INSOMNIUM

Since The Day It All Came Down

2004 - Candlelight Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
17/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Prosegue, in questo episodio, il nostro viaggio a ritroso nel tempo per scandagliare minuziosamente e con una dovizia di particolari che non troverete altrove, l'omogenea discografia della band finlandese degli Insomnium: formazione dedita, fin dal debutto, ad un melodic death metal carico di atmosfere lugubri, nostalgiche, ed incredibilmente sofferte, fortemente impregnate della malinconia tipica della propria terra natia. Un paio di anni dopo il convincente debutto sulla lunga distanza, quel In The Halls of Awaiting che consentì all'ensemble originaria di Joensuu di emergere nel panorama musicale europeo post duemila, ritroviamo i quattro giovani scandinavi alle prese con la seconda release della propria carriera, allora ancora agli albori. Qui è necessario aprire una prima parentesi per esaminare un aspetto che, il sottoscritto, ritiene di una certa importanza. All'epoca dei fatti qui analizzati i ragazzi finlandesi erano poco più che ventenni, ancora divisi tra impegnativi studi universitari ed umili lavoretti saltuari e l'aspirazione di divenire star mondiali della musica metal. Se escludiamo i primi due tradizionali demo autoprodotti, utili fino ad un certo punto, potremmo parlare di una band ancora alle prime armi, non ancora consapevole della propria reale forza e con alle spalle un solo lavoro che, pur essendo decisamente ben riuscito, non aveva fatto gridare al miracolo gli esperti del settore. Ecco perche ritengo che anticipare il secondo lp con un piccolo ep preparatorio avrebbe, forse, potuto essere una discreta idea per testare le proprie capacità su di un lavoro meno impegnativo e fidelizzare ulteriormente i propri fan grazie all'immissione sul mercato di un prodotto low cost. Probabilmente, in questo frangente, il quartetto peccò di superbia e decise di bypassare l'ostacolo optando direttamente per un secondo full length che risultò, alla resa dei conti, ancora piuttosto acerbo e, a tratti, fin troppo derivativo. Forti dell'assioma, mutuato dall'ambito sportivo, secondo cui squadra che vince non si cambia ecco, dunque, il poderoso Niilo Sevanen al microfono e al basso, la coppia di omonimi Ville, (Friman e Vanni alle chitarre), ed il buon Markus Hirvonen dietro le pelli riunirsi nuovamente attorno alle già note sale del locale studio di registrazione dei MediaWorks Studios con l'intento di replicare, e se possibile, migliorare, quanto già di buono realizzato un biennio prima. Intento che, anticipiamo fin d'ora, resterà solo sulla carta in quanto l'album che qui andremo ad analizzare risulterà, secondo il parere di chi scrive, un gradino inferiore al suo illustre predecessore, soprattutto per quanto riguarda la freschezza e l'originalità delle trame proposte. Abbiamo già segnalato nel precedente lavoro come uno dei difetti maggiori del primo lp della band fosse proprio da ricercare nella carenza di personalità di alcune soluzioni presentate, troppo facilmente assimilabili ai grandi classici del passato del settore, (secondi In Flames su tutti prima ancora che Dark Tranquillity). Tale difetto veniva, comunque, mitigato da una grande ricercatezza lirica che, sebbene non accompagnata da altrettanta perizia strumentale, faceva si che l'album scontasse solo in minima parte questa sorta di omaggio ai padri fondatori del genere, peraltro riscontrabile in maniera spesso anche più importante in un gran numero di altre band proliferate a cavallo del nuovo millennio e collocabili, con sfumature più o meno marcate, nel sottogenere del death metal più melodico. Senza aver inventato nulla di trascendentale gli Insomnium poterono così stagliarsi al di sopra di questa fiumana di realtà e ritagliarsi, con pieno merito, un posto di spicco all'interno del florido universo del metallo pesante. Le soluzioni che, viceversa, i quattro andranno a sviluppare nel secondo lavoro saranno ancor più pesantemente influenzate e standardizzate ai modelli del Gothenburg Sound, andando così a penalizzare un lavoro che, nel complesso, risulterà comunque più che sufficiente. Nello specifico, probabilmente, avendo già intravisto la possibile, ulteriore, svolta commerciale della band capeggiata da Anders Friden, sempre più vicina a sposare la causa di un nu metal insipido e di facile impatto per bonarie e non particolarmente pretenziose folle oceaniche, Sevanen e compagni rivolsero le loro attenzioni principali sull'altra band simbolo del fenomeno del melodic death metal, quei Dark Tranquillity di cui diverranno, in seguito, fedeli compagni di etichetta e pure importante band di supporto on stage. Molto di ciò che incontreremo in questo lp rimanderà ai lavori di Stanne e soci, (l'eccellente Damage Done in primis), ma troveremo anche altri riferimenti nel corso dell'ascolto. Non mancheranno, infatti, eleganti passaggi di matrice prog, sulla scia dei migliori Opeth di inizio carriera, saranno presenti, specie nella seconda parte del disco, cadenze lente di ispirazione doom, ad omaggiare i Katatonia più ispirati, ed ascolteremo, infine, velati echi di gloriose band anch'esse rintracciabili lungo il confine tra la Svezia e la natia Finlandia, (Amorphis, Sentenced tra le altre). Ciò detto va comunque segnalato che quanto realizzato dagli Insomnium non si limiterà ad essere un semplice collage di questa o quella influenza, le accuse di plagio, altrove mosse contro il quartetto finnico, sono decisamente immeritate, anche se è innegabile che, quanto a personalità, la prova qui offerta dalla band risulterà abbastanza carente. Proprio in virtù di questa commistione di stili va anche detto che l'album oggetto della presente recensione ha finito, a lungo andare, con lo spaccare opinione critica e fan della band: i giudizi espressi in merito passano, con una certa disinvoltura, dall'eccellente opera d'arte alla mediocre imitazione priva di qualsiasi originalità e pure tra gli ascoltatori più affezionati si dibatte ancora oggi se definire il presente album quale il migliore in assoluto o, agli antipodi, il più mediocre fin qui rilasciato dagli Insomnium. Noi, con lo stile tipico che ci caratterizza, andremo ad analizzare l'album secondo il criterio del track by track cercando di rimanere il più possibile al di sopra di quanto sia già stato scritto e detto a riguardo. Nella mite estate finlandese del 2003, la band, ancora sotto l'attenta egida della londinese Candlelight Records, entra, dunque, nuovamente in sala prove ed il titolo scelto per l'album che va nascendo è Since The Day It All Came Down. Le registrazioni si conclusero nel settembre dello stesso anno e, una volta terminata la fase di masterizzazione agli importanti studi Finnvox di Helsinki, l'album viene immesso sul mercato il 5 aprile dell'anno seguente. Un titolo, dunque, certamente impegnativo e che lascia intendere che potrebbe esservi un unico filo conduttore comune durante le 11 tracce che compongono l'album. L'artwork presentatoci in copertina è opera del giovane Jarno Lahti e poco si discosta da quanto già mostratoci nel precedente album. La natura aspra e selvaggia, ma incredibilmente piena di fascino della Finlandia, è ancora la protagonista assoluta, dipinta con evocative tinte bianche, grigie e nere, il tutto ulteriormente arricchito da delicate sfumature di un verde pastello. Boschi e laghi, elementi simbolo della Nazione finnica, sono immortalati al chiaro di luna in una visione idilliaca, trasognante nella sua atmosfera fatata. Una immagine semplice, scarna di particolari e pure piuttosto desolante ma di assoluto fascino per catturare fin da subito l'attenzione dell'ascoltatore e svelare l'animo poetico, romantico della band che ha fatto del legame con la terra d'origine uno degli aspetti principali della propria proposta musicale e che ha trovato ampio ristoro ispiratore nella sagace penna americana di Edgar Allan Poe.

Nocturne

L'album si apre con la struggente e malinconica "Nocturne (Notturno)", una traccia interamente strumentale di meno di due minuti scandita da un toccante pianoforte che disegna paesaggi oscuri e disperati. Nemmeno uno spiraglio di luce filtra in questi 120 secondi composti da tale Jone Vaananen, già ingegnere del suono nel precedente album. Non una banale opener strumentale ma un accurato e prezioso esercizio di stile che ci catapulta, fin da subito, in scenari apocalittici ed amari che potrebbero perfino richiamare alla memoria il portentoso debutto dei Cradle of Filth, quel The Principle of Evil Made Flesh, mirabilmente introdotto da Darkness Our Bride (Jugular Weedding), prologo ideale e carico d'atmosfera per i vampiri originari di Ipswich. Un omaggio che la band intende rendere al talento sopraffino del maestro polacco Chopin, famoso appunto per le omonime composizioni per pianoforte, sognatrici e romantiche fino alle lacrime, incontrastato trionfo di melodie raffinate e squisiti ricami armoniosi. Comincia a delinearsi quel grandioso e misterioso alone luminoso ammantato di sincera tristezza che, da sempre, caratterizzerà il sound degli Insomnium al punto che verrà, per loro, coniata la definizione calzante di pionieri del sorrowful melodic death metal. La disperazione la fa da padrone, non necessariamente accompagnata dalla violenza allo stato puro come unica fonte di riscatto, ma orchestrata ad un livello più intimo ed introspettivo, gli stati d'animo angosciosi e nostalgici che i lunghi e gelidi inverni nel profondo nord inevitabilmente recano con sé vengono mirabilmente messi in musica da chi li ha vissuti sulla propria pelle per tutto il periodo dell'adolescenza e della fanciullezza. La band vuole mettere le cose in chiaro fin da subito: l'album che andremo ad ascoltare non sarà un prodotto di facile lettura, per comprenderlo in tutte le sue sfumature saranno necessari diversi passaggi sul nostro stereo e sarà doveroso dimenticarci, quasi del tutto, di refrain orecchiabili e melodie catchy per i prossimi cinquanta minuti. Non si respira, tuttavia, l'aria della sola commiserazione fine a sé stessa, viceversa percepiamo un atmosfera impregnata da un forte desiderio a non arrendersi, il nostro corpo, duramente provato da climi perennemente rigidi, il nostro cuore, divenuto arido anch'esso a causa dei lunghi inverni senza pioggia, desiderano ancora battagliare fieri ed indomiti contro le avversità e le prove giornaliere che la vita ci mette dinanzi. Siamo consapevoli di essere battuti in partenza, sopraffatti dalla grandiosità della natura che ci circonda e che finirà, inesorabilmente, con il soffocarci, eppure vogliamo giocarci fino all'ultimo le nostre carte, certi che la nostra sia una battaglia meritevole di essere combattuta fino al momento in cui avremo versato l'ultima stilla di sudore. Il lieve e sempre controllato crescendo di suoni che si registra nella seconda porzione del brano è un chiaro segnale di questo nostro anelito a non alzare bandiera bianca e trova immediato riscontro nel successivo pezzo, uno dei più grintosi e serrati dell'intero lotto.

The Day It All Came Down

"The Day It All Came Down (Il Giorno in cui Tutto Crollò)" è aperta da riff di chitarra incalzanti e ben sostenuti, quasi a fare da ideale contrasto con le tonalità funeree e tetre dell'opener. Probabilmente siamo di fronte alla traccia più ariosa ed ottimista dell'intero panorama di canzoni che andremo ad ascoltare, altro indizio di un possibile sviluppo lineare attorno ad un'unica vicenda prima relativamente serena e gioiosa e poi, fattasi, progressivamente, sempre più drammatica ed oscura. La band appare in discreto stato di forma quando il growl cavernoso e ferale di Niilo ci accoglie e ci proietta all'interno della contesa vera e propria. La formula che i quattro ci propongono non sembra discostarsi più di tanto da quella che ha caratterizzato buona parte del precedente studio album: a farla da padrone sono le due chitarre portanti, briose e frizzanti nel loro incedere, mentre la batteria si posiziona su cadenze in mid tempo piuttosto lontane da furiosi stacchi in blast beats e ben accompagna il preciso lavoro delle due sei corde. Da segnalare, per la sua notevole eleganza, il momento del chorus centrale: dal minuto 01:38 partono venti secondi esatti davvero di grande impatto sonoro, pur essendo scanditi, fondamentalmente, da un solo riff cardine nemmeno particolarmente intricato, in cui a brillare è la prestazione coinvolgente e trascinante del vocalist. Il sound degli Insomnium è così: diretto, schietto, vero. Pochissimi saranno i momenti che eccelleranno quanto a tecnica compositiva, ben più numerosi, invece, i passaggi in cui a dominare saranno le evocative atmosfere romantiche e nostalgiche che essi saranno in grado di regalare attraverso una proposta lineare, che mira al cuore delle persone grazie all'uso di liriche davvero emozionanti e sorprendenti. Al minuto 02:58 viene collocato un affascinante, seppur breve, intermezzo semiacustico di una quindicina di secondi che funge da utile transizione sonora verso il finale, di nuovo in crescendo, del brano. I due omonimi Ville accordano qualche istante di libertà ai loro strumenti che possono, così, concedersi il lusso di orchestrare liberamente graziose linee melodiche, prima che il rabbioso singer riprenda il filo della narrazione. Gli ultimi versi, magnifici nella loro poeticità, sono declamati a voce soffusamente, una proposta che troveremo svariate volte nel corso dell'album. La prima traccia effettiva volge, dunque, al termine dopo 5 minuti scarsi segnati da un sound discretamente muscoloso e potente, (nei momenti più "soft" non mancano, tuttavia, venature del miglior power metal mitteleuropeo), certamente non lungimirante quanto ad originalità, ma in grado di catturare l'attenzione del pubblico, ben disposto da questa raffinata diatriba iniziale a proseguire nell'ascolto. Sono presenti, peraltro, moderni inserimenti di tastiera che vengono però, giustamente a mio avviso, collocati sullo sfondo e mai prevaricano il resto della strumentazione canonica. Briosità da un punto di vista musicale, ma non certo sotto il profilo delle liriche che si aprono con il sentenzioso assioma secondo cui, d'ora in poi, sarà l'assenza del sorriso a farci compagnia durante i nostri giorni. Voci ingannevoli ci danno il benvenuto nella solitudine, le graziose melodie, poste un tempo sulle nostre labbra, hanno cessato di risuonare, l'inverno è giunto per reprimere ogni nostra speranza e pure i sogni caldi e passionali cedono il passo ad incubi tremendi e a sinistri presagi di morte. Solitaria è, pertanto, la mia strada, un sentiero lastricato di amarezza dove, ad ogni passo, avverto il terreno sotto i miei piedi sgretolarsi inesorabilmente. Ecco che fa capolino il tema centrale del platter, peraltro già facilmente individuabile e di certo non troppo audace. Si parla di un amore svanito, lei che era il nostro sole dileguata per sempre, una splendente immagine femminile divenuta, ora, solo un flebile ricordo in procinto di svanire completamente. La nostra è una condizione di estrema infelicità, costantemente attanagliati da felici ricordi di momenti passati in sua compagnia e da devastanti rimorsi per quanto ancora avremmo potuto essere felici insieme. Il passato è sepolto sotto ad una tormenta di neve che, simile ad un foglio bianco, ricopre ogni cosa con la sua spessa coltre candida. Eccezionali, come poco sopra accennato, gli ultimi due versi: "così sia, la perdizione è casa mia, sin dal giorno in cui tutto crollò". 

Daughter of The Moon

"Daughter of The Moon (Figlia della Luna)" si candida ad essere, senza ombra di dubbio, una delle migliori tracce dell'album. I primi istanti romantici hanno una funzione preparatoria, simili ad un anelante sibilo di desiderio passionale, ma ben presto le chitarre si prendono immediatamente la scena con tutto il loro impeto maestoso e dirompente. I riff che il duo Friman - Vanni architettano sono di ispirazione heavy classica, i suoni emergono nitidamente nella loro forza e non sono per nulla distorti. La band conferma la formula vincente, sebbene non particolarmente brillante, di affiancare momenti serrati ed incalzanti ad altri più riflessivi e delicati ed anche in questo frangente viene riproposta, con buoni risultati, l'alternanza tra un growl indiavolato ed un parlato leggero, proposto sopra a delicati arpeggi acustici, come avviene poco dopo il primo minuto. L'ispirazione agli ultimi lavori dei Dark Tranquillity appare piuttosto chiara, tuttavia, il gruppo riesce a mantenere una certa identità personale, soprattutto grazie a linee melodiche davvero eccellenti ed ispirati stacchi malinconici che intensificano il contrasto con la violenza della struttura della prima parte del pezzo. Al minuto 02:39 la batteria di Hirvonen consente di mutare le coordinate stilistiche generali con eleganti inflessioni di matrice jazzistica: tale cambio di rotta ha il compito di precedere di qualche istante un secondo inserimento vocale parlato. Il refrain centrale sa essere trascinante nel suo incedere poderoso che ben si presta alla voce granitica e compatta di Niilo. Al minuto 03:45 parte un lungo intermezzo acustico di circa un minuto che ci traghetta, mirabilmente, verso un'ultima porzione di brano decisamente più ragionata e carica d'atmosfera che parrebbe richiamare alla memoria pure certe influenze gothic dei britannici Paradise Lost. Un cupo e desolante assolo di chitarra al minuto 05:30 porta alla conclusione della traccia, conferendo all'insieme una incredibile dose di malinconia, assimilabile per certi aspetti perfino al doom metal, di cui peraltro il vate letterato Poe è considerato il padre fondatore, a livello letterario. Così tante e diverse contaminazioni sono ottimamente affiancate e sovrapposte l'una all'altra per ottenere un risultato finale di assoluto rilievo: gli Insomnium hanno fatto tesoro della lezione impartita, anni prima, dal coraggioso gruppo di Stanne e soci e già evidenziano la capacità, seppur ancor da perfezionare nei dettagli, di creare efficaci transizioni sonore con l'intento di sottolineare il proprio carattere dinamico, solerte nella sua multidimensionalità. Una menzione speciale va certamente spesa per la coppia di chitarre, davvero abili nell'imbastire geometrie ricche di fascino, ammalianti nella loro armonia, pur senza voler a tutti i costi rivoluzionare il genere. Proseguiamo così il nostro sentiero solitario e privo di sole, l'aria che respiriamo è amara e un refolo di aria gelida, proveniente dai colli innevati, scuote dall'interno il nostro cuore malato. Il nostro amore è perduto per sempre, scomparsa la luce che illuminava i nostri passi. Il ritornello ci offre un minimo di illusoria speranza nel momento in cui, nell'oscurità della notte, siamo ancora in grado di vedere la figura amata, simile ad uno sfarfallio intermittente di luce, all'imbocco di una radura pianeggiante. Tutto vano però, perché un attimo dopo ella sparisce di nuovo, in lontananza, solo una boccata d'aria fugace per i nostri polmoni ridotti, ormai, sull'orlo del collasso. Grevi ed oscure nuvole si muovono lentamente tingendo il cielo di un grigio scuro tendente al nero, il regno dell'inverno è assai crudele per i due innamorati, ora divisi per sempre, spietata è la morsa della disperazione che li assale. Quale allegria è possibile trovare per un figlio rimasto senza la propria madre, quale conforto questo mondo può offrire ad un marito divenuto vedovo. Ad essi non resta che trovare ristoro nei sogni, evanescenti nella loro bellezza, irraggiungibile come una visione nel deserto l'amata madre e moglie apparirà in tutta la sua brillante e malinconica bellezza. 

The Moment of Reckoning

"The Moment of Reckoning (Il Momento della Resa dei Conti)" è aperta da magnifici accordi in dissonanza in pieno stile Opeth del periodo di Morningrise, e pure l'inizio della narrazione eseguito con voce flebile, un parlato appena distinguibile a fare da corollario a melodie di assoluta grandezza, riporta alla mente le sensazionali cavalcate epiche ed in continua evoluzione della band di Mikael Akerfeldt. Al minuto 01:13 gli scenari mutano radicalmente grazie a toni più decisi e grintosi, in funzione dei quali pure il massiccio singer entra pienamente nella contesa, in tutto il suo ardore giovanile. In questo senso assolutamente indovinato è il verso che introduce questo sostanziale cambio di passo operato: "Today is the day" sono parole che, nella loro estrema semplicità, sembrano essere state scritte apposta per sottolineare l'assoluta solennità del momento. Attorno al secondo minuto ecco che si ripresenta l'anima più melodica degli Insomnium e, prestando particolare attenzione a simili cadenze oniriche, ammaliatrici e seducenti, non possiamo non percepire pure una certa qual somiglianza con i momenti più ispirati degli In Flames di Subterranean e The Jester Race e per chi, come il sottoscritto, ha amato alla follia il periodo d'oro della band di Gothenburg l'emozione è evidente e, con essa, pure il rammarico per quello che, al giorno d'oggi, Friden e compagni sono diventati. Al minuto 02:50 viene riproposto il parlato più malinconico con un Niilo Sevanen che, ad essere onesti, convince decisamente di più nelle sezioni tirate al fulmicotone. Nello specifico frangente si evidenzia una eccessiva freddezza di fondo, non si percepisce, viceversa, il calore che uno strepitoso interprete come il già citato leader dei DT, ad esempio, riesce a conferire ai momenti più introspettivi delle vicende descritte dal suo gruppo. La seconda porzione del brano si muove, sostanzialmente, sul medesimo schema qui evidenziato, senza significative variazioni di sorta degne di essere menzionate il pezzo volge a conclusione dopo quasi 6 minuti totali. In definitiva una traccia certamente apprezzabile, ma fin troppo debitrice di modelli ben noti ai più, sia da un punto di vista strumentale che sotto l'aspetto legato alla presentazione. Avendo già sottolineato l'enorme spessore degli standard di riferimento cui il brano sembra rifarsi è evidente che, nei loro confronti, il combo finnico denuncia ancora qualche lacuna strutturale, peraltro del tutto comprensibile in relazione alla giovane età dei componenti la band. Ciò che manca, nel caso in oggetto, sembra essere una puntuale e meticolosa opera di collegamento tra le diverse sezioni che compongono il brano, che, probabilmente, si dilunga pure eccessivamente nel suo sviluppo conclusivo. I quattro ragazzi sono dotati di un indiscusso talento, ciò è fuori discussione, ma, come sottolineato all'inizio di questo lavoro, a volte si ha la sensazione che finiscano quasi per soffocare quelle che sono le loro peculiarità salienti all'interno di schemi che, all'inizio degli anni duemila, stavano già mostrando le prime, sostanziose, incrinature, piuttosto che lasciarle fluire libere sulla via di una totale emancipazione artistica e personale. "Se solo potessi cambiare ogni cosa" è l'incipit che apre una narrazione lirica che si profilerà come una sorta di pubblico pentimento da parte del protagonista delle vicende che si stavano sviluppando nei precedenti due pezzi. Siamo, così, giunti al momento della resa dei conti, il giorno del giudizio in cui verità nascoste troppo a lungo verranno rivelate, le vili azioni di cui ci siamo macchiati, la codardia che ha guidato i nostri passi verranno sentenziate in maniera inappuntabile. Un altro capitolo della trama che fa da filo conduttore all'album tutto viene svelato e ci parla di un tradimento avvenuto nel momento del bisogno, un marito in fuga dalla propria moglie e dal proprio figlio in lacrime. Due anime deboli nella fede ed erranti nel loro peregrinare, abbandonate proprio nell'istante in cui maggiore avrebbe dovuto essere il sostegno dell'uomo, oggi ritornato, con il capo chino, per promettere a sé stesso, prima ancora che ai due esseri fragili, di prendersi cura di loro dopo così tanti anni di fuga peccaminosa. L'ultima sua implorazione è che la sofferenza sia soltanto ed unicamente sua, nessun altro dovrà patire per il suo comportamento deplorevole.

Bereavement

"Bereavement (Lutto)", a dispetto del nome che porta, si configura come una delle canzoni più ariose e vivaci dell'album, almeno a livello di strutture ritmiche, (ben inteso per quelli che sono gli standard tipici della band scandinava). Se si eccettuano i primissimi secondi in cui ritroviamo i suoni funerei e lugubri di un malinconico pianoforte, il resto della traccia in oggetto verterà su cadenze caratterizzate da mid tempo piuttosto spensierate ed intraprendenti. La consolidata diatriba fra growl oscuro e parlato flebile piace assai ai quattro cavalieri di Joensuu e, puntuale anche in questo caso, arriva quando scocca il primo minuto. L'accattivante coro centrale, cui ci imbattiamo per la prima volta poco dopo, sembrerebbe avere qualche discreta assonanza con la fortunata Monochromatic Stains dei Dark Tranquillity, pur non raggiungendo simili livelli di eccellenza. Ricompaiono in maniera più decisa, ma fortunatamente non preponderante, i moderni suoni elettronici dei sintetizzatori e delle tastiere che conferiscono una buona, anche se, ci sentiamo di dire, non imprescindibile, ventata di novità all'interno del contesto generale del sound degli Insomnium. Lo stacco acustico più corposo lo troviamo a partire dal minuto 02:28: si tratta di trenta secondi circa, intramezzati da un animalesco urlo a squarciagola da parte del vocalist, vero marchio di fabbrica, non riconoscibile facilmente peraltro, del buon Niilo Sevanen. Un elegante, ulteriore, riff di chitarra introduce all'ultima porzione del pezzo in cui fa capolino, per pochi attimi appena, una delicata e romantica chitarra acustica: ciò che si respira grandemente, e che consentirà di posizionare la traccia in oggetto tra le candidate al premio di best song del lotto, è l'eccellente livello di intesa raggiunto dalla coppia di chitarristi, vero punto di forza del combo finnico, specie nella prima parte di carriera. Felice si rivela, inoltre, la posizione scelta dalla band all'interno della tracklist di partenza: un brano relativamente potente, e che strizza l'occhio pure a certi arpeggi di derivazione thrash, collocato praticamente a metà album, consente di riportare su buoni livelli la tensione nell'ascoltatore e modificare, seppur fugacemente ed in maniera non decisiva, l'indirizzo dello stesso, che altrimenti correrebbe il rischio di avvinghiarsi abbastanza monotonamente su atmosfere perennemente gloomy e disperate. La band ci conduce per mano all'interno di una chiesa listata di nero per il lutto relativo alla tragica dipartita della giovane sposa, ma lo fa con tempistiche disinvolte e con il fare spigliato tipico di chi è da sempre profondamente affascinato dalla morte, intesa come ultima ancora di salvezza per liberare il corpo mortale da una vita fatta di stenti, sofferenze e angosce. Siamo letteralmente invitati a conoscere e a condividere il pesante fardello del dolore che attanaglia l'animo dell'uomo, la sua croce, il suo cuore spezzato: egli ha perduto l'ultimo barlume di luce nel momento in cui è venuta a mancare la sua amata compagna e, simile ad un ombra errante, vaga nel buio senza una meta, un'ora dopo l'altra, inghiottito in un profondo vortice colorato solo dalla più impenetrabile delle oscurità. Il suo è un onere troppo gravoso da sopportare, nessuno è in grado di comprenderlo e consolarlo in alcun modo, nemmeno uno ha mai subito una privazione di questa entità, solo poche, fredde, parole di circostanza gli vengono sussurrate nel momento fatale del distacco terreno dalla sua sposa. Un tempo egli ha avuto il privilegio elitario di assistere alla fiammante bellezza della notte, che ogni cosa ricopriva con i suoi cieli stellati e con le sue imponenti volte celesti, ma oggi ogni sua più intima speranza è affogata per sempre in lacrime amare di sconforto, inconsolabile decide di indossare l'abito nero del lutto, sia il giorno che la notte, intrappolato in una tristezza che mai lo lascerà fino al termine dei suoi giorni.

Under The Plaintive Sky

"Under The Plaintive Sky (Sotto un Cielo Lamentoso)" rappresenta una semi-ballad piuttosto breve per gli standard della band assai carica di sentimento e di appassionate sensazioni romantiche, che emergono ancora una volta grazie alla sapiente combinazione di chitarre acustiche ed elettriche, una affiancata all'altra con l'intento di disegnare melodie accattivanti e di sicuro impatto in sede live. Nelle sezioni più lente e ragionate si odono, in sottofondo, i sintetizzatori, questa volta a firma di Aleksi Munter dei connazionali Swallow The Sun. Il gruppo non ha mai considerato le tastiere un elemento indispensabile alla loro musica e perciò si è sempre affidato ad ospiti occasionali, più o meno noti al grande pubblico. In linea di massima sembra esserci un lieve calo in quanto ad ispirazione artistica e vengono riproposte soluzioni già ampiamente sperimentate in precedenza. Il modello di riferimento cui il brano sembra tendere sono ancora di Opeth di inizio carriera, ma l'alternanza tra il growl ed il parlato soffuso inizia a divenire abbastanza stucchevole, a lungo andare. Più convincente, invece in questo frangente, il lavoro della batteria di Hirvonen, maggiormente udibile nel suo prezioso ruolo di accompagnamento sonoro alla coppia di chitarre e che orchestra un bel finale energico dopo poco più di quattro minuti. La traccia di metà album segna uno spartiacque importante tra una prima parte decisamente più dinamica e frizzante ed una seconda che, lo anticipiamo già in questa sede, sarà caratterizzata da un certo qual immobilismo di fondo, anche se non mancheranno, fortunatamente, momenti più ispirati anche verso la conclusione dell'lp. Candida e pura appare la descrizione lirica che fa da corredo a questa traccia. Una melodia languida risuona attraverso una notte oscura ed il vento sibila gemente il suo malinconico motivo per gli infelici protagonisti di questa vicenda dolorosa. Essi avanzano lentamente in una giornata grigia, sotto il baldacchino  formato da foreste imbiancate dalla neve invernale. I loro cuori sono invasi da sensi di colpa reciproci e le loro menti ondeggiano, pericolosamente, tra un illusoria speranza e una profonda disperazione. La fitta nevicata volge, infine, al termine e cede il posto ad una luna splendente, sotto alla quale le due anime divorate dai rimorsi potranno, finalmente, scoprire il percorso loro riservato, prima divorato da intere notti perse nella penombra. Sotto un candido manto di stelle, nel gelido abbraccio della notte, due figure indistinte lasciano questi lidi e si domandano, tranquillamente, se potranno vedere, una volta ancora, la luce del sole. Ora le loro ombre evanescenti si smarriscono per sempre nella notte più buia. Scenari che facilmente rimandano all'immagine posta in copertina all'album: è il colore bianco, nella sua lucentezza quasi irreale, a dominare i paesaggi che si stagliano maestosi "sotto ad un cielo lamentoso". Laddove si riscontrano le maggiori assonanze con i già citati Opeth, tuttavia, è nel breve intermezzo interamente strumentale collocato in settima posizione all'interno della tracklist.

Resonance

"Resonance (Risonanza)", in più di un passaggio porta alla mente epiche composizioni acustiche quali Benighted o For Absent Friends, probabilmente alcuni accordi sono esattamente i medesimi. L'atmosfera che si respira è calma, rilassante, il sound composto sembra l'ideale per trascorrere una serata romantica al lume di candela con la propria compagna o per immergersi in una intensa seduta di lettura poetica delle più ispirate. Il pezzo ha il compito di spezzare un attimo la tensione che si era venuta accumulandosi durante i precedenti brani: le angosciose vicende di un amore infranto, il pubblico atto di pentimento postumo, la difficile elaborazione di un lutto gravoso come nessun altro, trovano finalmente respiro durante questi due minuti e mezzo scanditi da un alone mistico e trasognante. La chitarra acustica architetta arcane melodie distorte dal retrogusto gitano, quasi mediorientali che, tuttavia, trovano la loro collocazione ideale all'interno di un simile contesto, il pezzo è privo di qualsiasi comparto lirico semplicemente per il fatto che esso, in questo caso, avrebbe alterato il magnifico equilibrio generale instauratosi, la musica parla da sola e scuote le coscienze più sensibili, l'armonia raggiunge picchi davvero notevoli. La nostra cassa toracica si riempie di una salutare ventata d'aria nuova, fresca, tipica degli odorosi boschi del profondo nord, le nostre stanche membra spossate vengono soavemente cullate da un soffice tappeto erboso fatto di muschi selvatici dall'aroma intenso, le ansie, le preoccupazioni, i timori scivolano via dalla mente, il capo diviene leggero, unica parte rimasta fresca a dispetto di tutto il nostro corpo avvolto, ora, da un piacevole tepore generalizzato.

Death Walked The Earth

"Death Walked The Earth (La Morte Camminava sulla Terra)" ci accoglie su ben altre coordinate stilistiche: i riff sono consistenti e pesanti, l'incedere della band è sicuro e spedito, il sostanziale riposo beneficiato qualche istante fa sembra aver giovato ai quattro alfieri del "sorrowful melodic death metal" che iniziano il pezzo con ritrovato vigore. I primi novanta secondi filano, pertanto, diretti ed incessanti, in perfetto stile Amon Amarth, ma ecco sopraggiungere, immediatamente dopo, l'immancabile stacco acustico a scompigliare le carte in tavola. In realtà esso risulta assai breve e fugace perchè ben presto il vocione roco e cavernoso di Sevanen torna a sbraitare inscalfibile. Sono le chitarre, una volta di più, a fare la parte del leone con la consueta, precisa alternanza tra momenti aggressivi e secchi ed altri intimisti e meditati. Colpisce, più nel dettaglio, il secondo momento acustico inserito nel pezzo: siamo al minuto 02:48 e, attraverso un marcato retrogusto tipicamente rock e roll e pure un memorabile assolo chitarristico veniamo catapultati fino al minuto 04:15, laddove riprende la narrazione lirica che conduce, di lì ad un minuto circa, alla conclusione del brano stesso. Un intermezzo acustico decisamente corposo dunque in cui, oltre alla consueta reminescenza "opethiana", si percepisce pure una certa inclinazione ad incorporare nel proprio sound pure raffinati elementi jazzistici degni della miglior tradizione del techinical death metal a stelle e strisce, (inutile però scomodare mostri sacri del genere quali Atheist , primi Cynic e Nocturnus, non sono quelli gli standard da prendere a riferimento per Friman e compagni). La batteria del puntuale Markus Hirvonen si fa maggiormente sentire e trascina vero l'alto il tiro della canzone, una delle migliori della seconda porzione di album. Il contrasto con la precedente traccia strumentale, simile a quanto già proposto in avvio tra l'opener Nocturne e la grintosa title track, vuole sottolineare la pluralità di elementi che caratterizza il sound degli Insomnium, già abili alla loro seconda release su lunga distanza, a proporre, di volta in volta, nuovi e mutevoli scenari di sottofondo. Certamente siamo ancora ben distanti da quelli che sono i livelli raggiunti dagli autentici maestri del trasformismo sonoro, quei Dark Tranquillity che, a partire dall'album in questione diverranno il principale riferimento dei nostri, anche se è lodevole l'intento dei finlandesi di non fossilizzarsi sui medesimi stilemi musicali. Il così frequente inserimento di porzioni acustiche ed il sovente alternarsi della voce guida vanno intesi proprio in questa direzione, nel tentativo cioè di offrire differenti chiavi di lettura ai propri pezzi anche se, talvolta, simili soluzioni risultano eccessivamente simili l'una all'altra. Iniziamo un viaggio a ritroso nel tempo immersi nel silenzio e sbiancati in viso: il nostro compito è quello di provare a tessere insieme i vari pezzi di un passato lontano. Il corpo è provato dal dolore nel momento in cui accogliamo l'ennesima mattina carica di nostalgia e di sgomento. Ci domandiamo cosa siamo in grado di offrire per i nostri ospiti oltre a lunghi raggi obliqui di sole, impervi sentieri attraverso vasti nevai e viaggi verso il nulla, dopo aver oltrepassato sterminate brughiere di erica. La morte ha camminato sulla terra oggi, silenziosa, immobile ha incrociato il suo cammino con il mio, ella mi ha accarezzato con il favore delle tenebre. Ecco che veniamo riportati in superficie, dalle viscere della terra ove eravamo intrappolati, per affrontare una nuova alba, il nostro respiro è affannoso, rantoliamo affannosamente il vapore nero della morte. Così trascorriamo le nostre ore di una penosa veglia senza speranza, illuminati da un freddo sole invernale siamo diretti ad un'altra mattina inevitabile, dannatamente uguale a tutte le altre.

Disengagement

"Disengagement (Disimpegno)" con i suoi quasi nove minuti di durata è, di gran lunga, la traccia più lunga dell'intero album, del quale ne vuole essere una sorta di riepilogo conclusivo. Il primo minuto è interamente strumentale e funge da perfetta introduzione grazie ad una soave chitarra acustica. Il suono della batteria emerge poco dopo in tutta la sua potenza, quasi a voler accentuare ulteriormente il contrasto con la sezione acustica che ne ha preceduto il suo ingresso sulle scene. Al minuto 02:25 transizione sonora in perfetto stile Insomnium e tradizionale intermezzo con voce parlata prima che la coppia di chitarre riprendi a martellare senza sosta melodie muscolose nella loro epicità. La freschezza della proposta sonora emerge, sulla lunga distanza, in maniera più limpida che altrove: maggiormente liberi da vincoli di sorta e potendo strutturare il brano con più pazienza, i quattro musicisti di Joensuu confezionano trame di assoluto prestigio. I riff di chitarra non sono per nulla trascendentali ma, all'interno di una struttura relativamente semplice e che viene riproposta con una certa frequenza, ciò che si staglia in maniera maestosa è la sorprendente capacità di coinvolgimento dell'ascoltatore, il quale viene immerso in scenari malinconici e nostalgici e diviene protagonista delle vicende narrate. Nuovo momento per l'introspezione e l'intimità quando scocca il quinto minuto esatto: la chitarra acustica funge da metronomo dettando nuove linee guida con sobrietà e schiettezza: le note si fanno progressivamente più soffuse fino a divenire quasi indistinguibili, più convincente è anche l'accompagnamento vocale che riesce a trasmettere un maggior senso di pathos e di coinvolgimento emozionale. Ultima, definitiva accelerazione al minuto 07:28 e finale memorabile nella sua imponenza. Quella che in alcuni passaggi del precedente album abbiamo segnalato come uno dei difetti principali del sound dei nostri, (e pure in seguito nel corso della loro carriera), cioè una certa mancanza di sintesi abbinata ad una sottile ridondanza degli intermezzi acustici, si rivela qui, viceversa, il maggior pregio della traccia. La struttura del brano risulta più articolata e le varie fasi che la compongono sono ottimamente collegate l'una all'altra, si respira tutta la passione per la musica dei quattro giovani ragazzi scandinavi che ci viene trasmessa come una scarica debordante di adrenalina nelle nostre vene. Il pezzo scorre via nella sua estrema fluidità simile ad un fiume circondato da rive imbiancate dalla neve: nel suo corso esso incontra ripe alte e scoscese che lo costringono a salti verticali dirompenti e placidi laghi ghiacciati a cui cede, gentilmente, le proprie acque di alimentazione. Così gli Insomnium mettono in musica il corso di questo fiume con fragorose esplosioni sonore e lenti stacci acustici appena accennati, tutti però confluenti nella stessa direzione verso valle, verso la conclusione del brano dopo otto minuti e quaranta secondi assolutamente indimenticabili. La narrazione lirica è, sostanzialmente, divisa in due parti e vengono ripresentati i due protagonisti maschili delle vicende narrate: il padre rimasto vedovo della propria moglie ed il giovane figlio senza la madre. Quale solennità può essere trovata in una morte è l'interrogativo, destinato a rimanere senza risposta, che viene posto ad inizio brano. Il sorriso di un traditore, l'onore del tradimento perpetrato e nulla più. Restiamo in silenzio, desolati a contemplare ricordi passati durante le lunghe notti dell'inverno artico, la nostra volontà di esistere è prossima allo zero, senza la nostra amata ogni cosa ci appare evanescente, inutile, la vita felice sepolta sotto a tonnellate di cenere. Quale sublimità può essere reperita in questo amore è la domanda che si pone il giovane ragazzo, nell'impossibilità di abbracciare ancora una volta la propria madre. La fiducia del debole, la morale dell'ingannatore. Non c'è nessun futuro per lui, gravato come è sotto ad un simile fardello di dolore, nessuna possibilità di ridare una consistenza al suo corpo divenuto etereo, simile ad un fantasma. Essi si mostrano come due figure aggrappate insieme, mortificate nel loro dolore inconsolabile e, ormai, precipitati all'interno di un vortice di disperazione dal quale non vi è possibilità di risalita. Un dolore che è ancor più grande per il padre rimasto vedovo, incapace pure di scorgere un filo di sole nel domani, come invece è in grado di fare il bambino, forte della sua tenera età che lo aiuta ad elaborare il lutto in una maniera diversa. L'uomo si lascia andare al sonno sul portico di una persona sconosciuta, desidera trovare ristoro nei ricordi lieti della propria compagna tragicamente dipartita.

Closing Words

"Closing Words (Le Parole Conclusive)" avrebbe il titolo perfetto per essere la traccia di chiusura dell'album, ciò nonostante, con una meditata e, come vedremo tra poco, indovinata mossa artistica, gli Insomnium decidono che non saranno queste le coordinate giuste per stendere la parola fine sul loro secondo lp. Il pezzo si apre, infatti, con riff briosi e dinamici, la band sembra volerci prendere per mano e condurci su di una nuova dimensione, carica di speranza e ammantata di ritrovato ottimismo. In un simile contesto generale e con un titolo di questo tenore si corre, perfino, il rischio di rimanere spiazzati dalla proposta musicale che i nostri espongono ma è innegabile che Sevanen e compagni sappiano giocare alla grande con l'uso delle parole e che siano in grado di mischiare le carte quando meno ce lo si aspetta: grazie a questi ingredienti essi riportano verso l'alto il mood del loro sound. La melodia portante è di sicura presa e si staglia nella testa dell'ascoltatore senza alcuna difficoltà, il modus operandi della band segue la via aperta dai Dark Tranquillity, (e percorsa, in breve tempo, da una miriade di altre formazioni, pure di spessore internazionale), ad inizio terzo millennio. Saimo, pertanto, alle prese con un pezzo caratterizzato da un chorus centrale accattivante, orecchiabile e fatto apposta per essere cantato a squarciagola e strofe di accompagnamento più massicce, articolate, sempre abilmente condotte dal sapiente lavoro dei due chitarristi. Esattamente al terzo minuto troviamo un melodioso stacco decadente che ci ricorda che stiamo pur sempre parlando di Insomnium, una triste chitarra acustica ricama un paio di semplici accordi allo scopo di fare da contraltare al resto del brano che, immediatamente dopo, riparte spedito e senza ulteriori indugi verso la propria conclusione, dopo quattro minuti e trenta secondi. Una traccia semplice, del tutto lineare nel suo svolgimento che, pur essendo priva di difetti sostanziali degni di essere menzionati, si colloca nelle retrovie dell'ideale classifica che compone la tracklist presentataci, certamente non degna di essere l'ultima testimonianza sonora di questo Since The Day It All Came Down ed inoltre permeata da un senso del derivativo, del già sentito piuttosto palese. Sostanzialmente ancora agli esordi discografici, i quattro di Joensuu dimostrano di non aver ancora capito fino in fondo quale strada imboccare per il loro futuro e ci propongono un pezzo certamente discreto e godibile all'ascolto ma che rischia, a lungo andare, di apparire del tutto avulso dal contesto generale in cui è stato calato. Così anche la fitta oscurità che avevamo incontrato per gran parte dell'album lascia il posto ad una nuova alba, momento catartico in cui decidiamo di deviare, una volta per sempre, dal percorso luttuoso in cui eravamo immersi, rinunciamo definitivamente a tutte quelle parole cha avremmo voluto dire ma non abbiamo avuto il coraggio di dire, i nostri desideri divenuti ormai simili a pie illusioni utopistiche. E' necessario arrestare l'emorragia che ci divora dal profondo di noi stessi, la ferita piange lacrime copiose per la perdita del nostro amore, corriamo il rischio di finire dissanguati da un momento all'altro, le vene del corpo quasi prive della loro rossa linfa vitale. Parole ingannevoli, sleali troppe volte siamo stati costretti ad ascoltare, viene il tempo per noi di alzare bandiera bianca e dirci sconfitti, la vita che abbiamo condotto fino a questo punto è stata svuotata completamente di ogni significato nell'istante medesimo in cui siamo rimasti soli. Così il giorno lascia nuovamente posto al crepuscolo, preludio perfetto per la notte che incombe su di noi, i sentimenti si caricano di odio e di risentimento con il calare delle tenebre, tuttavia siamo consapevoli di aver già troppo a lungo dovuto portare questo gravoso onere sulle spalle. Con un ultimo, decisivo, moto d'orgoglio solleviamo nuovamente il capo e ci dirigiamo, a testa alta, lungo il sentiero della nostra esistenza personale.

Song of The Forlorn Son

Ben altro tenore lo regala all'album, nel suo complesso, "Song of The Forlorn Son (La Canzone del Figlio Abbandonato)", undicesima ed ultima traccia contenuta in questo Since The Day It All Came Down. Gli Insomnium riservano il meglio nella coda grazie ad una traccia oscura, dalle atmosfere inquietanti e disperate che consente di raggiungere il picco massimo quanto a tensione emotiva nei cuori degli ascoltatori. Siamo di fronte ad un evidente richiamo al magnifico doom metal ammantato di richiami gothic dei Katatonia dei tempi di Last Fair Deal Gone Down, dimensione ideale per il suono tipico degli Insomnium. L'incipit è affidato ai suoni mesti e desolanti dei sintetizzatori del già citato Aleksi Munter, i quali saranno presenti, relegati saggiamente sullo sfondo, per l'intera durata del brano. Le chitarre suonano solenni, maestose nella loro imponenza che ben si coniuga con l'importanza del momento: siamo a cavallo dei cinquanta minuti di durata complessiva e le energie dei nostri non sembrano minimamente venire meno, ma anzi i quattro cavalieri di Joensuu appaiono decisamente ispirati nella loro globalità. Il primo, incantevole stacco acustico dopo appena un minuto: si odono con piacere pure alcune eleganti linee di basso, altrove costantemente soffocate dal resto della strumentazione tradizionale. La formula vincente è quella ormai consolidata di inserire momenti pacati con voce narrante parlata sopra ad un prezioso drappo di seta pura costituito da una serie di riff granitici, uniformi ma sorprendentemente potenti nel loro insieme. Nuovo momento di assoluto interesse al minuto 03:16: quarantacinque secondi a guida di una magniloquente chitarra acustica, perfetta per i lunghi ed uggiosi pomeriggi autunnali, momento ideale per ascoltare qualsiasi proposta a firma Insomnium. Struggente fino alle lacrime risulta essere l'ultima testimonianza sonora che la band ci propone: probabilmente conscia di aver, fin qui, realizzato un lavoro certamente gradevole ma in alcuni momenti fin troppo derivativo, la formazione finlandese inserisce quel tocco di personalità in più che rende semplicemente memorabile questa "Canzone di un figlio abbandonato", candidata di diritto a vincere il premio di best song del lotto. L'outro è davvero da brividi e si conferma essere uno dei momenti in cui la band riesce meglio, non poche saranno, infatti, anche in futuro simili soluzioni di rilievo adottate dai nostri, pur nella loro relativa semplicità esecutiva. Certamente siamo di fronte a scenari che meglio si adeguano alla proposta generale degli Insomnium, indovinata, pertanto, la scelta di collocare la canzone in coda all'album, subito dopo quella Closing Words che, pur lasciandosi ascoltare senza alcun intoppo, probabilmente non rappresentava al meglio l'animo malinconico e nostalgico della band. Come facilmente si evince dal titolo ci mettiamo nei panni dello sfortunato bimbo rimasto orfano della propria madre, il suo è un destino senza gioia alcuna, solo ad affrontare inverni crudi e rigidi, quale speranza può nutrire ancora in seno egli, abbandonato proprio quando era più vulnerabile, nell'età della fanciullezza. Chi rimetterà i peccati da espiare, chi colmerà i vuoti che una così grave mancanza ha generato in lui, si domanda, disperato, il vocalist della band in uno dei momenti più toccanti di tutto l'album. Attraverso oscuri boschi risuona l'eco di questa melodia, la canzone si libra, candida sopra a corsi d'acqua congelati dal ghiaccio, solo alberi accigliati mi daranno ascolto, soltanto colline innevate risponderanno al mio appello angosciato. Destino comune è quello del bimbo e del padre, rimasti senza la persona amata che era il loro faro guida, simili a naufraghi alla deriva essi conducono le loro misere esistenze giorno dopo giorno, nella tetra oscurità più assoluta. Unico conforto per loro è la pallida luce della luna, consolazione di poco conto trovano tra il mormorio degli alberi, il momento per volgere il proprio sguardo al futuro e non più al passato è giunto, la strada che loro dovranno compiere è segnata, in maniera chiara e netta nella penombra del crepuscolo.

Conclusioni

Un concept album incentrato attorno al luttuoso evento della morte di una giovane moglie e madre che viene raccontato attraverso le parole di un marito disperato ed inconsolabile e di un fanciullo che si sente ingiustamente abbandonato proprio nel momento del maggior bisogno. Una tematica portante certamente non troppo originale, ma perfetta da descrivere attraverso lo stile naturalmente malinconico e nostalgico degli Insomnium: il grosso del lavoro tocca alla coppia di chitarre che si dilettano disegnando riff di assoluto rilievo, pur senza perdersi in eccessivi virtuosismi tecnici, la batteria si colloca su cadenze medio-alte senza mai deflagrare pienamente tutta la potenza a sua disposizione, mentre il basso rimane, diligentemente e come tradizione non scritta vuole, sullo sfondo in posizione più defilata. Compaiono, in maniera sporadica, pure tastiere e sintetizzatori che arricchiscono di un nuovo elemento la proposta musicale dei quattro finlandesi, senza però spostarne più di tanto gli equilibri. In linea di massima assistiamo ad una prima porzione di album più ispirata e coinvolgente, mentre la seconda si muove su coordinate già ampiamente sentite in ambito melodic death metal, salvo venire risollevata grandemente dall'ultima, eccellente traccia conclusiva. Il secondo full length degli Insomnium segna dunque un leggero passo indietro rispetto al roboante debutto di due anni prima: troppi i passaggi caratterizzati da una scarsa personalità di fondo, numerosi, ed in alcuni frangenti perfino troppo ingombranti, i riferimenti da cui la band prende spunto per le proprie canzoni. Il tutto va ad inficiare sulla resa globale dell'album che resta, in ogni caso, ben al di sopra della sufficienza piena. Le liriche sono eleganti e composte con una maturità stilistica non indifferente, il vocalist offre una prestazione piuttosto canonica per il genere ed entusiasma veramente soltanto nelle parti in growl più serrate e violente, i frequenti momenti di stacco parlati lasciano, invece, un po' di amaro in bocca a causa di una eccessiva aridità espressiva. La strada verso il successo planetario è, tuttavia, tracciata: sarà necessario solamente recidere il cordone ombelicale che ancora lega gli Insomnium ai padri fondatori del genere per imboccarla di gran carriera e spiccare il volo nell'olimpo del panorama metal europeo.

1) Nocturne
2) The Day It All Came Down
3) Daughter of The Moon
4) The Moment of Reckoning
5) Bereavement
6) Under The Plaintive Sky
7) Resonance
8) Death Walked The Earth
9) Disengagement
10) Closing Words
11) Song of The Forlorn Son
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