IRON MAIDEN

Dance of Death

2003 - EMI

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
26/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Il doppio cd prima, e finalmente il primo dvd degli Iron Maiden poi, intitolato semplicemente “Rock in Rio”, ha permesso alla storica heavy metal band inglese di vivere di rendita per tutto il 2002, e prendersi un meritato riposo dagli stage di tutto il globo. All’inizio del nuovo anno, il 2003 iniziano a diffondersi voci incontrollate su un nuovo album e di un tour di supporto relativo. Nel frattempo, oltre alla classica raccolta della EMI, “Edward the Great”,  uscita a fine 2002; per scaldare i fans i Maiden stampano su dvd la loro collezione di video definitiva, intitolata “Vision of the Beast”, con cui prendono lo spunto per un tour estivo di sole vecchie canzoni, con l’unico inserimento, in anteprima, di quello che sarà il primo singolo di “Dance of Death”,ovvero “Wildest Dreams”. In una delle estati più torride dello scorso secolo che l’Europa ricordi, anche in fan italiani ebbero la possibilità di ascoltare il pezzo nuovo all’interno del Heineken Jammin’ Festival all’Autodromo Dino Enzo Ferrari di Imola. Curiosamente, pur dichiarando di voler fare tour più snelli e corti per non affaticare troppo i sei componenti dei Maiden, il  Give me Ed…’till I’m dead tour 2003 (una trovata geniale e divertente come nome) lascia spazio, dopo nemmeno 40 giorni di pausa, al Dance of Death Tour 2003/2004, che porterò dopo pochi mesi ancora in Italia gli Iron Maiden, precisamente a Milano e Firenze.  Il giorno 8 di settembre del 2003, l’album “Dance of Death” esce ufficialmente in tutto il mondo, balzando in testa alle classifiche di molti paesi (tra cui anche l’Italia), preceduta, come dicevo, dall’uscita del singolo “Wildest Dreams”. Ancora una volta prodotto e mixato da Kevin Shirley; ciò che ha stupito molti, e che stupisce ancora, è il pessimo lavoro artistico sulla cover. Eddie versione “mietitore di morte” con la falce è posto al centro su una sorta di girandola multicolore posta alla sua base. Sono però le figure danzanti attorno a Eddie a non convincere: si tratta di corpi mascherati disegnati con grafica computerizzata, ma nella maggior parte sgraziati; in un caso addirittura aberranti, con l’acrobata le cui articolazioni sono poste a pieghe inquietanti, senza parlare del bambino che non sembra nemmeno seduto sul lupo. Sono errori “non da Maiden”, band sempre molto professionale, e sembra quasi impossibile che Steve, Bruce e il manager Rod Smalwood abbiano potuto avvalorare un cover così orribile ! Per certi versi invece sorprendono le foto promozionali del disco,modelle piuttosto “svestite” sembrano quasi “attraversare” come spiriti i corpi degli Iron Maiden, dando un taglio sia misterioso, sia sensuale, come vedremo al significato della title-track. Ad un certo punto, a mio avviso, piuttosto che un disegno così scadente di copertina, sarebbe stato meglio un bel primo piano di una di queste modelle con una bella maschera veneziana ! Passiamo però ora al “succo” dell’album, ovvero le canzoni nella nostra consueta analisi track by track.



Dicevamo che l’album si apre con “Wildest dreams”, una canzone piuttosto semplice e diretta,senza orpelli inutili e troppi passaggi strumentali. Per la verità è la voce di Nicko McBrain che detta il tempo ad aprire la song; lo schema di “Wildest dreams” è un po’ quello sulla falsariga di “Wicker Man” ,anche se in questo caso la canzone è completamente diversa, un riff blues /hard rock non particolarmente illuminato apre la canzone, prima che subentri la classica rullata di Nicko. La canzone non convince del tutto, anche il chorus, pur cantato bene da Bruce, non è epocale. Per fortuna è Adrian Smith a regalarci un ottimo solo, prima di un vistoso rallentamento, adatto per un pregevole battimani dal vivo, con vocalizzi di Bruce che portano poi al finale della canzone. Il testo della canzone, scritto presumo da Smith con la collaborazione di Harris, parla della necessità di vivere intensamente la propria vita, la quale purtroppo è breve, e  spesso non da seconde chance.Il passato, con le sue ferite e le sue delusioni, è un ricordo insopportabile, c’è bisogno di un cambiamento, di una nuova “strada” in senso metaforico, da percorrere. Le prime strofe della canzone, dove il protagonista dice di dover organizzarre dei cambiamenti della propria vita ed esorcizzare i demoni del passato, ha fatto pensare qualcuno ad un riferimento al divorzio di Steve Harris ma, ovviamente anche per questioni di privacy, il diretto interessanto non ha confermato. La seconda traccia, stranamente breve per i canoni degli Iron Maiden, è “Rainmaker”, non a caso traccia utilizzata anche come secondo singolo tratto dall’album. Un piacevolissimo ingresso melodico di armoniche di chitarra su una base ritmica solida dà subito la sensazione di una canzone dalle grosse possibilità. Bruce, preciso e brillante, ci accompagna ad una sorta di doppio chorus; la parte centrale strumentale è molto melodica e sottolineata da un spunto old school sempre molto efficace di Dave Murray, peraltro co-autore del pezzo insieme a Dickinson e Harris. Personalmente ho trovato quasi un filo logico tra “Wildest Dreams” e “Rainmaker” a livello lirico: se nel primo caso il protagonista si lascia alle spalle le sofferenze del passato e si proietta in un futuro di cambiamenti in positivo, qui in senso metaforico troviamo ancora il protagonista, che potrebbe essere ognuno di noi, affrontare l’aridità del deserto che consuma la linfa vitale delle nostra esistenze. Ecco allora che il “signore della pioggia” porta con se lo scorrere dell’acqua e della vita, riportando i germogli nel nostro giardino esistenziale. Insomma, pare riferirsi ancora agli up and down, o per meglio dire highs and lows, della nostre esistenze, che possono essere spente, afflosciate e moribonde come una pianta morente, prima che arrivi la pioggia purificatrice. "Il signore della Pioggia" è colui che fa iniziare a piovere e colui che ci dice che tutto può cambiare e che può asciugare le nostre lacrime. Siamo alla terza traccia, intitolata “No more lies”, che va dritta nel solco dellae classiche canzoni di oltre 5,6 minuti, sullo stile “Afraid to shoot strangers”.  Per la verità, l’inizio lento e soffuso sia della batteria che delle chitarre, ricorda qualcosa di celtico già sentito all’inizio della canzone “The Clansman”, salvo poi cambiare i connotati con le prime strofe cantate di Bruce. L’ingresso di tutta la band è sottolineato anche da suoni di tastiera piuttosto evidenti, fino all’esplosione del chorus, con Nicko che colpisce duramente sulla gran cassa scandendo il “No more lies” cantato più volte da Bruce. Nella parte centrale tastiere e melodie incrociate delle chitarre si uniscono brillantemente, lasciando spazio ai solo di tutti e tre i moschettieri maideniani;  in sequenza Murray, Smith e Gers. Nel finale il brano si conclude ancora "a fari spenti", con un ultima citazione di Bruce. Liricamente il brano è stato vagamente ispirato (lo disse lo stesso Steve in alcune interviste dell’epoca) alla “Ultima Cena” di Gesù Cristo, ma in sostanza il personaggio affronta la propria imminente fine terrena, auspicando un ritorno dall’aldilà comunque con saggezza, sapendo che oramai non ci saranno più menzogne sul suo futuro. Non è nuovo Steve Harris nel girare attorno all’argomento della morte: c’è chi ha paura di morire e c’è chi sembra non interessarsi della vita nell’aldilà. In ogni caso ognuno di noi, nel corso della vita, si è trovato a pensare a questi argomenti, riflettendo su come ha vissuto e su cosa ci si presenti dopo la morte. Dal vivo, su “No more lies”, i Maiden esponevano come scenografia un backdrop con l’immagine di un Dea bendata, forse a rappresentare come siamo tutti ciechi di fronte alla verità sul nostro futuro. Inoltre, anche per pubblicizzare il tour UK fine 2003, “No more lies” usci come terzo singolo in edizione limitata "souvenir”, con tanto di polsino della band in omaggio. Un riff veloce e incisivo seguito prepotentemente dalla batteria è l’incipit di Montségur”,quarta traccia dell’album. Bruce accompagna le liriche in maniera teatrale, seguito minuziosamente dalle armoniche delle chitarre; ci si aspetta un chorus epico ed esplosivo, viste le premesse, ed in effetti per ben quattro volte Bruce ci ricorda con enfasi il sangue versato che scorre dalle mure e dalle porte di Montségur. Di seguito poi altre strofe su toni vocali medio alti, con delle splendide armonie in sottofondo che creano un emozionante caleidoscopio di colori e suggestioni. Pezzo che mette a dura prova l’ugola di Dickinson sicuramente in studio, figuriamoci poi dal vivo, dove,incredibilmente, vista la potenzialità, il brano non verrà proposto. Nella breve parte centrale c’è spazio solo per l’assolo di Janick Gers, che è autore del brano insieme a Dickinson (colui che certamente ne ha scritto le liriche) ed il solito Steve Harris. Splendido, per l’appunto, lo spunto lirico: siamo in una fortezza/monastero quasi inaccessibile nei Midi Pirenei francesi, Montségur appunto, dove si consumerà il dramma di centinai di catari che vennero bruciati vivi perché di fronte agli inquisitori mandati dal Papa non vollero abiurare al loro credo. Ma la storia si mischia con le leggende e i tanti libri scritti , sulla scia anche di bestseller mondiali come “Il Codice Da Vinci” di Dan Brown, e si pensa che i catari si sacrificarono anche per non rivelare segreti riguardo il Sacro Graal. Quindi Bruce, dopo aver visto personalmente la fortezza in questione durante delle vacanze nel sud della Francia, ne trae spunto per un canzone anche liricamente meravigliosa; già entusiasmante il primo assaggio della strofa, Bruce è rimasto solo in questo posto di desolazione, eppure è come se sentisse la presenza dei morti. Morti da innocenti per non abiurare la loro fede, bruciati vivi per il volere del Papa. Secoli dopo Bruce si domanda il perchè di questo estremo sacrificio, e quale segreto hanno portato con sè nella tomba. Nel secondo, “falso ritornello”, Bruce immagina quello che è successo,il loro rogo per l'avidità della Chiesa Cattolica e il suo paranoico zelo. La maledizione del sangue sulla Croce e del Sacro Graal è caduta su di loro. “Montségur” rimane una perla rara degli Iron Maiden post-reunion, un pezzo che sarebbe stato benissimo su un album come “Piece of Mind”. Fari puntanti sulla canzone successiva, la title-track dell’album, “Dance of Death”.  L’inizio della canzone è un crescendo memorabile, che ancora ora mette i brividi dal vivo quando viene suonata. Janick Gers, con la chitarra acustica ,viene pian piano seguito prima dalle strofe di Bruce e poi dalle altre chitarre, fino a coinvolgere la parte ritmica. Il cambio di tempo dopo i primi due minuti è il nucleo della canzone, si passa da un atmosfera celtica, folk , da bivacco nella foresta, ad un ritmo decisamente più incalzante che da proprio il senso di una danza forsennata, in cui emergono anche suoni campionati di orchestra, principalmente archi. I tre chitarristi, alternandosi ad altre strofe di Bruce, presentano i loro solo con le rispettive caratteristiche peculiari, mentre all’unisono (e accompagnati da tastiere e armonici  pseudo-violini) creano un atmosfera onirica piena di colori sgargianti. Ci sono momenti di pura esaltazione emotiva in questa canzone, e Bruce Dickinson, attraverso un look pittoresco, né saprà cogliere alla grande le possibilità dal vivo, dove si presenterà prima seduto su  un trono con tanto di doppia maschera veneziana e mantello rosso, poi in versione “mietitore” incappucciato in una mantella verde. Liricamente, a detta di Janick e Bruce, la canzone ha preso spunto da un vecchio film in bianco e nero di Ingmar Bergman del 1957, “The seventh seal”, il “Settimo Sigillo”, ma poi in realtà Bruce ne ha in parte modificato i contenuti. Splendido l’approccio che ne da lo stesso Bruce, che sembra introdurre una storia da incubo con la prima frase in cui ci inquieta subito, parlando di un racconto da gelar le ossa. Un uomo di notte esce per una camminata del giardino, per prendere una boccata d’aria in una serata di festa. Ha bevuto una paio di bicchieri, non di più è sta godendosi la bellezza della luna guardando il cielo stellato, ignaro dei movimenti attorno a lui. Ad un certo punto nota delle luci danzanti e ha la sensazione di essere osservato da delle strane figure tra gli alberi che gli sfrecciano all’improvviso davanti per poi scomparire. Viene trascinato, seppure impaurito, attorno ad un cerchio di fuoco per danzare con queste figure senza vita, la “danza della morte” appunto. Il suo spirito sembra sollevarsi dal corpo fisico, e non si scotta nemmeno quando viene toccato dalle fiamme del fuoco in mezzo al cerchio. Nessuno purtroppo è presente per testimoniare quello che sta succedendo, le figure non morte con cui sta danzando e cantando sembrano discendere dall’Inferno. Concludendo in breve il racconto da “gelar le ossa”, lo spirito del malcapitato torna nel proprio corpo, il quale non ha mai più ballato in vita sua da quando gli è capitato di danzare con la morte. C’è anche una morale di fondo: ovvero vivere la vita intensamente (ritorna ancora questo tema nei Maiden) senza pensare al domani, visto la seconda possibilità che la vita ti ha regalato dopo questa misteriosa esperienza extrasensoriale. Nessun riferimento a specifico invece ai disegni della Danza Macabra, spesso presenti in cimiteri, con cui la canzone dei Maiden non ha nulla a che fare. “Gates of Tomorrow” è forse un punto debole dell’album; arrivati fino a qui trascinati dal coinvolgimento emotivo soprattutto degli ultimi tre pezzi, qui scema un po’ la tensione. Il riff iniziale, stile Ac/dc non pare originalissimo (a me ricorda qualcosa di “Lord of the flies”) e anche Bruce canta in maniera roca, un po’ come nel periodo 1990-1993, la canzone nel complesso malgrado il discreto ritornello stenta a decollare, compreso un assolo di Janick Gers francamente inascoltabile. Ad un primo approccio superficiale la canzone sembra affrontare le tematiche del web, inteso appunto proprio come rete informatica ed internet, le quali sarebbero  le “porte del futuro” appunto. Credo invece, traducendo anche le strofe e non solo il ritornello, che l’approccio sia più metaforico e devo dire anche oscuro, aperto a molte interpretazioni: la tela che ci intrappola (da tagliare) non penso sia intesa come quella web informatico, ma piuttosto ad un significato misticheggiante. Nel testo infatti si dice che nessun Dio può salvarti se non tè stesso, il che sembrerebbe, pur, ripeto, lasciando in maniera enigmatica all’ascoltatore dare la propria interpretazione, riferirsi alle religioni che accecano i nostri occhi e ritardano i nostri sogni. Il pezzo successivo ha avuto un grosso richiamo pubblicitario già prima dell’uscita dell’album, poiché fu diffusa via web la notizia della prima canzone scritta dal batterista Nicko McBrain dal 1983, cioè da sempre, dai venti anni che è in formazione. Ebbene “New Frontier è un tipico up-time stile Iron Maiden, sebbene, come per il pezzo precedente, non sembra certo memorabile. L’inizio è come dicevamo heavy, supportato da un buona base ritmica, non male anche il chorus con buone armoniche in sottofondo, pregevoli anche i solo di Smith prima e Murray successivamente. In sostanza, per essere la prima traccia scritta dal simpatico guascone ex Trust, non è malvagia, ma sicuramente dopo alcuni ascolti diventa obiettivamente trascurabile rispetto alle vette raggiunte in precedenza. Interessante, per certi versi quasi sorprendente, il testo, con Nicko che affronta un tema delicatissimo come quello della biogenetica e dei parti in provetta (o comunque non naturali). Vale la pena correre il rischio, ci dice Nicko ? Creare della sorta di mostri solo per il nostro egoismo ?  Un involucro senza animo, giochiamo una guerra tra Dio e l'Uomo,questa è la nuova Frontiera ? Sappiamo di una rinnovata spiritualità e fede religiosa del batterista che, dal suo punto di vista, non esita nel criticare l’eccessivo spingersi troppo oltre della scienza , creando indubbiamente contrasti che coinvolgono la bioetica. Nel testo si parla di clonazione e di nuovi “Frankestein” , del resto Nicko lo ha anche detto chiaramente “Per me soltanto Dio può creare un essere umano, il resto solo sono mostri provati in provetta”. Una presa di posizione forte, il classico tema Scienza vs Religione che, del resto, da secoli si scontrano su diversi temi etici. Il pezzo successivo è “Paschendale” ,che già dal titolo stimola spunti fantasiosi ed epici e ci riporta alle trincee della Grande Guerra,  la terza battaglia di Ypres in Belgio di cui parleremo tra poco. Sono i colpi di charleston di Nicko che danno il via alla canzone e, genialmente, si possono accostare quasi ad una sorta di codice Morse, visto anche il tema di cui tratta la canzone; il tutto è seguito poi da una dolce melodia di Adrian Smith (grande protagonista su questo pezzo) su cui poi lentamente si aggiungono il basso di Steve e la voce drammatica di Bruce. L’ingresso pomposo della batteria e della band al completo riesce quasi a rendere vivida la drammaticità delle truppe in trincea, con le mantelle e gli impermeabili sudici e bagnati,  e gli sguardi smarriti dei soldati. Bruce procede con le strofe-cronache di guerra , è ancora Andrian poi con un altro riff a guidare nella parte musicale la band fino ad una sorta di falso ritornello, molto suggestivo, in cui si parla del ritorno a casa, sogno ovviamente di ogni soldato al fronte. La guerra e il fato sono purtroppo le due variabili discriminanti per ogni soldato in trincea: o vivrà per una nuova vita, oppure morirà senza avere un altra possibilita. Traghettatore per la terza è ultima parte della canzone è ancora un altro spunto di Smith, seguito a ruota dal solo di Murray e poi  dello stesso Smith. Un interludio ancora di grande pathos di Bruce in cui in maniera vivida ci racconta di come il sangue scorre a fiumi in una sorta di cloaca vermiglia, e non basta certo il suono dei cannoni e dei fucili per nascondere questa infamia. Trova spazio anche un solo di Janick prima della strofe finale, con la seconda ripetizione del “falso ritornello” di cui parlavo prima. Poi si ritorna alle melodie iniziali soffuse, con Steve che accompagna gli ultimi strazianti versi di Bruce: lo spirito dei soldati è nel vento, attraverso le linee e aldilà della collina. Lì, amici e nemici si incontreranno di nuovo, furono quelli che morirono a Paschendale. Una canzone emozionante ed evocativa come dicevo all’inizio, peraltro giustamente proposta dal vivo, con Bruce con tanto di impermeabile ed elmetto (ungherese) della prima guerra mondiale, mischiato in trincea insieme a manichini come “falsi morti”. Memorabile quando si alza per cantare, nessuno poteva immaginare dove si fosse piazzato,completamente mimetizzato nella scena. Peraltro liricamente nel finale, si vuole simboleggiare ovviamente l’assurdità di questo conflitto che, al di là delle nazioni d’appartenenza, ha portato alla morte di migliaia di giovani, sottoposti anche ad una cronica mancanza di cibo e ad uno dei periodi più piovosi che le Fiandre ricordino negli ultimi 75 anni, sfiancati nell’animo e nello spirito dalle interminabili guerre di trincea, spesso fatte di piccoli e inutili avanzamenti senza reali vittorie sul campo. “Face in the sand” ha un inizio totalmente strumentale, dall’impatto emotivo vincente, suono di sintetizzatori fanno da tappeto al doppio pedale, per la prima volta usato da Nicko, non particolarmente a suo agio a suo dire, ed infatti il brano verrà escluso dalla set-list dal vivo. Bruce attacca finalmente a cantare, sempre con una base musicale alle spalle molto pomposa. Ci racconta di come oramai siamo passivi ad ogni tragica notizia di cronaca, anche le più catastrofiche, quasi ipnotizzati da questo errore, ma allo stesso tempo indifferenti. Nel testo si parla della nostra apatia davanti alle notizia, aspettiamo e attendiamo la morte che cade dal cielo. Peraltro questo può essere un vago riferimento anche alla tragedia del 11 Settembre 2001 ,quando il terrore fu causato proprio da aerei nel cielo. Tutto quello che possiamo fare dunque è solo guardare e attendere ? La canzone sembra piuttosto pessimista anche su questo: la fine in realtà non arriva mai, non c'è limite agli ororri che scorrono davanti ai nostri occhi. Continuiamo così a scavare tombe, a caricare le armi per uccidere. Nel finale Dickinson ripete il ritornello con i classici cori “oh oh”, che sono una caratteristica di molte canzoni degli Iron Maiden fin dai tempi di “The Trooper”. Accordi di chitarra melodici e basso accompagno l’inizio soft di “Age of  Innocence” , prima che un riff più dinamico subentri sulle strofe di Bruce. Un assolo di Dave Murray piuttosto lungo fa da intervallo, prima di uno splendido momento melodico, tipicamente maideniano, con le tre chitarre sovrapposte. Un brusco cambio di tempo serve per un ulteriore strofa di Bruce, prima della terza e ultima parte della canzone, chiusa ancora lentamente da un frase dello stesso vocalist. “Age of Innoncence” è una bellissima canzone, un po’ come “Face in the sand”, nello stile moderno degli Iron Maiden, cioè più vicino ad un sorta di progressive rock anni ’70, sappiamo molto amato da Steve Harris; non a caso sono abbastanza in evidenza i supporti di tastiera, sintetizzatori e campioni di orchestra un po’ su tutto l’album. Liricamente anche questa canzone affronta un tema non certo banale, anzi caro anche a noi in Italia, se si pensa a tanti fatti che vengono circoscritti nella cosiddetta “microcriminalità”. Se nella prima parte si parla infatti di come si siano perduti, anche per colpa dei politici, i valori della vita in generale della nostra esistenza, successivamente l’accusa verso i governi del mondo è più esplicita. Non puoi difenderti anche nella tua stessa casa, perchè fare il vigilante non fa bene, allora i delinquenti ti ridono in faccia e rimangono inpuniti dal sistema giudiziario, una vera disgrazia. Come non pensare ai fatti di cronaca nera tipicamente italiani, che leggiamo e vediamo tutti i giorni sui media ?  Per “Età dell’Innocenza” quindi i Maiden intendono un periodo in cui, malgrado altre difficoltà, c’era almeno un modo di intendere la giustizia in maniera diversa, senza doppi pesi e doppie misure, oppure il male maggiore, aggiungo io:  “il politicamente corretto”. A sorpresa l’album degli Iron Maiden si conclude con una ballad che potremmo definire acustica, “The Journeyman ", in sostanza diversa dalla famosa “prima ballad” rock degli Iron Maiden, ovvero “Wasting Love” su Fear of The Dark del 1992. L’inizio è come sempre dettato da lenti arpeggi di Steve, con chitarre e tastiere in evidenza.La canzone ha delle memorabili aperture melodiche, ed è cantata magistralmente da Bruce, vero padrone del palco anche nella versione dal vivo (con Janick, Adrian, Steve e Dave seduti su alcune sedie, con chitarre acustiche , evento rarissimo nella lunga carriera della band).Ottimo il lavoro anche in fase di post produzione  di Kevin Shirley , forse l’unico difetto di “The Journeyman” è il ritornello un po’ troppo spiccio e semplice, più volte ripetuto. Chorus che si lascia anche a diverse interpretazioni, il protagonista afferma con orgoglio di sapere quelle che vuole e di dire quello che vuole e che nessuno potrà portaglielo via. C’è poi un momento strumentale con Bruce che sussurra appena la voce, quasi stesse pregando, forse la canzone è stata tenuta un po’ troppo per le lunghe. L’orchestra, sebbene campionata al computer, regala come dicevamo atmosfere oniriche non da poco, il pezzo è sicuramente da riascoltare più volte con le cuffie per apprezzarne tutte le sfumature. Ormai, giustamente, gli Iron Maiden, dopo anni di successi, si possono permettere tutto quello che vogliono, visto il carisma e il prestigio assoluto che si sono guadagnati negli anni, dunque nessuno si è permesso di sottolineare un fantomatico afflosciamento musicale. Riguardo al suo significato, molte spiegazioni sono plausibili,ma è lo stesso Bruce Dickinson, che nel concerto filmato al Westfallenhalle di Dortmund contenuto nel dvd Death on the Road, nel presentare il pezzo al pubblico dice che "The Journeyman" è il percorso che riguarda tutto il processo di nascita, stesura e relizzazione di una canzone...e chi lo avrebbe mai pensato ?



In conclusione, “Dance of Death” rappresenta un album per certi versi sperimentale per gli Iron Maiden. Il maggior utilizzo di tastiere e momenti pseudo-orchestrali sono più audaci rispetto agli album precedenti, c’è anche qualche piccolo cambiamento nella stesura delle canzoni. I cambiamenti attenzione sono sempre minimali e quasi impercettibili, in uno stile consolidato oramai da 23 anni di carriera alla spalle. Come vedremo meglio anche negli anni successivi, i Maiden tengono ad allungare sempre più i tempi delle canzoni, già in media non corte, tra i 6-7 minuti, creando come sempre atmosfere suggestive e melodiche nelle parte strumentali. Verranno sempre di più a mancare i pezzi corti e diretti (qui ne abbiamo ancora un paio) e spopoleranno i pezzi che iniziano lenti come “No more lies” ,che con calma poi salgono sempre più di tensione emotiva. Un band che ovviamente da anni ha raggiunto una maturità artistica e che non ha più nulla da dimostrare ai fan. Come detto durante la recensione, la band ha ottenuto oramai le stigmati della leggenda del metal, qualsiasi cosa faccia ha un credito talmente prestigioso tra i fan che nessuno può ne scalfirli né criticarli. Peraltro non ce ne sarebbero poi grandi motivi, vista la qualità sempre alta delle proprie produzioni. Il voto infatti è leggermente inferiore solo per una paio di brani non all’altezza e per la copertina, assolutamente la peggiore dei 15 album studio fino ad ora usciti. Di tutt’altro spessore la scenografia dal vivo, basata su una sorta di castello medioevale con due grandi mietitori di morte ai lati, e le solite immancabile apparizioni di Eddie, ed in generale un maggior trasformismo di Dickinson che cambierà diversi abiti di scena, tra maschere veneziane, trench militari e giubbe rosse. Nel disinteresse della stampa inglese, alla ricerca della band fenomeno dell’anno, ancora una volta i Maiden saranno headliner nel festival metal più famoso in UK, il Download Festival , erede dello storico Monsters of Rock. Dall’altre parte dell’Atlantico, dopo anni di vacche magre, i Maiden stanno risalendo la china anche negli States, si preparano per altri album e tour che alimenteranno davvero ancora la popolarità di questa band leggendaria.


1) Wildest Dreams
2) The Rainmaker
3) No more lies
4) Montségur
5) Dance of Death
6) Gates of Tomorrow
7) New Frontier
8) Paschendale
9) Face in the Sand
10) Age of Innocence
11) The Journeyman

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