IRON MAIDEN

Powerslave

1984 - EMI Records

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
03/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

1984 – 2014 : trenta anni sono passati da quando è uscito il quinto album degli Iron Maiden,  “Powerslave”, eppure questo disco della line-up classica della band inglese (Harris–Dickinson-Murray-Smith-McBrain) rimane un icona incontrastata del metal anni ’80 e ancora tutt’ora considerato come uno dei migliori lavori in studio della Vergine di Ferro. Registrato ancora una volta nei Compass Point Studio di Nassau, Isole Bahamas, e per la quarta volta consecutiva sotto l’egida del produttore Martin Birch, Powerslave” ha un suono molto caratteristico, distinguibile dalle chitarre su toni incisivi ma bassi, quasi cupi. Se sul precedente “Piece of Mind” il suono era corposo e dalla timbrica classicamente metal, qui Birch sembra optare per un sound più crepuscolare lasciando segni tangibili in ogni singola traccia. La copertina di Derek Riggs questa volta è monumentale in tutti i sensi, portando Eddie nell’antico Egitto in mezzo alle Piramidi, con la Sfinge che porta le sue sembianze.  Un corteo funebre con il feretro procede nella scalinata verso il sontuoso ingresso mentre qua e là, il sagace artista inglese ha lasciato delle piccole scritte incise insieme ai geroglifici per suscitare interesse nell’ascoltatore. Sia il logo che il titolo del disco, nell’edizione vinile 1984 sono più piccole per lasciare spazio all’integrità dell’artwork. Il lato B mostra il sarcofago giunto sul posto con sullo sfondo delle ancelle, con ovviamente simbologie e geroglifici ancora in evidenza all’interno della Sfinge. Ricordo anche la difficoltà all’epoca di leggere le liriche delle canzoni, scritte in piccolo su uno sfondo colorato, con in evidenza l’occhio di Horus. 



L’album di apre con una canzone classica, ancora adessa amata dai fan maideniani di tutto il mondo, “Aces High”, uscita anche come secondo singolo dell’album. L’inizio è scandito da un riff al’unisono delle chitarra di Murray e Smith con Nicko che detta tempi quasi come una sorta di marcia militare. Poi la canzone si ferma per un istante prima del riff veloce su cui si scatena l’ugola di Bruce. La frenesia del testo e della musica rende proprio l’idea dell’equipaggio attorno ad un aereoplano: la prima strofa infatti parla delle manovre da mettere in atto non appena suona la sirena d'allarme, con le corsa dei piloti verso il proprio mezzo, la rimozione dei blocchi delle ruote e l'accesione del motori, mentre nel bridge si evidenziano la manovre spettacolari in volo (“Running…scrambling…flying” - “Rolling…turning…diving”). Quindi arriva il vero ritornello con un coro davvero melodico e spettacolare che costringerà Bruce Dickinson a sgolarsi per tutta la durata del World Slavery Tour 1984/85 . Ripetuto per due volte e con un alzata di tono finale sulla parola “High” sicuramente roboante dal vivo. Nella parte centrale Nicko con maestria stoppa con le sue rullate un breve intermezzo strumentale, che viene ripreso ancora prima della seconda strofa non senza due solo mozzafiato dell’oramai affilatissima coppia Murray / Smith. Il testo della seconda strofa è caratterizzato dalle dinamiche della battaglia degli "Assi del Cielo" con l'aviazione inglese in lotta contro gli aerei della Luftwasse, in marticolare in bombardieri M-109 citati nelle liriche. Poi ancora il corale ritornello sugli eroici piloti "Corri, vivi per volare, voli per vivere. Fallo o muori. Corri, vivi per volare, voli per vivere -Asso del Cielo". Il finale delle canzone viene lasciato al rombante finale di tamburi e piatti accompagnati dalle chitarre impazzite dei due assi (non del cielo in questo caso !). Inutile ricordare che la canzone parla degli eroici piloti degli Spitfire , i caccia della RAF che hanno eroicamente combattuto nella Seconda Guerra Mondiale contro il tentativo d’invasione dei Nazisti in Gran Bretagna, quella che fu chiamata l’operazione “Leone Marino”. Il videoclip ufficiale fu l’occasione per mostrare delle immagini storiche d’epoca e per inserire il mitico discorso dell’allora primo ministro inglese Wiston Churchill come introduzione. L’inizio del tour sarà contraddistinto quindi da questa particolare e originale voce con il mitico finale con la frase  "‘cos we’ll never surrender !”  che è diventato celebre non solo nei libri di storia ma anche nelle biografia sui Maiden. Si passa da un pezzo leggendario ad un altro: “2 minutes to midnight”, scritta dalla coppia Dickinson / Smith, in questi anni ispiratissima. Il brano è il primo singolo estratto dall’album e mostra nella cover  (sempre di Riggs) una sorta di Eddie –Rambo con tanto di mitra e bandana che punta il dito su chi guarda. Il riff di Adrian Smith, seguito dagli stop & go con cassa e rullate di Nicko sono diventati un super classico, anche dal vivo. Per altro il riff è simile a "Flash Rockin' Man" degli Accept e anche a “Stand up and shout” di Ronnie James Dio ma sfido chiunque in quegli anni a dirsi totalmente originale e non fatalmente ispirato da quello che girava intorno. I versi cantati con trasporto teatrale da Bruce portano ad un leggero rallentamento nel bridge, salvo poi sottolineare con la sua ugola il ritornello, godibilissimo e cantabile grazie al suo trasporto melodico. Seconda strofa, bridge e ritornello e poi i solo non senza un pregevole rallentamento melodico, in cui si erge il basso pulsante di Steve Harris, prima che lentamente e poi sempre più velocemente Nicko con i tom riagganci l’ultima strofa della canzone. Bello anche il finale con Bruce che sottolinea la parola “Midnight” seguita dopo tre volte da “All night !”,e già ti immagini come il pezzo possa fare faville dal vivo. Da sottolinare, la particolarità del titolo, "2 minuti a Mezzanotte": esso fa riferimento al cosidetto "Doomsady Clock (Orologio dell'Apocalisse)", un orologio simbolico con cui scienziati dell'Univeristà di Chicago hanno voluto misurare l'avvicinamento ad un apocalisse nucleare. Ebbene, nel 1953, ai tempi della Guerra Fredda, l'orologio è arrivato al massimo dell'allerta fino ad ora, ovvero due minuti a mezzanotte.  Analizzando in maniera più approfondita le liriche è evidente il disprezzo di Bruce per gi spregevoli giochi politici che stanno dietro a tutte le sporche guerre Ecco questo passaggio emblematico "Mentre i folli giocano con le parole e ci fanno danzare la loro canzone al ritmo di milioni di morti di fame per poter creare un arma migliore.". Parlavamo di Bruce come straordinario giocoliere a paroliere e basti pensare a queste liriche originali: "The blind men shout, Let the creatures out Let's show the unbelievers The napalm screams of human flames Of a prime time Belsen feast.". Per chi non crede alle crudeltà di queste guerre sporche, Bruce scrive degli orrori delle "torce umane" di Napalm (il Vietnam), e delle terribili immagini viste in TV dei sopravvisuti e dei morti di uno dei più terribili cambi di concentamento nazisti (Bergen-Belsen). Il tempo di prendere un breve respiro dopo questi due brani fenomenali ed ecco che con "Losfer Words (big ‘orra) " gli Iron Maiden ci regalano la loro terza song strumentale della loro carriera , dopo “Transylvania” e “Genghis Khan”. La canzone è ben strutturata come sempre, e il riff iniziale viene perfettamente ripreso in chiusura ma, nel mezzo ci sta tutto il ben di Dio che gli Iron Maiden sanno sempre regalare ai fan, fantastici cambi tempo, intermezzi melodici e meravigliosi intrecci delle due chitarre. Ottima, inutile sottolinearlo ancora, la prestazione di Nicko McBrain, eclettico come sempre con le sue braccia polipesche nel suonare tamburi e piatti con la consueta maestria. Pur essendo strumentale è chiaro che le suggestioni della copertina di Riggs creano quasi una sorte di immaginazione incontrollata, in cui chi ascolta sembra immergersi nella sabbie del tempo e del deserto egizio, un po’ alla Indiana Jones alla ricerca di antiche tombe e oscuri misteri, questa è la potenza evocativa che talvolta hanno le canzoni dei Maiden. Ricordo ai lettori l’unica versione dal vivo ufficiale di questo pezzo, contenuto nell’EP di “Run to the hills (live)” del 1985, nel lato B, dopo una monumentale versione dal vivo di “Phantom of the Opera”, troviamo anche “Losfer Words”, da uno dei quattro concerti dell’ottobre 1984 al Hammersmith Odeon di Londra. Chitarre che tagliano la tensione come coltelli aprono “Flash of the Blade”, con le ritmiche di Nicko forse mai così banalmente lineari senza troppo fronzoli come siamo abituati. Una velocissima rullata ed ecco Bruce attaccare le strofe con parole soffuse e pronunziate velocemente, ma con un tono quasi spregevole , fino al ritornello molto arioso, con una progressione melodica come sempre entusiasmante. Dopo la seconda strofa più ritornello, le due chitarre di Murray e Smith come sempre si sfidano in grandi sovrapposizione melodiche, di rara bellezza; non c’è un vero solo ma un traghettamento verso il chorus finale indovinato. Il pezzo mai proposto dal vivo dagli Iron Maiden è stato sapientemente utilizzato nella colonna sonora del film del regista horror italiano Dario Argento intitolato “Phenomena”. Più che riferite ad un serial killer (sebbene nel film la canzone sia abbinata ad inquadrature in primo piano della lama dell’assassino), le liriche sono un chiaro riferimento alla passione per il “fencing” come dicono gli anglosassoni, “scherma” in italiano, da parte del cantante Bruce Dickinson, che già allora mostrava qualità polivalenti in diversi campi sportivi e artistici.  Bruce parla di un “maestro d’armi che oramai ti ha insegnato tutto , e ora non temi certo la mortalità umana”, e ancora prima del tuo dovere, “Che tu sia San Giorgio o Davide devi sempre uccidere la Bestia”. Fino all’emblematico già citato momento corale di  “Morirai come hai vissuto in un colpo secco di lama. In un angolo dimenticato da tutti. Hai vissuto per il tocco per il “sentire” della lama. Un uomo solo con il suo onore”. La song successiva, “The Duellists”, ha ancora il tema della sfida, del duello non necessariamente di lame, anche se quasi sicuramente la band, e in particolare Harris, siano stati ispirati all’omonimo film  “I Duellanti”,  dove nella Francia delle battaglia napoleoniche due ufficiali si sfidano continuamente, per motivi di onore ma principalmente per futili motivi, fino allo sfinimento (Il film, forse non tutti lo sanno è stato l’esordio cinematografico, nel 1977, di uno dei più grandi registi mondiali , Ridley Scott ). La sceneggiatura è tratta da un racconto del 1908 del grande romanziere John Conrad, scrittore polacco poi naturalizzato inglese. Liricamente la tragica sfida tra i due duellanti è bene rappresentata anche nell'immagnario dalla prima strofa della canzone: "Ha gettato il guanto di sfida e tui hai fatto l'errore di raccoglierlo e ora non puoi piu tornare indietro. C'è da fare la scelta delle armi, o da fuoco o con le lame. Sai che non hai possiblità, ti farà a pezzi non appena si comincerà". Nei primi due ritornelli si parla al presente ("Combatti per l'Onore, combatti per lo Sfarzo, combatti per la tua Vita" ) mentre nel finale, a battaglia conclusa il verbo si trasforma nel passato: "Hai combattuto per l'Onore, hai combattuto per lo Sfarzo, hai combattuto sino alla Morte". Dopo una serie di pezzi vincenti “The Duellists” risulterebbe un po’ ripetitiva nelle strofe e nel ritornello, ma il condizionale è d’obbligo grazie ad un lungo intermezzo strumentale centrale dove, come se fossero gli intrecci di spade dei protagonisti del film, Dave Murray e Adrian Smith si sfidano in bellissimi solo, per altro preceduti da riff in cui le due chitarre si sovrappongono creando arabeschi e melodie semplicemente entusiasmanti.  Il lato B inizia con ancora un pezzo brillante concepito dalla coppia Dickinson / Smith, intitolato “Back in the Village” , non si capisce come mai gli Iron Maiden non l’abbiamo mai riproposta dal vivo. Pezzo dinamico, contraddistinto anche da veloci stop e go con le consuete rullate di Nicko,  il pezzo sfocia in refrain di facile impatto, Bruce si diverte da consumato parolieri a costruire doppi sensi e forse anche in qualche caso liriche “non sense”.  Il “Village” non è che un ritorno appunto al “Villaggio” , il luogo misterioso, quella sorta di prigione del fisico e dell’anima in cui era finito il protagonista di un fortunato telefilm inglese, “The Prisoner”. Già Bruce Dickinson (anche se non accreditato ufficialmente per questioni di copyright) aveva scritto un capolavoro sull’argomento, la stupenda “The Prisoner” appunto contenuta in “The Number of the Beast”. C’è in “Back in the village” un riferimento quanto mai specifico al brano precedente nella frase “I don’t have a number I’m a Name !”.  Sebbene siamo nel 1984, anni prima al suo brevetto da pilota, Bruce ha già nel sangue la passione per il volo e, nelle liriche , seppure criptiche immagina un volo sopra il "Villaggio", nella prima strofa troviamo in fatti "Punta i fari sulla gente ,gira la manopola e accendi il motore. Lancia la bomba e lasciala bruciare" e inoltre nella seconda troviamo "Lanciando i dadi, sono truccati , esce sempre il 6,- Nel buco nero mi avvito mentre si spezzano le ali" ( Nel gergo dell'aviazione militare, parlando appunto di lanciare missili /bombe il numero 6 rappresenta il Napalm). Inoltre con le cuffie e se alzate il volume c'è un incisione potremmo dire quasi "subliminale" in cui si sente scandire "six six six" con chiari riferimenti anche alla loro celeberrima canzone "The Number of The Beast". Nel finale della canzone Bruce ripete in una sorta di veloce scioglingua per tre volte "Back in the Village" prima del botto finale di "again !". Un breve intro fatta di suoni cupi, quasi un sordido battito cardiaco e conclusa con un grido soffocato che sfocia in risata malefica e l’inquietante prefazione della title-track dell’album “Powerslave”: un riff potente , suggestivo e dai contorni finali orientaleggianti apre maestosamente il pezzo. Bruce, teatrale come sempre si immedesima nel Faraone- Dio morente esordendo con questa strofa "Negli abissi sprofonderò - l'Occhio di Horus,negli occhi della notte - mi sta guardando, verde è l'Occhio del Gatto che brilla in questo Tempio, ecco Osiride risorge - risorge ancora ! " seguita da un ponte ancora più epico delle strofe, che poi sfocia definitivamente come un onda in piena in uno dei più bei chorus in assoluto della storia degli Iron Maiden ! Un leggerissimo coro in sottofondo accompagna Bruce che descrive la desolazione e la morte che aleggia intorno al Faraone e al suo popolo.  “Dimmi perchè devo essere schiavo della Morte ? Quando Colui che da la Vita muore, tutto intorno è desolazione. E nella mia ultima ora sono schiavo del potere della morte” , potere su cui non ha alcun antidoto nemmeno colui che dominava e che è stato sepolto in un grande monumento funebre come la Piramide.  Dopo il secondo verso – ponte chorus, il brano ha un netto rallentamento, quasi a diminuirne la tensione emotiva. Steve accompagna magistralmente i vari solo; prima uno molto melodico di Murray, poi l’accelerazione ritmica e lo spunto solista di Smith, prima che Murray aggiunga ancora un'altra delle sue perle soliste.  Percussioni brillanti fanno da prologo all’ultimo suggestivo verso, in cui Bruce ricorda, come una sorta di maledizione di Tutankhamon, che chi “aprirà i cancelli del mio Inferno e varcherà la mia tomba verrà colpito”. Finale stupendo, con tutta la band che sempre più velocemente lascia scorrere gli strumenti in cui però si sentono ancora arpeggi e note orientali,  quasi a darci una illustrazione geografica e storica di quello di cui stiamo parlando. Non c’è tempo per riprendersi da questo pezzo realmente mozzafiato che inizia una lunga cavalcata, di oltre tredici minuti, dal titolo quanto mai significativo di “Rime of the Ancient Mariner”. L’idea straordinaria è di trasformare in song un ballata dalla stesso nome del celebre scrittore inglese romantico Samuel Taylor Coleridge. Ci sono nel testo dei veri e propri “virgolettati”, cioè liriche prese proprio in toto dal testo originale. E’ l’anziano Marinaio sopravvissuto alla tragedia che si accinge nel raccontare le vicende della nave e del suo equipaggio: "Ascolta le rime del Vecchio Marinaio , guarda i suoi occhi sceglierne una di tre, ipnotizzando uno degli invitati al matrimonio. Fermati qui e ascolta l'incubo del mare". Le strofe di Bruce sono accompagnate dal suono di chitarra molto cupo ma travolgente di cui parlavo all’inizio, mano a mano che si procede nell’ascolto sono diversi i passaggio ritmici e melodici che piacciono e stupiscono, fino a quando l’Albatros, che doveva essere di buon auspicio, viene ucciso dalla ciurma e appesa al collo del “Marinaio”. Da qui la maledizione ha inizio e tutta la band accelera drammaticamente, sia nelle ritmiche che nel cantato sempre più ossessivo e drammatico di un Bruce Dickinson, ancora una volta in stato di grazia. L’arrivo della Nave maledetta porta uno a uno alla morte quasi catatonica di tutto l’equipaggio; “Laggiù, urla il Marinaio Laggiù una nave all'orizzonte Ma come può muoversi senza che il vento Le riempa vele e senza la marea Guarda... viene verso di noi .Si avvicina come se uscisse dal sole. Guarda... non c'è equipaggio. Non c'è vita a bordo ma, aspetta ci sono due”. Dopo questo poderoso e progressiva accelerazione musicale, il brano si interrompe per un parte narrata, tratta direttamente dal poema originale e cantata in maniera molto drammatica e suggestiva. Adesso forse si può riderci sopra, ma tornando al 1984 e ascoltandola con le cuffie, questa parte di “Rime of the Ancient Mariner” faceva veramente paura, tra la voce del narratore, lo scricchiolio delle giunture di legna dell’imbarcazione, i versi di cornacchie e l’immaginazione che può avere un ragazzino di 15,16 anni di allora nel pensare a questa nave in cui aleggia un pestilenza e una nebbia mortale ! Ma il pezzo è ben lungi dall’essere concluso: Steve Harris da il via ad un giro di basso dalla bellezza incontrastata dopo trenta anni di ascolti, ed è sublime come si incastrano perfettamente le strofe di Bruce, cantate in maniera sempre più audace fino all’urlo finale su “comes the rain”; l’epica di questo momento strumentale è da apoteosi, i due solo ancora una volta colpiscono per bellezza e tensione crescente prima che rullate e veloci  riff di chitarra riportino al tema canoro iniziale. La pioggia ha liberato la nave dalla maledizione , l’Albatros scivola dal collo e cade in mare (come in precedenza i marinai che sono caduti uno a uno come piombo in mare) e ora arriva una barca in soccorso, con il figlio del Marinaio al timone e un fantomatico “Eremita”. E, nel finale di canzone, c’è il significato educativo della ballata, con il Marinaio costretto continuamente a raccontare la storia, perché “tutte le creature di Dio devo essere amate”. Un pezzo monumentale, che passa direttamente alla storia, poche band heavy metal si erano cimentate prima , forse nessuna in un idea così geniale e in un pezzo così lungo. Qui non ci sono soli di batteria o momenti strumentali tirati inutilmente per le lunghe, “Rime of the Ancient Mariner” è un pezzo che appassiona dall’inizio alla fine, e non ti accorgi che sono passati tredici minuti.



A mio avviso “Powerslave” ottiene il massimo dei voti perché rappresenta alla grande quel periodo d’oro che va da “TNotB” a “SofSn”  (ridotti in acronimi per semplicità ma i lettori avranno ben capito di che album stiamo parlando), dove gli Iron Maiden hanno sfornato gli album migliori sotto diversi profili: musicale, lirico e scenografico. L’ultimo aspetto è ben sottolineato dal gigantesco “World Slavery Tour 1984-1985”, in cui la band ha suonato 187 concerti girando per il globo e attraversando gli States diverse volte. Un gigantesco Eddie in versione “mummy” compariva durante “Iron Maiden”, e una versione più piccola, camminante sul palco durante “Powerslave”, oltre ovviamente ad effetti pirotecnici e momenti di grande suggestione emotiva come durante “Rime of the Ancient Mariner”. Tutto questo verrà documentato nel monumentale doppio live “Live After Death” (disponibile anche in vhs), che uscirà fine 1985, mentre le prime storiche date in Ungheria, Polonia e Yugoslavia verranno filmate per i 30minuti in vhs di “Behind the Iron Curtains”; forse i Maiden non furono la prima band metal a suonare oltre la Cortina di Ferro, ma sicuramente furono molto bravi nel pubblicizzare l’evento e a mitizzare alcuni eventi, come il famigerato “matrimonio polacco” , un festa a Poznan dove i Maiden da imbucati finirono sul palco per improvvisare alcune cover sotto la testimonianza del famigerato fotografo rock Ross Halfin. Come già detto recensendo “Somewhere in Time” (l’album in studio successivo del 1986), gli Iron Maiden sono andati molto vicini dallo sciogliersi alle fine del “World Slavery Tour”, la band era totalmente spossata e devastata. Fortunatamente per noi le cose andarono diversamente. In ultima analisi, proprio in questo inizio autunno, la Parlpaphone che acquisito dalla EMI i diritti sui Maiden sta ristampando i vinili e singoli dei primi otto storici dischi , lasciandoli nella grafica e nella produzione esattamente come erano allora.


1) Aces High
2) 2 Minutes to midnight
3) Losfer Words (Big ‘orra)
4) Flash of the Blade
5) The Duellists
6) Back in the Village
7) Powerslave
8) Rime of the Ancient Mariner

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