IRON MAIDEN

Brave New World

2000 - Emi

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
29/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Brave New World”, affronta appunto, sfida il nuovo mondo. La “sfida” degli IRON MAIDEN è quella nell’anno 2000 di ritornare grandi dovunque con la nuova formazione con sei elementi. Nel 1999 gli Iron Maiden hanno ripreso e riabbracciato tra le proprie fila Bruce Dickinson e Adrian Smith, il primo fuoriuscito dalla band nel 1993, il secondo nel 1990 e conservando comunque come “terza” chitarra Janick Gers, oramai da 10 anni in sella alla Vergine di Ferro. Credo che Janick si sia guadagnato la conferma anche per le sue straordinarie e pirotecniche perfomance dal vivo che lo hanno reso simpatico al pubblico e, a livello scenico sarebbe stato certo un errore perderlo. In ogni caso penso che i Maiden abbiano fatto anche una scelta umanamente di grandissimo profilo morale ma controcorrente, se pensiamo alla fine che fanno cantanti o musicisti che sostituiscono i "former member" quando c'è la reunion di turno ! Il reunion tour degli Iron Maiden appunto, o per essere precisi l “Ed Hunter Tour 1999” ha avuto un grandissimo successo con i fan soddisfatti del ritorno di Bruce e Adrian e come dichiarato dallo stesso cantante non una sorta di tour nostalgico ma l’intenzione di raggiungere attraverso gli anni 2000 nuovi traguardi e canzoni nuove. Ricordo ancora con emozione gli applausi spontanei nell’unica data italiana di quel tour, al Forum di Assago vicino Milano quando Bruce interpretò alla sua maniera un pezzo come “The Clansman”. Inutile infierire sullo sfortunato Blaze Bayley , catapultato in ruolo difficilissimo, l’ex Wolfbane poco supportato anche da alcune scelte “ideologiche” di Steve Harris non è mai entrato completamente nei cuori dei fan; prima un incidente motociclistico nel 1994 e di conseguenza la sua imbarazzante staticità sul palco hanno compromesso anche talvolta le poche perfomance positive, senza considerare molte date annullate negli USA per un suo problema di allergia. Riascoltare con il vocalist originale pezzi come “Hallowed be thy name” e “The Trooper” è stato un toccasana, senza considerare l’inedito utilizzo di tre chitarre. Tornano i solo di Adrian Smith, obiettivamente brutalizzati in parte da Janick e torna un guitarman in grado di dire la sua anche in fase di composizione della canzoni. I presupposti dunque ci sono tutti per poter sperare che “Brave New World” sia un grandissimo disco, non dimentichiamo che Bruce ha pubblicato nel 1998 insieme allo stesso Adrian. un assoluto capolavoro come solista, il famigerato “Chemical Wedding” che seguiva a ruota un altro disco metal notevole, come “Accident of Birth” del 1997.  Rod Smalwood e in generale il management dei Maiden ha saputo lavorare di fino nel ricucire lo strappo tra Bruce e Steve che vengono mostrati sorridenti che si stringono la mano in diverse foto promozionali, sicuramente i due hanno un carattere spigoloso ed egocentrico,  sicuramente non si amano come amici ma hanno negli anni imparato a rispettarsi come due professionisti del mestiere. Del resto Steve Harris ha visto la su creatura perdere colpi negli ultimi anni, soprattutto nel mercato USA , mentre Bruce Dickinson partito con sogni velleitari si è ritrovato a dover tornare a fare metal perché altrimenti incompreso, insomma le due parti si sono anche involontariamente riavvicinate nel tempo a livello musicale. Un paio di considerazioni ancora sull’album: dopo gli album co-prodotti da Steve Harris e Nigel Green, i Maiden reclutano il sudafricano Kevin Shirley come producer, iniziando un sodalizio che dura da 15 anni. Prima della consueta analisi track by track, un occhiata alla cover che vede il clamoroso ritorno di Derek Riggs che disegna un inquietante Eddie prendere sembianze nel cielo plumbeo che minaccia la skyline Londra del futuro. Una Londra dove si riconoscono ovviamente il London Bridge e the Tower of London oltre che ovviamente il Tamigi ma proposta in chiave futuristica con grattacieli e costruzioni quasi “aliene”. La Londra futuristica non è comunque opera di Riggs: nella back cover i sei Maiden sono fotografati mentre guardano verso il cielo, scrutando tra le nuvole Eddie.



Il dodicesimo album degli Iron Maiden si apre con “The Wicker Man”, uscito come singolo che ha subito avuto un impatto positivo da parte dei fan. Il riff iniziale è di Smith, quasi a marcare il terreno per dire “sono tornato”. Poi ritmicamente subentra brillantemente Nicko, prima tutta la band si trascini verso la prima strofa cantata da Bruce.  Fin dall’inizio il riff mi ha ricordato “Running Wild” dei Judas Priest, ma poi le due canzoni hanno sviluppi diversi.  Si capisce che Shirley abbia fatto un buon lavoro, riportando la band almeno a suoni accettabili, rispetto al deludente “Virtual XI”.  Il ritornello, piuttosto semplice con la ripetizione più volte della frase “Your time will come” è melodicamente brillante anche per uno spunto armonico di Murray, mentre un breve ponte prelude ad uno splendido solo di Smith; finale allungato per lasciare i classici cori melodici che faranno sfracelli dal vivo. La canzone parla fatalmente della fine dei proprio giorni e dall’incontro con il destino : nessuno è pronto ma ognuno di noi dovrà affrontare “il pifferaio alle porte dell’alba” e il “traghettatore che rivuole la sua moneta per il viaggio”. Come sempre Bruce è un buon paroliere è piace anche la frase “  fratelli e i loro padri insieme fanno catena, l’ombra dell’Uomo di Vimini sta crescendo ancora”.  Il riferimento è anche verso alcune culture pagane e non solo che tendono ad esorcizzare la morte o il male bruciando enormi feticci. Del resto, pensiamo alla nostra festa del Carnevale tipicamente italiano che, dal medioevo in poi, prevede in molte piazze il falò di qualche cosa di simbolico.  Gli Iron Maiden useranno dal vivo il Wicker Man come scenografia durante “Iron Maiden”, nel finale turbolento della canzone e dopo ovviamente i saluti di rito,  Bruce si chiude all’interno del feticcio di fuoco insieme a quattro “vergini” in una sorta di rogo espiatorio. Un ottimo spunto melodico di Janick è il crocevia di “Ghost of Navigator” , splendido pezzo tipicamente maideniano, alla lunghezza classica di sei-sette minuti. Un riff portante all’unisono delle tre chitarre segue un Bruce ispirato come ai vecchi tempi prima del ritornello diviso in due parti; prima un mid tempo dove viene citato il titolo poi seguito da un cambio di tempo e da un poderosa accelerazione ritmica. Il viaggio di questo misterioso navigatore è la metafora del viaggio attraverso la nostra vita, in mezzo alle tempeste e alle maree che ognuno di noi deve affrontare. Il canto delle Sirene, un po’ come avviene per Ulisse è il canto delle nostre paure, i “fantasmi” delle nostre aspirazioni deluse, di chi cerca nel nostro subconscio di fermarci. "Prendi il mio cuore e rendirlo libero, trasportato dalle onde del mare" dice il protagonista allo "Spirito del navigatore", questa frase, contenuta nella seconda parte del chorus è emblematica e si riaggancia a quello che dicevo sopra. La difficoltà nella nostra vita di essere autenticamente sè stessi e non incantenati o schiavi delle nostre paure. Proposta in tutto il tour anche come seconda traccia dal vivo, "Ghost of Navigator" è tornata nella set list nell'estate 2010, dopo dieci anni quindi come abbiamo potuto apprezzare anche in Italia nel concerto a Villa Manin in Friuli. La terza traccia è la title-track “Brave new world”, che gode di ben due illustri riferimenti letterari : il libro omonimo di Aldous Huxley e una citazione dell’opera di William Shakespeare dalla “Tempesta” da parte della protagonista Miranda; sappiamo che già il bardo inglese aveva ispirato Bruce per il titolo di “The Evil that Men Do”. La canzone ha un inizio soffuso e malinconico, prima di una rapida accelerazione che porta ad un ritornello forse un troppo ripetitivo e un po’ ridondante (“In a brave new word – a brave new world”) . Nell’intermezzo centrale dopo i solo troviamo un bella sovrapposizione di armoniche delle tre chitarre, che creano il classico passaggio da “urlo” tipicamente maideniano. Il finale della canzone è lasciato ancora agli arpeggi di Gers con Bruce che ripete malinconicamente la strofa "dying swans, twisted wings, bring this savage back home". Liricamente la canzone presenta un testo molto triste, quella di un mondo senza più bellezza e armonia e l’immagine metaforica dei cigni morenti con le ali spezzate come citato sopra nè è lo specchio.“Ho perso l’amore, ho perso la vita in questo giardino di paure” è l’analisi spietata di Bruce , “riporta il selvaggio a casa”, Per selvaggio (“savage”) si intende un individuo che rifiuta la nuova società costruita in un mondo senza sentimenti e slanci d’amore ma dove tutto è regolato dalla mania dell’ordine, della perfezione e del controllo di qualsiasi azione. Diciamo che il libro di Huxley non era poi così distante dal famoso “1984” di George Orwell, che ha ispirato moltissimo anche molti altri gruppi metal della storia. Anche nel tour successivo, quello di Dance of Death, la canzone è rimasta in scaletta, a dimostrazione della considerazione di cui gode da parte dei Maiden. Il pezzo successivo è intitolato “Blood Brothers” , un pezzo dove i Maiden riescono veramente a creare suggestioni ed emozioni molto particolari e, in certo senso abbracciano quel progressive rock che tanto piace a Steve Harris, autore unico delle liriche e di tutte le musiche, comprese quelle orchestrali presenti nella parte centrale del pezzo. Il basso dello stesso Steve, tastiere minimali e chitarra acustica aprono il pezzo, danno la sensazione di una sorta di ballata celtica, prima che tutte e tre le chitarra diano subito un maggiore spessore rock al pezzo fino al semplice primo ritornello. Dopo il secondo ritornello c’è un cambio di tempo con nuove strofe cantate da Bruce prima di un ulteriore ritornello e di un bel solo di Murray. Le tre chitarre di Murray / Smith / Gers idealmente si abbracciano per un decina di secondi di grande empatia melodica, poi un vistoso rallentamento traghettato dal basso di Steve e seguito dall’orchestra ci introduce alla parte più “celtica” del pezzo. Dal vivo, questa canzone raggiunge tetti emozionali unici, forse più che da studio. Infine tocca a  Janick con un breve solo melodico  che si aggancia all’ultimo ritornello. “Blood brothers” a livello lirico ha, come i pezzi precedenti ancora una vena malinconica, si è parlato anche di una canzone dedicata da Steve al padre scomparso da poco.  In senso più generale, proprio quando scompare una persona che ci è cara, ragioniamo sul significato della vita e sull’esistenza di un aldilà. Inoltre le ferite per chi vive rimangono ancora aperte, domande senza risposta e, per altro l’umanità non sembra attingere e migliorare ai proprio errori del passato, come ad esempio dagli inutili spargimenti di sangue delle guerre. Dicevo poc'anzi come "Blood Brothers" abbia secondo me un impatto migliore dal vivo, non solo perchè più scarna orchestralmente e più heavy, ma perchè saggiamente Bruce ha saputo estenderne il significato lirico parlando di fratellanza tra i fan dei Maiden di qualsiasi sesso, religione e nazionalità. Per di più ricordo i commoventi pensieri del grande Ronnie James Dio proprio prima di eseguire "Blood Brothers" dal vivo, durante il The Final Frontier Tour. Il pezzo successivo è uno dei più veloci dell’album: “The Mercenery”: le chitarre entrano a sorpresa subito senza prologhi, anche il ritmo della batteria di Nicko è incisivo fino al primo cambio di ritmo del bridge, che precede il ritornello ripetuto per quattro volte (“Show them no fear, show then no pain”). La parte centrale vede prima il solo di Murray, seguito a ruota Smith e da un interludio all’unisono delle tre chitarre, poi per un paio di secondi Nicko e Bruce rimangono soli all’inizio del terzo e ultimo ritornello prima che subentri tutta la band al completo. Il pezzo che verrà proposto anche nella set-list dal vivo, mostra come gli Iron Maiden siano in grado ancora di fare pezzi più corti e interessanti come facevano negli anni ’80.  Liricamente parlando il protagonista è appunto un mercenario, o un bounty killer che dir si voglia; pagato per uccidere viene braccato dai nemici, ed egli per sopravvivere deve uccidere a sua volta, anche perché non ha alcun posto per fuggire né per nascondersi; se verrà catturato non mostrerà ne dolore ne paura. Non ci sono nel testo valutazioni morali o negative, ma un analisi lucida sul comportamento in azione del mercenario. C'è una particolare strofa all'inizio della canzone che fa pensare ad un riferimento lirico al film "Predator" con Arnold Swarzenegger quando si dice "Diablo arriva ancora per la sua collezione di uomini, perdi la tua pelle perdi il tuo cranio alla fine il sacco e pieno". Effettivamente l'Alieno, chiamato da qualcuno "Diablo" nel film, fa collezione di teschi umani, ma non c'è stato alcun riscontro ufficiale da parte della band per potere con certezza confermare il riferimento cinematografico, che però rimane una interessante suggestione. Arriviamo ora a una delle canzoni per che personalmente amo di più di questo album: “Dream of mirrors”: il brano inizia subito con una strofa di Bruce sottolineata dai tamburi di Nicko, per poi spegnersi subito in un lento melodico in progressione. Basso e delicati suoni di chitarra accompagno Bruce nel suo cantato , fino al primo momento toccante , quel “the dream is true” che farà cantare molti dal vivo.  Poi ancora tutta la band procede sempre lentamente ma con timbri di batteria,basso e chitarra sempre più marchiati, fino all’ingresso prepotente di chitarre elettriche preludono al ritornello: “I only dream in black and white – I only dream cause I’m alive”.  Vedremo poi , come dal solito genio lirico di Steve Harris , cosa intenda per “sognare solo in bianco e nero”. Intanto la canzone prosegue con emozioni alternanti e con una poderosa accelerazione centrale con il classici “Oh oh oh” con cui ancora una volta i Maiden sono sicuri di giocarsi la totalità dei fan dal vivo. Si tratta di quelle canzoni diciamo del “nuovo corso” degli Iron Maiden, che sanno comunque emozionare e travolgere se ascoltate con attenzione dei particolari e, di solito , non manca anche mai la parte più decisamente metal , per non parlare della splendida interpretazione di Bruce.  Negli album successivi, questo schema compositivo verrà ripetuto in brani come “The Longest journey” e “The Isle of Avalon” per fare due esempi, cioè pezzi che iniziano lenti, ma che hanno poi una progressione entusiasmante con le immancabili cavalcate di basso di Steve. Liricamente entriamo ancora nel campo delle riflessioni nostalgiche sulla nostra esistenza, sono sogni, o per meglio dire incubi notturni in cui il protagonista si trova a riflettere sui lati negativi della vita e ne rimane per ciò spaventato. Perché sogno solo in bianco e nero ? Perché ha paura di tornare a dormire e sognare ancora ? Significativa le strofe centrali del pezzo: “Perso, in un sogno di specchi, perso in un paradosso. Perso in un Inferno che ho rivisitato tra lo spazio e il tempo. Perduto in una esistenza parallela , un Incubo che ritorna”.  In effetti Bruce ha sempre sottolineato questa fonte di ispirazione che ha nello scrivere i testi dai propri incubi di Steve, rendendola quasi leggendaria, fin dai tempi di “The Number of the Beast” , sebbene Steve ha sempre modestamente declinato forse imbarazzato da questa immagine di sognatore folle.  Il brano successivo è un pezzo che i Maiden, visto la relativa durata avrebbero potuto anche proporre anche come singolo, si tratta di “The Fallen Angel”. L’inizio può ricordare vagamente “The Fugitive”, contenuta in Fear of the Dark, grazie alle ottime percussioni di Nicko che accompagnano le chitarre prima del vero riff.  Bruce ci accompagna rapidamente prima ad un bridge molto suggestivo e poi al vero ritornello, ben costruito e ripetuto per due volte, la seconda con degli arricchimenti armonici di Adrian interessanti.  Ancora le percussioni iniziali aprono alla seconda strofa con bridge e chorus prima di due ottimi solo di Adrian prima e Dave poi, prima di un rapido scambio di scale veloci ancora tra i due che preludono all’ultimo chorus.  La canzone descrive un fantomatico “prescelto” che deve essere sacrificato per i peccati commessi dal popolo , e si fa riferimento ad un personaggio enigmatico delle scritture ebraiche, Azazel, che sarebbe l’Angelo Caduto (che alcuni individuano in Satana stesso), a cui viene affidata una capra inviata nel deserto,  egli sarebbe appunto “il capro espiatorio” dei peccati commessi dagli uomini. “Solo tu e Dio possono sapere quello che deve essere fatto- Solo tu e Dio sanno che sono l’unico” , per il prescelto è la fine della sua vita e del mondo, di tutto quello che ha amato e non rimane nulla se non “affrontare il destino da solo”. I testi sono ancora figli della mente fervida di Steve Harris (pensate un pò a quante canzoni dobbiamo chiedergli grazie per averle scritte !), ma le musiche e soprattutto tanti piccoli accorgimenti sono di Adrian Smith. Ricollegandomi a quanto dicevo in apertura di recensione, il ritorno di Adrian Smith è stato fondamentale per la rinascita della band, basta ascoltare con attenzione gli accordi, gli arrangiamenti e le melodie presenti proprio in "The Fallen Angel"; non a caso i Maiden, soprattutto negli anni ’80, ci hanno abituato a delle grandissime tracce epiche e lunghe, solitamente poste in chiusura dei loro album. “The Nomad”, seppure messa in sequenza come terz’ultima traccia è la classica song super –epica, fin dal titolo. Il pezzo iniziata con un riff pesante accompagnato da una melodica chitarra orientaleggiante, del resto si crea subito l’atmosfera tipica di un condottiero misterioso nel deserto.  Vaghi riferimenti a “Dune”, ma la canzone convince nella prima parte con il doppio ritornello, prima in up-tempo e poi con tempi più dilatati, che permettono a Bruce di distendere completamente la propria ugola; allo stesso tempo abbiamo anche Nicko McBrain, come sempre non banale anche con battute in anticipo e i soliti ottimi cambi di tempo. Nella parte centrale troviamo un bellissimo e lungo intermezzo strumentale, caratterizzato da parti orchestrali e chitarre melodiche. Se da un lato il pezzo si appesantisce e forse perde dinamicità, dall’altro ancora una volta il genio di Steve è evidente nel saper scrivere parti musicali suggestive che immergono l’ascoltatore in uno scenario di sabbia, vento, sole e desolazione. Torna la struttura classica del brano, con l’ultimo chorus e la chiusura ancora molto oriented-style.  Liricamente, come già in parte detto, lo scenario della canzone è l’immensità del deserto i cui si muove questo fantomatico condottiero beduino, personaggio misterioso ma affascinante che ha costruito la propria immagine grazie ad imprese leggendarie che sono state tramandate da tribù in tribù.  Bellissime le strofe iniziali che delineano già la figura: “Come un miraggio cavalcando nel deserto, come un immagine fluttuante tra le tempeste di vento desertiche. Conosci il segreto delle terre desertiche, sei il Custode del mistero nelle tue mani.”. Coloro che vedono stagliarsi la figura del Nomade sulle colline desertiche assolate, coloro che conoscono la sua reputazione scappano o fuggono; c'è chi dice sia solo uno spirito e cha parli antiche lingue, ma che in realtà non abbia mai ucciso nessuno, e c'è chi al contrario dice che abbia ucciso centinai di uomini e che sia morto e tornato in vita ! Insomma sia a livello musicale che lirico gli Iron Maiden hanno regalato ai fan la classica splendida perla epica del 2000; l'unica colpa è quella di essere vagamente simile a "To tame a land (Dune)", sebbene quelli fossero deserti alieni, mentre qui si parla dei deserti africani. Se tagliata in fase di missaggio di una manciata di secondi, a mio avviso Out of the Silent Planet” poteva essere un hit-single di grande successo. Il brano si apre con alcune divagazioni alla sei corde di Janick, prima che un brusco cambio ritmico nella percussioni di Nicko ci porti all’inizio vero e proprio del mezzo. Arrangiamenti melodici accompagno le strofe di Bruce fino alla meravigliosa armonia complessiva del ritornello con la classica cavalcata di basso in sottofondo di Steve. Il brano risplende particolarmente anche nella parte centrale, con l’ottimo solo di Janick Gers ,dove ancora regna la melodia in senso assoluto. Nel finale forse il chorus è ripetuto troppe volte, seppure in due modalità diverse, ma il pezzo risplende per la coralità ,fino a renderlo il più bello da questo punto di vista insieme a “Dream of Mirrors”. La canzone ha due chiavi di lettura: la prima è il riferimento citato in interviste dell'epoca da Bruce al film di fantascienza del 1956 "The Forbidden Planet" (Il Pianeta Proibito), in cui entità aliene dopo aver reso arido e "silente" il proprio pianeta si preparano ad attaccare anche il pianeta Terra. La seconda chiave di lettura delle liriche è ecologica: le liriche di Bruce sono come sempre intelligenti, taglienti e talvolta fuorvianti, dunque egli si riferice alla bramosia e alla ricerca di potere dei politici o comunque di chi governa i paesi del terzo mondo. SI bada solo ad arricchirsi a scapito dei poveri che muiono di fame. Il male fatto ci si rivolta contro con l'inquinamento globale e i disastri ambientali che ne conseguono. Oramai è troppo tardi bisogna lasciar perdere i singoli tornaconto e intervenire prima che la Terra muoia. Il brano è uscito in formato cd  singolo come edizione speciale di fine 2000, con un Eddie questa volta disegnato da Mark Wilkinson (normalmente di servizio nei Judas Priest) e con l'aggiunta di un video multimediale che mostra il meglio dell'esibizioni nei festival estivi della band. Il lato progressive della band viene esaltato dall’ultimo lungo pezzo dal titolo “The thin line between love & hate.  Secondo me soltanto chi ama follemente gli Iron Maiden ha ascoltato fin dalla prima volta tutta la canzone, a mio avviso visto un paio di vistosi rallentamenti nel finale e già forse appagati da quanto sentito nei dieci brani precedenti in molto avranno premuto “stop”. Perché dico questo ?  Perché la song ha una prima parte classica, che ricorda per altro nel chorus qualcosa di Virtual XI, con un ritornello veloce e ben ritmato su cui si esalta ancora una volta un ottimo Bruce. La seconda parte del brano vede le chitarre duellare e intrecciarsi in una sorta quasi di jamming improvvisato , con vistosi momenti catartici e con il frontman che chiude la canzone dove di fatto canta il titolo della canzone accompagnato solo delicate note di chitarra. Un finale stranissimo dell’album, in cui si sentono in chiusura alcuni commenti coloriti di Nicko, impossibile non riconoscerlo !  La canzone parla della libertà di ognuno di noi di scegliere il bene o il male, sebbene molte volte si dia genericamente la colpa alla “società” sul perché succedano certe cose. Questa libertà di scelta porta poi inevitabilmente ognuno di noi ad un treno di conseguenza che dobbiamo inevitabilmente affrontare, questa è la sottile differenza tra l’amore e l’odio, come dice il titolo. Ancora una volta Steve Harris torna su tematiche che riguardano il destino, le scelte di vita e in fondo tornano ancora la domande esistenziali che coinvolgono la religione e l’esistenza di una vita dopo la morte. Il ritornello in questo senso è emblematico : "Spero che la mia anima viva in eterno, il cuore di fermera, ma io vivrò per sempre" . Certo Steve si augura che la nostra vita abbia un senso, che non ci sia il vuoto assoluto dopo la morte, altrimenti che senso ha affacendarsi per fare una vita onesta ?



Pensando a “Brave New World” talvolta si ha la sensazione di un capolavoro incompiuto, chiaro che di fronte al precedente lavoro “Virtual XI” non c’è il minimo paragone: l’album è pieno di canzoni scritte , suonate e cantate molto bene, di grandi spunti melodici tipicamente maideniani e, perché no , anche di pezzi meno lunghi e incisivi come non capitavano da tempo. Se,soprattutto dal vivo e non solo, è stato, anche a livello mediatico, importantissimo il ritorno del carismatico Bruce Dickinson, non meno importante, a livello di stesura della canzoni, quello di Adrian Smith come ricordavo in apertura. I riff hanno ritrovato maggior fantasia per non parlare delle tante rifiniture ritmiche e ovviamente con tre chitarre si possono sperimentare anche nuovi scenari. La cosa a mio avviso che però va apprezzata degli Iron Maiden e che questo disco non è stato concepito solo come un tornare a fare quello che facevano una volta ma come un ideale prosecuzione degli album precedenti. Non si è deciso a tavolino di dire OK, abbiamo sbagliato tutto e torniamo agli anni ’80 incidendo pezzi magari non troppo originali tanto da compiacere il pubblico di bocca buona. No, Steve Harris come sempre ha tenuto “la baracca” in piedi con orgoglio e non ha abbandonato quella vena progressive o innovativa a dir si voglia, e lo si vede dalle forti sperimentazioni in cui i Maiden si sono buttati in almeno tre, quattro brani. Nel contempo gli Iron Maiden ora sono in grado di attingere nuova linfa dai fan più giovani, e solo con questo si possono spiegare i progressivi successi che riporteranno nel giro di un decennio la band ancora nella grandi arene USA, mentre in Europa e in Sud America la band continua a godere costantemente di un grosso seguito. Proprio in Sud America in Maiden organizzarono un mini tour nel gennaio 2001 tra cui il famigerato “ROCK IN RIO”, in Brasile giunto alla terza edizione, e se nel 1985 furono “special guest” dei QUEEN, ovviamente questa volta la band di Steve Harris sarà protagonista con un invasione di 250.000 fan, uno dei maggiori highlights mai ottenuti dagli Iron Maiden, che vedrà poi il tutto pubblicato in doppio cd / dvd e triplo vinile dal vivo, intitolato semplicemente “Rock in Rio".


1) The Wicker Man
2) Ghost of The Navigator
3) Brave New World
4) Blood Brothers
5) The Mercenary
6) Dream of Mirrors
7) The Fallen Angel
8) The Nomad
9) Out of the Silent Planet
10) The Thin Line Between Love
and Hate

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