anche alle percussioni di Nicko, mi sembra quasi un riferimento all'inizio di "The Fugitive", pezzo molto bello datato 1992. Poi un riff veloce e classico accompagna l'ispirato Bruce in strofe e ritornelli molto ben cantanti. Un dolce sottofondo di tastiere è sempre presente e, dopo i chorus, c'è sempre un bell' intermezzo armonico delle tre chitarre. Le stesse che ripetono armonicamente il chorus senza voce, prima di un ultimo chorus da parte di Bruce. Spazio ad un pregevole solo di Janick prima del momento più bello della canzone, con ancora un intermezzo melodico tipicamente maideniano, su cui Smith ricama ottimi spunti solisti. La melodia della musica viene accompagnata da mirabili "oh oh oh" di Bruce, che lasciano come sempre di stucco l'ascoltatore. La prima strofa è molto cupa e quasi profetica, un uomo vaga camminando senza scopo una landa oscura, di quello che una volta era stata la Terra. Senza la luce del sole nascono creature che prendono spunto dai nostri peggiori incubi, demoni dell'oltre tomba. Uno scenario infernale, direi quasi Dantesco, in cui si ode il richiamo del corvo, e si prega che non arrivi la fine del mondo,  che tutto questo abbia un significato e che sia la pena che debbano subire gli uomini. Camminiamo nella Valle della Morte e non abbiamo paura, arriverà il momento dell'ultimo respiro. Si potrebbe dire che "Shadows of the valley" sia ancora ispirata ai sogni, o forse è meglio dire incubi, di Steve, in cui si immagina forse l'Inferno sulla Terra e la vita degli ultimi uomini rimasti.  Oltre che ad un "incubo", la canzone prende ovviamente spunto da uno dei Salmi più famosi della Bibbia, il numero 23 (citato anche in una canzone dei Megadeth, come qualcuno ricorderà)  quello che inizia con la celebre affermazione : "Il Signore è il mio Pastore non manco di nulla?.anche se vado per una Valle Oscura non temo alcun male", la seconda frase è cantata da Bruce nella canzone.

Tears of the Clown

Giungiamo quindi a Tears of the Clown (scritta dalla coppia Smith/Harris), canzone già di per sé notevolissima, se non fosse che nelle interviste promozionali Bruce ha dichiarato che il testo è stato ispirato dal suicidio di Robin Williams, grandissimo attore americano, scomparso tragicamente da pochi anni. Chiaro che tutti quanti gli ascoltatori si sono approcciati al brano quasi stando più attenti al testo che alle musiche, ed il risultato è stato un totale e corale apprezzamento per questa piccola gemma della già straordinaria carriera degli Iron Maiden. Il brano è anomalo nella carriera musicale degli Iron Maiden, ed in questo caso faccio fatica a trovare nella lunga carriera della heavy classic band inglese un brano simile, diciamo che sia il cantato e che la musica si addicono di più forse ad un progetto solista di Dickinson, ma questo non può che giovare alla varietà complessiva dell'album. "Tears of the Clown" ha un inizio quindi più hard rock, che si assesta quasi subito su un mezzo tempo cantato mirabilmente da Bruce, prima quasi sarcastico su alcune frasi poi decisamente emozionante nel chorus. Seconda strofa e chorus, un buon intermezzo musicale e spazio ai solo, ancora un volta molto belli. L'ultimo chorus è allungato per permettere ancora a Bruce di citare il titolo diverse volte; un brano dunque dalle tinte anomale nel disco, ma anche nella storia del gruppo stesso, che però non fa altro che rinverdire i fasti della band, donando elementi mai sentiti prima, e permettendo anche allo stesso Bruce di esprimersi non solo cantando, ma anche infondendo i propri sentimenti nella musica stessa. Nella prima strofa il protagonista si trova in una stanza affollata e abbozza un sorriso di convenienza. I suoi occhi però non brillano, perché dietro quel sorriso si nasconde qualcosa che è morto da tempo. Il domani verrà, e il domani passera, ma le nuvole nere rimangono sempre nell'animo umano, ci domandiamo perché ci si sente sempre giù, facendo scorrere le lacrime del clown.  Nella seconda strofa si parla di chi può motivare un attore comico che intrattiene la folla, prima o tardi il sorriso davanti alle telecamere non basta più, perché ogni giorno devi affrontare i problemi della tua vita, i tuoi fantasmi. La sua storia è andata avanti e ha percorso molta strada e ha fatto divertire molta gente ma, quando la tristezza ha preso il sopravvento, l'abbiamo visto nei suoi occhi e, ora con il senno di poi, non possiamo sapere cosa sia accaduto. La canzone, come dicevo si intreccia talmente bene con le liriche che è difficile al termine non rimanerne fortemente colpiti ed emozionati.

The Man of Sorrows

Una pregevole introduzione della chitarra di Dave Murray è l'introduzione di The Man of Sorrows: pezzo a mio avviso molto sottovalutato dell'album, ma che si fa apprezzare ascolto dopo ascolto. "The Man of Sorrows", è bene precisarlo, non è una cover di "Man of Sorrows" (senza articolo), splendida ballata dell'album solista di Bruce Dickinson del 1997 "Accident of Birth", si tratta solo di un quasi omonimia, come era successo su "The Final Frontier" per il pezzo "The Alchemist". Dicevamo che il brano viene introdotto dal buon Murray, co-autore del pezzo insieme a Steve Harris, e non poteva essere altrimenti visto che si parla ancora di argomenti che hanno a che fare con la religione, ma procediamo con ordine; dopo il già citato solo di Dave è Bruce che canta molto bene e con trasporto l'inizio acustico del pezzo. Ancora leggere tastiere sullo sfondo prima che batteria e basso subentrino ad accompagnare il cantante. Cambio di tempo ed ecco che la canzone si fa più muscolare, anche se sempre di un mezzo tempo di tratta. Chitarre heavy lasciano spazio ad una bellissima melodia che accompagna il chorus in una delle canzoni forse cantata meglio da Dickinson in tutto l'album. Solito corale pregevole intermezzo melodico strumentale, che precede ancora un raffinato contributo di Dave Murray, seguito dal compagno storico Adrian Smith e dal secondo chorus. E' Janick Gers a gonfiare la musica alla fine della canzone, in un crescendo che man mano si dissolve, dove si può apprezzare veramente il lato progressive rock della band. Le liriche sono piuttosto tristi e ci parlano di un uomo, "l'uomo dei dolori" appunto, che assiste come un senzatetto al passaggio delle vite quotidiane di ognuno di noi, senza che la gente si accorga della sua solitudine. Stiamo vivendo in un mondo di menzogne, non importa per quanto ci sforziamo di capire, oramai stiamo vivendo senza sogni. Viviamo in una sorta di nuvola in mezzo alla nebbia delle verità, e cosi, giorno dopo giorno, viviamo senza un reale scopo e non riusciamo a capire il perché della morte. Così ci rivolgiamo all'uomo dei dolori (che potrebbe raffigurare lo stesso Cristo sulla Croce, in senso metaforico) ,traendone da lui conforto grazie alle conoscenze del passato, mentre vediamo i nostri amici morire attraverso il passare degli anni. Ancora un volta Harris, rattristato probabilmente da alcuni lutti familiari, si rivolge ad un esistenza ultraterrena di cui però non sembra essere profondamente convinto della sua esistenza, e comunque permangono, e non potrebbe essere altrimenti, molte domande senza risposta; un brano che, a fronte di una composizione ed esecuzione ottima, ti lascia quasi l'amaro in bocca, particolarmente, anzi, solamente, per quel lascito un po' incerto delle liriche, ma considerando l'argomento, non poteva che essere così.

Empire of the Clouds

Giungiamo così al capitolo finale, la lunga suite di 18 minuti scritta da Bruce Dickinson dal titolo di Empire of the Clouds. Sembra che un pianoforte elettrico, vinto in una lotteria, abbia spinto il cantante polivalente ad praticarsi nel suonare questo strumento (una delle poche cose al mondo che Dickinson sembrava non sapesse fare ).  Jon Lord, storico tastierista dei Deep Purple , prima di ammalarsi seriamente ha dato a Bruce qualche breve lezione, sebbene Bruce dica molto onestamente di saperlo suonare solo con due dita. Ed è così che delicate note di piano, mai udite negli Iron Maiden, danno il via a questo autentico capolavoro con in sottofondo anche pregevoli accordi di violino. L'inizio è maestoso, in pratica l'andamento delle prime strofe viene prima suonato solo dagli strumenti, poi è Bruce che gagliardamente attacca con "to Ride  the Storm, the Empire of the clouds". La canzone prosegue con il minuzioso racconto di Bruce delle vicende drammatiche del dirigibile R101 dell'aviazione inglese, ed è spettacolare come vedremo il procedere delle strofe che man mano diventa sempre più drammatico sia nella musica, che nel cantato, parallelamente al viaggio del dirigibile e all'avvento dei primi problemi fino all'inevitabile tragedia finale. Un stupendo riff melodico e struggente accompagna delicatamente ai passaggi della varie strofe, poi l'andamento si fa più pesante anche nel suono, nettamente più deciso e marchiato della chitarra, non più in sottofondo. Bruce riprende il piano, questa volta accelerandone i tempi, ed il cantato si fa sempre più ansioso e drammatico. Basso e batteria ritmicamente seguono Bruce, così come chitarre sensibili e delicate, poi arrivano i cambi di tempo con una geniale ritmica asincrona di Nicko McBrain che, su geniale suggerimento di Bruce, detta i tempi del suono della richiesta d'aiuto internazionale, il famoso S.O.S. in codice Morse. Janick Gers e poi tutta la band danno via ad un drammatico riff melodico da applausi, e qui ti tendi conto che stai sempre ascoltando gli Iron Maiden, e non un altra band. Spettacolari percussioni di Nicko fanno ancora da riferimento per un momento strumentale di altissimo livello (con un vera e propria orchestra sullo sfondo), arriva il primo contributo solista delle tre chitarre ad opera di Murray, poi ecco un poderosa accelerazione ritmica, con Bruce che riprende il piano, questa volta accelerandone i tempi, mentre il cantato si fa sempre più ansioso e drammatico. Arriva così anche il solo glaciale ed elettrico come non mai di Adrian Smith. Le strofe, cantate ora con una sorta di ansia tangibile da Bruce, vengono interrotte da scientifici intermezzi che quasi danno l'impressione visiva del caos e del terrore che ora regna nel equipaggio sul dirigibile. Ancora il piano sui colpi di piatti di Nicko che prelude la tragedia, prima che ritorni l'andamento dell'inizio della canzone, con le ultime drammatiche cronache della tragedia e considerazioni finali di Bruce. Liricamente, oltre che musicalmente, il brano è un capolavoro assoluto partorito della mente geniale di Dickinson; Steve Harris, il "sergente di ferro", pur nel suo ostracismo ai cambiamenti anche solo minimali nello stile collaudato degli Iron Maiden, ha ammesso candidamente che è una "canzone meravigliosa" proprio perché non l'ha scritta lui, quindi non può essere tacciato di falsa modestia. Si parte dall'esaltazione orgogliosa della giornata di festa; in quella giornata di grazia del 8 ottobre 1930, il dirigibile R101 è pronto per partire. Le autorità vogliono che arrivi in India in tempo per un avvenimento politico di rilievo, la gente applaude e sulla plancia si brinda, non mancano i dignitari, i sigari ed il brandy sul grande vascello. Bruce ricorda nelle liriche che si tratta del più grande vascello mai creato, agli scettici ricorda che l'intero Titanic ci sarebbe stato all'interno del dirigibile. Le previsioni del tempo parlano di una tempesta proveniente da ovest, dopo aver attraversano il canale della Manica. Il telone argentato che riveste il dirigibile non ha mai affrontato la furia che sta per incontrare, si cerca di andare molto velocemente mettendo a dura prova il materiale, l'equipaggio è in totale allerta ed è sveglio da 30 ore. Non avrebbero mai dovuto viaggiare a quelle velocità, il dirigibile non è stato mai testato sui quei limiti, e la copertura esterna sta diventando il suo Tallone d'Achille. Il dirigibile scende verso il basso è troppo pesante "Al Diavolo il cargo !", afferma il comandante, parecchio peso inutile  viene gettato per venire incontro al problema, ma il telone si strappa e comincia ad entrare acqua durante la tempesta, il dirigibile inizia la sua caduta con il gas che pericolosamente si diffonde, i 3000 cavalli del motore si fermano. Bellissima la metafora che usa Bruce, che parla di un Mietitore di Morte che con la sua falce colpisce con precisione chirurgica il vascello nel nord della Francia mentre la gente sta dormendo. Del glorioso "Impero delle Nuvole" non rimane che solo cenere del nostro passato, solo cenere alla fine. Mentre Bruce osserva la lapide, sotto il sole di Bouveias dove giacciono i sogni di chi ha vissuto il viaggio (che causò per la cronaca 48 morti), riflette su come i sogni in realtà non muoiono mai, possono morire i sognatori, ma il sogno continua a vivere per sempre. Ancora una volta gli Iron Maiden ci regalano un pezzo di storia, questa volta dell'aviazione inglese che, peraltro, forse in Italia conoscevamo molto poco, certo era più nota quella dello Zeppelin tedesco e la tragedia di Hindelbourg, che avvenne qualche anno dopo e testimoniata anche da storiche immagini in bianco e nero (nonché dalla copertina stessa dell'album di Page e Plant). Da notare come Bruce abbia anche rivelato che per il titolo della canzone ha preso spunto dal titolo di un libro sulle conquiste dell'aviazione inglese, appunto "Empire of the Clouds" ma, inizialmente voleva intitolare la canzone "Ride the storm" che è invece il titolo di un libro proprio dedicato alla tragedia del dirigibile R101.

Conclusioni

In conclusione, The Book of Souls rappresenta davvero la punta dell'iceberg della carriera degli Iron Maiden post-reunion.  Secondo il parere di chi scrive è superiore anche all'ottimo "Brave New World" del 2000. Tornando a quella che ho voluto simpaticamente chiamare la minoranza chiassosa o polemica dei fan della Vergine di Ferro, è un delitto a mio avviso il non saper apprezzare la qualità di questo album. E' un utopia pensare che Steve & soci possano rifare i capolavori degli anni '80, non dimentichiamo che sono ben 7 album tutti memorabili che contengono canzoni rimaste alla storia , e che c'era un approccio molto più diretto nel comporre le canzoni. Oggi come oggi non avrebbe più senso fare un album all'anno, i  tempi cambiano, le persone invecchiano e traggono stimoli diverse nello scrivere delle canzoni, direi che delle 11 tracce presenti su The Book of Souls soltanto due hanno bisogno di essere metabolizzate con il tempo, il resto sono delle grandi opere musicali in piena sintonia con lo stile collaudato dei Maiden. Anche l'ordine delle canzoni è studiato meglio, non ci sono 3,4 pezzi di oltre 7 minuti consecutivi, ma un migliore bilanciamento anche della lunghezza delle song: l'album ne trae grande giovamento , sembra molto più fresco e diretto rispetto ai due ultimi lavori.  Speed of Light" e Death & Glory, pur non essendo propriamente pezzi corti, sono però brani più facilmente assimilabili , Tears of the Clawn invece è un pezzo che continua a far faville nei commenti sui social network , c'è la title-track che ha convinto in molti, The Red and the Black che, pur rimanendo un brano controverso, ha molti estimatori e poi, veramente ho fatto un grandissima fatica nel trovare un fan che non abbia apprezzato Empire of the Clouds. Per non parlare di If Eternity should fail: continuo a pensare che sia un pezzo d'apertura abbastanza originale per i Maiden, ed è un brano di grande personalità.  Insomma c'è tanta carne al fuoco su questo nuovo album, che, peraltro, si fa ascoltare con piacere ogni volta, non è un pasto riscaldato duro da digerire. Sarà stupendo vedere ora la band rinvigorita dal successo internazionale (scontato) del disco come si comporterà sugli stage di tutto il mondo. Chiaro che vogliamo rivedere Bruce correre e saltare come sempre, mantenendo sempre una voce pulita e misteriosamente senza fiatone.  Non mancano le nuove sfide, come le prime date in Cina e speriamo di poterceli godere ancora dal vivo per qualche anno. Non vorrei nemmeno essere nei panni della band su come verrà scelta la set-list : inevitabilmente scontenterà molti, o suonano tre ore, oppure dovranno essere fatte scelte dolorose per poter suonare almeno 4,5 pezzi del nuovo album. Si è parlato anche di qualche sorpresa clamorosa, e qui spero Bruce abbia pesato bene le parole nelle interviste, perché l'esecuzione ad esempio della tanto agognata Alexander the Great  farebbe la gioia e l'estasi di moltissimi fan. Sull'onda della guarigione Bruce si è anche sbilanciato sul futuro, dicendo che spera che The Book of Souls non sia l'ultimo album studio della carriera dei Maiden. Ne saremmo quanto mai felici ma, come le drammatiche vicende dello stesso frontman dimostrano, purtroppo nemmeno i sei Maiden possono usufruire dell'elisir di lunga vita, o in ogni caso di un salute di ferro. Fino a quando la loro credibilità anche dal vivo rimarrà cristallina e intatta come è stata fino ad ora (chi li ha visti anche l'anno scorso in estate lo può confermare) saremo sempre orgogliosi di alzare in alto i vessilli di una band che definire leggendaria risulta veramente riduttivo.

1) If Eternity Should Fail
2) Speed of Light
3) The Great Unknown
4) The Red and the Black
5) When the river runs deep
6) The Book of Souls
7) Death or Glory
8) Shadow of the Valley
9) Tears of the Clown
10) The Man of Sorrows
11) Empire of the Clouds
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