IRON MAIDEN

Piece of Mind

1983 - EMI Records

A CURA DI
CHRISTIAN RUBINO
29/11/2019
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Il 16 maggio 1983, gli inglesi Iron Maiden trasformano ancora una volta il loro sound diventando epici e maestosi, producendo direttamente dagli inferi il quarto disco in quattro anni, intitolato: Piece Of Mind. In copertina ritroviamo la mascotte, Eddie, rasato a zero, senza la sua famosa chioma di capelli, inferocito, con gli occhi spiritati, sanguinante in viso, con una camicia di forza e incatenato con delle catene e da un collare, rinchiuso in una camera d'isolamento dalle pareti imbottite. L'immagine è terrificante perché il mostro è arrabbiato, pericoloso e uscito completamente fuori di testa. Forse è impazzito al suono delle nuove canzoni della band inglese? No di certo. In realtà, il messaggio lanciato dall'artwork dei cinque britannici è di protesta per una società moderna ma bigotta, che li accusa di essere dei demoni malefici e che vuol far credere che chi ascolta heavy metal sia uno squilibrato e un diavolo, ma in realtà - suggerisce l'opera - la vera pazzia si trova in tutti gli ambiti della vita contemporanea, dove si vive di apparenza, di superficialità e di egoismo. Come tanti gruppi metal di quegli anni, anche la Vergine di Ferro non rimane esente da accuse di satanismo, lanciate dalle principali organizzazioni religiose o da pseudo predicatori nati dal nulla pur di attaccare il combo anglosassone. Addirittura alcune di esse, l'anno prima, in occasione dell'uscita di "The Number Of The Beast", tentano più volte di boicottarne la distribuzione, giungendo al punto di bruciare varie copie del disco in pubblico. La cosa non sorprende, se pensiamo che negli "evoluti" Stati Uniti succede la stessa cosa con lo stregone Ozzy Osbourne, sia quando milita con i Black Sabbat, sia durante la sua carriera solista; ma in realtà i testi dei Maiden, in alcune tracce, smentiscono queste tesi perché sono tratte dai passi della bibbia dell'apocalisse di Giovanni apostolo. I nostri eroi giocano chiaramente col fuoco, evitando d'indicare chiaramente da quale parte stare, servendosi di questa gratuita pubblicità mediatica per far parlare del gruppo, nel bene e nel male. "Piece Of Mind" diventa così, con le sue liriche, un tentativo di sfogarsi con dell'ottima musica ma anche di calmare le acque, scacciando le critiche che li accostano addirittura al satanista anglosassone Aleister Crowley, vissuto a cavallo tra l'ottocento e il novecento. Tornando a quello che in fondo ci interessa di più, e cioè la musica, negli anni '80 il gruppo è senza dubbio una delle band più straordinarie emerse dal movimento della NWOBHM, con una sezione ritmica di punta, un armonioso e robusto gioco di chitarre e un cantante eccezionale, capace di raggiungere qualunque tonalità vocale con il minimo sforzo. In questa quarta fatica discografica, il sound è diretto ma non troppo massiccio, con tantissimi cambi di tempo e con le melodie che si mescolano alle parti più dure del platter. Questa è l'opera che consacra, nel giro di pochissimi anni, i cammini di questi giovani artisti per poi diventare un trampolino di lancio per un futuro roseo e pieno di successi. Si comincia a parlare di epicità, con queste nuove canzoni, e alcune sono tra le migliori scritte durante la lunga carriera della band, anche se qualcuna purtroppo è dimenticata per strada dal gruppo durante i tour promozionali in giro per il mondo. Questo è anche il primo disco con la cosiddetta formazione classica, con Nicko McBrain (ex Trust), come ultimo reclutato da Steve Harris per sostituire l'inaffidabile e tossicomane batterista Clive Burr. La bravura e la simpatia di Nicko sono contagiose e diventano il toccasana, per una formazione che vuole emergere e avere un futuro come guida per l'intero movimento metal. Il nuovo drummer migliora la qualità dei nuovi pezzi, abbandonando la doppia cassa e acquisendo una forte padronanza e una velocità spaventosa su quella singola, facendo migliorare ancora di più le linee di basso di Steve Harris, che purtroppo, in questa nuova fatica in studio, non sono così schiaccianti come in "The Number Of The Beast", ma sempre in evidenza e ad alto volume. Con McBrain alle pelli, la sezione ritmica dei Maiden si evolve e lo stesso miglioramento si sente nello stile vocale di Bruce Dickinson, che cresce in personalità, consacrandosi un ottimo cantante ma anche un grande animale da palcoscenico. Un altro aspetto importante è la maturazione nello scrivere ottime canzoni, cercando di raccontare una storia del passato o un racconto inventato; forma che diventa lo standard della band nei lavori successivi con poemi più competenti, più elaborati e soprattutto con più enfasi nel sound sui passaggi strumentali, dove spicca per esempio la triste storia di "Revelations", la melodia galoppante di "The Trooper" e l'epicità di "To Tame A Land". Con questa line-up, la band registra quattro album in studio (Piece Of Mind, Powerslave, Somewhere In Time e Seventh Son Of A Seventh Son) e un album dal vivo, (Live After Death) che segnano il periodo migliore e la fine dei cosiddetti "Golden Years". Questo è pure il primo platter degli Iron Maiden a non avere una title track, perché, in verità, il disco doveva essere chiamato "Food For Thought", ma all'ultimo secondo, la copertina firmata da Derek Riggs (naturalmente con Eddie come protagonista) fa dirottare la scelta su "Piece Of Mind" (Pezzo di mente). La scelta risulta azzeccata, ma andiamo adesso avanti a descrivere e analizzare tutte le tracce.

Where Eagles Dare

Se qualcuno aveva dubbi nei confronti del nuovo arrivato Mr. Nicko McBrain, i primi dieci secondi di questa epica canzone intitolata: Where Eagles Dare (Dove osano le aquile) gli farà cambiare subito idea. Ispirata dal film del 1968 "Where Eagles Dare", tratto a sua volta dall'omonimo libro di Alistair Maclean, ambientato durante la seconda guerra mondiale, il testo racconta appunto di una spedizione militare sulle montagne tedesche nel corso di una tempesta di neve. Questa è una delle canzoni più sottovalutate e snobbate nei live,  nel corso degli anni, dal combo anglosassone anche se per fortuna negli ultimi concerti  in giro per il mondo è stata ripescata ed eseguita divinamente dai cinque rockers. I potenti rulli di tamburo aprono la scena alle chitarre ferrose e corpose di Adrian Smith e Dave Murray che s'inseguono a vicenda in un ottimo fraseggio di puro metal. Bruce con la sua voce possente introduce, nei timpani metallici dell'ascoltatore, la pericolosa missione sulle Alpi bavaresi: "Fuori nevica, il brontolio dei motori ruggisce nella notte. La missione si avvicina, gli uomini spavaldi aspettano il momento per calare dal cielo". La strofa del ritornello fa precipitare con un pizzico d'incoscienza e di follia nel conflitto senza farci capire il pericolo imminente e il rischio che si corre: "Nella notte scende dal cielo, nessuno dovrebbe volare dove volano le aquile". Ritornello melodico e molto orecchiabile avvolto dai fraseggi e dagli assoli al fulmicotone di Murray e di Smith, con sottofondo il rumore delle mitragliatrici nemiche create da effetti speciali ma sostenuti dai colpi possenti della nuova recluta McBrian, che copre i compagni con una precisione e una potenza spaventosa. Il lavoro delle chitarre elettriche nella canzone è qualcosa di fenomenale e mostra quanto siano cresciuti professionalmente i musicisti, capitanati dall'ottimo Steve Harris, che riescono a creare delle atmosfere di tensione e di suspense mozzafiato soprattutto nella prima parte della traccia: "Si stanno avvicinando, la fortezza è vicina, si staglia nel cielo", per poi continuare nel proseguimento del brano a ritmi forsennati a mano a mano che si entra nel vivo dell'azione: "Si fanno strada ma potrebbe essere tardi, devono portare a termine la loro missione. Le grida di panico e il fragore delle armi risuonano per tutta la valle". Il ritmo rallenta alla fine solo al compimento dell'incarico assegnato al controspionaggio inglese, che decapiterà i vertici tedeschi del castello nemico: "La missione è compiuta, riescono a fuggire dal nido delle aquile". Nel complesso, un'ottima canzone o una potente arma, per aprire un varco, tra le postazioni nemiche dei detrattori e portare a termine il folle conflitto contro l'ignoranza generale sulla musica metal.

Revelations

Revelations (Rivelazioni). Fare una classifica delle migliori canzoni degli Iron Maiden sarebbe quasi impossibile ma credo che questa song, scritta interamente da Bruce, entrerebbe di diritto in questa speciale classifica. Sembra una ballata ma non lo è, perché se da un lato ti fa accendere l'accendino durante uno show, adesso lo smartphone, dall'altro ti rendi conto presto che c'è bisogno di muoversi, di battere la testa, saltare e pogare perché trasmette un'energia e un'adrenalina pazzesca, che esplode nelle scariche violente dei suoi riff possenti e fulminanti in contrapposizione con i fantastici arpeggi chitarristici del pezzo. Brano religioso molto interessante che ha nelle chitarre elettriche cadenzate e nel ritmo lento il segreto della sua efficace melodia, che riparte con mid tempo rapidi e improvvisi, alternando parti robuste ad altre acustiche più soft, dove la voce di Dickinson svetta in tutta la sua magnificenza, trasportando con il suo cantato nella preghiera scritta dallo scrittore inglese G.K. Chesterton: "Oh Dio della Terra e dell'altare inchinati ad ascoltare il nostro lamento. I nostri governanti terreni vacillano. La nostra gente è persa e muore. Le mura d'oro ci seppelliscono. Le spade del disprezzo ci dividono. Non toglierci il tuo tuono, ma elimina il nostro orgoglio". L'argomento è un mix ecclesiale e di fede che si scontra nelle strofe successive con la parte occulta e horror della band che prende in parte spunto dall'esoterista e satanista britannico Aleister Crowley:"Un bambino solo nell'abisso nero e non c'è motivo per un luogo come questo. Le mura sono fredde e gridano di dolore. Una via facile da far seguire al cieco. Un sentiero sicuro per i folli che conoscono il segreto dell'impiccato". In questo matto contrasto nei testi e nel sound, gli Iron Maiden dimostrano che non c'è bisogno di essere veloci con gli strumenti e martellanti con la sezione ritmica per creare davvero una robusta e leggendaria cavalcata metal. Sette lunghi minuti d'infinita bellezza, di dramma e dinamismo che confermano al top una delle migliori line-up della Vergine di Ferro, con un vocalist e un drummer al meglio della loro condizione fisica e mentale, confermando di essere i musicisti giusti nel gruppo giusto. 

Flight Of Icarus

Flight Of Icarus (Il volo di Icaro) è un'altra canzone solenne, breve ma molto evocativa con un gran bel ritornello, che s'ispira alla leggenda greca del volo di Icaro, rivista in chiave "ribelle", dove lo sfortunato personaggio mitologico rappresenta la generazione degli anni '80, che tenta di insorgere al fallimento della politica sociale inglese e occidentale. Questa song è un classico di tutti i tempi, non solo per la musica ma anche per il testo che, come scritto prima, offre una versione diversa della leggendaria storia del celebre Icaro. Il ragazzo si brucia le ali perché vuole avvicinarsi il più possibile al Sole ma cade morendo nel mar Mediterraneo: "Mentre il sole s'innalza sulla terra, un vecchio sta sulla collina. Mentre la terra si riscalda con i primi raggi di luce, un canto d'uccello spezza il silenzio. I suoi occhi sono in fiamme. Guarda la pazzia nel suo sguardo. I suoi occhi sono in fiamme. Guarda la pazzia nel suo sguardo". Dalla fervida mente di Bruce e di Adrian nasce un pezzo dall'andamento lento e trascinato da un sound tipico degli eighties, che è lanciato come primo singolo sul mercato statunitense per far breccia, e far conoscere ancora di più la band in un mercato discografico difficile come quello americano. La profonda voce del singer, l'indovinato ritornello e l'assolo tagliente di Murray sono le caratteristiche principali della traccia, che fa volare metaforicamente la band verso nuovi orizzonti con la consapevolezza di essere diventati grandi e famosi nel giro di pochissimo tempo: "Va per la tua strada, come un'aquila, Vola alto come il sole per la tua strada; vola, come un'aquila e vai a toccare il sole". Da qui in poi per Steve e soci sarà importante non montarsi la testa mantenendo i piedi per terra per non fare la fine del mitologico e incauto Icaro.

Die With Your Boots On

La ruvida Die With Your Boots On (Muori con gli stivali addosso) è l'unica canzone dell'album che non si basa su temi religiosi o a riferimenti letterari ma alle previsioni catastrofiche fatte nel passato dal francese Nostradamus e da alcuni governi per spaventare e prendere consensi elettorali. Questa è una gemma sottovalutata nell'enorme catalogo degli Iron Maiden perché nonostante non sia proposta dal vivo, possiede un grande ritmo dettato dai tempi svizzeri di Harris al basso e di Nicko alle pelli. Il cantato del divino Bruce, accompagnato dai fraseggi di chitarra dei suoi fidati commilitoni, parla di soldati e guerre evocate dai potenti del mondo per spaventare la gente e ottenere voti e potere: "Un altro profeta di sventura, che dice che la nave è perduta, che ti lascia a farne le spese, che ci deride con delle visioni, che ci affligge con la paura, che predice milioni di guerre nella speranza che ne appaia una". A dirla tutta non è cambiato nulla da quei lontani anni '80, anzi la situazione mondiale è peggiorata perché le guerre nel mondo continuano a proliferare e, qualcuno spera sempre che ce ne siano altre in modo da arricchirsi e conquistare sempre più forza politica. Non resta altro che rassegnarsi senza chiedersi il motivo dello scoppio dei conflitti bellici? O di chi è la colpa? Le guerre portano distruzione, morte e cancellano qualunque ricordo colpendo sia i soldati sia i civili. A tal proposito le strofe del ritornello sono esplicative: "Perché se morirai, se morirai. Se morirai, muori con gli stivali addosso. Se proverai, beh resta nei paraggi. Se piangerai, allontanati. Se morirai, morirai". Morire con gli stivali addosso significa per i popoli anglosassoni perire con onore, da eroi senza paura e facendo il proprio dovere. Il magnifico coro e la melodia del ritornello, ne fanno un altro pezzo eroico, da sentire obbligatoriamente dal vivo. In conclusione una gigantesca song piena di phatos e attualissima nei versi perché ancora oggi per pochi e potenti ricchi dobbiamo sacrificare le nostre vite e i nostri valori.

The Trooper

Un cavalcante e melodico riff di chitarre annuncia il secondo singolo dall'album, la devastante The Trooper (Il soldato), che è un assoluto inno metal per la carica sprigionata dall'incrocio tra le sei corde di Murray e le altre sei di Smith. Bruce, con la sua voce combattiva, dopo pochi minuti ferma improvvisamente il ritmo della canzone proclamando l'inizio delle ostilità tra inglesi e russi. L'inutile carica leggera portata avanti dalla fanteria britannica, porterà alla fine di tante giovani vite per un errato comando dato da un ufficiale di sua maestà, in una situazione militare inglese piena di contrasti, invidie e ingiustizie, trascinando in patria nel 1854 una scia di sdegno e di accese polemiche politiche: "Prenderai la mia vita ma anche io prenderò la tua. Farai fuoco col moschetto ma io ti trafiggerò, quindi mentre attendi il prossimo assalto farai meglio a rimanere perché non c'è via di scampo". Dopo la breve pausa, il fenomenale vocalist riesce a far ripartire il brano ancora più aggressivo e incazzato di prima, con un coro melodico e orecchiabile ma ossessionante, che aggiunge come suo punto di forza i prolungati e ripetitivi riff dei due eccezionali guitar hero del gruppo. Il testo della canzone è ispirato alla poesia "Charge Of The Light Brigate", di Alfred Tennyson, e racconta la storia di un anonimo soldato britannico  mandato in Crimea nel settembre 1854 a combattere contro l'esercito russo. L'uso del termine "trooper" in Gran Bretagna è un tipico modo per indicare un soldato della cavalleria di sua maestà.  Non ci sono dubbi sul fatto che questa è una delle canzoni degli Iron Maiden, più famose, per molti la migliore del disco e senza dubbio quella più iconica, dove l'artista Derek Riggs trasforma Eddie in un soldato britannico che combatte durante la "carica della brigata leggera", in Crimea. La canzone parla quindi di un ragazzo che si lancia in battaglia con una baionetta, sfidando la sorte e sparando per uccidere e sopravvivere: "La tromba suona e la carica ha inizio ma su questo campo di battaglia nessuno vincerà. L'odore acre del fumo e del respiro dei cavalli mentre vado verso una morte certa".  Purtroppo il povero soldato, dopo aver visto i suoi amici cadere sotto i colpi del nemico russo, è colpito a morte: "E mentre corriamo verso la muraglia di uomini, si sentono le urla di dolore dei miei compagni che cadono. Arriviamo abbastanza vicini per poter combattere quando un russo mi mette nel mirino, preme il grilletto e sento il colpo. Un'esplosione di pallottole abbatte il mio cavallo." È finita! Anche il giovane è trafitto e ora ha solo il tempo di fare un ultimo respiro e cadere da eroe, in una vana e subdola guerra: "E mentre giaccio là con lo sguardo fisso al cielo, Il corpo intorpidito e la gola secca, dimenticato e solo senza una lacrima, esalo il mio ultimo respiro". Grande messaggio dei musicisti e descrizione attentamente documentata, dove il nemico indicato come "russo", in questa primavera del 1983, è il famoso nemico della guerra fredda a Est dell'Europa. Ci sono anche degli indicativi parallelismi da tracciare tra l'omonimo soldato e i militari della guerra lampo delle Falkland, tra inglesi e argentini, che termina quasi un anno prima del rilascio di questo singolo. Gli eserciti sono spinti alla morte dagli ordini che ricevono... spesso sbagliati, dal momento che i nemici non sono solo i russi, nel lontanissimo 1854, ma le stesse disposizioni date dalla classe ufficiale di sua maestà la regina. Bella l'interpretazione della song, da parte di tutti i musicisti, dove spicca ancora una volta il superlativo e pulsante basso di Steve Harris, che si alza ancora all'ennesima potenza, facendo sì che le sue dita corrano più velocemente dei cavalli di cui Bruce canta durante tutta la battaglia.

Still Life

Dopo l'agguerrito e cruento attacco di "The Trooper", i rockers inglesi concedono una pausa con la bella Still Life (Natura morta). La voce stranamente distorta all'indietro del nuovo batterista Nicko McBrain, introduce questo brano subliminale e dai contorni horror. Quello che pronunzia il drummer, sembra incomprensibile a un primo e veloce ascolto, ma facendo girare il vinile al contrario, le sue parole diventano chiare: "Che cosa ha detto il mostro a tre teste? Niente che tu possa capire". A questo punto, penso ai detrattori della band, che si trovano serviti su un piatto d'argento la prova, che i cinque sono dei "posseduti" senza speranza, trovando poi conferma nelle liriche del pezzo: "Getta uno sguardo nella pozzanghera e cosa vedi, nelle scure profondità ci sono volti che mi chiamano, Non puoi vederli? E' facile vederli". L'inizio è soffuso e un po' oscuro, con le chitarre elettriche che partono con dei riff leggeri dove il bravo Bruce entra in scena con un tono molto basso nell'atmosfera da incubo partorita dalle menti geniali Murray e Harris. Poi la voce del frontman si alza e da forza a una composizione, che dopo pochi minuti coinvolge per il suo ritornello angoscioso e inquietante. Il testo è invece allegorico e si rivolge a quelle associazioni religiose che li osteggiano ma che non riescono a scalfire più di tanto l'humor e il sano divertimento degli Iron da tutte le banali accuse fin qui subite: " Sono sicuro che pensi che io sia fuori di testa. Trascorro ore guardando fisso dentro, in quella pozzanghera; qualcosa mi guida là non so cosa fare. Oh?mi prosciugano le forze. Oh?mi chiedono di rimanere. Incubi?spiriti che mi chiamano. Incubi?non mi lasceranno in pace". Questa è un'altra delle canzoni di questo disco parecchio trascurata della discografia dei cinque artisti, ma di recente il famoso disegnatore brasiliano Val Andrade, noto per i suoi video in versione cartoon, basati su brani dell'heavy metal band inglese, ha trasformato di nuovo "Still Life" in un video animato, riportandolo all'attenzione dopo tantissimi anni. Bruce Dickinson mette in atto tutta la sua bravura in questa riuscitissima interpretazione vocale, riuscendo a trascinare gli orecchi metallici dei fan direttamente agli inferi più nascosti dell'anima: "Adesso è tutto chiaro e so cosa devo fare. Devo portarti giù perché li veda anche tu. Mano nella mano poi salteremo dritti nella pozzanghera. Non vedi, non solo me, vogliono anche te. Oh?annegheremo insieme. Sarà?per sempre. Incubi?mi chiamano sempre. Incubi?adesso riposiamo in pace!" Alla fine, una sottile linea di confine tra lucidità e pazzia s'impadronisce della mente e delle coscienze degli uomini, che vivono in un modo di manipolatori e di falsi predicatori. Tutti gli organi d'informazione sono bravi a fare il lavaggio del cervello, e avere benefici economici da chi li manipola per prendersi gioco della povera e disperata gente comune.

Quest For Fire

Quest For Fire (La ricerca del fuoco) è la canzone più semplice e ironica della scaletta di "Piece Of Mind". Nella composizione i britannici prendono spunto dal film "Quest For Fire" del 1981, ispirato all'omonimo romanzo di J. H. Rosny Ainè, che narra della scoperta degli uomini primitivi del fuoco e della lotta per la sopravvivenza tra le diverse tribù. I tamburi primitivi di Nicko e le tonalità melodiche e alte del vocalist fanno partire in modo mitico, questa semi cavalcata, caratterizzata da riff ondeggianti, che si rincorrono tra di loro per sfociare in lunghi assoli appuntiti e pieni di enfasi. La stupidità e gli errori nel testo, (ai tempi dei dinosauri non c'erano ancora gli uomini sulla Terra) rendono questo pezzo più umano, sarcastico ma anche discreto perché Harris pur non creando un classico, riesce a trasmettere, con la musica e le liriche, allegria ed energie positive: "Nel tempo in cui i dinosauri, camminavano sulla terra, quando la terra era una palude e le caverne case, In un'età in cui il trofeo da possedere era il fuoco gli uomini vollero partire in cerca di terre". Niente di speciale, dopo aver ascoltato la fantastica scaletta precedente ma questo stile satirico della band colpisce perché li rende meno seri di quello che potrebbero apparire ad un primo impatto. Purtroppo la leggerezza della storia non fa decollare la song e i Maiden piantano il racconto a metà lasciando l'uditore ancora una volta interdetto: "Allora le tribù vennero per rubare il loro fuoco e i lupi ululavano nella notte, così combatterono una battaglia feroce e violenta per salvare il potere del calore e della luce". Alla fine della canzone i testi si ripetono e un potente e, veloce assolo chiude il mondo preistorico immaginato dai cinque artisti, che utilizzano la stessa formula di scrittura nella maggior parte dei solchi  dell'album: "E combatterono contro tribù di cannibali e belve alla ricerca di altro fuoco. Trascinati dalla ricerca del fuoco cercarono attraverso la terra. Trascinati dalla ricerca del fuoco, scoperta dell'uomo". "Quest For Fire" è troppo poco cosa per lasciare il segno ed è l'anello debole di tutto il platter perché il refrain è meno ispirato del solito, il minutaggio è troppo breve e la scrittura manca di idee migliori e più originali. 

Sun and Steel

Un'altra canzone tralasciata nei live dagli Iron ma fenomenale in questo lavoro in studio  è Sun and Steel (Sole e acciaio), ispirata dalla leggenda del samurai Miyamoto Musashi, considerato il più grande spadaccino giapponese della storia. Siamo di fronte ad un altro punto importante dell'opera perché questa band di uomini, figli della classe operaia, sono le vittime della casta politica e finanziaria del proprio Paese. Versano allora il proprio malcontento attraverso liriche esplicite delle canzoni, fatte di eroi, guerre e un sound molto robusto: "Hai ucciso il tuo primo uomo a 13 anni. Istinto del killer, animale supremo. A 16 anni avevi imparato a combattere. Hai preso la strada del guerriero com'era tuo diritto". Un muro sonoro, tra chitarre elettriche e batteria ci introduce nella vita e nella morte del samurai con un sound fresco, con dei riff, nei primi minuti molti ritmati ma velocissimi e affilati come una sciabola, impugnata perfettamente dalle supreme tonalità del mitico Dickinson. E' una delle migliori canzoni galoppanti e fragorose di questa era ottantiana di Harris e soci. Il ritornello entra in testa per giorni, settimane, mesi e porta a essere cantarlo a squarciagola: "La luce del sole cade sul tuo acciaio. Il tuo ideale è la morte nella vita. La vita è una ruota che gira e gira". Gemma importante di questa discografia, dove i Maiden trattano il mistero della morte, come compagna e sorella di vita, che non risparmia nessuno. Solo il trapasso sconfiggerà il forte e coraggioso spadaccino nipponico mai battuto in duello, durante la sua esistenza terrena: "Attraverso la terra e l'acqua, il fuoco e il vento, Sei arrivato alla fine, il nulla era la fine. Fai un taglio con il fuoco e la pietra. Te e la tua lama sono spezzati entrambi in due pezzi". Anche qui abbiamo un parallelismo con la società capitalistica progettata per cadere sempre in piedi e dove la frustrata classe operaia non può mai emergere per rivendicare i propri diritti, se non con una rivoluzione o con un eroe che sfidi i potenti, per portare quella giustizia nazionale invocata da tantissimi sudditi. In alcune copertine di singoli notoriamente politicizzate come per esempio: Sanctuary del 1980, troviamo Eddie uccidere il primo ministro inglese Margaret Thatcher (la Signora di ferro), così come l'artwork della cover degli Skyhooks del 1978 "Women In Uniform", presenta lo zombi Thatcher in un berretto che si prepara a vendicarsi di Eddie con una mitragliatrice secondaria. Eddy, scampato all'agguato, rappresenta il popolo della Gran Bretagna, coraggioso e altruista, ma al quale è negata la possibilità di dimostrarlo, intrappolato in un sistema istituzionale che ha rimosso tutti i paradigmi in cui la gente comune poteva mostrare tutto il proprio valore.

To Tame a Land

Ed eccoci alla conclusione, con il gran finale di To Tame a Land (Sottomettere una terra), magnifico brano che diventa nel tempo la genesi di ciò che la Vergine di Ferro sarebbe diventata più tardi nel corso della sua lunga e fortunata carriera. Il titolo di questa canzone ha una storia tutta particolare. Innanzitutto si basa sulla famosa saga fantascientifica di Frank Herbert dal titolo "Dune", e infatti, Inizialmente, il brano è stato intitolato proprio "Dune", ma dopo aver preso contatto con i rappresentanti dello scrittore, gli Iron Maiden ricevono una forte ostruzione - a Frank Herbert non piacciono le band rock, in particolare le rock band pesanti e soprattutto gruppi come gli Iron Maiden - immaginate che brutto colpo sia stato per Harris e soci questa risposta. Per prima cosa fu subito cambiato il nome della song, anche se questo avvenne nella seconda ristampa del platter perché l'album era già stato pubblicato in alcune nazioni come l'Italia e alcuni fans, come il sottoscritto, avevano avuto la fortuna di acquistare la prima edizione, dove compariva il vecchio titolo. In secondo luogo dopo il tour di supporto, "World Piece Tour", i ragazzi non eseguono  più la traccia e cancellano per sempre dalle loro liriche accenni allo scrittore americano, che tanto li ha umiliati e disprezzati davanti all'opinione pubblica. Tornando al sound, la traccia si appoggia fortemente sul basso di Steve Harris e sul lavoro di chitarra di Murray e Smith. È una canzone di sette minuti, che fa viaggiare la nostra mente e la nostra fantasia su un pianeta dell'Universo chiamato: "Dune", dove gli arpeggi iniziali sono una vera e propria cavalcata, uscita dalle magnifiche sei corde dei chitarristi: "È il re di tutte le terre, nel regno delle sabbie, in un tempo futuro, in una terra tra le stelle, in un'età futura. Regna sopra ogni cosa nella terra chiamata pianeta Dune". La melodia è fantastica, attorniata da riff ritmati, pieni di atmosfere magiche e a tratti molto serrati, creando una lunga parte strumentale che rende questa canzone perfetta ed epica per chiudere in bellezza "Piece Of Mind". La prima metà della canzone è quasi sdolcinata ma alla fine nonostante la sua lunghezza e le difficoltà di Dickinson, che nel cantato si esibisce in vere e proprie acrobazie di dizione, il superlativo singer riesce ancora una volta a sbalordire per le sue qualità, anche se le strofe non sono nulla di eccezionale e raccontano dell'ascesa di un nuovo eroe: "È una terra ricca di spezie, i cavalieri della sabbia e i topi lo chiamano "Muad'Dib". Egli è Kwizatz Haderach. È nativo di Caladan e prenderà il Gom Jabbar. Verrà il tempo in cui avanzerà diritto sulla sua corona e allora i nemici saranno abbattuti. Messia supremo, vero leader degli uomini, che opporrà resistenza al male e al fuoco che si propaga sulla terra". Arrangiamento elaborato e convincente, per un'altra testimonianza artistica, lasciata ai posteri da questi incredibili e abilissimi musicisti.

Conclusioni

Musicalmente, questo capolavoro presenta delle nuove influenze sonore estrapolate dal rock progressivo degli anni '70, essendo così meno compatto rispetto alle precedenti registrazioni in studio, grazie anche all'inserimento di brani più melodici e strutturalmente più complessi. La novità assoluta è però lo stile più tecnico e raffinato di Nicko McBrain rispetto al suo predecessore Clive Burr, il quale era invece più diretto e incisivo. Con il nuovo batterista, il gruppo ha finalmente una formazione stabile per la prima volta da molto tempo, e con il formidabile Bruce Dickinson, gli inglesi confermano di non essere una meteora ma una nuova e potente realtà heavy metal, capace di conquistarsi un posto importante nella scena metal mondiale. Il tour di supporto al platter, chiamato "World Piece Tour", fa impazzire migliaia e migliaia di fans soprattutto negli USA, terra musicalmente difficile per tutte le formazioni europee, ottenendo un enorme successo e portando tantissima popolarità alla band. La grande forza dei Maiden sta nel fatto di portare, nel giro di pochissimi anni, i suoni duri ed estremi dell'heavy metal dai pub di periferia ai grandi stadi riempiti dalle band mainstream, e di far esplodere un nuovo movimento di ribellione giovanile chiamato "New Wave Of British Heavy Metal (NWOBHM)", nato in una fase di grande difficoltà economica della Gran Bretagna, con elevatissimi tassi di miseria, di disoccupazione e di delinquenza. In più, questi metalheads suonano e cantano con tanta passione perché cresciuti con l'ottimo hard rock degli anni '70, influenzati dal metal dei Judas Priest e dalle funeste liriche dei connazionali Black Sabbath. Questo connubio, mischiato alla rabbia per l'insoddisfacente situazione politica britannica - ma anche internazionale - che genera disagi e violenza soprattutto nelle grandi città e negli stadi, è la forza ma anche la potenza del loro originale sound. L'unico sfogo per evitare che la violenza urbana degeneri portando disordini e vittime, è fare arrivare il disagio e la speranza attraverso l'aggressività del metal, unico strumento pacifico possibile di riscatto ed emancipazione sociale. Purtroppo, oggi l'heavy metal classico vive un momento di crisi per l'attenuarsi di quest'attitudine ribelle verso il sistema (almeno nella musica dura), e soprattutto, per la mancanza di un ricambio generazionale adeguato. Resistono ancora oggi gli Iron, anche se in fase calante, e pochissimi altri gruppi anni '80, ma alla fine anche loro dovranno abdicare e la domanda nasce spontanea - chi li sostituirà? Un altro punto fondamentale che colpisce in "Piece Of Mind", a parte la grande produzione, è che questo disco, rispetto ai primi album, ha otto su nove brani in scaletta pieni di riferimenti letterari, cinematografici e di racconti storici. Un cambiamento repentino per un gruppo che, agli esordi, da un lato era molto vicino al suono punk ma dall'altro era anche in contrapposizione a formazioni come Sex Pistols e Clash, che negli eighties dominavano le classifiche musicali. L'accostamento era per lo più nei testi, dove si parlava solo di prostitute, gente arrabbiata, alcolizzata ed emarginata dalla collettività. Per fortuna gli Iron Maiden, nonostante le grandi difficoltà iniziali nel trovare spazio e visibilità, riescono, nel corso degli anni, a mettere le fondamenta e creare le basi per quello che poi sarà per antonomasia il metal classico dei mitici anni '80, facendo tantissimi proseliti in giro per il pianeta, e contribuendo alla nascita di alcuni sottogeneri musicali come lo speed e il trash metal, che ancora oggi resistono a fatica alle nuove mode. A distanza di trentasei lunghissimi anni queste magnifiche canzoni rimangono emozionanti, potenti e senza tempo, regalandoci un capolavoro assoluto che rimarrà per sempre scolpito nella roccia e nei nostri cuori d'acciaio. Grandissima e unica pietra miliare che ogni buon vecchio e giovane metallaro deve obbligatoriamente possedere a casa nel proprio scaffale di dischi, o nel proprio computer o ipod in formato mp3 - come vi pare, ma bisogna averlo! Nonostante sia passato molto tempo e siano cambiate le tecnologie, il disco continua a non temere confronti con le pietre miliari del genere e con l'intera discografia di successo della Vergine di Ferro.

1) Where Eagles Dare
2) Revelations
3) Flight Of Icarus
4) Die With Your Boots On
5) The Trooper
6) Still Life
7) Quest For Fire
8) Sun and Steel
9) To Tame a Land
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