INHUMAN CONDITION

Rat God

2021 - Listenable Insanity Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
01/11/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Fra passato e presente la recensione protagonista odiernamente su Rock & Metal In My Blood. Siamo nel campo del metal estremo vecchia scuola, quello puro e privo di compromessi e che certamente i grandi appassionati del genere ben ricorderanno. Si parla del progetto di due ex componenti dei Massacre, band con il grande merito di aver rilasciato un album considerato pietra miliare del genere ma non solo. Importanti interpreti della prima ondata di death metal statunitense nei primi '90, la band si formò nella seconda metà degli anni '80 in Florida, per poi arrivare dopo quattro demo a rilasciare "From Beyond" nel 1991, che è tutt'ora appunto conosciuto nel mondo come un lavoro di riferimento nella scena estrema. In quella circostanza il lavoro fu sin dal nome ispirato dall'opera di Lovecraft e la copertina disegnata dal leggendario artista Ed Repka, seppure in questo caso con qualche aspetto controverso, dal momento che il cantante della band Kam Lee criticò duramente il colore rosa della copertina e comunicò di non apprezzarla. La carriera della band della Florida racconta di tre album complessivi, oltre il già citato "From Beyond" vi è il secondo estremamente criticato "Promise" del '96, ed il terzo "Back from Beyond" del 2014. Ma nel 2020 Taylor Nordberg e Jeramie Kling, chitarrista e batterista della band in fin dei conti per poco tempo, lasciano il progetto per dedicarsi ad una loro nuova e personale avventura. Ad ispirare il nome del loro nuovo gruppo proprio un lavoro dei Massacre, motivo anche per il quale è stato opportuno partire da loro: ci riferiamo all'EP "Inhuman Condition" del 1992, ancora oggi apprezzato dai fan del genere, che ha fornito infatti l'assist per il nome della neo-formata band. I due non sono certo privi di esperienza nell'ambiente metal: grandi amici, suonano insieme nella melodic death metal band The Absence, che conta cinque album complessivi, nel loro altro progetto death metal dei Goregang, ma in realtà anche negli Infernaeon, con cui però non rilasciano lavori da diversi anni. Ciò che conta, tuttavia, è che si tratta certamente di due musicisti ben affiatati fra loro, avendo suonato tantissimi anni insieme, e che compongono due terzi del trio protagonista della recensione odierna. A completare la formazione degli Inhuman Condition c'è il bassista Terry Butler, membro degli Obituary dal 2010, dettaglio certamente non da poco!
I componenti della band, dunque, non vi lasceranno mai e poi mai la sensazione che manchi dell'esperienza, si tratta di gente che sa molto molto bene che cosa sia il death metal, e molto molto bene che cosa proporre. Si sono formati nel 2020, e hanno già sfornato il loro primo disco: Rat God è un lavoro di 32 minuti complessivi, si parla di nove brani di puro death metal e lo ripetiamo, compromessi zero. Il disco ha già ricevuto qualche riscontro positivo, ma adesso toccherà a noi analizzarlo, e lo faremo come sempre in profondità con il nostro tradizionale track by track: preparatevi dunque a sparare il volume al massimo, perché stiamo partendo con questa recensione di Rat God, 2021, album di debutto degli Inhuman Condition. Old school death metal directly from Florida!

Euphoriphobia

Vi sareste aspettati qualche malinconico intro arpeggiato, o qualche tetra introduzione con tanto di organo? Non è così per il death metal degli Inhuman Condition nel caso di questa "Euphoriphobia" (Euforiafobia): la band irrompe battezzando il suo album con un robustissimo growl gutturale del cantante, ed un rapidissimo brano della durata di due e minuti e trenta circa, un "death metal più hardcore possibile". Il pezzo è diviso in due parti, con la seconda metà più mid-tempo e la prima invece più rapida e in tupa tupa / skunk beat. Anche l'assolo, proposto nella parte conclusiva del pezzo, è rapido e senza flessioni, protraendosi davvero per pochi secondi: molto squillante, "alla Slayer", asseconda la struttura del pezzo che nella sua parte conclusiva torna a farsi veloce. Come il titolo potrebbe forse suggerire, il brano racconta di un personaggio che vive nel terrore, in una vita che alla pari di un incubo non sembra riservare alcun tipo di gioia o soddisfazione personale: qui sembra prevalere il solo e primordiale istinto alla sopravvivenza, quello ci impone di far tutto per trascinare avanti una situazione per cui, tuttavia, potrebbe non valerne la pena, e questo brano lo conferma. Questo discorso, per la verità, lo si potrebbe estendere ad un po' di situazioni: come possiamo comportarci nel caso di una vita che non merita davvero di essere vissuta? Il suicidio è una valida risposta? E la disperazione? Si tratta di una serie di intrecci mentali, di status negativi da cui, spesso, è difficile evadere, tanto più se si vive in un mondo collassato nel parossismo di un epilogo apocalittico, come avviene un po' nel corso delle liriche di questa traccia. Lanciamoci all'ascolto del brano successivo, che sia rapido e spedito come la prima traccia dell'album? O forse più lento e riflessivo, robusto ma cadenzato?

The Neck Step

Il secondo brano si intitola "The Neck Step" (Passo sul collo), e parla di un mondo in progressiva distruzione, un mondo egoista, e dove paranoia e agonia saranno progressivamente sempre più all'ordine del giorno. E' un ticchettio, come quello di una bomba ad orologeria, che inghiottirà il mondo in un vortice dal cui risucchio sarà difficile evadere; del resto, anche nella nostra vita di tutti i giorni, l'atmosfera non è certo delle migliori, anzi sembra quasi di compiere passi indietro. Ma il brano è anche uno sfogo, una reazione d'ira nei confronti dell'amore verso se stessi e non verso gli altri, che in salsa death metal diviene un tre minuti e trenta secondi di traccia all'ascolto devastante. Il brano parte tendenzialmente mid-tempo, dunque a ritmi cadenzati, con il devastante riff figlio della vecchia scuola death metal che soffiava soprattutto fino alla prima metà degli anni '90, potente come non mai: poi, si sa, i nuovi venti delle influenze metal più moderne hanno in parte snaturato anche il metal estremo, che però i veri appassionati come gli Inhuman Condition non hanno mai dimenticato di riproporre. Un cenno qui lo merita anche la produzione, davvero eccelsa, perché valorizza le intenzioni integre della band con una chitarra anche tagliente il giusto e una batteria martellante, con un rullante comunque discretamente scoppiettante. Dopo la prima parte, più pacata, della canzone, nella sua seconda sezione il brano schizza veloce come più non potrebbe, occasionalmente tornando ad alternarsi in una formula che merita applausi: ci tengo a sottolineare che questi cambi bisogna saperli anche fare, altrimenti si rischia di degenerare in un brano per certi versi "scollegato", "sconclusionato", come se fosse stato costruito letteralmente in pezzi; fortunatamente non è questo il caso, "The Neck Step" funziona, eccome se funziona: sotto ora con la terza!

Planetary Paroxism

La band passa poi alla terza traccia, dal nome "Planetary Paroxism" (Parossismo planetario): le liriche della canzone ci riportano alle tematiche per così dire ambientaliste e di constatazione della fase di criticismo naturale nella quale ci troviamo. Con questo terzo brano, gli Inhuman Condition ci ribadiscono continuamente che per anni, anzi decenni, abbiamo costantemente trascurato i segni di una involuzione nella situazione ambientale della nostra Terra, ed ora è troppo tardi per tornare indietro, ci si trova dinanzi ad un punto di non ritorno: così, la band racconta di tremendi maremoti, terremoti, e disastri relativi ad ogni tipo di situazione naturale che si abbattono sull'uomo; del resto, nessuno ci ha obbligato ad edificare palazzi e grattacieli su territori ad alto rischio, e non resta che pagare le conseguenze delle proprie azioni, sono tutti i punti di vista!
E' un brano, perdonatemi il gioco di parole, "terremotante", che parte con un riff veloce e devastante quasi nelle salse del leggendario full-length "Altars of Madness", debutto degli statunitensi Morbid Angel, forse il migliore della storia nel genere. Gli Inhuman Condition, tuttavia, tornano a dimostrare di saper giocare sul dinamismo, fra cambi alternanze e colpi di scena, proponendo una canzone che ancora una volta nei suoi tre minuti e trenta secondi di durata è continuamente scoppiettante, movimentata, ma anche incredibilmente potente anche nelle ritmiche che sottostanno al grezzo assolo di eredità "slayeriana", pregno di attitudine e calzante come più non potrebbe. Se il buongiorno si vede dal mattino, certo, questo disco è partito potentissimo.

Killing Pace

Ed eccoci alla quarta "Killing Pace" (Ritmo Omicida), dove gli Inhuman Condition tornano a ricondarci ancora una volta di non essere una band che punta tutto sulla velocità, ma di saper sfruttare alla perfezione anche situazioni più cadenzate e dal maggiore groove. "Killing Pace" è una storia di omicidi, mutilazioni e decapitazioni, di interiora spiattellate all'angolo delle strade, ma anche di cervelli divorati e cadaveri deturpati in ogni modo possibile. Insomma, in queste lyrics gli Inhuman Condition non ci vanno certo sul leggero! Questo mondo horror di cui la band ci descrive vedrà il suicidio da parte di tutti coloro che avranno la (s)fortuna di sopravvivere, dal momento che un tale peso psicologico è insopportabile per chiunque: chi, del resto, vorrebbe vivere tali incubi ad occhi aperti? Ciò che avviene nel corso del racconto è, in parole povere, l'eradicazione della razza umana: la nostra specie verrà "brutallizzata", estinguendosi per sempre e nella più violenta e spietata delle maniere. La canzone, in appena tre minuti d'ascolto, mette in mostra riff potenti ed in tal modo, pur essendo priva di particolari variazioni, è efficace e godibile. Manca un vero e proprio assolo, ma la chitarra squillante per qualche secondo offre un po' di dinamismo all'ascolto. Ottimo il ritornello, qui memorabile e da headbanging assoluto! Quando il death metal riesce a rimanerti ben stampato in testa, beh, in quei casi ci si rende conto che non ci si ritrova dinanzi a una band mediocre, ma ad una che è in grado di unire ritmiche estreme anche ad un senso musicale e melodico, se così vogliamo effettivamente definirlo: ci piace!

Gravebound

Si parte con la quinta "Gravebound" (Legato alla tomba), stupenda traccia di quattro minuti che, pur partendo lenta, offre una pronta accelerazioni e robustissimi ritmi da parte della coppia basso-batteria in primis. Qui dietro le pelli si martella, la canzone parte lanciata con un trapano, ma ancor più, è dinamica e gioca ottimamente sui movimenti! La partenza è infatti lenta per qualche secondo, poi il pezzo accelera, poi si ritorna con la voce ad un nuovo rallentamento, e dopo pochi attimi il ritmo impazza nuovamente! Una sorta di schema A B A B per i tempi ritmici di questo pezzo, che ci racconta di un protagonista che sembra quasi desiderare, ardentemente, di morire; questo è inusuale, okay, ce ne rendiamo conto, ma il pezzo descrive di una vita così misera e di un mondo così povero, che letteralmente non è che la morte ciò per cui bisogna nutrire speranza! Da qui probabilmente anche il titolo del brano "legato alla tomba", si è legati infatti da un profondo desiderio di spirare, di passare insomma come talvolta si dice a "miglior vita". E' un brano che, nei suoi quattro minuti d'ascolto, è scorrevole come più non potrebbe essere, tanto da sembrare ben più breve rispetto alla sua effettiva durata. Con i suoi riff profondi e avvolgenti, alternati a parti più rapide, direi che questa quinta canzone dell'album è stata probabilmente, fino ad ora, una delle mie preferite, anche se stilisticamente e qualitativamente tutto il lavoro mi sta decisamente fino a questo momento convincendo; e voi, che cosa ne pensate? Siamo giunti oramai a metà dell'opera, la quinta traccia si è conclusa, quindi spero e speriamo che l'album che stiamo ascoltando e raccontando vi stia piacendo.

Tyrantula

L'album ci propone ora la "tribale" "Tyrantula", una traccia che parte nel suo primo minuto con ritmi di tom che richiamano quasi un rituale, una oscura celebrazione magari messa in piedi da una qualche minoranza indigena. Poi i violentissimi riff, serrati, scanditi, le ritmiche potenti, e il gutturale growl del vocalist. Le brevi liriche della canzone sono qui un omaggio alla regina, alla dea, di tutte le creature aracnidi, la Tarantola, tessitrice di ragnatele e di morte: "una volta che ti ritrovi intrappolato, non vi è alcuna via di scampo". Il pezzo non trascura anche qui la formula consistente in bruschi cambi di velocità, con ritmiche che dalla lentezza schizzano all'impazzata sfociando in "frenetiche raffiche chitarristiche". Davvero un pezzo potente, profondo, pungente, dove anche dietro le pelli il robustissimo lavoro di doppio pedale offre un grandioso contributo. La band qui torna allo stesso modo al suo utilizzo di uno squillante e breve assolo di salsa Slayer, con tanto di utilizzo della leva chitarristica, in una canzone che si interrompe poi bruscamente, collassando su se stessa. Durata tutt'altro che eccessiva, cambi di velocità, interessanti dinamiche: un brano che assolutamente merita, e che ci conferma ancora una volta che questo disco è qualcosa di valido! Devo dirvi che questa "Tyrantula" è stata massacrante, forse addirittura la mia preferita all'interno del disco. Giunti alla conclusione di questa sesta traccia, mancano tre brani alla fine del full-length dei ragazzi: siete pronti? Ci aspetta nientemeno che la title track!

Rat God

Un ingresso funerario di tastiera, un riff devastante: plettrate alternate, un folle ritmo scandito, un intreccio di quelli da urlo. Gli Inhuman Condition ci stanno proponendo "Rat God" (Dio ratto), la loro dannatissima e "travolgentissima" title track. In tre minuti la band riesce a spazzarci via ma allo stesso tempo a proporci un semplice ritornello che si scandisce sul sustain lasciato dai semplici power chord di chitarra. Il pezzo ci racconta di una divinità spietata, malvagia, bramosa di possedere qualunque cosa appartenga alle sue povere vittime: il dio ratto desidera sempre più potere, desidera imprigionare sempre più innocenti, avere, ottenere, distruggere. "Da ora divento io il tuo Dio", una delle frasi ripetute durante il ritornello, che evocano alla perfezione la psiche malvagia di un personaggio che è giunto a volersi ergere come divinità. Non mancano cenni agli omicidi, agli spargimenti di sangue, insomma, alla più totale violenza. Ed in effetti, la più totale violenza è messa in evidenza anche da questa straordinaria canzone, urlante e travolgente, che non lascerà scampo alcuno all'ascoltatore. Il primo riff, in particolare, è un qualcosa di eccezionale, ed effettivamente è impossibile non riconoscere come questa title track sia uno dei migliori brani proposti all'interno del disco: onore agli Inhuman Condition! A voi è piaciuta? Siete d'accordi che si tratta di un brano massacrante? Noi speriamo di sì, perché mancano solo due episodi alla conclusione del disco!

Crown of Mediocrity

Penultimo capitolo di questo ruggente disco è "Crown of Mediocrity" (Corona della mediocrità), un pezzo che rispetto ai precedenti presente una maggiore durata (di oltre quattro minuti) e ritmiche generalmente più lente e profonde: la strofa vocale è infatti dal punto di vista ritmico più pacata, per poi ancora una volta prendere più velocità in improvvise accelerazioni che irrompono all'udito dell'ascoltatore; il tutto, alternando a secchi e ben assestati power chord. Questo brano, che parla di un passato sotto un certo senso "sopravvalutato" e del tutto rivedibile, ha da un lato un testo alquanto astratto e se vogliamo di difficile interpretazione, dall'altro è "meno fluido" anche musicalmente rispetto alle tracce precedenti: infatti, se la prima parte della canzone appare più classica e scorrevole, la seconda metà della canzone consiste perlopiù in una serie di brusche alternanze e di una serie di esplosivi stop and go. Personalmente, reputo ogni singolo riff di questa canzone estremamente valido, ma tendo a preferire brani più "intatti" e "scorrevoli", come ad esempio proprio la precedente title track. Anche qui gli Inhuman Condition utilizzano una formula scarna dal punto di vista solistico ma, del resto, le lead di chitarra non sono poi una necessità per un brano di questo tipo. Se per adesso il disco ci sta piacendo, eccome, è tempo di ascoltare e approfondire l'ultima traccia di questo lavoro.

Fait Accompli

La chiusura dell'album è con "Fait Accompli" (Fato compiuto), altra traccia che seppur di poco sorpassa i quattro minuti di durata complessiva; ma soprattutto: questa "Fait Accompli" lascia spazio anche alla melodia, specie nella sua parte iniziale, che ci riconduce poi alla "solita" brutale scarica death metal con un riff di media velocità, seguito da un altro altrettanto cadenzato old school come più non potrebbe. Secondo dopo secondo d'ascolto, riff dopo riff, mi convinco che è sempre più questo il termine corretto da adoperare per descrivere la musica degli Inhuman Condition: old school, vecchia scuola, integrità totale; di questo, tuttavia, avremo modo di parlarne nella parte conclusiva della traccia. In "Fait Accompli" c'è anche, senza alcun dubbio, maggior spazio alla lead di chitarra, con un vero e proprio assolo di accompagnamento che segue, ottimamente, la linea melodica del brano. Per quanto riguarda l'aspetto riguardante le liriche, qui è proprio il fato ad essere il vero protagonista del testo: esso si pone come un qualcosa di superiore, non suscettibile di essere modificato, dunque aldilà delle proprie azioni e aldilà della propria volontà; in questo caso, gli Inhuman Condition non si risparmiano di parlarci di un fato oscuro, nero, nefasto, ma per la verità il discorso è estendibile in termini più generici. Ciò che più conta è che, ancora una volta, questa band ci ha stupito positivamente, con quest'ultima traccia di chiusura che merita una promozione piena, come del resto tutto il resto dell'album: di questo, appunto, ci apprestiamo come sempre a parlarne nell'analisi finale della recensione.

Conclusioni

Esperienza e attitudine old school: una formula diretta ed efficace, un duplice ingrediente che rende questo "Rat God" un disco di impatto, una mazzata sui denti, un piatto death metal in salsa vecchia scuola meritevole di essere ascoltato e, magari qualche giorno dopo l'ascolto, riascoltato, e poi magari ascoltato ancora una volta. Insomma, non è uno di quegli album che vi farà dire: "carino, ci stava questo disco", ma piuttosto vi farà dire: "oh, quei riff spaccavano, ho voglia di risentirli ancora una volta!". Questo è certamente aiutato appunto da questa ottima dose di esperienza, i membri della band visibilmente provengono da vari progetti, visibilmente ascoltano il vero metal estremo da tanto tanto tempo, e il full-length non vi darà mai e poi mai la sensazione di essere stato scritto da pivelli; chiaro che poi, d'altra parte, la voglia di proporre un sound così integro, deve anche esserci, ed è certamente questo il caso. Per quanto riguarda in generale gli Inhuman Condition, ci ritroviamo dinanzi a musicisti ottimi, che sono ben consapevoli di cosa vogliono offrire e di cosa al contrario non vogliono offrire, che sanno cosa tirar fuori come ritmiche ma anche come assoli, perché anche quelle formule un po' "alla Slayer" sono una soluzione ben studiata: molto più di quelle adottate da chi, magari, si spinge troppo in là con la tecnica, o da chi crea un asettico ibrido fra più generi. Questo è un progetto nuovo, questo è un album di debutto, ma a dire il vero neanche lo sembra, ed alcuni riff tirati fuori sono degni delle grandi band del genere! Vogliamo parlare della copertina? Tremendamente vecchia scuola anche quella, davvero davvero notevole; questo uso dei colori freddi, quasi un monocromatismo, poi ha sempre reso per il meglio in questo genere di cover. "Rat God" è un album di 32 minuti, si tratta di 32 minuti che voleranno, schizzeranno via, e la vostra testa in certi momenti non potrà davvero restare ferma: Terry Butler al quattro corde, Taylor Nordberg alla sei corde, Jeramie Kling che martella dietro le pelli, tutti ottimi musicisti. Per quanto riguarda l'aspetto riguardante il network, consiglio rigorosamente di non perdervi la videoclip di "Tyrantula" presente anche su youtube: un video semplice, anch'esso pregno di attitudine, per un brano che spacca e che come vi anticipavo è certamente fra i migliori all'interno del disco! La visione dura meno di quattro minuti, posso dirvi che almeno per me sono stati ben spesi!
?Concludendo la recensione con le mie considerazioni finali, per me si tratta assolutamente di un album da 8 pieno, che riesce ad offrire assolutamente ciò che ci si aspetta, e che anche gli amanti "oltranzisti" del death metal apprezzeranno: sono non curioso, ma ansioso, di ascoltare qualcos'altro da questi ragazzi, augurandomi davvero che questo nuovo progetto non si fermi così, bruscamente, dopo un solo album, visti gli impegni che la vita adulta, familiare e lavorativa spesso comportano: non abbandonate l'idea Inhuman Condition ragazzi, perché ciò che avete offerto è davvero valido.
?In alto le corna, vi saluto da parte mia e da parte di tutta la redazione di Rock & Metal In My Blood, ci si becca al prossimo disco!

1) Euphoriphobia
2) The Neck Step
3) Planetary Paroxism
4) Killing Pace
5) Gravebound
6) Tyrantula
7) Rat God
8) Crown of Mediocrity
9) Fait Accompli