IRON MAIDEN

Senjutsu

2021 - Parlophone - BMG

A CURA DI
CHRISTIAN RUBINO
08/10/2021
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"Abbiamo scelto di registrare di nuovo al Guillaume Tell Studio in Francia (a Suresnes, nelle immediate vicinanze di Parigi) perché il posto ha un'atmosfera davvero rilassata. Il setup li è perfetto per le nostre esigenze; l'edificio è stato un cinema e ha un soffitto molto alto, quindi c'è un'ottima acustica. Abbiamo registrato questo album nello stesso modo di The Book Of Souls: scrivevamo una canzone, la provavamo e poi la mettevamo insieme quando era tutto chiaro nelle nostre menti. Moltissimi davvero quindi i punti di contatto con The Book of Souls".
(Steve Harris)
Ogni volta che viene pubblicato un nuovo album degli Iron Maiden ci si trova davanti ad un evento di portata globale, per un furore e un'eccitazione tra i fan difficile da ritrovare tra i fedelissimi di altre band metal del pianeta Terra. E così, dopo sei lunghissimi anni d'attesa complice la pandemia di Covid 19, esce finalmente l'attesissimo diciassettesimo album in studio dei mitici Iron, intitolato Senjutsu e con in copertina l'inimitabile Eddie The Head vestito da sanguinario samurai, sinistramente pronto a fare una nuova strage di oppositori e nemici. La formazione londinese ha ancora una volta assoldato Mark Wilkinson per creare la grandiosa copertina a tema Samurai, basata su di un'idea del bassista Steve Harris. La mascotte dei rockers, nelle tantissime uscite dei Maiden, ha raffigurato molte figure nel corso degli anni: maniaco, pazzo da manicomio, faraone, extraterrestre, demone, zombi, soldato inglese, guerriero azteco e chi ne ha, più ne metta. Nel nuovo atwork invece impugna una katana insanguinata e un'armatura a piastre da samurai, mostrando uno sguardo spaventoso che minaccia chiunque voglia mettersi tra lui e i suoi famosissimi padroni. "Senjutsu" è un ambizioso e pesante doppio album, come il precedente "The Book Of Souls" del 2015, dall'assalto frontale con spunti epici a livello sonoro e in termini di dettagli lirici. Frutto dell'ispirazione che Bruce Dickinson e la band hanno preso dal lontano Oriente, le mosse e le tattiche legate all'uscita del nuovo disco sono frenate però dalla recente pandemia mondiale: l'emergenza sanitaria blocca tutti i piani del gruppo per un progetto segreto, svelato infine a metà luglio del 2021 grazie al video animato e ben prodotto di "The Writing On The Wall". Le domande dei tantissimi fans nascono spontanee: sarà questo un nuovo capolavoro della band o una delusione come qualche recente disco? La vera sorpresa del 2021? Prima di rispondere partiamo con ordine: registrato nel 2019 durante una pausa dal tour "Legacy Of The Beast", la raccolta è ritardata e tenuta clandestina per due anni, un periodo in cui i sei musicisti hanno tutto il tempo per ritoccare e perfezionare le dieci, lunghe tracce della set list, mentre il mondo si ferma in alternati e continui lookdown. Questo naturalmente non vuol dire che il contenuto dei solchi sia eccezionale, ma che al contrario siamo di fronte a brani complessi e difficili da digerire subito. La cosa non stupisce più di tanto, se si pensa che la discografia della Vergine di Ferro del nuovo millennio ha tendenze più epiche e progressive rispetto al glorioso passato, grazie all'impronta sonora dei due figliol prodighi Dickinson e Smith, tornati all'ovile nell'album "The Brave New World". Il ritorno di Bruce e Adrian focalizza inevitabilmente - e ovviamente - una forte attenzione sulla band che, ad ogni nuova incisione, espande le sue idee e il suo sound in nuovi territori musicali. Quindi non una novità, ad essere sinceri, e neppure un'improvvisata di Harris e soci che continuano imperterriti il loro notevole rinascimento creativo, improntato principalmente a solenni arrangiamenti prog e ambiziose linee melodiche, smorzate dal contorno di possenti atmosfere malinconiche. Ormai il combo anglosassone è più interessato ad un'atmosfera sonora costruita lentamente e alle strutture progressive di infinite composizioni, che all'energia e all'adrenalina delle loro più grandi e storiche canzoni. Lontani dagli anni '80, i nostri paladini del metal avvolgono appositamente con le loro nuove armonie, ponderate e intricate, un'enorme nostalgia di fondo. Non convince, purtroppo, la deludente e umiliante produzione dello storico amico Kevin "Caveman" che, secondo le cattive voci, è ancora un burattino nelle mani del samurai Steve Harris. Il bassista e capitano della truppa guida la spedizione prestando purtroppo scarsa attenzione alla ancora buona voce di Bruce e al suono dei rullanti di Nicko, così come pecca nella durata di alcuni brani troppo lunghi e ripetitivi per cercare di entusiasmare un pubblico che forse chiede qualcos'altro. Il leggendario soldato Bruce Dickinson mantiene saldamente il controllo del microfono e della propria acutissima voce, che nonostante non sia più dirompente come una volta, per via dell'età e della salute, è sempre combattiva ma penalizzata in alcune tracce per via dello scarso mixaggio. Nicko McBrain rimane saldamente uno dei migliori batteristi in circolazione, nonostante il rumore delle sue bacchette sia poco valorizzato e mal registrato, mentre il potente duo Dave Murray e Adrian Smith, affiancato dal chitarrista Janick Gers, doppia bene la linea vocale sbizzarrendosi poi, nei propri spazi, a briglia a sciolta in riff e assoli interessantissimi che salvano nel complesso un'opera che merita sicuramente una migliore registrazione sonora. Le cavalcate possenti e metalliche sono un remoto ricordo, ma il songwriting dei sei artisti in un certo senso è progredito insieme alla loro età anagrafica e musicale. Una caratteristica chiarissima soprattutto in questo nuovo platter, dove si sente, per fortuna, la passione e la sincerità di sempre per un combo che ormai non deve più dimostrare niente a nessuno, né raggiungere chissà quali vette. Non fermiamoci però a questa generale analisi e addentriamoci quindi ad analizzare canzone per canzone la lunga set list incisa per i supporters in doppio CD, in tre vinili e ovviamente in formato MP3.
"I brani sono molto vari e alcuni sono piuttosto lunghi. Ce ne sono uno o due che suonano in modo piuttosto diverso dal nostro solito stile, penso che i fan dei Maiden saranno sorpresi, in senso buono, spero!"
(Bruce Dickinson)

Senjutsu

La filosofia dei samurai e le leggendarie gesta di questi particolari guerrieri dalle origini misteriose hanno avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione di quest'opera che omaggia la grande cultura del Giappone da sempre una nazione ricca di storia, fascino e a livello musicale molto legata alla band degli Iron Maiden. Così Nicko McBrain con i suoi tamburi tribali introduce la cadenzata Senjutsu (Tattica e strategia) con Bruce Dickinson che subito proclama l'inizio del feroce scontro chiamando alle armi tutti i fedelissimi della Vergine di Ferro, per un vigoroso brano mid-tempo, infarcito dai robusti assoli di Smith e dagli armonici riff della coppia Murray, Gers, sostenuti dalla martellante batteria di Nicko McBrain. Siamo di fronte ad una song che apre l'album in modo diverso e per certi versi atipico per le classiche coordinate del combo d'oltre Manica. Il sound spiazza e confonde al primo ascolto ma le tonalità vocali del bravissimo Dickinson confortano e sembrano rimbombare nel futuro come se per i Maiden non ci sia mai una fine artistica. I duetti chitarristici lanciano la sfida dimostrando anche all'ascoltatore più disattento che la musica dell'album si appresta ad essere leggermente diversa dalle ultime uscite in studio con ben ottantadue minuti di brani eroici ma anche a tratti poco convincenti e troppo lunghi. Il messaggio di lotta è chiaro e semplice perché si riferisce al giorno del giudizio: "Siamo tornati più carichi di prima. Suonate l'allarme con il suono dei tamburi. Accendete i fari! Chiamate alle armi tutti gli uomini in lungo e in largo. Adesso devono combattere per la dinastia, l'orgoglio è in gioco". Se Bruce Dickinson mantiene una buona qualità vocale nonostante l'età e la recente malattia, lo stesso si può dire per le potenti note di basso di Harris che risultano cupe e bellicose nella generale tenebrosità del pezzo. Senjutsu è un modo di guardare all'apocalisse alla quale Bruce non crede più di tanto e a nuovi orizzonti musicali, salvaguardando il proprio orgoglio artistico in modo rischioso e coraggioso ma sempre in modo intelligente. La band si concentra proprio su questo modo di combattere l'ostilità della critica e di un pubblico ortodosso che non ama i cambiamenti o la saggezza mentale di veterani combattenti e vincitori come loro. I mitici combattimenti degli Iron Maiden hanno fatto la storia del Metal, lasciando alle nuove generazioni uno stile inconfondibile e delle canzoni che sono delle pietre miliari indistruttibili. Per i fans appassionati di lunga data il messaggio è diverso e di speranza perché devono difendere la storia del gruppo; non arrendersi mai a nessun nemico continuando a far vivere in futuro questa grande eredità alle nuove schiere di metallari che verranno: "Li sentiamo arrivare. Adesso siamo pronti, aspettiamo. Dobbiamo essere costanti. Dobbiamo essere pazienti. Dobbiamo credere che potremo vincere. Cosa ci salverà? La grande muraglia"! Questa title-track è un vero inno di guerra e una traccia robusta che apre bene con i rulli drammatici, stranamente vintage, della batteria e accompagnata da riff pesanti, maestosi, a tratti veloci e intriganti. Scritto da Steve e Adrian il pezzo è l'anteprima e la prova inconfutabile che i due, con il resto della truppa, hanno messo definitivamente da parte le loro tipiche galoppanti cavalcate per offrire invece un approccio più lento, guidato da buoni accordi di chitarra ritmica dello stesso Adrian. Harris crede a questo nuovo corso e non si risparmia neppure per un secondo: "Crediamo che possiamo proteggere la muraglia con una battaglia di volontà. Combatteremo fino agli stremi. Dobbiamo credere che possiamo respingerli. Combatteremo fino all'ultimo uomo"! Spiccano, stranamente, le altalenanti tastiere sul buon ritornello che non sembrano indispensabili e comunque molto discutibili sull'aiuto effettivo al sound complessivo. Il suono di "Senjutsu" ricorda uno dei dischi più criticati come l'esageratamente maltrattato "Dance Of Death" del 2003 con ancora una volta le possenti corde vocali di Bruce che si limitano a dirottare a loro piacimento la melodia, senza strafare, dati i suoi limiti attuali che sono però enfatizzati da una produzione scadente e incomprensibile. I riff taglienti e falcianti si trasformano in un'epica e importante canzone dove il frontman spinge senza sforzo una nota alta dopo l'altra.

Stratego

Dopo la perplessità iniziale di Senjutsu la creatività del duo Smith, Harris prosegue bene con la seconda traccia Stratego (Stratega), dove finalmente ritorna in auge il riff smodato, caratteristico del sestetto anglosassone e molto amato dai supporters storici della band. Un singolo molto tradizionale e strategico contenente un bel ritornello, un formidabile lavoro di basso e un continuo utilizzo di semplici e non determinanti synyh, che addolciscono la song per un pezzo che farà sicuramente faville dal vivo nel prossimo tour mondiale. Rispetto alla precedente traccia il minutaggio è più breve con un ritmo accelerato e con un tema molto arduo e interessante da affrontare perché prende spunto dall'Apocalisse di Giovanni, comunemente conosciuta come Apocalisse o Rivelazione o Libro della Rivelazione. Quest'ultimo libro del Nuovo Testamento è la sola apocalisse presente nel canone della Bibbia, di cui costituisce uno dei testi più difficili da interpretare: "Non ho un'anima mortale. Guardami negli occhi perché non ci sono sorprese. L'oceano è nero, la traccia del diavolo è così già da quando tu nascessi. Oltre il buio, sento il dolore che sta nascosto, ma non posso spiegarlo. Una croce da sopportare per una fede pesante e bisbigliata, dove solo le preghiere fanno comprendere che nessuno è immortale". Il pezzo, per fortuna, sa di familiare ed è consistente come i moderni Iron Maiden del nuovo millennio, scortato da un leggero ritornello, da un grande assolo chitarristico, da facili e non eccelsi riff che creano piacevolmente delle fresche linee melodiche. Ha un tempo abbastanza veloce, una struttura già collaudata e le parti principali di chitarra guidano la voce del trascinante singer che con i suoi famosi acuti crea tenebrosi effetti vocali. Nel complesso, questa è una canzone tipica dei Maiden, galoppante quanto basta per fare scatenare le quattro inconfondibili corde di Steve e ricordare in parte ai vecchi sostenitori un passato che sembra lontanissimo anni luce.  Se la lirica è pesante e legata al credo religioso, l'armonia della traccia non è poi così apocalittica e distruttiva ma tende a creare quell'alone di epicità di cui i sei rockers sono specialisti e gli attori indiscussi di un heavy metal non più di moda ma non per questo meno voglioso di mettersi in mostra e dire la propria. In tutta l'opera purtroppo non ci sono tanti e grandi momenti storici che pescano dal sound ottantiano o novantiano del combo di sua maestà la regina d'Inghilterra e quindi "Stratego" raffigura uno dei momenti più alti della nuovissima scaletta degli inglesi. "Radunate tutti alla chiamata perché possano sentire da lontano i tamburi. Il giorno del nostro giudizio è iniziato"!

Writing On The Wall

"Io e Adrian siamo rimasti piuttosto sorpresi quando abbiamo fatto The Writing On The Wall. Dissi: "Deve essere la prima traccia! Abbiamo pensato che potesse essere una prima traccia interessante. È un po' più mainstream in un certo senso, roba più classica di tipo rock." (intervista a Bruce Dickinson di Joe DiVita per Loudwire)

Writing On The Wall (Le scritte sui muri) è il primo singolo prodotto da Bruce e dal compagno Adrian per un folk tradizionale dalle profonde radici con un'atmosfera rock and blues moderna, un ardente assolo chitarristico e influenze prog che in generale gli Iron Maiden non hanno mai così sviluppato in tutta la loro carriera. Dall'iniziale e lenta chitarra acustica quasi dalle sonorità western, si procede poi ad un rock melodico dove le corde vocali del frontman sono fortissime e abbastanza controllate. Le chitarre sono accurate, e perfettamente eseguite dai tre guerrieri maideniani con Smith in primo piano con la sua sei corde come avveniva nei prolifici eighties, creando con Murray e Gers scenari spettacolari e pungenti. Benché scritto prima della catastrofe pandemica mondiale, Dickinson si dimostra particolarmente profetico e profondo: "Un'onda di cambiamenti sta arrivando, ed è ciò di cui hai paura. Il terremoto è in arrivo ma non lo vuoi sentire. Sei troppo cieco per notarlo". La song è un raro momento di pacatezza con un groove spensierato dalle influenze rock americane, che stranamente suona molto radiofonico e commerciale. Sembra che il bel video clip animato, parli di molte cose: non solo della festa di "Baldassar" ma in generale di tutti potenti del mondo che antepongono i loro interessi a quelli del popolo andando contro un Dio vendicativo e giustiziere: "È l'ibrido di tante storie diverse. Nella scena in cui il protagonista - chiamiamolo Daniel, ma potrebbe essere Gandalf oppure Obi Wan: è il tipo incappucciato che difende i poveri e le masse oppresse - spazza via la feccia, si tratta di una citazione della separazione delle acque del Mar Rosso, che nel nostro caso è verde. Writing On The Wall si riferisce alla festa di Baldassarre, ma dietro c'è la storia di Nabucodonosor, il re impazzito che pensava di trasformarsi in una bestia e ha iniziato a mangiare erba. È da lì che abbiamo preso l'idea di trasformarlo in capra e spappolarlo sul muro. È la nemesi dei Quattro Cavalieri che arrivano per fare giustizia e punire i cattivi, le élite e i loro tirapiedi". (intervista a Bruce Dickinson di Kory Grow per Rolling Stone US). Qui il mostro Eddie si veste da samurai orientale per combattere e salvare l'umanità dalla sua stessa avidità ma il filmato ha creato polemiche sui social media, dove migliaia di persone si sono scatenate con contrastanti opinioni. Chi vuole un ritorno agli anni '80, chi preferisce una direzione prog come quella degli ultimi anni e chi vuole sentire dalla Vergine di Ferro solo brevi e buone canzoni metal. L'unico cosa che forse unisce tutti è l'ottimo testo dal grande significato: niente più imperi nel mondo ma solo enormi servitù per chi è costretto a ripetere i decorsi storici: "I gloriosi imperi di un tempo sono spariti. La morte ci ha dato il tempo per vivere e ora il nostro tempo è scaduto. Adesso siamo vittoriosi ma anche schiavi di noi stessi in una terra di speranza e gloria che costruisce cimiteri per i coraggiosi". Frasi da non trascurare perché il mondo è rimasto ancora indifferente nonostante il momento storico attuale e così non si può andare avanti. Ci aspettano altri disastri, guerre, la morte di altri inermi innocenti e la fine del mondo se non cambia qualcosa nell'immediato. Musicalmente la band in questa traccia, oltre alla lirica, ci mette del suo per modificare notevolmente il proprio classico sound, sorprendendo non poco e sperimentando qualcosa di diverso, molto vicino a suoni folk e celtici. Si sente pure un grande feeling tra i tre chitarristi nel ritornello con degli assoli anche azzeccati che coinvolgono positivamente già dal primo ascolto. Se il precedente "Stratego" si identifica e si riconosce nel suono inventato dagli Iron Maiden, questa canzone invece vede i sei artisti orientarsi su nuovi e attuali ma anche inesplorati territori sonori che sicuramente riscriveranno o cavalcheranno la storia del sestetto britannico: "Hai visto le scritte sul muro? Riesci a vedere i cavalieri nella tempesta? Riesci a vederli cavalcare? Cavalcano vicino a te! Audaci e coraggiosi come sempre!

Lost in a Lost World

In un mondo attuale ancora superficiale, egoista e menefreghista, nonostante la pandemia mondiale dovesse far emergere l'importanza dell'esistenza e delle vere cose belle dalla vita, ci troviamo ancora schiavi dei pregiudizi e del giudicare il prossimo senza prima guardare dentro di noi. Il saggio leader degli Iron, Steve Harris, ricorda che non bisogna soffermarsi all'apparenza per capire e apprezzare la persona che si ha di fronte. In senso metaforico si può dire che non bastano i segni esteriori a garantire la sostanza interiore ma quello che si vede può essere illusorio, ingannevole e quindi bisogna stare attenti e diffidare. Insomma, non è tutto oro quello che luccica. In effetti, la quarta traccia, Lost in a Lost World (Perso in un mondo perduto), appare nei primi secondi troppo scialba e debole per essere un brano della Vergine di Ferro. L'apertura è affidata a un leggero strimpellamento acustico di chitarra, con in sottofondo una scia delle solite tastiere, fortunatamente trascurate in "Writing On The Wall" che non promettono nulla di buono. La voce del singer entra subito in gioco in modo sottile con un riverbero vocale, accompagnato per due minuti da un coro soave per poi interrompersi sotto i colpi delle sei corde del trio chitarristico che prende le redini della canzone, trasformandola successivamente in dieci minuti quasi memorabili. L'elemento folk e allegro e non è solo presente in questa composizione ma si sente fortemente in tutto l'album evidenziato anche da un sapore vintage, triste e prog. Non mancano i cambi di tempo caratteristici della formazione ma alla fine ci si sente guidati più dall'atmosfera emotiva che dalla forza del pezzo o dalla tecnica esecutiva dei sei rockers. Gli assoli di chitarra sono brillanti, in pieno stile maideniano e durano diversi minuti che sembrano però interminabili. Caratteristica composizione di Steve Harris, che scrive anche sul triste e frenetico mondo attuale, dove non si apprezza più nulla e non si dà valore alle cose semplici e veramente importanti che, sicuri di averle, le diamo per scontate: "Non sappiamo cosa abbiamo finché non lo abbiamo perso. Fino a che arriva quel momento e sai che non c'è più. È così difficile dire cose che avremmo dovuto dire molto tempo fa". Lungo il cammino dei nostri giorni a volte siamo obbligati a guardare indietro, verso quella fessura che si è appena chiusa, sperando di trovarla semiaperta e di avere il tempo di recuperare le cose positive che abbiamo dimenticato di prendere. Spesso è tardi e l'amarezza di aver perso qualcosa di importante fa rimpiangere un passato che non tornerà più. La speranza del nostro mitico bassista è quella di prepararsi bene, alla fine dell'esistenza, per andare in un luogo migliore: "Approfitta di questa terra per vagare e camminare, per sempre perduto. La vita non è che un miglior percorso per la gioia. Nessun posto dove andare o scappare. La nostra stessa esistenza sotto minaccia. E presto non resterà nessuno di noi! Perso in un mondo perduto". Per circa la metà dell'opera lo straordinario Steve Harris è il protagonista compositivo dei solchi del disco e la cosa non dispiace affatto. Forse in "Lost In A Lost World" si odono troppi cori all'inizio ma nonostante il mixaggio antiquato che penalizza lo stesso musicista, la voce del compagno Bruce guida la song con estese fantasie vocali e con armonie già sentite sul disco della reunion dell'ottimo "Brave New World" del 2000.

Days Of Future Past

La pandemia, se da un lato ha tolto denaro e tempo al gruppo, dall'altro ha dato la possibilità di curare meticolosamente le canzoni sia a livello sonoro e soprattutto lirico. Ne è un esempio Days Of Future Past (Giorni di un futuro passato), dove il concetto di malinconia si rinforza per una canzone apocalittica e estremamente attuale. L'intro orientaleggiante è un buon biglietto da visita per una song che dopo pochi secondi tuona immediatamente con striduli accordi di chitarra elettrica, quasi distopici che portano a un cadenzamento sonoro emanato dalle corde del perfetto Smith. Brano roccheggiante e lineare con l'apparizione dei soliti sintetizzatori nel ritornello e uno strutturato assolo di chitarra di Adrian, sostenuto ritmicamente dal duo Murray, Gers.  Nicko riesce con alcuni passaggi jazz a dare insieme al trascurato Steve, danneggiato dalla mediocre registrazione, a creare comunque un'atmosfera religiosamente tragica: "Una guerra in paradiso nella rabbia di Dio mi ha messo in questa gabbia in fiamme. La santa furia mi ha rinchiuso e imprigionato nel mio peccato mortale. Un re senza una regina per cui morire per sempre. Immortale fino alla fine in attesa di un giudizio che non finisce mai. Gesù crocifisso ha perdonato tutti tranne la mia vita". Lirica profondissima che fa riflettere non solo i praticanti cristiani ma anche gli atei che nonostante non credano accusano i primi di adorare un Dio vendicativo e non misericordioso con tutti gli uomini: "La mia anima contorta brucia ancora nelle fiamme. Angeli e Padre Eterno ascoltate la mia supplica perché ancora condannato al cammino in terra". Questa diatriba può nascere per chi legge i testi biblici senza aver presente la loro natura e i princìpi che guidano la loro corretta interpretazione. La Chiesa cattolica ha sempre proclamato l'unità dei due testamenti nonostante in quello Antico la brutalità e la spietatezza di Dio siano evidenti e sbalorditivi. La Bibbia va comunque letta e interpretata bene ma Dickinson non essendo credente non approfondisce determinati argomenti sacri, soffermandosi invece sulle sue sensazioni e sull'istinto di ribellione di un uomo che non accetta soprusi, neppure da quello spirito universale che dovrebbe essere il Dio di tutti gli esseri viventi. A tal proposito, per la scrittura il cantante prende spunto da un film la cui trama lo ha colpito profondamente: "È più o meno basata sul film Constantine, che a sua volta è tratto da una graphic novel. Ho scritto del personaggio di Keanu Reeves, un uomo condannato a vivere fino a raggiungere l'approvazione di Dio, che in fin dei conti è il più grande narcisista che ci sia. Pensa al Libro di Giobbe, è un narcisista e un manipolatore uno che dice: Ti incasinerò la vita, ma ti amo. Quindi, ecco una buona domanda: Dio è psicopatico? Insomma, ho cercato di raccontare quella storia con un taglio differente, il mio protagonista non accetta le richieste di Dio, l'idea lo fa incazzare. Non capisce perché lui abbia il diritto di fargli una cosa simile". (intervista a Bruce Dickinson da parte di Kory Grow per Rolling Stone US).

Naturalmente nessuno sa se il pensiero e la paura della conseguenza dei peccati porti all'oscurità del cuore e delle menti creando dei dubbi sull'esistenza di Dio e sulla promessa della vita eterna o al contrario a redimersi per timore di andare all'inferno. Non è neppure scritto da nessuna parte che se ti comporti bene nella vita e sei un uomo o una donna onesti, ti vada tutto bene per sempre, vivendo felice e contento. Purtroppo non funziona così e i sei rockers lo sanno benissimo, anche perché hanno ormai una certa età e questo tema comincia sempre più a diventare frequente e caldo nelle loro teste. Sicuramente questa song non può rispondere a questi misteriosi interrogativi ma solo la vita passata e il futuro potranno, un giorno, svelare l'assoluta verità. I riff e gli assoli dei chitarristi riescono a portare comunque lontano l'immaginazione, nella speranza di toccare in fondo l'anima di chi in effetti si pone questi quesiti da sempre. In definitiva un altro buon mid-tempo, singolare e agguerrito dove il bravo Dickinson riesce ancora a trascinare divinamente l'intero pezzo. "Days Of Future Past" è anche una delle tracce più brevi di Senjutsu che va senza appelli eseguita obbligatoriamente dal vivo. Un ottimo brano!

The Time Machine

A chi non piacerebbe avere una macchina del Tempo? Presumo a tutti, magari per ritornare giovani e, sapendo il futuro, evitare di commettere tanti errori. Fu un certo Albert Einstein a dimostrare per primo che il tempo è elastico e dipende dalla velocità, rallenta o accelera a seconda della velocità con cui si muove un oggetto, o una persona. La cosa è stata poi sostenuta da tanti scienziati con vari esperimenti ma ancora siamo in attesa di qualcosa di concreto e realistico. Nel frattempo i Maiden concludono la prima parte o il primo cd con la loro The Time Machine (La macchina del tempo), una creazione di Harris e Gers, temeraria e pericolosa dal punto di vista compositivo per una linea vocale e una melodia inconsuete, prevalentemente orientate sul prog metal. Il primo minuto è una cantilena eseguita dalle chitarre acustiche, dove a stento si riconosce l'ugola di Bruce che si riprende poco dopo, che attacchino i riff tirati dei suoi compagni d'avventura. Nel proseguo il peso di Janick Gers è sempre più palese con delle cavalcanti melodie di chitarra e con le corde vocali dell'amico pilota, coinvolgenti quanto basta per plasmare una buona armonia. Però, proprio quando sembra che la canzone stia per decollare c'è un improvviso cambio di tempo senza senso dove i tre chitarristi si scatenano in insoliti riff e in assoli freddi e incontrollati con continui cambi di tonalità che sembrano provenire da un loro preistorico e lontano passato. Dopo questo breve e strano déjà vu i nostri ritornano in sé, con il loro trottante e collaudato refrain in pieno stile Iron Maiden, concludendo senza sorprese con riff e assoli di chitarra ben fatti, dando il compito al grande singer di chiudere con la stessa filastrocca iniziale con la quale aveva cominciato, condotta in sottofondo da sottili chitarre e da un lentissimo basso. Lo scopo di "The Time Machine", lo dice lo stesso titolo, è quello di riportare nostalgicamente l'ascoltatore indietro nei periodi d'oro della band metallica ma con la voglia di cambiare qualcosa o di ricordare ciò che ha segnato per sempre la vita personale e artistica dei sei elementi dallo stile inconfondibile e unico: "Ti ho mai parlato della mia macchina del tempo? Ho avuto una lunga vita, una vita straordinaria. Lascia che te la racconti, che ti porti là. Non sono un predicatore, sono solo un uomo che ha vissuto una lunga vita ed ha visto il mondo. Potrei raccontarti storie da farti rizzare i capelli". Come non dare torto a Stephen Percy Harris, in arte Steve Harris, principale compositore, tastierista e bassista della sua ferrosa creatura, da lui stesso fondata nel lontanissimo 1975, che da promettente calciatore diventa invece un affermato musicista a livello internazionale. In fin dei conti, ritornando alla musica, la song, nella parte conclusiva, piace per la sua imprevedibilità basata su riff melodici e oscillanti che ricordano le buone canzoni del criticatissimo album "Dance Of Death", e con un frontman ancora abile a modulare bene la sua voce. Questa è una traccia che da un lato guarda indietro ai luccicanti anni '80 mentre dall'altro si rivolge ad un moderno suono progressive orientato verso un futuro dove l'addio dalle scene per la Vergine di Ferro sembra ancora prematuro e lontano.

Darkest Hour

"Eppure, nonostante i suoi errori e i suoi difetti, il mondo libero fondamentalmente non sarebbe libero - certamente per quanto riguarda gli europei - il mondo non esisterebbe nel formato attuale se non fosse stato solo per un vecchio, cocciuto, testardo che non si è alzato in piedi davanti a Hitler e neanche alle persone del suo stesso partito che avrebbero fatto pace con quel pazzo".
(Bruce Dickinson)

Sul secondo cd si cambia subito pelle con Darkest Hour (L'ora più buia), una semi ballata cupa e storica perché ispirata alla figura di Winston Churchill: "È un tentativo di entrare un po' nella testa di Winston Churchill, che soffriva molto di depressione. Era ovviamente un genio, era anche un uomo imperfetto in molti modi: era un alcolizzato, un depresso, soffriva di quello che avrebbe chiamato il suo cane nero che lo seguiva in giro e che in qualche modo rappresentava la strada della sua depressione". Il rumore delle onde e dei gabbiani introducono un assolo di Smith mentre l'ugola possente e decisa di Bruce racconta le memorabili battaglie sulle spiagge di Dunkirk nel 1940 e in quelle della Normandia nel 1944; due luoghi che hanno visto scorrere moltissimo sangue ma per ragioni diverse durante la seconda guerra mondiale, contro l'ostile nemico nazista. Le chitarre, a tratti taglienti e ripetitive di "Darkest Hour", con melodie folk, celtiche e tristi, contraddistinguono un pezzo abbastanza riflessivo e pensieroso: "Abbiamo sepolto i nostri figli. Ci siamo voltati e siamo fuggiti. Non diventeranno vecchi i nostri morti ma siamo tornati perché un uomo ha detto: adesso sulle spiagge scorre il sangue rosso". Smith e Dickinson riescono nell'intento di non far dimenticare il sacrificio di chi è morto per la libertà, contribuendo alla difesa della Patria e alla sconfitta dei nemici. Il testo è pure una similitudine del loro ritorno sulle scene con un disco di inediti dopo sei interminabili anni, quando già qualcuno li dava per deceduti musicalmente e per lo più in questo periodo buio della pandemia: "Affrontandoli sono rimasto solo e messo in guardia che il giorno sarebbe arrivato ma siamo tutti soli. Tutti avranno la loro occasione, per sei lunghi anni non passerete e vinceremo i barbari alle porte". Che se ne possa pensare, gIi Iron Maiden sono degli uomini pacifici, che odiano la guerra e con un forte senso di giustizia ma a volte i conflitti bellici sono necessari, come nella politica di Churchill, per riportare la pace a costo di versare del prezioso sangue innocente. I riff e gli assoli sono prevalentemente hard and blues e non disturbano più di tanto perché ponderati e rispettosi del grande rock anglosassone e europeo. Strutturalmente, il pezzo, pur ricordando vagamente la pesante semi ballata "Wasting Love" inserita nell'album "Fear Of The Dark" del 1992, ha un momento importante quando la sei corde di Smith si alterna nei riff con quella di Murray come accadeva nei vecchi tempi. È atipico sentire una quasi ballad nel repertorio di Harris e soci, ma allo stesso tempo la cosa è emozionante e commovente per la grande interpretazione di Bruce dietro al microfono che con la sua caldissima voce catapulta la mente dell'ascoltatore negli anni '40 nelle insanguinate spiagge francesi, dove dopo l'inevitabile massacro di tanti soldati si sente solo il rumore del mare e dei gabbiani in cerca di normalità. "Darkest Hour" intimorisce per l'atmosfera dal retro gusto dolce amaro alla Led Zeppelin che emana, facendo intuire un certo affetto da parte degli autori per i fondamentali e precursori anni '70.  Impaurisce anche per il repentino cambio di rotta che la Vergine di Ferro potrebbe prendere nei prossimi lavori discografici, stravolgendo un sound originalissimo e seminale nell'universo metal. Pezzo tecnicamente sufficiente e ritmicamente troppo leggero per l'importante storia metal del gruppo inglese ma dall'enorme significato storico perché ricorda, non solo la memoria dei caduti, ma anche i valori su cui si fondano le nostre democrazie occidentali: "Prima dell'alba l'ora più buia". Dickinson è un grande patriota e lo dimostra con il voto alla Brexit, sventolato ai quattro venti l'anno scorso in varie interviste, per il ritorno solitario della grande e forse forte Inghilterra ma oggi anche un semi pentito per via delle incredibili limitazioni che stanno colpendo i vari settori economici britannici e in particolare quello dello spettacolo per via della burocrazia e dei costi per esibirsi in territorio comunitario. L'impero Inglese è rimasto sui libri storici e non ritornerà più e forse uno degli ultimi noti personaggi anglosassoni è stato proprio Winston Churchill al quale noi tutti dobbiamo rendere onore per il coraggio e l'ostinazione di aver saputo difendere non solo gli ideali del suo popolo ma anche quelli del resto d'Europa.

"Parla di Churchill e di come, nonostante tutti i suoi errori e i difetti - e ne aveva parecchi - è riuscito a fare una cosa nella sua vita, tenere testa a un tiranno che voleva gettare il mondo nella pazzia?". (intervista a Bruce Dickinson di Kory Grow per Rolling Stone US).

Death Of The Celts

In questo pezzo, gli antichi Celti sono l'ispirazione dell'autore Harris che è colpito dalla loro credenza in una vita dopo la morte. Questo popolo, e in particolare i Britanni stanziati nelle Isole Inglesi, pensava fermamente che l'anima fosse eterna e che dopo la morte si passava da un corpo all'altro. Tutto ciò spronava con coraggio i guerrieri Celti in battaglia a non temere di perire. Insomma un ponte tra una vita e l'altra perché nella società celtica, la paura della morte non esisteva. La familiare introduzione di Death Of The Celts (La morte dei celti) con il basso, la chitarra acustica, l'indigeribile tastiera e in seguito la distorsione elettrica delle sei corde danno, con i versi cantati epicamente dal frontman, molta energia e forza: "Cavalca verso la gloria in questo giorno perché in Dio confidiamo. Ricorda tutti i giorni più bui come camminare sul campo dei morti. Signore lassù, il mio spirito dice che la morte non è orgogliosa. Il potere della mia anima sarà libero. Portaci alla vittoria"! In un momento così delicato per il Regno Unito, per colpa della Brexit e dal dilagare del Covid il bassista si aggrappa alla forza, alla temerarietà di coloro che tra il V e l'VIIl secolo a.c. abitarono la sua amata terra: "Signore del cielo ascolta il mio spirito. Il potere della mia anima sarà libero. Portaci alla vittoria, sperando che la nostra causa sia fedelmente compiuta"! La song a poco a poco, dopo una sezione solista di Smith, prende slancio cambiando totalmente tempo, trasformando la sua linea sonora in una quasi galoppante song metal del buon periodo novantiano della band, come nel carino ma contestato album "Virtual XI". Le corde vocali di Bruce emanano melodicamente gloria e vendetta da parte degli antichi Celti che provenendo dalla Manica colonizzano l'intera Gran Bretagna e l'Irlanda. I dieci minuti progressivi di "Death Of The Celts" non sono però tutti esaltanti e ben riusciti. Ne è la prova l'ingarbugliato e lungo minutaggio del basso melodico di Steve Harris che non convince in apertura ma come si dice non sempre tutte le ciambelle riescono con il buco. Il buon Dickinson con la sua sdolcinata ugola riesce a tirare nel migliore dei modi la potenza della song raccontandoci la storia degli arcaici Britanni, accompagnato alle spalle dalle armi elettriche dei suoi fedeli e immortali guerrieri che non si risparmiano nell'eseguire, senza timore, interminabili, attorcigliati e avvicendati riff: "Libertà, libertà, forse la morte incombe e dice addio alla vita che avrei guadagnato. Mandiamoli oggi alle loro tombe nel silenzio dove giacevano i morti in battaglia. Non ho paura, se il mio corpo sanguina perché continuerò a vivere nella rinascita. Morendo, un guerriero Celta non ha paura perché la sua immortalità lo farà vivere in eterno". Francamente, a parte l'interessante e storico testo, la canzone ricorda moltissimo il refrain della canzone "The Clansman" del 1998, soprattutto per la presenza di un grande stile folk a quanto pare amato dal leader Steve Harris. Strumentalmente imprevedibile ed eccitante il brano è diviso in due blocchi: una parte iniziale mesta e buia, e una finale bellicosa e facinorosa che incarna lo spirito del vero soldato celtico, pronto a combattere senza timore la sua guerra. La bella "Death Of The Celts" merita tuttavia una durata più ridotta e più mordente ma gli Iron Maiden di oggi sono questi nel bene e nel male.

The Parchment

L'argomento della morte e del lutto sono ancora trattati nella successiva The Parchment (La pergamena). Tutti gli esseri umani sono uniti dallo stesso percorso: nascita, crescita e morte. Il decesso è l'atto finale della nostra esistenza terrena che può avvenire purtroppo in diversi modi. Stranamente, questo è un tema quasi rifiutato ed innominabile nelle moderne società Occidentali che si è acceso fortemente solo con l'arrivo della pestilenza di Covid, portando a riflettere profondamente sulla precarietà delle nostre vite. Gli Iron Maiden e in particolare Harris, trattano ancora, senza paura nell'album, questo delicato e importante discorso nel penultimo brano di Senjutsu come per voler smorzare l'angoscia e il pensiero di un tale evento che potrebbe colpirli da un momento all'altro. La lunghissima traccia comincia lentamente con l'ormai abituale chitarra acustica, con le sottili tastiere mescolate al basso e la batteria che dopo un minuto apre le porte ad una struttura di riff gradevoli e nitidi.  Qui la scena è presa dalle katane elettriche di Adrian Smith, Dave Murray e Janick Gers che si scambiano reciprocamente dei fendenti assoli almeno per circa cinque minuti, portando la canzone a un buon ritmo e verso la fine anche a scatenarsi strumentalmente. The Parchment dopo il sufficiente e calmo intro avvia un altro riff molto pesante, dove, come scritto, i tre samurai indirizzano, con le loro sei corde, assoli a ripetizione in un altalenante miscuglio di taglienti suoni ipnotici e ossessivi ma alla fine abbastanza piacevoli. Sinceramente colpisce la struttura non tradizionale della canzone perché Steve, volutamente, non utilizza un modello standard su cui ergere e sviluppare la composizione. Come nei solchi precedenti manca la monotonia di sentire una costruzione unitaria e simile di fare musica per un nuovo songwriting che per certi versi affascina e incuriosisce perché non si sa mai in partenza come evolveranno le note dei brani. Oserei dire, un nuovo modo di comporre, molto vicino al metal progressivo che, ahimè come in questo caso, stanca per il troppo minutaggio e la ripetitività di alcune parti che si possono sicuramente tagliare. Il tema, come scritto prima è ancora il mistero della morte, la fede per chi crede ad una religione, la lotta tra gli angeli e i demoni e, dulcis in fondo la vita nell'aldilà: "Prima che tutti noi diventiamo polvere, il cielo sa quando la vita finirà perché Dio lo sa nel fango che ha usato per plasmarci. So che c'è una croce da portare. La morte non è che un limite dorato. Ascolta il grido siamo pronti a credere perché sento tornare le forze. Diretto verso l'aldilà, incontrami là"! Quando la voce del grande Bruce Dickinson entra in scena con le sue epiche sfumature vocali, il pezzo comincia a prendere forma e a diventare più naturale del previsto. La canzone cresce anche quando il superlativo vocalist si ferma per una lunga pausa perché le quattro corde e le chitarre si buttano in un'impressionante esecuzione sonora, da far impazzire gli storici amanti degli Iron Maiden: "Mi piace il fatto che sto cinque minuti e mezzo senza cantare perché posso andare a prendere una tazza di tè"! (Bruce Dickinson). Quando il frontman riprende il suo posto dietro al microfono il refrain della composizione e le linee chitarristiche ben equilibrate risultano familiari ai timpani dell'ascoltatore più affezionato. Dodici minuti di canzone sono però troppe perché allungano il brodo inutilmente e alla lunga rischiano di annoiare, nonostante la magia finale sia meritevole di elogio. Lo stile si rifà al buon "X-Factor" del 1995 con il pensiero che corre all'ingiustamente criticato Bayley, che ha avuto solo la colpa di sostituire in quel momento storico il "traditore" ma soprattutto il migliore cantante al mondo di heavy metal. Blaze avrebbe potuto cantare benissimo pure questo pezzo senza problemi ma il felice destino è durato poco: "Il figliol prodigo è tornato e bruceremo di nuovo lo stesso".

Hell On Earth

Si chiude in bellezza con Hell On Earth (Inferno sulla terra) per una traccia dal grande significato che autocelebra i successi e i trionfi della Vergine di Ferro in quarantasei anni di onorata attività con un sound veloce e battagliero degno del loro grandissimo nome. Qui lo scontento Bruce gorgheggia orgogliosamente toccando anche e ancora una volta il tema delicato della vita e della speranza in un mondo migliore, come unico e imprescindibile desiderio: "Dall'altra parte, rivedrò il paradiso così lontano da questo inferno sulla terra". Verità assoluta perché per i sei musicisti, l'inferno e già sulla Terra che ci ospita provvisoriamente e dove gli uomini di ogni epoca sono tormentati da molteplici problemi quotidiani per sopravvivere fisicamente ma anche spiritualmente. Dal lavoro, alla disoccupazione, alla povertà, alle malattie, alle ingiustizie, alla limitazione delle libertà e alle assurde guerre; si potrebbe continuare ancora per molto per sottolineare le difficoltà di un mondo impegnativo e a volte malvagio che incide parecchio sulla salute del corpo e dell'anima. Siamo al cospetto di una song epica, scritta ancora dal magistrale e ispirato Harris, ricca di melodie roboanti e esaltanti che colpiscono nel profondo del cuore i fans maideniani ma anche gli stessi nostri eroi. Il pezzo, tanto per cambiare comincia lentamente con il basso e la chitarra che offrono una dolce e ripetitiva armonia, spezzata all'improvviso dalle restanti chitarre elettriche e dall'impulsiva sezione ritmica che rompe bruscamente la falsa partenza iniziale, sprigionando una trottante melodia proprio come gli Iron Maiden sanno fare. La formula è la stessa sentita e risentita e tipica del combo britannico ma qui impreziosita da un sound memorabile e attraversata da spunti emotivi, passionali e nostalgici. Insomma la Vergine di Ferro è ancora viva e vegeta, forse invecchiata ma ben truccata e pronta a vivere bene l'ultima parte della propria carriera artistica, accompagnata soprattutto da uno straordinario e interessantissimo songwriting. Come scritto all'inizio, dopo pochi minuti ambientali il rullante di Nicko interrompe tutto entrando in scena di prepotenza e forza, con la chitarra solista che invece prepara il terreno per le convincenti e melodiche tonalità di Bruce. Adrian, Dave e Janick si scambiano a ripetizione le parti in un ritmo forsennato che concilia nel profondo il cuore e la mente, culminando in meravigliosi assoli ma anche in brevi e serene atmosfere strumentali interrotte solo dall'incalzante ugola dello straordinario singer. Il tema è rovente e il vocalist entra benissimo nella parte esprimendo tutto il suo disgusto per le guerre e per chi ci marcia dietro: "Non c'è motivo per cui i bambini armati sono in questo mondo e combattono nel nome della volontà di Dio per un tetro lutto e uno spreco totale". La conclusione del brano riprende l'introduzione leggera e calma dell'apertura, che alla fine svanisce brillantemente con la fine dell'album. Gli undici minuti di durata sono liricamente oscuri, sonoramente devastanti e non appesantiscono questa trionfale traccia, come non accadeva addirittura dai bei tempi di "Somewhere In Time". Steve e soci dimostrano di avere buone idee e di essere ancora capaci di creare, nonostante l'età anagrafica, buone e coinvolgenti canzoni che li proiettano meritatamente verso un futuro dove si sentirà ancora a lungo parlare della loro originalissima musica.

Conclusioni

"Steve aveva già alcune idee e ricevuto alcuni pezzi da Janick e Adrian ma gli piace essere il migliore soprattutto con alcune affermazioni del tipo: Io sono il maestro e farò i miei pezzi così come tutti devono fare. È così che gli piace lavorare. Non è sempre a suo agio con la spontaneità. È solo lui, è così che è! Andiamo avanti e indietro insieme da circa quaranta anni. Conosciamo il modo in cui tutti lavoriamo, i punti di forza e di debolezza e tutto il resto". (intervista a Bruce Dickinson di Joe DiVita per Loudwire)
Gli Iron Maiden hanno il grande merito di aver creato, nel corso della loro lunga e meritata carriera, dischi fantastici e seminali per tutto il circuito metal soprattutto nei lontani e leggendari anni '80. Dopo, con i rocciosi anni' 90, con dischi sicuramente interessanti, non ci sono state le pietre miliari del passato perché la band londinese ha subito alti e bassi che hanno compromesso la sua stessa esistenza: crisi personali tra alcuni membri, un ristagnamento nelle idee che ha portato ad un indurimento del suono e un leader, Steve Harris troppo accentratore e rigido nelle sue scelte. Quando è cominciato il nuovo millennio, il ritorno dei due esuli: Bruce e Adrian ha portato ad una profonda riflessione e a una scelta sul nuovo corso che doveva prendere la matura Vergine di Ferro. "Brave New World", che se ne dica, è un lavoro discografico di qualità e diverso rispetto alle fatiche precedenti. Lo stesso vale per "Dance Of Death" e "The Final Frontier", che non sono dei brutti platter ma in generale con il ritorno di Dickinson, Harris e soci non hanno mai più puntato a sfornare dei capolavori.  Il combo si è impegnato a migliorarsi e a realizzare prodotti di qualità, perfezionando il proprio stile inconfondibile in modo da non lasciare delusi i milioni di sostenitori sparsi per il globo terrestre.  La strategia dei rockers inglesi è oggi questa; sperimentare cose nuove sempre con gusto e stile ma senza porsi il problema di primeggiare, grazie all'amore e alla passione che nutrono per l'heavy metal. La strada maestra può essere anche la più facile e cioè accontentare i fans scrivendo ed eseguendo sempre le stesse cose, senza subire critiche e insulti di ogni tipo. Invece anche con "Senjutsu" continuano a stupire con coraggio orientandosi un po' sul prog ma sempre con classe e grandi competenze tecniche. Il concetto di fondo è che se non ami il loro stile non ami neppure questo disco perché anche qui presentano un onesto songwriting di cui sono famosi e altalenanti riff e assoli chitarristici, di cui sono maestri, con l'unica pecca di una produzione che lascia molto a desiderare. Lo stesso è successo in parte con il buon "Book Of Souls", dove quasi tutte le canzoni offrono ottime qualità artistiche e spunti intriganti. "Senjutsu" però è più vario con la presenza di un suono rinvigorito e anche diverso rispetto al suo predecessore. Alla lunga e dopo vari ascolti il disco piace perché i sei samurai inglesi continuano, nonostante l'avanzare dell'età, a sforzarsi nel raffinare la propria musica perché la fine è ancora lontana e ben difesa dal combattente Eddie in copertina.  La vecchiaia dei musicisti avanza così come la loro grande esperienza e il fatto che ancora oggi i rockers britannici suonino con il loro inconfondibile stile è una vera fortuna e un enorme lascito per le generazioni future di metalheads. Nel complesso questa nuova raccolta degli Iron Maiden è buona perché riesce a trovare un accordo o un compromesso tra le esigenze della band e le nostalgie dei numerosissimi appassionati anche se non si capisce se i suoni siano stati appositamente mixati male per creare qualcosa di vintage o sono il frutto della scarsezza conclamata del produttore. Quest'ultimo punto è un mistero ma anche un peccato mortale che si ripercuote su tutte le tracce, alcune delle quali potevano anche essere accorciate nel minutaggio evitando delle ripetizioni inutili. Il trio chitarristico degli Iron Maiden: Dave Murray, Adrian Smith e Janick Gers, è capace di infiammare qualunque cosa non smettendo sinceramente mai di meravigliare il fedele pubblico, così come gli intramontabili Steve Harris e Nick McBrain che sono sempre un punto fermo dell'intera formazione. Il mitico Bruce, nonostante la dura lotta al cancro e varie vicissitudini sia di salute che familiari, non si discute e difende bene il ruolo di uno dei migliori cantanti al mondo. Quest'opera in ogni caso farà parlare e discutere a lungo per i suoi ottimi spunti ma anche per alcune cose meno riuscite, ed è proprio quello che vogliono i Maiden. Rimettersi in gioco e far parlare di loro a lungo, nel bene e nel male per non morire sotto i colpi delle mode attuali o di nuove band che non sanno ancora come scrivere la grande storia del Metal.
"A volte, quando ascolti musica con le cuffie o guardi un bel film, ti attrai, e diventi totalmente coinvolto e perso in esso ti commuovi. Questo è quello che abbiamo cercato di fare con l'album, volevamo portarti in un viaggio e farti sentire un po' meglio alla fine di tutto" (intervista a Dave Murray di Brenton Harris per Maniacs)

1) Senjutsu
2) Stratego
3) Writing On The Wall
4) Lost in a Lost World
5) Days Of Future Past
6) The Time Machine
7) Darkest Hour
8) Death Of The Celts
9) The Parchment
10) Hell On Earth
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