INSOMNIUM

Ephemeral

2013 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
13/03/2017
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione recensione

A poco più di due anni di distanza dal fenomenale One For Sorrow, album della definitiva consacrazione agli occhi del grande pubblico, tornano a far parlare di sé i finlandesi Insomnium, formazione divenuta di prim'ordine all'interno dello sterminato roster di un colosso discografico del calibro di Century Media Records. I nostri beniamini si presero nuovamente le luci della ribalta nell'ultima porzione del 2013, in punta di piedi, come è tipico del loro modo di fare, grazie ad una piacevole e coraggiosa pubblicazione accessoria, abbastanza atipica nella sua strutturazione interna, come avremo modo di constatare in seguito. La release che andremo a scandagliare nel presente episodio, pur se lontana dai fasti del precedente capitolo discografico, confermerà il gruppo originario della Carelia settentrionale come una delle più interessanti e meritevoli realtà musicali estreme del terzo millennio. Prima di entrare nel dettaglio, è necessario, però, fare un doveroso passo indietro, utile a comprendere meglio la, (non facile), genesi artistica del prodotto che, a breve, andremo ad analizzare. All'indomani dell'uscita del precedente lp, il migliore sin qui rilasciato da Sevanen e soci, il secondo chitarrista Vanni ufficializzò la sua decisione di lasciare il gruppo, a causa di impegni famigliari e personali sempre più gravosi che, a suo dire, non gli avrebbero più consentito di concentrarsi a dovere sul progetto Insomnium. La band, costituitasi oltre dieci anni prima all'interno degli affollati e vivaci corridoi dell'Università di Joensuu, e che aveva, ben presto, assunto i connotati di un autentico sodalizio di amici, ben prima che di musicisti professionisti dovette, così, incassare un duro colpo. Infatti la continuità a livello di line up aveva costituito, sino a quel momento, un autentico marchio di fabbrica in casa Insomnium, (in ciò possiamo individuare un ulteriore rimando ai loro principali mentori, gli svedesi Dark Tranquillity). Da un punto di vista strettamente musicale, poi, la band aveva sempre posto in primo piano il minuzioso e preciso lavoro garantito alle chitarre da parte degli omonimi Ville. La notevole armonia musicale conseguita tra i due, entro i quali aveva modo di ritagliarsi il suo piccolo spazio di lavoro pure il bassista-cantante Niilo, rappresentava il vero fulcro attorno al quale si erano, splendidamente, dipanate le romantiche matasse che la band aveva proposto nel corso della sua prima decade abbondante di carriera. La notizia dell'abbandono di Vanni, tuttavia non rappresentò il classico fulmine a ciel sereno, se è vero che fu lui stesso a ventilare questa ipotesi, ancor prima che lo stesso One For Sorrow venisse immesso sul mercato. Non di meno, in seguito a ciò, qualche ombra sul futuro della band transitò ugualmente, dal momento che, tra i fan più affezionati, non erano in pochi a considerare lui come il vero valore aggiunto della band, benché il ruolo di chitarra guida fosse, da sempre, affidato alle altrettanto sapienti mani di Friman. Alla luce di simili prospettive, non esattamente rosee, la band scelse, dunque, la via della continuità stilistica affidandosi a Markus Vanhala, parallelamente già impegnato con la band "gemella" dei nostri, quegli Omnium Gatherum che, all'epoca, avevano già alle spalle 5 convincenti e solidi album di melodic death metal. Una transizione, quindi, quanto più possibile indolore e graduale, nel pieno rispetto per la decisione presa dal talentuoso Vanni. Vanhala iniziò, pertanto, ad essere parte integrante dell'universo Insomnium già nel tour promozionale seguito al rilascio di One For Sorrow: d'altronde la cosa non richiese un grosso sacrificio, né dall'una, né dall'altra parte, dal momento che le due band connazionali condivisero molte esperienze on stage nel biennio 2011 - 2013. Per valutare con la dovuta attenzione il reale apporto garantito in studio di registrazione dal nuovo arrivo sarà, peraltro, necessario attendere pubblicazioni più corpose e significative. Sulla base di queste necessarie premesse, in data 19 novembre del 2013, quattro anni dopo il precedente, gradevole Where The Last Wave Broke, vide la luce il secondo ep di casa Insomnium, "Ephemeral (Effimero)". Il gruppo confermò la temeraria scelta di affidarsi al solo mercato digitale per lavori di questa portata ed optò per un approccio ancor più essenziale e minimalista. La tracklist proposta si comporrà, infatti, di appena 4 tracce complessive, di cui una sola, l'iniziale titletrack, corredata da una sezione lirica, mentre le rimanenti tre saranno brevi e contemplativi pezzi strumentali già incisi, ma non pubblicati, durante le registrazioni di One For Sorrow ed in seguito pure inseriti nella versione limitata di Shadows Of The Dying Sun. Abbiamo parlato, poco fa, di un prodotto piuttosto atipico quanto al suo contenuto, ma ciò assume una valenza alquanto relativa se parliamo degli Insomnium, una formazione cioè che, fin da principio, ha riservato una fetta discretamente consistente della propria produzione a pezzi interamente acustici, da piazzare in testa o in coda agli album ed aventi la specifica, importante, funzione di contestualizzare al meglio ogni loro capitolo discografico sin qui immesso sul mercato. Non ci stupisce più di tanto, quindi, una scelta del genere, tutt'altro che fuori luogo all'interno di un contesto tipicamente essenziale come quello di un ep, una decisione che, oltretutto, alleggerisce, non poco, il nostro compito in questa circostanza. Del resto è proprio questo l'ambito più congegnale entro cui poter sperimentare sonorità particolari o del tutto inedite, il formato ridotto garantito dagli ep viene visto, da un gran numero di band, come una sorta di laboratorio completamente asettico nel quale mettersi alla prova ed uscire, liberamente, dai rigidi formalismi imposti, invece, dai long play. E' ora giunto il momento di dare il via alle danze ed entrare a pieno titolo nel cuore di questo Ephemeral

Ephemeral

Una regola non scritta in ambito musicale vuole che, ad inaugurare prodotti simili sia il pezzo omonimo, gli Insomnium ne sono ben consapevoli e ci offrono, in prima posizione, proprio la titletrack "Ephemeral (Effimero)", pezzo anche ripreso nel seguente lp e deputato, con una scelta personalmente non esattamente indovinata, a fare da singolo apripista al medesimo Shadows Of The Dying Sun di cui già si è detto. Rispetto alla versione che incontreremo nel successivo album, quella qui proposta è resa leggermente più snella nel finale, (una sforbiciata di una decina di secondi appena, comunque apprezzabile), ed impostata su ritmiche leggermente più rallentate, sebbene insolitamente sostenute per i nostri. I dubbi che avevamo già espresso nella trattazione inerente al sesto full length del gruppo, vengono, solo in parte, dissipati grazie ad una prestazione complessiva segnata da una maggiore caratterizzazione stilistica propria, piuttosto che nella, non necessaria, rincorsa a modelli superati e non più contemporanei, (marcati echi ai DT di Damage Done e Character fanno capolino qua e là, e non mancano pure accenni agli In Flames di Colony). La ricerca, quasi estenuante ed ossessiva, di un ritornello centrale che sia quanto più possibile soft e di facile presa sul pubblico, d'altro canto, avvicina l'ensemble capitanata dal valoroso Sevanen pure ai Soilwork di Bjorn "Speed" Strid ed alla loro produzione più recente, personalmente ritenuta abbastanza stucchevole proprio per questo voler apparire a tutti i costi commerciale e fruibile al più ampio numero di persone possibile e, di conseguenza, largamente premeditata a tavolino. Niilo se la cava discretamente anche in questa versione attenuata di sé stesso, anche se ribadisco, con fermezza, la mia preferenza nei confronti del suo caratteristico growl profondo e roco. Il contributo alla causa del singer si esaurisce, sostanzialmente, al termine del quattro minuti scarsi in cui si articola il pezzo d'apertura, dal momento che nei rimanenti tre brani il suo apporto al basso sarà davvero ridotto all'osso. D'altro canto una scelta del genere contribuisce a rendere il sound del gruppo più fresco ed attuale, ci mostra, finalmente, una differente versione degli Insomnium e ci sgrava, momentaneamente, dal peso di tutte quelle atmosfere, incredibilmente lugubri ed oscure che, a poco a poco, rischiavano di divenire di non facile assimilazione. L'influenza dei già menzionati Omnium Gatherum appare evidente, soprattutto in virtù di un maggiore coinvolgimento della strumentazione elettronica, non più relegata al ruolo di semplice comparsa, bensì elevata a componente importante di un nuovo e differente disegno artistico. Prima di cadere in equivoci, tuttavia, smorziamo i facili entusiasmi di sorta dicendo che, francamente, non avvertivamo tutta questa urgenza di commercializzazione del sound. Sembra chiaro, fin da questa prima traccia, di trovarci di fronte ad una band che sta attraversando una delicata fase di evoluzione, il passaggio dallo stile classico e sobrio di Vanni a quello evoluto e moderno di Vanhala, evidentemente e comprensibilmente, non è stato ancora del tutto assimilato ed anche lo stesso Friman, autentico mastermind del gruppo, si limita ad una prestazione globale senza picchi particolari, come se avesse il freno a mano tirato. Il pezzo, nel complesso, è gradevole e destinato a catturare l'attenzione e l'interesse di molti, soprattutto tra le nuove generazioni di fan, la sua collocazione all'interno di un ep, inoltre, pare essere la scelta giusta per esaltarne al meglio le caratteristiche di armoniosità ed orecchiabilità. Nel complesso di una struttura ritmica relativamente semplice, vi si percepisce, in ogni caso, del costrutto non indifferente, il tentativo, cioè, da parte della band di rendere più moderno e facilmente replicabile il proprio suono. D'altro canto, non possiamo esimerci dal far osservare che, entrando in una scuderia, pressoché sconfinata, del rango di Century Media Records, i margini artistici e compositivi per i nostri possano essere andati incontro ad una sostanziale restrizione, a tutto vantaggio dell'immediatezza e di una certa banalizzazione del proprio stile personale. Il compromesso artistico cui gli Insomnium ricorrono funziona abbastanza bene e ci consente di promuovere, sebbene senza lode, Ephemeral. Abbastanza atipico, per quanto avevamo imparato a conoscere sinora, è pure il corredo lirico che ci viene proposto ad opera di Ville Friman. Il concetto di fondo che è possibile estrapolare dal testo è che l'essere umano, nel corso della propria esistenza, è si destinato alla sofferenza, ma di una sofferenza passeggera, effimera guarda caso, i suoi patimenti non sono destinati a sconfinare in una lunga e terribile agonia, perciò egli trova motivo di parziale consolazione nel proprio vivere quotidiano, senza tediarsi troppo di quel che sarà nell'immediato futuro. L'oscurità è ignoranza, la conoscenza è luce, ogni individuo si trova nella condizione di poter scegliere se combattere solamente contro sé stesso o anche avverso le ombre della notte. La vita condurrà, inevitabilmente e naturalmente, l'uomo verso il baratro, in maniera progressiva ed usurante, ogni giorno si sfiorisce a poco a poco, sino al momento in cui saremo definitivamente catturati dalle ombre. Respirare non ci è utile per mantenere viva la fiamma in noi, del resto nemmeno morire a questa vita renderà le nostre angosce meno pressanti, sognare non ci aiuta nel dare una forma più concreta e tangibile al nostro mondo. Un'unica vita, una sola possibilità a disposizione, ecco ciò che abbiamo, tutto il resto è effimero, destinato a non lasciare traccia. Tutto il dolore e la sofferenza, i timori ed i fallimenti, si perdono via nella stessa maniera in cui l'onda va ad infrangersi contro la costa: tempo qualche istante e del suo passaggio non vi è più alcuna traccia. Sul limitare ultimo del mondo conduciamo la nostra esistenza, correndo costantemente il rischio di cadere di sotto. Inutile voltarci indietro, anche perché le paure che ci tormentavano in passato si sono fatte quasi del tutto inconsistenti. Non sprechiamo il tempo che ci è stato concesso, una sola vita, una possibilità, impegniamoci a fondo al fine di sfruttarle al meglio. 

The Emergence

Il trittico di canzoni strumentali che segue sposta le coordinate dell'ep nella direzione di un approccio più introspettivo, meno immediato, seppur non particolarmente ricercato. Il riferimento più prossimo che ci sentiamo in grado di offrire è costituito dall'album In The Halls Of Awaiting, risalente ormai ad oltre un decennio fa e pregno di atmosfere cupe e nebbiose, saturate da pezzi certamente interessanti, ma che ancora difettavano quanto a personalità. In effetti pure la traccia poc'anzi analizzata, una sorta di mosca bianca all'interno di un contesto del genere, riporta indietro le lancette del tempo, proprio in virtù della sua (relativa) orecchiabilità e di una raffinatezza stilistica che non possiamo, certamente, definire marcata. Paradossalmente, quindi, per conseguire quell'ammodernamento di stile di cui si diceva poco sopra, gli Insomnium sembrano rifarsi, seppur parzialmente, alle proprie origini, affidandosi ad un modus operandi ancor più essenziale e riducendo al minimo lo spazio di manovra per la componente ritmica tradizionale, (batteria e basso in primis). Cercheremo di non venire meno ai nostri consueti canoni di completezza e di precisione, pur dovendo constatare, preliminarmente, di trovarci di fronte a tre pezzi abbastanza simili l'uno all'altro e che, da un punto di vista strettamente musicale, non hanno molto da offrire ai fini della nostra trattazione. Va anche detto che i tre brani che seguono non vanno intesi come blocchi a sé stanti, ma, anche in virtù della loro breve durata, vanno contestualizzati all'interno del medesimo progetto artistico, (del resto sono state registrate tutte nella stessa sessione di lavoro). Il fio conduttore che le lega è, pertanto, il medesimo, di natura profondamente diversa rispetto a quello che aveva caratterizzato la titletrack, motivo in più che giustifica la definizione di ep atipico con cui avevamo aperto la nostra disquisizione, più sopra. "The Emergence (L'emergenza)" è la più stringata delle tre canzoni acustiche presentate, in virtù dei due minuti scarsi di cui si compone. Il solo ed unico metronomo che incontriamo assume le sembianze, piuttosto canoniche in contesti simili, di una malinconica e solitaria chitarra acustica, dal sapore vagamente "jazzato", la quale ci accoglie, sommessamente, dopo alcuni secondi di titubanza, e ci proietta, ben presto, in una dimensione parallela nostalgica, onirica e visionaria, cui il gruppo ci aveva già abituato sin dai propri albori. Le partiture entro cui il gruppo decide di muoversi, dilatate all'inverosimile e stemperate a dovere grazie ad una profonda consapevolezza dei mezzi a propria disposizione, fanno si che a venire a galla, in maniera predominante, sia una notevole carica di epicità, con la quale la band non disdegna di omaggiare, pur mantenendo la debita e rispettosa distanza nei loro confronti, i meravigliosi Opeth, da sempre uno dei punti di riferimento artistici principali per Sevanen e soci. L'occasione che ci viene proposta è, dunque, quanto di più favorevole possa esistere in natura per lasciarci cullare liberamente da note così carezzevoli e soavi, scandite, quasi in regime di privativa, da Friman nel corso di questi brevi, ma straordinariamente intensi, 100 secondi. Ameno, pur nella sua limitatezza, è il contributo che viene offerto dalle tastiere che si adagiano, anch'esse, alle cadenze auliche e solenni imbastite dalla preponderante sei corde guida. Esse, in timida combinazione con percussioni appena accennate, hanno il compito di provare ad aprire dei piccoli spiragli di luce all'interno della cappa di oscurità in cui il gruppo ha deciso di confinarci, da qui al termine dell'ep. Si percepisce in tutto il suo fascino, la possiamo respirare a pieni polmoni in questo senso, una travolgente e poderosa aurea di leggendarietà che affonda le radici nella consolidata e atavica tradizione folkloristica, tipica dei lembi più settentrionali del Vecchio Continente. In assenza di qualunque riferimento lirico, ciò che il gruppo vuole trasmetterci con maggiore intensità è la passione genuina, l'amore incondizionato nutrito per la propria patria. Ecco che ci viene tratteggiato, per sommi capi, il ritratto della Finlandia, una terra dal clima aspro e rigido in cui l'uomo sviluppa, fin dai primissimi anni di vita, un innato spirito di sopravvivenza. Assaporiamo l'affascinante retrogusto di quegli stessi luoghi in cui cantori e poeti hanno narrato di eroiche saghe cavalleresche fin dai tempi più remoti, uno Stato autonomo dalla costituzione recente ed emerso solamente dopo aver attraversato secoli bui, insanguinati da combattimenti feroci e spietati, battaglie che si sono succedute, praticamente senza soluzione di continuità, nella speranza di liberarsi dal giogo e dall'oppressione perpetrata per lungo tempo da parte dell'aggressivo vicino svedese ed in seguito, in maniera forse anche più cruenta, sebbene limitata ad un arco temporale molto più circoscritto, dall'ingordigia e dalla brama di potere del confinante impero sovietico. Una Nazione, infine, che ha trovato un suo equilibrio duraturo e stabile ed un proprio (elevato) benessere generalizzato grazie a politiche sociali il più possibile inclusive e tolleranti, ad un rapporto stretto e mai troppo invasivo con Madre Natura, (che ha, da parte sua, ricambiato come meglio non avrebbe potuto, dispensando lautamente meraviglie da lasciare sena fiato), ed anche, perché no, grazie alla propria musica, in grado di primeggiare ovunque in Europa, soprattutto per quel che concerne il suo versante più estremo, di cui gli Insomnium rappresentano soltanto una delle numerosissime punte di diamante. Il gruppo, da sempre legato a doppio filo alla propria terra d'origine, fa vibrare, ancora una volta, gli anfratti più nascosti e reconditi della nostra sensibilità con un pezzo leggero nella sua sostanza, seppur incredibilmente struggente, dai connotati fortemente celebrativi ed evocativi.

The Swarm

"The Swarm (Lo sciame)" è una canzone dalla durata complessiva maggiore, siamo di poco sotto ai tre minuti, impostata su cadenze solo leggermente più sostenute rispetto a quanto ascoltato poc'anzi. E' con gli occhi chiusi e con la mente il più possibile libera dai pensieri, che ci predisponiamo ad essere parte attiva di questo sciame, compatto in ogni suo elemento ed organizzato in maniera meticolosa: esso vuole raggiungere il punto più interno dei sentimenti umani. L'incipit del brano, invero, non si discosta molto rispetto a quello di The Emergence, mentre la sua porzione centrale richiama da vicino Resonance, pezzo inserito nell'album Since The Day It All Came Down. La chitarra acustica è ancora la protagonista indiscussa: questa volta Friman si muove con maggiore disinvoltura e con più spigliatezza, le note che si susseguono nel corso di questi 180 secondi, dolcissime e piene, tratteggiano in bianco e nero quella che potrebbe essere, a tutti gli effetti, la colonna sonora ideale grazie alla quale conciliare il nostro sonno, al termine di una estenuante giornata di lavoro o di studio. Nei primi novanta secondi i ritmi crescono di continuo, seppur assai blandamente, fino a raggiungere un limitato picco emozionale al minuto 01:26, oltrepassato il quale la band inverte la rotta ed inizia la placida discesa verso valle. Da quel momento in poi, infatti, le atmosfere si ispessiscono di una ulteriore dose di sincera tristezza e le note paiono sul punto di esaurirsi da un momento all'altro, in qualsiasi istante. A dare nuovo, seppur relativo, impulso alla traccia, dopo lo scoccare del secondo minuto, ecco venire in nostro soccorso le percussioni e le tastiere, i cui inserimenti, tutt'altro che ridondanti bensì, piuttosto, tendenti ad una sobrietà quasi spartana ed in stile toccata e fuga, sono, comunque, utili a conferire una discreta ambientazione di fondo al sistematico cesellare della chitarra. Anche in questo frangente è possibile scorgere forti connotazioni tipiche del folklore di quelle terre. La grande ricerca per la melodia è la vera forza degli Insomnium acustici, la lezione dei primi Dark Tranquillity in questo senso è stata studiata in maniera maniacale, la definizione stessa di death metal melodico viene declinata nella sua accezione più genuina e mera. Dopo aver riaperto gli occhi, accogliamo volentieri l'invito che la band ci porge di metterci in cammino, all'interno di uno degli innumerevoli boschi della Nazione finlandese, laddove i nostri cinque sensi acuiscono le loro percezioni ai massimi livelli potendo, in questo modo, cogliere tutto lo splendore ancestrale ed incontaminato della natura. Il sobrio arrangiamento strumentale che viene proposto pare, inoltre, richiamare alla mente il rumore di un debole scroscio di pioggia che si insinua tra le fronde degli alberi ed ammanta il sottobosco della propria umidità. Coordinate dunque ben diverse rispetto a quelle, sguaiate e seminali, introdotte da un violino volutamente scordato, con cui gli svedesi At The Gates avevano proposto la loro The Swarm, brano di apertura del terzo studio album per Tompa e compagni, il breve Terminal Spirit Disease, apripista ideale per il capolavoro assoluto, epocale che sarebbe seguito di lì ad un anno. Del resto non poteva essere che così, dal momento che stiamo parlando di due realtà musicali profondamente diverse, sebbene, in linea di massima, entrambe ascrivibili al fronte del death metal melodico nordeuropeo. Mentre la melodia si esaurisce, in maniera discreta e soffusa, nello stesso istante in cui anche l'ultimo raggio di sole va a morire dietro la linea dell'orizzonte, possiamo dire, in ultima analisi, che The Swarm conferma l'ep su livelli qualitativi discreti.

The Descent

Supera di poco i tre minuti, infine, "The Descent (La discesa)", i cui tratti distintivi caratteristici divengono, se possibile, ancora più drammatici, disperati ed intensi di quanto ascoltato in precedenza. Prima che l'oscurità cali definitivamente sopra di noi, facciamo, comunque, in tempo a sottolineare un maggiore e più dinamico coinvolgimento delle percussioni, le quali hanno il compito di incorniciare in maniera elegante e rigorosa l'instancabile, brillante, lavoro messo in campo dalla chitarra acustica. Ricollegandoci a quanto detto nell'introduzione di questo lavoro, ecco, dunque, che possiamo individuare quale filo conduttore comune alle tre canzoni il corso stesso della vita: The Emergence, nella sua pietosa spigliatezza, assume i connotati della nascita, The Swarm, con il suo andamento costante e regolare traspone in musica la quotidiana routine di una vita adulta e totalmente disincantata, The Descent, infine, di cui ricordiamo il singolare ed andante incipit ed il suo successivo, lento spegnersi nella porzione finale, certifica in maniera inconfutabile la morte, intesa quale capitolo conclusivo ed inevitabile cui ognuno di noi è destinato un giorno. La nostra stessa esistenza, condotta tra stenti e sofferenze gravose, costellata di insuccessi e di menzogne, volge al termine: i nervi hanno, finalmente, modo di distendersi di fronte all'ineluttabile corso del tempo che condurrà, ognuno di noi, alla quiete eterna dei sensi, all'infinito ristoro cui tanto abbiamo anelato nel corso della nostra vita. Il proseguo della traccia rientra, progressivamente, nei solchi tracciati dalle precedenti due canzoni: la chitarra solista non ha alcuna intenzione di smuoversi da quelle cadenze lente, maniacali e quasi opprimenti che avevamo incontrato una decina di minuti orsono, il contributo del resto della strumentazione ritmica è praticamente nullo, e laddove c'è, si avverte appena, le tinte del pezzo si fanno sempre più impenetrabili ed oscure. Friman smorza, con candore e gentilezza, il suo incedere, non prima di aver offerto un ultimo, disperato, colpo di coda al minuto 02:47. Gli ultimi secondi, a livello sensoriale, sono dominati dalla piacevole certezza di trovarci davvero ad un passo dal conseguire la pace interiore definitiva, non dovremo più patire né provare inquietudine d'ora in avanti, un sobrio e spartano giaciglio di foglie accoglierà il nostro sonno eterno. Sono ancora una volta le emozioni a parlarci in vece delle parole, emozioni sincere, toccanti, sebbene non travolgenti come in altre circostanze, i quattro di Joensuu si confermano sublimi messaggeri di una naturale ed appassionata nostalgia, non vi è soltanto la bieca compassione di comodo dei propri tormenti nelle loro composizioni, bensì una più sottile e profonda disamina circa le concrete e tangibili sofferenze di cui ognuno di noi è portatore. Giunti nei pressi della conclusione della nostra analisi, comprendiamo anche il perché di un ep della durata complessiva di appena 12 minuti: gli Insomnium hanno semplicemente esaurito tutto quanto si erano prefissati di trasmetterci in questo lavoro, per farlo hanno deciso di affidarsi in una sola circostanza anche alla lirica e, nelle rimanenti tre, hanno affidato il loro insegnamento elegiaco, romantico e sensuale alla sola componente musicale. 

Conclusioni

Diciamolo con tutta franchezza: il secondo ep degli Insomnium, anch'esso (sinora) esclusiva del solo mercato digitale, non presenta spunti di particolare interesse, sebbene esso possa essere configurato in qualunque modo possibile, fuorché come un fallimento discografico. Per motivi differenti non convincono fino in fondo né la titletrack di apertura, né i successivi tre brani. Qualche motivo di riflessione in più ce lo fornisce, inevitabilmente, il brano Ephemeral, unico pezzo "propriamente" inteso perché corredato da relativa sezione lirica. Esso mostra il versante più commerciale e morbido della band, un lato che avevamo incontrato solo di sfuggita nel corso della carriera ultradecennale dei nostri. La traccia, sia ben chiaro, scorre in maniera tutto sommato fluida e piacevole nei suoi quattro minuti scarsi di durata al punto che verrà ulteriormente edulcorata in vista dell'imminente lancio sul mercato del nuovo lp Shadows of The Dying Sun. Anche da un punto di vista lirico il pezzo testimonia un parziale cambio di rotta intrapreso dal gruppo, narrando, infatti, di quanto sia passeggera e sfuggevole la vita di ognuno di noi, creature umane destinate si a soffrire ma di una sofferenza umanamente tollerabile. Tuttavia è nostro dovere sottolineare che una simile proposta, leggera fino al punto da farsi quasi impalpabile, corre il rischio di non risultare genuina al 100%. I veri pezzi forti, gli autentici cavalli di battaglia del gruppo si sono sempre orientati su ben altre coordinate stilistiche, anche sfruttando la relativa libertà artistica assicurata da una label come Listenable Records, attenta e scrupolosa in ogni scelta, ma certamente non dotata della forza contrattuale soverchiante di cui dispone, invece, Century Media Records, attuale etichetta degli Insomnium. Va anche detto, con il senno di poi, che un pezzo del genere resterà una sorta di unicum nella carriera dei nostri, dal momento che il successivo lp, già analizzato su queste pagine, mostrerà nuovamente un gruppo desideroso di andare alla scoperta di quei meandri, oscuri e nascosti, dell'animo umano ancora non scandagliati, sarà proprio in quelli stretti e polverosi anfratti in cui Sevanen e compagni dimostreranno, ancora una volta, la loro maestria ed il loro talento. Sebbene rientranti in un precedente e differente progetto artistico e caratterizzate da melodie più usuali per gli standard del gruppo, discorso analogo può essere fatto anche per le restanti tre canzoni, interamente acustiche, di cui l'ep si compone. Nella circostanza specifica siamo di fronte all'anima più autentica e naturale del gruppo: quella, cioè, più introspettiva, melodica e nostalgica, ma anche qui il risultato conseguito, nel complesso, ci lascia soddisfatti solamente a metà. Troppo scarni gli arrangiamenti complessivi proposti, davvero elementare il lavoro eseguito alla chitarra da parte di Friman, praticamente inesistente il contributo garantito alla causa da parte degli altri membri del gruppo, (c'era grande curiosità, in particolare, per l'esordio della new entry Markus Vanhala, sul cui reale apporto ci pare doveroso ed inevitabile rinviare il nostro giudizio in altra, opportuna, sede). In definitiva parliamo di pezzi globalmente gradevoli, il cui ascolto non annoierà di certo, nemmeno a distanza di anni ma dei quali, in tutta onestà, nella nostra mente non resterà che un  pallido ricordo passeggero, effimero per l'appunto. Oltretutto va fatto notare che il coinvolgimento emozionale e l'interesse per i brani in questione pare scemare a poco a poco che essi si susseguono: per questa ragione la concisa The Emergence, a giudizio strettamente personale, sembra essere quella meglio riuscita nel complesso. Per chiudere, quattro brani che, con ogni probabilità, non faranno gridare al miracolo ma che garantiscono, in ogni caso, l'ennesima sufficienza in pagella per i nostri beniamini, nell'attesa di poterli valutare nuovamente come meritano su lunga distanza e con lavori di una consistenza maggiore rispetto a questo. 

1) Ephemeral
2) The Emergence
3) The Swarm
4) The Descent
correlati