IRON MAIDEN

A Matter of Life and Death

2006 - EMI

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
23/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

A Matter of Life and Death, una questione di Vita o di Morte, è il titolo del nuovo album degli Iron Maiden che esce a fine agosto 2006, preceduto dal singolo “The Reincarnation of Bejiamin Bregg”. I Maiden continuano brillantemente ad alternare tour di revival (memorabile quello dei “primi giorni” nel 2005 con la set-list composta da brani tratta dai primi quattro dischi storici) ad album nuovi con materiale inedito, accontentando sia vecchie che nuovi fan con scelte anche radicali, ma ne parleremo più avanti. Storicamente la band originaria dell’East End londinese non è certo guerrafondaia, eppure l’artwork di copertina presenta un esercito di non morti, capeggiato da un tank su cui in piedi c’è Eddie. Il simbolo della “squadra della morte” è ben visibile sia sul drappo nero che sventola, sia davanti al carro armato; si tratta di un immagine della testa di Eddie stilizzata con l’elmetto e due fucili incrociati sotto, disegnati di bianco. Certo, con il senno di poi, il riferimento potrebbero essere proprio le squadriglie terroriste islamiche che stanno in questi anni mettendo a ferro e fuoco il medio oriente, che vediamo spesso simboleggiate da bandiere nere. Ma siamo nel 2006 e le tristi vicende del califfato dell'Isis debbono ancora arrivare, inoltre credo che gli Iron Maiden si rifacciano piuttosto alle bandiere nere dei pirati, ed in generale ad una sorta di umorismo nero, mettendo ancora una volta Eddie, la mascotte degli Iron Maiden, in un contesto di guerra, ma senza ovviamente nessuna esaltazione della stessa, né tanto meno di formazioni più o meno terroristiche. Il lavoro affidato alla agenzia Peacock è certamente più pregevole nei dettagli, rispetto alla cover del precedente “Dance of Death”. Peraltro torna Eddie classico e capellone, mentre con un piccone cerca di scardinare la tomba di B.B.(iniziali di cui parleremo dopo) , nella cover del singolo disegnata da Melvyn Grant; pur nello scenario horror, uno dei migliori lavori grafici da anni a questa parte. Il video di “The Reincarnation” è molto deludente, si capisce che oramai i video promozionali nel’epoca di youtube siano oramai superflui, la band si affida ad immagini buie della band attuale alternate a foto storiche (si riconosce Bruce Dickinson nel periodo 1982-1983). La produzione dell’album è affidata ancora al sudafricano Kevin Shirley e “A matter of Life and Death” si distingue per la complessità dei pezzi, in media anche più lunghi del solito, vengono anche in parte abbandonati gli esperimenti orchestrali del precedente album.



Un sorta di grido di battaglia di Nicko, o quanto meno un saluto (“Ayeee !!!!”) è lo start-up di “Different World”, brano che apre l’album. Il brano non è malvagio, ma forse non è quella partenza dirompente che ti aspetteresti da un gruppo metal. Siamo in una sorta di via di mezzo tra “The Wicker Man” e “Wildest Dreams” dal punto di vista musicale, un pezzo rocker contraddistinto dalla splendida melodia garbata del doppio ritornello cantato da Bruce Dickinson. Il protagonista delle liriche non ha certezze e cerca di affrontare i problemi giorno per giorno: ognuno di noi ha un propria visione di come va il mondo, in alcuni è similare, in altri la visione è distante anni luce. La tolleranza appunto, accettare anche quelle che sono visioni diverse del mondo è il modo migliore per vivere meglio senza conflitti. La soluzione non è certo una guerra in cui si impone con la forza la propria volontà e la propria cultura (un riferimento neanche tanto velato all’ “esportazione della democrazia” della politica estera di George W. Bush). Le ultime strofe della canzone lasciano il protagonista con i propri dubbi e incertezza sulla vita: Dio ci ha posti su un sentiero senza mostrarci quale sia la via giusta, non sappiamo cosa vogliamo fare nè chi vogliamo essere e giorno dopo giorno la confusione aumenta. Steve Harris oramai da qualche anno a questa parte ci delizia di alcune perle di saggezza sulla vita, d’altronde i nostri “eroi” diventano sempre più vecchi e saggi e sono lontani ovviamente i tempi in cui si parlava di vita “on the road” selvaggia e senza limiti. La canzone esce prima di Natale anche in versione singolo, in questo caso il video è decisamente più interessante, con addirittura Bruce Dickinson in versione cartone animato. Scenari di guerra per la seconda traccia “These colours don’t run”, scritta da Smith / Dickinson /Harris.  Il pezzo inizia lento , appena accennato da basso e chitarre, e per la verità non splende in originalità, pensando ai tanti inizi così, da “Afraid to shoot strangers” del 1992 in poi. Il pezzo prende più sostanza fino al pre-chorus, in cui Bruce descrive i vari motivi per cui un uomo decide di fare il soldato, prima che la sua ugola risplenda nel vero chorus. In mezzo al pezzo c’è un imponente accelerazione, anche questa tipica dei pezzi epici di sei, sette minuti dei Maiden. Non mancano i classici cori “Oh Oh Oh” immancabili nella tradizione della band, ideali per i bagni di folla dal vivo. Come sempre nei testi dei Maiden si ragiona lucidamente e con oggettività, e quindi “These colous don’t run” non è certamente un esaltazione dei “berretti verdi”, ma anzi, si ragiona su come si possa  sentire “tradito” un soldato durante una missione all’estero, vuoi per le critiche politiche all’interno del proprio paese, vuoi perché come sempre mandati in missione per volere di lobby potenti, di fatto tradendo lo scopo che ci si era prefissati prima di partire. A mio avviso nel ritornello si tende sottolineare come il soldato che va in missione lo fa come faceva suo padre in passato, portando con orgoglio la propria bandiera, i cui colori però “stonano” rispetto alla fredde e sanguinose guerre.  Ancora chitarre e basso soffusi all’inizio della terza traccia, “Brighter than a thousands sons”, ma sono soli pochi secondi che permettono a Bruce una sorta di preghiera reprimenda sull’uomo che si fa Dio. Poi le tre chitarre alternano un ottimo riff melodico e molto evocativo, oltre che molto blues/hard rock. Un po’ forzata la voce di Bruce, che sembra un predicatore di sventure , prima di un altro vistoso rallentamento. Qui Bruce ripete il titolo delle canzone, prima lentamente e con echi stessi in sottofondo della sua voce, poi scatena brillantemente la sua ugola con le chitarre che esplodono. Un brillante solo di Adrian Smith fa da tramite ad un poderosa accelerazione, prima di ottime strofe ancora di Bruce. Questa volta tocca a Janick Gers proporsi in uno spunto solista, prima che torni il riff portante iniziale, ben scandito dal solito poliedrico Nicko dietro le pelli. Linearmente la canzone procede ancora verso il ponte, pre chorus e chorus. Questa volta però Bruce, nella parte lenta, ripete solo un paio di “out of the darkness”. Finale lento come l’inizio con Bruce che sussurra: “Santo Padre abbiamo peccato”. Più luminoso di migliaia di soli, già solo dal titolo possiamo capire che stiamo parlando della bomba atomica. Vi sono, come sempre (quando le liriche sono scritte da Bruce), dei termini che posso sembrare occulti o aperti a più interpretazioni. In realtà, nella seconda strofa, quando parla di un certo “Robert”, si riferisce chiaramente al fisico americano Robert Oppenheimer , considerato il “padre della bomba atomica” poiché a capo del cosiddetto “progetto Manhattan”, che dal 1940 al 1945 portò a realizzazione e allo sgancio della prima bomba atomica sul Los Alamos, nel laboratorio segreto del New Mexico. Lo “strano amore” e “la Trinità riformata” sono citazioni sempre riferite all’epoca nucleare, la prima è un riferimento al celebre film di Stanley Kubrick “Il dottor Stranamore”,la seconda è al nome in codice dato dallo stesso Oppenheimer al sito della già citata esplosione a Los Alamos, il 16 Luglio 1945:Trinity. Come ben noto l’invenzione di questa arma di distruzione globale è oramai un nozione irreversibile, molti paesi asiatici, o in fase di espansione commerciale ed economica, usano la creazione della bomba nucleare come esempio di onnipotenza militare, creando preoccupanti presupposti per una possibile ecatombe nucleare mondiale, basti pensare alla drammatiche conseguenza che ci furono in Giappone a Nagasaki e Hiroshima, sebbene con ordigni meno potenti di quelli attuali. Bruce descrive questi pericoli e ombre sul nostro futuro, dicendo che i loro creatori hanno fatto uno guerra contro il Sole e hanno peccato di fronte a Dio, credendosi onnipotenti. La quarta traccia, “The Pilgrim” ,fin dal primo ascolto sembra la fusione di due canzoni diverse. L’inizio e la fine della canzone sono contraddistinti da un riff solare, tipicamente maideniano, molto melodico e orientaleggiante, poi la canzone si trasforma in un up time veloce e tutto sommato gradevole, sebbene da ascoltare più volte per apprezzarne le sue sfumature. Per altro un breve interludio orientaleggiante prima del vero ritornello mi ricorda qualcosa che Janick Gers aveva già sperimentato in “Fear is the key” nell’album Fear Of the Dark del 1992. La canzone, a detta di Steve Harris, è stata ispirata alla vicende della Mayflower, la nave che trasportò circa un centinaio di inglesi di religione puritana e separatista, comunemente noti nella storia appunto come "i pellegrini", dal porto di Plymouth verso il nuovo mondo, più precisamente verso quello che è attualmente il Massachussets, nella baia di Cape Cod, a sud est dell'attuale Boston, nel 1620. In generale il testo della canzone va inteso in senso più metaforico, con le difficoltà del viaggio, i rigidi inverni e la tempeste in mare. In ogni caso il vero miracolo della vita, come dice la canzone, non è tanto convertire l’acqua in vino, come dicono le sacre scritture, ma riuscire a sopravvivere nelle condizioni più disperate. E’ noto infatti che più della meta dell’equipaggio “pellegrino” morì per la scarsa abitudine al primo duro inverno rigido americano nel 1621, senza considerare gli stenti e le privazioni causate dal lungo viaggio. Uno spettacolare basso pulsante di Steve, con brevi e sussurrati arpeggi di chitarra, apre la strada alle prime strofe di Dickinson in “The Longest Day”. L’inizio del brano è travolgente, un batticuore emotivo, che cresce sempre di più grazie anche all’aggiunta intelligenti prima della cassa e poi  delle percussioni di Nicko. La voce di Bruce poi si alza fino al ritornello, ripetuto per ben quattro volte e con un coro in sottofondo a sottolineare maggiormente l’eroicità del momento. Dopo il secondo chorus, Nicko, con spettacolari percussioni insieme alle chitarre, da proprio l’idea quasi della marea che sbalza a destra e a sinistra i mezzi da sbarco, con i soldati sballottati e impauriti che vomitano, per poi dare ampio spazio ad armoniche quasi che preludono la vittoria. Un breve assolo di Murray ci traghetta verso l’ultimo chorus, poi la canzone riprende il clima soffuso iniziale con le ultime delicate note degli strumenti. Lo sbarco in Normandia, il D-Day, o come comunemente viene chiamato nella tradizione popolare, il “giorno più lungo”, viene come sempre descritto nelle liriche, scritte quasi certamente da Bruce, con grande enfasi e crescendo emotivo; si parla di dell’acqua oramai rossa per il sangue dei soldati morti, si striscia sulla spiaggia alla ricerca di un rifugio di fortuna, spinti anche dalle correnti della maree, pregando di poter rimanere superstiti a questo massacro di vite umane. Sul prossimo proiettile c’è scritto il tuo nome, ma tu devi proseguire, avanti e indietro dall’Inferno. Ma quanto dura questo “giorno più lungo”, fino a che riusciremo ad attraversalo? C’è spazio anche per una strofa epica e direi wagneriana, dove Bruce parla di valchirie che si alzano e cadono, alla ricerca delle tombe degli eroi caduti. Un mano fantasma cerca di attraversare il velo, sangue e sabbia circondano i superstiti, che sono comunque decisi a sfondare ! Forse, una sorta di riflessione anche sui morti dall’altra parte della barricata, non solo di quelli alleati. Questa canzone dei Maiden,  fantastica come lo era “Paschendale” sul precedente album, parlando di tracce che descrivono battaglie storiche vere, potrebbe essere la colonna sonora dei primi 20 minuti del celebre film “Salvate il soldato Ryan” di Steven Spielberg, del 1998. Un riff prepotente accompagnato dalle percussioni di Nicko apre “Out of the shadows”, prima che il brano si trasformi in una dolcissima ballad, con Bruce che canta prima con il freno a mano sulle strofe e poi lascia a briglie sciolte la sua ugola nel ritornello. Piacciono le sovrapposizioni di chitarre acustiche ed elettriche, nella parte centrale della song infatti, Adrian Smith, con un assolo molto melodico, accompagna la band fino al terzo chorus. Da qui in poi, la song poteva forse essere tagliata come minutaggio, pare un po’ forzata la prosecuzione con la ripresa del riff iniziale e un ulteriore ripetizione del chorus. Nel complesso il sound del pezzo mi ricorda molto degli album solisti di Bruce, forse il più recente “Tyranny of Souls”. Come dichiarato apertamente da Bruce (co-autore del pezzo insieme a Steve), “Out of the shadows” parla della nascita, del meraviglioso giorno in cui il protagonista di sente “Rè per un giorno”, con l’affetto dei genitori e dei parenti. Anche idealmente il piccolo re esce “dall’ombra” per entrare verso la luce del sole della vita. Certo, come ricorda Bruce, ci saranno sia momenti belli che momenti difficili e dovrà inevitabilmente soffrire, ma dobbiamo resistere per poter vivere ancora. Curioso che lo stesso Bruce, che ne aveva dato un significato preciso in un intervista, poi durante il tour presentava la canzone dandone anche un altra interpretazione: fuori dall'ombra, nella luce, è anche un modo per esorcizzare i momenti bui della vita ed un invito a vivere al meglio ogni giorno come fosse l'ultimo. Il pezzo successivo, uscito come singolo e video, è la misteriosa traccia “The Reincarnation of Benjiamin Bregg” : il pezzo ha diviso un po’ i fan, da un lato se ascoltata con attenzione nella sua interezza, è una tipica canzone in stile Maiden anni 90/2000, ma certo l’inizio lento ancora una volta e alcune lungaggini possono aver reso il tutto un pò pesante e retorico.  Ma procediamo con ordine: parlavo di un inizio compassato, con leggere note di chitarra e basso che accompagnano un Dickinson molto teatrale, bravo nel creare quella atmosfera lugubre e di attesa degli eventi. Poi un bel riff rock / blues scandisce le coordinate del pezzo, con una voce più chiara e netta che ci porta al chorus, abbastanza elaborato e in cui si consuma il dramma del protagonista. Dopo la seconda strofa, la band accelera con un ottimo momento strumentale all’unisono delle tre chitarre , seguite da un lungo meraviglioso assolo di Dave Murray che vale quasi il piacere dell’ascolto di tutta la canzone. Poi chorus finale e ancora ritorna l’atmosfera soft iniziale. Il protagonista delle liriche è lo stesso Bregg, che sembra parlare di un antica maledizione che lo perseguita. Il personaggio all’inizio della canzone in un certo senso si presenta, chiedendo di poter parlare della storia della propria vita, di poter raccontare quelli che erano i propri sogni e di quello che gli è accaduto veramente. Egli spera che la sua reincarnazione in un certo senso purifichi i peccati che lui ha commesso per liberarlo dall’inferno in cui si trova. I suoi peccati non si capisce bene quali siano, sebbene sembra che B.B. abbia dei poteri speciali che gli permettono di vedere il futuro (il settimo figlio ?). Ma chi è Bejiamin Bregg nella realtà? I Maiden si sono divertiti a lanciare nel forum sul website una sorta di ricerca storica da parte dei fan. In sostanza rimane un mistero se sia un personaggio realmente vissuto (scandagliando il web, sembra che il cognome Bregg abbia radici molto lontane e piuttosto avventurose), oppure una sorta di reincarnazione di Eddie, o, c’è chi ha ipotizzato si una ardito accostamento alla vita di Steve Harris, cioè che Steve fosse la reincarnazione di B.B. ! C’è un bellissimo sito a cui rimando i più incuriositi che analizza e scandaglia a fondo l’argomento, non solo di questa canzone ma di tutte le tracce scritte dagli Iron Maiden, rimando dunque i lettori a digitare sul motore di ricerca “Iron Maiden Commentary”. L’inizio lento, ma solare del brano successivo, For the greater Good of God”, ha tutte le stigmate della classica epica scritta da Steve Harris. Lo schema è simile a molte canzoni scritte in precedenza (può anche vagamente essere accostata all’inizio di “The Reicarnation”), ma piace moltissimo il bridge melodico ripetuto diverse volte prima del vero ritornello, ripetuto per quattro volte che arriva in tutto il suo monolitico splendore soltanto a 4.19. Ottimo il cantato di Bruce, in grado di eseguire un cantato dolce ed in tema con una sorta di preghiera nelle strofe mentre si esalta nel bridge/chorus. Prima dell’ultimo tratto della canzone, c’è un ottimo stacco strumentale, in cui Steve e Nicko tengono mirabilmente le redini dal punto di vista ritmico, si ha l’impressione visiva quasi di un barca di pellegrino allo sbando tra le onde del mare in tempesta, in cerca di risposta dall’Altissimo. Incastonati in questa delizia musicale ci sono tutti e tre i chitarristi, con in sequenza i solo di Gers, Smith & Murray.  A livello lirico ritroviamo ancora le domande di Steve e dell’uomo in generale sulla rapporto difficile con l’aldilà: se Dio è così misericordioso e ha dato la vita di suo figlio per morire sulla Croce per il nostro bene, perché gli uomini continuano in guerre stupide, perché le città bruciano e i bambini piangono di dolore ? In sostanza Steve, come molti di noi, vuole credere che ci sia un Dio Creatore, ma si domanda del perché delle ingiustizie del mondo. Il titolo stesso della canzone e in ritornello sono concepiti in senso ironico, "per la grande bontà di Dio" o forse per meglio dire "per la misericordia di Dio" stona ovviamente con il fondamentalismo e con l'estremismo religioso. I predicatori dovrebbero essere "uomini di pace", ma sappiamo che nell'Islam ( e non solo) spesso si trasformano in predicatori dell'odio. Particolarmente complessa, e forse anche un po’ ostica ,la canzone “Lord of Light” posta come penultimo brano, altro pezzo che supera i sette minuti e che ancora una volta ha un inizio lento e soffuso, in cui Bruce con un voce sussurrante ci parla di un misterioso segreto da custodire. Poi il pezzo prende un accelerazione inaspettata, forse uno dei momenti più heavy di tutto l’album. Bruce canta in maniera meravigliosa, con delle punte alte vocali nel chorus, in un crescendo emotivo tipicamente maideniano. Il brano rallenta nuovamente prima di un cambio di tempo ritmico, differente rispetto alla prima strofa. Un solo di Adrian, particolarmente originale, precede quello di Dave, prima di un breve interludio strumentale che porta al chorus. Finale dirompente con un bella rullata di tamburi di Nicko. L’ascoltatore distratto, preso per stanchezza dopo oltre 60 minuti di ascolto, potrebbe sottovalutare “Lord of Light”, forse la canzone cantata meglio da Bruce in tutto l’album. Liricamente, lo stesso frontman sul dvd aggiuntivo, spiega che si parla de Signore della Luce, Lucifero quindi, caduto negli abissi infernali per aver disobbedito al volere di Dio. Il protagonista della storia è quindi l’ex Arcangelo disubbidiente, come sempre le strofe quando c’è in ballo Bruce si aprono a varie interpretazioni (co-autori sono Adrian Smith e Steve Harris). L’Angelo Cauto invita l’uomo a seguirlo nella Terra Promessa, dove l’uomo tramite la ragione e la scienza può trovare le risposte. Del resto è inevitabile che l’uomo compia peccati e dunque sia destinato ad essere più vicino alle lusinghe di Lucifero, che per altro brama conoscere l’essere umano nella sua vita terrena, situazione che gli è stata negata finendo negli abissi infernali. Ma questa è una mia libera interpretazione, le parole di Bruce potrebbero anche alludere ad altri significati. “The Legacy” conclude l’album e si distingue per la parte iniziale , piuttosto originale nella notevole discografia della band.  L’inizio sembra una filastrocca, con Bruce semplicemente accompagnato da Janick con un chitarra acustica e dall’immancabile basso di Steve. Si potrebbe dire che l’inizio di “The Legacy” assomiglia all’inizio di  “The Talisman”, ma ovviamente il discorso è esattamente opposto, visto che il pezzo citato è uscito nel 2010. Dopo queste strofe, un lungo interludio musicale, sempre mezzo acustico – elettrico, ci accompagna all’inizio del pezzo rock vero e proprio. Tastiere e parti orchestrali campionate accompagnano Bruce nel cantato fino al chorus, con diverse voci sovrapposte a creare maggiore effetto. Lo spunto strumentale centrale è forse la parte più brillante del brano, che rimane oscura e scorbutica, ritmicamente parlando. Un assolo di Janick prima e poi un bel ponte melodico di tutte le chitarre ci accompagna ad un altro momento corale. Il brano finisce abbondantemente dopo nove minuti, riprendendo il momento acustico iniziale, e devo dire che può risultare ostico dopo un album per certi versi molto allungato come minutaggio. “The Legacy” è un pezzo per cultori dei Maiden nuovo corso, assai meno apprezzato credo dagli amanti di album come “Killers” o “The Number of the Beast”. Anche questa canzone è un po’ criptica ma, malgrado il tono un po’ scanzonato iniziale, le liriche ci parlano di fantomatici intrallazzi e cospirazioni internazionali ordite da un misterioso agente segreto, una sorta di “man in black”, pedina di qualche oscura associazione (la CIA ? i Servizi Segreti ? FBI ?), che mira alla conquista del potere con qualsiasi mezzo. Alcuni “maidenologi” (scusate il neologismo) parlano del film di Adrian Lyne del 1990 “La scala di Jacob”, ma la band nelle interviste ufficiali non fa alcun riferimento a questo film specifico. In ogni caso in quel film, il protagonista deve convivere quotidianamente con dei flashback di una vissuta in precedenza, ricordando il figlio morto, la prima moglie e gli avvenimenti della guerra in Vietnam. Un uomo il cui passato risulta oscuro e i sogni si trasformano sempre in incubi più reali.



In conclusione “A Matter of Life and Death” è la naturale progressione di quello che gli Iron Maiden oramai sono nel 2006, una band dalle forti radici metal della N.W.o.B.H.M, ma nello stesso tempo, album dopo album, traslata verso quel rock progressive inglese anni ’70 tanto amato dal proprio mastermind Steve Harris. Se si ha pazienza e tempo di ascolto, questo album è un autentico masterpiece senza ombra di dubbio, in cui ascolto dopo ascolto si possono apprezzare sfumature e atmosfere tipicamente in pure stile Iron Maiden. Chi invece, a priori, stronca le lungaggini e vorrebbe un approccio più diretto, più heavy, rimarrà parzialmente deluso. In realtà le vendite sono state di assoluto prestigio, in giorni in cui nessuno più acquista cd, con primi posti clamorosi in oltre 20 paesi e la migliore posizione assoluta mai ottenuta dai Maiden nella prestigiosa classifica “Billboard”. Se in Europa è facile rimanere nei cuori dei fan, negli USA i Maiden hanno fatto un vero capolavoro, tornando popolarissimi dopo una decade non particolarmente fortunata, per non parlare del Sud America, dell’ Australia e di un clamoroso successo anche nel Medio Oriente ! Gli Iron Maiden sceglieranno anche la coraggiosa via del proporre A Matter of Life and Death interamente in tutti i concerti del 2006, alla faccia dei detrattori. Famoso il filmato sul web con Dickinson che straccia il poster “Classic , No thanks!” in quel di Boston. Ma per i fan storici e nuovi si tratta, come sempre, solo di aver pazienza; con la solita intelligenza tattica, Bruce & soci si stanno per altro preparando a “ricostruire” la Piramide con Eddie-Mummy per il clamoroso revival del “Somewhere Back in Time Tour 2008”, dando la possibilità per chi era giovane o non ancora nato di rivivere i fasti del meraviglioso “World Slavery Tour”.


1) Different World
2) These colours don’t run
3) Brigheter than a thousands sons
4) The Pilgrim
5) The Longest Day
6) Out of the Shadows
7) The Reincarnation of Benjiamin Bregg
8) For the Greater Good of God
9) Lord of Light
10) The Legacy

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