INSOMNIUM

Shadows of the Dying Sun

2014 - Century Media

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
06/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Giusto il tempo di completare la discografia dei portentosi Sacramentum che è già tempo per me di imbattermi in una nuova, non meno stimolante avventura. Si abbandonano, per l'occasione, reminescenze legate ad una certa tipologia di sonorità abrasive e taglienti derivate dal black e si abbracciano quelle a me più famigliari del melodic death metal. Una scelta rischiosa, quindi, visto che si tratterà del più usato, abusato e riusato sottogenere del metal, a livello mondiale. Non c'è angolo del Pianeta, nel terzo millennio, in cui non si suoni in questo modo: dal nord Europa all'Australia, dall'America meridionale fino al sud est asiatico, passando pure per il continente africano, non si contano più le uscite discografiche ascrivibili al genere originario di Gothenburg. Proprio in virtù di un simile sovraffollamento di scenari la mia attenzione è caduta su una delle poche realtà contemporanee in grado, pur se non con facilità e pagando un doveroso tributo iniziale ai pionieri del genere, di emergere quanto a personalità, talento e potenza sprigionata. Un'avventura che intreccerà non poche relazioni con il discorso da me già avviato, e che verrà parallelamente portato avanti, legato ai Dark Tranquillity, dal momento che la band che mi appresto a presentare per voi viene da molti considerata come una tra le più autorevoli eredi del gruppo capeggiato dal carismatico Mikael Stanne. Il percorso che andrò ad iniziare quest'oggi riguarda, pertanto, il gruppo finlandese degli Insomnium, divenuto con il passare del tempo e grazie soprattutto ad una serie di fortunate pubblicazioni, uno dei nomi di spicco della moderna scena del melodic death metal europeo. Le interconnessioni con la più famosa formazione svedese riguardano soprattutto i primi lavori della band finlandese, fin troppo debitori dei Dark Tranquillity e piuttosto carenti quanto a caratterizzazione personale. Negli ultimi anni gli Insomnium, anche forti di una ormai acquisita fama internazionale, hanno saputo recidere, seppur parzialmente, il cordone ombelicale che ancora li legava a Sundin e compagni e, anche in virtù di ciò, (oltre ad esserne divenuti, nel frattempo, fidati compagni di etichetta), si sono guadagnati lo status di band di supporto in molte delle esibizioni live del combo svedese, (non ultimo durante il recente tour nordamericano), spesso e volentieri concedendosi pure il lusso di superarli quanto ad intensità e vigore sul palco. Prima di entrare nel vivo è necessario fare qualche osservazione iniziale circa il contesto generale contemporaneo del più diffuso sottogenere metal. Il quadro attuale vede il fluire di una situazione dinamica, in costante mutamento che sta rimescolando le carte in tavola rispetto a come esse apparivano appena una ventina di anni fa, quando la scena internazionale muoveva i primi passi. In particolare l'epicentro geografico del melodic death metal si sta progressivamente spostando dalla casa madre Svezia alla vicina Finlandia, da qualche tempo in grado di rivaleggiare, se non addirittura primeggiare, con i più autorevoli cugini scandinavi. Da un lato così si assiste all'inesorabile declino di molte realtà storiche del panorama svedese, quali ad esempio i sempre più insipidi Arch Enemy, gli altalenanti Soilwork di Bjorn "Speed" Strid, i nuovi adepti del nu metal In Flames e gli stessi Dark Tranquillity ancora in grado di barcamenarsi su livelli più o meno accettabili grazie principalmente all'esperienza maturata nel corso degli anni, a fronte di un ricambio generazionale che, pur proliferando grandemente nel numero, non sembra, in linea di massima, convincere appieno, salvo sporadiche e meritevoli eccezioni, (Scar Symmetry, Solution 45 e Zonaria su tutti). Sull'altro versante, viceversa, si assiste un costante innalzamento della qualità media dei lavori rilasciati e ad un proliferare di realtà il cui impatto sonoro ed il cui successo commerciale sta inesorabilmente soppiantando quello dei mostri sacri del genere. Dalla Nazione dei mille laghi provengono, infatti, valide realtà musicali quali i Kalmah con il loro "swamp metal", i Mors Principium Est con i loro pregevoli inserimenti tastieristici, gli Omnium Gatherum e le loro marcate influenze prog, oltre ovviamente ai nostri Insomnium, fautori di un melodic death alquanto malinconico ed evocativo. Curioso far notare che tutte queste importanti formazioni in auge si sono affermate proprio nel momento in cui è calata, clamorosamente fin tanto da toccare gli abissi più oscuri, l'ispirazione artistica di quella che, originariamente, fu la formazione finnica di spicco dell'intero movimento: quei Children of Bodom guidati da Alexi Laiho, personalmente mai amati anche agli albori della loro carriera ma, indubbiamente, autori di almeno un paio di lavori decisamente riusciti e di fondamentale importanza per il genere tutto. La formazione originale della band muove i suoi primi passi nel 1997 nella remota e sonnolenta cittadina di Joensuu, Finlandia orientale e capoluogo della regione della Carelia settentrionale. La città passò, tristemente, agli onori delle cronache, proprio attorno a quel periodo, per una serie di aggressioni di stampo razziale da parte di una frangia di giovani di estrema destra che ne turbarono la tipica tranquillità nordica. Il caso di cronaca nera rientrò presto nella norma, anche se permane ancora al giorno d'oggi una discreta presenza di facinorosi skinheads in città. Da un punto di vista culturale si segnala il famoso Iloosarirock Festival, uno tra i festival rock storici del vecchio Continente, (la fondazione risale al 1971), che convoglia ogni anno, a fine luglio, oltre 20.000 visitatori al giorno nella porzione sud occidentale di Joensuu; una brillante e dinamica Università conferisce un sapore internazionale alla località scelta da molti giovani accademici per il progetto Erasmus. La regione era già stata resa famosa, in ambito metal, dai connazionali Amorphis e dal loro fenomenale "The Karelian Isthmus" che narrava le vicende belliche che, hanno visto contendersi, a più riprese, la zona, di importanza strategica per i traffici commerciali nel nord Europa, tra le truppe svedesi - finniche e quelle sovietiche, (ancora oggi la regione è divisa tra le due Nazioni confinanti). Fin dalla prima metà del 1700 va detto, però, che gran parte della regione storica della Carelia fu annessa allo sconfinato impero sovietico al punto che la Repubblica di Carelia è riconosciuta come una delle 22 facenti parte della Federazione Russa fin dal 1991; sul territorio finlandese attuale rimangono solamente la sopra citata Carelia settentrionale e la sottostante Carelia meridionale per un totale di poco meno di 30.000 km² di superficie. Il primo nucleo della formazione era così composto: voce e basso vennero affidati al maestoso Niilo Sevanen, Markus Hirvonen si posizionò dietro le pelli, Ville Friman alla chitarra. Dopo poco tempo venne reclutato un nuovo membro in qualità di secondo chitarrista: Ville Vanni andò a completare una line up che, nel corso degli anni, è rimasta piuttosto stabile, (altro tratto comune con i già citati DT). Bastarono un paio di demo autoprodotti, (affascinante, in particolar modo, il secondo, "Underneath The Moonlit Waves"), a far intuire le potenzialità del combo finlandese che, nel 2001, venne messo sotto contratto dalla britannica Candlelight Records, vera scopritrice di talenti e fida compagna di viaggio, nel corso degli anni, di una realtà del calibro degli Emperor. Per la label di Wallingford escono, così, i primi quattro full length della band, tutti lavori interessanti pur se ancora piuttosto grezzi e privi di quell'originalità cui si è già fatto riferimento poco sopra; nello sviluppo discografico la band, tuttavia, fa intravvedere una progressiva e sempre più nitida presa di coscienza del proprio talento e, con il passare degli anni, riesce ad inserire elementi personali creando un sound facilmente riconoscibile per le cadenze lente al limite del doom, le atmosfere malinconiche e romantiche, i testi redatti in bello stile e con sbalorditiva perizia linguistica e una durata media dei brani piuttosto corposa. E' nel 2011 però, in seguito, al passaggio con la più agiata Century Media Records che il gruppo spicca definitivamente il volo verso l'olimpo dell'universo metal. Nell'ottobre di quell'anno vide la luce, (o meglio vide le tenebre), il magnifico "One For Sorrow", a mio avviso apice fin qui raggiunto da Sevanen e soci, un album struggente e perfetto per le giornate lunghe ed oscure che si spalancarono dinanzi tra l'autunno e l'inverno di quell'anno, particolarmente rigido almeno nella natia Pianura Padana. Dopo il contradditorio ep "Ephemeral" del 2013, l'anno seguente viene distribuito il sesto lavoro sulla lunga distanza dei finlandesi: "Shadows of The Dying Sun" (Ombre di un sole morente), sempre sotto l'egida della maestosa label originaria di Dortmund, che sarà oggetto della presente recensione. Già scorrendo la line up troviamo la prima, importante, novità: al posto del talentuoso Ville Vanni, già fuoriuscito dalla band all'indomani del precedente "One For Sorrow", troviamo Markus Vanhala, parallelamente chitarrista degli stessi Omnium Gatherum di cui si diceva poco fa. La copertina dell'album, immesso sul mercato europeo il 28 aprile del 2014 e un giorno dopo per quanto riguarda il Nord America, è ad opera del quasi impronunciabile Wille Naukkarinen, chitarrista dei semisconosciuti Ghost Brigade e degli altrettanto poco noti Sons of Aeon. L'artwork proposto ci mostra una stormo di corvi stazionare, minacciosi, attorno ad un sole spento, completamente oscurato che si adagia su di un paesaggio montuoso piuttosto inquietante. Un paio di tonalità di grigio appena, oltre ad una di nero sfuocato per rappresentare una immagine delicata, nostalgica e magniloquente, in perfetto stile Insomnium per chi ha imparato a conoscere il gruppo fin dalle prime release ufficiali.

The Primeval Dark

L'opener è affidata alla sottile e languida "The Primeval Dark (L'oscurità primordiale)", il brano più breve che la band propone in questo lp. La batteria inizia il suo lavoro di cesello su ritmi non particolarmente indiavolati, la base è quella classica di un up tempo sostenuto ma non debordante a cui si affiancano e si sovrappongono, con abilità, le due chitarre in formazione. Per gli standard medi del gruppo essa rappresenta una sorta di intro a quanto verrà proposto in seguito ed è per questo motivo che vengono in mente le tracce che il combo finnico aveva posto in apertura dei precedenti lavori; in particolare "Equivalence ed Inertia" che schiudevano rispettivamente "Across The Dark" e "One For Sorrow" non sono poi così dissimili né per minutaggio complessivo né per partiture ritmiche strutturali, il ché grava un attimo sull'originalità di una simile proposta. La breve sezione lirica comincia quando siamo poco sotto al secondo minuto e ci stupisce per il suo incantevole romanticismo di stampo classico. Il cuore nero come la pece vive un profondo stato di disagio interiore, gli occhi stanchi e cadenti mascherano la solitudine che è in noi. L'incarnazione della disperazione che mai ci abbandona affonda le sue radici nel sibilo lontano dei venti, la possiamo percepire pure nei remoti e freddi mari del nord, essa ci chiama e ci attende nel profondo buio primordiale. La voce gutturale di Sevanen si fa ora più intensa e decisa ora più sfumata e distante in un alternarsi di tonalità che suona 100% Insomnium. L'ascoltatore alle prime armi con questa band sicuramente apprezzerà una simile ouverture ricca di pathos, intensa ed angosciosa come poche altre, mentre quelli che già li conoscono la troveranno un filo monocorde e non eccessivamente originale. Gli sporadici inserimenti dei sintetizzatori, abbinati ad una remota chitarra acustica sullo sfondo, non modificano in maniera sostanziale il ritmo portante di questa traccia ma contribuiscono a rimodularne, di volta in volta, i sottili equilibri tessuti in gioco. In generale si percepisce una certa preponderanza della batteria in apertura e in coda del brano, mentre la sezione centrale vede l'emergere del lavoro delicato e suadente delle due chitarre. Il contributo di questa opener è, in ogni caso, abbastanza marginale per la fruizione dell'album nel suo complesso ma prosegue nella consolidata tradizione del gruppo che, fin dai tempi di "Above The Weeping World", scelse di proporre in apertura dei propri lavori brevi canzoni pseudo strumentali per delineare fin da subito i propri lineamenti stilistici fondamentali.

While We Sleep

La posta in palio si alza subito dopo con la seguente "While We Sleep (Mentre noi dormiamo)", secondo singolo estratto dall'album per la promozione dello stesso e di cui è stato girato un incantevole quanto trasognante video ufficiale, aperto dal suono dello stormo di corvi che già avevamo incontrato sulla copertina dell'album: essi prendono vita e annunciano l'inizio del nostro oscuro e tormentato incubo. Gli Insomnium si prendono tutto il primo minuto per descrivere una convincente e potente sinfonia fatta di chitarre taglienti e corpose e di una batteria incalzante e sicura di sé. La descrizione lirica si apre soffusamente con la voce pulita, fin quasi da apparire troppo affettata, del chitarrista Friman, (autore egli stesso della stesura di buona parte dei pezzi contenuti in questo "Shadows of The Dying Sun"), che descrive uno stato d'animo angoscioso e turbato da un amore appena sfiorito e da una solitudine che ha il sapore amaro del risentimento, la non accettazione della conclusione di un rapporto amoroso si manifesta nei nostri incubi più arcani. L'entrata in scena del cantante effettivo della formazione riporta la band sui giusti binari ed innalza la tensione emotiva nell'ascoltatore. Il growl cavernoso e roco di Sevanen non brillerà certo per originalità ma svolge egregiamente il suo compito e ci aiuta ad entrare meglio nel vivo del brano. Ci lasciamo portare lontano, alla deriva, laddove accumuliamo ulteriore distanza dalla realtà durante il nostro sonno, abbiamo udito del nostro infausto destino ma, sordi ed impreparati al dolore decidiamo di non ascoltare, chiusi nel nostro patimento interiore costruiamo spessi muri vitrei quasi impenetrabili, l'amore che avevamo è svanito, dileguato come un ricordo sbiadito. Un primo stacco strumentale di una quindicina di secondi ci conduce al minuto 02:58 allorquando ritorna sulle scene il fidato Ville con la sua impostazione gentile e delicata, di evidente derivazione classica per sole due strofe, prima di cedere il passo al più carismatico compagno di scuderia. Ci siamo resi conto che la nostra vita è una strada a senso unico, non possiamo più tornare indietro e siamo costretti, controvoglia, a muoverci solo in avanti, verso l'ignoto. Poco dopo il quarto minuto la voce di Sevanen finisce quasi per scomparire nel mosaico strumentale intarsiato dal combo nordico, si fa eterea e sommessa, l'atmosfera diviene quasi magica, mistica nella sua purezza. "We need to slow down" ripete flebilmente il vocalist, lanciando così un chiaro messaggio all'umanità intera, sempre più dominata e soggiogata da ritmi frenetici, caotici ed, in ultima analisi, inumani. In questo secondo intermezzo semiacustico di una quarantina di secondi possiamo avvertire sulla nostra pelle le folate polari del vento del nord che sferza senza sosta le desolate lande finlandesi, ci pare perfino di scorgere la gentile aurea tersa di quei luoghi così selvaggi, quelle aurore boreali magnifiche che illuminano a giorno le propaggini più settentrionali del continente. Abbiamo bisogno di rallentare per poterci riprendere a vicenda è l'aforisma, ripetuto alcune volte in un più aggressivo growl, con il quale la song si chiude in un tripudio di emozioni e di sensazioni intense e con la coppia di chitarre che sale in cattedra, sul finale, con assoli a dir poco magnifici.

Revelation

Ritmi che aumentano non poco con la seguente "Revelation (Rivelazione)" caratterizzata, a livello generale, da un sound pieno, muscoloso ed energico nella sua integrità oscura. Gli unici momenti di carezze gentili adagiate sul nostro viso sono contenuti tutti nei primi dodici secondi di brano: una introduzione cortese e un ricamo di poche note per delineare lo scenario di fondo che si appresta ad esplodere con fragore. Le chitarre trasudano energia e trascinano con loro pure la batteria dell'ottimo Hirvonen, il growl cavernoso del frontman è perfetto per le atmosfere cupe e disperate disegnate dalla componente strumentale, il connubio che si instaura riesce a far risaltare al meglio le due anime del gruppo: quella grintosa e serrata di una band che, in ogni caso, suona pur sempre death metal melodico, e quella delicata e fine di chi ha sempre avuto a modello la letteratura romantica e decadente di personaggi quali Edgar Allan Poe, (i corvi ritornano anche nel presente video di lancio del pezzo), Novalis e Rimbaud. Un secondo intermezzo più sfumato, in realtà, lo troviamo a cavallo del terzo minuto di esecuzione, ma esso pare avere la funzione precipua di rafforzare e rinsaldare ulteriormente le strofe cantate, ansiose e tumultuose di stati d'animo contrastanti. Il coro centrale, pure in questo caso come nella precedente traccia, è decisamente riuscito e conferma la band come una delle miglior realtà contemporanee a livello di songwriting. La narrazione lirica si conclude al minuto 04:36 e lascia spazio ad un clamoroso assolo di chitarra che, nella sua semplicità esecutiva, ci accompagna fieramente alla conclusione del pezzo, di diritto uno dei migliori dell'intero album. Come nel video proposto in rete dalla casa discografica tedesca l'ultima porzione del brano ci consente di tornare a vedere la luce in fondo a tanta oscurità, il cielo sopra i monti viene squarciato da un fragoroso raggio di sole che ci abbaglia con tutta la sua eterna e misteriosa potenza di fuoco. Il gruppo non ha scelto un sostituto alle prime armi per rimpiazzare il virtuoso Ville Vanni: Markus Vanhala è musicista fatto e finito e la sua esperienza ultra decennale con i connazionali Omnium Gatherum si fa sentire tutta con una prestazione multiforme e che ben si amalgama, fin da principio, con il resto della formazione originaria. Dicevamo, poco fa, dell'eccezionale capacità di scrittura della band: in questo frangente la penna scrivente è quella del leader bassista e cantante del gruppo ma il canovaccio da egli preparato poco si discosta da quello imbastito precedentemente dal collega Friman: del resto il combo di Joensuu ha visto accrescere di album in album la propria fama impostando le proprie narrazioni su scenari carichi di nostalgia e inquietudine e ne ha tinto i fondali con i colori sfuocati e soffusi della propria terra natia. L'io narrante, in cui ognuno di noi può facilmente immedesimarsi, ha bevuto, avidamente, dal calice del desiderio, ingoiato la fiamma del sapere ed ora è egli stesso che disegna i cieli secondo il suo volere: il silenzio penetra la tempesta, accostiamo la mano sopra alla luna e siamo in grado di nascondere gli astri della sera. Egli è perfino in grado di leggere tra i pensieri non ancora formulati dell'uomo, comunica senza bisogno di proferire parola. Si scava letteralmente nel profondo dei sentimenti che l'uomo è in grado di percepire e l'emozione è innegabile di fronte ad una così toccante descrizione lirica. La nostalgia è palpabile, l'aria si riempie di malinconia e, tra le pieghe del nostro cuore, siamo in grado di scorgere la luce più fioca attraverso una coltre spessa di polvere e di paura; possiamo, altresì, vedere la vita in mezzo alla morte che ci circonda tutto attorno. Il nostro viaggio si dipana su una dimensione sopranaturale, estatica che ci conduce nelle altezze del cielo e nei meandri di ogni epoca: giungiamo, così, a vedere la nascita delle stelle, sentire il rombo del tempo, abbiamo dischiuso la serratura per vedere ogni meraviglia dell'universo, la facoltà di trovare speranza nella disperazione ci è stata donata. Le ultime tre strofe spostano, però, gli equilibri che credevamo di aver raggiunto e ci riconducono ad una amara realtà: a pochi eletti, infatti, sarà concesso di vedere tutto ciò, saranno un manipolo di prescelti i soli a custodire un simile tesoro nel loro cuore genuino, ad essi soltanto sarà aperta la via verso il sole.

Black Heart Rebellion

E' ora il turno della lunga e tenebrosa "Black Heart Rebellion (Ribellione del cuore nero)": oltre sette minuti di durata per un altro dei momenti massimi quanto ad ispirazione ed emotività contenuti in questo lavoro. Lo scenario descritto dalla educata penna del chitarrista Friman ci porta all'interno di una angusta prigione in cui non vi è modo alcuno per la luce di penetrare l'oscurità più assoluta. Il nostro animo viene travolto da un sentimento di claustrofobica oppressione dentro quelle quattro mura grigie, spente e prive di vita. "Fredda è la notte per coloro che son nati nelle ombre, solenne è la strada per coloro che non trovano soddisfazione; fredda è la notte per coloro che son attratti dalle tenebre, desolato il sentiero per coloro che credono solo in loro stessi" ringhia Sevanen, selvaggio a conclusione di un delizioso ricamo eseguito dalla coppia di chitarre della band dopo appena un minuto dall'inizio del brano. L'equilibrio che la sezione strumentale conferisce al pezzo si avverte fin dal suo incipit iniziale, la tensione raggiunge, quasi subito, picchi notevolissimi e, simili a moderni Dorian Grey, ci lasciamo cullare dalle ammalianti note cesellate per noi dal gruppo alla ricerca del piacere alto come bene fondante della vita stessa. Veniamo esortati, in un tripudio di sentimenti, a non inchinarci mai di fronte a nessuno, non disperdetevi è il monito che il gruppo lancia verso gli ultimi della società, gli outsider o underdogs volendo usare due termini di respiro internazionale, gli emarginati o i perdenti adoperando espressioni a noi più vicine, i paria dell'India più misera che la band cita ad inizio testo. Senza sosta si prosegue andando incontro alla stella del mattino, l'angelo che illumina l'alba grazie alle quali potremo accendere la torcia radiante, riempire il silenzio con un tuono fragoroso e vestire il cielo dei colori freddi dell'argento. Le bugie piegheranno le menti dei più deboli, la vita è pensata per essere condotta, non seguita. Dopo poco meno di cinque minuti i ritmi si fanno più soffusi, le pennellate di colore divengono sfumate e tenui per circa sessanta secondi, terminati i quali ricompare il potente e serioso timbro vocale di Niilo che ci ripete, ancora una volta, come sia necessario non chinare mai il capo di fronte a nessuno, mai farsi sottomettere e portare, altresì, alla ribellione il nostro cuore nero. Uno dei pezzi meglio riusciti, a mio avviso, non solo dell'intero album in questione ma di tutta la discografia degli Insomnium: la batteria sfocia spesso e volentieri in furibondi blast beats carichi di rabbia e frustrazione, le due chitarre si rincorrono l'un'altra, miscelandosi a volte in un connubio perfetto di energia vitale e salvifica, gli inserimenti del singer sono ragionati e si stagliano gagliardi in un contesto di epica magnificenza. La band non fa mistero di ispirarsi ai classici del passato ma lo fa con circospezione di sorta e con un proprio stile personale, il che conferisce, comunque, una discreta dose di originalità a questo pezzo che, nella sua epicità solenne, sembra strizzare l'occhio agli Amon Amarth ma non disdegna riferimenti più o meno velati ai connazionali Kalmah del debutto "Swamplord", specie a livello di ambientazione. In questo caso non grava sulla resa del pezzo la sostanziosa durata globale, al punto che i sette minuti in cui esso si dipana, sembreranno perfino riduttivi di fronte ad una simile proposta, assolutamente incantevole sotto ogni profilo. Non neghiamo che la tentazione di inserire la modalità di riproduzione continua è forte nel momento in cui le ultime note di questa "Ribellione del cuore nero" degradano dolcemente fino a scomparire, eteree dal nostro lettore.

Lose To Night

In quinta posizione nella scaletta ecco comparire "Lose To Night (Abbandonati alla notte)", probabilmente il primo mezzo passo falso della band da inizio album. Essa si sviluppa lungo un tracciato di cinque minuti esatti caratterizzato da movenze leggiadre in mid tempo per quello che, probabilmente, è uno dei pezzi più soft mai composti dalla band in oltre un decennio di carriera. Una ballata semi romantica in cui, una volta di più, pare azzardata la scelta di affidarsi alla seconda voce di Ville, non tanto per la sua impostazione gentile ed affabile, quanto piuttosto per una certa freddezza di fondo, una sorta di aridità d'animo che non riesce a coinvolgere come dovrebbe all'interno di un contesto grazioso e soffuso che, in linea teorica, sarebbe perfetto per una clean vocals di stampo lirico. Certamente è da apprezzare lo sforzo della band di cercare nuove soluzioni per rendere ancora più distintivo il loro sound, specie alla luce degli esordi dei primi anni duemila che non brillarono certo per originalità, ma il risultato qui ottenuto, a giudizio di chi scrive, non raggiunge la sufficienza piena. Gli stacchi acustici e gli intermezzi strumentali, viceversa, appaiono puntuali ed equilibrati con la batteria in posizione subordinata rispetto alla coppia di chitarre cui spetta il ruolo di protagoniste principali. Il ritornello centrale risulta essere fin troppo tenero e quasi insipido, mentre le due strofe attorno al quale esso si dispiega risultano più azzeccate e cariche, (non a caso qui si cimenta il vocalist originale della band con il suo growl muscoloso). Gli ultimi quaranta secondi evaporano lentamente e fanno calare il sipario su questo nuovo pezzo a firma Friman, decisamente più convincente in qualità di fine compositore lirico, (oltre che, ovviamente, di capace chitarrista elettrico), che non nelle vesti di cantante di accompagnamento. In questo caso egli ci porta indietro nel tempo e narra di epiche battaglie combattute in un epoca remota in cui indomiti cavalieri si sfidavano in leggendari duelli corpo a corpo tingendo del color rosso sangue i campi di combattimento di ogni angolo d'Europa. Vana è la gloria, però, di chi si è reso protagonista di simili epopee di fronte alla caducità della vita ed al trascorrere inevitabile delle lancette del tempo. Abbiamo trascorso il nostro tempo, basando gli ideali della nostra lotta su argomentazioni che ora nemmeno ricordiamo più. Persino l'odio che abbiamo riversato, così copiosamente, per colmare l'abisso con i nostri rivali è stato invano. Non più lacrime verseremo, ci ammonisce il chitarrista, nel primo passaggio del refrain portante, nessuna paura in noi che abbiamo il cuore granitico, simile alla pietra più dura. Crescere e prosperare è il nostro desiderio giornaliero, il tempo scorre veloce fluido, così come le ombre cedono il passo alla luce anche noi siamo destinati a dissolverci e a morire. Il combattimento che abbiamo portato avanti nella nostra vita è stato indomabile e fiero ma, con rassegnazione, dobbiamo constatare che alla fine di tutto ciò non ci resta che raccogliere nient'altro che ruggine, fragile e deperibile. Ci rammarichiamo, infine, di essere stati nient'altro che spietati omicidi di altri esseri umani, privati, nel fulgore dei loro anni, del tesoro più prezioso che è e la vita stessa e deturpati nel momento di massimo splendore fisico.

Collapsing Words

 La band affida il compito di condurci oltre la metà dell'album alla prossima "Collapsing Words (Parole in collisione)" che si apre su cadenze più veloci ed interessanti, almeno inizialmente. La batteria riprende vigore ma non viene meno la componente melodica che sempre ha caratterizzato il sound di questi eterni nostalgici ragazzi finlandesi. Il refrain centrale che troviamo poco dopo lo scoccare del minuto è ancora abbastanza debitorio del sound degli ultimi Dark Tranquillity e pure l'impostazione vocale assunta da Sevanen, in questo caso, pare perdere un filo della propria personalità in onore di un ulteriore tributo a mastro Stanne. Il gruppo non si sofferma in virtuosismi tecnici eccessivi e mantiene una certa linearità esecutiva, le chitarre sono precise ed energiche, i ritmi sono gradevoli e più sostenuti di quanto solitamente è nelle corde del gruppo. Lo stacco melodico che si libera nell'aria al minuto 02:56, non appena interrotta la narrazione lirica, risulta essere perfettamente funzionale alla corretta fruizione del brano, ecco che ricompare l'inconfondibile vena romantica e struggente degli Insomnium, presente anche nell'ultimo inserimento vocale di Niilo, più ragionato e melodrammatico. In generale possiamo parlare di questo come del pezzo più spiccatamente ascrivibile al filone del melodic death metal tout court e, in definitiva, un altro momento non memorabile nel corso di questo album, a mio avviso. Va, comunque, menzionato il tentativo della band di proporre qualcosa di differente da quelli che sono i propri stilemi classici e abitudinari con una proposta, specie nella prima porzione, briosa ed incalzante che ha, tuttavia, il difetto di risultare troppo derivativa. Come dire cercando di allontanarsi da loro stessi, gli Insomnium hanno finito per essere simili a moltissime altre band attualmente in circolazione e certamente meno dotate tecnicamente. L'individualismo è il tema centrale del pezzo: l'uomo non deve fidarsi di nessuno in quanto ogni ombra cela un potenziale essere infedele ed i tradimenti si palesano dietro ogni angolo. Teniamo gli amici vicino a noi ed i nemici ancora più prossimi. Il boato provocato dalle parole in collisione ci costringe a rimanere sempre concentrati e vigili, dobbiamo dosare i nostri vocaboli e camminare sempre un passo avanti agli altri. La nostra testa deve rimanere alta e fiera, mai arrendersi alle paure, mai concedere loro la nostra libertà anche se le parole degli altri sono simili a lame che penetrano la nostra carne. Ognuno è salvatore di sé stesso e possiede, al proprio interno, le capacità e le virtù per vincere la propria battaglia personale, generatasi nel giorno in cui siamo venuti al mondo. Dovremo essere pronti a tutto, ogni uomo è un presumibile usurpatore della nostra libertà. L'ultima strofa del brano si apre riprendendo un famosissimo motto del Mahatma Gandhi e ormai entrato nel linguaggio comune, anche a sproposito, (specie in ambito sportivo), "vivi come se dovessi morire domani, impara come se dovessi vivere per sempre". Eccoci dunque svegli e attenti nell'istante in cui il mondo va a dormire, liberiamo noi stessi dal dolore prima di sparire. 

The River

La prossima canzone, "The River (Il fiume)", rappresenta a tutti gli effetti il vero opus magnum dell'intero album: otto minuti toccanti ed emozionanti che riescono a tenere testa alle migliori tracce articolate che il gruppo ha presentato negli album precedenti, anche se l'immortale "In The Halls of Awaiting" che chiudeva l'omonimo album d'esordio resta abbastanza distante. Dopo qualche momento iniziale pacato e calmo si inizia subito a fare sul serio con le chitarre bene in evidenza a dettare ritmiche serrate e decise: i quattro musicisti nordici sanno il fatto loro e dimostrano una volta di più, senza timore. Niilo Sevanen, (anche autore del testo, in questo frangente), ci accoglie con voce parlata e sorprendentemente multidimensionale. La strumentazione che era partita a tambur battente, rallenta saggiamente le cadenze per dare spazio al narratore, solenne e maestoso nelle prime tre strofe declamate, quasi tragicamente. Una luna vecchia ci dischiude lo scenario qui proposto nel momento in cui il crepuscolo della sera diviene più spesso, il freddo inghiotte la riva e il cerchio si completa. Un'estate che ci implora letteralmente, un autunno in più solo per finire la canzone è ciò che il vocalist chiede allorquando, poco dopo il minuto e mezzo, torna a ruggire nel suo inconfondibile growl ferale. Ciò che si profila, all'orizzonte, è una sorta di invocazione alla ancestrale purezza della natura, alla quale si chiede di concederci il dono di uscire di scena assieme al sole, non altro ritardo vogliamo accumulare, la nostra ora è giunta e, a tal fine, preghiamo i numi del cielo. Nella seconda strofa il quartetto di Joensuu forza i ritmi e il brano assume i connotati di una autentica corsa contro il tempo, una cavalcata epocale dove non c'è possibilità di tornare indietro, la clessidra che scandisce i nostri minuti continua inesorabile nel suo incedere sempre più serrato. Il momento di dire addio è giunto, la tromba che abbiamo udito dalle altezze celesti risuona per noi, tutto quello che chiediamo è un ultimo giorno ancora per ottenere il nostro riscatto purificatore, conseguito il quale passeremo volentieri nel mondo del silenzio, ove saremo i benvenuti. Un passaggio di gran pregio è collocato al minuto 04:23 dove la band affida ad una remota chitarra acustica il compito di dettare le nuove movenze, dolci e quasi indistinte in lontananza, intermezzo elegante e ideale per creare una atmosfera adatta ad un momento tanto rapsodico. I tempi appaiono maturi per un nuovo inserimento in clean vocals da parte del buon Friman che, puntualmente, arriva poco dopo. Stavolta esso convince maggiormente rispetto ai precedenti stacchi dietro al microfono, il tappeto velato che il combo finlandese prepara è assolutamente impeccabile ed il chitarrista "storico" del gruppo ci ammaglia con la sua timbrica romantica e sensuale. Nel silenzio totale si muove la nera barca con alla guida Caronte, simile a nebbia che staziona sulle onde essa segue il flusso calmo del mare. Lentamente il cielo diviene privo di stelle, stiamo penetrando, senza fretta, quelle tenue sfumature di colore. Sentiamo di essere prossimi alla nostra meta ultima e le nostre sensazioni sono confermate dal rientro in scena in grande stile del prode singer: noi, eterni vagabondi, poniamo fine al nostro peregrinare sulla riva di questo fiume, ricoperta di brughiere. Siamo giunti alla nostra casa, questa sera la nostra polvere potrà essere riunita per sempre e noi stessi saremo portati davanti al padre nostro, il Padre eterno situato sul suo trono celestiale. L'epicità messa in musica da parte degli Insomnium, un brano che consiglio di ascoltare ad occhi chiusi nel buio della propria stanza per poterne cogliere appieno tutto lo spessore poetico e romantico di cui è intriso, una vera e propria esperienza sensoriale in cui, magari alcuni di voi, saranno in grado perfino di percepire gli aromi intensi, i colori smorzati ed il sapore unico della brina mattutina che permea gli sconfinati boschi odorosi della Finlandia, una terra magica per eccellenza e luogo ideale in cui cantori di ogni epoca hanno narrato di leggendari eroi coraggiosi e saghe cavalleresche mitiche.

Ephemeral

E' ora il turno della prossima "Ephemeral (Effimero)", primo singolo scelto dalla band per la promozione dell'album medesimo. La stessa traccia, in una versione leggermente differente assieme ad altri tre brani strumentali, era già contenuta nell'omonimo ep distribuito solamente in formato digitale dalla stessa Century Media l'anno precedente. E di nuovo i fantasmi dei cugini svedesi Dark Tranquillity riaffiorano per due ordini di motivi. Innanzitutto la traccia stessa si avvicina troppo allo stile catchy ed accattivante degli ultimi lavori a firma Stanne e soci: l'uso delle tastiere ad inizio brano è un esempio lampante di ciò. Il pezzo, con i suoi quattro minuti di lunghezza, è il più breve del lotto, (preludio iniziale escluso), ed i rimandi con la formazione originaria di Gothenburg sono notevoli e, francamente, pure stucchevoli. Sevanen mantiene un filo di personalità nella sua impostazione vocale, ancora più roca di quella del suo illustre collega svedese ma la componente strumentale si muove su coordinate stilistiche arcinote e tutt'altro che originali. Il brano ha un tiro sostenuto e si lascia ascoltare certamente volentieri, (la versione incisa sull' ep eponimo si sviluppa su cadenze meno serrate), ma si avverte chiaramente una sensazione di già sentito che, per una band del calibro degli Insomnium, al loro sesto album all'attivo, speravamo di non dover percepire più. Il secondo anello di congiunzione con i padri fondatori del melodic death metal pare ricadere nel cattivo gusto per la scelta dei singoli di lancio per gli album in uscita. Già da qualche anno a questa parte, infatti, i DT affidano la promozione dei loro lavori sulla lunga distanza a brani orecchiabili, infarciti di tastiere a profusione e con un ritornello di facile presa sull'ascoltatore destinato a stamparsi in testa al primo impatto. Così avviene anche per questo "Shadows of The Dying Sun", anticipato da quella che, forse, è la canzone più debole del lotto e certamente quella che meno rappresenta gli Insomnium attuali: una scelta di questo tipo poteva essere apprezzata nei primi lavori della band in cui ancora Friman e compagni cercavano una loro via maestra e pagavano pesanti tributi quanto ad originalità ai maestri del genere. Ancora una volta viene da chiedersi fin dove arrivi la lunga mano della label distributrice, certamente prodiga di saggi consigli dall'alto di una esperienza ormai consolidata nel settore e dotata sia dei migliori tecnici del suono che delle più avanzate strumentazioni tecniche per la registrazione in sala ma anche fin troppo invadente nel indirizzare le scelte delle band, forte di una potenza contrattuale praticamente illimitata. Siamo praticamente certi che il gruppo era ben consapevole della propria scelta e non aveva pretese iperboliche nel optare per questa Ephemeral come singolo promozionale ma riteniamo che vi erano almeno un paio di altri brani, probabilmente, più adatti per tale scopo. Le tematiche presentate si riallacciano alla precedente "Collapsing Words": una sola vita, un'unica possibilità è tutto ciò che abbiamo in un mondo in cui l'oscurità è sinonimo di ignoranza e la conoscenza soltanto è fonte di luce. Tutto ciò che viviamo è effimero, passeggero il dolore che proviamo, fugace la sofferenza che avvertiamo sulla nostra pelle, ogni giorno moriamo lentamente, sempre più a fondo sprofondiamo verso l'abisso. Mai voltarci indietro, pertanto, il tempo non va sprecato e, svanita ogni paura, sfruttiamo al meglio il viaggio di sola andata che ci è concesso. Un pezzo il cui pregio migliore sembra essere proprio il titolo, decisamente azzeccato: effimero come un temporale estivo esso scivola via praticamente senza lasciare traccia di sorta, un brano che appartiene al passato della band e che appare fuori dal tempo e fuori luogo ma che, certamente, ha contribuito ad accrescere l'interesse per l'album oggetto della presente recensione. Ancora una volta Century Media Records si conferma infallibile nelle proprie scelte strategiche ma la domanda che viene spontaneo porsi è questa: fino a quando un simile azzardo pagherà dividendi positivi? fino a che punto si potrà snaturare il sound di una band solo a fini commerciali?

The Promethean Song

Ci lasciamo alle spalle questi dubbi amletici e ci rituffiamo nella piena fruizione dell'album con la nona e penultima traccia proposta: "The Promethean Song (La canzone di Prometeo)", altro momento importante contenuto in questo album. L'atmosfera è quella tipica del sound dei finlandesi: struggente, carica di pathos che fa breccia nel nostro cuore ed i primi settanta secondi servono a delineare al meglio il contesto emozionale in cui siamo collocati. La coppia di chitarre acquisisce un certo vigore e ciò conferisce un alone di spessore superiore a questo incipit. Come un libro dei ricordi più intimi si dipana la narrazione lirica, toccante fin quasi alle lacrime e che ci riporta ai momenti spensierati ma fatidici della nostra infanzia. Chiediamo, vanamente, una guida sicura mentre rivolgiamo il nostro sguardo verso il cielo ma in cambio abbiamo solo il silenzio più disperato, nessuna redenzione dal firmamento celeste, nessun sollievo viene a noi riservato dalle angeliche altezze, nemmeno una risposta alle nostre domande sconsolate. La voce appassionata di Ville Friman è protagonista nel momento più solenne del brano e, pur non risultando particolarmente originale, riesce a conferire il giusto ed equilibrato tocco di armonia ad un così sofferto momento catartico. La sezione centrale, invero, non brilla particolarmente quanto ad originalità e risulta piuttosto affine ai lavori degli Amorphis post "Tales From The Thousand Lakes". Una sensazione di già sentito aleggia nell'aria e riporta pure al passato più prossimo della band: quelle atmosfere plumbee e melodrammatiche così mirabilmente contenute nel precedente "One For Sorrow" e che hanno permesso di coniare la definizione di sorrowful melodic death metal per descrivere al meglio il sound della band capitanata dal poderoso Sevanen. Del resto stiamo pur sempre parlando di una band che è nata e cresciuta all'ombra dei padri fondatori di un genere e, se è vero come è vero, che proprio da essi è partito il calo di ispirazione che ha poi finito per investire tutto il movimento e pure una certa qual tendenza ad autocelebrare fino alla nausea i fasti del proprio passato, ciò è ancor più comprensibile per una realtà che, già in partenza, pagava un naturale gap in quanto a genuinità, oltre che ovviamente dover scontare il fatto di essere arrivati sulle scene diversi anni dopo i pionieri dediti al metallo più melodico. Ascoltiamo le canzoni che ci giungono dalle stelle ed osserviamo il moto perpetuo del firmamento nell'istante in cui un vento impetuoso e gagliardo trascina la nostra anima alla deriva, verso l'ignoto più oscuro. Le paure vanno scongiurate, l'imbracatura viene divelta e, seguendo l'esempio del valoroso Prometeo, sinonimo di ribellione e di sfida alle imposizioni altrui, forgiamo il nostro destino e ricostruiamo noi stessi da principio. Finalmente le chitarre si fanno più ariose, libere da vincoli di sorta si esibiscono in alcuni assoli essenziali ma gradevoli, certamente utili a dare una bella boccata di ossigeno ad una matassa che rischiava pericolosamente di attorcigliarsi verso sentieri già ampiamente battuti dai nostri. Pur denotando una certa ridondanza di stile, uno dei punti deboli storici della band è la capacità di sintesi, il pezzo riesce a salire sugli scudi in una seconda parte di album che pare essere qualitativamente un filo inferiore alla prima, se si eccettua la grandiosa "The River" ascoltata solo un paio di canzoni fa.

Shadows of The Dying Sun

A completare il mosaico intagliato per noi da Sevanen e soci ecco comparire, infine, la title track, altri sei minuti abbondanti di note malinconiche ed incantatrici che portano così il minutaggio totale dell'album a sfiorare l'ora. Il canovaccio si mantiene quello classico della band: ritmi lenti e formali, al punto da strizzare l'occhio alle sonorità del doom metal e un tessuto sonoro non particolarmente intricato, ma altresì egualmente affascinante. I primi due minuti sono scanditi da ritmiche chiuse e circolari in cui la timbrica del vocalist assume una impostazione più pulita, atta a scandire al meglio le parole del testo. Il cielo plumbeo e grigio si squarcia di colpo e la band alza il tiro nel toccante refrain centrale con un indovinato coro a due voci Niilo - Ville, di grande impatto acustico. Si percepisce una atmosfera tragica che permea l'aria fino a saturarla, il viaggio iniziato oltre cinquanta minuti fa sta volgendo al termine e il gruppo si conferma quale uno dei massimi esponenti del genere attualmente in circolazione con una esibizione sentita ed appassionata in tutti i suoi quattro componenti. Il ruolo principale viene affidato, una volta di più, alla coppia di chitarre sempre precise e puntuali nel loro incedere caratteristico, mentre batteria e basso si limitano, per così dire, a completare il fine quadro naturalistico e romantico, nella sua decadenza, che gli Insomnium dipingono per noi. Un paio di minuti in meno, probabilmente, avrebbero giovato alla resa globale del pezzo che sfuma via, gentilmente, quale degna chiusura di un album decisamente interessante. All'interno di una struttura ritmica non particolarmente stupefacente ciò che è degno di una attenzione in più è l'eleganza e la raffinatezza pure di quest'ultimo testo composto. Le prime quattro stanze si aprono tutte con la medesima affermazione: siamo null'altro che ombre. Ciò garantisce una discreta longevità al pezzo stesso e serve a rafforzare il concetto stesso della vita umana: l'uomo è soltanto una sagoma scura all'interno di un progetto cosmico più grande di lui, ognuno di noi non è nient'altro che una fugace comparsa in rapida transizione e di cui non resterà traccia alcuna nel corso della storia. Dispersione di luce morente, fasci luminosi isolati e di passaggio, meri resti di un lontano passato, fiamme ardenti di scoppi primordiali, vasi in cui incamerare la nostra potenza, barlumi di speranza contro l'oscurità sono alcuni degli elementi che vengono inseriti dai nostri nella descrizione dello scenario in cui ci troviamo. Ed ecco quindi, l'amara verità a cui veniamo condotti: siamo ombre di un sole morente, niente più che polvere di stelle che si disperde fin nell'alto dei cieli, eternamente bambini con lo sguardo rivolto al nostro passato, un passato che mai più tornerà.

Conclusioni

Giunti al loro sesto lavoro sulla lunga distanza i finlandesi Insomnium si confermano come uno dei nomi di spicco della scena moderna del melodic death metal. "Shadows of The Dying Sun" è un piccolo gioiello di nordica bellezza che, pur non eguagliando il precedente capolavoro della band, "One for Sorrow", si staglia ben oltre la sufficienza in sede di giudizio finale e si segnala come una delle uscite più meritevoli del genere nel corso del 2014, (invero piuttosto povero di uscite meritevoli per il filone). L'album è eccezionalmente ben scritto e discretamente ben suonato: la band non svetta per virtuosismi tecnici memorabili ma cesella un sound omogeneo e granitico, nel quale inserisce con grande maestria passaggi rallentati e delicati, vero punto di forza della formazione nordica da sempre. Tacciati inizialmente di essere una delle numerose band clone dei nomi di spicco del filone (Dark Tranquillity, In Flames, Soilwork?), i quattro alfieri di Joensuu si sono rimboccati le maniche e, nel corso degli anni, hanno saputo personalizzare il proprio sound tanto che per loro è stata coniata la già ricordata definizione di sorrowful melodic death metal. La tristezza che si respira in questo full length, tuttavia, non è fine a sé stessa, non è un tentativo di pianger miseria a tutti i costi, piuttosto deriva una condizione insita, fin da epoche remote, nell'animo umano e colpisce nel segno ognuno di noi. In uno scenario attuale dominato dall'individualismo, dall'ipocrisia e dalla violenza, l'ascoltatore non può far altro che condividere lo stato d'animo così meravigliosamente messo in musica da Sevanen e compagni; una tristezza velata di plumbea nostalgia che solo gli abitanti della fatata terra dei mille laghi sanno cogliere così profondamente, noi, che rispetto a quelle terre, distiamo oltre 3000 km non possiamo fare altro che stupirci per l'abilità con la quale i testi sono scritti e gioire per le intense palpitazioni che essi regalano al nostro cuore appassionato. La durata media delle canzoni, piuttosto insolita, per il genere, incide solo minimamente sulla resa globale dell'album, al punto che, probabilmente, le canzoni migliori dell'intero lotto sono proprio le due più lunghe, (Black Heart Rebellion e The River); non mancano, tuttavia, alcuni passaggi non propriamente riusciti e ancora troppo prevedibili che penalizzano l'esito globale dell'album, (la scelta del singolo promozionale Ephemeral rimane tuttora qualcosa di inspiegabile). La timbrica del vocalist Sevanen è abbastanza monocorde e piuttosto canonica per il genere: ciò nonostante la sua prestazione dietro al microfono è tutt'altro che insufficiente, specie se raffrontata alla arida e scialba prestazione offerta dal collega Friman, decisamente più a suo agio con la fedele sei corde, anche se per entrare nell'olimpo dei singer moderni servirebbe un ulteriore passo in avanti. La batteria svolge degnamente il suo ruolo con pochi passaggi in blast beast e numerosi momenti più ragionati che meglio si amalgamano con i deliziosi ricami disegnati dalla coppia di chitarre. Ottima, a questo proposito, la scelta di inserire in formazione il valido e collaudato Markus Vanhala che non fa rimpiangere troppo l'illustre predecessore Ville Vanni. Nel momento di maggiore crisi per il movimento dedito al metallo più melodico l'astro freddo e pulsante degli Insomnium continua a brillare di luce propria e siamo certi che i dieci pezzi contenuti in questo Shadows of The Dying Sun offriranno il meglio di sé in sede live, dove ormai la band è una delle più apprezzate a livello mondiale.

1) The Primeval Dark
2) While We Sleep
3) Revelation
4) Black Heart Rebellion
5) Lose To Night
6) Collapsing Words
7) The River
8) Ephemeral
9) The Promethean Song
10) Shadows of The Dying Sun
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