IRON MAIDEN

Seventh Son Of A Seventh Son

1988 - EMI

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
23/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Il settimo lavoro in studio degli Iron Maiden, “Seventh son of a Seventh Son”, uscito nell’aprile 1988, rappresenta per moltissimi fan della band (e anche per la critica musicale) forse il maggiore apice compositivo raggiunto della band inglese. Incredibilmente, nonostante questo dato di fatto assodato, è curioso che, malgrado l’ottimo successo dei tre singoli estratti e anche dell’album stesso (che è rimasto diverse settimane in classifica in Italia tra i top 10 ed è stato soprattutto numero 1 in Gran Bretagna), Seventh Son fu accolto tiepidamente dalla stampa locale e non, per via dell’utilizzo più massiccio di tastiere e chitarre synth, ma anche per quella vena “prog” che traspare fin dai primi ascolti del disco. Lo stesso Bruce Dickinson, ma anche Steve Harris (seppure non lo dichiarò mai apertamente), furono piuttosto critici a posteriori anche sulla questione del “concept album”. I due ebbero la grande onestà di ammettere che  Operation:Mindcrime dei Queensryche , uscito poche settimane prima mentre la band era Monaco di Baviera a registrare il “settimo figlio”, era più accattivante e meglio elaborato, oltre che molto originale come concetto lirico. Detto questo, seppure senza delle parti narrate introduttive o dei dialoghi, il concetto intorno al personaggio protagonista di Seventh Son è possibile descriverlo anche grazie all’aiuto di interviste dell’epoca anche ad altri membri della band, come Nicko McBrain. Negli anni successivi l’album è stato ulteriormente rivalutato, considerato da tutti l’album definitivo della band e forse l’ultimo masterpiece della storica line-up a cinque elementi: Dickinson-Harris-Smith-Murray– McBrain. Registrato, come già detto, a Monaco, ancora una volta sotto le esperti cure di Martin Birch, stupisce per l’ennesima volta l’artwork di copertina ad opera di Derek Riggs. Un Eddie ancora in versione cyborg, come l’album precedente, è ridotto letteralmente all’osso, senza gli arti inferiori e con in evidenza le costole, immerso in un mondo surreale fatto di iceberg che, nella back cover, rappresentano ibernati tutti gli Eddie precedenti (compreso il Live after Death). Il cranio di Eddie è scoperchiato e dal cervello escono delle fiamme, mentre tiene con la mano sinistra il feto del settimo figlio. Nei tre singoli estratti (“Can I Play wih madness” – “The Evil that men do” e “The Clairvoyant”) l’artista inglese scompone sempre di più il volto di Eddie, rendendolo sempre più massacrato. In un intervista anni dopo, Derek Riggs ammise di essersi stufato di disegnare Eddie in tutte le salse e così si vendicò scomponendolo e vivisezionandolo, sempre seguendo comunque i diktat dati dal management della band. Durante l’analisi track by track avremo modo di riparlare del significato delle singole canzoni, ma intanto possiamo fare un introduzione breve alle vicende narrate: l’oscuro protagonista è il settimo figlio di un settimo figlio e, come raccontano anche la tradizione pagana, la cabala e anche la stessa Bibbia, il “sette” è un numero particolare, quindi il settimo figlio sembra predestinato ad avere poteri extra-sensoriali. Queste visioni avvengono attraverso incubi inquietanti e, similmente come Cassandra nell’antichità, il poveretto non viene creduto, ma anzi, viene visto come portatore di sventure, lui stesso non sa quale sia il suo futuro, nemmeno quando si rivolge ad un Mago. Conteso tra il bene e il male, e incerto su quale sia il suo destino il protagonista medita il suicidio, sebbene il Diavolo lo abbia ammonito anche su questa scelta, che lo porterà alla dannazione eterna. Dunque questo in linea di massima è il tema su cui si articolano le otto canzoni dell'album. Passiamo ora alla consueta analisi track by track di questo lavoro.



Uno stornello di Bruce, accompagnato dalla chitarra acustica apre e chiude, come vedremo, il disco; tutto gira intorno al numero sette; questa introduzione, seguita a ruota dalle tastiere di “Moonchild” serve per entrare subito in una atmosfera mistica e ricca di suggestioni. Dopo le chitarre synth sul precedente “Somewhere in Time”, oramai i Maiden hanno rotto decisamente un tabù del metal, e possono anche loro concedersi tastiere e qualche effetto computerizzato. La tensione crescente della prima traccia è sottolineata dall’ingresso prepotente delle chitarre e dalla batteria che, ritmicamente, creano un ulteriore preludio alle strofe vere e proprie. “Moonchild” è un up tempo fresco e scorrevole, per chi si fosse smarrito nei mesi precedenti gli Iron Maiden ricordano di essere un band heavy metal: il basso di Steve come sempre segue e galoppa con le chitarre, mentre Bruce, con la consueta sagacia e teatralità, introduce il malcapitato ascoltatore nelle spire della trama inquietante che contraddistingue il concept.  E’ il Diavolo stesso che si presenta e che pretende di avere per sé e per i propri scopi il settimo figlio. Si rivolge quindi ai genitori, ammonendoli di non fare gesti clamorosi, pena la dannazione eterna. Egli è il “figlio della Luna”, il “predestinato”, colui che aprirà “il settimo sigillo”.  La canzone è ricca di citazioni bibliche e suggestioni mistiche anche nell’utilizzo di alcuni termini, chiaro che Bruce abbia un po’ giocato tra nozioni lette anche di Aliester Crowley, controverso fisico – occultista inglese, su cui Bruce realizzerà la sceneggiatura di un film molti anni dopo. La canzone si conclude con la cassa di Nicko sempre più pressante e le risate del Diavolo ben interpretate da Bruce. La prima canzone ci permette di fare subito una considerazione sulla perfomance del cantante di Worksop. Sin da "Moonchild", Bruce riesce a rendere il concept molto più credibile di quello che sembra, grazie alla sua innata teatralità, fateci caso durante l'ascolto, a come Bruce sottolinei ogni aggettivo in maniera encomiabile, passando da stati d'animo diversi, dalla paura all'ilarità, dai toni malefici di Lucifero allo sberleffo del vecchio profeta. Tornano le atmosfere catartiche, glaciali come la cover dell’album, per l’inizio di “Infinite Dreams”, stupendo viaggio onirico scritto da Steve Harris; l’inizio di batteria è quasi jazz (si proprio così), salvo poi aumentare sempre più la potenza delle chitarre e della parte ritmica man mano che le liriche, cantate magistralmente da Bruce ancora una volta in straordinario stato di grazia, proseguono. Vagamente la song può ricordare “Revelations”, ma non ha un vero ritornello, Bruce accompagna in maniera sempre più drammatica l’ascoltatore verso una bellissima armonizzazione delle due chitarre, prima di un urlo agghiacciante che prelude ad un tipico cambio di tempo maideniano. Ancora un breve tragico momento cantato, prima che Dave prima e Adrian ci regalino brevi, ma intensi solo, poi tutta la band con una brillantissima melodia ci traghetta verso l’ultima strofa. Sono i sogni tormentati del padre del settimo figlio, a sua volta settimo figlio, che è preoccupato per continui incubi che lo atterriscono. Quando si sveglia, si domanda il perché di quello che sta succedendo e quale sia il suo futuro, prima di ricadere ancora nei suoi tormentati incubi. Peraltro le sue visioni, sono visioni di tragedie che puntualmente accadono nella realtà, ma lui vorrebbe in realtà capire sé stesso e non quello che avviene agli altri; il tutto continua in un turbine di dolore che traspare da ogni poro di questo segmento del disco. Questa traccia mette in luce la grande capacità istrionica di Nicko McBrain, batterista assolutamente unico e originale nel panorama metal, se prima sottolineavo le capacità canore di Bruce, è anche bene soffermarsi sulla impressionante serie di cambi di tempo presenti in questa canzone: nel finale il protagonista spera di poter ritornare per un'altra vita in futuro, reincarnato, e continuare a giocare il suo ruolo all'infinito; "Infinite Dreams" diventerà un brano molto amato dai fans, peccato che i Maiden l'abbiano incredibilmente escluso della set-list degli ultimi anni, specialmente quando sono tornati con Maiden England Tour 2012-2014.  Voci di corridoio dicono che a Parigi, dove in uno studio i Maiden preparano e provano le canzoni per i tour, la band abbia provato il pezzo senza però essere soddisfatta del risultato. Torniamo però alla sequenza esatta delle canzoni di "Seventh Son..": arriviamo al terzo brano, dove il "misterioso folle" (come lo chiamerà nel disco lo stesso Bruce Dickinson), cerca le risposte della propria esistenza attraverso i servizi di un chiaroveggente, il classico profeta anziano con la sfera di cristallo; questo è il tema trainante del terzo pezzo, “Can I play with madness”. Il pezzo di apre e si chiude, in maniera studiata, quasi come singolo radiofonico, con il ritornello cantato in coro da Bruce, Steve e Adrian. A seguire un semplice riff scandito dal campanaccio di Nicko, ci accompagna in strofe briose con rullate di quest’ultimo quasi allegoriche. Bruce è stupendo nel calarsi con ironia nel dialogo tra il settimo figlio e il “profeta”, prima che per ben quattro volte si ripeta il chorus iniziale. Un breve interludio, con solo completamente merito di Adrian Smith, ci porta all’ultimo chorus. Il “profeta” si fa beffe del settimo figlio, gli dice che “è troppo cieco per vedere”. In realtà nella sfera non c’e nessuna visione, ma il profeta dice al settimo figlio che la sua anima brucerà in una lago di fuoco. Nella lunga storia degli Iron Maiden, anche negli anni successivi, “Can I play with madness” rimane sicuramente il tentativo più plateale di scrivere e registrare il classico singolo da classifica. Sia per la durata, tre minuti e mezzo, (lunghezza molto bassa per un pezzo dei Maiden), sia per lo stile accattivante, è quella che potremmo definire, con le opportune distinzioni, una canzone "commerciale". La canzone verrà spesso ripescata nelle set-list dal vivo negli anni successivi e, ha fatto da traino per il buon successo commerciale dell’album stesso, grazie anche ad uno dei più bei video realizzati dagli Iron Maiden. L'attore che interpreta il professore severo, che “sgrida” lo studente, che sta disegnando Eddie su un quaderno, è Graham Chapman, attore del gruppo Monty Python, che accettò la parte malgrado fosse già malato (è morto di cancro circa un anno dopo, nel 1989).  Per uno "scherzetto" di Eddie, il professore cade in una buca  piena di misteri e feticci degli Iron Maiden. Finito in un atrio polveroso, vede gli Iron Maiden in uno schermo (sono riprese tratte da "Live after Death") e poi aprendo un frigorifero con la scritta “Life”, si troverà di fronte Eddie con tanto di feto come sulla copertina. Il tutto avviene in una location meravigliosa, un abbazia cistercense di grande valore artistico chiamata Tintern Abbey, che si trova in località diroccata del Galles. Come tracce aggiunte al singolo, ricordiamo per gli appassionati e i feticisti dei Maiden il divertente pezzo blues "Black Bart Blues" (basato su un improbabile armatura parlante acquistata negli USA da Bruce) e la raccolta esilarante delle frasi non sense e delle risate fragorose di Nicko, davvero "fuori di testa", ma maledettamente simpatico. Il mitico lato A del vinile originale si conclude con quello che è diventato in secondo singolo dell’album: “The evil that men do”. Una bellissima chitarra melodica di Adrian Smith apre la canzone, con in sottofondo un leggero tappeto di tastiere, prima che il metronomo Nicko McBrain detti i tempi per un song rocker dall’impatto felicissimo (tanto che viene tutt’ora suonata ancora dal vivo). Bruce è convincente nel fatalismo malefico delle strofe, nel lungo ponte, ma anche nel ritornello, dove per quattro volte ricorda che i malefici dell’uomo vivono per sempre (è, come sappiamo, anche una citazione del “Giulio Cesare” di  William Shakespeare). Il basso di Steve martella le nostre orecchie seguendo le strofe, finchè, dopo il secondo chorus e un ottimo cambio di tempo di Nicko, è ancora Adrian Smith che ci delizia di uno dei suoi migliori solo in carriera; la canzone si conclude magnificamente con rifiniture melodiche e un doppio “grido” di Bruce (per quanto riguarda il video, i Maiden scelsero delle bellissime riprese dal vivo tratte da Los Angeles Forum in California,  mettendo in luce la maestosa scenografia del Seventh Tour con gli enormi iceberg alle spalle). Tornando al concept di base e alle liriche di “The evil”, il padre del settimo figlio lascia la scena parlando del concepimento di suo figlio, destinato ad essere braccato dalle forze del bene e del male, ancora una volta tra simbolismi e misticismi biblici. Il protagonista sembra soffrire le pene dell’amore; da questo possiamo anche intuire che i due sono separati da così tanto tempo, che lui vuole "urlare il suon nome" a tutto il mondo e "vorrebbe sanguinare per lei" , se solo potesse raccontargli della maledizione che lo insegue. Anche in questo caso una breve considerazione sul singolo, uscito in diverse versioni come andava di moda allora nella EMI: troviamo come b-sides due canzoni rifatte con la line-up del 1988 (quindi con Dickinson, Smith e McBrain), "Prowler" e "Charlotte the Harlot". Sembra che Steve Harris, notoriamente insoddisfatto dalla produzione di Willy Malone, volesse rifare l'intero primo disco ma, rimangono solo queste due rarità come testimonianza. Il secondo lato del vinile originale si apre con l’epica “Seventh Son of a Seventh Son”, canzone che porta il titolo dell’album e assoluta perla della storia degli Iron Maiden stessi. Le prime volte che ascoltai questa canzone mi vennero letteralmente i brividi, un pò come accadde su “Rime of the Ancient Mariner”: un riff epico, scolpito con le due chitarre di Adrian e di Dave su una base di tastiere danno il viatico alla canzone, ben presto accompagnata dalle ricche percussioni di Nicko. Le strofe sono strutturate quasi come una sorta di attesa, Bruce si veste simbolicamente da profeta cerimoniere che annuncia la nascita del settimo figlio, il cui potere viene bramato dal Bene e dal Male, “loro” cercano di manipolarlo prima che sia troppo tardi. Prima del vero ritornello un bellissimo passaggio melodico con i classici cori “Ohhhh”, che costingerà Bruce a sgolarsi per tutti i concerti; il tutto poi viene seguito dal chorus, sii tratta delle semplice ripetizione del titolo, per diverse volte, ma con diverse tonalità di voce. Al termine della seconda strofa e chorus, la band accompagna l’ascoltatore verso un poderoso rallentamento. Proprio come su “Rime”, il basso di Steve insieme a Nicko, scandisce lentamente il tempo con appena udibili note soffuse di chitarra. Dopo diversi secondi Bruce annuncia con la consueta enfasi teatrale le rituali parole sulla nascita del settimo figlio, figlio di un settimo figlio , nato dalla donna di un settimo figlio. Egli è il prescelto, colui che ha il potere della guarigione, egli ha il dono della seconda vista; “cosi sia scritto, così sia fatto”, conclude la narrazione. Da qui in poi assistiamo sbalorditi ad un crescendo di memorabile bellezza, lentamente la cassa di Nicko aumenta i battiti, con il basso di Steve a seguirlo con un suono sempre più pulsante, Adrian abbraccia il tutto come un manto, con un riff che aumenta sempre più di intensità fino all’apoteosi di piatti, tom e tastiere. Una spettacolare armonia di chitarre melodiche è il crocevia per uno dei momenti strumentali più stupefacenti della storia degli Iron Maiden e del metal classico. Sappiamo come tra Murray e Smith ci sia sempre stata un solida amicizia e non una rivalità, ma da qui in poi assistiamo veramente ad un gara all’inseguimento tra i due guitar hero, prima due segmenti di Dave e poi, dopo un interludio da brivido, altri due segmenti ad opera di Adrian ci regalano solo da pelle d’oca. Un ingresso prepotente di suoni campionati, ricordano molto un coro quasi wagneriano, la celebrazione iconoclastica ed eroica, musicalmente parlando della nascita tanto attesa; seguono suoni di tastiere più distensivi, essi accompagnano le chitarre in altri memorabili arpeggi all’unisono, fino al roboante finale con spettacolari rullate di Nicko che chiudono prepotentemente il pezzo. Mentre parte “The Prophecy” l’ascoltatore in realtà non si è ancora ripreso dai dieci minuti della canzone precedente; si tratta di un mid-tempo, quasi narrato da Bruce, e ,sebbene rappresenti il fulcro dell'album, liricamente parlando si tratta di una canzone tra le meno brillanti come tensione musicale. Forse, come dicevamo, perché posta dopo il capolavoro, la canzone scema senza lasciare tracce memorabili, se non per i contro-cori con la voce modificata, quasi diabolica, di Bruce.  Il settimo figlio vuole usare i suoi poter a fin di bene ma, il Male segue le sue mosse e lo mette in trappola: pur sapendo di un imminente disastro nel suo villaggio, suo malgrado non verrà creduto e i suoi avvertimenti finiranno per farlo isolare, quasi fosse un personaggio contagioso da cui tenersi alla larga, un profeta di sventure. Dicevamo che il brano, un po’ confusionario anche nei frenetici cambi di tempo nella parte centrale, non è uno dei più riusciti, ed infatti la band dal vivo non ha mai suonato questo pezzo. Merita però di essere citato e sottolineano il meraviglioso arpeggio acustico di Dave Murray, che come un menestrello in stile spagnoleggiante/medioevale, ci regala nel finale della traccia un delicatissimo momento melodico suggestivo, che si esaurisce in dissolvenza, lasciando spazio al basso elettrico di Steve Harris. E’ il momento di “The Clairvoyant”, stupenda traccia utilizzata come terzo singolo: a seguire il basso arriva Adrian con un riff massiccio, prima del bell’ intro melodico di Dave e poi dell’ingresso definitivo di Nicko con la batteria. Bruce descrive lo stato fisico di prostrazione del settimo figlio, schiavo del proprio potere e incapace di prevedere il suo futuro. Il ritornello, non banale e ben articolato, viene ripetuto due volte, la seconda con delle bellissime rifiniture di Adrian. La parte centrale è appannaggio di Dave Murray che, nel suo consueto stile, ci regala un meraviglioso solo. Segue la seconda strofa e chorus , Bruce ironizza su come la nascita sia già in fondo l’inizio della morte, sperando nella rinascita un'altra volta (tema già affrontato in “Infinite Dreams”): il finale della canzone è stupendo, con una melodia di Murray che accompagna l'ultima sfuriata di Bruce. Il video del terzo singolo è tratto dalla prima storica apparizione degli Iron Maiden come headliner allo spettacolare Monsters of Rock in Donington Park, edizione 1988, che vide la presenza di oltre 100.000 spettatori, ma anche il dramma della morte di due ragazzi rimasti schiacciati dalla folla, che lasciò piuttosto sconvolta la band. Sebbene sia poco elegante sottolinearlo, va detto che la tragedia avvenne prima dell'esibizione serale come headliner degli Iron Maiden, ed in ogni caso gli artisti presenti sepperò dei morti solo molte ore dopo. Da quel memorabile, ma infausto giorno, vennero tratte tre canzoni dal vivo, pubblicate come versione estesa di "The Clairvoyant", insieme a "The Prisoner" e "Heaven can wait". Anni dopo, nel cofanetto Eddie's Archieve del 2002, è possibile apprezzare su uno dei tre cd molte canzoni di Donington '88, registrate tramite la popolare trasmissione radiofonica della BBC The Friday Rock Show di Tony Wilson.  Torniamo all'album per l'ultima traccia: un bellissimo intreccio melodico delle due chitarre, con ancora un leggero sottofondo di keyboards sono il viatico dell’ottava traccia del disco: “Only the Good die Young”. Il titolo, già funzionale di per sé, fa riferimento ad un modo di dire nel mondo anglosassone, per l’appunto “solo i buoni muoiono giovani”. Sembra un paradosso, ma sebbene la canzone sia teoricamente basata su liriche drammatiche, il pezzo è piuttosto solare e brioso musicalmente, sia nel chorus, sia anche nella parte strumentale, dove troviamo un rarissimo virtuosismo solista di Steve Harris. Il pezzo è scritto dallo stesso Steve e da Bruce che, da grande paroliere, si è divertito a giocare con esse, con splendidi aforismi e citazioni bibliche e simboliche di grande impatto. Non è facilissimo inserire liricamente quest’ultima canzone del concetto generale: leggendo interviste dell’epoca e biografie varie possiamo forse avvicinarci al significato. Lo sventurato protagonista, esausto e disilluso dalla vita, dalla propria misera esistenza e soprattutto detentore di un potere di chiaroveggenza che pesa come un macigno sulla propria coscienza, decide di farla finita, pensando al suicidio. Non c'è scampo, il tempo non attende per nessuno, "il mio futuro è stato rivelato" e il "mio destino è sigillato" e come già detto “solo i buoni muoiono giovani”, mentre “i cattivi sembrano vivere per sempre”  e, con un certo umorismo nero augura a tutti di “fare un buon peccato” lasciandosi alle spalle “vescovi e sensi di colpa”. Dopo il focoso finale, con tutti gli strumenti lasciati a mille e una brevissima pausa, c'è il finale, come già detto in apertura lasciato alla stessa filastrocca acustica di Bruce (con la sola eccezione di una risata malefica dello stesso).



“Seventh of Seventh Son” è forse l’ultimo grande sussulto degli IRON MAIDEN, siamo nel 1988, a soli 8 anni da loro esordio discografico, ma paradossalmente è già passata tantissima acqua sotto i ponti del metal e del music business. Il thrash ha da qualche anno preso grande seguito tra i fan, l’esplosione della Bay Thrasher Area di San Francisco ha contagiato anche la stampa: gli Iron Maiden sembrano per qualcuno già anacronistici, molte storiche band sono andate già in declino da qualche anno, tutto viene triturato velocemente da MTV e dai mass media in generale. Da un lato il glam e lo street band con band come Motley Crue, Poison, Guns ‘n’ Roses e Skid Row, dall’altro il crescente movimento thrash, con Metallica su tutti, seguiti da Megadeth, Anhtrax e Testament. Il buon riscontro di vendite dell’album viene anche supportato dal successo del quarto singolo, “Infinite Dreams (live)”, tratto dalla vhs degli Iron Maiden “Maiden England”, uscita a fine 1989. Registrato e filmato in due serate al Birmingham NEC, a fine novembre '88, rimane un concerto storico e molto amato da fan, sebbene Martin Birch non fece in questo caso un gran lavoro di missaggio dei suoni. Caparbiamente gli Iron Maiden sapranno miracolosamente sopravvivere alle ondate modaiole di cui parlavo prima, così come sono poi sopravvissuti, anche se quasi con le ossa rotte, alla partenza prima di Adrian Smith nel 1989 e poi di Bruce Dickinson nel 1993, ma anche al tornado musicale del grunge di Seattle. Nuovi giovani fan si aggiungono ai vecchi reprobi, l’icona di Eddie e il logo Iron Maiden tonerà ben presto a risplendere anche grazie a tour nostalgici come il “Maiden England Tour 2012-2014”, che ha rinverdito i fasti della band del 1988 con anche un maggiore cura negli effetti scenici. A proposito di scenografie, ha fatto piacere nel revival di quel meraviglioso "Seventh Tour of a Seventh Tour" l'utilizzo ancora nella title track di un organo "gotico" suonato dal tecnico del basso e tastierista Micheal Kenney, mascherato e truccato in una via mezzo tra il Conte Dracula e il Fantasma dell'Opera. Una finezza, in mezzo a tanta grazia, che il pubblico ha apprezzato, non senza le solite intuizioni brillanti di Bruce Dickinson, che spesso fanno la differenza nei concerti dal vivo tra una band "normale" e un band leggendaria come gli Iron Maiden.


1) Moonchild
2) Infinite Dreams
3) Can I Play with Madness
4) The Evil thad Men Do
5) Seventh Son of a Seventh Son
6) The Prophecy
7) The Clairvoyant
8) Only the Good Die Young

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