IRON MAIDEN

Piece of Mind

1983 - EMI Records

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
17/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Piece of Mind” è il quarto lavoro in studio della Vergine di Ferro e, dal punto di vista di chi vi scrive il miglior album degli inglesi, anche se per soli pochi millesimi rispetto ad altri masterpiece memorabili come “The Number of the Beast” , “Powerslave” , “Somewhere in Time” e “Seventh Son of a Seventh Son”. Il lavoro in studio svolto dal produttore Martin Birch è stato veramente straordinario; il suono che hanno le chitarre di Adrian Smith e Dave Murray , se ci pensate, anzi se avete ascoltato bene, sono meravigliosamente metal, quella timbrica che possiamo definire heavy metal tipico di quegli anni.  Per non parlare della parte ritmica , con l’onnipresente pulsare del basso di Steve Harris e delle percussioni del nuovo acquisto, Nicko McBrain! L’allora 31 enne simpatico drummer è la vera novità dell’album e delle nuove canzoni. Personaggio straripante e dalla risata fragorosa e contagiosa (oltre che da un volto scolpito con un naso da pugile) Nicko ha già alle spalle una discreta carriera da musicista. Le band con cui ha suonato fin da giovanissimo sono abbastanza lontane dall'hard rock, dal 1975 in poi ha militato negli Streetwalkers, nella Pat Travers Band, nei Blaze Blazer e tra altre variegate partecipazioni anche con il trio Donovan McKitty con cui in un festival nel 1980 in Belgio venne a contatto una prima volta con gli Iron Maiden. Successivamente si unisce alla punk band francese Trust e incide nel 1981 “Marche Ou Creve” e la band in tour  incrocia diverse volte sul palco gli Iron Maiden.  Rod Smalwood e Steve Harris hanno oramai messo Clive Burr alle strette, il talentuoso batterista sembra non essere più in grado di garantire perfomance e impegno nella band al 100% a causa anche di alcuni “vizi” tipici della vita da rock star.  Dunque giunge la grande occasione per Nicko, quella di salire su un cavallo vincente che, a giudicare dai tre album precedenti, è in continua risalita nelle classifiche di tutto il mondo. Non posso dilungarmi oltre, in fase di recensione di “Piece of Mind”, sulla differenza di stili tra i due drummer, sono proprio due modi di suonare la batteria non dico all’antitesi ma profondamente e radicalmente alternativi: Clive era un portento, non mollava un colpo e picchiava con il piglio del batterista metal, Nicko proviene da una scuola blues/jazz, ha uno stile personalissimo e non ama ripetere lo stesso registro dal vivo, spesso cambia battuta o piatto a piacimento, improvvisando molto e con un tocco sui tom molto meno violento rispetto a Clive, sebbene con una rullata di tamburi che sono diventanti il marchio di fabbrica di ogni canzoni degli Iron Maiden. Tornando al disco, la copertina ancora una volta ovviamente firmata da Derek Riggs, ci propone un Eddie per la prima volta “calvo” con la camicia di forza e incatenato in una cella da manicomio.  Sul retro sembra aprirsi una porta sul cielo e notiamo, come sull’album precedente, un citazione biblica, ancora una volta presa dall’Apocalisse di San Giovanni. Per la prima volta il vinile è apribile, con a sinistra una foto della band seduta a tavola mentre viene servita su un vassoio come pietanza niente di meno che il "cervello"; a destra i testi delle canzoni, con una simpatica foto che ritrae sotto un armatura sia Derek Riggs sia Martin Birch. Come si è letto sia nelle biografie ufficiali che non, l'album inizialmente doveva chiamarsi "Food for thought", mentre Clive Burr viene congedato "amichevolmente" con un ringraziamento nei credits: "A very special thanks to Clive Burr; Good Luck Mate!". Purtroppo di fortuna Clive non ne avrà molta nella vita, dopo aver suonato in diversi progetti musicali senza grandi risultati, allo sfortunato batterista viene diagnosticata la sclerosi multipla e morirà il 12 Marzo 2013, ironicamente lo stesso giorno in cui compiva gli anni Steve Harris impegnato in Europa con i suoi British Lion.



La band proprio in apertura dell’album colloca la bellissima “Where eagles dare” che è , di fatto, la prova d’esame di Nicko. Subito uno spettacolare ingresso dello stesso McBrain dà inizio alla danze, sottolineate dai suoni di chitarra rotondi e corposi di cui parlavo prima.  La canzone ha solo due strofe, ottimamente interpretate dal solito evocativo e teatrale Bruce Dickinson, perché nella parte centrale inizia un bellissimo fraseggio tra i due chitarristi Adrian e Dave, sia ritmico che solista con in sottofondo, quasi impercettibili i suoni di mitragliatrici che sparano all’impazzata. “Dove osano le Aquile” tradotto in italiano è anche un classicissimo film di guerra con Richard Burton ed un giovane Clint Eastwood come protagonisti. Tutt’ora questo film viene inserito in cicli, anche nelle edicole dedicati ai film sulla Seconda Guerra Mondiale. Steve ne trae spunti per un testo ispirato,  ascoltando la canzone si possono quasi immaginare le altezze vertiginoei delle Alpi Bavaresi e le difficoltà di scalare le montagne tra neve e il ghiaccio. La colonna sonora del film, in pratica una marcia militare epica, verrà utilizzata come intro ai concerti del “World Piece Tour 1983”. Non ci si è ancora ripresi dall’emozionante ingresso al disco, che potenti chitarre introducono in maniere epica e maestosa le prime strofe di Bruce Dickinson e la canzone “Revelations”. Pregevoli gli stop ritmici seguiti da poderosi accelerazioni che ricordano sempre che stiamo parlando di un band metal. Le strofe più lente sono cantate in maniera quasi commovente da Bruce, davvero in stato di grazia assoluta così come il basso di Steve che sottolinea tutti i passaggi importanti. Il finale riprende l’impatto devastante delle chitarre iniziali fino al finale lasciato ad un ultimo sussulto di Dickinson con la semplice frase “It is you”. Pezzo accreditato al cantante finalmente, dopo che sull’album precedente erano stati oscurati alcuni suoi credits per evitare di pagare della penali (clamoroso il pezzo “The Prisoner”, ufficialmente scritto da Harris e Smith ma sicuramente nei testi in realtà scritto da Dickinson). Nelle lyrics Bruce si affida alle sue conoscenze letterarie, infatti la strofa con cui inizia “Revelations” è presa da un inno di G. K. Chesterton. Inoltre, come verremo a sapere anni dopo, non disdice neanche un certo interesse per Aliester Crowley, il controverso scienziato inglese , accusato di diverse nefandezze ai tempi del fascismo in Italia nella sua breve permanenza in Sicilia ma, in generale di essere un appassionato dell’occulto, se non addirittura satanista dai più estremisti.  Ebbene Bruce giocando con le parole, riesce a creare un oscura visione del mondo, tra citazioni religiose, riferimenti letterari e suggestivi doppi sensi.  Il significato preciso della canzone forse non è mai stato rivelato del tutto certo vi è una sorta di misticismo che non può lasciare indifferenti come la frase meravigliosa “The eyes of the Nile , are opening you’ll see!”. Il brano successivo è il primo singolo estratto dall’album, quella “Flight of Icarus” il cui video vede per la prima volta nella band l’utilizzo della grafica computerizzata, sebbene molto grezza, non dimentichiamo che siamo solo nel 1983! Le altre immagini vedono la band in studio impegnata nei  “Compass Point Studio” di Nassau nella Bahamas dove è stato registrato l’album. Nulla come sempre viene lasciato al caso negli Iron Maiden e, nel video compare anche su una collina Nicko McBrain incappucciato e truccato di blu! Musicalmente la canzone è breve ma molto evocativa, con un meraviglioso ritornello epico e memorabile in cui il povero Icaro va incontro alla morte. Si perché la canzone, scritta da Dickinson e Smith, trae spunto dalla leggenda mitologica di Icaro e di suo padre Dedalo che fu a sua volta tradito. Geniale la copertina del singolo che vede Eddie volare con un lanciafiamme dopo che ha sciolto le ali di cera al povero Icaro, in caduta libera!  Tornando al brano piace il finale con la chitarra di Dave Murray lanciata a tutta velocità, prima dell’ultima “Fly as high as the sun” cantato da Bruce con un urlo a squarciagola lasciato nel finale. La passione per il volo del cantante forse si manifestava già in questa iperbole dedicata alla leggenda di Icaro.  Si passa ad un brano più rilassato, quasi hard rock come “Die with your boots on”, che inizia con fraseggi di chitarre interrotti ritmicamente per poi marciare con la classica cavalcata del basso di Steve sino ai memorabili  backing vocals del bridge, in cui lo stesso Steve insieme ad Adrain inseguono le domande retoriche di Bruce. Ritornello che melodicamente viene ripreso nella parte centrale solo citando il titolo della canzone, momento interessante che varia il tema e spezza in due parte i solo di Dave e Adrian. “Morire con gli stivali indossati”  è un modo di dire dei paesi anglosassoni e in particolare anche del Far West, cioè si intende morire con onore, senza aver paura o dar credito ai soliti millantatori e venditori di fumo.  Bruce nel testo parla del “francese” riferendosi alla famose quartine di Nostradamus e sulle profezie di sventura. C’è un tema a mio avviso anche ancora attualissimo, cioè quello della paura che inculcata nella masse attraverso i mass media può essere utilizzata dai politici per controllarci. In sostanza il brano, pur essendo anomalo nella discografia dei Maiden rimane piacevolissimo per i cori, un toccasana anche da suonare dal vivo, tanto per variare registro musicale. Il mitico lato B di “Piece of Mind” inizia con la celeberrima “The Trooper”.  Secondo singolo dell’album, dalla copertina talmente popolare da essere messa anche sull’etichetta della birra della Robinson Brewery di Stockport inventata dagli Iron Maiden e che porta appunto il nome di “The Trooper”.  Il brano, è proprio il caso di dirlo, è una tipica cavalcata metal in stile maideniano, le chitarre di Adrian e Smith si intrecciano in un riff leggendario che accompagnato dalla parte ritmica dal solito basso pulsante di Steve e dalle rullate di Nicko non giunge ad un vero ritornello ma ad uno straripante coro epico, che sottolinea da solo l’immagine dei 600 cavalieri all’attacco delle postazioni russe di cannoni in Crimea. Si perché  i  “Noble six hundreds” della “Light Brigade”  da noi sono conosciuti nei libri della storia come “La carica dei 600”, ovvero l’epica carica della cavalleria leggera inglese lanciata al suicidio a Balaclava, in Crimea il 25 ottobre del 1854.  Ancora una volta gli Iron Maiden sanno mischiare roboante musica metal con immagini e scenari leggendari e da film, creando nell’ascoltatore davvero suggestioni uniche. Tornando a Baraclava e all’aneddoto storico, va detto che l’ordine di dare l’assalto fu un errata interpretazione di Lord Cardigan ad un messaggio ambiguo giunto dal comando di Lord Reglan, in un contesto, quello militare inglese, pieno di contraddizioni, rivalità, ridicole burocrazie e ingiustizie sociali descritte bene in film e centinaia di libri. Nella canzone successiva ancora Nicko McBrain, il nuovo arrivato è protagonista; infatti con la sua inconfondibile voce registrata in un messaggio al contrario, tanto da sembrare quasi una frase in latino con una sorta di “rutto” ma che in realtà è proprio un invito ai detrattori religiosi a lasciare stare i Maiden. Stiamo parlando dell’introduzione di “Still Life” , pezzo solido e ben studiato dagli Iron Maiden. Ancora una volta Bruce è superlativo nel modo teatrale in cui interpreta la canzone, seguito da una ritmica brillantissima che mette in luce le qualità tecniche di Nicko.  Ritornello con voci soprapposte come sempre ma ben delineato, come è molto incisiva anche la parte centrale con gli immancabili contributi solisti di Adrian e Dave.  Il finale è ancora lasciato a Nicko in dissolvenza con la frase “Yeah, It’s fucking great!”.  “Quest for Fire” è senza dubbio l’anello debole dell’album: la citazione storica delle liriche è ancora mirabile, ma musicalmente il pezzo risulta opaco e anche pesante nell’ascolto.  Il gioco di batteria che apre e chiude la canzone già è ridondante, poi le strofe mettono in qualche situazione imbarazzante Bruce con talvolta una voce troppo alta, fuori registro.  Il ritornello non è ne male né bene, lascia abbastanza indifferenti, così come non brilla nemmeno la parte centrale. Le liriche sono state sicuramente ispirate all’omonimo film del regista franco-canadese Jean Jacques Annoud del 1981 che ha sua volta aveva usato come sceneggiatura il libro del 1909 sempre con lo stesso nome. Si parla delle disperata ricerca del “fuoco” essenziale nella vita de primi umanoidi e della lotta per la sopravvivenza tra diverse tribù.   La frase “In un epoca dove i Dinosauri erano sulla Terra” possiamo definirla una licenza poetica da parte della band, dato che i dinosauri e gli uomini è stato provato che non hanno vissuto nello stesso periodo di tempo e, per altro non sono citati né nel libro né nel film. Ma agli Iron Maiden possiamo anche concedere questa distrazione e altro ancora! "Sun and Steel"  ha la velocità e la freschezza di esecuzione che in pochi casi gli Iron Maiden hanno avuto in tutta la loro storia, del resto lo dimostra anche la durata relativamente corta, rispetto ai classici 6/7 minuti di media. Meno ispirata e mirabolante rispetto sia a “Flight of Icarus” sia a “The Trooper”, la song è comunque piacevolissima nel ritornello, ma anche per le strofe con riff veloci e ancora una volta un Bruce meravigliosamente nella parte. Si narra questa volta del leggendario samurai Miyamoto Musashi, morto nel 1645 dopo aver dedicato tutta la sua vita all’arte del Samurai, e ad aver vinto il primo duello a 13 anni come la band ha precisamente riportato nelle strofe dai suoi diari. Siamo arrivati all’ultima traccia, dove solitamente i Maiden regalano sempre qualcosa di memorabile da lasciare ai posteri. Ebbene  “To Tame a Land (Dune)” è un altro esempio scaturito dalla mente geniale di Steve Harris! Fin dal vento che trascina la sabbia all’inizio, sugli arpeggi meravigliosamente epici di Murray siamo calati su una pianeta sconosciuto dove si svolgono le vicende descritte nel libro “Dune” di Frank Herbert. La canzone assume nelle strofe un ritmo sempre più orientaleggiante, non ha un vero ritornello ed è bellissima l’accelerazione finale dove si inseguono Dave e Adrian in maniera spettacolare, un po’ come avveniva nei Priest tra Downing e Tipton.  Dal vivo, Dave Murray allungava il finale per un bellissimo momento solista, piuttosto raro nella storia degli Iron Maiden.  Tornando al titolo, agli Iron Maiden fu vietato per un assurdo ostruzionismo preconcetto l’utilizzo del titolo “Dune”, tanto che la EMI fu costretta a chiedere alla band di cambiare titolo, appunto in “To tame a land”. Dal vivo Bruce ha spesso sbeffeggiato lo scrittore americano, brutalizzandolo nelle presentazione della canzone, che è stata eseguita dal vivo solo nel 1983.



In conclusione “Piece of Mind” è un album a mio avviso ancora più completo del suo leggendario predecessore, l’impressione è che l’ingresso di Nicko abbia dato nuova linfa e nuove idee ritmiche e in più la band si è divisa bene i compiti di scrittura rendendo l’album vario ed eterogeneo.  Ma, come dicevo all’inizio, è lo straordinario lavoro in fase di mixaggio dei suoni a fare di questo vinile, poi diventato cd un album ancora attualissimo, quel suono metal che abbiamo amato e che ha suscitato dei sussulti al cuore, che ricordiamo ancora ogni volta che si riascoltiamo queste nove canzoni. In aggiunta a quanto detto, dopo alcune sceneggiate dei predicatori televisivi americani e alcuni assurdi tentativi di censura da parte di pseudo comitati governativi, gli Iron Maiden puntano decisamente a parlare nei testi di battaglie storiche, guerre e libri d’avventura, lasciando da parte l’anima nera del rock o comunque qualsiasi riferimento a gruppi satanici o quant’altro. Dal vivo la stessa “Revelations”  (celebre la sua presentazione alla Long Beach Arena nella vhs di “Live after Death” da parte di Bruce Dickinson) viene quasi presentata come la “risposta” a queste critiche assurde che avevano coinvolto il metal in generale, in particolare gli album del madman Ozzy Osbourne.  Ancora più spettacolare sarà lo sfogo lirico di Bruce (coadiuvato da Steve) nel 1990 con il pezzo “Holy Smoke”: mai forse gli Iron Maiden si erano spinti così oltre nell’attaccare qualcuno, ma come dargli torto, quando questo qualcuno era un fantomatico tele-predicatore che si faceva dare soldi dalla povera gente per parlare delle sacre scritture? Di questo avremo modo ancora di parlarne mentre “Piece of Mind” entra di diritto nei 10 dischi metal più belli mai pubblicati.


1) Where eagles dare
2) Revelations
3) Flight of Icarus
4) Die with your boots on
5) The Trooper
6) Still Life
7) Quest for fire
8) Sun and Steel
9) To tame a land (Dune)

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