IRON MAIDEN

Iron Maiden

1980 - EMI

A CURA DI
MAREK & FABIO FORGIONE
11/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Ah, il Natale. Il calore delle giornate passate in famiglia, i colori delle feste, la magia dell'Inverno. Dolci, pantagrueliche abbuffate, trastulli d'ogni tipo, regali. E si conceda in questa sede l'eccesso di materialismo, se i qui presenti tendano a lodare questo prezioso break dicembrino ricordando esattamente due doni, al di là di tutto. Primo fra tutti, la nascita di Lemmy Kilmister in quel di Stoke-on-Trent; era il 24/12/1945. In seconda battuta, la nascita dell'icona definitiva della musica pesante. Del gruppo il quale (più d'ogni altro) risulta semplice accostare alle parole "Heavy" e "Metal". Una band che nacque proprio il giorno di Natale, nel lontano 25/12/1975. Trent'anni dopo Lemmy, gli Iron Maiden. Un nome che balenò nella mente dell'allora giovanissimo Steve Harris, quando si ritrovò appiedato, esattamente dopo essere uscito dalla sua prima band, ovvero gli Smiler. Storia singolare, ma sintomatica di quel che sarebbe stato il successo della Vergine di Ferro. Esattamente singolare, se pensiamo al fatto che Steve aveva tutta l'intenzione di voler sfondare nel mondo del calcio. Cresciuto nei vicoli di Leytonstone (est Londra) tirando calci ad una palla, il giovanissimo Harris venne addirittura selezionato per entrare nelle giovanili della sua squadra del cuore, il prestigiosissimo West Ham United Football Club. Eppure, il destino confuse le carte. Confuse il tragitto, modificò irrimediabilmente l'iter aspirazionale del calciatore in fieri. Semplicemente, la Vita gli fece conoscere la musica Rock. Una passione che allontanò il nostro dai verdi campi di Upton Park, per spingerlo a racimolare quaranta sterline. Esattamente il costo del suo primissimo basso elettrico, una fedele riproduzione di un "Fender Precision". Era il 1971; e pensare che la trovata del basso fu addirittura un ripiego, visto e considerato che Steve Harris sognava di diventare un batterista. Sogno che naufragò quando si rese conto che un drum kit avrebbe occupato uno spazio considerevole, ben lungi dall'essere disponibile, nella sua modesta abitazione. Decise quindi di darci dentro con il quattro corde, da perfetto autodidatta. Esattamente dieci mesi dopo, il primo ingaggio: il bassista viene notato dagli Influence, successivamente ribattezzatisi Gypsy's Kiss. In compagnia di Bob Verscoyle (voce), Dave Smith (chitarra) e del batterista Paul Sears, il giovane Harris iniziò quindi a farsi le ossa, suonando in diverse occasioni, soprattutto nel Maryland ed a Canning Town, nella sua amata Londra. Tuttavia, l'idillio durò poco, e già nel 1974 Steve si ritrovò privo di una band, a causa dello scioglimento dei Gypsy's Kiss. La fortuna gli sorrise, facendogli trovare un nuovo ingaggio negli Smiler. Un gruppo che segnò irrimediabilmente la sua vita artistica, in quanto non solo gli permise di delineare perfettamente il suo epico Bass Style, ma gli fece anche conoscere i suoi futuri colleghi Dennis Wilcock e Doug Sampson. Il primo punto, però, fu croce e delizia del nostro lungocrinuto musicista. Lo stile di Harris era ritenuto troppo complesso, il resto del gruppo non riusciva a stargli dietro; né tantomeno considerava l'idea di suonare le sue composizioni, ibridi pazzi ottenuti da suggestioni prog., sapientemente mescolati con l'Hard rock più duro e potente. Un affronto che il Nostro mal tollerò, decidendo quindi di mollare gli Smiler. Ed è qui, che torniamo al Natale del 1975. Il Natale che vide nascere gli Iron Maiden. Galeotto fu il film "The Man in the Iron Mask", classe 1939, diretto da James Whale. Liberamente ispirata al romanzo "The Vicomte of Bragelonne: Ten Years Later" di Dumas, la pellicola narrava le gesta della famosa "maschera di ferro", ovvero di un prigioniero costretto ad indossare un sinistro "cappuccio", a mo' di tortura. Un'immagine che colpì e segnò molto il bassista, e che lo spinse a pensare ad un altro tipo di tortura: la Vergine di Norimberga, triste sarcofago dal coperchio ricoperto d'acuminati aculei, disposti in modo tale da trafiggere lentamente ed inesorabilmente le carni di chiunque venisse ivi rinchiuso. Comunemente nota anche col nome di Vergine di Ferro, in inglese "Iron Maiden", ben capite dunque a cosa dobbiamo la nascita di cotanto altisonante nome. Lo step successivo, naturalmente, fu quello di trovare una line-up quanto meno stabile. Giungiamo nel 1975, anno in cui la girandola ha inizio. Dapprima Steve si limitò a sostituire il suo nuovo cantante, Paul Day, per eccessiva mancanza di carisma e presenza scenica. Il nuovo frontman si rivelò il suo opposto, nonché una vecchia conoscenza di Harris: venne quindi scelto Dennis Wilcock, grande fan dei KISS ed abituato per questo a suonare con il volto pitturato. Senza contare la sua capacità di intrattenere il pubblico, con numeri rimandanti al Gene Simmons più provocatore, quali colate di sangue finto et simila. Fu proprio Wilcock a presentare agli Iron Maiden il giovane Dave Murray, suo grande amico. Chitarrista talentuoso, cresciuto con il mito di Jimi Hendrix e la passione per la musica Rock. Un serio contendente al "trono" di Dave Sullivan e Terry Rance, già chitarristi dei Maiden. Il duo non ci mise molto a schierarsi apertamente contro Dave e la sua eventuale entrata nella band; una presa di posizione che comunque non infastidì Harris, il quale decise ad ogni costo di tenersi stretto il talento del nuovo arrivato. Una presa di posizione netta, la quale portò il bassista a licenziare Rance e Sullivan, nonché a sospendere momentaneamente ogni attività degli Iron Maiden. I quali ripresero poco dopo, non vedendo però Murray come chitarrista, anzi rimpiazzato da Terry Wapram. Seguirono l'entrata del tastierista Tony Moore e del batterista Barry "Thunderstick" Purkis, quest'ultimo in seguito famoso con gli scapestrati Samson. La nuova line-up, tuttavia, non convinse appieno; e complice un brutto concerto tenuto presso il "Bridgehouse" di Canning Town, nel Novembre del 1977, Harris rimescolò prepotentemente le carte in tavola. Fuori dunque Purkis e dentro il vecchio amico Doug Sampson; fuori anche Moore, e senza rimpiazzo, in quanto il perentorio bassista decise che le tastiere non sarebbero mai più comparse in un brano dei suoi Iron Maiden (..chi ha urlato "Somewhere in Time"? Vi abbiamo sentito!). Tornando all'antica risolutezza, Harris decise quindi di richiamare dentro anche Murray, con buona pace del dimissionario Wapram, infastidito dalla bravura nonché dalla presenza di Dave. Non fu un caso, il fatto che così tanti chitarristi decisero di non vedere di buon'occhio il loro collega. Del resto, testuali parole del Nostro bassista: "certo, volevamo un secondo chitarrista, e lo cercavamo. Tuttavia, era impossibile trovarne qualcuno che potesse competere con Dave!". Si giunge al 1978, con gli Iron Maiden ridotti ad un terzetto: Harris, Murray e Sampson. Wilcock aveva infatti lasciato il gruppo, infastidito dai continui cambi di line-up. Fu il giovane e ribelle Paul Di'Anno a dare nuove speranze alla Vergine di Ferro. Cuoco e macellaio di giorno, rocker di notte; Paul conobbe la band grazie al suo vecchio amico Sampson, ottenendo così un'audizione pressoché improvvisata nel "Red Lion Pub" di Leytonstone. Fu la sua voce graffiata, potente e ruggente a convincere gli Iron Maiden, i quali decisero di prenderlo immediatamente con loro, nonostante il suo temperamento a dir poco fumino. Di'Anno, infatti, era ben noto come un incallito rissaiolo, nonché dedito all'uso-abuso di alcool e sostanze stupefacenti. Un talento, comunque sia, che nessuno dei restanti membri del gruppo voleva sprecare, cercando di sopportare gli innumerevoli difetti del personaggio in questione. Giungiamo così alla pubblicazione di una prima demo, contenente ben quattro pezzi: l'omonima "Iron Maiden", "Prowler", "Invasion" e "Strange World". Lo stile dei quattro rockers era ormai delineato, con i suoi percettibili richiami al Punk (allora molto in voga), Hard Rock a manetta ed invenzioni di stampo quasi Prog. Una miscela letale, che gli permise di far girare il loro nome, arrivando persino a toccare personaggi come Neal Key, all'epoca proprietario del "Bandwagon Heavy Metal Soundhouse". Fu lo stesso Harris a lasciare una copia della demo nelle sue mani, così come in mano d'altri personaggi suoi pari, gestori di locali e non. In breve tempo, il "Bandwagon.." iniziò a diffondere con regolarità quel nastro, attirando l'attenzione di non pochi metalheads londinesi. Soprattutto "Prowler" fu scelta come vero e proprio "inno", cosa che permise al quartetto di farsi notare ancor di più. Arrivò quindi il primo manager, Rod Smallwood. Nonostante un primo incontro non certo esaltante (Di'Anno si fece arrestare per possesso illegale d'arma da taglio, proprio il giorno durante il primo incontro con Rod), l'uomo non si perse d'animo e portò i suoi protetti verso il 9/11/1979. Anno in cui vide la luce l'EP "The Soundhouse Tapes", cioè una nuova versione della prima demo, denominata in questo modo per via del successo ottenuto presso il "Bandwagon Heavy Metal Soundhouse". Dalla ristampa venne tuttavia esclusa "Strange World", visto che non vi furono abbastanza soldi per re-inciderne una versione più curata e migliorata nella produzione. Licenziato dalla "Rock Hard Records", l'EP riuscì nell'impresa di vendere la bellezza di 5000 copie in un pugno di settimane. Numeri da capogiro per una realtà emergente, che portarono gli Iron Maiden verso una sempre più crescente gloria. Tanto che, nel Dicembre del '79, la Vergine di Ferro ricevette un gran bel dono natalizio, ovvero un contratto con la major "EMI". Assieme alle carte firmate, anche un nuovo chitarrista: Dennis Stratton, reclutato dopo l'iniziale rifiuto di un certo Adrian Smith, più deciso a sfondare con i suoi Urchin. Dopo l'aggiunta, una sostituzione lampo, ovvero quella che portò Clive Burr (ex Samson) a sistemarsi dietro le pelli degli Iron Maiden, su suggerimento di Stratton. Sampson fu infatti costretto a cedere il passo, a causa di insistenti problemi di salute. Una line-up profondamente rimaneggiata ed una prima apparizione in un LP: proprio nel Febbraio del 1980, i Maiden vennero infatti coinvolti nel progetto "Metal for Muthas", compilation la quale vide al suo interno ben due brani della vergine, due primissime ed archetipe versioni di "Wrathchild" e "Sanctuary". Un progetto che si rivelò un successo e che portò la band in tour, affiancati da altri grandi nomi dell'allora nascente e fiorente N.W.O.B.H.M.; band del calibro di Angel Witch, Samson e Praying Mantis, per intenderci. Da quell'episodio ad un debutto discografico vero e proprio, il passo da compiersi fu successivamente breve. Esattamente il 14/04/1980, dunque, "Iron Maiden" poté vedere finalmente la luce. Un debutto omonimo, all'epoca amato ed oggi letteralmente venerato. Prima di tutto, però, un piccolo antipasto, datato 8 Febbraio: ovvero, il lancio del singolo "Running Free", il quale raggiunse la posizione numero 34 della Billboard britannica e permise ai Nostri di esibirsi in quel di "Top of The Pops", spezzando un vecchio trend della trasmissione; ovvero, l'obbligo di suonare in playback, preferendo un'esibizione dal vivo. Non accadeva da una precedente esibizione dei The Who, datata 1972. I lavori per la realizzazione di "Iron Maiden" erano quindi cominciati sotto i migliori auspici, fra il successo della compilation "Metal for Muthas" e di "Running Free". Dapprima, la "EMI" affiancò ai quattro il produttore Will Malone; dipinto dagli stessi Maiden come svogliato, e non troppo convinto dal progetto intrapreso. La band, dunque, venne sommariamente lasciata libera di auto prodursi il platter, potendo decidere sostanzialmente in autonomia. Prima di Malone, inoltre, vennero licenziati ben due produttori: dapprima Guy Edwards, il cui lavoro venne giudicato povero e malriuscito; in seconda battuta, Andy Scott, il quale ebbe a che ridire profondamente con Harris. L'uomo voleva infatti spingere il bassista ad adoperare un plettro anziché le dita. Fu proprio questo clima di sostanziale insoddisfazione che portò gli Irons a "sfruttare" il passivo Malone, agendo per conto proprio e non chiamandolo quasi mai troppo in causa.  Le registrazioni avvennero nel Gennaio dell'80 presso i "Kingsway Studios" di Londra, mentre nel Febbraio dello stesso anno il tutto venne messo a punto nei "Morgan Studios", sempre situati nella capitale inglese. Il prodotto finale, tuttavia, non convinse appieno i Nostri, sin troppo turbati dalla qualità grezza del sound complessivo. Un elemento "raw" che, unito all'aggressività del platter, divenne tuttavia un suo marchio di fabbrica, tutt'oggi amato dai fans. Altro grande elemento da NON sottovalutare, inoltre, fu la definitiva comparsa della mascotte del gruppo, il mostruoso Eddie The Head, il cui volto zombesco e stralunato appare in primo piano esattamente nell'artwork di "Iron Maiden". Eddie fu pensato quando Rod Smallwood, manager dei Maiden, incappò per caso in un'illustrazione realizzata da Derek Riggs. La figura, un punk di nome Electric Matthew, venne dunque resa dall'artista più simile ad un metallaro, aggiungendo svariati elementi horror (la somiglianza ad uno zombie); il tutto avvenuto sotto consiglio e supervisione di Harris e Dave Beasley (membro della crew dei Maiden, addetto alle scenografie), i quali delinearono e caratterizzarono definitivamente la mascotte più famosa della storia del Metal. Già apparso (ma non interamente e ben visibile) sulla copertina di "Running Free", subito notiamo il temperamento assassino del "mostro", intento a rincorrere un innocente metalhead nei vicoli di Londra. Peggior "sorte" ebbe negli artwork dei due singoli successivi, ovvero "Sanctuary" (quest'ultimo non comparso nella primissima stampa dell'LP) e "Women in Uniform". Nel primo, vediamo Eddie impegnato ad uccidere nientemeno che Margaret Thatcher, moralista incallita, "sorpresa" dallo zombie a strappare un poster raffigurante proprio gli Iron Maiden. Uno shock per la nazione, una provocazione di stampo squisitamente Punk, la quale portò il quintetto "sotto processo", ricevendo accuse da ogni rotocalco e giornale dell'epoca. Per placare gli animi, dunque, la signora Thatcher venne resuscitata nel secondo artwork, quello di "Women..", nella quale viene ritratta appostata dietro un muro ed armata di mitra. Intenta a sorprendere un ignaro Eddie, occupato a godersi la compagnia di due belle ragazze. Queste, dunque, le premesse di Iron Maiden. Un disco che inglobava in sé la potenza dell'allora nascente Heavy Metal ed elementi di furia iconoclasta tipici del Punk. Senza dimenticarsi di una sorta di profonda ricerca musicale, ben posta alle basi di una musica ancora grezza ed arrembante, ma già dannatamente coinvolgente. Introduciamoci quindi nei solchi di questa pietra miliare, con un pizzico di curiosità e molto, molto (ma sanissimo) timore reverenziale. Let's Play!

Prowler

Caliamoci dunque nelle brumose atmosfere metropolitane di una Londra di fine anni settanta. Lo scenario è quello crepuscolare del tardo pomeriggio, con le vie della città non troppo affollate, in cui è facile immaginare qualche sparuto passante attardarsi per le strade semideserte, per godere di una boccata d'aria fresca prima di rincasare. "Prowler (Cacciatore)", opener track dell' LP, nonché brano già presente nel mitico "Soundhouse Tape" del 1979, mostra all'uditorio l'ingresso ufficiale della Vergine Di Ferro dell' East London nel mondo della musica. Un losco figuro, presumibilmente ciò che potremmo (senza nemmeno troppa fantasia) definire un maniaco, si aggira guardingo e circospetto per le vie della City. È apparentemente disinteressato a tutto quanto lo circondi, e deve ancora trovare la sua strada, decidere bene il motivo per cui si trova proprio lì, in quel momento. Tutto ad un tratto la visione di una bella donna in reggicalze e dalle lunghe gambe attira spasmodicamente il suo interesse, come risvegliandolo da un torpore. Balza dunque fuori dal cespuglio dietro il quale si era nascosto e mostra alla ignara passante la sua patta ben aperta. La ragazza rimane incredula e spiazzata da una simile visione, mentre lui le rivolge parole a metà tra lo scherno e il grottesco: "Cosa vedi,ragazza? Non credi forse a ciò che vedi? Mi andava di fare un giro a piedi ed ho incontrato te. Tu non puoi credere a questa sensazione, ma mi hai fatto sentire me stesso. Questa cosa è reale, è una sensazione che mi avvolge tutt'intorno, mi hai fatto venir voglia di parlare, senza che intorno a me ci sia nessuno". Viene così liquidata la prima strofa del pezzo, introdotta da un gran lavoro di chitarra, in cui Stratton si accolla la parte ritmica, mentre Murray si fa carico della melodia trainante. La coppia Harris/Burr appare invece intenta a "frustare" letteralmente i tempi di un brano che si avvale di un comparto ritmico vivace e serrato, permeato di una grezzezza  la quale fece addirittura parlare, piuttosto frettolosamente, di impostazione punk. Di 'Anno è il narratore ruvido e acido delle perversioni metropolitane del predatore; un cantante che, con la sua timbrica particolarissima,molto hard rock oriented (personalmente mi ha sempre ricordato Coverdale)ci racconta le gesta poco cavalleresche del maniaco. Le cui sensazioni al cospetto dell' incredula donna vengono sottolineate da una sorta di refrain che non contiene però il titolo della song. Minuto 1:23 circa, il brano conosce un sostanziale rallentamento dell' andatura. Le chitarre fraseggiano macchinosamente sul riff portante, quando, all'improvviso, Steve Harris detta i tempi di una repentina accelerazione, in cui viene seguito a ruota dalla batteria di Burr, da Stratton ma soprattutto da Dave Murray. Il quale, staccandosi lestamente dal costrutto ritmico, si lancia in un assolo velocissimo e nitido, tagliente e chirurgico. È la prima avvisaglia di quello che sarà uno dei tratti distintivi e delle peculiarità del songwriting maideniano, ma dovrei dire, più precisamente, harrisiano: cambio di tempo/accelerazione /assolo/ripresa del ritmo, a materializzare un certo classicismo fino ad allora mai sentito nell'hard 'n heavy, e che conferisce al brano quel quid di originale capace di caricarlo di uno slancio innovativo di portata abissale. Il trademark compositivo venturo sarebbe stato figlio legittimo di questo tipo di impostazione/costruzione del pezzo,qui ancora piuttosto acerbo e in fieri, ma maledettamente caratterizzante. Una sorta di moto spontaneo, il primo vagito di uno stile che influenzerà praticamente tutto l'Heavy di lì a poco. La seconda strofa è speculare alla prima, con la ripetizione,quasi morbosa, dei deliri e delle perversioni del nostro ambiguo protagonista, il quale continua imperterrito a declamare le sue edonistiche sensazioni, sino al finale, tra i contagiosi refrain e i bei background vocali di Harris e Stratton che accompagnano un grande Paul Di 'Anno, creando un doppio canto davvero riuscito e ammiccante. Per quel che concerne il testo, ferma restando la giovane età dell'autore Steve Harris (che sarebbe in seguito stato artefice di lyrics di ben altro, colossale spessore),va detto che, aldilà dell'apparente leggerezza che le lyrics manifestano, divenendo addirittura irriverenti e licenziose,vanno inquadrate in un'ottica che prescinda dal significato meramente testuale. È,cioè, da intendersi come una vera e propria provocazione,il biglietto da visita di una band che aveva tutta l'intenzione di stravolgere gli schemi, di stupire, sbalordire, spiazzare. Il messaggio musicale rivoluzionario di cui essa sarebbe stata foriera, è affidato ad un testo volutamente provocatorio, a sgomberare il campo da equivoci. Gli Iron Maiden sono qui per stupirvi, e ci riusciranno!

Remember Tomorrow

La musica confezionata da Steve Harris a favore delle lyrics di Di 'Anno per "Remember Tomorrow (Ricordando Domani)" ricalca lo stilema della semiballad, strutturata in due strofe asimmetriche (la prima composta da due semistrofe, la seconda da una) inframmezzate dalla parte strumentale centrale. Si ascoltano delicati arpeggi di chitarra e un sommesso giro di basso ad annunciare il commosso e accorato ricordo del padre del singer, ex pilota della RAF, scomparso poco tempo prima. L'interpretazione di Paul è, come giusto che sia, quanto mai sentita e sofferta, non struggente, ma di certo ricca di pathos e di trasporto emotivo. Paul passa in rassegna emozioni e sentimenti di un imberbe adolescente alle prese con "i dolori di ieri", ovvero il dispiacere per la perdita del genitore, in cui il trasporto mnemonico rimanda ai bei tempi andati, dove "innocenti bugie" raccontate caratterizzavano il rapporto tra figlio e padre, un rapporto destinato a ripetersi più volte, sempre uguale a sé stesso. Le nuvole lo trasportano in alto, in un ideale distacco dalla realtà, che però viene subito esacerbato dal ricordo del triste evento, in cui il giovane dichiara: "uscirò fuori dal fuoco", con evidente riferimento alla sensazione di dolore provata al momento della morte. Un dolore bruciante,appunto, che non si può placare con la dolcezza dei ricordi passati. Il corrispettivo strumentale del testo è rappresentato da una ritmica pacata, che solo sui finali di strofa, in concomitanza con l'innalzamento dei toni del frontman, conosce uno scatto rabbioso dato da chitarre aguzze e pungenti, ma pur sempre velate di una certa malinconia. Ha inizio la seconda strofa, e Paul prosegue con il suo accorato ricordo, sempre accompagnato dai flebili arpeggi di Murray e Stratton. Piange il giovane orfano, piange per il padre che non c'è più e per sé stesso, un ragazzo rimasto solo troppo presto. Là fuori nella pazzia, continua,"l'occhio che tutto vede brilla su di loro, per accendere il cielo". Versi piuttosto ermetici e dalla non proprio semplice interpretazione. La pazzia a cui si fa riferimento potrebbe rappresentare lo stato di sconforto estremo e di annebbiamento mentale in cui il giovane è caduto dopo la dipartita dell' amato genitore,mentre "l'occhio che tutto vede" e che brilla su di loro,potrebbe essere identificato con la figura di Dio; il quale ridona animo e speranze al giovane. Bellissima, a tal proposito, la metafora di "accendere il cielo", ad indicare la riacquisizione della coscienza perduta. A questo punto, improvvisamente, i laconici riff sui finali di strofa lasciano spazio ad una bruciante accelerazione in cui Steve detta magistralmente i tempi, con Clive e le due asce intenti a seguirlo a ruota. Secondo brano dell'album, secondo esempio di variazione ritmica repentina. Lo stile Maiden prende forma e corpo lentamente, inesorabilmente, con il trascorrere dei minuti. La sezione strumentale centrale o talvolta, come vedremo, collocata sul finale di pezzo, diventerà la peculiarità per antonomasia del modus operandi maideniano: una vera e propria orgia metallica, un turbine travolgente e furioso, con il basso impazzito di Steve che pulsa e frusta. L'assolo che segue, ad opera di Murray, è un'altra sonora e tagliente scudisciata, in cui il biondo guitarist dà prova della sua immensa tecnica e della sua classe cristallina. Allorché, terminato il momento solista, si riappropria della parte ritmica, inanellando rapidi fraseggi, che precedono il secondo assolo, stavolta eseguito da Stratton, leggermente più grezzo e rockeggiante, ma incastrato alla perfezione nella furibonda e convulsa sezione strumentale. La quale, come una tempesta che lascia posto alla quiete, si dissolve tutt'a un tratto, cedendo il posto alla ripresa della terza ed ultima strofa, praticamente uguale, sia nei contenuti che nella forma musicale, alla prima. Menzione particolare  merita indubbiamente  Paul Di'Anno, autore di un'interpretazione a dir poco magistrale, pur non eccedendo in virtuosismi e in mirabolanti aperture d'ugola. Non era certo il pezzo più adatto ad ostentazioni che avrebbero potuto risultare fuori luogo, vista la natura fortemente intimistica del brano stesso.

Running Free

Giungiamo dunque al momento del primo singolo di lancio dell'LP, quella "Running Free (Correndo liberamente)" che ancor oggi, a trentasette anni di distanza, occupa sempre un posto nelle setlists live della band. Il pezzo in cui, durante la sessione strumentale opportunamente allungata, Bruce Dickinson nomina uno ad uno i componenti del gruppo,c oncedendo loro la standing ovation del pubblico. L'edizione del 45 giri mostrava una copertina tra le più caratteristiche e significative per una HM band: un giovane metalhead, dalle fattezze tremendamente simili proprio a quelle di un giovane Dickinson (parere del tutto personale ma suffragato da molti) intento a fuggire da un losco figuro rimasto nell'ombra, recante in mano una bottiglia rotta ed animato non certo dalle migliori intenzioni nei confronti del malcapitato giovane. Quel ceffo altri non era che Eddie The Head, mitica maschera Kabuki rivisitata in chiave horror e disegnata dal grande Derek Riggs, divenuta leggendaria mascotte della band, tenuta volutamente nell'ombra per far sì che facesse la sua comparsa ufficiale sulla cover dell' LP. Sul muro che costeggia l'angusta stradina campeggiano le scritte AC/DC, Scorpions, Led Zeppelin,  Judas Priest: chiaro omaggio dei cinque ad alcune tra le loro più importanti muse ispiratrici. "Running Free" fu anche singolo di lancio, in versione live, del sensazionale "Live After Death" registrato nell'85 alla "Long Beach Arena". Ma torniamo al nostro brano. La struttura fu ricavata da Steve Harris da spezzoni di pezzi minori composti in gioventù ed opportunamente assemblati, con l'unica aggiunta del guitar solo. La intro è affidata al celebre drumming di Doug Sampson, uno dei tanti epurati dal boss per una condotta disciplinare non proprio esemplare (furono "vittime" di tale epurazione Stratton e lo stesso Di 'Anno), seguita dall'altrettanto celebre giro di basso di Harris, ai quali tengono dietro i grezzi riff della coppia Stratton/Murray. A livello compositivo il pezzo incarna i dettami dell'hard rock seventies arricchito di una certa velocità e acidità che a qualcuno, anche in questo caso, rimembrò di fatto una tipologia musicale quasi punk. Personalmente lo ritengo invece il brano più easy listening dell'intero album, e non poteva del resto essere altrimenti, essendo il primo singolo estratto. Un pezzo che non per questo cade nel banale, anzi, presenta spunti innovativi di notevole interesse. La voce calda e possente di Paul, con chiari riferimenti autobiografici, inizia a narrare le gesta di un sedicenne che, senza un soldo in tasca, senza una meta precisa e senza fortuna, a bordo del suo pick up, vuole soltanto spingere l'acceleratore e correre come un matto. Viene così liquidata la prima strofa, la quale sfocia nel refrain che non lascia spazio a dubbi: "voglio correre libero,voglio soltanto correre libero". La seconda strofa consta di un elemento che è frutto della fantasia del singer, il quale ci racconta di una notte trascorsa in una prigione di Los Angeles, tra il chiassoso fragore delle sirene delle volanti, poiché i tutori della legge non avevano capito nulla di lui: le sue intenzioni non erano affatto cattive, egli voleva soltanto correre libero, niente di più. Il secondo refrain non fa che ripetere le frenetiche fantasie e l'estrema istanza di libertà di un Di'Anno che avrebbe poi dichiarato di non aver mai trascorso in vita sua una notte in una cella a Los Angeles! A questo punto del brano,trova posto quello che più che un vero è proprio assolo, è una instrumental session caratterizzata da una semplice scala cromatica di Murray ripetuta tre volte, cui fanno seguito riff sincopati accompagnati da precisi colpi di batteria da parte di Burr, mentre il basso pulsante di Harris, al solito, detta i tempi e i cambi. Un momento breve, ma estremamente complesso e variegato, in cui ognuno svolge il suo ruolo alla perfezione, mostrando un ottimo affiatamento tra i membri oltre che una spiccata capacità di imbastire trame che si susseguono l'un l'altra con rapidità e precisione, come mostra anche il repentino cambio di tempo impartito da un Burr eccezionale. Una breve cavalcata che durante gli spettacoli dal vivo ha sul pubblico un effetto maledettamente coinvolgente ed esaltante. Un Di'Anno quanto mai empatico e focoso introduce la terza ed ultima strofa: è di nuovo lì, al "Bottle Top", tra whisky, balli e disco music, ma soprattutto circondato da ragazzi che vogliono comportarsi esattamente come lui. Il messaggio è dunque andato a buon fine: seguendo l'esempio del frontman, i suoi coetanei hanno capito cosa fare: ascoltare musica, ballare, divertirsi,fare baldoria. La vita on the road è un imperativo categorico al quale riesce impossibile sottrarsi, ed è un caposaldo imprescindibile dell'etica del rocker,le cui linee guida erano già state tracciate dai Judas Priest due anni addietro (si pensi a brani come "Running Wild" o "Hell Bent For Leather") qui opportunamente riprese e confermate. L'ultimo ritornello non fa che ripetere per l'ennesima volta la voglia sfrenata del singer (ma in realtà di un'intera generazione) di correre come un matto, senza limiti e senza freni. Il tutto viene sottolineato dai reiterati chorus posti sui finali di refrain.

Phantom of the Opera

Bisogna giungere alla traccia di chiusura dell' A Side per ascoltare non solo il miglior pezzo in assoluto del platter ma, a mio modesto parere, uno dei capolavori indiscussi dell' intera discografia maideniana, uno di quei pezzi grazie ai quali capisci inequivocabilmente di trovarti dinanzi da una band composta di fuoriclasse, magistralmente capeggiata da un mastermind in grado, in età davvero precoce, di comporre un brano di una maturità compositiva disarmante. "Phantom Of The Opera (Il Fantasma dell'Opera)" mette infatti in luce la straordinaria  padronanza strumentale di cinque giovani musicisti, un potenziale espressivo  enorme e una insolita abilità nel gestire ed imbastire trame concatenate e sovrapposte. Un insieme spiazzante soprattutto, giova  ripeterlo, alla luce del fattore anagrafico. Non ultima una granguignolesca predilezione per tematiche a sfondo horror, come si evince dallo stesso monicker (macabramente "dedicato" ad uno dei più famigerati strumenti di tortura medievali), unitamente ad uno spiccato gusto per i contenuti culturali. Il pezzo è infatti ispirato al celebre romanzo del 1910 di Gaston Leroux, da cui Andrew Lloyd Webber trasse ispirazione per l'omonimo musical del 1986, e che narra dell'amore disperato di un giovane e geniale musicista dal volto sfigurato per il soprano  Christine Daaè, sentimentalmente legata al visconte Raoul De Chagny. Un amore impossibile dunque, esacerbato ulteriormente dall'angoscia del giovane pretendente, il quale, a causa della malformazione che lo affligge, vive relegato nei sotterranei del Teatro Dell'Opera di Parigi. Basso e chitarre dialogano tetramente, come a volerci calare sin da subito nelle atmosfere cupe e drammatiche delle lyrics, tre volte prima della brusca accelerazione impressa dalla chitarra di Murray che dà il via al successivo, deflagrante riff, la cui esplosione è dettata, come sempre, dal basso di Harris e dal drumming chirurgico di un Burr sempre più sorprendente. La voce sinuosa e sofferta di Paul, coadiuvata da un leggeri giochi di effetto eco, inizia a parlarci. È come se un immaginario interlocutore, che potremmo,per comodità, identificare con il visconte De Chagny, ma che potrebbe anche tranquillamente essere rappresentato da ciascuno di noi, intraprendesse una sorta di dialogo col fantasma protagonista. Il quale, in realtà, durante tutto l'arco del brano, non proferirà parola, ma ascolterà in silenzio. "Ti ho cercato per così tanto tempo che ora non potrai più sfuggirmi. Hai vissuto troppo tempo celando la tua reale identità dietro una maschera, ma tu sai che io so, ed ora non potrai più sfuggirmi. Ormai i tuoi sguardi e i tuoi sentimenti sono solo frammenti del tuo passato". Le frasi della strofa vengono pronunciate da Di'Anno senza sottofondo strumentale, a sottolinearne ancor più la drammaticità e la carica emotiva, mentre la ritmica riprende soltanto una volta terminata la parte cantata della strofa. L'impeto del riff riprende il suo devastante corso tra le due prime strofe e ci introduce alla seconda. "Te ne stai lì nascosto nei retroscena, ben consapevole del terrore che susciti in tutti noi; so che mi lacererai, mi percuoterai e mi storpierai. Io non ho speranze contro il tuo fischio ipnotizzante". Ancora una volta i riff e la batteria corrono all'impazzata, tenendo dietro alla seconda strofa, allorché il pezzo conosce la sua prima variazione ritmica. Lo speed tempo si stempera e rallenta l'andatura, cedendo il posto ad un intermezzo ritmato dai richiami hard rock, durante il quale Paul ci esorta a stare lontani, a stare in guardia, a scappare e a non sostare nei pressi del sipario. Dobbiamo stare molto attenti, egli vuole che abbocchiamo alla sua esca. È lì per catturarci, non possiamo distrarci o commettere errori. Negli angusti corridoi egli è pronto a saltarci addosso e colpirci. Non si fermerà, qualsiasi cosa accada. Minuto 2:49, ha inizio uno degli intermezzi strumentali più belli dell' Heavy Metal, monumentale nel suo evolversi, maestoso nell'incedere, complesso e articolato quasi come una sezione prog. Quasi fossimo alle prese con un atto teatrale, assistiamo al rapido susseguirsi di momenti carichi di pathos, drammatici oserei dire. Un assolo struggente di Murray, dai forti richiami blues, è il preludio ideale per lo sfarzoso tandem basso/chitarra, in cui Steve inizia a dettare i tempi, seguito dopo pochi secondi da Dave, che tiene dietro con estrema precisione. In un emozionante crescendo, Clive prima, e  Dennis poi, si aggiungono gradualmente al seguito dei due inarrestabili apripista. Pochi istanti e Murray si stacca dal basso per andare corroborare il comparto ritmico con stoccate che divengono via via sempre più sinistre e rabbiose. È l'apoteosi, l'occhio del ciclone di un momento che è sfoggio di tecnica disarmante e profusione di classe smisurata. Harris, padrone assoluto della sezione ritmica, detta i tempi del terzo cambio di velocità, imprimendo una brusca accelerazione all'andatura. Murray e Stratton tengono dietro in maniera impeccabile, tessendo arabeschi sinuosi, in cui le sovrapposizioni e le rincorse disegnano trame mirabolanti. L'intreccio chitarristico impartito dai due è costantemente e puntualmente coadiuvato da un Burr assolutamente sorprendente per precisione e sintonia, sfociando nello straripante assolo finale, ancora una volta infarcito di venature blues, acido,ruvido,superbo, in cui alla pulizia della prima parte eseguita dall' eclettico Murray, segue una parte più grezza e distorta ad opera di Stratton. Non c'è un attimo di tregua: l'intermezzo si esaurisce nella repentina ripresa del funambolico riff iniziale, con Harris, la cui mano destra violenta impazzita le corde del suo Fender, imprimendo l'ennesimo cambio di ritmo ad un brano assolutamente straordinario. C'è ancora tempo anche per Paul di profferire le ultime, sinistre parole. Il potere ammaliante del fantasma è davvero inoppugnabile, non vi è modo di resistergli. Nonostante io corra nascondendomi nei miei sogni, declama il singer, tu sei sempre là, fantasma dell'Opera. Sei il diavolo in persona ed esci allo scoperto unicamente per terrorizzare. Hai corrotto la mia mente e la mia anima che fluttua nell'aria con leggerezza. Mi perseguiti, mi schernisci, ancora una volta mi torturi nel tuo covo.

Transylvania

Lesti si giunge all'apertura del Lato B, affidata alla strumentale "Transylvania" . Secondo la leggenda, il brano in questione avrebbe dovuto avere un testo, appositamente creato pensando a tipiche / topiche storie di Vampiri; tuttavia, gli Iron Maiden preferirono lasciarla priva di lyrics, ben valutando la sua resa indipendentemente dalla presenza di versi. E' un bel duetto fra Stratton e Murray ad aprire le danze: un bel riff aggressivo e serrato da una parte, un efficace gioco di "stop and go" dall'altra, il tutto amalgamato in un connubio ansiogeno e particolarmente graffiante. Suoni ruvidi e potenti, che ben presto si dipanano in un ritmo assai cadenzato, prepotentemente scandito da Burr. E' proprio in questo istante che i due chitarristi danno il via ad una sorta di "danza folkloristica", un sound decisamente più ragionato e vivace. Il basso di Harris si fa sentire nel sottofondo, donandosi ad un bell'accompagnamento molto ricco di presenza scenica, per nulla scontato o monocorde. Nella sua vivacità intrinseca, tuttavia, il pezzo non ci catapulta certo in chissà che allegri contesti, quasi dipingendo dinnanzi ai nostri occhi i freddi ed inquietanti boschi della Romania più "Horror". Come se ci trovassimo in un vecchio film di Bela Lugosi, le sei corde ci narrano di vampiri e castelli sperduti nella notte, di colli morsi e di cacce notturne. Ben diverso il contesto del refrain, il quale si slega dalle strofe per fornire un approccio senza dubbio più Heavy in senso lato, optando per melodie piene e corpose, graffianti e squillanti al contempo. Dopo due strofe e due refrain si sfocia dunque nel riff iniziale, spianando la strada alla cavalcata definitiva. Accantonate le velleità "folk", i Maiden si lanciano in una delle loro ben note "cavalcate": N.W.O.B.H.M. d'altissima scuola, dei gloriosi tempi che furono, velocità che la fa da padroni. I duetti chitarristici di Stratton e Murray sono uno spettacolo per le orecchie, con quest'ultimo particolarmente attivo in fase solista. Dave ci mostra tutta la sua bravura, mentre Stratton lo segue a meraviglia, scandendo un veloce riff ritmico. Il basso di Steve è la definitiva consacrazione di un momento incredibilmente adrenalinico, puro Heavy Metal senza compromessi. Stacco violentissimo di Burr a 2:39, il quale dà il via a tutta una serie di "sfarfallate" assai melodiche, sfocianti quindi ed in seguito in un nuovo assolo. Questa volta, più prepotente e veloce del precedente. Con il quattro corde di Harris che si diverte a doppiare la chitarra solista, rischiando quasi di "sorpassarla" di quando in quando. Del resto, il lavoro del Leone Britannico non si è mai confinato entro le barriere del mero accompagnamento. Un frangente devastante, a tratti annichilente, terminato dal ritorno delle precedenti "sfarfallate". Destinate ad esaurirsi in un finale epicheggiante, il quale svanisce dunque pian piano, scivolando negli immensi corridoi del castello di Dracula.

Strange World

Sesta traccia, "Strange World (Mondo Strano)" risulta segnalata come canzone esclusivamente composta da Steve Harris. Anche se Paul Day, primissimo cantante dei Maiden, ebbe a reclamarne più di qualche parte da lui composta. Timidi e delicati arpeggi, ben sostenuti dal tintinnio del ride di Burr, danno quindi il via al pezzo. Un'atmosfera quasi spaziale ed eterea si instaura sin da subito nelle nostre orecchie; la band procede calma, sognante, acuendo pian piano il pathos incredibilmente venutosi a creare. Un crescendo che sfocia in un assolo recante forti velleità blues. Un Murray che dimostra tutta la sua ammirazione per Hendrix ci tende la mano e ci accompagna quindi in questo viaggio, sinuosamente scivolando fra gli arpeggi splendidamente ricamati da Stratton. In un attimo, la delicata voce di Di'Anno ci catapulta nello spazio più profondo. Vaghiamo in assenza di gravità fra stelle e pianeti, persi in quell'eterna notte nella quale gli atri brillano come diamanti al sole. Godendo appieno di questo serafico benessere, siamo come catturati da una strana calma interiore, quasi il nostro viaggio cosmico ci stia portando al raggiungimento di chissà che nirvana. Un luogo ove è possibile sognare, ove barche di luce bianca ci trasportano in lungo ed in largo. Nessuno chiede il biglietto, non sono previste fermate: come foglie al vento volteggiamo incuranti, domandandoci effettivamente dove siamo capitati. Se effettivamente apparteniamo a quell'universo, o forse no. Per quale ragione, poi, siamo capitati in questo leopardiano infinito? Spinti per caso alla ricerca di un rifugio in cui rintanarci, per sfuggire forse al caos della vita "terrestre"? Una cosa è certa, non vediamo attorno a noi volti famigliari. E, forse per questo, siamo leggermente impauriti e sgomenti. La prima strofa scorre via sospesa nell'aere, scandita da sei corde lisergiche (quasi rimandanti allo Space Rock degli Hawkwind), delicate ed educate. Una sezione ritmica anch'essa "sottotono" e mai invadente, calibrata e dosata al millimetro, nonché una voce ben diversa da quella udita magari in "Prowler". E' tempo di un nuovo assolo verso il minuto 3:00. Stacco di Burr e partenza posata, mesta, dimessa. Blues a go go ed altri tributi ad Hendrix, aggiungendo una buona dose di Dave Brock, il che non guasta di certo. Arpeggi in sottofondo, con lo splendido basso di Harris intento a cesellare magnificamente il tutto. Melodie trascendentali ed esoteriche, le quali continuano a scandire il nostro viaggio nello spazio. Seconda strofa: perfettamente inseriti in questo nuovo iperuranio, ci rendiamo conto di quanto quest'ultimo sia magnifico. Superato lo sgomento iniziale, lasciamo che la nuova dimensione permei i nostri polmoni sino a riempirli di estatico piacere. I nostri volti vengono piegati e deformati da cotanto e dionisiaco rapimento, plasmati in smorfie di pura goduria. Una  transverberazione spaziale, un'investitura che ci permette (e questa volta sul serio) di cogliere appieno ogni elemento che ci circonda. Donne intente a versarsi vino di sangue, il tempo ormai fermatosi. Invecchiare non sarà più un problema, le ore sono congelate e costrette a non passare; mai più, nei millenni dei millenni. E' sempre lo stesso background della prima strofa a narrarci tutto questo, a farci capire quanto stiamo bene in questo pazzo mondo. Un'intensa e sognante interpretazione di Di'Anno risulta perfettamente funzionale ad un contesto tipico di una ballad, semplice nella sua struttura ma ricca di riferimenti Blues ed a tratti Rock, complici gli effetti "space" che di quando in quando possiamo udire fra un passaggio ed un altro. Ci appropinquiamo così al raggiungimento della fine, la quale arriva con molta calma, prendendosi il suo tempo, senza risultare troppo cesoia e perentoria. Un sogno musicale della durata di cinque minuti, degno tributo a realtà come i già citati Hawkwind ed in generale a tutta una scuola Prog. dalla quale il quintetto britannico ha prepotentemente attinto, anche grazie a Steve Harris, da sempre grande estimatore della cultura Progressive sua conterranea. I Maiden più sognanti e particolari, più atipici ed epici. Gli Irons più irresistibilmente visionari. In ultima battuta, verrebbe quasi da chiedersi: che sia, il testo allucinante e la musica così misteriosa ed arcana, un insieme atto a descrivere il trip procurato da qualche droga allucinogena? Conoscendo i comportamenti di Di'Anno, l'ipotesi non sembra poi così "fantascientifica".

Charlotte the Harlot

Penultimo brano del lotto, "Charlotte the Harlot (Charlotte la prostituta)" risulta l'unico contributo "in solitaria" elargito da Murray in occasione di questa release. Aperto da un bellissimo riff posto in background rispetto al basso di Harris, il pezzo risulta subito coinvolgente e dinamico. Spazzando via le atmosfere liturgico/lisergiche di "Strange World", infatti, "Charlotte.." si avvia ben presto lungo una bella e sostenuta corsa, la quale vede come grandi protagonisti i Nostri Tres Hombres; cioè Steve, Dave e Dennis, impegnati in un notevole quanto prepotente esercizio di Heavy Metal. Il bassista non cede a nessuno il suo ruolo di spicco, facendosi udire distintamente, mentre alla coppia Stratton / Murray è affidato il compito di trasportarci in bel gioco di riff e scambi di gusto spiccatamente N.W.O.B.H.M. Il sound, grezzo e spigoloso, è perfettamente esaltato dall'ugola feroce di un Di'Anno intento a raschiare le sue corde vocali, ringhiando come un cane arrabbiato. Il clima ideale per sorreggere una storia a base di sesso crudo ed esplicito, ben lungi da sentimentalismi o romanticherie di vario tipo. Charlotte, una "bella di notte" particolarmente nota per la sua ninfomania e la sua voglia irrefrenabile di far l'amore. Ogni giorno, ogni ora. Tanti, sono gli uomini che approfittano delle sue grazie. Tanti, sono i suoi partner; tanti, i personaggi che ambiscono ad accomodarsi con questa macchina del sesso. Lei ne è perfettamente consapevole e non disdegna affatto di concedere tutto il suo amore, a chiunque glielo chieda. Dietro lauto compenso, ella è pronta a folleggiare con chiunque. Belli, brutti, bassi, alti, magri grassi. Ed ancora biondi, mori, castani, rossi. Di destra o di sinistra, poco le importa. Quel che vuole, la nostra Charlotte, è raggiungere il piacere. Allargare le gambe, e donare tutta se stessa al prossimo cliente senza nome. Procedendo dunque spedita e potente, la prima strofa degenera in un ritornello ancor più diretto e manesco. Coinvolgente e serrato, il refrain viene morso da un Di'Anno a dir poco idrofobo, coadiuvato dalle mitraglianti asce di Dave e Dennis. L'onnipresente Steve sancisce il tutto, mentre Burr si diverte a maltrattare i suoi fusti in maniera belluina. Un connubio straordinario, il quale dà vita ad un crescendo di emozioni e sensazioni. Un brano che risulta orecchiabile ma al contempo trascina e travolge tutto ciò che incontra. La furia iconoclasta del Punk ben mitigata da stilemi prettamente Hard n' Heavy, un collage di esperienze magnificamente amalgamate fra di loro. N.W.O.B.H.M. allo stato puro, per uno dei brani più validi ed intensi di questo platter. Altra alternanza di strofa e refrain dopo un breve stacco strumentale dal primo ritornello, minuto 1:23. Le chitarre continuano a correre, finché non si cade in un'atmosfera assai simile a quella già riscontrata in "Strange World". Questa volta, tuttavia, la componente spaziale viene dimenticata per lasciar spazio a suggestioni differenti. Melodie cupe nella loro delicatezza, tipiche di gruppi come Angel Witch, si fanno presto largo in questa nuova frazione, nella quale Di'Anno torna ad incantare, mostrandoci un'ugola più calma e pacata. Una voce straziata ed assai provata da una delusione d'amore, narrante d'un rapporto consumato con la nostra Charlotte. La quale, indifferente alla travolgente passione di qualche ora prima, lascia da solo il suo giovane cliente, intento a raccogliere i pezzi dei suoi sentimenti infranti. Or dunque, strana amica d'una sera: non provi proprio nulla per nessuno? Non hai un briciolo di pietà? Perché ti diverti a giocare con i nostri cuori? Cosa ti spinge a vivere costantemente nei guai con la legge? Domande retoriche, alle quali Charlotte non sembra voler rispondere. Un nuovo cliente la aspetta; altro non deve fare che lanciarci i nostri stessi vestiti di dosso, invitandoci a rivestirci in fretta. Il sesso, per lei, viene prima d'ogni altra cosa. E non c'è modo o maniera che ella possa cambiare. I suoi vestiti non hanno un colore, in quanto è sempre nuda. Una lurida puttana, così viene definita; eppure, così irresistibile, così magnetica, così dannatamente invitante. Torneremo da lei, la pagheremo di nuovo. Faremo ancora l'amore con Charlotte, perché non possiamo farne a meno. Come una velenosa vedova nera, ci ha intrappolati nelle sue ragnatele. Dibatterci non servirà. Decidiamo dunque di cedere alle sue calde e dolci grazie; perché si sa, il cuore è forte, ma la carne è assai debole. Minuto 2:49, rullate prepotenti di Burr e stacco perentorio, il quale riaffila le asce e lancia quindi la coppia Murray / Stratton sulla via del solismo più veloce e sfrenato. Come lame, le sei corde dei Nostri ci conducono ad una nuova strofa. Si corre ancora, Paul torna il mastino che ha saputo incalzarci a livelli massimi, mentre Harris e Burr tornano a maltrattare i loro strumenti. Ultimo refrain ed intro ripreso, tramutato in outro. L'amore di Charlotte è come il frangente appena udito: tosto e veloce. Niente sentimenti, niente paure. Vinciamo le pene del nostro cuore infranto, tiriamo fuori l'ennesima banconota e saltiamo letteralmente addosso alla bella di notte. La quale è ben felice di riaccoglierci fra le sue braccia; almeno, fin quando sarà il nostro turno.

Iron Maiden

Gran finale riservato quindi alla titletrack, "Iron Maiden (Vergine di Ferro)", subito aperta da un riff ben scandito dalla premiata ditta Stratton / Murray. Melodie urticanti e potenti, presto supportate dal frastornante basso di Harris e dai violenti colpi di un Burr scatenato. Il brano ha così inizio, un bel turbine di Heavy Metal; una cavalcata Maideniana ante litteram, che ben presto avrebbe tracciato le linee guida di molti dei brani più aggressivi e diretti del combo inglese. Si viaggia veloci, il ritmo è preciso e torreggiante, mentre Di'Anno dà il meglio di se, affilando come una mannaia la sua voce e sputando senza ritegno versi sanguinolenti e pregni di oscura violenza. Un bel pre-refrain anticipante per stile alcuni momenti di album come "Piece of Mind" lancia dunque un ritornello  efficace e diretto, orecchiabile quanto serve ma anche forsennato e sguaiato, per alcuni versi. I deliri di un pazzo sadico, ben narrati dall'irrefrenabile carica furibonda dell'Heavy Metal. Senza quasi accorgercene, ci ritroviamo catapultati in una camera di tortura: tutte intorno a noi, macchine infernali, tristi mietitrici di sangue e sofferenza. Oggetti destinati al nostro dolore ed al contempo all'irrefrenabile gioia del nostro aguzzino. Il quale, sì crudelmente, si guarda intorno per cercare la pena più adatta a noi. Ruote, gatti a nove code, uncini, lame.. niente di tutto questo riuscirà mai ad eguagliare lo strumento più barbaro ed immondo mai inventato, la Vergine di Norimberga. Chiusi in questo sarcofago, gli spuntoni posti nel coperchio penetrano nelle nostre carni, man mano che la bara viene chiusa. Le risa del tiranno riecheggiano nella nostra mente, il dolore preme come non mai. Il sangue comincia a lordare il pavimento, la nostra vita termina compressa dal freddo acciaio. Punte acuminate quanto le chitarre di Dave e Dennis, i quali non si fanno scrupoli ad elargirci riff e fraseggi di puro stampo Heavy, abrasivi come carta vetrata. Suoni grezzi, primordiali, tipici di un qualcosa che proprio in quegli anni stava nascendo. Sotto questi colpi, urliamo e strepitiamo. Tuttavia, nulla di tutto questo sembra servire. La Vergine di Ferro ci ha ormai intrappolati, il suo abbraccio di porterà alla fine. La musica degli Iron Maiden ha raggiunto il suo scopo, il nostro sangue è tutto per loro. Stacco netto al minuto 1:53, quando riff melodici regnano sovrani ed ha il via, subito dopo, ad una splendida cavalcata di basso e batteria. Ritmi incalzantissimi, presto soppiantati ancora una volta da una coppia d'asce "as Heavy as Hell". Nuova strofa e nuovo ritornello, il copione non cambia: batteria distruttiva, basso corposo e presente, Di'Anno il solito teppista del microfono. La tortura giunge alla fine, accasciandoci ci avviamo alla fine di un disco che è riuscito a rapirci, dalla prima all'ultima nota. 

Conclusioni

Il 1980 può senza dubbio essere considerato un anno topico per l'Heavy Metal. Pubblicazioni di importanza storica fondamentale("Wheels Of Steel" dei Saxon; "Ace Of Spades" dei Motorhead; "British Steel" dei Judas Priest; "Heaven And Hell" dei Black Sabbath; l'omonimo debut degli Angel Witch) si stagliano imponenti a testimonianza di un consolidamento espressivo e stilistico di un genere che, appena quattro anni prima, aveva visto proprio nei Priest i suoi romantici pionieri, avendo la band di Birmingham emanato il primissimo vagito metallico con il seminale "Sad Wings Of Destiny". Come collocare allora l'opera dei Maiden in una corrente (la tanto osannata N.W.O.B.H.M.) che, sia pur di genesi relativamente giovane, presentava già all'epoca una variegata gamma di proposte, tutte molto valide? Insomma, ci si potrebbe chiedere: gli Iron Maiden, con il loro omonimo album di debutto, non sono altro che una delle tante voci nel coro? Che apporto hanno dato in termini di innovazione ad un genere di cui non vengono annoverati come i precursori? Come spiegare quel fenomeno secondo il quale, negli anni a venire, il concetto stesso di Heavy Metal sarebbe stato pressoché inscindibile dalla band dei sobborghi londinesi? Domande che, certamente, quasi tutti i metalheads (compreso il sottoscritto)si sono posti, stretti nella morsa della passione per la musica da un lato, e dal fascino ancestrale, romantico, che la band di Steve Harris ha sempre esercitato sui suoi seguaci (ma non solo su di loro), un trasporto emotivo ai limiti del proselitismo e della devozione mistica. La rivoluzione attuata dai Maiden, che sarà tuttavia più facilmente percepibile con le successive uscite, a partire proprio da "Killers" appena un anno dopo, investe in realtà vari settori, non ultimo quello più prettamente musicale. A loro si deve, infatti, la definitiva emancipazione dell'Heavy Metal dai legacci dell'Hard/Blues; ossia la creazione e codificazione di un genere genuino ed "epurato" da contaminazioni che ne possano invalidare l'essenza stessa. Le accelerazioni sistematiche e l'uso pressoché istituzionalizzato del doppio pedale alla batteria, che vede in Clive Burr un accreditato precursore, nonché assoli di chitarra micidiali, letali e taglienti, vere e proprie rasoiate in grado di accantonare definitivamente la matrice blues (da cui pur sempre traggono origine); un comparto ritmico che vive, quasi sempre, dell'accoppiata batteria/basso, con quest'ultimo a fare da battistrada ed a dettare ogni sorta di cambio o variazione di tempo. Del resto, Harris si è formato alla "scuola" di Geddy Lee e Geezer Butler; ma, a differenza loro, interpreta il ruolo di bassista come da autentico e frustante mattatore, laddove i due citati erano più inclini a virtuosismi ed audaci escursioni dalla partitura. Non dimentichiamoci poi con un vocalist come Di'Anno, in grado come pochi di dare profondità e pathos alle interpretazioni vocali, divenendo eccellente rapsodo delle inquietudini e dei macabri deliri delle fantasie di Harris. Una timbrica calda e possente quella di Paul, estremamente diversa dalle ugole nitide e smaglianti di un Plant, un Dio, un Gillan o un Halford, o del futuro Dickinson; ma dannatamente penetrante ed evocativa, capace di smuovere i più angusti meandri dell'animo. A livello testuale, le lyrics si arricchiscono di una componente culturale di altissimo spessore e di assoluto rilievo (prova ne sia un brano come "Phantom Of The Opera"), documento inconfutabile di un'attitudine intellettuale fonte di un fascino che trascende dalla inevitabile componente "stradaiola" di una rock band, ma che ne accentua la magnificenza. Una spiccata predilezione per tematiche a sfondo horror, per la prima volta (fatta eccezione per Jack The Knife protagonista della priestiana "The Ripper")erette al rango di stilema compositivo inglobato in toto nel corpus narrativo/strumentale del pezzo. Anche questo aspetto verrà incrementato e ulteriormente corroborato nell' arco della produzione successiva, raggiungendo picchi ineguagliati in pezzi come "The Number Of The Beast", frutto della perversione onirica di Steve, o "Hallowed Be Thy Name", in cui alla tragicità dell'attesa della morte, venivano passati in rassegna gli inquietanti deliri del condannato. Per la prima volta in assoluto nella storia di una rock/metal band, poi, un personaggio avrebbe fatto la sua fissa e costante comparsa sulle cover dei dischi, dando origine ad una vera e propria saga con tanto di trama e percorso narrativo che porterà Eddie The Head ad evolversi più e più volte nel lungo arco della discografia, comparendo di volta in volta in vesti differenti, ma sempre concettualmente e tematicamente inerenti all'humus dell'album stesso. Iconografico  protagonista ed interprete truculento, referente visivo e fantastico delle strutture tecniche e concettuali dell' opera. Chiedere a Mustaine a chi si sia ispirato per la creazione di Vic Rattlehead, mascotte dei suoi Megadeth! Ma non è tutto, gli Iron Maiden hanno gettato le basi ed incarnato la prima fonte per forme e contenuti del power metal. Tanti gruppi che sarebbero poi stati ascritti al sottogenere, hanno avuto proprio nella band di Harris un'accreditata musa ispiratrice (si pensi a Helloween, Blind Guardian e Gamma Ray, per citare i più famosi). Se consideriamo che il colpo di grazia definitivo alla coeva corrente punk fu dato proprio dall'Heavy Metal, il terremoto provocato dai Maiden assume proporzioni bibliche. Ad un trend fatto di aggressione sonora, ritmi sincopati ed estremamente essenziali e compressi come quelli punk, si sostituiscono le architetture barocche tessute dalla Vergine Di Ferro, trame complesse e multiformi, prova eccelsa di indiscussa preparazione tecnica, oltre che di talento naturale. Elementi i quali vanno a costruire un tappeto sonoro monolitico ma al contempo variegato e ricco di sfumature. L'imperversare di un sontuoso classicismo applicato ad una base hard/heavy fa quindi sì che da questo momento in poi l'etichetta "classic metal" abbia come unico ed imprescindibile punto di riferimento la band di Harris,in cui le caratteristiche e le peculiarità citate confluiscono all'unisono e contribuiscono a creare un universo musicale, fantastico, onirico, visionario, storico in cui milioni di adolescenti (ma non solo!!!)si sarebbero rifugiati, avvolti nelle spire di un mondo unico, fatto di magnificenza e potenza pura. Vittime consenzienti di un coinvolgimento emotivo senza eguali, situazione che rese gli Iron Maiden quella metal band totalmente colmante e appagante. Quella band che racchiude in sé, in un unico e ideale abbraccio, tutte le anime del Metal. E non siamo che all'inizio!

1) Prowler
2) Remember Tomorrow
3) Running Free
4) Phantom of the Opera
5) Transylvania
6) Strange World
7) Charlotte the Harlot
8) Iron Maiden
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