IRON MAIDEN

Fear Of The Dark

1992 - EMI

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
22/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

No prayer for the dying, il precedente lavoro in studio degli Iron Maiden, uscito nell’ottobre del 1990, aveva lasciato un po’ l’amaro in bocca ai fan della Vergine di Ferro. Annunciato in grande stile come ad un ritorno ai primi anni ’80, snello e più diretto come canzoni, in realtà per molti è uno dei peggiori album della band, secondo forse solo a Virtual XI. Dal vivo invece i Maiden non mollano l'osso di un millimetro; abbandonate dopo tre grandissimi tour le grandi coreografie, propongono sullo stage un semplice muro di Marshall con alle spalle solo enormi drappi che riportano alle varie copertine di Derek Riggs. Ovviamente ci sono ancora le due apparizioni di Eddie, quello gigante dietro la batteria e quello “camminante” sul palco. Ma sono i cinque Maiden ad essere ancora in grandissima forma, come fu evidente anche dalle date italiane (alcune però annullate per problemi alla gola di Bruce Dickinson) con le scorribande classiche di Bruce e Steve a cui però si aggiungono anche i movimenti e le pose plastiche di Janick e dello stesso Dave Murray che sembra godere di nuova linfa con l’arrivo del “nuovo” partner alla chitarra. Il rischio è quello di scontri sul palco, tanto è il dinamismo sugli stage.    Anche il successo commerciale della band non sembra scendere di molto e la dimostrazione è il clamoroso n.1 del singolo “Bring you daughter to the Slaughter”  proco prima di Natale 1990 in testa alle classifiche del Regno Unito, cosa mai avvenuta in precedenza. Dopo un 1991 passato per metà circa in tour, la band si ritrova insieme per scrivere del nuovo materiale per quello che diventerà il nono album da studio, intitolato Fear of the Dark. L’album come tradizione è preceduto a marzo 1992 da un singolo, “Be Quick or Be Dead” che ha un discreto successo in Europa e mostra come le band nelle liriche si avvicini anche ai problemi sociali crescenti, come quello del clamoroso crack finanziario che aveva colpito il miliardario Robert Maxwell in Gran Bretagna. La prima grande novità è ancora un volta l’osservazione della copertina: l’edizione internazionale della EMI propone un vinile apribile con ovviamente Eddie in primo piano, questa volta tutt’uno con le ramificazioni di una pianta, molto gotico e inquietante ma, soprattutto, per la prima volta dopo 12 anni, non è Derek Riggs a firmare l’artwork ma Melvyn Grant. Interviste successive non chiariranno del tutto la diaspora, anche perché Riggs, seppure polemico per presunti mancanti introiti e per come sia stato “brutalizzato” Eddie, la sua creatura, ha continuato saltuariamente a collaborare con Steve Harris & co.  Siamo nell’epoca del cd e quindi per la prima volta gli Iron Maiden superano gli 8/10 brani classici del vinile,  registrando ben 12 canzoni.



Come il precedente, anche Fear of the Dark viene registrato nei Barnayard Studios nell’Essex, praticamente uno studio ricavato dal fienile fuori casa di Steve Harris dove la band si ritrova da qualche anno a suonare e registrare senza più avventurarsi in costose trasferte.  Per l’ultima volta, prima della pensione il grande produttore inglese Martin Birch si siede dietro la console questa volta in compagnia dello stesso Steve Harris che oramai ha quasi il controllo totale della band, considerando che aveva diretto anche la popolarissima vhs Maiden England uscita nel 1989.  Al primo ascolto quello che colpisce è il suono più cristallino e pulito della batteria di Nicko, autore in generale su tutto l’album anche di una grande perfomance tecnica di altissimo livello. La prima traccia, senza alcun tipo di introduzione, è come dicevamo “Be Quick or be Dead”  con liriche composte ovviamente da Bruce Dickinson (non poteva essere altrimenti, pensando al tema)  e musiche di Janick Gers, che su questo album comincia a dare un contributo importante negli Iron Maiden.  La canzone è una delle più corte e dirette dei Maiden,  parte con i tom di Nicko (e un urlo agghiacciante di Bruce) seguiti a tutta velocità dalle chitarre di Dave Murray e Janick Gers prima che Bruce, con la voce ruvida utilizzata in quel periodo, lanci i suoi strali contro lo strapotere economico della banche e degli affaristi senza scrupoli.  Come dicevamo lo scandalo che ha coinvolto il parlamentare e imprenditore Robert Maxwell ha scosso la Gran Bretagna, morto, si presume suicida, nel 1991 ha lasciato i figli e la sua società sotto accusa per bancarotta fraudolenta nel 1992 con il “furto” anche di milioni di sterline che spettavano a fondi pensione.  Bruce ne coglie lo spunto per un attacco al sistema bancario - economico e, incredibile ma vero, la canzone sarebbe attualissima anche per quello che sta succedendo in Europa e in Italia in questi ultimi anni.  La prima strofa è emblematica “Coperto di peccatori e gocciolante d'oro. Ti faccio ricco con il fango e lo sporcoMostrate le pance in torri d'avorio .Ci includete nei vostri piani e nei vostri poteri”  e poi il ritornello molto diretto “Tienili d'occhio - o sei veloce o sei morto. Due ai dadi in Paradiso - hai un ladro nella testa. Tienili d'occhio - o sei veloce o sei morto. Due ai dadi in Paradiso - hai un ladro nella testa Sii veloce ! O morirai! Sii veloce o morirai !” . Il genio folle di Derek Riggs disegna per il singolo Eddie che prende per il collo ovviamente un uomo molto simile alla fisionomia di Maxwell circondato da articoli di giornale dal contenuto emblematico. Passiamo alla seconda traccia, “From Here to Eternity”che è anche il secondo singolo dell’album. Il pezzo, piuttosto semplice, ha nel cromosoma qualcosa che ricorda gli Ac/Dc,  Steve gioca con le parole e tira in ballo la Bestia e Charlotte, già protagonista di altre due canzoni (“Charlotte the Harlott” e “ 22 Acacia Avenue”). Ancora una volta Bruce opta per una voce aspra, simile a quella del suo recente primo album solista: Tattooed Millionarie. Il pezzo è molto più intrigante dal vivo che da studio obiettivamente e il refrain ci ricorda, in stile appunto Bon Scott che “L’Inferno non è un brutto posto dove stare, l’Inferno è da qui all’eternità“.  Per il videoclip la EMI evidentemente sborsa parecchi soldi, tanto che i cinque Maiden si ritrovano nei prestigiosi Pinewood Studios (il Cinecittà britannico) per un video pieno di fiamme infernali, ruderi di statue simboliche e perché no anche di una bellissima modella, cosa piuttosto rara nei video maideniani. Il pipistrello mostruoso che si stacca orribilmente dalla testa del motociclista infernale, diventa anche un simbolo per le date estive dei Monsters of Rock il più importante happening metal (il Wacken Open Air e per il momento poco più che un festival periferico) dove i Maiden vengono chiamati come headliner per la seconda volta. L’Eddie-Dracula, se così lo vogliamo chiamare, è bene presente anche nella back cover del vinile, sullo sfondo della classica foto del gruppo. La data di Donington Park, in UK verrà celebrata l’anno successivo, nel 1993 in un'altra fortunata vhs, mentre nella memoria di chi vi scrive rimarrà per sempre scolpita come una lapide la data del 12 Settembre 1992 quando vidi gli Iron Maiden per la prima volta a Reggio Emilia (che Bruce scambio più volte nel corso della serata per Modena!). E’ il famigerato festival in cui Pino Scotto suonò a mezzogiorno e poi fece da testimone (o spione?) di presunte verità assolute sugli Iron Maiden e non solo, sulla famosa bandiera italiana violentata da Bruce sulla cui veridicità in moltissimi tra i presenti non ricordano assolutamente. Che Bruce e Steve non si amassero moltissimo lo sapevamo già anche dalla cronache di allora; resta l'amarezza nei fan nel constatare che il "tribuno" televisivo continui tutt'ora ad infangare il nome di Bruce. Caro Pino il tempo non si è fermato al 1992, di strada gli Iron Maiden ne hanno fatta ancora tantissima, suonando dal vivo in quasi tutto il mondo e conquistando primi posti in tantissime charts, possiamo anche concedere ad un grandissimo professionista dalla indubbia intelligenza come Bruce il fatto di non essere un santo, ma chi lo è? Come si dice l'invidia è una brutta bestia! Ma torniamo alla recensione di Fear of the Dark , la terza traccia è semplicemente una delle perle dell'album , la superlativa “Afraid to shoot strangers”. Dave e Janick intrecciano una bellissima melodia iniziale, prima che la cassa di Nicko detti i tempi sulle strofe magistralmente cantate da Bruce; il tono di voce è talvolta appena sussurato ma, con abilità il frontman è pronto a sottolineare con un tono di voce più deciso le parole più "pesanti" del testo, con la consuetà teatralità di cui è notoriamente capace. Il brano poi ha un lungo momento strumentale con un stupenda accelerazione che dà spazio anche ai due assoli. Bruce ripete il titolo della canzone più volte e già la si immagina dal vivo, poi ancora una sorta di marcetta, ben ritmata, chiude melodicamente il tutto, ancora con il ritornello in chiusura. La prima guerra in Iraq sicuramente è stato un spunto lirico, con l’esercito inglese in campo storico alleato degli USA ma, ovviamente nelle liriche è l’angoscia e l’inquietudine di un soldato che, nell’adempimento del proprio dovere teme di colpire estranei, che non centrano nulla con la guerra. Tornando alla musica sullo sfondo  si ascoltano suoni di tastiere, giusto per creare l’atmosfera, accreditati nel booklet a Micheal Kenney, tecnico del basso di Steve Harris e quindi anche musicista aggiunto. Il quarto pezzo, almeno dal punto di vista di chi vi scrive è uno dei più deboli dell’album. “Fear is the Key” in cui ancora il contributo di Janick Gers è evidente, inizia con un riff orientaleggiante ma mostra un Bruce un po’ sulle corde dal punto di vista vocale, con quel modo di cantate del periodo 1990-1993 in cui sembrano venire a mancare la sua ugola dalla timbrica decisa. La canzone prima si sviluppa su strofe abbastanza semplici, prima di un improvvisa e frenetica accelerazione che un po' ne snatura la sostanza, prima del vero ritornello dove Bruce ripete tantissime volte la parola “lies”. Sono proprio le urla che stonano in parte con in sottofondo arpeggi di Gers ad accompagnare questo momento, un fase della canzone non certo molto ispirata, al contrario invece del testo, molto significativo. Si parla di come siano cambiati i tempi dell’edonismo sfrenato a causa dell’ AIDS. “Ricordo i tempi in cui ne abbiamo fatte di cotte e di crude, combattendo in vano. Ricordo che pensavamo che la passione fosse gratis. Nel cuore della notte, corpi che si infiammano - Ora viviamo in un mondo d'incertezze. La paura è la chiave - per il tuo futuro. Non hai il potere, la maggioranza fa quello che vuole. I bastardi sono troppi e sarà così per sempre...”.A rialzare subito le quote dell’album è la stupenda “Childhood’s end”. La song, accreditata al solito Steve Harris, inizia con una stupenda melodia di chitarra sulla quale poi si lancia in bellissime percussioni Nicko. Tutta la song è basata da questo bellissimo contrasto di tempi, le chitarre heavy nei versi si alternano alle armoniche delle chitarre con le veloci percussioni nel chorus. Bruce in stato di grazia e teatralmente magistrale descrive la povertà, la sofferenza e il destino crudele che si possono leggere negli occhi delle popolazioni affamate del Terzo/Quarto Mondo, soprattutto dei bambini. “La fine dell’infanzia” appunto legata alla morte per inedia. Nel ritornello ritornano le percussioni brillanti di Nicko con Bruce che sintetizza così la tragedia “Nessuna speranza, nessuna vita solo dolore e paura. Nessun alimento, niente amore, solo avidità qui!”. Incredibilmente la band non intuisce le potenzialità di questo pezzo, escluso dalla set-list live. Molto pubblicizzata la successiva traccia “Wasting Love”, presentata nelle interviste promozionali come “la prima ballad nella storia degli Iron Maiden”. La canzone brillantemente interpretata da Bruce non è forse “Tears of the Dragon” (pezzo strepitoso che il cantante proporrà sul suo secondo album solista nel 1994), ma è una canzone molto struggente e contiene forse il miglior assolo in assoluto di Janick Gers da quando è negli Iron Maiden. L'inizio presenta una parte semi-acustica di basso e chitarra, Bruce è abbastanza melodrammatico nel cantare e tutto funzione molto bene, con l'ingresso poi trionfante di Nicko nel ritonello. Lo stesso batterista segue ritmando molto bene il meraviglioso assolo di cui parlavo prima. Un paio di curiosità: considerato il terzo singolo estratto dall’album, in realtà non è disponibile sul catalogo EMI UK, essendo un singolo uscito solo in alcuni paesi, come l’Olanda, sebbene la band ne abbia tratto anche un videoclip, tipicamente in stile MTV di allora, con la band in chiaroscuro, quasi invisibile e con immagini che richiamano amori promiscui e corpi tatuati. In effetti la canzone ci parla di tradimenti e di disonestà coniugali (credo fatti non immuni anche ad alcuni membri della band stessa) ma anche del vuoto “affettivo” che hanno certi rapporti occasionali.  “Trascorri i tuoi giorni nella vuotezza, trascorri i tuoi anni nella solitudine,  sprecando amore in cerca di una carezza. Ombre rotolanti nella notte”. “The fugitive” , nasce ancora una volta dal genio di Harris, questa volta però ispirato al famoso telefilm “Il fuggitivo” del 1963 (molti citano il film con Harrison Ford ma come fa Steve ad aver scritto una canzone su un film che non ha ancora visto? La pellicola di Hollywood è in fatti dell’anno successivo, il 1993). La canzone ha un impatto ritmico devastatante con il basso martellante e la percussioni di Nicko che creano un muro sonoro non da poco.  Poi sono note delicate di chitarra e ancora il basso a scandire le strofe, ben cantate da Bruce in cui ci parla della fuga dal carcere e dell’inseguimento della polizia. Sappiamo che si tratta in realtà di un ingiustizia ed infatti “Sono un fuggitivo, sono stato intrappolato come in un gioco, sono un fuggitivo ma devo riscattare il mio nome”.  Ottime tastiere, sempre in relativo sottofondo creano le atmosfere giuste anche per i consueti scambi di solo tra Dave e Janick.  “Chains of Misery” non è una delle canzone favorite dai fan, forse troppo semplice e diretta per essere un prodotto al 100% dei Maiden, ancora un po’ in stile AC/DC con un ottimo assolo di Dave Murray che ha scritto la canzone insieme a Bruce che, come sempre si diverte un po’ a giocare con i doppi sensi. Un classica rullata di tamburi apre subito le strofe cantate con un tono quasi subdolo, con qualcosa di malefico da parte di Bruce. Il ponte è ben strutturato prima del vero ritornello dove un bella parte corale sottolinea il titolo. Le liriche parlano del “diavoletto che siede sulle nostre spalle”, quello che ci dà cattivi consigli nella vita e che ci tiene nelle appunto “catene della miseria”. Brano molto contradditorio e certo estremamente anomalo di tutta la discografia degli Iron Maiden è  “The Apparition”; inizia subito con strofe seguite da un riff interessante, salvo poi non trovare mai uno sbocco significativo, tranne forse nella parte strumentale e degli assoli. Steve ancora una volta trova spunti lirici nel paranormale o comunque nel fantastico, con “l’apparizione” di uno spiritello che ha attraversato lo spazio e il tempo : “Ora sei qua, puoi vedermi? Perché sono uscito per conto mio e quando la stanza comincia a raffreddarsi puoi sentirmi - perché sono qui” . L’incontro con lo “spirito” è anche lo spunto per qualche riflessione sulla vita ed nel testo vi sono anche alcune “aforismi”:  “In un mondo di delusioni non devi voltare le spalle ad un amico, perché di quelli veri se contano solo sulle dita di una mano  in tutta la vita.” -- “Percezioni extrasensoriali, Vita dopo la morte, telepatia, può la tua anima continuare a vivere e viaggiare tra lo spazio e il tempo?”. Le successive tre canzoni sono tutte di altissimo livello a mio avviso a cominciare dalla breve “Judas Be My Guide”; il pezzo è fortemente condizionato dalla chitarra di Dave Murray che introduce con una pregevole melodia il pezzo e lo conclude con un'altra raffinatezza ma è l’assolo, uno dei più belli del biondo crinito in tutta la carriera con progressioni di armoniche e riverberi che lasciano il segno. Le liriche astute e brillanti come sempre sono di Dickinson che riprende in parte una strofa di “Son of the gun” del suo album solista e la sviluppa parlando ancora, come in “Chains of Misery” del lato cattivo dell’umanità, quelli che lui chiama appunto “Giuda”.  Principalmente parla di come la gente venda qualsiasi cosa, anche le più preziose per soldi. “Senza luce - viviamo in un mondo di oscurità.  Nessun dubbio – Tutto quanto è fuori in vendita. Dormiamo – Tutto il mondo sta bruciando.  Preghiamo – verso Dio per un affare migliore. Nulla è sacro, meglio il passato o ora ?  Tutto quanto è inutile, è tutto quello che abbiamo qui ? Dove vado ora? Giuda la mia guida, sobilla nella notte.” Sottovalutata è certamente Weekend warrior”, che inizia con un andamento lento, più hard rock che metal ma in cui piacciono molto appunto le diverse ambientazioni, con la chitarra di Janick che alterna l’acustica a quella elettrica creando un effetto stile anni ’70 notevole. Steve scrive delle liriche ispirate come non mai, questa volta verso un'altra piaga sociale: la violenza negli stadi. Sebbene forse Steve guardasse in casa sua, agli “hooligans” della nazionale inglese e non solo, il tema è ovviamente attuale anche per il resto dell’Europa e ovviamente anche per i tanto vituperati ultrà italiani. Il testo aiuta nel far riflettere il ragazzo sui suoi comportamenti, legati al divertimento del “branco” ma senza un reale costrutto nella vita. Il “guerriero del week end” cosa pensa di fare il lunedì? L’album, ancora una volta nella prestigiosa discografia della Vergine di Ferro si conclude con un pezzo che entra di diritto nella storia del heavy metal. Steve Harris scrive un canzone che può sembrare banale su una camminata notturna in un parco dopo aver alzato il gomito ma, il risultato è un pezzo leggendario che ha dato negli anni ancora più lustro alla band, diventando una canzone che ha superato persino i confini del metal per essere conosciuta anche da gente che normalmente non si avvicina nemmeno per scherzo a questo genere di musica. Stiamo parlando, l’avrete oramai capito della traccia n.12 dell’album Fear of the Dark ovvero la title-track, appunto “Fear of the Dark. Si inizia con una chitarra melodica su cui Bruce è quanto meno oscuro e meravigliosamente credibile, dando proprio una sensazione di angoscia crescente. Poi viene ripetuto per la prima volta il ritornello, prima di dare via ad un veloce riff in cui si incrociano Murray e Gers sulla classica sfuriata di basso di Steve. Il brano raggiunge il suo apice al secondo ritornello, ritmato con un ottimo cambio di tempo di Nicko. I solo sono seguiti da un momento di altissima partecipazione melodica, quanto mai significativo quando il pezzo viene suonato dal vivo, con Bruce che ripete per l’ennesima volta il ritornello seguendo le melodie di chitarra. Nel finale si ritorna alla catarsi con la ripresa delle strofe iniziali: dal 1992 quando è stato inserito nella set-list la prima volta, il pezzo è rimasto fino ai giorni nostri sempre nelle scalette dal vivo, superando anche brillantemente il periodo Blaze Bayley. Per capire l’amore incondizionato nei confronti di questo pezzo, basti pensare come la versione singolo dal vivo del 1993, registrata in Islanda sia diventata quasi un must, con i cori del pubblico che seguono i gesti di Bruce in ogni sua richiesta, come un direttore d’orchestra. Dall’Argentina all’Italia, dall’Australia all’India è sempre uno spettacolo di luci , musica e pubblico con il genuino saltellare anche dello stesso Harris. Per dare infine, un'ulteriore dimostrazione di quanto sia popolare il brano è nato persino un gruppo Facebook in cui si chiede ai Maiden di “non suonare” dal vivo “Fear of the dark”, reazione comprensibile considerando magari qualche purista dei Maiden che gradirebbe pezzi più da esperti e non di massa, sebbene stiamo sempre parlando di una band che certo non viene trasmessa in radio quanto un singolo di Ligabue o Vasco, tanto per rimare in Italia



In conclusione “Fear of the Dark” è un album di altissimo livello, a cui tolgo solo mezzo voto per un paio di brani che, pur rabbrividendo mi permetto di dire “riempitivi” anche se suona come bestemmia parlando di Iron Maiden. Fatto molto poco sottolineato dalle recensioni comuni è come la band si sia calata in maniera eccezionale nei temi sociali, ancora adesso attuali: la crisi economica, la fame del mondo, l’AIDS, la violenza negli stadi e direi un certo cinismo nei sentimenti, temi mai affrontati prima e molto raramente affrontati dopo. Mi sembra evidente l’influenza di Dickinson nelle liriche, a cui ha fatto molto bene l’album solista Tattooed Millionarie che è stato stimato da molti proprio per i testi maturi. Malgrado l'esplosione del thrash metal e l'inizio del fenomeno grunge, gli Iron Maiden possono vantare un credito e un rispetto illimitato da parte dei fan heavy metal e, il primo posto di Fear fo the Dark nelle classifiche UK ne è una clamorosa dimostrazione. Come un fulmine a ciel sereno, nel febbraio 1993 il cantante Bruce Dickinson abbandona la band, ufficialmente per le classiche "divergenze musicali", il successivo tour europeo, A REAL LIVE TOUR, teoricamente è un'occasione unica per salutare il grande Bruce ma sia il pubblico sia il frontman reagiscono male durante i concerti: da un lato i fan "talebani" non accettano la scelta e si comportano male con striscioni offensivi, sputi e quant'altro. Dall'altro Bruce non sembra impegnarsi al 100 %, è ovvio che sia molto più concentrato sul suo futuro artistico che su quello che fa ogni sera sul palco con i Maiden, fatto che non gli verrà perdonato dal Sergente di Ferro Steve Harris. In ogni caso, il managament degli Iron Maiden, come sempre molto attento a sfruttare ogni singola occasione con profitto, sacrificherà "simbolicamente" Bruce in un ultimo concerto in compagnia del mago illusionista Simon Drake nell'agosto 1993. Trafitto, ebbene si, dalle lame dello strumento di tortura noto appunto come Vergine di Ferro, Bruce verrà poi vendicato da Eddie che a sua volta truciderà brutalmente l'illusionista in quella che è diventata poi un vhs in Europa (e un dvd negli USA ) dal titolo RAISING HELL, uscita esattamente un anno dopo, nel 1994. Ma avremmo sicuramente l'occasione di riparlarne.


1) Be Quick or Be Dead
2) From Here to Eternity
3) Afraid to shoot strangers
4) Fear is the key
5) Childhood’s end
6) Wasting Love
7) The Fugitive
8) Chains of Misery
9) The Apparition
10) Judas Be My Guide
11) Weekend warrior
12) Fear of the Dark

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