INSOMNIUM

One For Sorrow

2011 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
10/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Nuovo appuntamento dedicato alla discografia degli Insomnium, formazione finlandese paladina di un death metal fortemente improntato alla melodia, languido e trasognante, ricco di pregevoli contaminazioni di grande fascino e strettamente legato a doppio filo alla nobile arte della poesia. Dopo la pubblicazione di 4 convincenti album e di un altrettanto valido ep, tutte sotto l'egida della londinese Candlelight Records, il combo originario di Joensuu venne messo sotto contratto dalla potente Century Media Records, con la quale rilasciò il singolo Weather The Storm, già oggetto delle precedente recensione. Furono principalmente la rilevante forza d'urto e la spiccata personalità dimostrate on stage, grazie alle quali il gruppo, non di rado, mise in ombra i più illustri colleghi Dark Tranquillity, cui dovevano "semplicemente" fungere da band di supporto, a convincere l'etichetta di Dortmund a scommettere forte sull'ensemble capitanata dal poderoso Niilo Sevanen. Il sostegno offerto loro si tradusse, all'atto pratico, con la firma di un sostanzioso contratto e con la garanzia accessoria di promuovere in maniera adeguata e capillare un nuovo lavoro su lunga distanza, il quinto per Friman e soci. Il quartetto si mise dunque al lavoro di buona lena, tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011, con l'intento di dare alla luce quello che, a giudizio personale, sarebbe stato il capolavoro indiscusso della loro discografia. Forte di queste ampie rassicurazioni ricevute in fase preliminare, il combo scandinavo poté muoversi con notevole libertà e con un ventaglio di possibilità mai così ampie da un decennio a questa parte, sia da un punto di vista del songwriting compositivo, sia a livello di scelta degli studi di registrazione ritenuti più affidabili. Le porzioni vocali, di batteria, di basso e di chitarra acustica, nello specifico, vennero registrate ai Fantom Studios di Tampere, (già utilizzati dalla band per il precedente lp), gli arrangiamenti di chitarra elettrica vennero incisi, a loro volta, ai Gothenburg Rock Studios e la componente elettronica fu assemblata negli altrettanto noti Noiseworks Studios, siti nella capitale finlandese. Gli stessi Fantom Studios furono, infine, scelti per le conclusive fasi di missaggio e di masterizzazione del prodotto, che venne ultimato tra i mesi di giungo e luglio del 2011. Ai fini promozionali, cui si faceva poco fa riferimento, la casa madre finanziò la registrazione di ben 3 videoclip ufficiali e venne inoltre girato un piacevole documentario della durata di circa 25 minuti, una sorta di dietro le quinte, in cui il gruppo spiegò l'intero processo creativo alla base dell'album, l'andamento delle registrazioni in studio e la resa live dei singoli pezzi. La continuità è sempre stata un marchio di fabbrica importante in casa Insomnium ed anche in questo caso la band non snaturò le proprie origini, pur avendo ormai oltrepassato, di gran carriera, l'ideale barriera di confine che separa l'universo underground da quello mainstream. Continuità, dunque, a livello di line up: confermato in toto il quartetto composto da Sevanen nella doppia veste di vocalist e bassista, Friman e Vanni alle chitarre ed Hirvonen dietro le pelli. Lo stesso Friman, inoltre, si occupò anche della stesura di buona parte delle 10 composizioni dell'album e pure delle porzioni in clean vocals, prendendo le veci del non sempre convincente Jules Naveri che avevamo incontrato in precedenza. Troverà il suo discreto spazio di manovra, inoltre, anche il fido Aleksi Munter, (Swallow The Sun), ospite esterno di lungo corso, alle tastiere ed agli arrangiamenti elettronici. La sola comparsata esterna "tout court" che incontreremo sarà rappresentata dalla presenza del polistrumentista svedese Daniel Antonsson nella quarta traccia: egli, come i più attenti di voi ricorderanno, vantava un passato illustre speso prima nei Dimension Zero, poi nei Soilwork ed infine nei già citati Dark Tranquillity, con cui si esibì nel corso del celebrato live milanese da cui fu tratto Where Death Is Most Alive e con cui incise anche il seguente balbettante studio album We Are The Void, nelle vesti di bassista. Non cambiò nemmeno la formula, rivelatasi vincente negli anni precedenti, per quanto attiene la proposta musicale dei nostri: un sensuale melodic death metal costantemente ammantato di melodie nostalgiche e romantiche in cui davvero pochi sono gli sprazzi concessi alla luminosità ed alla speranza di un riscatto. Il tutto venne, però, innalzato ad un livello fin qui mai raggiunto da parte di Sevanen e compagni: il songwriting, innanzitutto, raggiunse picchi di maturità eccelsi, crebbe a dismisura anche la perizia strumentale che ogni singolo membro del gruppo dimostrò, notevole fu anche l'apporto che la label distributrice garantì a livello di produzione; la notevolissima qualità intrinseca delle singole tracce contribuì, infine, a rendere il quinto lavoro su lunga distanza dei finlandesi una delle migliori release di tutto il 2011, l'album capace di risollevare, seppur parzialmente, le sorti di un genere che, uno dopo l'altro, stava vedendo crollare in maniera fragorosa tutti i suoi pilastri storici. "One For Sorrow, (Uno per il dolore)", venne rilasciato il 12 ottobre del 2011 per la sola Finlandia, il 17 per il resto d'Europa ed il giorno seguente per il mercato statunitense, un ulteriore segnale della premura e della meticolosità assicurata da Century Media Records, a testimonianza che niente doveva essere lasciato al caso. Siamo nel periodo in cui, anche da un punto di vista storico, la band ha rilasciato la maggior parte dei propri lavori, quasi a voler significare che la scaramanzia deve avere una sua importanza anche dalle parti del Circolo Polare Artico. L'autunno è, peraltro, la stagione ideale per lasciarsi trasportare su di una dimensione parallela dal sound così profondamente magniloquente, così intensamente appassionato degli Insomnium, coloro i quali non hanno timore ad emozionarsi durante l'ascolto potranno così versare pure qualche sincera e triste lacrima di fronte ad una proposta sonora ammaliante e coinvolgente come poche altre sanno ancora essere, al giorno d'oggi. La base di partenza su cui il gruppo costruì il proprio masterpiece è rappresentata da una antica ed omonima storiella per bimbi, a metà tra il folklore e la superstizione popolare, suddivisa in dieci rime, secondo la quale la fortuna di ogni uomo è determinata dal numero dei corvi che egli vedrà su di uno stesso ramo nel corso della sua vita. Tuttavia, per ammissione dello stesso Friman, non siamo di fronte ad un vero e proprio concept album. I temi trattati, con una profondità ed uno spessore mai raggiunti finora, sono quelli di sempre: patimenti d'amore, disperazione dell'animo, la completa solitudine e l'isolamento in cui ci si ritrova a vivere, i rimorsi che ci tormentano nel profondo, l'elogio della morte quale unica soluzione gradita, l'anelito definitivo ed ultimo, per porre fine ad un'esistenza vacua ed inconsistente. Ad oltre tremila chilometri di distanza e circa sei mesi dopo il suo rilascio sul mercato europeo, la mia storia d'amore con One For Sorrow iniziò in una, insolitamente, calda mattinata di metà primavera del 2012. A quell'epoca i miei studi universitari milanesi erano finiti già da un lustro, ma sovente mi recavo ancora nel capoluogo regionale con l'intento di trascorrere amene giornate spese a metà tra una disillusa ricerca di qualche posizione lavorativa meritevole di attenzione ed un ben più stimolante shopping discografico, sebbene ancora non compulsivo. Curiosando, all'apparenza senza troppo interesse, tra i numerosi cd disposti alla rinfusa ed in un ordine alfabetico abbastanza improbabile all'interno di uno degli storici megastore del centro città, (oggi, ahimè, sostituito dal solito, immancabile negozio di abbigliamento), nascosta tra l'ennesimo, sciatto live dei Maiden e l'ultima uscita supercommerciale degli, (un tempo), adorati In Flames, mi imbattei in una copertina incredibilmente affascinante, oscura e magnetica: quella di One For Sorrow per l'appunto. A quel tempo, è bene ricordarlo, poco o nulla sapevo degli Insomnium: avevo solamente letto che essi erano stati, da più parti, indicati come i possibili eredi dei DT, un'investitura certamente non di poco conto quella, giudizi lusinghieri elargiti in maniera abbastanza generalizzata nei confronti della formazione nordica mi convinsero ad azzardare l'acquisto. Avvenne così che io, mai particolarmente a mio agio nel clima proverbialmente afoso ed umido della pianura padana, e che in quella calda mattinata milanese di inizio maggio già sognavo il fresco che mi avrebbe garantito un breve periodo di soggiorno in montagna programmato per il successivo mese di agosto, mi innamorai a prima vista dell'universo Insomnium. Quell'immagine così potente ed evocativa, sostanzialmente divisa tra una cornice esterna fosca e tetra ed una sezione centrale in cui maggiori erano le aperture riservate ai colori ed alla speranza, mi colpì all'istante. Il volo, all'apparenza caotico e confuso, ma in realtà incredibilmente coordinato e regolare dei corvi, probabilmente consci dell'arrivo imminente di una tempesta dirompente, mi scosse nel più profondo anfratto dei sentimenti. Alla mente ritornò, in un baleno, la letteratura del mai troppo apprezzato Edgar Allan Poe, ma di cui l'immortale trasposizione cinematografica resa dalla pellicola "The Crow" era stata a lungo collocata, quasi in loop, nel mio vetusto registratore vhs, (non prima di aver vinto le materne raccomandazioni sul contenuto del film stesso). La soddisfazione e la convinzione di aver fatto un grande acquisto furono ancora maggiori una volta che, giunto in cassa per pagare il cd, la commessa mi comunicò un prezzo inferiore rispetto a quello (relativamente) economico che era indicato sopra ad una piccola etichetta apposta sul retro della copertina ed evidentemente non più aggiornata nel corso dei mesi successivi alla pubblicazione, (anche allora le tasche del sottoscritto erano drammaticamente vuote). Solo molto tempo dopo scoprì l'improbabile nome del fotografo di quell'immagine così importante per me: tale Kenneth Lehtinen a cui andranno sempre riconoscenza e stima per avermi fatto conoscere il gruppo, grazie ad uno scatto di così forte impatto sensoriale. L'album, come detto più sopra, si compone di 10 tracce per un minutaggio complessivo di 53 minuti circa: non spaventatevi, comunque, di fronte a numeri così imponenti, la noia sarà ben lungi dal toccarvi durante l'ascolto. Diamo, dunque, il via alle danze con il nostro inconfondibile track by track.

Inertia

Il primo capitolo del nostro viaggio al centro del dolore è rappresentato dalla consistente semistrumentale "Inertia (Inerzia)", un brano di quasi 4 minuti in cui una breve narrazione lirica centrale fa da corollario ad un tappeto sonoro elegante, melanconico e suadente, antipasto ideale e quanto mai gustoso di quello che sarà il contenuto dell'album nei rimanenti cinquanta minuti. La prima impressione che abbiamo è quella di trovarci di fronte ad una luminosa alba del profondo Nord: il sound disegnato dai nostri, così penetrante e profondo, pare essere in grado di squarciare anche la più tetra oscurità, un rassicurante tepore primaverile pervade il nostro corpo, abbiamo la sensazione di percepire sulla pelle il risveglio della natura, in tutte le sue molteplici componenti, sia animali che vegetali, dopo il lungo e freddo inverno. Sfumati i primi sessanta secondi, scanditi dal ritmo schivo dei sintetizzatori e da una seducente chitarra singola, i ritmi crescono attorno al minuto 01:16: i primi riff elettrici deflagrano nell'atmosfera in tutta la loro densità ed innalzano verso l'alto la tensione del brano. Il clima che si respira è quello tipico del modus operandi degli Insomnium, plumbeo, benché tutt'altro che statico, un incredibile dinamismo di fondo è pronto ad esplodere in qualsiasi momento, ne siamo perfettamente consapevoli e l'attesa che ciò avvenga non ci turba affatto. Il frontman ci accoglie in punta di piedi, esattamente al minuto 01:50, il suo benvenuto all'interno di One For Sorrow è affidato ad una soffusa voce parlata, appena udibile sopra al delizioso tessuto ritmico imbastito dalle due chitarre. Questo il contenuto integrale del fugace comparto lirico: "Quando il vento freddo soffia, esso trasmette brividi intensi lungo la nostra schiena. Non vi è nessuno così cieco come chi non sa ascoltare, il sonno della ragione genera mostri". Particolarmente degna di nota, nello specifico, è proprio l'espressione conclusiva che riprende, alla lettera, il titolo di una prestigiosa incisione all'acquaforte e acquatinta del pittore spagnolo Francisco Goya risalente al 1797. L'immagine ritrae in primo piano un uomo sprofondato nel sonno, (probabilmente l'autore stesso), con la testa adagiata sopra ad un tavolo in cui è messa in evidenza, in lingua spagnola, la frase che dà il titolo all'opera. Il sonno dell'uomo è tormentato da spaventosi incubi fatti di inquietanti rapaci notturni, volti umani dal ghigno beffardo e da un muscoloso e possente felino, una lince, che pare osservare l'uomo con occhi bestiali e spiritati. Secondo il pittore aragonese, la fantasia sta alla base di tutte le creazioni, ma essa dovrà necessariamente essere supportata dalla ragione. Se, viceversa, l'essere umano sarà così imprudente da consentire alla propria ragione di assopirsi, ecco allora che, all'interno della sua mente, si genereranno mostri demoniaci, orripilanti visioni infernali ed altri elementi del tutto folli, irreali e visionari. La battaglia che egli è chiamato a combattere è continua e senza sosta, il nemico contro cui dovrà misurarsi è il suo stesso inconscio, in cui risiedono queste immagini agghiaccianti, pronte a liberarsi ogni qualvolta egli abbasserà le proprie difese personali rendendosi così più vulnerabile. Concetti evidentemente cari anche agli Insomnium che li rielaborano in chiave personale, con la consueta classe che li caratterizza, in questa circostanza. Il pittore italiano Renato Guttuso realizzò, a sua volta, un dipinto all'acquerello, omonimo dell'opera di Goya, a cui aggiunse la dicitura 2 agosto 1980, il giorno della efferata strage alla stazione di Bologna. L'artista palermitano reinterpretò l' originale, con il suo stile tipicamente astratto ed enfatico, adattandolo al periodo più buio della storia della nostra Repubblica, gli anni di piombo. Tornando al pezzo in questione, l'urlo liberatorio di Sevanen del minuto 02:21 consente di scacciare dalla nostra mente, almeno in maniera temporanea, tutti questi fantasmi malcelati e queste sinistre presenze, anche la batteria di Hirvonen aumenta i giri del proprio motore, facendosi più presente e mostrando personalità da vendere. L'epica cavalcata cui siamo stati invitati a prendere parte, (Amon Amarth docet), giunge infine al suo punto apicale al minuto 03:28, la cima che, inizialmente ci appariva insormontabile in lontananza è stata, stoicamente, conquistata. Gli ultimi istanti del brano sono caratterizzati da un dolce declivio, utile per riprendere fiato dopo questo iniziale, gravoso sforzo profuso. Gli Insomnium si confermano autentici maestri in fatto di opener track: Inertia è la sintesi ideale di tutte quelle canzoni semistrumentali che avevamo imparato a conoscere fin dai tempi di Since The Day It All Came Down. Esso è un brano maestoso, evocativo, potente e struggente allo stesso tempo. Il Vaso di Pandora è stato lentamente dissigillato, la cautela e la circospezione con cui ci siamo affacciati verso il baratro non saranno, tuttavia, sufficienti a salvarci da un oscuro e soffertissimo viaggio verso gli inferi, alla conoscenza di tutto il dolore contenuto nel mondo.

Through The Shadows

La seguente "Through The Shadows (Attraverso le ombre)" rappresenta uno dei gioielli più luminosi che incontreremo durante l'ascolto, uno dei numerosi momenti clou che si staglieranno con forza e vigore nella nostra mente; essa è anche la prima delle tre canzoni di cui è stato girato un videoclip promozionale. L'idea di fondo di Century Media Records, invero, è tutt'altro che originale: ci troviamo all'interno del solito, verdeggiante bosco della madrepatria finlandese, ove la band si esibisce al cospetto di un ristretto pubblico "d'elite" costituito da operosi ragni di ogni sorta e dimensione, ognuno dei quali collocato all'interno di cornici vuote, libero di filare con maestria la propria tela e di catturare piccole prede per il proprio sostentamento. Il suono delle chitarre è granitico e massiccio fin da subito, è l'animo più aggressivo e diretto quello che il gruppo vuole mostrarci ora. Il growl di Sevanen risuona in tutta la sua potenza tra le ombrose fronde degli alberi del sottobosco lappone, il suo è un cantato, come ribadito in altri lavori, non particolarmente originale, ma ugualmente in grado di coinvolgere ed entusiasmare, specie nelle sezioni più tirate. La batteria ed il basso si muovono con circospezione e lasciano che il grosso del lavoro venga portato avanti dalla coppia di chitarre, Friman e Vanni sono in grado di generare un muro sonoro che ha pochi eguali in ambito death metal melodico. Il lungo ritornello centrale che incontriamo, per la prima volta, quando siamo al minuto 01:04 traghetta il brano in direzione di lidi più armoniosi e regolari, soprattutto per il prezioso contributo offerto dallo stesso Friman, per la prima volta anche impegnato dietro al microfono. Il binomio così venutosi a creare cattura immediatamente l'attenzione dell'ascoltatore: quello spessore che, in passato, non sempre era stato garantito da Naveri, (e che, ad essere onesti, nemmeno Friman assicurerà in seguito), viene qui immediatamente conseguito, rendendo la narrazione più dinamica e facilmente leggibile. Anche l'animo gentile del gruppo trova modo di emergere ben presto. Proprio in virtù di un ritornello simile, arioso e frizzante e di un'oscurità che ancora non è calata del tutto sopra di noi, possiamo certamente parlare di uno dei pezzi più immediati e "commerciali" dell'intero lp. Nel frattempo anche l'ottimo Hirvonen ha vinto le iniziali remore e ha preso a pestare con decisione i propri piatti, non è necessario il ricorso a furiosi e standardizzati blast beats, un uptempo sostenuto e più versatile in doppia cassa assicura il supporto necessario. Dopo la seconda ripetizione del refrain portante, siamo giunti al minuto 02:53, ecco sbocciare una interessante sezione chitarristica di una trentina di secondi che trasuda epicità da tutti i pori. E' un piacere per gli occhi, anche per chi non è propriamente esperto in materia come il sottoscritto, osservare i due omonimi Ville dilettarsi con i loro strumenti, totalmente immersi anima e corpo, all'interno di una location affascinante ed incantevole come solo un autentico, genuino e rigoglioso bosco della Finlandia sa essere. Ultimi sessanta secondi ancora serrati e grintosi, la personalità degli Insomnium, ad inizio carriera poco definita, è ora ben delineata in tutte le sue sfaccettature, la band è sicura dei propri mezzi ed appare in stato di grazia in tutte le sue componenti. Mi sento stanco, vuoto e spento, il cuore è spezzato dall'interno, sento che questa vita non è più in grado di offrirmi nulla. Mi sento rinato, sacro ed onorato, unico nel suo genere, sento che sono stato scelto, il solo tra tanti, per questa vita. Questo il contenuto del monumentale ed antitetico ritornello centrale attorno al quale si dipanano le strofe che vengono scandite, in solitario, da Niilo. Mi sono allontanato a piedi dal mondo, ritenevo di aver già dato tutto quello che potevo dare, voi invece non preoccupatevi di apparire imprudenti, combattete, piuttosto, fino all'ultima goccia di sudore. Ho camminato tra ombre che si allungavano sempre di più alle mie spalle, lasciando dietro di me le impronte del mio passaggio, facendo un ultimo resoconto della mia vita, mi sono accorto di aver smarrito il dono dell'intelligenza, il mio cervello si era raggrinzito ancor prima che lo facesse il corpo. Dimenticatevi dell'ansia, viceversa sfruttate al massimo ogni giorno che vi resta da vivere, inutile soffermarsi sui sensi di colpa, non piangete miseria. Tu hai la certezza che vi sarà un domani dopo l'oggi, hai il potere, ricordati di sfruttarlo appieno, sforzati di mantenere il controllo anche quando ti sentirai in procinto di farti guidare dall'impeto, non sempre potrai vincere, ma ciò che davvero conta è la capacità di cogliere al volo l'attimo cruciale, quei pochi secondi appena in grado di cambiare per davvero la tua vita, d'altro canto un breve sfarfallio nell'eterno corso del tempo è tutto ciò di cui necessita un'ombra per crescere e per morire.

Song of The Blackest Bird

"Song Of The Blackest Bird (La canzone dell'uccello più nero)", inaugura un trittico di pezzi che saranno i soli la cui composizione lirica va ascritta, quasi esclusivamente, alla penna di Sevanen. Qui le coordinate stilistiche mutano drasticamente e si indirizzano verso una maggiore accentuazione dell'oscurità di fondo e della malinconia che pervade il nostro vivere quotidiano. Con oltre sette minuti di durata, il brano è il secondo più lungo del lotto, un'altra perla di rara bellezza, benché profondamente diversa dalla traccia poc'anzi descritta. Per comprendere meglio la genesi del pezzo, è bene ricordare che, all'epoca in cui One For Sorrow fu composto, tutti i quattro componenti della band erano impegnati in studi universitari prestigiosi: nel dettaglio Friman, che risiedeva in Inghilterra, era ricercatore di biologia ad Oxford, Vanni, già dottore in medicina, si stava specializzando in chirurgia, Sevanen era alle prese con un master in storia culturale ed Hirvonen spendeva il proprio tempo libero sui libri di ingegneria ambientale. Questo interessante mix di interessi e di passioni personali, abbinate al desiderio di accrescere costantemente il proprio bagaglio culturale, ci è utile per meglio cogliere l'importanza fondamentale che, da sempre, il gruppo ha riservato all'aspetto compositivo. Il frontman, nel dettaglio, trovò le due maggiori fonti di ispirazione nel poeta connazionale Kaarlo Sarkia e nel tedesco Christian Morgenstern, ma non mancano i classici riferimenti al sempre presente Poe, come facilmente deducibile dal titolo stesso del brano. Gli argomenti trattati, in questo caso, sono quelli storicamente e tradizionalmente cari ai quattro alfieri di Joensuu: disperazione, sofferenza e morte. Il corvo, uccello nero per eccellenza, divenuto sinonimo stesso del lutto, è il protagonista principale delle vicende descritte, con il suo volo continuo e vigile sopra al mondo, in attesa che Sorella morte gli indichi i soggetti da portare con sé nell'oltretomba. Molto al di sopra del mondo conosciuto vola l'uccello più nero, ben oltre l'universo più fosco risuona la canzone più triste. Quelli che ascoltano questa funerea melodia si emozionano al punto da mettersi a piangere, sono consapevoli che l'udire queste note, così disperate e sepolcrali, equivale ad essere vicini alla propria dipartita. Essi finiranno fuori strada senza nemmeno rendersene conto, appassiranno nel breve volgere di un istante, null'altro ascolteranno in vita, niente più pensieri né preoccupazioni per la testa, il loro capolinea non è mai stato così prossimo. Lontano dalla luce del sole, essi si trasformeranno in maniera radicale, il destino non riserverà loro null'altro se non patimenti ed angosce, qualsiasi tentativo di sottrarsi ad un fato già scritto si rivelerà vano. Nel cuore della notte, sempre alla stessa ora, in cima ad una palma senza vita, il corvo può riposarsi per qualche momento: delicatamente la morte si avvicinerà a lui e gli sussurrerà, senza fretta, di volare ancora, di decollare nuovamente sopra al mondo per portare con sé coloro i quali sono giunti all'ultima stazione della loro via crucis. Dalla sua posizione privilegiata, il corvo riconosce immediatamente i destinatari del suo messaggio di morte: essi chinano, infatti, il capo sommessamente non appena percepiscono il rumore delle ali nere, maestose sopra le loro teste, l'ora del non-riposo è giunta. L'intero universo appare ora di un unico colore, nero come il lutto e come la morte, ogni altra tonalità soccombe senza via di scampo. L'urlo belluino e vigoroso di Niilo rende il tutto ancora più drammatico e solenne, l'affondo di Markus dietro le pelli è potente e diretto e conduce, di volata, al minuto 01:35, istante in cui ci imbattiamo nel primo momento dedicato ad una transizione sonora delicata e di gran classe. La coppia d'asce prende il comando delle operazioni per una trentina di secondi, mirabilmente accompagnate, in questo caso, dal cantato sommesso di sottofondo. Durante questo primo momento acustico di sicuro interesse, si denota il tentativo da parte della band di reinterpretare in chiave moderna e discretamente personale un certo orientamento progressivo tanto caro a nomi storici del calibro di Amorphis ed Opeth, il tutto ulteriormente appesantito e reso più malinconico da cadenze lente e grevi, di stampo doom. Al minuto 02:03 il ritorno al growl leonino e fortemente incavato ci scaraventa di nuovo, e con prepotenza, verso l'alto, l'immagine dell'imponente uccello dal piumaggio integralmente tinto di nero si balena ancora davanti ai nostri occhi, diveniamo un tutt'uno con esso, i suoi occhi sopra al mondo diventano i nostri e possiamo anche noi godere di una visuale favorevole e perimetrale dall'alto: da questa prospettiva osserviamo il triste e penoso incedere di tutte quelle persone che hanno già subito la loro condanna capitale, pur senza esserne ancora pienamente consapevoli. Note nuovamente dimesse e quasi rassegnate echeggiano a partire dal minuto 03:27 con le chitarre a dettare la melodia portante ed il vocalist che si accoda a ruota ricorrendo di nuovo ad un pregevole ed elegante parlato pulito. Segue una nuova, decisa impennata dei toni, all'interno di un corposo minutaggio complessivo l'intento del gruppo è quello di andare alla ricerca di numerosi picchi emozionali, questi scatti fulminei sono, infatti, seguiti da fragorosi rallentamenti, impregnati di una atmosfera malinconica e nostalgica. Al minuto 05:03 le partiture assumono una lentezza quasi maniacale ed ossessiva, i giri di chitarra divengono più articolati, si biforcano in oscure, tortuosissime direzioni abbandonando, così, la strada maestra diretta, la più rassicurante. Le cadenze si fanno flemmatiche come mai lo erano state in precedenza, pure i tempi della batteria si dilatano enormemente, il basso trova modo di farsi sentire ed accentua ulteriormente l'alone di pesantezza che grava sopra di noi. Il momento più spettacolare della traccia è dietro l'angolo, gli Insomnium ci hanno preparato a dovere facendoci prendere fiato per qualche attimo in modo tale da poterlo, poi, assaporare in tutto il suo splendore. Ed ecco che il momento tanto atteso, l'istante fatidico si palesa dinnanzi a noi, esattamente come lo avevamo immaginato. L'assolo che viene scandito dalla prima chitarra al minuto 05:31 è semplicemente divino, in grado di lasciare a bocca aperta anche il più freddo degli essere umani, la piena maturazione del gruppo è ormai completata, Friman esalta il concetto di chitarra solista con la sua classe immensa. I toni si smorzano solamente quando siamo attorno al settimo minuto, le nostre energie, mentali prima ancora che fisiche, sono quasi al lumicino. Gli ultimi due minuti e mezzo di questo brano costituiscono una delle outro acustiche migliori mai ascoltate in ambito melodic death metal, solo negli In Flames di Ever Dying avevo riscontrato un livello simile di epicità, sebbene, in quel caso, il tutto fosse più contenuto quanto a minutaggio. Le atmosfere che vengono evocate durante questi sette minuti e mezzo sono semplicemente magnifiche, un'esperienza suggestiva e mistica che difficilmente potrà essere scordata.

Only One Who Waits

Le rimanenti due canzoni composte da Sevanen saranno piuttosto affini tra loro, sia sotto il profilo della struttura ritmica, leggermente sbilanciata a favore della componente aggressiva rispetto a quella più ricercata, sia per quel che concerne il minutaggio complessivo, entrambi i pezzi si attesteranno, infatti, di poco sopra  ai cinque minuti.

In quarta posizione troviamo "Only One Who Waits (Solo colui che attende)", brano che rappresenta una sorta di sintesi di quanto ascoltato sino a questo momento: il fattore irruente e fulmineo di Through The Shadows si fonde splendidamente con l'atmosfera cupa e soffocante di Song Of The Blackest Bird, regalando all'ascoltatore la terza gemma in rapida successione di un album il cui livello qualitativo medio non accenna a diminuire nemmeno di una virgola. In particolare, ritroveremo con maggior insistenza l'attitudine immediata e bellicosa nella prima porzione della traccia, mentre la ricerca della giusta atmosfera e dell'aulicità sarà perseguita da metà brano in poi, grazie anche all'inserimento di un fantasmagorico assolo conclusivo. L'ago della bilancia, in ogni caso, penderà in maniera piuttosto chiara proprio dalla parte del primo elemento, quello cioè più impetuoso e veemente. Corriamo il rischio di doverci ripetere, ma è innegabile che i riff che incontriamo in apertura non possono non richiamare alla memoria la già citata band capitanata da Johan Hegg: la formazione originaria di Stoccolma, autrice di un terremotante death metal melodico declinato in salsa vichinga, sembra essere la maggiore fonte di ispirazione per i nostri in questo primo spezzone di lp. Il suono delle chitarre è pulito, pieno e rotondo, non vi è la necessità di ricorrere alla distorsione sonora, la batteria si affida ad una doppia cassa di sicura resa con cui fa da scorta al lavoro degli strumenti a corde. L'ingresso sulle scene del vocalist avviene al minuto 0:50, al termine di una corposa e piacevole introduzione acustica. Splendido è il coro centrale in cui incorriamo al minuto 01:12. L'autorevole ospite esterno Antonsson, qui impegnato nelle vesti di prima chitarra, disegna linee melodiche incalzanti e ficcanti nel loro incedere: qualche assonanza è possibile riscontrarla con una delle ultime perle che i meravigliosi Sentenced di Miika Tenkula ci hanno lasciato, (Ever-Frost). Continua a piacere pure il contributo secco e risoluto garantito dal batterista che incalza da par suo l'avanzare delle chitarre, Hirvonen è il membro della band che più ha saputo migliorarsi con il passare del tempo, il ragazzo titubante ed eccessivamente in disparte di un decennio fa è ormai soltanto un lontano ricordo. Il gradevole e ormai immancabile momento per la riflessione giunge quando al minuto 03:12. Qui le cadenze si affievoliscono in maniera evidente e, per i successivi venti secondi, viene scandita una tenue melodia di derivazione folkloristica in cui si fanno sentire, con il dovuto garbo, pure le tastiere. La transizione sonora dura, però, molto poco: la situazione muta infatti già al minuto 03:36. Le chitarre si fanno spazio con energia e vigore e riguadagnano la prima linea ergendosi nuovamente a protagoniste principali della contesa, scandendo riff saturi e roboanti. L'atteso e consequenziale rientro in campo di Niilo avviene poco dopo, si ha la netta sensazione che tutto sia pronto per un nuovo assolo di incredibile rilevanza, la strada appare spianata in questo senso. E puntuale l'assolo arriva effettivamente, non appena la narrazione lirica si esaurisce: siamo vicini alla conclusione del pezzo, minuto 04:48. Maniera migliore di chiudere un altro brano fenomenale, gli Insomnium non avrebbero potuto scegliere. Figlio dell'uomo, ora sei rimasto solo, il prossimo inverno lo dovrai affrontare nella più totale solitudine, d'ora in poi solo tu potrai determinare il tuo destino. Il cuore che hai amato e la mano che hai cercato di stringere forte, appartengono ad uno sconosciuto, ti sono servite solamente a fornirti una visione parziale di quella che è la realtà. Solo sei venuto al mondo, hai iniziato la tua esistenza, altrettanto solo dal mondo te ne andrai, nessuno sarà presente nel momento del tuo commiato. I segugi dell'inverno latrano e ringhiano nella fredda steppa, i demoni della solitudine bussano alla tua porta, ora. Non un cuore ti rimarrà fedele, né una sola anima sanguinerà per te, tutti se ne andranno prima o poi, nessuno sarà partecipe della tua tristezza. Sei solo al centro del mondo, è bene che tu ne sia consapevole fin da ora perché se proverai a fare resistenza e tenterai di opporti finirai con il soffrire ancora di più. L'unica presenza che rimane al tuo fianco, la sola entità che sempre aspetta il tuo ritorno a casa è la tua ombra, fedele e silente amica di una vita intera.

Unsung

In posizione intermedia nella tracklist troviamo "Unsung (Ignorato)", brano che, come poc'anzi anticipato, pare essere la prosecuzione ideale di quanto abbiamo appena ascoltato. I ritmi scanditi dai quattro crescono a partire dal quarantesimo secondo, dal momento cioè in cui ritroviamo la doppia cassa tambureggiante di Hirvonen, pronta a definire con solerzia e meticolosità lo spazio di lavoro entro cui potranno districarsi, con la consueta maestria, i due chitarristi. La band, consapevole di avere ormai conseguito il pieno controllo degli strumenti, non pecca di presunzione nel tentativo di voler stravolgere completamente le cose, preferendo, saggiamente, confermare la formula vincente proposta sinora. Il ritmo di base si mantiene abbastanza sostenuto ma senza essere trascendentale, stiamo parlando di un affabile uptempo, lontano dalla furia devastante dei blast beats, ma ugualmente in grado di interessare e di trascinare. L'ottima interpretazione vocale offerta da Niilo si evince in maniera particolarmente evidente nella azzeccata accoppiata pre-chorus/chorus centrale, entrambi davvero ben riusciti. La prima porzione del pezzo, aggressiva e diretta, sfuma dolcemente allo scoccare del terzo minuto. Qui le chitarre dilatano di parecchio i tempi dei propri accordi e le tastiere orchestrano una melodia elegante e gentile, utile passaggio intermedio, di transizione, per condurci verso il finale. Il momento si configura come quello giusto per il secondo inserimento pulito di Friman dall'inizio dell'album. Siamo al minuto 03:25, una repentina accelerazione spiana il campo al nostro che si affida per l'occasione ad un delicato e, debitamente effettato, parlato, con l'intenzione di contrastare l'incedere stentoreo e muscoloso del proprio collega e di trasferire al pubblico la profonda solitudine dell'animo che pervade il genere umano, l'isolamento assoluto in cui ogni individuo è costretto a trascorrere la propria grigia esistenza. Segue, quindi, il tonante rientro sulle scene di Sevanen, decisamente rinfrancato dal fatto di poter contare su di una valida spalla di appoggio, ad inaugurare un ultimo minuto di brano ancora improntato all'immediatezza e ad un approccio diretto e frontale. Diciamo che, all'interno di una tracklist di assoluto spessore come è quella di One For Sorrow, probabilmente non siamo di fronte ad uno pezzi meglio riusciti, non uno di quelli con cui individueremo con maggiore facilità l'album in un domani non esattamente immediato. Affascinante, ma non è una novità ormai, la sezione lirica che fa da sfondo ad un simile arrangiamento strumentale. Sotto ad una pietra silenziosa, lì dove più fredda si fa la carezza della terra, ove regna il sonno senza tempo e il mondo non è che un lontano ricordo, ecco il luogo in cui mi trovo io. Non brillano nel cielo né la luna e né le stelle, niente sole durante le giornate serene, né il soffio del vento per queste valli, nessuna dolce melodia che possa essere utile a rinvigorire le mie deboli ossa, nessuna preghiera nel nome mio, nemmeno da parte del demonio. Notte ed alba si alternano senza sosta, autunni ed inverni sono talmente lunghi da sembrare interminabili, vengo scosso dai violenti tremori che dilaniano la terra, nemmeno conserverò alcun ricordo di tutto ciò. Io sono l'autore di questa canzone dimenticata, sepolto talmente in profondità al punto da non udirla quasi più, mio è questo sonno sacrilego, riempito solamente da un'attesa senza fine, all'ombra degli alberi frondosi. Per tutti questi anni ho combattuto invano, tutte le mie opere sono svanite nel nulla, del tutto ignorata è la mia storia, il mio destino sarà quello di essere smarrito fino alla fine dei tempi. Ora mi ritrovo nascosto, senza possibilità di essere scovato, nell'angolo più remoto della valle della luna, sepolto sotto ad un tappeto di bianchi crisantemi che certificano la mia morte. Solo le poche parole incise sulla mia lapide in pietra parlano ancora di me, a loro è affidato il solo ed ultimo ricordo.

Every Hour Wounds

Con la seguente "Every Hour Wounds (Le ferite di ogni ora)" si accentua ancora di più la vena battagliera ed irruente degli Insomnium, a discapito di quella sofisticata ed atmosferica. Si parte, dunque, di gran carriera grazie ad un drumming diretto ed incalzante che lascia ben poco spazio all'immaginazione, le coordinate del pezzo si orientano nella direzione di un death metal piuttosto canonico, fortemente intriso di una connotazione tipicamente nordica in cui non mancano riferimenti agli In Flames di Whoracle. Camminiamo sopra ad un brullo terreno, una corda stretta intorno al collo suona per noi come la più crudele delle sentenze capitali, corvi neri appollaiati sopra entrambe le spalle sono pronti a cibarsi dei nostri miseri resti, vaghiamo a caccia di ombre evanescenti, alla ricerca di un ideale che non esiste, quella che stiamo percorrendo è l'infinita strada che conduce verso il nulla. La forma canzone è quella propriamente classica, gli Insomnium non sono dei rivoluzionari e, probabilmente, mai lo saranno: esaurita la prima stanza incontriamo l'intrigante pre-chorus che certifica in maniera evidente quale sia la nostra condizione attuale. Lasciamo che i suoni e le luci ci sorvolino, confinati, come siamo negli angoli più oscuri e reconditi della malinconia, sarebbe del tutto inutile e deleterio farsi delle illusioni, l'anima è scossa da fiamme che ardono senza sosta e che ci rivelano, tra le righe, la verità tanto agognata. Assolutamente superlativo è il lungo ritornello centrale, di diritto uno dei migliori mai composti dalla formazione finlandese. Qui i ritmi si fanno più cadenzati, le chitarre giganteggiano facendo il bello ed il cattivo tempo e tratteggiando riff volutamente allungati e che inducono alla meditazione, Sevanen scandisce le parole con una nitidezza ed una pulizia davvero encomiabile, ad ulteriore testimonianza dell'importanza cruciale del momento. In questo mondo le ferite si assommano ad ogni ora, ogni secondo tu sei costretto a versare del sangue, tutti i momenti recano con sé dolore, se siamo noi stessi a scegliere così. Si calca, ulteriormente, la mano con la seconda parte del refrain centrale. In questo mondo ogni ora uccide, ogni minuto filtra disperazione, null'altro ci è concesso al di fuori della sofferenza, se decidiamo noi così. Non appena si interrompe la narrazione, ecco una nuova, furiosa accelerazione della batteria che trascina, inevitabilmente, con sé anche le chitarre. Riusciamo ad ascoltare anche alcuni soffusi effetti elettronici di tastiera, in sottofondo, che contribuiscono a rendere il quadro della situazione ancor più irrequieto e nevrotico. Poco o nulla, invece, possiamo dire in merito al basso di Niilo, sovrastato nettamente dalle altre componenti strumentali. Un inquietante stormo di avvoltoi volteggia sopra di noi, in attesa che inizi la festa, desideriamo raggiungere la stella più luminosa, per farlo dovremo, però, attraversare il cielo più nero, nella notte infinita che mai più lascerà spazio ad una nuova alba, ci mettiamo alla ricerca della nostra guida. Secondo passaggio dal ritornello centrale e breve bridge acustico a partire dal minuto 03:22. La narrazione riprende una ventina di secondi dopo, incanalata ora su binari meno indiavolati che in precedenza. Siamo stati guidati da vuote promesse, affascinati da parole inconsistenti, né la verità né le risposte che andavamo cercando potranno mai esserci rivelate, nient'altro che una serie di anni che si succederanno blandamente e di cui noi annoteremo il loro trascorrere. Strepitoso è il contenuto dell'ultima strofa che ci viene proposta ed in cui viene fatto un raffronto tra l'immortalità eterna, ma fredda degli Dei e la caducità terrena, ma fortemente passionale degli uomini. Gli Dei sono grandi, ma più grande di loro è il cuore degli uomini, dalle nostre ferite sono nati, dalla nostra tristezza hanno ricevuto il nutrimento necessario per crescere, gli Dei sono forti, ma la mente dell'uomo è capace di concepire cose ancora più fantastiche, essi dimorano nelle cicatrici profonde, ma è solamente all'interno dei nostri cuori che possono ardere con passione ed enfasi.

Decoherence

"Decoherence (Decoerenza)" è una struggente strumentale di poco più di tre minuti, utile per recuperare un po' di energie, dopo il trittico di canzoni discretamente sostenute che abbiamo appena ascoltato ed anche per introdurci come si deve all'interno di una porzione conclusiva di album che sarà maggiormente improntata alla ricerca di tonalità riflessive e pacate. Senza avere la pretesa di avventurarci in campi che non sono di nostra competenza, segnaliamo che il concetto di decoerenza riveste tutt'oggi un ruolo di fondamentale importanza nel campo della meccanica quantistica. Il primo a teorizzare simili concetti fu il fisico e matematico austriaco Erwin Schrodinger, i cui eminenti studi gli valsero il premio Nobel nel 1933. Chiudiamo, dunque, gli occhi e lasciamoci cullare dalle sonorità incredibilmente delicate e gentili che incontreremo in questi duecento secondi, da un punto di vista emotivo e del coinvolgimento personale, ci sentiamo di dire, tra i migliori di tutto il full length. Il suono flebile di una chitarra acustica penetra, dopo alcuni secondi di iniziale titubanza, all'interno di una stretta vallata e risuona per noi come il più grazioso tra gli echi udibili in natura, il più angelico dei canti celesti. Il cielo è grigio, plumbeo sopra di noi, tuttavia il timore di bagnarci sotto la pioggia, che si appresta a cadere dal cielo, non ci sfiora nemmeno per un istante, il nostro respiro è perfettamente calmo e regolare, cogliamo l'occasione, anzi, per distenderci sopra ad un soffice tappeto erboso, reso leggermente umido dalla rugiada mattutina, e ci immergiamo completamente nella natura, ognuno dei nostri cinque sensi acuisce al massimo le proprie percezioni. L'animo è finalmente sereno, dimenticati, lontani sono i patimenti e le angosce che lo opprimevano, una sensazione di benessere interiore ci assale pienamente, sino a sconvolgerci, le emozioni esplodono a fior di pelle e ci fanno commuovere, il cuore si riempie di una sentita e profonda nostalgia. A ritroso nel tempo, completamente libera, la mente seleziona per noi una carrellata di immagini dolci e gioiose che credevamo essere dimenticate, ci pare di rivivere sulla nostra pelle quella felicità tipicamente adolescenziale per la quale il mondo appariva immenso, smisurato, qualunque cosa, anche la più insignificante all'apparenza, diveniva per noi simile alla più grandiosa di tutte le scoperte. Piacevolmente sospesi a mezz'aria nello spazio ed in bilico nel tempo, il nostro desiderio più impellente è quello di prolungare il nostro viaggio ancora per qualche istante. Così, quando a metà del brano, i suoni si fanno, per qualche istante, ancora più sfumati e paiono sul punto di esaurirsi del tutto, chiediamo alla nostra amata band finlandese di non interrompere così presto la magia onirica venutasi a creare. Ecco allora che l'ottimo Ville Vanni, possiamo parlare di una sorta di testamento artistico per lui che lascerà il gruppo qualche settimana dopo il rilascio dell'lp, viene in nostro soccorso e ridà vigore alla melodia del brano, riproponendo i medesimi riff, carezzevoli e visionari, che avevamo incontrato in precedenza. Altre emozioni, altre immagini, altre sensazioni. Le palpitazioni giovanili d'amore del nostro cuore ancora acerbo ed innocente, i primi dolorosi lutti, la difficile consapevolezza di doverli elaborare con lucidità, lo scorrere del tempo che, d'un tratto, non appariva più eterno, ma crudelmente veloce, tutto parla del nostro passato in questa splendida traccia strumentale. Gli occhi, infine, si riaprono, quasi controvoglia, quando le note si esauriscono, malinconiche e fugaci esattamente nella stessa maniera in cui erano comparse tre minute prima. Può essere la colonna sonora ideale di una vita intera, questa Decoherence. Vi puoi scorgere i drammatici rintocchi doom degli Anathema di Black Orchid, la solenne maestosità degli Opeth di Patterns In The Ivy, l'irrequietezza d'animo dei Neaera di Life Damages The Living, il tutto reso incredibilmente coeso ed omogeneo da una produzione tecnicamente inappuntabile, senza, per questo, risultare algida o fredda. Mirabile e stupendo pezzo strumentale da parte di una band semplicemente strepitosa!

Lay The Ghost To Rest

Altro momento topico di One For Sorrow è rappresentato dalla seguente "Lay The Ghost To Rest (Mettere a tacere i fantasmi)", il più corposo dei 10 dieci brani proposti dagli Insomnium, con i suoi sette minuti abbondanti di durata. Come per la precedente Song Of The Blackest Bird, è evidente fin da subito, che siamo alle prese con il lato più introspettivo e meno immediato della band, la quale preferisce muoversi, per l'occasione, nel solco di quei sentieri più impervi e sinuosi, già peraltro battuti in passato, (In The Halls of Awaiting, Last Statement, Lay of The Autumn), in cui maggiore è lo spazio a disposizione per collocare gustose divagazioni barocche e splendidi inserti progressivi di "opethiana" memoria. L'incipit di apertura, invero, poco si discosta da quelle che sono state le coordinate musicali impostate dalla band a partire da Only One Who Waits: chitarre serrate e cristalline descrivono riff lineari ed uniformi, con l'intento di creare il più classico e spesso dei "wall of sound", tipici del death metal. Niilo accentua ancora di più la solennità del momento, calcando la mano per quel che concerne l'enfasi dei toni e diluendo la propria perfomance all'interno di tempistiche decisamente più lunghe. Interessanti, anche se appena udibili, sono i fugaci inserimenti di tastiera che incontriamo a partire dal minuto 00:50, qui i riferimenti con i connazionali Amorphis di Tales From The Thousand Lakes appaiono evidenti. I ritmi sono decisamente rallentati ora, di evidente derivazione doom, le atmosfere si sono fatte più cupe e malinconiche, la coltre di nubi sopra le nostre teste appare compatta e consistente, difficile poter immaginare una via di uscita dalla spirale di desolazione e solitudine in cui ci ritroviamo confinati. Una prima, repentina e schizofrenica accelerazione ci sorprende al minuto 01:24, rendendo le tinte del brano esuberanti e smaniose. Simile al movimento periodico di un'onda che si alza e che si abbassa, la musica fluttua a mezz'aria, (e con essa anche le nostre emozioni), in un continuo saliscendi di toni, come se ci trovassimo di fronte ad un mirabile dipinto del Caravaggio. Ecco dunque sopraggiungere un secondo, più corposo momento di down a partire dal minuto 02:20: qui ci imbattiamo in una trentina di secondi interamente acustici in cui le chitarre hanno l'opportunità di districarsi con maggiore ariosità e con una ritrovata limpidezza esecutiva, sebbene velata da un'oscurità di fondo assai gravosa. La batteria si mantiene con discrezione sullo sfondo e si limita a svolgere diligentemente il proprio compito, senza risultare eccessivamente invadente. Quando manca poco allo scoccare del terzo minuto, le divagazioni progressive si fanno più concrete e tangibili: il suono delle chitarre diviene lattiginoso e perlaceo, di ispirazione psichedelica, ed abbiamo anche le prima significativa variazione sul tema per quel che concerne il cantato di Sevanen. Il vocalist si affida ad un leggero parlato di sottofondo, di stampo poetico e teatrale, perfetto per esaltare la componente più decadente ed intimista degli Insomnium. Anche le tastiere prendono coraggio e si fanno udire con maggiore insistenza. Se proprio vogliamo spaccare il capello in quattro, dobbiamo far notare che le soluzioni proposte da Munter non risultano essere particolarmente originali, in quanto ancora troppo carenti quanto a personalità, eccessivamente debitrici di quanto proposto dai già citati Amorphis e dagli stessi Opeth più di un decennio prima, si ha la sensazione che egli, certamente musicista preparato e competente, non voglia correre rischi particolari preferendo, piuttosto, percorrere strade già ampiamente battute e pure discretamente sovraffollate. Riteniamo, in ogni caso, che sia stata una scelta consapevole, da parte della band nella sua interezza, quella di evitare eccessivi azzardi e di muoversi in totale sicurezza, per quel che concerne la componente elettronica. Nuova, debordante accelerazione al minuto 03:38: per gli Insomnium collegare porzioni estremamente differenti l'una dall'altra con così pochi, elementari accordi sembra essere la cosa più naturale di questo mondo, non si avverte alcuna discontinuità né incongruenza di fondo, benché siano molteplici le dimensioni e le angolazioni dal quale poter osservare lo sviluppo, sempre cangiante, del pezzo stesso. Abbiamo, finalmente, la sensazione che si possa aprire uno spiraglio di luce, all'interno della claustrofobica oscurità in cui eravamo stati risucchiati, la melodia, davvero elegante e di gran gusto, ne guadagna in ampiezza e trova importanti valvole di sfogo verso cui indirizzarsi con maggiore agio, la cappa opprimente e snervante di malinconia non è vinta, ma almeno ritroviamo la speranza di aprirci un varco dentro di essa. Allo scoccare del minuto 05:30 anche l'ottimo Friman ci viene in soccorso con il suo cantato affabile, appassionato e rassicurante, evidentemente debitore proprio di quel Mikael Akerfeldt, leader degli imprescindibili Opeth. Una via di uscita ci è stata, dunque, aperta, la imbocchiamo con passo regolare ma spigliato, i segni evidenti delle emozioni appena provate sono ancora tangibili sulla nostra pelle, il cuore palpita in maniera irregolare, si calmerà anch'esso nel giro di qualche attimo. A partire dal minuto 07:10 la scena se la prende Hirvonen con un poderoso assalto conclusivo in doppia cassa, roccioso e gagliardo, a suggellare un'ultima porzione di brano chiaramente improntata all'aggressività ed all'immediatezza con chitarre fragorose in bella evidenza ed un Sevanen sino all'ultimo sugli scudi. Non meno meritevole è il corredo lirico che il gruppo stende per noi in questa circostanza, in perfetto stile Insomnium, ma con una punta di insospettabile, relativo, ottimismo ad impreziosire ulteriormente il finale. La mia mente è frequentata da spiacevoli ricordi, ossessionata dal pensiero della creatura nata di notte, affondata nel profondo dallo sconforto e dall'angoscia, debole e del tutto incapace di rinsaldare qualsiasi tipo di legame affettivo. Io sono confinato nel mondo dei sogni, ogni ora di sonno è segnata da bruschi ed improvvisi risvegli, vacillo incerto e titubante andando incontro al mio futuro buio, perché è nel passato che è stata sancita la mia solitudine. Nessuna speranza di una nuova alba per me, nessun raggio di luce ad illuminare le tenebre, sotto ad una terra brulla e nera come la pece, in cui tu ora giaci senza vita, ogni mia attesa è stata vanificata. L'amore non risiede più qui, nessun conforto può essere scovato sotto al freddo suolo laddove riposano gli dei. Ora che te nei andata, non c'è nulla che sia meritevole di essere ricordato, nulla per cui valga la pena di lottare dal momento in cui sono rimasto solo. Ora avrai finalmente modo di riposare, ti sei stancata troppo in fretta di questa vita, perciò ti lascio andare per la tua strada, tuffati nel non-sonno destinato ai defunti, abbraccia il tuo nuovo compagno, l'oblio. I momenti di luce tra le tenebre sono assai brevi, perciò decido di lasciare in fretta la dimora dei morti. Cerco di trovare la via di uscita dalla tenebrosa confusione in cui mi sono ritrovato, la notte è tremendamente fredda, come freddo e arido è il mio cuore, lotto per trovare la forza di andare avanti, una qualche rassicurazione che allieti il mio animo. Mi ritrovo, infine, nei mille venti che soffiano con insistenza, nel volo circolare del merlo nero, nelle stelle che brillano di notte, negli ultimi raggi di una luce che pare sul punto di morire a sua volta. Chiedo al dolore di lasciarmi per sempre, ad esso affido il ricordo della persona cara che ha raggiunto una nuova dimensione, desidero stare lontano dalla sofferenza, metto a tacere, seppellisco i fantasmi una volta per tutte.

Regain The Fire

Ormai giunti nei pressi della chiusura dell'album ed avendo sollecitato quasi tutte le corde della nostra anima, gli Insomnium tornano a mostrare il loro lato "catchy" grazie alla potente "Regain The Fire (Riconquistare il fuoco)", secondo singolo promozionale all'album stesso. Questa volta la nostra analisi prende le mosse dal pregevole comparto lirico, opera, ancora una volta, di Ville Friman. Esso affonda le proprie radici nella consolidata ed importante tradizione letteraria scandinava costituita da mitiche leggende e da saghe eroiche costellate di uomini forti, virili, temprati a fuoco dall'aspro clima in cui sono cresciuti, individui che, in linea di massima, non credono in alcuna divinità soprannaturale dai connotati religiosi, ma, viceversa, sono quasi esclusivamente interessati alla stretta e necessaria praticità giornaliera. Fin dall'inizio sono stato circondato dal silenzio, allevato nella solitudine più completa, cresciuto da insegnamenti rigidi e severi che poco o nulla lasciavano posto per divagazioni personali e passionali, il rigore e la disciplina erano le sole cose che contavano allora. Destinato a trovare da solo la mia strada, deputato a crearmi con le mie stesse mani il percorso da seguire, le cicatrici di oggi sanguineranno, copiosamente, anche nel domani. La pioggia continua a cadere dal cielo senza sosta, le mie orme nel fango vengono immediatamente cancellate e nulla resterà del mio transito. Crescono e si distendono le ombre della sera, la luce del giorno è annientata definitivamente ed io mi ritrovo completamente solo nelle tenebre, senza nessuno al mio fianco. Fin dall'inizio ho scelto di sopportare oneri così gravosi, ho deciso di rinchiudere le ombre nel mio cuore e alimentare il mio sangue con una linfa vitale a base di un dolore permanente e di una tragedia incessante. Sono stato sempre battuto dal più forte, ma in ogni circostanza ho avuto l'onore delle armi, nessuno mi ha soverchiato in maniera netta, sono stato imprigionato contro la mia volontà da coloro i quali, a differenza mia, erano guidati dall'ardore del fuoco. Per quel che concerne il comparto strumentale, il brano è aperto dall'incedere spedito e sicuro della batteria, impegnata a tessere un consistente e fragoroso tappeto sonoro che stimola il duo Sevanen-Vanni a scatenarsi in un furioso headbanging assassino mentre si accaniscono con foga sui loro strumenti, Friman invece mantiene un contegno maggiore, di stampo britannico, come il ruolo di primo chitarrista imporrebbe, almeno a livello puramente teorico. Questa volta è possibile rintracciare all'interno dell'impronta del brano, sostenuta e scorrevole, alcuni riferimenti alla scuola heavy metal americana, Sanctuary e Nevermore in primis. Niilo torna a scavare con disperazione nelle dimensioni più grevi e profonde del suo growl e trova un supporto più che valido anche nello stesso Friman, convincente e mai banale nel ruolo di seconda voce. Il momento per l'epicità e la solennità è scandito, al minuto 02:50, dal rintocco limpido e netto dei piatti di Hirvonen. Ci imbattiamo in una porzione di brano ammantata di un fascino notevole e ritmata da un andamento progressivo, è evidente che la tensione sta per riesplodere con impeto. Memorabile, in tal senso, il riff del minuto 03:20 che precede un'altrettanto notevole sezione chitarristica orchestrata da un lead guitarist in totale trance agonistica, capace di consegnarci l'ennesimo momento indimenticabile dell' album. Al minuto 03:49 si sente, con chiarezza in questo caso, pure il basso del vocalist, a testimonianza ulteriore dell'ottimo lavoro svolto in fase di produzione e di missaggio dei suoni. Assieme al precedente Through The Shadows possiamo parlare del pezzo più leggero e soft di tutto il platter, l'ennesima perla contenuta all'interno di One For Sorrow.

One For Sorrow

Il compito di chiudere degnamente l'album spetta alla lunga e melanconica titletrack "One For Sorrow (Uno per il dolore)", terzo ed ultimo singolo promozionale, girato in sede live, durante il tour nordamericano di fine 2012. Come precedentemente segnalato, nell'introduzione di questo lavoro, con l'espressione One For Sorrow si fa riferimento ad una antica filastrocca per bambini, tramandata, in linea di massima, oralmente di generazione in generazione, dai nonni ai propri nipotini. All'interno delle molteplici e varie versioni che, di essa, sono giunte fino ai giorni nostri, due sono i funti focali fondamentali, ovunque riscontrabili. Il primo è rappresentato da un oscuro e consistente capitolo introduttivo, interamente dedicato al dolore, una tematica abbastanza insolita, questa, trattandosi di una fiaba per adolescenti, il secondo, di fatto riconducibile al primo, è costituito dalla totale assenza, tra gli argomenti trattati, dell'amore. Dalla incrollabile certezza che il dolore prevalga sempre sull'amore, riparte Friman per offrirci la sua trasposizione lirica moderna. La sua è una narrazione letteralmente mirabile, appassionata e struggente come poche altre e non fa altro che confermarlo quale uno dei migliori compositori attualmente in circolazione in ambito estremo. La band disegna accordi nostalgici e drammatici per oltre settanta secondi, la stessa malinconia che avevamo incontrato una cinquantina di minuti prima, nella traccia di apertura, viene qui elevata all'ennesima potenza, la chiusura del cerchio è vicina, il nostro capolinea si è fatto ormai prossimo, stiamo per varcare la soglia più interna e profonda del dolore umano. Io sono rimasto da solo, costretto a vivere e a nutrirmi di un doloroso passato che mai più tornerà, io sono l'ultimo, a causa di una sciagurata fatalità o per un mio imperdonabile errore, colato a picco nei solchi di questo insignificante percorso, da fare umilmente a piedi, all'interno di un mondo dominato dalle ombre. Possiamo, pertanto, ipotizzare che il protagonista sia reduce dalla rottura di una importante relazione sentimentale, o, ancora più tragicamente, dalla luttuosa scomparsa della persona amata. Il contenuto delle prime due strofe, ripetute soffusamente a due voci dalla coppia Friman-Sevanen, ci mostra ancora una volta l'animo più intimista e riservato della band, non vi è più la necessità di affondare il colpo, il gruppo sembra voler fare le cose in grande stile, con personalità e raziocinio, per concludere l'album nella maniera migliore possibile. La scena se la prende, al minuto 01:47, il singer Niilo sfoderando gli artigli ed affidandosi al suo proverbiale rantolo con il quale enuncia per la prima volta lo splendido ritornello centrale. Il primo capitolo, la genesi di ogni cosa è riservata, da sempre, al dolore, l'amore è destinato a soccombere, le nostre erano due anime destinate al fallimento fin dall'inizio. E' sempre stato così, fin dai tempi antichi il dolore ha soverchiato l'amore, due anime la cui dipartita era stata fissata molto prima che il sole tramontasse. Di tutto ciò che, in passato, potevo descrivere con un appassionato e romantico "noi", ora non resta altro che un miserabile ed inutile "io", in coppia eravamo in grado di fare qualsiasi cosa, anche di rivoluzionare il mondo intero, ora, che sono rimasto solo, trascino stancamente avanti la mia vita, simile alla più eterea delle ombre. L'uomo si ritrova, dunque, a vivere in uno stato di apatia generale, una profonda depressione e solitudine che si esaurirà solamente al termine dei suoi giorni. Nuovo, angosciante picco verso il basso a partire dal minuto 02:22: la batteria sostiene in punta di fioretto le due chitarre, i cui suoni riecheggiano in maniera greve ed austera. Si ripropone l'intrigante collaborazione tra i due singer, il caloroso Friman, la cui timbrica è di derivazione propriamente classica da una parte, il roccioso e seminale Sevanen dall'altra. I due affinano ulteriormente la loro intesa, andando ad alimentare ancora di più il seducente contrasto tra le differenti anime degli Insomnium. Ciò che piace di più, nel frangente specifico, è la capacità da parte del vocalist principale di calarsi con dedizione ed impegno in una diversa dimensione, sebbene non del tutto sconosciuta, rifuggendo, così, da una certa staticità di fondo che, almeno nella prima parte di carriera, ne aveva rappresentato il limite maggiore. Eccomi qui, privato della fede, derubato della speranza, invecchiato oltremisura nel fisico ed incapace di rompere le pareti intorno a me. Mi ritrovo condannato a vivere un'esistenza governata dal risentimento e dal rancore, ingabbiato in un pesante involucro, simile ad un guscio di conchiglia, che ancora mi vincola ad un passato crudele ed infausto e che mi priva della libertà. Seconda ripetizione del refrain portante al minuto 03:15 e discreto headbanging guidato dalla coppia di chitarristi, con l'intento di sollecitare e stuzzicare il pubblico presente, apparso, almeno inizialmente, fin troppo remissivo. La narrazione lirica vera e propria termina, dopo l'esposizione delle ultime due strofe, al minuto 04:15. Erano necessarie due persone, innamorate reciprocamente, per potere scatenare la potenza del tuono, una solamente non può far altro che accontentarsi di far cadere la pioggia, liquida ed inconsistente allo stesso modo delle lacrime che sto versando in questo momento. Tutto, un tempo, era bello e gradevole, il suolo in cui abitavamo era fertile ed ammantato di una sacralità atavica, al giorno d'oggi, invece, ogni sogno è svanito, qualsiasi meraviglia è stata spazzata via. Sono destinato a concludere la mia vita convivendo con un dolore quotidiano, sempre crescente e con la sola, triste certezza che, di tutto quanto è stato fatto in passato, nulla sia davvero servito a qualcosa. Prima della conclusione del pezzo c'è tempo anche per una terza ed ultima ripetizione del chorus centrale, grazie alla quale finalmente anche il pubblico appare essere più partecipe delle emozioni che gli Insomnium sanno regalare così lautamente, le sei corde confezionano gli ultimi, immensi momenti di pathos prima che il brano, e con esso pure l'album, si esauriscano al termine di cinquantatre minuti vissuti praticamente in apnea costante. 

Conclusioni

One For Sorrow rappresenta, a tutti gli effetti, l'album della consacrazione definitiva degli Insomnium, la rappresentazione, (sin qui), migliore del loro caratteristico e singolare modo di intendere il death metal melodico: una visione, cioè, elegante e raffinata nei tratti distintivi di fondo, ispirata alla nordica epicità di antiche saghe e gloriose leggende ed ammantata da un alone permanente di malinconia e di sincera tristezza. La band raggiunge l'apice della propria carriera ad oltre un decennio di distanza dalla propria costituzione originaria nel 1997 ed al quinto lavoro su lunga distanza. Una maturazione artistica, quindi, non certo immediata, ma assai graduale, raggiunta un passo dopo l'altro, attraverso una serie di prodotti intermedi decisamente convincenti ed interessanti, all'interno dei quali era già stato possibile rintracciare i semi, non ancora sbocciati del tutto, di un talento compositivo fuori dal comune, e certificata in maniera definitiva a seguito della nascita del sodalizio collaborativo stipulato con una potenza mondiale dell'industria discografica come Century Media Records. L'apporto in fase di produzione che il colosso di Dortmund è in grado di assicurare rende l'album coeso e scorrevole sino in fondo, nonostante la sua lunghezza complessiva non sia affatto trascurabile, il bilanciamento e la nitidezza dei suoni, cristallini e potenti in egual misura, sono pressoché perfetti, il basso affidato al vocalist si sente solo di rado, ma ciò è dovuto ad una precisa scelta del quartetto che non intendeva gravare Sevanen di un lavoro troppo pesante da sostenere. I dieci capitoli del nostro angoscioso viaggio al centro del dolore si snodano attorno ai due pezzi più articolati, introspettivi e lunghi dell'intero platter, (Song of The Blackest Bird e Lay The Ghost To Rest), e si muovono costantemente e meravigliosamente in bilico tra il desiderio di rimarcare la propria appartenenza al filone del death metal, (pur con tutte le dovute distinzioni del caso), e l'ambizione, supportata da una tecnica di base mirabile, di elaborare affascinanti divagazioni di natura barocca e progressiva, innestate sopra ad un tessuto ritmico volutamente rallentato in maniera maniacale e solenne, ai confini del doom. Per bilanciare questi due aspetti della propria proposta musicale e per rendere il tutto facilmente fruibile ed omogeneo, il gruppo eleva a livelli sin qui mai raggiunti la padronanza degli strumenti ed esplora anche territori più squisitamente tecnici a base di consistenti e preziosissimi assoli di chitarra o di furiosi assalti in doppia cassa al drumming. La coppia di chitarristi risplende di luce propria dall'inizio alla fine e regala momenti di estasi autentica per tutti quanti, esperti delle sei corde o neofiti che siate, Niilo, dal canto suo, sciorina la solita prestazione gagliarda e muscolosa dietro al microfono mostrando, inoltre, una versatilità espressiva che, raramente, gli avevamo ascritto in passato. La componente elettronica si fa notare solo in qualche sporadico passaggio ed, in ogni caso, non in maniera tale da poter spostare in maniera significativa l'ago della bilancia. All'interno di una tracklist davvero sublime nella sua globalità, ognuno potrà scegliere i propri pezzi favoriti: se siete tra quanti vedono negli Insomnium una versione più edulcorata ed armoniosa degli Amon Amarth troverete di che godere ascoltando brani quali Through The Shadows, Every Hour Wounds o Regain The Fire, se, viceversa, rivedete in Friman e compagni un eccellente ibrido moderno tra gli Amorphis e gli Opeth soddisferete il vostro lato più ricercato ed intimista, oltre che, nelle due canzoni poc'anzi segnalate, anche nella struggente strumentale Decoherence o nella magnifica conclusiva titletrack. In ogni caso gli Insomnium sono semplicemente, magnificamente sé stessi, un gruppo di amici di lunga data nella vita di tutti i giorni, prima ancora che musicisti di talento in ambito lavorativo, che suona con dedizione, impegno, passione e schiettezza, senza la pretesa di voler rivoluzionare il panorama estremo. In un futuro imprecisato, prossimo o lontano che sia, l'impressione che una consistente pagina del grande libro della musica metal, che tutti insieme stiamo contribuendo a creare, potesse essere dedicata agli Insomnium da Joensuu è divenuta una certezza assoluta grazie a questo fantastico One For Sorrow.

1) Inertia
2) Through The Shadows
3) Song of The Blackest Bird
4) Only One Who Waits
5) Unsung
6) Every Hour Wounds
7) Decoherence
8) Lay The Ghost To Rest
9) Regain The Fire
10) One For Sorrow
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