IRON MAIDEN

Somewhere in Time

1986 - EMI

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
02/04/2019
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Inghilterra, anno domini 1986, ci troviamo in un'epoca particolarmente florida per l'Heavy Metal, dato che siamo nella piena fase di sviluppo di questo grandioso genere, e ci basterà citare alcuni semplici esempi per evere subito un'idea di quanto dorati fossero quegli anni a livello musicale: nel mese di marzo, dall'altra parte dell'oceano Atlantico, i Metallica davano alla luce il loro terzo lavoro "Master of Puppets". Alla corte della regina invece, esattamente un mese dopo, i Judas Priest diedero alle stampe proprio in quell'anno uno dei loro lavori più sperimentali e "diversi", "Turbo", con il quale aprivano le porte all'utilizzo dei sintetizzatori, allargando così i loro orizzonti artistici. Il successivo settembre arrivò anche il nuovo lavoro degli Iron Maiden, che rispondevano prontamente con il loro sesto capitolo discografico intitolato "Somewhere in Time". Ancora oggi, questo disco è considerato il primo giro di boa effettuato dal veliero della vergine di ferro, che se per certi aspetti si presentava come il degno successore di "Powerslave", mantenendo sempre altissima la soddisfazione dei fan, per altri invece venne alla luce con un che di particolarmente controverso. Innanzitutto, esso è uno dei primi dischi metal ad essere stato registrato senza che la band fosse riunita tutta in un unico studio: ogni membro registò le proprie parti in zone diverse del globo, recandosi in studi in loco messi a loro disposizione dalla Emi, l'etichetta che pubblicò il lavoro: il basso, il basso synth e la batteria furono registrati ai Compass Point Studios a Nassau, alle Bahamas, mentre le chitarre, le chitarre synth e le voci vennero incise ai Wisseloord Studios in Olanda; il tutto poi venne finalizzato nel mastering svolto a New York. Oggi, la registrazione e la postproduzione a distanza sono prassi quotidiana, ma all'epoca si trattò di una vera e propria impresa: i vari nastri venivano di volta in volta spediti a tecnici diversi che ne aggiornavano la lavorazione. Ognuno di questi vari passaggi ha così contribuito a realizzare quell'immenso mosaico che oggi possiamo ascoltare dai nostri stereo. "Somewhere In Time" è inoltre il primo lavoro in cui Bruce Dickinson e soci ricorrono all'utilizzo dei guitar synth, un particolare sintetizzatore predisposto per essere controllato tramite chitarra, fornendo così alle sei corde una maggiore gamma di suoni ed effetti da poter utilizzare, una specie di ibrida via di mezzo quindi tra la chitarra in senso puro e le tastiere vere e proprie; del resto, siamo anche in un periodo storico nel quale molte band britanniche si aprirono ad influenze più morbide provenienti dall'AOR d'Oltreoceano; il gusto per la melodia e le atmosfere epiche, arricchite ulteriormente dagli strumenti elettronici, fecero infatti breccia nella NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal), regalando alla musica metal album successivi più "soft" come ad esempio "Destiny" dei Saxon o "The Pack Is Back" dei Raven. Dal punto di vista compositivo poi, gli Iron Maiden ampliano notevolmente la gamma di tematiche sulle quali articolare le loro liriche; alle classiche a sfondo horror tipiche dell'immaginario Heavy Metal, ai quali gli inglesi restano comunque ancorati con la opener "Caught Somewhere In Time", si aggiungono inoltre temi introspettivi e riferimenti più colti di carattere letterario e storico, come nel caso di "The Lonelisness Of The Long Distance Runner", ispirata all'omonimo romanzo di Alan Sillitoe uscito nel 1959 (edito in Italia con il titolo "La Solitudine del Maratoneta") e la conclusiva "Alexander The Great", incentrata sulle gesta di Alessandro Magno. Con questa incisione quindi, è chiaro che i Maiden vollero sperimentare nuove soluzioni su qualsiasi fronte; d'altra parte, gli anni Ottanta sono non a caso definiti l'età aurea del Metal. La creatività e l'ispirazione dei musicisti scorrevano infatti come un fiume in piena, alimentata inoltre dall'interesse che i fan stessi dimostravano verso questo tipo di musica.Poiché, non dimentichiamolo, l'Hard N' Heavy all'epoca era una vera e propria merce di mercato, un qualcosa sì controverso e sregolato, ma tuttavia saldamente inserito nel contesto socioculturale della comunità. Con buona pace dei genitori bigotti, vi erano buone possibilità che i loro rampolli, incappassero in quei vinile dalle copertine così macabre e raccapriccianti, dato che venivano esposte a banco senza nessuna censura.O meglio, la censura c'era, ma alla fine un particolare disco vendeva e quindi i negozianti stessi erano i primi a ordinarne diverse copie. L'immagine stessa del metallaro era ormai radicata nell'immaginario comune ed egli faceva inoltre girare l'economia della musica non solo acquistando gli album ufficiali ma andando anche ai concerti e alla ricerca dei relativi singoli e b-sides, per avere tutto ciò che fosse disponibile delle sue band preferite. Ma veniamo ora a un elemento fondamentale tanto quanto l'audio per comprendere pienamente l'importanza e l'innovazione di "Somewhere In Time": la copertina. Grossolanamente parlando, si potrebbe dire che nell'artwork troviamo un cibernetico Eddie, la famosa mascotte della band, collocato all'interno di uno sfondo urbano a metà tra il futuristico e il fantascientifico, intento ad avanzare, pistola in pugno, verso la sua prossima vittima. In realtà, nella cover del lavoro ci sono un sacco di rimandi e riferimenti al passato della band che solo i veri fan possono cogliere: innanzitutto, nell'osservare questa scena in qualità di avventori del vicolo, notiamo il cibernetico assassino mentre sta per entrare in una via denominata "Acacia", come l'omonima strada del brano contenuto in "The Number of the Beast", e sotto la targa è presente un poster degli Iron Maiden. Inoltre, egli sta passando di fronte ad un pub denominato "Acess High", come la celebre traccia di "Powerslave". Infine, nell'insegna del "Bradbury Towers Hotel", vi è anche un rimando a Ray Bradbury, autore fantascientifico particolarmente caro ai Maiden. I riferimenti inseriti dall'autore della copertina Derek Riggs continuano poi anche nel retro del booklet, rendendo così l'artwork uno dei più compositi e, per certi aspetti, fumettistici di tutta la discografia. Ma addentriamoci ora in questo fondamentale tassello dell'epopea maideniana.    

Caught Somewhere In Time

Ad avviare la tracklist è "Caught Somewhere In Time" ("Catturato Da Qualche Parte Nel Tempo"). Il pezzo si apre con un'intro epica, realizzata intorno a un riff di chitarra subito epico ed evocativo, suonato con perizia sopraffina dai due axemen Dave Murray ed Adrian Smith. Il loro tocco è subito incalzante e grintoso, e la nostra soglia di attenzione può attivarsi immediatamente, mentre veniamo travolti dall'impetuosità dell'apertura. Si parte all'unisono con la strofa, avviata dal granitico basso di Steve Harris. Le sue dita dettano subito il ritmo del pezzo insieme alla batteria, regalandoci una cavalcata solenne che si muove in quattro quarti. Dopo due giri, al secondo dei quali si alza la tonalità, si cambia completamente per partire con un classico galoppo. Un espediente nel quale i cinque musicisti si sono sempre dimostrati dei maestri. È qui che Bruce Dickinson ha modo di cantare la sua prima porzione di strofa. Con fare energico e deciso, l'ex Samson si fa subito interprete del ruolo di "diavolo tentatore". Egli si rivolge a noi per offrirci la possibilità di "tornare indietro nel tempo" e magari rimediare a qualche colpa commessa in passato. Il ritmo resta sempre sostenutissimo, mentre il vocalist britannico ci incalza con un discorso diretto: "Ehi tu, se hai del tempo da perdere ed una mente abbastanza illuminata per saper scegliere con giudizio ciò che ti propongo ascoltami! Vuoi dare un'occhiata oppure per te la scelta è talmente chiara che per te sono come un libro aperto?". Nel mentre, si presenta sempre un motto che accompagnerà questo viaggiatore: il tempo è sempre dalla sua parte, se egli saprà compiere le giuste scelte, e dovrà tenerlo bene a mente per questa nuova avventura. Ma il protagonista si lascerà tentare? Il diavolo lo invita a seguirlo per poter finalmente realizzare i suoi sogni nascosti, ma se Lucifero lo porterà con sé, saprà affrontare la prova con coraggio oppure sarà terrorizzato? Il momento è giunto, deve scegliere. E il motto poc'anzi citato, collocato su una pregevole apertura ritmica, dovrà guidarlo in questo tuffo indietro nel passato. Il passaggio tra palm muting-serrato e distensione di accordi conferisce alla struttura un forte senso di dinamismo, e quasi ci sentiamo precipitare insieme al viandante, lungo l'abisso del tempo, fino alle epoche remote; il diavolo si permette di incoraggiarlo, ovviamente in maniera ingannevole, rassicurandolo che con lui sarà al sicuro e che non c'è nulla da temere. Con l'arrivare del ritornello però, momento di grande apertura in vista dell'esecuzione di Bruce Dickinson, si scopre la verità: lo stolto viaggiatore è stato catturato da qualche parte all'interno di questo vortice, e solo le sue abilità potranno tirarlo fuori dalle spirali del passato. Dal punto di vista musicale, il ritornello, preceduto da una breve suite solista di Murray e Smith, è a dir poco avvincente. Grazie al suo disegno semplice ma al tempo stesso catchy, il titolo del brano è destinato a imprimersi nelle nostre menti senza alcuna fatica. Ad accompagnarlo, l'eccezionale potenza del vocalist di Worksop, vero e proprio condottiero degli arrangiamenti melodici dei Maiden. Inizia ora il megablocco incentrato sulla parentesi solista, dove i due axemen si lanciano in una sequenza di scale, bending e tappingin puro stile hard rock. I registi di questa porzione sono tuttavia Nicko McBrain e Steve Harris, una sezione ritmica sempre energica e a dir poco alcalina. Immaginate il tempo della batteria e del basso come un adrenalinico giro sulle montagne russe: i due strumenti infatti, sempre velocissimi, eseguono passaggi e cambi ritmici simili alle brusche svolte del trenino della giostra, e costringono i due chitarristi ad "aggrapparsi", con i loro strumenti, a questo cavallo impazzito al galoppo. Il tutto ovviamente mantiene la nostra attenzione destissima, rendendoci sempre curiosi di scoprire che cosa stia per accadere battuta dopo battuta; ecco perché le lunghe suite strumentali dei Maiden appaiono sempre frizzantissime e mai monotone nonostante il loro elevato minutaggio. Conclusa la battaglia degli assoli, gli strumentisti si riallacciano all'unisono per la partenza della strofa conclusiva, momento in cui si scopre la vera sfida che il diavolo ha posto allo stolto protagonista: come un lupo travestito da pecora, egli dovrà insinuarsi nei meandri della sua vita passata e dovrà cercare di fare ammenda dei propri peccati, ma il diavolo conosce le sue colpe e non gli renderà certo la vita facile in questo calvario verso la redenzione definitiva. Si giunge così all'inganno diabolico. Per poter rimediare agli errori commessi nel suo passato, il viandante dovrà offrire l'unica cosa che ha: la sua anima, e sull'arcigna risata di Bruce Dickinson, inizia l'ultimo ritornello del pezzo, un momento di solenne coralità prima dell'accordo tenuto che siglerà definitivamente la traccia.


Wasted Years

Prende avvio una delle più note canzoni dei Maiden, "Wasted Years" ("Anni Sprecati"), vero e proprio diario di viaggio scritto da Adrian Smith durante la lunghissima, divertente, incredibile, ma a tratti anche estenuante, serie di concerti che i Maiden svolsero nel 1985 per il World Slavery Tour. Il main riff di chitarra con cui si apre la canzone è ormai un classico dell'HavyMetal e si articola su una serie di pennate serrate date con la mano destra, mentre la sinistra cambia la nota tonica dando i diversi accenti sui colpi del plettro. Questo sistema rende la sequenza di note particolarmente dinamica, facendoci quasi percepire le ruote del tour bass girare incessantemente durante i lunghi tragitti da una tappa all'altra della tournè. Il tempo viene tenuto da Nico McBrain con il charleston e la gran cassa e a riempire questo incipit troviamo inoltre il basso di Steve Harris, che armonizza il tutto sulle ottave alte del proprio strumento. Più che una ritmica di basso sembra un lavoro da terza chitarra, ma conosciamo bene il leone britannico e sappiamo benissimo che a lui, con il suo quattro corde, non piace stare con le mani in mano. Un accordo tenuto per mantenere alta la suspence ed è così che si conclude l'introduzione per partire con la strofa, modellata su un'avvincente serie di accordi accompagnata da un trascinante quattro quarti. Bruce Dickinson ora parla attraverso le parole malinconiche del suo compagno di avventure, che seppur esaltato dall'incredibile viaggio che sta vivendo con i suoi fedeli compagni, ogni tanto ripensa alla città natale e la malinconia si fa sentire. Adrian Smith, insieme agli altri membri della band, ha viaggiato in lungo e in largo, dalle spiagge dorate dal sole fin oltre i sette mari, toccando quindi tutto il globo, ma ora, dopo tutta questa strada percorsa, gli sembra di non conoscersi più, di essere diventato uno straniero ai suoi stessi occhi. A volte, le cose che fa durante il viaggio, non gli sembrano nemmeno azioni compiute da lui; una vera e propria condizione di straniamento dunque, che solo il pensiero della propria casa può curare. Unico balsamo per questa malinconia è appunto il potersi prendere un momento di pausa dalla routine frenetica del tour, fatta non solo di esibizioni ma anche di soundcheck, autografi, preparazione tecnica e via dicendo. Appena possibile quindi, il biondo axeman si rifugia in un angolo, chiude gli occhi e ripensa alla sua città, dove è nato è cresciuto; il magone è più che naturale dopo mesi d'assenza eppure, quella tristezza serve anche da stimolo per tornare ad essere positivi e trovare la grinta necessaria per superare quell'enorme sforzo fisico e mentale. Concluso il concerto, un'altra città se ne va, sfumando in lontananza dal finestrino del tourbus, un'altra tappa è passata portandosi con sé quei ricordi che rimarranno nel cuore. Potrà sembrare paradossale, ma anche di quei luoghi si sente la mancanza, in particolar modo quando si riparte per andare via verso un'altra destinazione. Una parte di cuore si lascia ad ogni tappa, ma il vero amore resta per la patria, dove si spera di poter tornare e restare fino all'ultimo giorno di vita. Come un moderno Ulisse, Adrian Smith sta così vivendo la sua personale odissea, ma sedendo con i suoi compagni di viaggio e ridendo e scherzando con loro capisce una grande verità: ricercando nella memoria questi "anni sprecati" non si starà mai buttando via il proprio tempo; il pensare a quei momenti farà subito nascere un sorriso sulle labbra, riportando subito alla mente le emozioni vissute. Affrontando ogni giorno a muso duro e prendendo una posizione di fronte a tutto ciò che succede in tour, egli capisce che sta vivendo degli anni duri, che però sono anche i più belli della sua giovinezza. Anche in questo caso, il ritornello rappresenta il momento di apertura della canzone: la scoperta del valore di quel tempo trascorso on the road diventa infatti il momento da cantare tutti insieme a squarciagola, godendosi non solo una eccezionale piece di musica heavy metal, ma condivindendo anche con i nostri amici più cari questa grande passione. Con la ripresa della seconda strofa però, la nostalgia torna a farsi sentire: negli occhi di questo romantico musicista infatti compaiono nuovamente la propria città e i propri cari, che sono là ad attenderlo al ritorno dal tour. Quel malinconico torpore gli provoca un dolore che non è per niente facile alleviare e in certi casi non riesce nemmeno a trovare le parole per descriverlo. La mancanza degli affetti e la lontananza da casa, alle volte, sono così insopportabili che gli verrebbe da piangere, volendo urlare la sua disperazione a squarciagola e alzare le mani al cielo. Ma ancora una volta penserà a tutte le avventure vissute insieme a Bruce, Nicko, Steve e a Dave e ancora una volta realizzerà che sta vivendo gli anni d'oro della sua vita. Concluso il secondo ritornello viene ripreso il main riff di chitarra dell'apertura. Possiamo quindi immaginarci nuovamente il tourbus dei Maiden sfrecciare verso la prossima tappa, ma ecco che in maniera fulminea Dave Murray e Adrian Smith si lanciano in una nuova sequenza solista, sempre accompagnati dal carro armato ritmico di Nicko McBrain e Steve Harris. Le chitarre sfoggiano una serie nutrita di tapping, ricreando metaforicamente la velocità e la frenesia del viaggio, per poi riallacciarsi nell'ultima ripresa del ritornello, ultimo momento di solenne fratellanza ed amicizia per poi lasciar sfumare tutto sull'efficacia e l'emotività del main riff utilizzato in apertura. Si giunge alla chiusura in fade out, dove possiamo quasi vedere il veicolo della band partire verso un'altra tappa del World Slavery Tour e sparire all'orizzonte. Di questo brano, pochi mesi prima della pubblicazione dell'album, uscì inoltre il singolo promozionale nel quale è contenuto un gustosissimo diamante per tutti i fan del gruppo: "Reach Out". Il brano nacque per gioco da una sessione di prove che vedeva coinvolti Adrian Smith e Nicko McBrain insieme a Dave Colwell ed Andy Barnett degli FM; seppur frutto di quell'estemporaneo side project, la canzone piacque talmente tanto agli altri membri della vergine di ferro da essere inserita in un loro prodotto ufficiale. A cantarla è Adrian Smith e non Bruce Dickinson (che invece vi partecipa in qualità di corista), ma ai fan piacque lo stesso, perchè era un qualcosa legato agli Iron Maiden e quindi andava posseduto a prescindere.  

Sea Of Madness

Si prosegue con "Sea Of Madness" ("Mare di Follia"), brano il cui cinico titolo descrive la rovina del mondo moderno senza girarci troppo intorno. L'attacco è subito deciso e travolgente, con gli accenti di batteria e basso che ci colpiscono come un pugno in faccia mentre le chitarre in sottofondo sfoderano subito un main riff lineare e dinamico. Già dall'inizio della traccia si nota quindi un "ribaltamento prospettico": la batteria ed il basso sono messi in evidenza a livello di volume per lasciare volutamente "in secondo piano" le chitarre. Ciò consente così al tempo sincopato di Nicko McBrain e alle ditate di Steve Harris di condurre il tutto prima che inizi la parte vocale. La strofa resta sempre energica e graffiante per poi ammorbidirsi nel pre ritornello, momento che, come da programma, apre totalmente il respiro della composizione. Bruce Dickinson è infatti letteralmente disgustato dal degrado dell'epoca in cui vive, fatta solo di sofferenze, soprusi ai danni dei più deboli e omertà da parte del resto della popolazione. Ogni giorno infatti succede qualcosa di sbagliato e disdicevole, ma invece che prendere una posizione decisa e agire, l'umanità preferisce voltarsi dall'altra parte e restare indifferente. Basta infatti uscire di casa per essere subito avvolti nello sciame di violenze ed ingiustizie che appestano la quotidianità. È sera inoltrata, decidiamo di uscire per bere qualcosa e mentre passeggiamo per strada sentiamo una voce in lontananza, un grido di aiuto lanciato da una vittima inerme, e nella notte si eleveranno al cielo le fiamme di un incendio doloso che distruggerà un edificio, ma tutto resta nella noncuranza. Forse, afferma ironicamente il vocalist, qualcuno stanotte urlerà perchè avrà raggiunto il proverbiale punto di non ritorno. Giunti al pre ritornello, le chitarre si distendono, accompagnate da un sottofondo di accordi effettato per dare ancora più profondità alla parte, siamo di fronte al momento in cui il cantante esprime tutto il suo disappunto verso questa situazione. Egli infatti resta talmente basìto di fronte a ciò che accade che i suoi occhi non riescono a credere a quanto stiano vedendo. Anche lui però, facendo parte della massa, volterà le spalle di fronte a tutto ciò, compiendo però questo gesto non con la tranquillità di colui a cui non frega niente, ma sentendo la stretta del rimorso e del senso di colpa. È infatti colpa delle persone se siamo arrivati a questo punto ed è colpa delle persone se la situazione non migliora, ma anzi è destinata a peggiorare fino a toccare il fondo del baratro. Con il sopraggiungere del ritornello, l'ex cantante dei Samson lancia un urlo che subito appare come un inno forsennato di libertà, ma che successivamente è destinato a spegnersi in un vuoto di rancore e rattristata rassegnazione. Come l'aquila e la colomba, simbolo rispettivamente di fierezza e purezza, anche a lui piacerebbe elevarsi al di sopra di tutto, dispiegando le ali e poter finalmente volare verso un mondo migliore, sentendosi le piume scaldate dal sole. Ma se ciò gli fosse concesso, tutto quel che vedrebbe gli susciterebbe solo un'immensa tristezza. Dal verso successivo infatti, ecco arrivare l'efficace metafora che descrive che cosa veramente sia l'umanità: un fiume in piena, un torrente impetuoso le cui acque sono una amalgama di degrado, menefreghismo, egocentrismo ed ipocrisia, un fiume che scorrendo inarrestabile verso la foce giungerà presto al mare, un mare di follia appunto. In coincidenza della parola "madness" ("follia"), i Maiden ripartono con il riff della seconda strofa senza alcun tipo di cesura; dall'ampiezza del ritornello si ritorna quindi alla contrattura ritmica precedentemente proposta e dopo l'iniziale descrizione della rovina del mondo attuale, Bruce Dickinson sente ora una voce chiamarlo da lontano all'interno di quella bolgia infernale che è la realtà. In quell'immensa distesa di oscurità dove tutti i sogni di redenzione sembrano dissolversi inesorabilmente, sembra tuttavia esserci una speranza, uno spiraglio di luce, che però ahimè si dissolve non appena riposiamo lo sguardo sul mondo che ci circonda. Subentrano ora i guitar synth e ancora una volta gli occhi del cantante restano increduli mentre il suo cuore viene sferzato da un'altra fitta di rimorso. Il climax ascendente raggiunge un nuovo apice nel secondo ritornello, dove possiamo avere prova, come se ce ne fosse bisogno, di tutta la grande capacità recitativa del frontman dei Maiden. La parola "madness" ora serve per lanciare l'assolo di chitarra: la suite però è più breve e l'accompagnamento si presenta maggiormente lineare, proprio perchè sull'ultima nota della parte solista si apre un nuovo capitolo della traccia. Il brano sembra provvisoriamente spegnersi, lasciando iniziare uno sviluppo in pulito dove la chitarra sfodera un delicatissimo arpeggio. Gli Iron Maiden stanno in realtà gettando le basi per un nuovo avvincente crescendo, che farà aumentare la nostra suspence attraverso un'epica impennata verso la ripartenza esplosiva; dal pulito effettato in delay si torna di nuovo al distorto e la batteria riprende la propria cavalcata con un nuovo sincopato pronto a sostenere la terza ed ultima strofa. A livello strumentale essa è modellata esattamente come le precedenti e anche dal punto di vista lirico, Bruce Dickinson ripete il testo della prima strofa. Un espediente ad hoc per rappresentare la ciclicità incessante con cui la nostra società imperversa nella propria autocommiserazione e di come, appena compaia una timidissima traccia di voglia di cambiamento, essa venga prontamente zittita dal buio della nostra stessa rovina. Si sentono ancora le urla nella notte, le fiamme distrugeranno un altro palazzo e, pur volendo, non potremo mai elevarci in volo senza vedere solo immagini che ci lasceranno sgomenti; non ci resta altro da fare che annegare nel fiume della nostra indifferenza prima di sfociare nel nostro male di follia.  

Heaven Can Wait

A partire nel nostro lettore è ora un'altra celebre canzone della band, "Heaven Can Wait" ("Il Paradiso Può Attendere"), brano che gli appassionati hanno imparato ad amare per il suo tiro decisamente catchy e rock n'roll. Diamo il play alla traccia e quello che sentiamo per primo è un tappeto di accordi di sintetizzatore, il cui scopo è creare un atmosfera lugubre ed oscura; teniamo presente che il pezzo è ispirato all'omonima pellicola di Warren Beatty e che l'intero fulcro tematico ruota attorno a un malato prossimo al trapasso. La storia si apre dunque con la scena ritraente questo paziente in un letto d'ospedale, i medici gli hanno dato solo pochi istanti di vita, sembra essere tutto perduto, ma ecco che piomba la musica degli Iron Maiden a risvegliare la mente del malato e a dargli l'energia per poter di nuovo voler tornare a vivere. Il primo ad entrare in scena è il basso di Steve Harris, intento ad eseguire un arpeggio sincopato, e successivamente entrano le chitarre con degli incisi. La tensione aumenta e a far salire la grinta ora sono le rullate di Nicko MacBrain, che di lì a poco lanceranno lo start vero e proprio della composizione. La strofa parte incalzante con un main riff pieno di groove, una linea che strizza l'occhiolino sia al Punk che, in particolar modo, al Rock N'Roll anni cinquanta. Il brio di questo avvio del resto rende perfettamente l'idea di un moribondo che si risveglia dal suo stato comatoso e, grazie alla scossa metal che percorre le fibre del suo corpo, può finalmente intimare al Paradiso di aspettare, perchè il suo giorno non è ancora arrivato. A parlare è proprio il paziente in prima persona: subito non comprende bene che cosa gli stia succedendo e non riesce a capire se si tratti di un sogno o della realtà, ma di una cosa è certo, non si era mai sentito in quel modo prima d'ora e come in un'esperienza metempsicotica ora ha modo di guardare il suo corpo dall'esterno. "Vedo il mio corpo che giace nel letto, addormentato come nel mezzo di un sogno, ma cosa mi sta succedendo? Forse l'angelo della Morte è venuto a prendermi e mi sta portando via? Non posso credere che sia arrivata la mia ora, non mi sento ancora pronto, ho tante cose ancora da fare e questa è la mia anima, non lascerò che me la portino via!". Su quest'ultimo sprazzo di decisione il malato si risveglia, ed alzandosi in piedi sul letto urla a gran voce che il Paradiso può aspettare, non è arrivata la sua ora e dovrà attenderlo ancora per un giorno. Il rifiuto della morte è quanto mai marcato ed ormai vive una vera attrazione lussuriosa per il mondo "in basso" nel quale vuole restare. Il suo unico ostacolo è l'Inferno, altro luogo che lo reclama, ma ha irrevocabilmente deciso che se ne andrà solo quando sarà veramente pronto. Il suo corpo però è comunque minato dalla malattia e l'euforia gli ha già esaurito tutte le forze; vede davanti a sé una luce in fondo ad un tunnel e ne resta estasiato, le persone sono riunite tutte intorno al suo letto, ma lui non vede altro che quel bagliore e non può far altro che chiedersi se sia davvero quello il luogo in cui i vivi e i morti si incontrano. Vuole sapere però se quella situazione di stallo sia la realtà oppure un brutto incubo, mentre le chitarre, il basso e la batteria ci accompagnano in un nuovo ritornello. Una scarica di energia intanto lo anima nuovamente e ancora più spavaldo grida che il Paradiso può attendere, non vuole proprio andarsene e i cancelli celesti possono aspettarlo ancora per un giorno. Passato il secondo ritornello, ecco che Adrian Smith e Dave Murray intraprendono una nuova e funambolica serie di acrobazie soliste: le sei corde si alternano come di consueto, dando risalto ora a uno ora all'altro musicista prima che si passi ad una nuova sezione del brano. Conclusa la parte infatti, il tempo si dimezza, facendosi più solenne e marziale, gli accordi ora sono più impetuosi e possenti, dato che adesso è Dio a parlare direttamente al moribondo: "Prendi la mia mano, ti condurrò alla terrà promessa e all'immortalità dove, restando eternamente giovane, potrai scoprire la verità del tuo percorso esistenziale". Su questa struttura di accordi ritmati, ecco fare la loro comparsa degli avvincenti cori, elemento che se a livello metaforico richiama le voci angeliche che accompagnano la parola del Signore, dal vivo si rendono perfetti per coinvolgere il pubblico nell'etasi dell'esecuzione. Su questa parte le chitarre si dilatano notevolmente, alternando incisi solisti e accordi, mentre il basso e la batteria proseguono la loro imperiale parata ritmica. Senza alcuna cesura, il pezzo passa drasticamente alla struttura veloce precedente e dopo aver dato spazio al divino, l'occhio di bue si punta nuovamente sul protagonista, le cui parole sono precedute da un nuovo assolo di chitarra. Il moribondo tuttavia è ancora confuso e il suo corpo è pervaso da un'alternanza di vigore incommensurabile e debolezza mortale; si sente fortissimo e stanchissimo senza capirne la causa e si chiede se potrà tornare ad essere un giorno la persona sana che era. In questo turbinio di energia heavy che lo pervade non riesce a capire se si trovi nel Limbo, all'Inferno o in Paradiso, però sente che il suo corpo, dopo essersi innalzato al cielo, torna galleggiando verso la terra, che sia questo l'inizio della sua rinascita? Non ci è dato saperlo. Quel che è certo è che il Paradiso può attendere e attenderà ancora e su questo marcato rifiuto del passare a miglior vita, il pezzo va a chiudersi con un'ultima avvincente cavalcata strumentale, siglata dalle rullate di Nicko McBrain.  

The Loneliness Of The Long Distance Runner

Con "The Loneliness Of The Long Distance Runner" ("La Solitudine Del Maratoneta") gli inglesi lasciano che la loro vena "letteraria" inizi a pulsare, riportandoci alla mente il succitato romanzo di Sillitoe. Sulle note di un delicatissimo arpeggio di chitarra, le cui corde sono riverberate per renderne il suono ancora più delicato e limpido, possiamo immaginarci l'atleta recarsi alla partenza, con la mente tutta assorta verso la sua prossima impresa. I suoi passi sono pesanti e decisi sul terreno della pista, le sue gambe si flettono per appoggiarsi ai blocchi e le sue mani poggiano sulla terra in attesa dello start, mentre lentamente il crescendo prende forma sostenuto dai powerchord in distorto. Ecco che viene dato il via con una cesura secca, priva di un qualsiasi passaggio di batteria, che lancia improvvisamente l'atleta oltre i suoi limiti fisici per riuscire ad arrivare in testa alla corsa e lasciare indietro gli altri corridori. Le sei corde iniziano a martellare in palm muting con un riff terzinato, creando una cavalcata travolgente condotta dal basso di Steve Harris. La voce entra incisiva fin da subito scandendo in maniera rapida tutte le parole, quasi come se anche Bruce Dickinson stesse correndo sulla pista insieme al protagonista, parlandogli spalla a spalla per descrivergli la fatica con cui si affronta una maratona. Il duro della pista lentamente inizia farsi sentire sulle piante dei piedi e le suole iniziano a far male dopo tanti metri percorsi, il vento e la pioggia inoltre non portano un improbabile refrigerio ma anzi, sferzano il maratoneta ancora di più in quella che a manno a mano diventa un'impresa sempre più titanica. La schiena comincia a risentire del peso della testa e sulle spalle, oltre alla fatica, si inizia anche a sentire il fiato dell'avversario che sta per raggiungerlo e superarlo; il rumore del suolo sotto i suoi passi e gli schiamazzi della folla si dissolvono del nulla, lasciandolo da solo, anche se circondato da una miriade di persone. È questa la solitudine del maratoneta: quel continuo monologo fatto con se stessi che razionalizza la fatica e cerca di ottimizzare le energie, autospronandolo a trovare quel qualcosa in più che gli consenta di fare lo scatto decisivo. Proprio quando la grinta sta per arrivare dal profondo dell'animo anche la tonalità delle chitrre e del basso si alza, mentre la batteria continua a spingere serrata, come se improvvisamente il corridore alzasse gli occhi verso la meta e ripetesse fra sé e sé: "ce la posso fare". Ma guardando all'orizzonte, il traguardo invece che essere più vicino sembra allontanarsi sempre di più e lo sconforto gli fa quasi pensare che tutta quella fatica sia inutile. Su questa amara constatazione si apre sontuoso il ritornello, Nicko McBrain passa ora al rullante in sedicesimi, le chitarre serrano ulteriormente le loro pennate per allinearsi alle dita frenetiche di Steve Harris e Bruce Dickinson si lancia in un eccezionale vocalizzo con cui cinicamente constata: "funziona così, ogni volta, è la solitudine del maratoneta". A questo punto del brano inizia una suite strumentale, i Maiden si cimentano infatti in una parte dal tono dilatato e riflessivo, dove sono le sei corde a parlare grazie ad un avvincente fraseggio solista che entrambe eseguono armonizzate, immancabilmente sorrette dall'erculeo basso di Steve Harris. Il tempo resta sempre sincopato e su questa nuovo incedere si colloca una nuova porzione di testo, sempre cantata con una metrica contratta e veloce. Il corridore, dopo essersi provvisoriamente scorragiato, inizia nuovamente ad autoconvincersi: deve continuare la sua corsa, deve essere forte e andare avanti a tutti i costi ma per farlo dovrà essere sempre più determinato. L'assolo di chitarra immediatamente seguente ci mette davanti agli occhi l'atleta che, una volta trovata una nuova riserva di energia, si lancia in uno scatto che lo porta in prima posizione, ma non è ancora finita, buona parte della pista deve essere percorsa e bisogna stringere i denti fino alla fine. La linea si avvicina sempre di più, ce l'ha quasi fatta, la gloria e la soddisfazione sono solo alcune delle emozioni che gli infiammano il cuore di un calore che brucia più dei muscoli ma adesso è davvero solo con la sua vittoria. Le chitarre riprendono il main riff in maniera ripetitiva ed ossessiva, martellanti come quei pochi passi che sembrano infiniti quando si sta per tagliare il traguardo, il pezzo continua a spingere. La meta è lì, i respiri sono sempre più stretti e il diaframma quasi si lacera per lo sforzo, ma alla fine il protagonista sente il nastro che gli accarezza l'addome, è finita, e così la canzone, che lentamente si dissolve sulla nota in fade out.  

Stranger In A Strange Land

Passiamo ora a "Stranger In A Strange Land" ("Straniero In Una Terra Sconosciuta"), brano aperto da un'epica marcia della sezione ritmica del gruppo. L'incipit di basso ci riporta alla mente la famosissima "Wrathchild", anche se in questo caso la linea di Steve Harris è molto più lineare, accompagnata da dei magniloquenti accordi di tastiere ed una serie cadenzata di accordi distorti di chitarra. Ci accingiamo ad ascoltare il resoconto di un viaggiatore solitario, un giramondo, un ramingo che si sentirà per sempre straniero in ogni posto che visiterà. Il tempo è lineare ma tuttavia decisamente marziale, dato che il tutto deve accompagnare una lunga marcia verso l'ignoto le cui prospettive sono vane ed illusorie. Bruce Dickinson si accinge ora a vestire i panni dell'avventuriero, la cui storia è narrata in prima persona dalla voce istrionica dell'ex frontman dei Samson: il suo viaggio è iniziato diversi anni fa, quando ha lasciato la sua casa per varcare le soglie dell'ignoto e vedere che cosa potesse offrirgli il mondo. A quel tempo era giovane e ricco di speranze, ma dopo che i paesi si sono succeduti nel suo cammino si fa sempre più strada in lui il pessimismo e gli sembra che tutto sia perduto. Si vedono luoghi nuovi, si conoscono culture e tradizioni diverse, affascinati ed esotiche, ma nulla può essere entusiasmante quando a scavarti il cervello e a dilaniarti il cuore vi è solo quella perenne sensazione che non ti sentirai mai a casa tua. Nei primi mesi si era illuso che al di là dei confini della sua città ci potesse essere tutto ciò che l'uomo potesse desiderare, ma dopo aver verificato concretamente, ha scoperto che tutto è uguale, nulla è come sembra e non c'è nessun nuovo mondo là fuori. Nella seconda parte della strofa la tonalità si alza, conferendo al tutto un alone di poesia e il viandante guarda speranzoso l'orizzonte, desiderando di potervi scorgere la tanto bramata terra promessa. Il mare e il cielo altro non sono che limpide distese di infinito nel quale poter far vagare senza fine il suo spirito, liberandolo dalla prigione di carne ed ossa che lo rinchiude. Solo quando verrà il giorno della sua morte i suoi amici e la sua famiglia scopriranno perchè, quel fatidico giorno, egli imbracciò lo zaino e mollò tutto per andare lontano. Il richiamo verso l'ignoto è comunque troppo forte e chiama il suo nome ogni giorno, in lui vive solo un disegno di libertà che lo porterà altrove, senza lasciare alcuna traccia, fino a quando scomparirà come un granello di polvere nel vento. Fin qui, la strofa si è mossa lentamente e costante, come i passi di un esploratore lungo un percorso impervio, ma ecco che arriva il ritornello, momento nel quale le chitarre allargano il proprio diaframma per una meravigliosa apertura. I chilometri si macinano sotto gli scarponi della voce narrante, ma sarà sempre fuori luogo in quella terra ignota e selvaggia; che vi siano il ghiaccio e la neve o le spiagge e le palme, finchè sarà lontano dalla sua casa, sarà sempre un escluso dal mondo che lo ospita. Particolarmente avvincente è la struttura architettata dalle chitarre, che dopo questa prima svolta si riallaccia al tema della strofa riprendendo così questa marcia heavy metal, quasi come se il viaggiatore si rimettesse in cammino dopo una pausa, durante la quale ha potuto meditare e riflettere sul suo destino. Le tastiere su questa traccia si fanno inoltre particolarmente presenti, nonostante vengano riservati loro solo dei rapidi incisi dove creare i proverbiali tappetoni. A condurre le strofe ed il successivo passaggio sono Nicko McBrain e Steve Harris, che con i loro strumenti continuano imperterriti la loro esecuzione, mentre le sei corde di Adrian Smith e Dave Murray intervengono solo a sprazzi, separati con degli accordi o con dei fraseggi solisti. Il pensiero del protagonista torna indietro nel tempo, alle epoche remote in cui gli uomini iniziavano le grandi migrazioni ed esploravano il mondo in cerca di un habitat che potesse accoglierli. Nel frattempo l'umanità si è evoluta, eppure, sembra che l'essere umano sia comunque tornato a quell'era, andando avanti a cercare un posto che possa essere definito "casa". Solo un uomo sembra esserci riuscito, ma colui che poteva sciogliere l'enigma e risolvere questo grande mistero è deceduto prima che potesse svelarne la risposta. Altri viandanti infatti hanno trovato il suo corpo disteso a terra, con il volto sereno di chi muore in un luogo che sente suo, ma solo a lui fu riservata quell'unica grazia. Con il secondo cambio, la tonalità si alza nuovamente, aumentando così anche la suspence per la successiva svolta; la lirica ora trasforma lentamente il viaggio nel passaggio a miglior vita: il lungo cammino altro non è quindi che la nostra esistenza, che trascorriamo nel tentativo di realizzarci pienamente. In tanti prima del protagonista sono partiti e se ne sono andati con le loro anime, ma lui è rimasto indietro, abbandonato, e con un ultimo avvincente ritornello, egli continuerà a cantare, attraverso l'incredibile voce di Bruce Dickinson, il suo continuo essere uno straniero in terra ignota.  

Deja-Vu

Ben più deciso è l'attacco della successiva "Deja-Vu" ("Già Visto", dal francese), canzone che fin dai primi secondi si ricolloca su una linea compositiva più standard e meno elaborata rispetto a quanto abbiamo ascoltato finora. In apertura troviamo un arpeggio di chitarra pulita tipiamente hard rock: le note infatti sono effettate attraverso un abbondante riverbero che le rende piene e profonde. Su di esse, ascoltiamo un fraseggio solista che ci riporta alla mente le grandi composizioni di gruppi come Whitesnake e Poison, confermando quindi la diffusa apertura delle band britanniche verso gli stilemi più AOR e le sonorità più morbide. Concluso questo breve preludio ecco partire la strofa, modellata su un efficace quattro quarti di batteria che accompagna un riff di chitarra sì coinvolgente ma certo non uno dei migliori tra quelli realizzati dai Maiden. La vera e propria chicca sono infatti i brevi incisi solisti tra le varie parti di testo, che spezzano la monotonia di un brano che altimenti avanzerebbe dritto senza troppe variazioni sul tema. Strumentalmente parlando non siamo però di fronte al classico filler, quanto più ad una traccia realizzata dal gruppo seguendo un approccio compositivo decisamente più basilare rispetto a come siamo abituati a sentirli. Dal punto di vista lirico invece, Bruce Dickinson ci descrive semplicemete in cosa consista il concetto di "già visto" a livello psicologico, senza addentrarsi in selve oscure metaforiche o giochi di parole particolarmente criptici. Quante volte infatti ci è capitato di vedere volti che ci sembrano familiari, anche se appartengono a persone sconosciute? Non riusciamo a ricordare esattamente dove, eppure, quell'insieme particolare di tratti somatici ci sembra di averlo già visto qualche altra volta. Allo stesso modo, ci capita di vedere luoghi nei quali, nonostante sia la prima volta che ci passiamo, ci sembra di essere già stati, ma ne siamo davvero sicuri? Dentro di noi sappiamo già che quelle facce e quei posti sono in qualche modo entrati a far parte della nostra vita, magari in un momento fugace del quale non ci siamo nemmeno accorti, ecco, questo è il senso di "deja-vu". Sull'arrivo del ritornello, il singer britannico continua a ripetere in maniera ossessiva che quanto elencato è la sensazione che stiamo vivendo: ci sentiamo come mai prima d'ora, è una condizione che non sappiamo bene come potremmo descrivere, se non come un calore che ci fa percepire familiare cose che, a rigor di logica, vediamo per la prima volta. Sempre mantenendo il tiro incalzante, creato dall'efficente drumming di Nicko McBrain, dal basso monolitico di Steve Harris e dalle sei corde di Adrian Smith e Dave Murray, la traccia prosegue con una nuova strofa, leggermente più corta della precedente per quanto riguarda il testo ma egualmente disegnata a livello ritmico. Stiamo vivendo una situazione surreale: immaginate di incrociare per strada un amico, che magari non vedevate da diverso tempo e dopo i soliti convenevoli intraprendete uno dei vostri classici argomenti di conversazione. Siete entrambi appassionati di Heavy Metal ed entrambi, ad esempio, avete appena letto sulla fanzine specializzata del nuovo album degli Iron Maiden. La cosa sta avvenendo lì, per strada, ma mentre il dialogo prosegue restate stupiti nel notare che quella stessa conversazione per voi ha già avuto luogo; ancora una volta sentite quel senso di familiarità attorniare le parole dell'altra persona, non siete diventati dei veggenti, ma riuscite comunque a prevedere la risposta del vostro interlocutore ancora prima che apra bocca. Dopo questa nuova picchiata metallica, la strofa si risolleva attraverso il bridge; la tonalità si alza e la tensione aumenta, Bruce Dickinson riporta il tachimetro della sua voce a vette vertiginose ed ancora una volta egli sentenzia che tutto ciò sta accadendo lo abbiamo già vissuto, magari in una vita parallela. Quelle parole le abbiamo già ascoltate e a causa di ciò ci sentiamo come se stessimo vivendo in una situazione al di fuori della razionalità, ormai abbiamo fatto nostro quel calore interno ed abbiamo capito, si tratta del deja-vu. Il brano sta per arrivare alla conclusione, durando appena quattro minuti e cinquantasei secondi (il più breve dell'album), c'è ancora tempo per un ultimo avvincente ritornello, un'ultima ripresa prima della chiusura definitiva nella quale poterci lanciare in un coro forsennato. La melodia infatti è particolarmente catchy, indi per cui non possiamo fare a meno di unirci in coro al cantante inglese; anche per quanto riguarda la traccia stessa, quelle parole le abbiamo già cantate, anche se sentiamo la canzone per la prima volta ci sembra che siano state sempre familiari, il gioco è fatto dunque, anche noi ascoltatori stiamo vivendo uno splendido deja-vu.


Alexander The Great (356-323 B.C)

L'album si chiude con un finale a dir poco epico, "Alexander The Great (356-323 B.C)" ("Alessandro Il Grande (356-323 Avanti Cristo)"), un vero e proprio racconto nel racconto che all'interno di questa incredibile saga maideniana apre un nuovo capitolo completamente a sé stante, incentrato sulla vita di uno dei più grandi condottieri della storia antica. Nonostante la sua breve vita (morì infatti a soli 33 anni) egli passò alla storia come uno dei più grandi imperatori mai esistiti e Bruce Dickinson e soci, in questa traccia di oltre otto minuti di durata, ne ripercorrono le gesta in una solenne cavalcata metallica. A dare l'avvio è il campionamento di un suono di vento, i cui soffi accompagnano le parole del padre di Alessandro, Filippo di Macedonia, il quale accoglie la nascita del nuovo genito con un augurio di grandezza e prosperità per il suo futuro impero: "Figlio mio, aspira ad un altro regno perché quello che ti lascio è troppo piccolo per te". L'infanzia del condottoriero viene accompagnata da un'epica introduzione, dove i sintetizatori sostengono, attraverso un tappeto di accordi, una delicata parte solista delle chitarre di Dave Murray e Adrian Smith, mentre la batteria segue il tutto con una rullata marziale ed il basso sorregge tutto con degli accordi arpeggiati. Il pezzo prende forma lentamente, arricchito dall'ingresso dell'assolo di chitarra in distorto, attraverso il qualepossiamo raffigurarci dinanzi a noi il piccolo mentre cresce ed intraprende il suo cammino verso l'adolescenza. Gli Iron Maiden partono subito in quarta con lo start della strofa, il tempo resta un quattro quarti dinamico ed incalzante e le sei corde ci travolgono con un riff terzinato trottante come i cavalli sui quali il protagonista apprese i primi rudimenti di equitazione. La struttura ritmica tuttavia resta abbastanza lineare, in modo che Bruce Dickinson, in veste non solo di narratore ma anche di amante della storia, possa raccontarci le diverse vicende che animarono la vita di questo personaggio straordinario. Egli nacque in Oriente, vicino all'antica Grecia, in una terra nota come Macedonia, del quale divenne imperatore ad appena diciannove anni. A seguito dell'incoranazione giurò di liberare tutta l'Asia Minore dai popoli invasori, la sua ascesa militare iniziò nel 334 avanti Cristo, quando sul Mar Egeo sbaragliò le temibili armate persiane, scongiurando così l'invasione della sua terra natia. Da quel momento crebbe in lui il desiderio di conquista e le sue poderose armate iniziarono le varie campagne di militari, che porteranno il suo impero ad essere uno tra i più estesi mai ricordati dalla memoria umana. La lirica è architettata come una vera e propria biografia, i cui atti sono intervallati da un avvincente ritornello, nel quale la musica si espande notevolmente aumentando così l'epos del tutto e concedendo così al vocalist la possibilità di cantare il nome di Alessandro come se fosse un cantore della sua corte: Alessandro Magno, colui il cui nome semina la paura nel cuore degli uomini, Alessandro Magno, colui che divenne una leggenda tra gli uomini. Quasi a coronare questa prima apoteosi, ecco entrare in azione nuovamente i sintetizzatori, che con le loro note creano un'aura quasi mistica attorno al nome del guerriero, giusto un rapido inciso, prima che i Maiden si riallaccino alla struttura della strofa per proseguire con il loro racconto. Le gesta di Alessandro continuano a farsi sempre più grandi: una volta sconfitti i Persiani del Re Dario, che dopo la sconfitta fuggì dalla Persia, anche gli Sciti e gli Egizi caddero sotto la potenza degli eserciti macedoni. Questi successi vennero coronati con la fondazione della sua città omonima, Alessandria d'Egitto, che passerà alla storia come uno dei più grandi poli culturali dell'antichità. La strofa continua il suo incedere e allo stesso modo i nemici si lanciano contro i macedoni; i persiani vengono nuovamente sconfitti nella battaglia di Arbela (nota anche con il nome di battaglia di Gaugamela, combattuta da Alessandro contro il re persiano Dario III nell'ottobre del 331 avanti Cristo), le strade per Babilonia sono spianate ed il macedone vi giunge così con una grande parata trionfale, facendone razie dei tesori ed espugnando inoltre Persepoli, la capitale dell'impero persiano. Giungiamo così ad un nuovo ritornello, la struttura è identica al precedente, ma adesso il nome di Alessandro viene osannato in coro da migliaia di persone riunite sotto il suo dominio, poichè ha raggiunto la fama del dio, varcando anche le soglie del cielo: Alessandro Magno, il cui nome semina la paura nel cuore degli uomini, Alessandro Magno, colui che divenne un dio tra gli uomini. Sembra che il protagonista abbia davvero raggiunto un livello al quale nessun uomo era mai arrivato prima; dopo di lui vi è infatti solo il regno degli dei e gli Iron Maiden iniziano dunque una poderosa suite strumentale atta a cantare attraverso la musica la leggenda di colui che sfidò gli dei stessi. Il rullante di Nicko McBrain torna ad eseguire una rullata marziale, mentre i sintetizzatori sotto creano un'atmosfera calma e di ampio respiro lasciando alle chitarre il ruolo di vere protagoniste. Dopo un delicato fraseggio in pulito, in cui Adrian Smith ci mostra tutta la maestria del suo tocco, l'avanzata si arresta e sulla scena rimane solo l'axemen con il suo distorsore. Il riff eseguito in solitaria assume un tono decisamente più orientalggiante, mentre i suoi colleghi, dopo averlo seguito con degli stacchi accentati, partono a sostenerlo con un tempo sincopato. A questo punto della traccia, gli Iron Maiden avviano una canzone nella canzone, dove però non vi è cantato ma a parlare è l'incredibile estro degli strumentisti. Ci troviamo di fronte ad uno sviluppo che farebbe venire l'acquolina in bocca ai più grandi gruppi progressive e mentre il tutto procede compatto ecco partire l'assolo di chitarra: L'esecuzione però non si struttura su una colata di note velocissime in puro stile speed metal, ma possiamo apprezzare una composizione più delicata e studiata, nella quale Adrian Smith e Dave Murray si sfidano alla giostra per condurci in un'odissea con cui possiamo cavalcare in groppa insieme al condottiero macedone. Il lavoro della sezione ritmica è sempre eccellente e senza alcun passaggio di chiusura parte così la terza strofa. La grandezza di Alessandro è ormai riconosciuta e la sua spada non si sottomette a nulla, nemmeno alle profezie: anche di fronte al celebre nodo gordiano, il nodo che legava il carro di Gordio (il contadino divenuto re dei Frigi per volere divino), il macedone non si sarebbe fatto scrupoli. Secondo la leggenda infatti, solo attraverso una intricatissima manovra lo si sarebbe potuto sciogliere e chi vi fosse riuscito sarebbe divenuto imperatore di tutta l'Asia Minore. Alessandro, non essendoci riuscito attraverso i sistemi convenzionali, sguainò la spada e lo recise. La parabola del condottiero però sta per volgere al termine, proprio all'apice della sua grandezza: la sua brama guarda ora verso le Indie, meta irragiungibile verso cui i suoi stessi fedelissimi soldati non vollero mettersi in cammino, ormai stanchi ed affamati. Durante i preparativi per queste nuove campagne di conquista però, Alessandro si ammalò e morì, lasciando così incompleto il suo progetto di espansione; gli Iron Maiden si congedano quindi con un ultimo ritornello, una sorta di trenodia del guerriero caduto: Alessandro il grande, il suo nome semina terrore nel cuore degli uomini, Alessandro il grande, che morì di febbri a Babilonia, e come gli occhi del protagonista una volta esalato l'ultimo respiro, così si chiude anche quest'epica narrazione, lasciando sfumare in fade out l'ultima nota degli strumenti.

Conclusioni

"Somewhere In Time", a conti fatti, non è solo un disco, è "l'uberdisco". Con questa sesta tappa della loro discografia, gli Iron Maiden vollero varcare i loro stessi confini all''epoca conosciuti; se con i dischi fino a "Powerslave" il loro songwriting, per quanto eccezionale, fosse tuttavia ancora relativamente "grezzo" e standard, o meglio, ancora in via di evoluzione, con il lavoro del 1986 i cinque musicisti spremettero ogni goccia della loro creatività. Elaborarono tutto ciò che avevano dentro addirittura mentre si trovavano ancora in giro per il mondo per la promozione dell'album precedente. Non è infatti errato affermare che "Somewhere In Time" sia "figlio" del World Slavery Tour, dato che durante quell'immensa tournè i Maiden sperimentarono delle nuove soluzioni non solo a livello compositivo ma anche a livello scenico, realizzando così una crescita del gruppo a 360 gradi. Innanzitutto, dopo gli anni passati insieme, la coesione tra i vari membri aumentò notevolmente e oltre ai mastermind Steve Harris e Bruce Dickinson, anche gli altri musicisti iniziarono ad apportare un sempre maggiore contributo in fase di stesura;. Questo rese il risultato finale decisamente più variegato e personale, in quanto frutto del lavoro collettivo dei Maiden: "Questa è la bellezza di avere dei grandi scrittori nel gruppo - dichiarò Steve Harris - se qualcuno è stanco o privo di idee per un qalunque motivo c'è subito un altro che immediatamente propone qualcosa". Una collaborazione non solo artistica quindi, ma anche umana, di quelle che si crea solo quando la parola "musica" diventa sinonimo di "fratellanza". Dopo cinque album e concerti da sold out in tutto il mondo, si sentiva tra le fila della vergine di ferro la necessità di cambiare, di evolversi, ma in che modo? Quando sei una leggenda vivente del Metal sei sempre sul filo del rasoio, dato che hai regalato ai fan qualcosa di assoluto e loro, giustamente, si aspettano sempre il meglio da te. Non sempre però si è al top per poter sfornare dischi colossali e anche nella fase di ricerca di una nuova direzione artistica quasi mai si trova la risposta immediata al dilemma. Bruce Dickinson, ad esempio, propose di "ammorbidire" il sound dei Maiden con soluzioni più acustiche, ma la cosa sconvolse non poco i suoi compagni di avventura: "La maggior parte delle idee che avevo in mente - dichiarò il cantante in un intervista di quegli anni - avrebbero completamente capovolto lo stile dei Maiden" e aggiunse: "Dissi agli altri: "Sapete, abbiamo tanto Metal nelle nostre canzoni, dovremmo andare avanti un po' più rilassati, magari con un po' più di parti acustiche? E tutti mi guardarono come se avessi due teste!". A sopperire a questo provvisorio calo creativo dei due autori principali, quasi inaspettatamente, subentrò Adrian Smith, come un vero e proprio colpo di scena per non dire fulmine a ciel sereno. Fino a quel monento, il chitarrista lodinese rimase sempre un po' "dietro le quinte", limitandosi ad abbellire col suo tocco idee che provenivano da altre menti, eppure, il riff che propose in sala prove così, come bozza fra le tante, divenne uno dei brani più celebri di tutto l'album (la già citata "Wasted Years"). Pur provenendo da un autore "nuovo", il materiale proposto si amalgamava perfettamente con le composizioni più elaborate dell'instancabile Steve Harris, creando così un mix completo e fruibile per tutti i tipi di udito. Il songwriting dunque si amplia e quindi, come accennato, occorre che il tutto venga portato dal vivo con delle vesti e della scenografia degne di esso, che spezzassero gli schemi dei concerti precedenti e che lasciassero il pubblico a bocca aperta, non con una semplice espressione di stupore, ma che letteralmente gli scardinasse le mandibole. Se il World Slavery Tour passò alla storia come una delle tournè più estese dell'intero mondo metal, quella seguente intrapresa per "Somewhere In Time" raggiunse la "modica" cifra di 157 spettacoli compiuti in tutto il mondo. In essi, gli inglesi testarono su strada anche la loro nuova audacia in materia di scenografia: inutile dire che l'ambientazione fantascientifica della copertina fornì una terra fertilissima per gli allestimenti degli show. A guardare i Maiden dalle retrovie ora non era più una mummia ma un nuovo Eddie cibernetico, con tanto di visore a monocolo a mò di faro che illumnava il pubblico quasi come il mirino laser di un fucile di precisione. Fuochi d'artificio, coreografie di luci e persino una mano meccanica sul quale salire per le rispettive performance erano all'ordine del giorno, forse anche troppo. I concerti dei Maiden di quel tour infatti da un lato impressionavano enormemente dall'altro, forse a causa dell'eccessivo gusto "barocco", apparivano come decisamente troppo pacchiani e kitsch. Dal punto di vista costumistico, gli spandex e le canotte col logo degli Iron Maiden erano diventate la normale amministrazione per i membri della band, forse persino noiose e scontate. Bruce Dickinson si lanciò in delle vere e proprie sfilate di moda dove, tra un pezzo e l'altro, cambiava addirittura costume per essere "a tema" con il brano eseguito, dalla toga bianca per "Heaven Can Wait" all'armatura ellenica per "Alexander The Great". Il dictat dunque era uno e uno solo: "di più". La fama mondiale era stata raggiunta, ma adesso si presentava il non facile onere di doverla mantenere, ricorrendo a stratagemmi sempre nuovi e d'effetto che non scadessero mai nel banale. Ecco quindi perchè "Somewhere In Time" è, per riprendere il parallelo nietschiano precedente, un "oltredisco". In esso c'è il pieno superamento dei limiti degli Iron Maiden su tutti i fronti, tanto da renderlo difficile da capire per i fan dell'epoca; potremmo quasi dire che si tratta di un album fantascientifico, e manco a farlo apposta, per il set fotografico promozionale, alla band fu concesso di posare sui mezzi presi direttamente dai set di due film cult degli anni Ottanta come "Blade Runner" e "Space Hunters". Se gli Iron Maiden erano consapevoli di questo "aver superato il loro stesso tempo"? Forse. Quel che è certo, è che il disco spaccò letteralmente in due la critica, chi lo adorò con un amore viscerale a prima vista e chi invece, probabilmente a causa di un ascolto poco aperto, lo ritenne indigesto e troppo complesso. La questione fra l'altro è ancora aperta odiernamente: solo oggi infatti, a ben 31 anni di distanza, quell'album si sta iniziando a riscoprire, comprendere e valutare sotto una luce critica aggiornata al passo coi tempi. Evidentemente, negli anni Ottanta conteneva troppo per gli ascoltatori, ora invece, grazie anche all'avvento di altre band e proposte musicali dalle sonorità ben più complesse, si sta iniziando a metabolizare e digerire. Va però sottolineata una cosa: che piaccia o meno, "Somewhere In Time" è un disco che ha fatto parlare e sta facendo parlare di sé tutt'ora. Non tutti i dischi metal infatti vantano una pubblicazione editoriale ad essi dedicata come l'album del 1986, del quale si può leggere anche nel libro a cura di Mario De Giovanni intitolato "Iron Maiden - Somewhere In Time : Anatomia di un Capolavoro". Come un cadavere, esso infatti è stato analizzato da un patologo che ne ha studiato la struttura dall'interno e dall'esterno, scandagliandone ogni più recondito anfratto, perchè in esso i Maiden misero tutto, non solo sé stessi a livello metaforico ma anche fisico. Oogni singolo tassello è necessario per comprenderne il tutto e solo attraverso sangue, sudore e lacrime i cinque inglesi scrissero questo lavoro. L'obiettivo era quello di dare alla luce il disco della svolta, della maturazione e del salto di qualità e a parere di chi scrive, ascoltandone la tracklist ad anni di distanza, possiamo confermare che gli Iron Maiden riuscirono pienamente in questa epica impresa.      


1) Caught Somewhere In Time
2) Wasted Years
3) Sea Of Madness
4) Heaven Can Wait
5) The Loneliness Of The Long Distance Runner
6) Stranger In A Strange Land
7) Deja-Vu
8) Alexander The Great (356-323 B.C)
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