INSOMNIUM

Above the Weeping World

2006 - Candlelight Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
22/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Come direbbe un antico, ma sempre attuale motto popolare, non c'è due senza tre!
La melodic death metal band degli Insomnium rilasciò le proprie prime tre pubblicazioni con una cadenza periodica ed incredibilmente regolare, a due anni di distanza l'una dall'altra, quasi provenissero dalla diligente e metodica Svizzera piuttosto che dalla aspra e selvaggia Finlandia. Aprile 2002 per l'album di debutto, il sorprendente In The Halls Of Awaiting, aprile 2004 per il controverso, (almeno a livello personale), Since The Day It All Came Down ed agosto 2006, infine, per il nostro "Above The Weeping World" che sarà oggetto della presente recensione. Nessuna pubblicazione intermedia tra un platter e l'altro, la band originaria di Joensuu intende correre speditamente verso l'olimpo del panorama metal europeo, anche se il definitivo salto di qualità dovrà ancora attendere. Chi, come il sottoscritto, riteneva che, all'epoca dei fatti per una band ancora non emersa in maniera definitiva dal sottobosco underground, sarebbe stato più utile intervallare le release principali con piccoli lavori editi in formato ep o split album dovrà attendere fino al 2009 quando uscirà, in versione solamente digitale peraltro, Where The Last Wake Broke, preparatorio del successivo lp Across The Dark. I quatto alfieri del sorrowful melodic death metal confermano, quasi in toto, la formula tutto sommato vincente dei primi due album, anche se non mancheranno digressioni, non sostanziali invero, all'interno delle nove tracce che ci apprestiamo ad ascoltare insieme a voi. Siamo alle prese, pertanto, con una indovinata, anche se non eccessivamente originale, combinazione ibrida di elementi sonori che affondano le proprie radici principalmente nel Gothenburg sound di metà anni novanta, miscelati con eleganti contaminazioni di natura prog, sulla scia dei mostri sacri del genere Opeth, il tutto ulteriormente arricchito da cupi ed improvvisi rallentamenti di matrice doom/gothic metal ascrivibili alla gloriosa triade finnico-svedese Sentenced - Katatonia - Eternal Tears of Sorrow. Si è molto dibattuto, e lo si fa ancora al giorno d'oggi, se una tale commistione di stili possa essere intesa come una sorta di tributo reso da parte della band di Sevanen e compagni a gruppi storici cui non hanno mai fatto mistero di ispirarsi o se, d'altro canto, essa possa, più banalmente, essere intesa come un goffo tentativo di collage di questa o quella influenza stilistica per ovviare ad una certa qual carenza strutturale in sede di songwriting. Noi preferiamo non entrare in un simile dibattito, ma ci limiteremo a fare un paio di precisazioni che riteniamo doverose. Dopo un esordio portentoso come fu In The Halls of Awaiting la band mostrò un leggero calo a livello di ispirazione nel successivo lavoro, assolutamente gradevole peraltro e meritevole di una sufficienza più che ampia, ma a volte apparso fin troppo derivativo e carente di personalità nelle scelte adottate. Il successivo, presente lp confermò una certa difficoltà da parte dell'ensemble scandinava ad emanciparsi totalmente dai padri fondatori del genere, anche se venne aumentata la componente elettronica in quello che fu l'album, in assoluto, maggiormente influenzato dalle sonorità progressive ammalianti dettate, qualche anno prima, dalla portentosa band capitanata da Mr. Akerfeldt. Proprio in virtù di un simile avvicinamento agli Opeth venne confermato in formazione, seppur non in qualità di membro permanente, lo stesso Aleksi Munter, già incontrato in maniera assai più sporadica nel precedente album, e anche parallelamente tastierista dei connazionali Swallow the Sun. L'album, alla resa dei conti, non permise ancora agli Insomnium di spiccare il volo verso l'alto ma li confermò certamente come una delle realtà più valide e capaci all'interno dell'immenso calderone universalmente riconosciuto come melodic death metal post anno duemila. Per promuovere il lancio dello stesso, l'etichetta produttrice, la londinese Candlelight Records, spedì la band in un impegnativo tour europeo, nella prima metà del 2006, con i compagni di etichetta, i norvegesi Satyricon e i Keep of Kalessin. Scelta coraggiosa da parte dell'etichetta d'oltremanica che affiancò una band dedita a sonorità melanconiche e raffinate come quella finlandese ad una realtà di primissimo livello del black norvegese e alla band, da sempre considerata, come la sorella minore dell'ensemble capitanata dal duo Ihsahn - Samoth. Significativo, a questo proposito, è segnalare che, nelle interviste dell'epoca a riguardo, il leader degli Insomnium, il bassista e vocalist Niilo Sevanen, ricorda con piacere e simpatia i momenti passati con la band di Obsidian C. e soci, mentre sorvola quasi totalmente alle domande inerenti la formazione autrice di un capolavoro assoluto quale Nemesis Divina, facendo solo velati riferimenti, assai criptici e non troppo lusinghieri, alle turbolente vicende extramusicali in cui era rimasto coinvolto lo stesso Samoth legate al famigerato Black Metal Inner Circle. L'intenzione della band di dare un tocco di professionalità in più al tutto venne confermata, in fase preparatoria, dalla decisione di trasferirsi ai più rinomati Fantom Studios di Tampere per le registrazioni dell' album stesso: un buon inizio, considerando che vennero "scartati" i locali, angusti studi Finnvox della natia Joensuu, relegati a semplice luogo atto alla masterizzazione del prodotto finale. La scelta pagherà dividendi importanti, dal momento che la produzione, potente e nitida nei suoni, sarà uno dei maggiori punti di forza di questo Above The Weeping World. Confermato pure l'artista incaricato di dipingere l'artwork: è lo stesso Ville Kaisla già compagno del duo Vanni-Sevanen nei seminali Watch Me Fall ed autore pure della precedente copertina di Since The Day It All Came Down. Egli abbandona le tonalità fredde ed invernali utilizzate un paio di anni prima e si affida, in questo caso, a nuance calde e passionali con le quali immortala un affascinante paesaggio notturno al chiaro di luna, sopra ad un brullo filare di alberi ancora non giunti a maturazione o, viceversa, già sfioriti e a fine vita. Ancora una volta è la natura selvaggia ed incredibilmente piena di fascino della natia patria finlandese a fare da cornice al terzo platter di casa Insomnium: un rapporto con essa fatto non necessariamente di amore incondizionato ma, certamente, di profonda devozione e di un rispetto ancestrale, tipico peraltro di tutte le popolazioni nordeuropee. Le sessioni di registrazioni si conclusero, dunque, nell'arco di poco più di trenta giorni, tra l'aprile ed il maggio del 2006, l'album venne immesso sul mercato europeo il 9 agosto dello stesso anno ed il 17 ottobre sbarcò sul suolo del Continente nordamericano ed in tutto il resto del mondo. Anch'esso ricevette, a suo tempo e pure in seguito, giudizi piuttosto contrastanti venendo esaltato soprattutto da critici ed analisti stranieri, (ovviamente finlandesi in primis, ma pure la stampa britannica espresse pareri entusiasti a riguardo), mentre sul suolo italico fu accolto abbastanza timidamente con responsi finali che, mediamente, galleggiavano tra la mediocrità e la sufficienza appena stentata. Era proprio la riproposizione di soluzioni che, se pur lievemente personalizzate, erano già state adottate da un gran numero di band prima di loro ad essere oggetto delle maggiori critiche, oltre all' incredibile sovraffollamento del panorama musicale dedito al filone più melodico del metal cui si assistette nei primi anni del terzo millennio che, inevitabilmente, finì per oscurare più o meno completamente qualsiasi pubblicazione, pur discreta che fosse, che non risultasse davvero sensazionale quanto a carisma ed originalità. Personalmente ci sentiamo di condividere solo parzialmente gli appunti mossi contro gli Insomnium del primo corso in quanto proprio il voler attingere, senza necessariamente copiare pedissequamente, da un così vasto ventaglio di opzioni testimonia il tentativo da parte della band di non volersi fossilizzare unicamente su quelli che erano i dettami canonici del genere fissati una decade prima dal binomio Dark Tranquillity - In Flames, che sarebbe stata pure la soluzione più conveniente e meno complicata da intraprendere. Per quanto concerne, invece, il secondo aspetto possiamo dire, che pur non svettando ancora su picchi eccelsi, gli Insomnium dimostrarono, fin da subito, di avere una marcia in più rispetto ad una miriade di altre band che sbocciò in quel periodo, tanto da essere ancora pienamente in attività un decennio dopo e senza di fatto aver mai apportato alcuna modifica alla propria line up iniziale. Si sentiva che il potenziale dei quattro cavalieri di Joensuu non era ancora stato pienamente sfruttato a dovere e, se il successivo Across The Dark sposterà soltanto lievemente verso l'alto il tiro, è pur vero che la classe ed il talento dei nostri sbocciarono in maniera fragorosa e dirompente nel portentoso One For Sorrow del 2011, non a caso edito sotto la nuova e ben più agiata etichetta della Century Media Records.

The Gale

L'album si apre, dunque, con la struggente traccia semistrumentale "The Gale (La burrasca)dedicata alla memoria del compianto Ari Friman, zio del chitarrista della band venuto a mancare proprio durante le registrazioni dell'album stesso. Le note drammatiche e struggenti di un pianoforte fanno da apripista a questa ouverture, mentre in sottofondo si percepisce il candido suono della pioggia battente che scroscia a terra, copiosa. Libera, sorprendentemente leggera e non vincolata ad anacronistiche ed inutili classificazioni settoriali di genere la nostra mente fa, così, un salto all'indietro nel tempo di quasi mezzo secolo e, attraversato l'Atlantico, si dirige verso la California di inizio anni settanta, quando un quartetto di brillanti ragazzi amanti della poesia romantica consegnò all'immortalità un pezzo clamoroso quale Riders On The Storm, introdotto dalla stessa atmosfera incantata creata dall'effetto del tintinnio della pioggia durante un temporale estivo. I primi quarantacinque secondi sono quanto di più romantico e nostalgico si possa immaginare in apertura di un album e consentono all'ascoltatore di vivere emozioni incontenibili e sentimenti travolgenti sulla propria pelle. Gli animi più sensibili, probabilmente, non saranno immuni dal versare qualche lacrima tale e tanto è il trasporto emozionale che si percepisce durante l'ascolto. La batteria fa la sua comparsa quando siamo poco sotto al minuto e innalza, inevitabilmente, i ritmi della contesa, sempre permeati da una pesante coltre oscura di lutto e di angosciose sofferenze. Sfumata, appena accennata ecco la voce naturalmente bassa e cavernosa di Niilo, assolutamente perfetta per un simile contesto, pronunciare le uniche parole contenute in questa opener: "When it rains, it pours like hell". "Quando piove, si riversa come all'inferno" sono termini che esprimono tutta l'epicità e la solennità del momento, il distacco terreno e doloroso da una persona cara viene, così mirabilmente, ambientato tra i boschi odorosi sulle splendide rive di uno degli innumerevoli laghi che costituiscono il territorio nazionale finlandese. La seconda porzione del pezzo, nella quale entrano in scena pure le due chitarre principali che si stagliano massicce sopra ad un unico riff, sembra assumere i connotati di una triste ma rispettosa marcia funebre tradizionale. La malinconia e la tristezza, inizialmente avvertite come un nodo soffocante alla gola, lasciano il posto a più rassicuranti sensazioni di pace dei sensi e di serenità estatica, raggiunta nel momento fatale in cui ogni uomo si presenterà fatalmente all'ingresso del Paradiso. Malinconia e nostalgia, peraltro insite nell'animo di tutto il popolo finlandese fin dalla nascita, stati d'animo costantemente permeati da un alone di fatalismo e di caducità delle cose terrene che accompagnano tutti gli abitanti della terra dei mille laghi, dominano incontrastate. Una intro assolutamente indimenticabile e che farà scuola, dal momento che sette anni dopo i connazionali, validissimi ed affini Omnium Gatherum riprenderanno ed amplieranno di una cinquantina di secondi quanto contenuto in The Gale nella loro, formidabile Luoto, opener interamente strumentale posta in apertura del riuscitissimo Beyond.

Mortal Share

Si entra decisamente nel vivo con la successiva "Mortal Share (Condivisione mortale)", scelta dalla band come singolo promozionale dell'album e per la quale è stato girato pure un oscuro e claustrofobico video di lancio. Nello stesso il protagonista principale vive un angoscioso incubo che lo conduce fin sull'orlo della pazzia, salvo poi risvegliarsi di soprassalto con l'animo ancora scosso e profondamente turbato. Viene riproposto l'indovinato contrasto tra la traccia di apertura, lenta, malinconica e arricchita da atmosfere tipicamente gloomy ed il brano immediatamente seguente, diretto, secco e gustosamente violento. I riff convincono fin da subito e sono in grado di trasmettere la giusta dose di carica nell'ascoltatore, ulteriormente incuriosito da un marcato, succulento retrogusto thrash di ottantina memoria. L'ormai tipico, discretamente riconoscibile urlo a perdifiato del singer ci catapulta, definitivamente, nel cuore del brano. L'incedere del quartetto è sicuro e sostenuto, la sezione ritmica, potente e granitica, trova il giusto bilanciamento con le melodie che vengono intessute a mano a mano che la trama si dipana e si svela a noi. La batteria pesta con decisione sui piatti e regala una sezione di drumming veramente eccellente, quando abbiamo da poco superato il primo minuto: il salto in avanti, rispetto al precedente lp, appare subito evidente. Hirvonen prende il coraggio a due mani, il suo sound risulta più maturo, pieno e consistente, meglio oliato nel meccanismo Insomnium rispetto a quanto ascoltato in passato. La timbrica di Sevanen ha acquisito, rispetto agli esordi di quattro anni prima, una buona dose di carisma e personalità, il ché consente lui di sviluppare una interpretazione maggiormente personale e discretamente sentita, a livello di trasporto emotivo. Le reminescenze di questa prima traccia "effettiva" possono essere trovate negli immancabili Dark Tranquillity per quanto riguarda la sezione ritmica, mentre la già citata componente lirica, così potente ed epica nella sua narrazione, strizza l'occhio al colossale vichingo Johan Hegg, leader degli Amon Amarth. Al minuto 02:24 le cose mutano piuttosto improvvisamente allorquando viene inserita la componente elettronica, con la finalità di spezzare per un momento la tensione che avevamo accumulato nei primi 120 secondi. In questo frangente i modelli di riferimento cui tendono gli Insomnium sono i connazionali, inarrivabili, Amorphis di Tales From The Thousand Lakes ed i Kalmah di SwamplordSevanen torna ad esibirsi con voce flebile, soffusa dopo il terzo minuto, pur senza arrivare ad un parlato vero e proprio, prima che si riprenda a correre di ottima lena verso la conclusione del pezzo, dopo quattro minuti esatti. Probabilmente una delle tracce più riuscite dell'intero lotto, relativamente semplice a livello di strutture portanti e che non si dilunga eccessivamente in chissà quali iperbolici giri di chitarra ultratecnici. Da un punto di vista lirico viene proposta la diatriba tra gli essere mortali, destinati, un giorno, a perdersi nell'oblio più assoluto, e gli dei immortali, potenti e dominanti su ogni cosa perché purificati dal loro peccato originale che dimorano nell'alto dei cieli. Nelle loro abitazioni celesti il sacro ed il divino riposano in maniera serafica, l'intramontabile ed il sublime condividono gli stessi spazi. Io, che ancor non godo di questi privilegi, sogno di dormire in mezzo ad una grandiosa luce di stelle, molto al di sopra della sfera mortale, oltrepassando di gran lunga questo mondo che non accenna un attimo a smettere di versare lacrime. Tuttavia è troppa la distanza che mi separa dagli abitanti delle alte sfere celesti, nessuno è in grado di rispondere alle mie domande, nessuno che si possa prendere realmente cura di me stesso. Gli esseri immortali intonsi siedono, in trionfo sui loro troni bruniti, i loro occhi sono ardenti e le volte celesti si estendono ai loro piedi, sconfinate. Senza provare alcun dolore gli dei trascorrono le loro giornate tra odorosi boschetti di conifere, certi della loro eternità priva di ulteriori patimenti futuri. Ma noi che siamo dall'altra parte della barricata dove possiamo appoggiare la nostra testa per riposare evitando di farci del male?dove troveremo riparo nel momento in cui la notte calerà su noi stessi? Assolutamente grandiosi, nella loro solennità risultano essere gli ultimi versi che ci vengono proposti. All'uomo non resta altro da fare se non imboccare il sentiero oscuro, con il concreto rischio di inciampare nel buio e nella necessità di muoversi simili ad animali randagi tra polvere e cenere: essi appaiono simili a fantasmi dimenticati alla deriva nel vento, come l'acqua che precipita in maniera fragorosa dalla scogliera più alta e scoscesa anch'essi affondano in un immenso turbine che li porta a svanire, infine, nell'ignoto. 

Drawn To Black

"Drawn To Black (Disegnato in Nero)" si muove, viceversa, su cadenze più lente e ragionate e si sviluppa per ben sei minuti complessivi. Le chitarre prendono subito il sopravvento con riff circolari ed eleganti, non si percepisce la furia devastatrice che ci aveva accolto nel precedente pezzo, gli Insomnium desiderano prendersi qualche istante in più per architettare al meglio le idee scaturite nell'elaborato processo di songwriting. Sevanen non sarà di certo il miglior vocalist sul mercato né il più originale, egli è, però semplicemente il cantante perfetto per questa band: grazie alla sua notevole capacità di pescare dalle tonalità più basse e cavernose che si possano immaginare, è in grado di conferire la giusta dose di atmosfera ad ogni singolo pezzo, specialmente quelli più calmi e regolari. Efficace si rivela pure il brillante coro centrale, (il vocalist Sevanen, a riguardo, cita addirittura gli svedesi Abba come riferimento), che incontriamo, per la prima volta, attorno al secondo minuto. Qui viene riproposta l'alternanza tra il parlato sottovoce ed il growl tenebroso e potente, vero marchio di fabbrica in casa Insomnium, a maggior ragione nella prima parte della loro carriera. Intrecciamo, ora, la descrizione della sezione ritmica con quella lirica perché qui è necessario approfondire il discorso. L'intero coro centrale, infatti, ripercorre nella sua interezza il breve poema ottocentesco dell'autore inglese Francis William Bourdillon intitolato The Night Has A Thousand Eyes. La perfetta trasposizione in musica dei concetti alti, puri espressi in poesia non poteva venire da altro gruppo se non da quello originario di Joensuu che, sempre e pure nel proseguo dell'album in oggetto, troverà motivo di ispirazione dai massimi esponenti della lirica poetica quali HolderlinPoe ed il connazionale Eino Leino, considerato il padre della letteratura nazionale finlandese. Ciò non deve essere inteso, negativamente, come una facile scorciatoia per ovviare ad una carenza a livello di concetti da esprimere, ma come un coraggioso tentativo di miscelare due tra le più nobili ed antiche arti che il genere umano conosca. Lo stesso Sevanen, peraltro, abbiamo già ricordato in un nostro precedente articolo, si divideva tra la musica e la letteratura negli anni del liceo con un piccolo lavoro come bibliotecario ed è stato anche autore di un apprezzato e premiato breve racconto epico, di cui avremo modo di parlare più approfonditamente in uno dei nostri prossimi lavori. Un raffinato intermezzo acustico viene collocato a partire dal minuto 02:33: le chitarre si fanno più ariose e gli scenari si aprono dinanzi ai nostri occhi, la batteria non sbaglia un colpo, posizionandosi su un mid tempo discretamente sostenuto, mentre i sintetizzatori e le tastiere arricchiscono di un elemento di novità, (gradito o meno starà a voi deciderlo), il modus operandi dei nostri. Dopo il secondo passaggio dal refrain portante, siamo al minuto 04:07, i toni vengono, nuovamente, smorzati con abilità e tocca al singer della band ripeterci sotto voce parole di grande forza e di un impatto dirompente: "Only the stars see, only the moon hears". "Solo le stelle vedono, solo la luna sente" ci portano letteralmente a toccare il cielo con un dito, veniamo proiettati all'interno del paesaggio boscoso dipinto in copertina e restiamo ad ammirare, a bocca aperta, i corpi celesti sopra le nostre teste. Con cognizione di causa e senza forzare la mano i quattro ci conducono, così, in chiusura di brano, anche se ad onor del vero l'ultima porzione avrebbe potuto essere accorciata di una trentina di secondi per renderla più dinamica e leggera. Simili passaggi melodici, di assoluta raffinatezza e dal fascino ammaliante, possono essere facilmente accostabili a quanto mostrato, qualche anno prima, dai connazionali Eternal Tears Of Sorrow, mentre la sezione lirica risulta abbastanza simile a quanto già ascoltato nel precedente lp Since The Day It All Come Down e sono presenti pure gli immancabili riferimenti al formidabile Mikael Stanne, icona internazionale del trasformismo sonoro. La notte ha, dunque, mille occhi, il giorno solo uno, la luce di un mondo che sta andando in rovina crolla definitivamente dopo il tramonto. La mente ha mille occhi, il cuore uno soltanto, la luce di una vita intera perisce nel momento in cui svanisce l'amore. Restiamo così soli, avvolti da un buio impenetrabile, incapaci ormai di sognare alcunché e, viceversa, tormentati da assillanti incubi che non ci lasciano un attimo. Inutili le promesse fatte, vani pure i voti di fedeltà espressi un tempo, i baci che abbiamo ricevuto covavano una serpe al loro interno che, prima ci ha abbagliato di una luce fugace, illusoria e fallace e poi ci ha lasciato al buio, a contemplare i nostri demoni più spaventosi. Candidamente le ninfee ora sospirano e sembrano prendere parte al nostro dolore, i respiri si fanno ansimanti ed affannosi, ognuno dei quali potrebbe essere tranquillamente l'ultimo che emettiamo su questa terra. Pietre nere, fredde e levigate dal corso del tempo stanno sotto ai miei piedi scalzi, il silenzio che avvolge questa sponda rimbomba più forte del boato di una tempesta imminente in arrivo. Per sempre è perduta ogni speranza di felicità. Dopo un trittico iniziale decisamente convincente e pure piuttosto sfaccettato nelle sue sfumature, la band sembra improvvisamente smarrire il filo del discorso e finisce per impantanarsi nelle sabbie mobili di un melodic death  abbastanza banale e scarsamente originale. La sezione centrale dell'album, infatti, sarà caratterizzata da brani che, pur nella loro linearità compositiva ed esecutiva, recheranno con sé lo sgradito aroma del già sentito, del superato, essendo, per larghi tratti, sostanzialmente riproposizioni di quanto fatto sentire 24 mesi prima nel precedente lp, o reinterpretazioni in chiave moderna di modelli canonici per il genere, (e pure già ampiamente abusati in giro per il mondo), introdotti una decina di anni prima dalle parti di Gothenburg e dintorni. Ecco che emerge, una volta di più, la non completa maturità dell'ensemble scandinava, imbavagliata ancora in canovacci di assoluta routine ed incapace di ritagliarsi finalmente l'abito confezionato su misura per le proprie forme e secondo i propri desideri personali.

Change Of Heart

Si comincia, dunque, con "Change of Heart (Cambiamenti del cuore)", un brano il cui testo, come facilmente intuibile, narra i patimenti e gli aneliti di due giovani innamorati e che, musicalmente parlando, si sviluppa per quattro e minuti e trenta secondi, senza aggiungere alcun elemento fondamentale alla proposta sonora dei nostri. L'inizio è scandito da un dolce e soffuso arpeggio che riprende i primi istanti dell'intero album, la capacità della band di disegnare atmosfere plumbee e nostalgiche è certamente innegabile, anche se, a lungo andare, inizia a farsi un tantino stucchevole. Le chitarre lanciano il loro grido di battaglia quando abbiamo appena superato il trentesimo secondo, la batteria esplode nella sua potenza dirompente e si conferma essere la componente strumentale più maturata nel corso degli anni. Certo, per chi ha sempre considerato il melodic death metal come un insipido e melenso filone metallico degenerato ben presto nella più bieca, (ma redditizia), operazione di marketing commerciale, questi riff così elementari e semplici nel loro sviluppo e queste improvvise aperture ariose e delicate potrebbero risultare del tutto anonime o scialbe, ma è altrettanto innegabile dover ammettere che gli Insomnium, lungi dal voler rivoluzionare il genere e, probabilmente, incapaci di inserire chissà quale elemento di novità mirabolante e sensazionale all'interno della loro proposta, sanno svolgere egregiamente il loro lavoro e dimostrano una totale dedizione alla causa e una preparazione tecnica non indifferente. Elegante, ma non trascendentale, lo stacco acustico inserito al minuto 02:06 e che si protrae, tra sfuriate di chitarre e discreti inserimenti elettronici per sessanta secondi esatti, prima di imbatterci nuovamente nel profondo growl di Sevanen che ci riporta al centro della narrazione. Proprio queste frizzanti spruzzate di tastiere e sintetizzatori, comunque relegate in secondo piano e mai eccessivamente invadenti, contribuiscono, in parte, a rendere il sound più gagliardo e dinamico. Meritevole, in questo senso, il lavoro svolto dal talentuoso Aleksi Munter, certamente musicista fatto e finito e non una semplice comparsa, come testimoniato, peraltro, dalla sua già citata decennale esperienza con la band degli Swallow The Sun che andrà sviluppandosi nel corso degli anni a venire. Si avverte, tuttavia, la sensazione del "vorrei ma non posso": la soluzione principale adottata dai nostri è quella di alternare un cantato ferale ed aggressivo ad un parlato soffuso, quasi dimesso, il tutto, ovviamente, debitamente accompagnato dal suono delle due chitarre guida, capaci in pochi istanti di modificare le proprie coordinate stilistiche, ben supportando e spalleggiando il valido vocalist Niilo. Forse anche incentivata dalla label produttrice, soddisfatta dei risultati ottenuti con i primi due album e timorosa di perdere una formazione ormai in rampa di lancio verso altri lidi, la band palesa fin troppa docilità, un briciolo di audacia in più, certamente non avrebbe guastato ed avrebbe, viceversa, contribuito a rendere maggiormente accattivante la song in questione, probabilmente una di quelle che meno si ricorderanno all'interno di Above The Weeping World. La sezione lirica, curata per l'occasione dal chitarrista Friman, descrive lo sbocciare ed il successivo decadimento di un sentimento di amore durante il corso delle quattro stagioni dell'anno. Il tutto prende le mosse con l'arrivo della primavera, il momento ideale in cui i cuori di due innamorati divengono uno solo, sotto ad una lussureggiante betulla in fiore il vento alimenta il fuoco della loro passione amorosa appena scaturita. Trascorsero, così, settimane felici, i mesi si susseguirono uno dopo l'altro ed il vento crebbe, progressivamente, di intensità fino ad assumere i connotati di una vera e propria tempesta, il fuoco si stagliò impetuoso nel cielo, senza più controllo. I due innamorati si spinsero troppo in là, travolti da una adorazione reciproca fattasi morbosa e continuamente alimentata da folate impetuose divenute ora, fredde e pungenti e dalle fiamme ardenti del desiderio. Troppo dissimili l'una dall'altro, sin dall'inizio, un destino già scritto nelle stelle che non era quello comune comportarono, ben presto, un drammatico cambiamento nei loro cuori. La pioggia dell'autunno, battente, incessante, ha diviso le loro strade, ha ricoperto i loro corpi della solitudine dei cuori, ha ammantato i loro volti della tristezza più cupa. Del resto l'insegnamento più pregnante, una sorta di massima dottrinale con la quale il testo volge al termine, ci viene offerto, anche in questo caso, dalla natura: Il fuoco non può essere domato con il vento, né esso può venire soppresso dalle fiamme. Provando a fondere il bianco con il nero non si otterrà nulla di più se non un malinconico, nostalgico e tenue color grigio. 

At The Gates Of Sleep

"At The Gates of Sleep (Alle porte del sonno)", nella sua globalità sarebbe anche un'ottima traccia, sostenuta da un riff portante tra i migliori del lotto e permeata dalle caratteristiche atmosfere languide e melanconiche, tipicamente Insomnium style. La questione principale, semmai, è legata alla poca longevità del brano in oggetto: il tutto sembra, infatti, ridursi alle solite strutture ritmiche che ormai la band ci propone fin dal sorprendente debutto datato 2002. Traspare evidente, a nostro giudizio, un calo di ispirazione a livello di songwriting, sopraggiunto a metà album per Sevanen e soci: non si può parlare di veri e propri passi falsi, ma nemmeno la canzone posta in quinta posizione all'interno della tracklist riuscirà ad emergere in maniera preponderante sul resto della concorrenza. Tutto ciò influirà sulla persistenza dell'album stesso: già ad un primo ascolto le tracce tendono ad assomigliarsi abbastanza l'una all'altra finendo per svanire, piuttosto rapidamente, dalla mente degli ascoltatori una volta che le note avranno cessato di risuonare dal nostro stereo. Ecco dunque il canonico inizio blando e soft a cui fa seguito una decisa, ma sempre controllata sfuriata adrenalinica delle due chitarre principali. Al minuto 01:07 troviamo uno dei primi assoli in assoluto dall'inizio dell'album: una quindicina di secondi appena, funzionali ad introdurre l'ingresso sulla scena del frontman, finalmente qui calato subito nella propria parte e non impegnato nell'arcinoto urlo leonino a perdifiato. Hirvonen percuote con decisione i piatti della propria batteria: il drumming è solido, ben impostato tecnicamente e trasuda una acquisita maturità che ancora non avevamo imparato a conoscere. Il momento per l'introspezione e la riflessione arriva al minuto 02:32, ma in questo caso è assai limitato quanto a durata complessiva perché, appena una quindicina di secondi dopo, la band torna a pestare con forza il piede sull'acceleratore. La melodia di base, squisita nella sua armoniosità, sembra essere scaturita come un riuscito incrocio tra quanto proposto nei precedenti due full length: epiche impennate verso l'alto, che strizzano l'occhio pure al miglior viking della tradizione svedese, si alternano a ragionati momenti cadenzati scanditi da melodie trasognanti, passionali atmosfere invernali tipicamente nordiche, facilmente assimilabili al filone del gothic-doom metal. Ecco, dunque, che la batteria rallenta i tempi del suo assalto sonoro al minuto 04:06, per quello che, a prima vista, sembrerebbe essere il finale classico per una onesta traccia di melodic death metal moderno. Contro le nostre previsioni, invece, la band si affida ad una malinconica chitarra acustica che detta nuove armonie per una quarantina di secondi di sicuro effetto: il tiro della canzone ricomincia a spostarsi verso l'alto quando siamo poco oltre il quinto minuto. La tensione torna a salire e con essa pure il pathos in chi ascolta, anche se ad essere onesti un simile reiterato saliscendi di suoni sembrerebbe evidenziare pure una certa qual confusione di fondo su che direzione far assumere al pezzo stesso, (oltre che a suonare come assolutamente già sentito, sulla scia dei sempre presenti Dark Tranquillity del nuovo millennio). Nell'ultima porzione i riff di chitarra si intensificano a poco a poco fino a degradare completamente quando è da poco stato oltrepassato il settimo minuto. Una canzone che certamente avrebbe fatto la fortuna di numerose altre band debuttanti, ma trattando noi una formazione giunta al terzo studio album, non possiamo esimerci dal giudicarla come fin troppo derivativa ed ondivaga, pur essendo ben distante da quello che può definirsi un autentico flop. Questa volta Sevanen torna nella triplice veste di vocalist, bassista e compositore unico e trova ispirazione, manco a dirlo, nella natura più aspra, incantevole e selvaggia della propria terra natale. Sotto ad un cielo disgraziato, egli ci accoglie per ascoltare il silenzio della notte, interrotto solo dal sibilo del vento che si insinua tra gli abeti, un morbido tappeto di foglie umide per la rugiada sarà il nostro letto per questa notte. Una melodia lenta e triste ci accompagna per i boschi della Finlandia, persino il mormorio degli alberi risuona mesto e sommesso tra le valli. Facciamoci forza, però, perché è questo il momento in cui dimenticare l'angoscia ed il dolore, il tempo di lasciarci alle spalle fatiche e travagli è arrivato, proprio qui ove l'acqua ed il cielo si specchiano reciprocamente nel loro candore, dove anche il più innocente dei bambini è portato a mentire di fronte a cotanta bellezza naturale. Nella calda carezza della notte, distante dai tradimenti e dalle falsità del mondo attuale, lontano dalla potenza del cielo sopra le nostre teste troviamo ristoro consolatorio chiudendo gli occhi assonnati e dormendo fino all'alba. La notte ci porta un conforto pressoché totale, la serenità d'animo è profonda in noi al punto che desideriamo dormire per sempre, i fantasmi che agitavano il nostro animo svaniscono nelle oscure tonalità della notte perenne. I sogni fatti stando distesi tra oliveti ormai morti hanno per noi un dolce retrogusto di pace ed armonia interiore, siamo cullati dall'abbraccio della notte che ci allontana dal tedio terreno quotidiano. Dimentichiamo, quindi, i dolori del nostro cuore, provato da tali e tanti patimenti, e continuiamo a sognare serenamente al'ombra di abeti rossi. L'oscurità, (e la natura), ci sono amiche e ci portano sollievo nel momento di maggior bisogno.

The Killjoy

"The Killjoy (Il guastafeste)" risolleva abbastanza le sorti di un album che rischiava di trascinarsi verso la sua conclusione tra qualche sbadiglio di troppo e consente di introdurre degnamente un ultimo, decisivo cambio di rotta da parte della band che, grazie ad un trittico finale di assoluto rilievo, consentirà noi di poter esprimere un giudizio tutto sommato lusinghiero nei confronti del lavoro, valutato nella sua globalità. La sezione strumentale classica, (coppia di chitarre e batteria), ritrova un discreto stato di forma fin dalle battute iniziali: il sound risuona energico e vigoroso, anche debitamente supportato da un buon lavoro in fase di produzione, la freschezza giovanile che pareva essere venuta meno nelle precedenti due tracce, torna ad aleggiare copiosamente a partire dalle prime note che incontriamo sul nostro cammino. La narrazione lirica viene ottimamente inserita all'interno di un contesto dinamico e non tedioso e l'incedere della band, finalmente, torna a farsi incalzante e serrato in tutte le sue componenti. Distanziandosi da quelle sonorità chiuse ed opprimenti tipiche del cosiddetto sorrowful melodic death metal, gli Insomnium emergono nuovamente sotto il profilo del carattere e della personalità e lasciano intravvedere tutto il loro potenziale, ancora in parte inespresso. Da segnalare, una volta di più, il frizzante lavoro alle tastiere, moderne ed accattivanti nella loro funzione di accompagnamento, ottimamente integrate in un tappeto sonoro potente ed oscuro come non si sentiva da diversi minuti a questa parte. Si viaggia lanciati come un treno in corsa fino al minuto 03:40 quando i ritmi divengono più sfumati e delicati ed incontriamo nuovamente la voce parlata del frontman. Nuova, debordante accelerazione scandita dal rullare della batteria al minuto 04:20, ad aprire un ultimo minuto veramente eccellente nei suoi contenuti, in cui si segnala pure una fugace apparizione del basso esattamente al minuto 05:00. La band conferma tutta la classe, già intuita nei precedenti due dischi, nel confezionare outro davvero lodevoli, transizioni acustiche mai banali e di assoluto spessore musicale. Lodevole e pure riuscito a livello di esecuzione prettamente tecnica il tentativo da parte della band di rendere più duro e compatto il proprio sound, i modelli di riferimento esulano, in questo caso, dal vecchio Continente e si spostano verso gli Stati Uniti più cattivi ed intransigenti, gli arrangiamenti sono fastosi e ricchi, gli orizzonti si aprono a possibili, interessanti future evoluzioni sperimentali, (in realtà in seguito mai sviluppate a dovere da Friman e compagni). Il comparto lirico è incentrato, pure in questo frangente, su tormenti amorosi e sulla caducità della vita stessa. Conoscere l'amore significa essere costretti a sperimentare pure il dolore, farsi del male e poi, una volta spente le luci e consumato tutto il tempo a nostra disposizione, pentirsene amaramente. I sogni di ogni uomo giacciono, inermi, sulla sabbia, in attesa che alte maree in arrivo li spazzino via senza possibilità di replica, solo colui che è folle conserva in sé la speranza della gioia. Siamo costretti ad ingabbiare il nostro orgoglio ferito, il viso arrossisce per la vergogna provata, ammettiamo, non senza difficoltà, la nostra sconfitta esistenziale. L'allegria presto si tramuterà in tristezza, inutile e deleterio illudersi ancora, il disprezzo saturerà i desideri di ognuno di noi. L'avvertimento che ci viene offerto nella penultima stanza è lapidario: meno speranze coltiviamo, meno sofferenze postume avvertiremo in noi stessi, la fiducia che abbiamo riposto negli altri è destinata a crollare fragorosamente da una altura e a frantumarsi in mille pezzi. Quando tu sei venuto qui con ali carbonizzate ed un cuore contaminato, non hai avuto per me né parole di consolazione né provato compassione alcuna, solo un sorriso beffardo ed ironico in segno di saluto. Va segnalata, infine, la discreta presenza di Antti Haapanen, leader dei connazionali Noumena e che ritroveremo pure nella traccia conclusiva, in qualità di backing vocals.

Last Statement

E' ora la volta della lunga ed interessante "Last Statement(L'ultima dichiarazione)", candidata di diritto ad occupare una delle prime tre posizioni del podio ideale di questo Above The Weeping World. La band mostra una maggiore dinamicità ed un insospettabile senso per il teatrale, una sorta di sarcasmo ad effetto non facilmente immaginabile in chi proviene dal freddo e gelido profondo nord. La traccia in oggetto è, infatti, aperta da una intro davvero canonica e a tratti perfino noiosa. I primi riff che vengono proposti sono quanto di più scontato e stucchevole si possa immaginare da una band che suoni un certo tipo di melodic death metal. Tuttavia la tensione che si viene accumulando cresce progressivamente, ed inesorabilmente, di pari passo con una massiccia e convincente prestazione vocale da parte del singer Niilo, (specie nelle sezioni pulite, mai così ben interpretate come in questo caso e ulteriormente messe in risalto da un eccellente lavoro in sede di produzione). Non deve sorprendere, a riguardo, che Sevanen dia il meglio di sé anche perché sgravato della responsabilità della stesura del testo e degli arrangiamenti dal collega ed amico Friman. Le inflessioni di natura prog si fanno sempre più marcate e ciò influisce in maniera decisamente positiva sulla resa globale del pezzo, (il trittico finale, non a caso, sarà un crescendo continuo di emozioni fino a raggiungere il climax massimo nell'ultima, sensazionale traccia proposta). Il coro centrale, accompagnato da una sezione lirica di grande impatto che analizzeremo in seguito, è collocato esattamente al secondo minuto e si configura quale uno dei più riusciti in assoluto nel corso della carriera dei nostri; i riff inizialmente oscuri e tenebrosi esplodono, ora, in tutta la loro forza facendosi luminosi e spumeggianti, la band schiuma rabbia ed energia ma dimostra di essere in grado di tener sempre la situazione sotto controllo, la violenza del refrain centrale non è fine a sé stessa, non è un mero esercizio di stile in quanto tale, ma risulta funzionale ad acuire il contrasto con le porzioni più melodiche presenti nel brano stesso. Non veniamo smentiti, infatti, dal momento che al minuto 02:14, grazie ad un virtuosismo tecnico non indifferente, il baricentro della canzone si sposta, in un attimo, su ben altri lidi sonori. Ecco che i riferimenti agli incredibili primi lavori della band capeggiata da Mikael Akerfeldtemergono in maniera più nitida: le tastiere confezionano un intermezzo barocco di una trentina di secondi davvero di gran pregio che non disdegna qualche, (limitata), assonanza pure con le fastose ed imponenti orchestrazioni architettate da Sotiris Vayenas con gli ellenici Septicflesh. La sezione centrale scorre via dinamica e fluida, simile ad un fiume in piena, ben accompagnata da un drumming quanto mai solido e privo di fronzoli. Gli ultimi tre minuti abbondanti sono, certamente, tra i migliori in assoluto dall'inizio dell'album. I riff di chitarra si biforcano in più direzioni lasciando che siano le emozioni più autentiche a suggerire i momenti in cui piazzare sontuosi stacchi melodici. L'assolo che viene inserito al minuto 05:07, senza peccare in presunzione, funge da perfetto grimaldello per scardinare gli ultimi 120 secondi, grandiosi nella loro epicità e coinvolgenti fino all'ultimo istante. Ancora una volta, contrariamente a quanto avverrà nel proseguo della carriera discografica della band, gli Insomnium offrono il loro meglio sulla lunga distanza, quasi a voler dimostrare che il loro spirito giovanile, a suo modo dinamico e frizzante, il loro essere persone discrete ma dotate di una sensibilità fuori dal comune, non siano facilmente contenibili in brani della durata canonica di quattro o cinque minuti, (ulteriore riprova di ciò la avremo tra poco nella lunga, maestosa suite finale. Friman, autore unico sia delle musiche che del testo, si conferma squisito compositore neoromantico e tratteggia alcuni dei versi più belli che mai si siano letti in ambito melodic death metal. Il protagonista delle vicende narrate si adagia, sconsolato, lungo le rive di un fiume, nel momento in cui le ombre si allungano nella valle ed il sole va lentamente morendo dietro i monti. Le ore, per lui, si stanno esaurendo, il destino, comune a tutti gli uomini, è quello dell'oblio che tutto parifica, la libertà, un tempo tanto sognata, si dimena ora, tra pesanti catene metalliche che non accennano a mollare un attimo la loro presa. Un tempo passato i secondi parevano eterni, ora invece l'amara realtà che egli è costretto a constatare è quella degli anni che sono passati troppo in fretta, solo l'azzurro del cielo ed il verde dei prati saranno eterni a questo mondo. Quasi inatteso ecco sopraggiungere, poi, un cambio di prospettiva che ci sorprende non poco: attraverso il dolore e la paura egli ha superato una pioggia talmente intensa da farsi tempesta, ha fatto pace con il mondo, è risorto a vita nuova. La carne dell'uomo deperisce in fretta, ma lo spirito, quello forte ed indomito, è destinato a rimanere sulla Terra per sempre, l'amore verso il prossimo mai si esaurirà. Addirittura formidabili, sono le ultime due terzine in cui, a testamento spirituale di un uomo la cui ora fatale sta per giungere, si chiede di onorarne la memoria accendendo una candela di suffragio. 

Devoid Of Caring

Nessuno può dirsi vittorioso in questa notte, nessuno chiude i conti con il proprio passato abbandonando questo mondo. Siamo quasi giunti all'apice massimo di questo full length, non prima, però, di imbatterci in "Devoid of Caring (Privo di cura)", ottimo episodio caratterizzato da un mid tempo piuttosto sostenuto ed aperto da sonorità le cui affinità con gli In Flames del periodo Colony - Clayman risultano abbastanza evidenti. La melodia tratteggiata per noi dal fido Ville Friman  procede, così, con fare sicuro e con un passo discretamente spedito, i riff sono muscolosi e potenti quanto basta, il drumming è consistente, corposo come tradizione richiede per il genere. Ancora una volta eccellente risulta essere il lavoro in sede di produzione: i suoni, emergono, infatti, in assoluta nitidezza e senza distorsione alcuna, le linee strumentali guida sono facilmente individuabili anche per i meno esperti, ogni singolo componente della band svolge egregiamente il proprio compito, senza prevaricare in alcun modo i compagni. Nello specifico si segnala una felice e riuscita alternanza tra le porzioni in cui a predominare sono le due chitarre e quelle in cui a farsi maggiormente sentire è la batteria di Hirvonen, uno splendido esempio di equilibrio musicale e di sostegno reciproco. Gli Insomnium, prima ancora che essere validi musicisti, sono amici nella vita sin dai tempi dell'adolescenza, i lunghi e rigidi inverni trascorsi nella selvaggia natura finlandese hanno contribuito a costruire prima e a fortificare poi fidati e sinceri rapporti interpersonali e questa armonia emozionale si trasmette, inevitabilmente, anche nelle melodie architettate in studio. Uno dei momenti più interessanti lo troviamo a partire dal minuto 03:05, allorquando la tensione accumulata fino a quel momento viene stemperata da cadenze meno invadenti: le note si liberano nell'aria circondate da un'aurea di epicità, quasi magica e le atmosfere divengono grandiose, solenni. Il fugace e schivo assolo di chitarra al minuto 04:25 impreziosisce ulteriormente il finale e conferma la ritrovata vena creativa della band, quasi a voler far intendere che il calo incontrato nella sezione centrale dell'album fosse una scelta in qualche modo voluta, ragionata ai fini di conferire maggior forza ed un impatto acustico assolutamente devastante agli ultimi tre pezzi inseriti in tracklist. La formazione scandinava avrebbe, così, potuto spazzare via l'intera concorrenza europea se solo fosse stata in grado di mantenere la stessa energia e la medesima vitalità mostrata in principio e in coda all'lp, ma probabilmente decise di rimandare la definitiva consacrazione a tempi più propizi e nelle modalità che meglio ritenne opportune, (un remunerativo contratto con Century Media Records, in questo senso potrebbe essere stato un valido aiuto per i nostri beniamini). Funziona pure il growl di Sevanen, maschio e grintoso come nella miglior consuetudine nordica, (Hegg Kokko), i modelli di riferimento facilmente individuabili in questo frangente specifico. La sezione lirica è curata, per l'occasione dall'altro chitarrista, quel Ville Vanni di recente fuoriuscito dalla band tra il dispiacere e lo stupore generale di un gran numero di fan che ne avevano imparato ad apprezzare le squisite doti sia tecniche che umane, nel corso degli anni. La disperazione e la solitudine dell'animo sono gli elementi di base su cui viene impostata la narrazione: siamo resi partecipi, grazie all'uso di parole dotate di un grande lirismo e di un notevole gusto per il romanticismo più raffinato, del dolore immenso che si prova quando si perde la donna amata. Le notti sono interminabili nel loro trascorrere, le ore si susseguono una dopo l'altra e ci trafiggono il cuore come lame taglienti, pesanti nuvole grigie hanno coperto il cielo sopra di noi, il sole è stato oscurato dal nero del lutto che ci ha colpito quando più eravamo deboli e sensibili. La grazie e la delicatezza della donna amata, ancora traspare, a volte, in tutto il suo candore attraverso nuvole corrucciate che paiono meditare intensamente, la sua immensa luce, tuttavia, non è più in grado di illuminare il nostro volto perché troppo lontana da noi, troppo spessa la coltre di grigiore e di sofferenza che deve superare per giungere a riscaldare il nostro viso, una volta ancora soltanto. Così ho desiderato isolarmi dal resto del mondo, lontano da pensieri così angosciosi, distante dall'altrui vivere ho impostato il mio primo autunno senza di lei, senza le sue amorevoli e premurose cure ho voluto trascorrere ore al buio nel suo ricordo fatato. La sua immagine, un tempo audace nella bellezza giovanile, è ora solo una cicatrice profonda e priva di luce, i ricordi lieti una ferita aperta che non ha possibilità di essere rimarginata. La nostra preghiera ultima, destinata a rimanere inascoltata, è quella di poter averla ancora al nostro fianco, ora, siamo disposti a lasciare incompiute le azioni che ancora ci restano da compiere in vita, possiamo perfino rinunciare al dono della parola pur di trascorrere, anche un solo istante, scolpito per sempre nell'eternità, insieme a lei. 

In The Groves Of Death

Ampiamente annunciato più sopra, ecco quello che risulta essere, di gran lunga, il momento migliore dell'intero album: "In The Groves of Death (Nei frutteti della morte)" è un brano epico, assolutamente memorabile, di oltre 10 minuti che riporta alla memoria le incredibili atmosfere disegnate dalla title track posta in chiusura del primo album della band, quattro anni prima. Già dall'intro iniziale, di oltre un minuto, si iniziano a delineare i connotati del capolavoro: le note che emergono dalla coppia di chitarre sono consistenti, dotate di un proprio volume tangibile che possiamo toccare con mano e apprezzare in tutto il loro spessore, la melodia portante esula dal "semplice" contesto musicale in cui è inserita per assumere una propria fisionomia fisica ben delineata. Gli Insomnium, ancora una volta, vestono il loro abito migliore, quello di gala, in chiusura di album mettendo in musica, come nessun altro sarebbe in grado di fare nel 2006, le parole del vate poeta connazionale Eino Leino, autore della saga intitolata Helkavirsia, contenente numerosi riferimenti alla mitologia ed al folclore finlandesi dell'antichità. Le soluzioni stilistiche adottate sono dinamiche, fresche, e si muovono splendidamente a cavallo tra AmorphisEternal Tears of Sorrow ed Opeth, ma a farla da padrone sono le emozioni che scorrono libere, inarrestabili per tutta la durata del pezzo. Qui si va travalica il concetto stesso di melodic death metal, ogni tentativo di classificazione del brano risulterebbe riduttivo, la musica come una delle più alte espressioni artistiche che l'uomo conosca è ciò che gli Insomnium vogliono trasmetterci. Primo momento di break al minuto 02:22, una ventina di secondi appena utili a ricaricare delle batterie, che invero sembrano ben lungi dall'essere in fase di esaurimento, e per dettare nuove, sorprendenti cadenze progressive, aperte dalla potente batteria di Markus. Siamo alla soglia dei cinquanta minuti di durata complessiva, ma la band non ha fretta di chiudere la partita e si prende, giustamente e saggiamente, tutto il tempo che ritiene necessario: ecco, dunque, un oscuro e triste inserimento acustico di grande spessore al minuto 04:26. Questa volta esso è ben più corposo del precedente raggiungendo quasi i due minuti di durata ed in cui ritroviamo pure la voce parlata del già citato Antti Haapanen. I riff tornano corposi quando siamo esattamente al minuto 06:09: Sevanen, rinvigorito dal breve timeout di cui ha goduto poco fa, trasuda rabbia per quasi sessanta secondi ininterrotti. Nuovo colpo di scena al minuto 07:14, grazie ad un ulteriore, brevissimo, intermezzo acustico di pochi secondi appena e, poi, di nuovo a correre a perdifiato fino al minuto 08:38. Ora siamo davvero vicini all'epilogo, i ritmi calano nettamente ma lo fanno con grande sobrietà. La pioggia era stata l'elemento naturale con cui l'album si era aperto, oltre una cinquantina di minuti fa, e ad essa spetta pure il compito di chiudere questo lavoro, quale ideale compimento di un circolo che, sostanzialmente, non si era mai interrotto, un tratto di penna tondeggiante durante il quale la matita non si era mai sollevata dal foglio sopra al quale stava marcando, delicatamente, il suo diametro. La sera di una giornata grigia, un giorno tetro è stato quello in cui mi sono smarrito nel silenzio dei sacri abeti, laddove la terra ancora cela il volto delle persone amate. Segue una vera e propria implorazione al padre eterno, citazione letteraria del già menzionato poema epico nazionale finlandese. O Padre, che tu possa udire queste parole: tuo figlio non è fatto per questo mondo popolato dai deboli di cuore e dalle persone logorate dalle preoccupazioni, in questa vita vile e meschina sono stato scagliato, nei boschi spiriti maligni sospirano al mio passaggio, giuro di aver sentito demoni nitrire contro di me, sulle rive di un mare in tempesta. Meglio sarebbe per me rimanere nelle tonalità grigie della penombra, tra una schiera di morti come me, nei frutteti della morte sarei perdonato per le mie menzogne quotidiane, ogni momento non faccio altro che attendere il momento della mia dipartita, io nato come essere fragile dal grembo materno, terrorizzato e disorientato alla vita fin dall'inizio. Per questo ti chiedo di ascoltare il tuo figlio sventurato, (riferimento alla traccia Ill - Starred Son contenuta nel debut album), scaccia via tutte le mie paure una volta per tutte concedendomi una morte austera, nella solitudine eterna avrò così modo di sedermi e pentirmi, la mia vita, per quanto breve, non ha più motivi validi per essere condotta avanti. In queste sale strette ed umili il fascio di luna non rischiarerà il nostro cammino, il sole non splenderà in cielo, le lacrime saranno perfettamente inutili, nessuna risata si sentirà in sottofondo. All'alba di una giornata tranquilla ho fatto una passeggiata nei boschi, la mia mente era finalmente riposata e fantasticava liberamente tra alte rive scoscese e terre selvagge, nella natura più pura. Saluto tutti i giorni che dovranno ancora venire, prendo la vita così come viene.

Conclusioni

Il terzo studio album degli Insomium nel ristretto arco di quattro anni non è ancora quello del salto di qualità definitivo ma, certamente, conferma la band finlandese come una delle realtà di maggior importanza in ambito melodic death metal del terzo millennio. L'album si divide, di fatto, in tre porzioni delle quali la prima e l'ultima sono, senza ombra di dubbio, le migliori: brani come l'opener semiacustica The Gale, il singolo promozionale Mortal Share, la dinamica e, per certi versi sorprendente, Last Statement e l'incredibile, ultima traccia, In The Groves Of Death si candidano, di diritto, ad essere citati come gli episodi più memorabili di questo platter. Tuttavia, il livello medio delle nove canzoni che compongono l'album è piuttosto simile dall'inizio alla fine, certamente abbiamo già segnalato nel corso di questo lavoro che la porzione centrale è caratterizzata da un certo qual immobilismo di fondo e da un calo piuttosto marcato a livello di ispirazione generale, ma va anche detto che manca, all'interno della tracklist, una vera e propria hit, un autentico pezzo da novanta che sia in grado di far riconoscere immediatamente l'album stesso all'ascoltatore medio, a distanza di dieci anni dalla sua uscita. Molte sono le soluzioni che la band adotta che rimandano a modelli musicali indubbiamente di successo ma già superati e non più funzionali al contesto generale entro al quale vengono inserite: i numerosi riferimenti a band del calibro di Dark Tranquillity, In Flames ed Opeth in questo senso non aiutano la longevità globale dell'album che corre, viceversa, il rischio di perdersi tra numerosi altri prodotti ad esso similari nel giro di non molti ascolti. Da un punto di vista musicale menzioni speciali vanno equamente distribuite tra il batterista Markus Hirvonen, finalmente giunto a piena maturità artistica e maggiormente coinvolto nelle dinamiche della band e per il tastierista "esterno" Aleksi Munter capace di tessere, con discrezione, la sua trama elettronica moderna e dinamica, anche per chi, come il sottoscritto, non ha mai visto di buon occhio simili arrangiamenti e campionature. Buona è anche la prestazione offerta dal vocalist Niilo: egli, nel giro di quattro anni, è stato in grado di dare un tocco leggermente più personale alla propria voce, specie nelle sezioni parlate, mentre risulta ancora non facilmente riconoscibile il suo growl, ancorato a prototipi standard per il genere, (Stanned Egg in primis). Splendido, risulta essere, ancora una volta, il comparto lirico: Sevanen e Friman, principali menti compositivi della formazione finlandese, regalano brani dallo straordinario lirismo poetico, i continui riferimenti alla natura della propria terra natale sono curati e precisi nei minimi dettagli, un argomento tragico e solenne, pur nella sua naturalità come può essere la morte, viene trattato con uno squisito tatto gentile ed una delicatezza assolutamente fuori dal comune. Incide, positivamente, sul nostro giudizio finale pure una produzione finalmente degna della fiducia riposta dalla band nella label distributrice: i suoni emergono in tutta la loro forza in maniera cristallina, le singole linee strumentali vengono esaltate nella loro brillantezza esecutiva ed il comparto vocale risuona anch'esso ben definito e nitido, senza venir sopraffatto dal resto della strumentazione tecnica. Promossi senza remore ancora una volta gli Insomnium, dunque, veri e propri alfieri del "modern Melodic Death Metal" e capaci di reinterpretare in chiave personale molti, (ancora non tutti), dei dettami stilistici lanciati dalle parti di Gothenburg un decennio prima.

1) The Gale
2) Mortal Share
3) Drawn To Black
4) Change Of Heart
5) At The Gates Of Sleep
6) The Killjoy
7) Last Statement
8) Devoid Of Caring
9) In The Groves Of Death
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