IRON MAIDEN

No Prayer for the Dying

1990 - EMI Records

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
03/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Dopo il fortunato “Seventh tour of a Seventh Tour", gli IRON MAIDEN si sono presi una pausa quanto mai meritata per tutto il 1989, fatta eccezione per  l'uscita, quasi a fine anno, della storica vhs “Maiden England”. Nel 1989 però, a sorpresa, Adrian Smith incide con i alcuni suoi vecchi compagni d’avventura l’album “Silver and Gold” sotto il nome di “A.S.a.P” acronimo di “as soon as possible”, ma nel caso specifico di Adrian Smith and Project. “Silver and Gold” è un disco orientato verso l'hard rock melodico, sicuramente molto più soft rispetto a quello che hanno inciso fino ad ora gli Iron Maiden. Sul disco Adrian è anche lead vocals, tornando al suo ruolo che aveva nei piccoli Urchin, band in cui militava prima di unirsi alla Vergine di Ferro. Un album, come forse era prevedibile, assolutamente non compreso dai fan, se non dai feticisti che snobbano quasi in massa l’uscita discografica. L’indecisione di Adrian comunque di dedicarsi più ai suoi progetti che al 100% sui Maiden, spinge il sergente di ferro Steve Harris nel forzare la sua fuori uscita dalla band. Sappiamo oramai come la pensa Steve, già era successo con altri membri precedenti: o sei dentro alla band con tutta l’anima e il corpo, oppure devi lasciare! Dunque poco prima delle incisioni di quello che sarà l’ottavo album in studio della band, No Prayer fo the Dying gli Iron Maiden si ritrovano senza la spalla storica di Dave Murray e, opteranno per l’ex chitarrista dei White Spirits e Ian Gillan’s band tale Janick Gers. Originario di Hartlepool, nord est dell’Inghilterra, Janick ha appena inciso insieme a Bruce Dickinson nella primavera 1990 l’album “Tattooed Millionarie” ed quindi Bruce a proporre il suo inserimento negli Iron Maiden. Bellissimo e particolarmente significativo circa lo spessore etico dell’uomo in questione, l’aneddoto più volte riportato dalle cronache che prima di accettare di entrare negli Iron Maiden, Janick chiese telefonicamente il “permesso” allo stesso Adrian Smith. Chiaro che i fan cominciano ad essere preoccupati e ne hanno ben donde; prima Adrian annuncia un album solista e dopo pochi mesi lascia gli Iron Maiden, poi c’è l’annuncio che Bruce ha realizzato anch’esso un progetto solista, che sia la fine anche della sua permanenza nella band ? Almeno per il momento il frontman di Worksop rimane in piante stabile negli Iron Maiden e i primi di ottobre “No prayer for the Dying” esce in tutto il mondo, preceduto dal singolo “Holy Smoke” di poche settimane. Per quello che riguarda musicalmente e liricamente il singolo ne parleremo dopo, intanto diciamo che il suono risulta molto scarno, così come la voce di Bruce è molto roca, simile a come ha cantato su quello solista e del resto non potrebbe essere diverso essendo i due dischi stati registrati più o meno in contemporanea. La band anche nelle interviste ufficiali dichiara di voler abbandonare le scenografie roboanti e tornare ad atmosfera più soft e anche musicalmente si parla di pezzi più semplici e diretti, simili a primi due dischi. Curioso che sia proprio Bruce Dickinson ha pubblicizzare il ritorno ai vecchi tempi, tipo l’album “Killers” quando in realtà lui non faceva parte però della band.  Ascoltando il disco, registrato con la Rolling Stones Mobile, in pratica nello “studio fienile” nell’Essex dove vive Steve Harris, l’impressione è che oramai Martin Birch, leggendario producer giunto oramai al settimo disco (ottavo con il live) , non abbia più alcuna presa sulla band ma, anzi, sia oramai in balia del carisma di Steve, che determina pesantemente le scelte del suono anche come produzione, e che alla fine risulta obiettivamente meno curata degli album precedenti. Parlando di Iron Maiden non si può mai prescindere dall’artwork di copertina; ebbene anche qui ci stiamo avvicinando ad un cambiamento epocale. Derek Riggs firma una delle ultime copertine degli Iron Maiden in pianta stabile, salvo poi collaborare dopo il 1990 solo saltuariamente. Eddie ancora volta risorge dalla tomba, prendendo per il collo il povero guardiano del cimitero (sebbene nella ristampa della intera discografia del 1998 il guardiano improvvisamente scompare dalla copertina !), torna anche la sua folta capigliatura  mentre la back cover presenta una foto lugubre della band di notte in un cimitero con i cinque membri che indossano rigorosamente giubbini di pelle nera. 



Un suono di chitarre all’unisono basso e sporco è l'apripista dell'opener “Tailgunner”, prima che arpeggi melodici aprono alla prima strofa di Bruce. Il brano è diretto, senza fronzoli e tutto sommato piace il chorus, ripetuto per ben quattro volte: “Sali nel cielo, senza chiederti il perché, tu sei il cannoniere di coda”. Nicko detta il classico cambio di tempo nella parte centrale della canzone in cui spiccano i due solo: lo stile di Janick non è certo simile a quello di Adrian e si nota subito, ma tutto sommato è accettabile. Torna la voce cattiva ma un po’ troppo rozza e rauca di Bruce che, pare aver spremuto un po' troppo la sua ugola nei tour precedenti. Il brano è accreditato alla coppia Harris / Dickinson con le liriche affidate a Dickinson. Il cantante ci propone ancora una volta un tema aviatorio, a lui molto caro: questa volta si parla dei cannonieri di coda (“tailgunner” appunto) durante la Seconda Guerra Mondiale. Nella prima strofa si descrive lo scenario tipicamente notturno con crudeli luci che scrutano l'orizzonte in cerca di obiettivi da abbattere, mentre si combatte casa per casa tra la vita e la morte. Viene citato il massacro di Dresda, perchè storicamente fu un bombardamento massiccio senza precedenti, con migliaia di morti tra i civili. Nella seconda strofa Bruce ironizza sulle tremende armi di distruzione di massa che oramai possono determinare l’esito di un conflitto nucleare, non ci sono più oramai i "bombardieri di coda" ma un unica grande bomba, come quella sganciata dal “Enola Gay”, (così venne "battezzato" l'aereo bombardiere) su Nagasaki e Hiroshima. Versione picture e alternative di “No prayer…” mostrano un bellissimo artwork di Riggs con Eddie posto in coda ad un aereo militare con quattro mitragliatrici. La seconda traccia del disco è la già citata “Holy Smoke”, primo singolo e forse liricamente la più spietata canzone polemica scritta dagli Iron Maiden. Ma procediamo con ordine; un brillante incrocio melodico tra Murray e Gers apre maestosamente la canzone, prima che subentri Nicko con la classica rullata di tamburi.  Ancora un volta Bruce è ostico e aspro nel cantare ma, diciamo che ci può stare visto i toni polemici delle liriche. Il chorus è complesso e articolato, prima che "le armi" tornino in mano ancora a Dave e Janick, quest’ultimo con un riff blues e molto armonico. I due solo mettono in evidenza gli stile diversi dei due chitarristi; Murray e Smith avevano un intesa innata, Gers per il momento mostra uno stile un po’ grezzo e senza grande personalità, difficile da digerire per i fan di Adrian Smith. L’impressione è che sia lo stile old-school , ma sempre dall’impatto felice di Murray, a tenere in piedi anche dal vivo la band. L’ultima strofa è preceduta ancora dalle melodiche chitarre iniziali prima del chorus ed un ultimo sospiro plateale di Bruce nel finale. Il senso è chiaro, è come se si fosse levato un peso, come per dire “questo è tutto quello che volevo dire sui predicatori televisivi americani !”. Si perché gli strali polemici di Bruce Dickinson sono rivolti a questi “imbonitori” delle pay-TV americane che rubano soldi sfruttando i poveracci e i creduloni predicando la Bibbia. In particolare in quel periodo  tra la fine degli anni 80 e i primi del 90 finì nei guai giudiziari Jimmy Swaggart (“Jimmy il Rettile” citando “Holy Smoke”), capo dei “Telepredicatori”  della Chiesa Pentecostale. Non è assolutamente una canzone contro la Chiesa come istituzione o contro la religione cattolica in generale, anzi ! Nel testo infatti Bruce attacca proprio questi falsi seguiaci della Bibbia: Dio si è fatto uomo ed è morto sulla Croce per insegnarci dei valori che questi imbonitori della Pay to Pray TV hanno violentato; non dicono bugie, ma nascondo la verità, scelgono loro quali siano i libri da leggere e la musica da ascoltare ed il loro unico interesse è quello di diventare ricchi e acquistare macchine di lusso. Il “Fumo Sacro” è una sorta di rogo dove Bruce vorrebbe arrostire questi "falsi preti" un pò come i roghi che loro stessi vorrebbero fare con i dischi e i libri considerati "maledetti". Il videoclip, anch’esso concepito senza tante pretese come un po’ tutta la filosofia che gira attorno a “No prayer..” è filmato nei campi attorno al fienile della residenza di Steve Harris. Non mancano scene esilaranti come Steve che finge di suonare il basso dietro il trattore di suo papà,  Bruce scatenato come sempre in mezzo a girasoli e Janick in piscina con una finta chitarra giocattolo. Ma, forse su tutte e a dimostrazione anche di quanto oramai sia più un amico che un consigliere musicale, il “povero” Martin Birch con parrucca e look sadomaso imbarazzante che prende di fatto in giro gli scandali sessuali di Swaggart. Da notare come Eddie stesso (nell'artwork del singolo) si vendichi dei telepredicatori gettando tra le fiamme le pay-TV, al contrario di come fanno loro che danno fuoco a pire di dischi da loro maledetti. Il terzo brano è la title track, concepita dal solo Harris, “No prayer for the Dying” appunto. L’ingresso delle chitarre è come sempre melodico e crea subito un senso di malinconia che ben si addice alle liriche del pezzo", partiture di tastiera accompagnano il riff iniziale, oramai non sono più da qualche anno un tabù negli Iron Maiden. Bruce è accompagnato da accordi lenti nelle strofe ed esprime in questi passaggi  la sua migliore performance di tutto il disco. Bellissime chitarre epiche fanno da intermezzo tra le liriche prima che il pezzo prenda un netto cambio di tempo, con un accelerazione poderosa che mette in evidenza il basso martellante di Harris. Il primo assolo è di Murray seguito da Gers prima che poderose rullate di tomi di McBrain riportino alle ultime strofe drammatiche di Bruce, molto più accelerate che all’inizio. Di cosa parla questa "nessuna preghiera per il morente" ? Ebbene parla delle domande esistenziali che ogni essere umano dall'alba della civiltà si domanda. In particolare ci si rivolge a Dio in una sorta di disperata richiesta d'aiuto; perchè talvolta le nostre domande vengono soddisfatte e altre volte disattese ? I sogni ricorrenti e premonitori possono essere un via per capire il futuro ? C'è davvero una vita nell'adilà ? Tematiche che attanagliano ognuno di noi, talvolta come un macigno sulla coscienza e che ci fanno riflettere soprattutto nel momento del dolore e della sofferenza per la perdita di una persona cara. Nel finale, piuttosto brusco della canzone Steve e come se chiedesse a Dio disperatamente delle risposte a queste domande ancestrali. Il bassista fondatore degli Iron Maiden tornerà spesso anche in album successivi su queste tematiche e sul rapporto tra l'Uomo e Dio. La canzone, potenzialmente, potrebbe rientrare tra le classiche della band ma, a conclusione dell’ascolto, si ha subito un sensazione di pezzo incompiuto, come se soprattutto il finale fosse stato improvvisato. Del resto questa è la sensazione che aleggia come vedremo su tutto l’album, forse proprio per quella scelta discutibile da parte dei Maiden di tornare alle origini, lasciando da parte però una maggior cura degli arrangiamenti. Una tipica espressione gutturale di Nicko seguita da un meraviglioso spunto di Dave Murray apre “Public enema number one”, pezzo scritto dal biondo chitarrista insieme a Bruce Dickinson. La canzone ha una struttura piuttosto classica con due strofe + chorus , un meraviglioso assolo di Murray in un crescendo armonico da brividi e poi la strofa + chrous finale ripetuto due volte dopo un ottimo cambio di tempo della coppia Harris / McBrain. Bruce, già ispirato come non mai sul piano solista, anche su questo nuovo album dei Maiden ci invita a riflettere, dopo gli strali contro i predicatori televisivi, sul tema degli ambientalisti ipocriti. Il titolo già è un gioco di parole tra “Nemico pubblico numero uno” e “Clistere pubblico numero uno” (in inglese enemy/enema). Nella strofe troviamo uno scenario tipicamente da metropoli "malata": probabilmente riferita a città come New York e Los Angeles ma che si potrebbe anche estendere alle megalopoli come CIttà del Messico o Rio de Janeiro per fare due esempi. Mentre interi quartieri vivono nella povertà e nell'inquinamento ambientale c'è il classico politico che si sciacqua la bocca per i giornali parlando di ecologia e di tutela per l'ambiente. Ma lui cosa gli ne importa in fondo ? Tanto ha il suo biglietto di solo uscita dall'Inferno grazie alla sua macchina ultimo modello che usa a tutto gas per sfrecciare sulle strade, mentre i bambini piangono di paura e i giovani sono devastati dal nuovo tipo di droga che ottenebra le loro menti. Bellissima la frase coniata da Bruce che tradotto in italiano è "Il sogno della California mentre la Terra grida morendo". Il Lato A dell’edizione in vinile originale si conclude con “Fates Warning”. La canzone è preceduta da un intro strumentale piacevole che credo si possa accreditare a Dave Murray, co-autore del pezzo insieme a Steve Harris che ha curato anche le liriche. Sembra quasi una sorta di quiete prima della tempesta e, come vedremo, ben si adatta anche alle liriche. Il pezzo vero e proprio è up-tempo brillante sottolineato dalla ritmiche robuste dettate da Steve, dalla tecnica sopraffina di Nicko alla batteria e ben interpretato questa volta da Bruce, con la sua consueta teatralità. Prima dei solo e del finale, c'è spazio ancora per altre drammatiche liriche accompagnate dal solista, cavalcata di basso e da rifiniture di chitarra. Il ritornello, ma direi le liriche in generale della canzone, ancora un volta non banali ma ben costruite, parlano di come il destino sia incerto per ognuno di noi e di come non sappiamo quale siano le forze che lo guidano. Sono le mani amorevoli di Dio che ci danno conforto e che ci guidano durante il giorno, oppure è il Diavolo in persona che ci da il colpo di grazia con la falce ? Di fronte ad accadimenti naturali e devastazioni come terremoti e uragani l'umanita rimane attonita e i sopravvisuti si domandano che tipo di segnali siano: la Fine del Mondo ? Un punizione per i propri peccati ? Solo di una cosa possiamo esere certi, ci dicono gli Iron Maiden, "non un solo potere è in gioco nello spettacolo della vita”. ” La successiva  “The Assassin” , anche solo per omonimia , fa subito pensare alla canzone “Killers” , e anche al nome dell’album a cui i Maiden hanno spesso fatto riferimento durante le interviste di rito. Nel riff diabolico e cupo iniziale, caratterizzato anche dall’ottimo lavoro di Nicko dietro le pelli la canzone promette molto bene, Bruce canta maleficamente sottolineando quasi cinicamente i termini più spregevoli, il suo è il punto di vista del sicario, colui che si compiace degli omicidi e che vuole sangue e morte . Egli osserva ogni movimento della vittima, ascolta le telefonate che fa, segue con attenzione le sue abitudini e persino cerca di capire il mondo in cui pensa. Senta l'adrenalina scorrere e l'eccitazione del momento cruciale che arriva. Peccato che musicalmente il ritornello sia un po’ sciatto e ripetitivo, con quel coro spento “fai attenzione”, mentre Bruce dichiara “Perché sono l’assassino”.  Dopodiché arriva un’ accelerazione scontata, per chi oramai conosce vita , morte e miracoli dello stile Maiden, contraddistinta da due ottimi solo veloci della coppia Gers / Murray. A seguire l’ultima strofa e il chorus a finire. In fondo si rimpiange molto “Killers”, quello si che era un brano devastante per il cuore e per le orecchie metalliche ! Ancora un volta rimane quella sensazione di un brano buttato nella mischia senza crederci troppo, quel senso di incompleto di cui parlavo prima. Dopo il tema aviatorio e diciamo quello “omicida” ritorna un'altra tematica già affrontata dagli Iron Maiden, il tema epico-navale con “Run Silent Run Deep”. L’inizio del brano è caratterizzato da arpeggi di chitarra lenti e soffusi che creano la giusta atmosfera emotiva; improvvisamente subentra tutta la band compreso Bruce che si diverte a cantare in maniera minacciosa e teatrale e si giunge con grande rapidità al primo chorus , piacevole e ben strutturato. Una sorta di marcetta melodica con protagonista le due chitarre fa da preludio ai solo, prima di una classico riff armonico, tipicamente maideniano e della strofa + chorus finale.  La canzone si conclude ancora con gli arpeggi iniziali, questa volta accompagnati da Bruce che ribadisce il ritornello per l’ultima volta. Il riferimento lirico è ispirato ad un vecchio film di guerra del 1958 gradito in particolare al cantante e intitolato appunto “Run Silent Run Deep”. La “morte silenziosa” di cui si parla nelle liriche è quella per affogamento, visto che il sottomarino colpisce segretamente le navi mercantili nemiche. Le liriche desrivono bene questo clima di calma piatta, in cui periscopi scrutano nel buoio e le navi vengono colpite mentre gran parte dell'equipaggio riposa. Lo scafo nelle nave squarciato, le scialuppe di salvataggio sono distrutte e si sente la puzza oleosa del petrolio con i poveri malcapitati marianai finiscono che così tra le braccia del “Davy Jones”, così chiamato nelle leggende anglosassoni il mostro che inghiotte negli abissi marinai gli affogati. Malgrado la sua partenza, sul disco rimane ancora un traccia scritta da Adrian Smith, in compagnia di Bruce Dickinson: si tratta di “Hooks in you”.  Brano piuttosto anomalo della intera carriera degli Iron Maiden, più ammiccante verso un certo glam/hard rock. Il riff iniziale è piuttosto elementare, con Nicko che detta il ritmo anche con il campanaccio , mentre le strofe registrano sempre quello stile grezzo nel cantato di Bruce fino al ritornello che, dalla seconda strofa in poi, è diviso in due parti, la seconda delle quali è contraddistinta da ottime armoniche di chitarra che seguono il cantato più pulito di Bruce; tutto sommato buono lo spunto solista di Janick. Visto che si parla di una donna è viene citato nella prima strofa il numero 22, molti hanno pensato ad un linea di continuazione con le vicende della prostituta Charlotte , già citata in due canzoni degli Iron Maiden  (“Charlotte the Harlott”, e “22 Acacia Avenue” per la precisione), in realtà ai tempi Bruce ha dato una spiegazione che ci aiuta a capire sia l’ispirazione sia il testo di questa canzone . Facendola breve lui e la seconda moglie Paddy Bowden stavano cercando casa e si sono imbattuti in una che aveva una stanza con degli strani ganci industriali appesi, secondo Bruce utili per del sesso sadomaso omosex. Da qui l’ispirazione dei “ganci” presenti nella canzone,  che poi in realtà parla di un marito che seppellisce la moglie sotto il cemento per via del suo tradimento! Certo che, tra doppi sensi e strane perversioni, le liriche conservano comunque una certa ambiguità, vedi ad esempio il chorus : “Uncini in me, uncini in te, uncini nella soffitto con quella sensazioni di essere ben appesi. Nessun grande affare , nessun peccato grave, appeso all’amore ho questi uncini dentro di te”. Considerate poi che nello slang inglese, “well hung”, più che “ben appesi”, indica genitali maschili di grosse dimensioni ! La penultima canzone dell’album è, in sostanza una “cover” di un pezzo di Bruce Dickinson scritto per la colonna sonora del quinto episodio del film horror “Nightmare on Elm Street" (Il capitolo era "The Dream Child"). Il pezzo evidentemente è piaciuto anche a Steve Harris, di conseguenza gli Iron Maiden lo hanno registrato e proposto come secondo singolo; uscì poco prima di Natale 1990 , sfruttando anche il periodo festivo con scarse uscite discografiche se non le classiche raccolte. Bring your daughter…to the slaughter” , questo il titolo della song, ha ottenuto un sorprendente n.1 nella classifiche della charts singoli UK,  un risultato clamoroso per una band heavy metal; si può anche obiettare che gli Iron Maiden nei dieci anni precedenti hanno scritto singoli e canzoni più belle di “Bring your daughter..” ,ma il risultato rimane storico. Peraltro a mio giudizio, il pezzo originale della band solista scritto per la colonna sonora rimane di gran lunga superiore, anche perché prodotto in maniera più accattivante per il mercato americano da Chris Tsangarides. Un inizio tipicamente hard & blues stile AC /DC apre la song, con in evidenza le percussioni di Nicko e distorsioni di chitarra di Janick, poi similmente al brano “The Assassin” le parole cantate da Bruce sono accompagnate da arpeggi di chitarra quasi subdoli che creano un atmosfera oscura con in evidenza il basso di Steve che detta le ritmiche. Le liriche, più che con precisi riferimenti a Freddy Krueger, il cattivo seriale di "Nighmare" parlano in realtà una sorta di rito di passaggio di una giovane dall'adolescienza al mondo adulto, la paura di coricarsi a dormire (e quindi di sognare) è legata al ciclo di mestruazione (così' ha dichiarato lo stesso Bruce). Il losco protagonista chiede di essere invitato dall porta sul retro, per poter potersi "divertire" prima che la vita della ragazza diventi la sua tomba .Il ritornello è abbastanza piacevole e, per la verità anche inquietante con la frase “Porta tua figlia al massacro – lasciala andare “. Seconda strofa e chorus e dopo un breve interludio gestito da Bruce (“Lascia stare pure il tuo orgoglio, no c’è via di ritorno né posto dove nascondersi”), c’è un buono assolo di Janick Gers che sfocia poi in un vistoso rallentamento ritmico. Qui c’è un botta e risposta (“Porta tua figlia – vai a prenderla”)  prima dell’ultimo chorus che verrà intelligentemente utilizzato dal frontman per interagire con il pubblico dal vivo, dove la song ha un impatto sicuramente di maggiore spessore che da studio. Finale al fulmicotone, con tutti gli strumenti tirati, tipicamente rock mentre Bruce dopo una serie di “lasciala andare” lancia un ultimo monito con “verrò a prenderti !”. Certo anche qui ci stannno alcuni doppi sensi ironici, intesi ad esempio come un padre che lascia andare la prorpia figlia a divertirsi anche in senso dissacratorio e la parola "massacro" è stata ovviamente messa per legarsi alla trama horror del film. Nell'artwork del singolo, l'irriverente Riggs mette tra le braccia fameliche di Eddie nientemeno che l'amata ballerina sensuale del cartoon di Roger Rabbit. Come tradizione, tipicamente maideniana,  l’ultima traccia dell’album è come sempre la song “epica” scritta da Steve Harris, dal titolo “Mother Russia”.  Inutile sottolineare come, essendo caduto il Muro di Berlino un anno prima, nel 1989, la canzone è chiaramente ispirata al declino del cosiddetto “socialismo reale” e quindi dell’egemonia russa sul cosiddetto “Patto di Varsavia”. La canzone, comprensibilmente non amatissima dai russi, parla come vedremo di un paese finalmente libero e non più “schiavo” della dittatura del Cremlino; sappiamo che in realtà molte di queste teoriche e presunte libertà siano tuttora ancora una utopia nella Russia di Putin. Tuttavia, considerazione politiche a parte, che non ci interessano in questo contesto, torniamo al brano in questione: basso e chitarra aprono in maniera epica il brano, prima che subentri un parte lenta accompagnata da sintetizzatori, un po’ come la parte centrale di  “Seventh Son..”. Quindi ecco un riff tipicamente “made in Russia”, che ricorda proprio le marce militari e i cori della Armata Rossa con Bruce che riecheggia il passato glorioso degli Zar : “Madre Russia , come stai dormendo, nel bel mezzo dell’Inverno e del vento gelido. Dalle piante scivolano i fiocchi di neve creando delle figure come fantasmi. Madre Russia, grandezza poetica, raccontami le storie del tua Grande Impero. Reminescenze di tempi oramai passati.”  Subentrano ancora synth e un momento particolarmente progressive strumentale, prima che Nicko irrompa con i piatti e rullanti che introducono un poderosa parte strumentale con protagonista le due chitarre di Murray e Gers. Un po’ ricordando “Dune” un po’ ricordando “Alexander the Great”, la canzone sembra un la somma di tanti pezzi epici scritti dagli Iron Maiden.  Nel finale torna la marcetta epica con un finale un po’ troncato con l’ultima strofa “Madre Russia, danza delle stelle. Tiene alta la tua testa ricorda chi sei. Puoi rimuovere la rabbia e le ferite. Puoi essere felice ore la tua gente è libera". Chiaro che parlare della lunga storia secolare dell'Impero Russo in poche righe sia impossibile e non sono certo gli Iron Maiden a doverne scrivere la storia. E' chiaro che sull'onda dei grandi cambiamenti politici e geografici in campo, i Maiden hanno pensato di interpretare questo momento come una liberazione per il popolo russo "oppresso" dal regime comunista. Certo celebrando i fasti degli Zar si celebra comunque periodi in cui c'erano i servi della gleba e più o meno le stesse ingiustizie del regime comunista. Anche per questo liricamente e come vedremo anche muicalmente la canzone sembra quasi solo un abbozzo senza troppo impegno. Durando “solo” 5.33 minuti anche con “Mother Russia” si ha l’impressione di un pezzo incompleto, troppe auto citazioni ridondanti e manca sicuramente la cura dei particolari a cui i Maiden ci avevano abituati sugli album precedenti.



In conclusione “No prayer for the dying” non rientra sicuramente tra i migliori album degli Iron Maiden, nemmeno nel parere dei fan più accaniti. Pur avendo comunque un buon successo commerciale (fu secondo in classifica in molti paesi soltanto perché c’erano i “fuoriclasse” dei 3 Tenori della musica lirica che dominavano le charts) l’album è stato per scelta incentrato sul basso profilo. Il tentativo di tornare all’atmosfera dei primi dischi si è per la verità dimostrato velleitario e per giunta anche a livello lirico i Maiden sembrano un po’ troppo tornare su temi già trattati.  Come già accennato il suono del disco non è dei più esaltanti perché a mio avviso dopo anni di collaborazione redditizia , il grande produttore Martin Birch non è più in grado di dettare legge; è complice e amico della band che ha preso il sopravvento con Steve Harris sempre più factotum. Come fecero proprio in quell’anno i Judas Priest con il grandissimo “Painkiller”, dove ruppero l’oramai inutile collaborazione decennale con Tom Allom, forse anche i Maiden avrebbero dovuto cercare un altro produttore per dare nuova linfa al suono. Sappiamo anche dell’importanza nella bilancia della band che ha il carisma di Bruce Dickinson; ebbene, se dal lato della scrittura delle song e della perfomance dal vivo Bruce rimane a livelli stellari, c’è da registrare un calo vocale notevole, come sottolineato più volte nell’analisi track by track. Spossato dai tour precedenti ? Scelta del cantante di cantare in maniera così rauca ? Certo che attualmente da studio e dal vivo canta molto meglio di quel periodo che va dal 1990 al  1993. Aggiungo poi un ultima importante considerazione, sebbene “No prayer…” sia un album comunque dignitoso e anche con almeno 4,5 canzoni di spessore, già da questo album si comincia a mio avviso a sentire la mancanza di un chitarrista tecnico e dal punto di vista ritmico impeccabile come  Adrian Smith.  Conoscendo la sua maniacale cura dei particolari, certi arrangiamenti sarebbero stati sicuramente meglio di come sono stati registrati, per non parlare anche del suo contributo compositivo. Per bilanciare la questione, va detto che Janick Gers si è inserito molto bene nella band a livello umano: personaggio intelligente e colto è autore di spettacolari e acrobatiche perfomance con la sua sei corde dal vivo, facendosi subito amare dal pubblico degli Iron Maiden. Ai tempi di “No prayer…” Janick arrivò quando tutte le canzoni erano già pronte in studio, darà certamente un contributo superiore a livello di scrittura da “Fear of the Dark” in poi.


1) Tailgunner
2) Holy Smoke
3) No Prayer for the Dying
4) Public enema number one
5) Fates Warning6 The Assassin
7) Run Silent Run Deep
8) Hooks in you
9) Bring your daughter…to the slaughter
10) Mother Russia

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