IRON MAIDEN

Killers

1981 - EMI

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
11/10/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Killers” rappresenta senza ombra di dubbio un'altra pietra miliare dell'heavy metal, un album che molti considerano ancora oggi il migliore degli Iron Maiden e, senza ombra di dubbio anche il migliore con Paul Di’Anno  come cantante. Abbiamo già ricordato nella recensione del primo omonimo masterpiece degli Iron Maiden come Adrian Smith sia subentrato nella band al posto di Dennis Stratton, portando un contributo fondamentale, anche a livello di personalità. Adrian Smith è di natura schivo, un perfezionista nel suonare ma anche in ogni singolo dettaglio della propria vita, un pignolo come diremmo noi. Ebbene la sua personalità comunque forte, insieme a quella del “sergente di ferro” Steve Harris faranno pendere la bilancia decisionale a favore del leader carismatico fondatore della band. Perché il biondo Dave Murray, strepitoso con la sua fender sul palco, in realtà è un personaggio molto mite e timido fuori dal palco, poco incline a prendere decisioni clamorose. Il carattere ribelle e totalmente fuori controllo, per via anche di pericolosi vizi tipici della vita rock on the road, mette spesso in contrasto durante il Killer World Tour 1981 Di’Anno e Harris, fino all’allontanamento del cantante e crea, ben presto anche i presupposti della fuori uscita di Clive Burr. Tornando all’album storico del 1981, appunto “Killers” l’artwork firmato da Derek Riggs a mio avviso è tutt’ora uno dei simboli degli Iron Maiden; Eddie capellone che uccide con un accetta la sua vittima, stoicamente aggrappata alla cintura dei jeans del suo carnefice è una capolavoro assoluto. I fan si immedesimano subito nel titolo e nel disegno, con alle spalle delle due persone in primo piano (di cui la vittima quasi invisibile) un quartiere luci rosse (si nota la scritta “Sexy Shop” e il “Runskin Arms”, uno dei pub dove hanno suonato i primi concerti i Maiden ), dove scorrazzano gatti neri, qualcuno sbircia dalle tendine dalla finestra e qualcun altro invece è impegnato a fare sesso. Martin Birch, qui soprannominato dalla band “The Headmaster” (e lo si vede nella back cover con tanto di mazza da baseball in mano!) è il grande nome dietro la console della quale gli Iron Maiden hanno bisogno come il pane; a Willy Malone non fregava nulla di questi cinque ragazzi ambiziosi dell' East End londinese, Birch sa, invece, di avere tra le mani una band che ha talento e voglia di affermarsi e saprà sfruttarne almeglio le caratteristiche. Oltre a quanto già detto, sebbene già conosciuti a Londra a livello underground da qualche anno, nel 1981 non c'è nessuna band che suona uguale agli Iron Maiden, per la verità nemmeno ora dopo oltre 30 anni.  Lo stile "Maiden" ovviamente creato dalla mente fervida di Steve Harris è inimitabile, perchè basato, come vedremo su "Killers" da un'originalissima alchimia tra melodia e tipica ferocia metal, con stucchevoli cambi di tempo e accelerazioni. In quel periodo c'erano band come Saxon e Motorhead che picchiavano duro ma senza la genialità delle canzoni dei Maiden, c'era l'hard rock di grande qualità come quello dei Sabbath o degli Whitesnake e melodico come dei nascenti Def Leppard ma, forse ad eccezione dei soli Judas Priest (che però con lo spento "Point of Entry" avevano deluso i fan inglesi, un album distante anni luce dal metal dei Maiden) sono stati gli Iron Maiden ad essere una tra le band più seminali negli anni successivi. Sottogeneri del metal, come thrash e il power non si sarebbero sviluppati senza il tipico sound dei Maiden, semplicemente si è cercato sempre di suonare pezzi più veloci non rinunciando alla melodia che hanno reso la band inglese celebre in tutto il mondo, compresa la scelta di copertine "disegnate" per non parlare del logo della band, spesso di ispirazione anche per altri nomi anche a livello grafico. Analizziamo ora come di consueto l'album nella analisi track by track.



The ideas of March”, “Le idi di Marzo” appunto è la stupefacente strumentale che la band sceglie come introduzione all’album. Pezzo originariamente proposto dal vivo da Thunderstick, pittoresco batterista dei Samson (che suonava in una gabbia vestito di pelle tipo sadomaso) e che ha fatto parte per un breve periodo anche dei Maiden , è una strumentale totalmente re-arrangiata come intro dell’album. Le rullate di Clive Burr su cui Dave e Adrian intrecciano le loro chitarre creano un clima suggestivo ed epico, prima che una marcia ritmicamente emozionante ci trascini verso gli assoli di chitarra.  Sembra un preludio a qualcosa di sconvolgente, come poteva essere l’assassinio di Caio Cesare (le famose coltellate di Bruto & co) oppure ad un uragano imminente. Nel finale si torna ancora al riff iniziale, con le rullate di Burr che chiudono i battenti con velocissimi rintocchi di piatti, è il preludio ad uno dei giri di basso più leggendari del metal, l’inizio di “Wrathchild”! Sono poco meno di tre minuti di adrenalina pura, heavy metal trascinante dalla prima all’ultima nota.  Il suono prodotto da Birch emerge in tutta la potenza delle chitarre che quasi esplodono dallo stereo, l’andamento spettacolare e il ritmo dettato prima dal basso, come detto e poi dalla sovrapposizione delle due chitarre di Murray/Smith crea un muro sonoro devastante su cui Paul Di’Anno scarica con rabbia le proprie frustrazioni fino al veloce ritornello, ripetuto per tre volte con tutta la sua selvaggia testimonianza. Un veloce controtempo di Burr prelude ad un piccolo ma devastante break strumentale su cui è sublime Dave Murray con un solo spettrale ma quanto mai in tema. Tutta la band torna a marciare con i ritmi già sentiti per la seconda strofa, più il ritornello prima della ultima drammatica sentenza canora “I’ll coming to get you”  e l'urlo finale da parte di Di’Anno. Ancora molte cose ci sono da dire su questa canzone: innanzitutto è un pezzo che gli Iron Maiden suonavano già da anni  (come si può apprezzare sulla prima storica vhs “Live at Rainbow”) e inoltre una versione con diversa line-up era già stata incisa sulla raccolta “Metal for muthas”. La decisione di inserirla nell’album “Killers” è dovuta principalmente alla presenza di Adrian Smith che ha aggiunto alcune rifiniture di chitarra proprio sul ritornello. Per quanto riguarda le liriche, il protagonista è proprio un “figlio irato” che va alla ricerca spasmodica di una persona, che io ho sempre interpretato come il padre,  che da quello che capiamo non è stato certo una grande figura e lo si intuisce fin dalla prima strofa: Sono nato in un mondo. Di ira e avidità Di sopraffazione e persecuzione” , più avanti “Ora passo il tempo nel cercare un uomo impossibile da trovare  Finché non lo troverò, non smetterò mai di cercarlo, devo trovare il mio uomo viaggiando per il mondo.  Ancora oggi, cari lettori e me dopo tanti ascolti fanno ancora venire ii brividi e la pelle d'oca queste prime due tracce. veramente un ingresso trionfale da parte degli Iron Maiden.  La terza traccia è caratterizzata da breve interludio iniziale, caratterizzato da un basso sempre più preponderante di Steve Harris è l’inizio quanto mai esaltante di “Murders in the Rue Morgue” con la successiva esplosione sonora della chitarre insieme a tutta la band, prima di un break che permette a Clive Burr di dare un nuovo start ritmico alla canzone, selvaggia e brutale nelle strofe, prima di un ottimo cambio di tempo nel ritornello.  Il ritornello verrà ripetuto per ben tre volte nell’incalzante seguirsi di strofa più chorus, prima di un pregevole intermezzo melodico con l’incrocio spettacolare delle chitarre di Murray e Smith (non c’è infatti un vero e proprio solo nella canzone). Paul Di’Anno si dimostra perfettamente all’altezza del compito con un ottima prestazione vocale, districandosi come il personaggio protagonista delle liriche, che scappa per le strade di Parigi inseguito dai gendarmi che lo hanno visto chinarsi con le mani insanguinate su un corpo femminile, ma il colpevole non è lui!  Sia nel titolo, che nelle liriche ci sono chiari riferimenti al “Delitti della Rue Morgue”, celeberrimo racconto giallo di Edgar Allan Poe.  In realtà gli Iron Maiden traggono ispirazione più che altro per il titolo, perché poi nelle liriche si parla ad esempio del gorilla autore fisico degli omicidi nel giallo di Poe, anzi sembra che siamo di fronte ad un personaggio schizofrenico, poiché nella frase “Lo so che è solo nella mia mente, il dottore dice che è un cosa che ho fatto in precedenza”. Dunque è veramente lui l’assassino delle due giovani vittime o è solo una suggestione? Curiosamente nel testo di cita anche l’Italia come luogo d’esilio (altro fatto che non c'entra nulla con il racconto di Poe) nelle liriche : “Ora devo scappare dalle braccia delle giustizia, tutta la Francia mi sta cercando, devo trovare un modo sicuro per attraversare il confine, giù verso l’Italia.”  Ancora uno strepitoso Clive Burr introduce ad “Another life” prima dell’ingresso di chitarre melodiche è di un bellissimo assolo di Dave Murray.  Ancora un ottimo Di’Anno con la sua voce talvolta rauca traghetta l’ascoltare verso un falso ritornello, in realtà solo strumentale con un bellissimo arpeggio in sincronia ancora una volta delle due chitarre. Come ricordavo anche in fase di recensione del primo album omonimo, i testi della canzoni talvolta sono un po’ ingenui, oppure poco fantasiosi anche perché scritti in giovinezza da Steve. Infatti le strofe di “Another Life” vengono banalmente ripetute per ben tre volte (un po’ come accadeva su “Iron Maiden”) . Liriche per la verità un po’ criptiche: il protagonista della vicenda “Sente delle voci nella sua mente” che gli consigliano di scappare via ma “sono così stanco di vivere che non so se arriverò alla fine del giorno”.  Parafrasando anche il titolo della canzone, appunto “un'altra vita” sembra un sorta di rito di passaggio, dove il protagonista sembra essere pronto per la vita dell’aldilà. Il finale della canzone è caratterizzato dal feroce martellamento di tamburi e piatti di Burr, su cui all’assolo di Murray si aggiunge anche un tocco di classe finale di Smith. Ancora velocissime rullate di Burr in unisono con un velocissimo riff di chitarra sono l’apripista per la meravigliosa cavalcata epica di “Genghis Khan” , altra sublime perla strumentale dopo “Transylvania” del primo disco. Non essendoci un testo sono le chitarre a parlare, e allora ci immaginiamo questo grande condottiero mongolo a cavallo che attraversa gloriosamente le steppe russe! Una meravigliosa accelerazione, scorbutica ma in tema epico, sembra quasi darci l’idea di una battaglia campale in cui si incrociano lame e scudi, prima di un altro passaggio bellissimo con echi di riverberi di chitarra sublimi, quasi una sorta di marcia trionfale dopo la vittoria! Insomma, come avete capito, questi poco più di tre minuti di pezzo strumentale sono quasi la colonna sonora epica delle imprese di Genghis Khan, talmente gli Iron Maiden riescono a creare suggestioni e visioni quasi mistiche attraverso la loro musica. Persino il finale, ritmato da Steve Harris e dal solito strepitoso Clive Burr, sono quasi una sorta di epitaffio sulla fine di una leggenda, con le ultime delicate note che ci lasciano quasi il gusto amaro che tutto sia finito troppo presto. Ancora il basso di Steve in rilievo, prima dell’ingresso feroce di batteria e chitarre nella successiva “Innocent Exile”, brano spesso sottovalutato dal vivo dai Maiden ma dalle grande potenzialità, di fatto abbandonato dopo la fuoriuscita di Paul Di’Anno. Qui il frontman trova pane per i suoi denti districandosi nelle strofe ritmate e lasciando spazio a curiosi vocalizzi nel falso ritornello. Si, perché “Innocent Exile”, come già era successo con “Another Life” non ha un vero chorus cantato ma un ottimo spunto strumentale con in evidenza la batteria di  Burr.  Ancora un volta, tema molto ricorrente nei primi due dischi, si parla di omicidi: in realtà questa volta il protagonista non è un sadico killer, ma un uomo innocente costretto a sfuggire dalla legge che lo accusa di aver ucciso una donna. Sembra un caso giudiziario sfortunato, un inutile accanimento dato che non ci sono prove di colpevolezza vere. Il finale è turbolento con l’urlo finale di Di’Anno sulla frase “Oh, I’m Running” seguito fragorosamente dal resto della band. Il Lato B del vinile originale si apriva ancora con un maestosa cavalcata di note di basso di Steve Harris, è il preludio alla title-track, l'inquitante "Killers"! Le urla selvaggie di Di'Anno fanno da preludio al vero riff ritmico di Adrian su cui Dave costruisce un suono malefico, tagliente come la lame che brilla nella notte al chiarore di luna del misteriosi "assassini" che inseguono la vittima predestinata. Il ritornello è quanto mai perentorio e le liriche sono state totalmente modificate rispetto alla versione che i Maiden suonavano dal vivo da diversi anni.  Il ponte centrale è stupendo con Steve che si unisce nei backing vocals prima dei due solo, in sequenza prima Murray e poi Smith . Liricamente la canzone è una perfetta sceneggiatura per un film horror: il protagonista è un malato psicopatico che insegue le sue vittime in una sorta di bieca religione dell'odio, godendo delle loro urla che chiedono pietà e gaurdandole sanguinare e crollare mortalmente ferite a terra (un po' come rappresentato da Derek Riggs nello straordinario artwork già citato). Vi chiedo Fedeli Lettori (si proprio come usa dire Stephen King che un po' ci azzecca con gli assassini!) di fermarvi un attimo a riflettere su quanti guruppi metal si siano ispirati a testi come quello di "Killers". I primissimi Helloween, i Mercyful Fate, i Metallica, gli Slayer, i Kreator, gli Exodus. Quanti di loro nell'immaginario dei testi hanno creato dei serial killer sanguinolenti , spregevole e votati al male assolto? Un canzone tipicamente in stile primi Maiden, selvaggia, veloce e incisiva anche nei testi abrasivi. La successiva canzone è un brano che non ti aspetti su “Killers” né tanto meno in generale degli Iron Maiden; “Prodigal Son” è una sorta di progressive-rock ballad, se proprio vogliamo trovare un'etichetta che lascia annichiliti, da un lato per la sua bellezza assoluta e autentica, dall’altro per come questa strepitosa band sia in grado anche di spaziare a 360 gradi nel rock.  Il brano inizia con chitarre acustiche geniali, ben ritmate da rullate di Clive Burr, prima che il tutto prenda spessore per una cavalcata ritmica ovviamente comandata da Steve fino all’ingresso di Paul. Un modo di cantare più intimistico e melodico rispetto all’aggressività punk di altre sue interpretazioni, probabilmente la sua prestazione più alta da quando è nei Maiden. Nel mezzo della canzone, in questo clima sublime si inseriscono alla perfezioni i due solo di Murray prima e Smith successivamente. Il riferimento alla parabola biblica del “Figliol Prodigo” è lampante ma, in realtà nel testo si parla anche della figura mitologica di “Lamia” e molto probabilmente, essendo grande fan dei Genesis, Steve Harris è stato ispirato dalla loro canzone “The Lamia” del 1974.  Comunque che si tratti della Bibbia o della Mitologia Greca è chiaro che il protagonista è pentito delle proprie azioni: “Sono in ginocchio, ti prego aiutami. Lamia di prego aiutami,  Il Diavolo ha nelle sue mani la mia anima e non vuole lasciarla libera.  Lamia, sono vittima di una maledizione sempre peggiore. Il Diavolo possiede la mia anima e mi porta alla follia”. Il pezzo successivo è un ritorno deciso alle ritmiche frenetiche: “Purgatory” , uscito anche come singolo, mette in luce un velocissimo riff seguito da strofe anch’esse velocissime prima di un delicato ponte melodico, solo strumentale ad aprile il vero ritornello, anche in questo caso ben interpretato da Di’Anno : “Please take me away, take me away, so far away!” (Ti prego portami via, portami via, portami lontano). Sia Steve Harris, sia Nicko McBrain nei suoi divertenti  “Listen with Nicko!”, ci hanno rilevato che “Purgatory” è la versione più veloce di un pezzo scritto fine anni ’70 da Steve intitolato “Floating”, in cui si parla di sogni o incubi, a seconda dei punti di vista, in cui il protagonista vede fluttuare la propria anima, vicende narrate o ispirate da telefilm come “Ai confini della realtà”. L’ultimo pezzo del vinile originale del 1981 era “Drifter”, un altro pezzo che gli Iron Maiden proponevano dal vivo già da diversi anni, qui Paul spesso faceva cantare il pubblico, sulla falsariga di un pezzo celebre dei Police, con i cori “Yo Yo Yo” stile appunto “Walking on the Moon”.  La canzone inizia con un giro di basso sovrapposto ad un riff piuttosto semplice su cui poi si scatenano le battute di Burr. Con tutta franchezza chi vi scrive non ha mai amato molto questo brano, lo ha sempre trovato un po’ senza capo ne coda. Ci sono i classici cambi di tempo tipicamente maideniani nella parte centrale e alcuni buoni spunti solisti come sempre di Murray e Smith ma il brano stenta a decollare e ha , come dicevamo, una valenza superiore più dal vivo che da studio.  Anche liricamente la song è un po’ ingenua, come le prime storiche composizioni di Harris e non potrebbe essere altrimenti essendo state scritte in giovanissima età. In sostanza si parla di un incontro fugace amoroso in cui rimane solo il tempo di cantare una canzone insieme, perché oramai si è pronti a partire per il nuovo giorno. “Canterò la mia canzone, non durerà a lungo. Voglio cantare la mia canzone, voglio che la canti anche tu. Voglio che tu continui a cantarla “. Nelle famigerate ristampe dell’intera discografia su cd del 1998, è stata aggiunta anche un'altra traccia: “Twilight zone”.   La traccia , piuttosto breve, è stata proposta insieme a “Wrathchild” come doppio singolo in versione 7’’ nel 1981 ma , sino appunto al 1998 mai pubblicata  in Europa su “Killers” . La canzone prende spunto da un riff rockeggiante di Dave Murray su cui Steve Harris ha aggiunto un ottimo chorus melodico, ottimamente interpretato da Paul Di’Anno. Le strofe hanno un andamento ritmato e sincopato quasi in stile funky, prima del chorus ipemelodico dove splendono di luce proprie le domande esistenziali di Di'Anno. In mezzo alle due strofe non ci sono assoli ma un inseguimento  sempre più in crescendo delle due chitarre ritmiche. Il protagonista delle song è un uomo morto da tre anni, il cui spirito cerca di mettersi in contatto con la compagna e che vorrebbe portarla a vedere quello che c’è nell’aldilà. Un storia “paranormale” che, penso si possa ancora associare al telefilm “Ai Confini della Realtà” che in originale si chiamavano appunto “The Twilight Zone” che probabilmente ha ispirato Harris nelle liriche. Del resto anche l'artwork originale del singolo, vede uno donna allo specchio mentre si trucca terrorizzata dall'immagine dello spirito di Eddie che vede riflesso nel vetro.



Il conclusione “Killers” consolida sempre di più l’immagine degli Iron Maiden come band trainante della New Wave of British Heavy Metal e che con il “Killers World Tour ‘81”  inizia a girare per il globo come band headliner, pubblicando nel maggio 1981 il primo EP dal vivo, il famigerato “Maiden Japan” registrato nella loro prima esperienza in Giappone (di cui consigliamo la nostra recensione).  Malgrado il successo crescente, crepe importanti si sono formate nei rapporti all’interno della band, come ricordato all’inizio, il comportamento di Di’Anno sopra e fuori il palco si scontra con il resto della band: droga, alcol e un certa attitudine autolesionista del cantante di origini italiane spingono il management ad uno scarno comunicato che parla delle classiche “divergenze musicali”. Fine settembre 1981 Bruce Dickinson (l’ex Bruce Bruce dei Samson) prende il posto ufficialmente di Paul Di’Anno. Già durante il Festival di Reading dello stesso anno, Rod Smalwood aveva avuto modo di chiedere a Bruce di unirsi alla band e dunque l’avvicendamento oramai era solo una questione di mesi. Tornando a "Killers", nell'universo dei fan degli Iron Maiden spetta un ruolo importante, taluni lo ritengono il migliore album della band, soprattutto quei fan che ovviamente ritengono Paul Di'Anno l'incarnazione vocale migliore della band. Chi scrive ritiene che negli anni '80 vi sia stati almeno altri quattro, cinque album superiori a "Killers", dei capolavori assoluti degli Iron Maiden che penso sia inutile citare e che tutti ben conoscete.  Quel che sicuramente è vero, che dopo "Killers" i Maiden non saranno forse mai più così ingenuamente e spontaneamente selvaggi , ma diventeranno più epici e barocchi e non solo nei testi. Proprio questo imprint folle e rivoluzionario che sono la voce ruvida punk di Di'Anno sapeva dominare è quello che per alcuni fan rimane leggendario e irripetibile.  Per altro va detto che la band negli anni successivi ha proposto nelle set-list dal vivo con sempre meno brani di "Killers", soltanto "Wrathchild" è rimasta come riferimento. Bisogna riconoscere che pur con il suo immenso talento e carisma, le versione ad esempio della title-track "Killers" con Dickinson e meno efficae rispetto a quella di Di'Anno , proprio per un questione di una divresa tipologia di voce. E' stato stupendo nel tour "The Early Days" del 2005 riascoltare tracce storiche che i Maiden non suonavano da anni, come ad esempio "Another life" e "Murders in the Rue Morgue"  ma la differenza rispetto alle tracce originali e sensibile anche per la presenza di un batterista tecnico come NIcko McBrain ma che non è un picchiatore folle come era Clive Burr. Anche la velocità ritmica di esecuzione di alcuni pezzi dal vivo era veramente notevole, tanto da costringere tutta la band a ritmi forsennati. Consapevole anche la band di questi "limiti", "Killers" è stato progressivamente "dimenticato" dal vivo  ed è un peccato pensando allo straordinario potenziale di un pezzo come "Prodigal Son". Tornando al periodo storico della band  ora i Maiden giungono al fatidico terzo album, con un nuovo cantante ma, soprattutto con la necessità di scrivere delle nuove canzoni.  Sì, perche sui primi dischi sono finiti tutti i pezzi scritti alla fine anni '70 da un giovane Steve Harris, ora non c'è più nulla da riciclare. Gli Iron Maiden consegneranno alla storia il fondamentale “The Number of the Beast”, dimostrando  non solo dal punto di vista commerciale che le scellte fatte, seppure dolorose, si sono rivelate quanto mai vincenti.


1) The Ideas of March
(Instrumental)
2) Wrathchild
3) Murders in the Rue Morgue
4) Another Life
5) Genghis Khan (Instrumental)
6) Innocent Exile
7) Killers
8) Prodigal Son
9) Purgatory
10) Twilight Zone
11) Drifter

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