IN.SI.DIA

Denso Inganno

2017 - Punishment 18 Records

A CURA DI
MAREK
12/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Si definisce comeback, in ambito sportivo, il clamoroso quanto sensazionale ritorno di una personalità legata a determinati ambiti; per un certo periodo lontana dalle scene, successivamente in grado di farsi di nuovo notare, arrivando all'improvviso, quando tutti meno se lo aspettavano. Ed è proprio in queste circostanze che il pubblico - incredulo - rimane piacevolmente colpito, lasciandosi dunque andare ad apprezzamenti e manifesta felicità, per l'avvenuto ritorno. Soprattutto i più grandicelli, che magari ricordano i bei tempi che furono e sono quindi ancor più felici degli altri, di rivedere determinate figure, determinati personaggi. Ovvio il fatto che la nobile arte del comeback non sia da circoscrivere unicamente al contesto dello sport. Del resto (e noi metallari lo sappiamo bene) quanti gruppi proprio non riescono ad appendere gli strumenti al chiodo, ritrovandosi anni ed anni dopo l'addio, ancor più creativi e volenterosi che pria? Tanti, innumerevoli, impossibili da elencare. Alcune "ricomparse" fanno indubbiamente piacere, altre ricadono presto nel dimenticatoio.. altre ancora vengono invece assai ben accolte. Da un sonoro "era ora!", magari; proprio quel che mi sentirei di dire ai nostri In.Si.Dia, tornati alla ribalta dopo un silenzio durato sin troppo. Esatto, troppo; proprio perché il combo bresciano, a parer del vostro affezionatissimo, risulta senza ombra di dubbio uno dei più interessanti mai comparsi sulla scena italiana. Energici ed arrabbiati, roventi e polemici, dediti ad un Thrash vecchia scuola eppure mai prevedibile, non esente da virate particolarmente impegnate, anche sul fronte dei testi. Liriche pregne di significato, di disagio; versi al vetriolo, profondità di pensiero... parole lanciate con rabbia contro un pubblico da colpire, da svegliare a suon di tristi verità. Chi come il sottoscritto ha letteralmente consumato album come "Istinto e Rabbia", può ben concordare sull'effettiva qualità del combo quest'oggi recensito. Una storia, la loro, interrottasi prestissimo. Un presunto addio, quello dato nel 1997, che si è tramutato in un meno doloroso "arrivederci". Visto e considerato il fatto che i Nostri sono tornati attivi dal 2013, e proprio quest'anno la "Punishment 18 Records" ha licenziato il loro terzo album, "Denso Inganno", oggetto dell'odierna disamina. Procediamo comunque per gradi, ricostruendo brevemente il percorso degli In.Si.Dia. dagli inizi ai giorni nostri. Siamo a Brescia, anno domini 1991. La sinergia scaturita dall'unione di Fabio Lorini (basso), Bruno Fregoni (batteria), Manuel Merigo (chitarra) e Riccardo Panni (voce, chitarra ritmica) dona la vita ad una demo di soli quattro pezzi, diretti ed arrabbiati, in puro stile Old School Speed. Un Thrash "metallicano", immesso nel sentiero battuto dai celeberrimi Four Horsemen nonché dal leggendario "Kill 'em All", primo disco della formazione americana. La demo, intitolata "No Compromises!!!" (a ben vedere, visto il contenuto schietto e genuino) reca il moniker Inviolacy. Il primo nome con il quale i giovanissimi e futuri In.Si.Dia erano conosciuti nella scena metal dell'epoca. Un primo lavoro dunque basilare, autoprodotto, mostrante tutta l'energia dei nostri bresciani. Energia che si ripercuote in sede live, tanto da permettergli di cominciare a muovere i primi passi sul palcoscenico. Live al fulmicotone, talmente potenti da attirare l'attenzione di un personaggio in particolare. Omar Pedrini, all'epoca chitarrista dei Timoria, decise infatti di prendere il combo sotto la sua ala, impressionato dalla loro attitudine così cruda e selvaggia. Un Pedrini che, all'epoca, viaggiava col suo gruppo a vele spiegate, grazie al successo di "Ritmo e Dolore"; secondo album della formazione (anch'essa) bresciana, il quale venne lanciato dal successo di critica ottenuto al "Festival di San Remo" del 1991, grazie al brano "L'uomo che ride", sezione "nuove proposte". Dunque, l'esperto Omar si incaricò di aiutare i ragazzi a registrare il seguito della demo. Un seguito che sarebbe divenuto un full-length vero e proprio, licenziato dalla "Polydor" nel 1993. Registrato presso "Psycho Studios" di Milano e prodotto dallo stesso Pedrini, "Istinto e Rabbia" portò con se una ventata d'aria nuova. A cominciare dai testi, tutti in italiano, e dal nome del gruppo. Il quale decise di optare per un qualcosa di più diretto ed in linea con le tematiche affrontate; spesso riguardanti la disillusione, la rabbia, la voglia di ribellarsi e di sfogarsi contro un sistema precostituito e sostanzialmente ipocrita. Nascono così gli In.Si.Dia, acronimo di Inviolacy Sinful Dialog, una delle formazioni metal tricolore di maggior successo degli anni '90. A suon di Thrash (non più così crudo come agli inizi ma anzi più maturo, studiato), i Nostri cominciarono ad infiammare le platee di tutta la penisola, partendo per un lungo tour a supporto della loro prima creatura, arrivando persino ad aprire un live dei Fight di Rob Halford in quel di Milano, al "City Square". I responsi furono dovunque ottimi, sia presso i fan che presso gli addetti ai lavori. Gli In.Si.Dia arrivarono addirittura alla realizzazione di un primo videoclip ufficiale, creato ad hoc per il brano "Parla... parla". Successi e soddisfazioni a non finire, è per questo motivo che la band continuò a battere il martello, rintanandosi nel 1995 presso gli "Highland Studio", creando così il fratello di "Istinto?". Il '95 è proprio l'anno di "Guarda Dentro Te", l'album della definitiva conferma, il quale trasporta gli In.Si.Dia ancora una volta in giro per tutta l'Italia, alimentando la loro fama. Squadra che vince non si cambia, e nonostante l'abbandono di Fregoni (sostituito da Alberto Gaspari), è sempre Omar Pedrini ad occuparsi della produzione, assicurandosi che il sound dei bresciani non conoscesse filtri o mezze misure, rendendo proprio come nel disco precedente. Furia ed attitudine rimaste inviolate, per un gruppo che nel 1997 decise di.. sciogliersi. Proprio quando un terzo disco stava per vedere la luce, le tensioni fra i vari membri fecero sì che il progetto si fermasse proprio sul più bello, interrompendo una storia che - gli Dei solo sanno - avrebbe potuto regalarci chissà quali altre gioie e soddisfazioni. Nonostante tutto, il nome In.Si.Dia non viene dimenticato: ristampe dei loro album (nei 2000 divenuti giustamente dei classici dell'underground made in Italy), richieste di concerti, esibizioni one night stand. Un pubblico che mai ha voltato loro le spalle li spinge dunque a tornare. Ed è proprio nel 2013 che il comeback avviene, re-innescando un meccanismo per nulla arrugginito. Subito ricominciano i live: palchi divisi con gruppi del calibro di At The Gates e Master, concerti da headliner, ed un nuovo album. E' il 2017 quando Fabio (basso / voce), Manuel (chitarra solista) ed il batterista Alberto (coadiuvati dal nuovo chitarrista ritmico, Alessandro Venzi) riescono finalmente a stampare il loro terzo disco, grazie all'operato della "Punishment 18 Records". L'interesse è alle stelle. Tengo stretta la custodia di "Denso Inganno", registrato presso il "Music INK Studio" di Novara, impaziente di sapere cosa conterrà. Un viaggio che percorreremo insieme, alla riscoperta di una indimenticabile realtà tutta italiana. In copertina un orologio posto in primo piano, coperto da uno scheletro ghignante, il quale ad esso è appoggiato. Nel background, un ambiente tetro, una foresta smarrita nella nebbia e sormontata da nubi plumbee. Una grafica interessante, curata nel dettaglio da Paolo "Paul Harris" Arisi ed anticipante molti dei temi che troveremo sviluppati nel lotto di brani che mi appropinquo ad illustrarvi. Passo dopo passo... Let's Play!

Il mondo possibile

E' un pesante e monolitico riff di stampo old school, parecchio oscuro e minaccioso nel suo incedere, a dettare l'avvio di "Il mondo possibile", open track di questo nuovo lavoro targato In.Si.Dia. Verrà di lì a poco sormontato da una batteria precisa al millimetro, mai furibonda ma comunque scalpitante, importante. La prima strofa mostra flavours che richiamano sia gli Slayer (per via di un serrato riffing work) che i Metallica, per via delle linee vocali, espressive alla maniera di James Hetfield. Si prosegue dunque su questa falsariga, approfittando di questo background per narrarci una storia dai risvolti disillusi e particolarmente amari. "Volti lontani mi rivoltano dentro, portando fuori tutta la mia agonia": verso emblematico di una condizione esistenziale tormentata e buia, fatta di rimorsi e ricordi dolorosi. Fantasmi del passato che tornano a tormentare, a rinfacciare, a rivangare. Cerchiamo di dimenticare, ma è tutto inutile. Fatichiamo a respirare, annaspiamo, l'aria comincia a mancare; non dobbiamo parlare, non dobbiamo vedere. Cerchiamo di ribellarci, anche se sembra tutto inutile. Faticando e provati da cotanto peso giungiamo dunque ad un refrain abbastanza carico di groove, interessante e coinvolgente; ora manesco ora appunto più groovy, mostrando anche flavours - se vogliamo - più moderni e tendenti al Thrash post 2000. Ci ritroviamo a mostrare i denti, alla ricerca di un mondo ove sia possibile vivere per lo meno serenamente. In un ipotetico dialogo con noi stessi, ci fissiamo sprizzando odio da ogni dove, autoinvitandoci a non reagire, a non ribellarci. Eppure, la voglia di scoprire le zanne è tanta. Andiamo avanti, proseguiamo, cercando il "mondo possibile". Quel mondo in cui le ombre d'antichi rimorsi non possano più tormentarci. Un bell'assolo di chitarra ci sorprende verso la metà del brano, ben eseguito nella sua brevità e dunque introducente una nuova strofa. Gli Slayer si fanno largo, infrangendo le velleità più aggressive nei nuovi assalti grooveggianti del refrain, giunto tosto a dire la sua. Proseguiamo dritti per la nostra strada, preda di volti offuscati dal buio, tormentati da voci sinistre. Non dobbiamo pensare, non dobbiamo reagire... eppure vogliamo scappare, correre a perdifiato, abbandonare la nostra dimensione. Il groove del refrain si abbandona presto nei vortici forsennati di un nuovo assolo, questa volta prolungato e manifesto in tutto il suo crudele splendore.  Velocissima ed assassina sequenza di note taglienti come rasoi, splendidamente sorrette da riff pesanti e massicci posti in sottofondo, granitici quanto un blocco di pietra. Tutto cambia verso il minuto 4:25, quando il clima si distende ed il solo diviene più melodico ed espressivo, "drammatico", denso di pathos. La nostra battaglia è ben lungi dall'essere conclusa; forse non vinceremo mai, forse non troveremo mai alcuna possibilità di salvezza o redenzione. Cerchiamo di sfogarci, di comunicare ciò che sentiamo, anche se a lungo andare risulta inutile. Siamo ancora lì, nella tempesta, cercando di scorgere una stella polare troppo lontana e persa nella foschia. Dopo le melodie finali del solo si torna dunque a correre, di seguito assistendo alla ripresa del ritornello, portato fino alla definitiva conclusione. Davvero un ottimo inizio, non c'è che dire.

Mai perdere controllo

Proseguiamo di gran carriera con il secondo brano, "Mai perdere controllo", aperto da un riff veloce e di grande impatto, incredibilmente dinamico nel suo palesarsi. La batteria percuote precisa e chirurgica, ben sostenendo l'incombenza delle due pesanti chitarre, aggressive e rapide. Più serrati i ritmi con l'introduzione della prima strofa, manesca e prepotente, la quale ci propone una chitarra ritmica ruvidissima ed oscura, mista ad una cantilenante ascia solista, donata ad un sound posto in background ma assai presente, disturbante. Lunghe note "tremolanti", atte a sostenere il singer nell'espressione della sua follia, preda di una paranoia inarrestabile. La mente colma, piena, straripante. Mille pensieri corrono selvaggi, implacabili, fluendo senza freno alcuno. Cerchiamo di distogliere il pensiero, di spegnere il cervello, ma è tutto inutile. La testa inizia a pesare, a darci fastidio. Cominciamo a non sopportare più nulla, ad annaspare, a cercare nervosamente uno spazio aperto. Una boccata di sana aria fresca che in qualche modo ci risvegli, ci riprenda. "Quante pasticche ancora", verso che induce a farci credere che i sintomi sino ad ora descritti possano somigliare in qualche modo a quelli d'una crisi d'astinenza. Il freddo improvviso che ghermisce il corpo del protagonista ne è un'ulteriore prova. Versi che potrebbero parlare tanto di una violenta paranoia quanto del bisogno di assumere veleno. In ogni caso, nudi e crudi, narranti a 360° uno stato di sofferenza dovuta ad iperattività mentale. E' il refrain a sorprenderci definitivamente, partendo dapprima aggressivo, grooveggiante e subito dopo donandosi ad una melodia particolarmente drammatica, benché sorretta da una batteria incalzantissima. Ottime le linee vocali, espressive e sofferte, per un ritornello decisamente sorprendente. Si continua con una nuova strofa, identica alla prima: potente, manesca, sensazionalmente cruda. Il nostro cervello, letteralmente stuprato dalla crisi, inizia a proiettare dinnanzi ai nostri occhi ombre inquietanti. Nere, svolazzanti, nostre aguzzine. Ci chiediamo chi mai piangerebbe o pregherebbe per noi... ed il fatto che la risposta alla domanda possa essere "nessuno", aumenta la nostra sofferenza. Nuovo splendido refrain di lì a poco. Tutto tace, ci sembra di impazzire. Urliamo pur non avendo voce, il flusso dei nostri pensieri è rappresentato da un assolo che si paleserà successivamente. Dapprima serpeggiante ed oscuro ed in seguito sì melodico ma molto incedente, tosto e veloce. E' alla fine di esso che una nuova strofa prende piede, confermando la nostra ipotesi. E' proprio di una crisi di astinenza, che parliamo: cerchiamo un'altra dose, in maniera spasmodica. Abbiamo capito che il buio ci reclama ed accettiamo la morte... anche se, contemporaneamente, crediamo che non valga la pena morire. Non dobbiamo perdere il controllo, dobbiamo rimanere concentrati, aggrappati a quel poco di lucidità che ci rimane. Il refrain decide di tornare imperiale, mostrandoci la sua carica groove e la sua trascinante melodia contemporaneamente, chiudendo un pezzo violentissimo nei contenuti e potentissimo dal punto di vista musicale.

A causa tua

Terzo brano del lotto, "A causa tua" si apre con i rumori di un aereo che decolla, presto incalzati da un riff massiccio e potente, imperiale nel suo palesarsi. Roboante, sormontato successivamente dalla solita ritmica "al bisturi". I tempi non sono velocissimi ed anzi decidono di mantenersi più dilatati che sferraglianti; un insieme che rimanda allo stile del "Black Album", tuttavia reso più crudele e meno "patinato". Dopo tutto (e giustamente) gli In.Si.Dia vogliono trasmettere rabbia e spingerci ad entrare in folli spirali mentali, non certo ammaliarci con suoni perfetti e di facile "consumo". Si continua in tal guisa, cadenzati e quasi marziali, fino a sfociare in un refrain disturbante nel quale le chitarre adottano una melodia sinistra e tremolante (di gusto Alternative, per certi versi). Anche la voce decide di unirsi alla compagine, risultando assai differente dal contesto precedentemente illustrato e calandosi nei panni di questo sound schizofrenico ed inquietante. La storia narrata, appunto per questo, non è certo delle più felici; basata su di un ipotetico dialogo padre / figlio, è proprio quest'ultimo a rivolgere al "genitore" tutta la sua rabbia, il suo rancore, la sua frustrazione. Riversata contro un uomo assente, indifferente alle terribili sofferenze patite dalla sua creatura. Un figlio che dunque paga il non interesse di suo padre, disperandosi, cercando di farglielo capire.. odiandolo. "Non ho occhi per guardare, non ho voce per gridare, ho mentito per amore", verso triste e carico di risentimento, nel quale un personaggio con la mente a brandelli e l'anima venduta per trenta denari cerca in tutti i modi di far capire all'altro quanto egli sia la causa del problema. Un padre che - forse - potrebbe essere identificato come lo stesso Dio; benevolo in teoria, in pratica totalmente avulso al nostro contesto. Non importa quanto possiamo soffrire, egli non ci aiuterà. "Quanto basta l'odio per pensarti morto, quanto basta.. a causa tua!!"; proprio nel ritornello viene raggiunto il culmine della rabbia. Un odio totale, provato nei riguardi di sì tanta sordità e gelida indifferenza, che ci porta a desiderare la morte di chi ci ha donato la vita. Figli bastardi d'un Dio assente. Minuto 2:23, veniamo introdotti pacatamente ad un assolo cantilenante e non propriamente velocissimo, ma molto ben strutturato ed adagiato su pesantissimi quanto massicci riff di ritmica. L'idea d'odio e violenza viene resa alla perfezione, specialmente quando di lì a poco il ritornello decide di riportare un po' di sana inquietitudine. "Hai mai chiesto scusa per la migliore via?"; facile mettere al mondo un figlio, facile donare la vita. La vera sfida è coltivare tale dono, stargli accanto, alimentarlo, recargli spontaneamente affetto e comprensione. "La migliore via", dopo tutto, è fregarsene di tutto e tutti. Abbandonare, facendo finta di nulla. Così termina un altro bel brano, scivolando lungo suoni effettati e distorti, alquanto strani in realtà. Un pezzo oscuro e pesante, mai velocissimo ma ugualmente capace di lasciare il segno.

Cosa resta

Quarto episodio, "Cosa resta" parte spedito saltandoci immediatamente alla giugulare, grazie ai suoi riff devastanti ed al fulmicotone. Un po' Kreator un po' Slayer, gli In.Si.Dia premono sull'acceleratore mostrando il loro lato più distruttivo; brano "in your face" cantato magistralmente e suonato ancora meglio, capace di fondere la compagine strumentale / vocale in un tutt'uno magistralmente devastante. Troviamo una significativa pausa solamente al minuto 1:51, quando nel sound generale si instaura un bel groove, prepotente, cadenzato, diabolico. Il vocalist si improvvisa (leggermente) Phil Anselmo, giusto il momento di esprimere la frustrazione dovuta all'impossibilità di cambiare una vita che va definitivamente in pezzi. Che scivola dalle nostre mani come una manciata di sabbia esposta al vento. Chiusi nella nostra prigione, grigia e stretta, sui cui muri torreggiano incisi i graffiti della nostra stessa follia. Non c'è verso di cambiare le carte in tavola, non c'è verso di cambiare le cose. Siamo costretti a vederci corrosi ogni giorno di più. "Cosa rimane, di questa vita?"... nulla, se non un cuore livido e preso a martellate, lacrime di sangue e rabbia, ossa frantumate ed occhi privi di vita. Il ritratto di un'esistenza buttata giù da un dirupo, rovinata gravemente in un crepaccio, morta ma non ancora del tutto, non ancora sepolta. C'è ancora modo e maniera di soffrire, almeno per un altro po'. Subito dopo il frangente più groovy e cadenzato ecco che si torna a correre in maniera decisiva: le ritmiche si inaspriscono enormemente con la comparsa del momento solista. Quest'ultimo, incredibilmente veloce ed eseguito in maniera meravigliosa. Puro Thrash Metal, senza compromessi od orpelli. Presto, l'ascia cede il posto ad una nuova strofa, potentissima e crudele, presto sormontata da un nuovo assolo. Sembra quasi di sentire il redivivo Jeff Hanneman, salvo poi impattare contro una fine più cadenzata che di fatto spezza il brano, lasciandoci soli e desolati. La nostra testa, a brandelli, non regge più il peso di una vita così rovinata. Come un rudere che cede ai colpi del tempo, iniziamo a crollare poco a poco. Siamo distrutti, annichiliti, rovinati. Cosa fare, ancora? Niente. Assolutamente nulla... se non aspettare la fine definitiva.

Denso inganno

Di tutt'altra forgia risulta essere l'apertura della titletrack, "Denso inganno", affidata ad una sirena / avviso di pericolo e ad una chitarra melodica ed effettatissima. Quasi alla maniera di "Enter Sandman" (ma in modo decisamente più inquietante) i Nostri vogliono optare per un inizio che risulti misterioso, tutto da scoprire, in attesa di un qualcosa che si profili all'orizzonte; minaccioso ma non del tutto rivelato, almeno per ora. Su questo clima di tensione il singer fa la sua comparsa, narrando l'ennesima storia d'alienazione, densa di nichilismo. Cerchiamo disperatamente di dare un senso alla nostra vita, impegnandoci nel trovare un qualcosa al quale appigliarci. Notiamo sin da subito l'impossibilità della cosa: non avendo nulla da perdere, difatti, cosa mai potremmo trovare di così importante? E rimaniamo sospesi, in un maledetto limbo, leccandoci le ferite e constatando quanto grama sia l'esistenza. La musica continua a dipanarsi nel medesimo modo, preludendo a chissà che esplosione. Un tristissimo carrilon capace di disturbare i nostri sensi... e proprio quando i livelli d'ansia sono arrivati al limite, ecco che un tentativo d'esplosione si fa largo. Minuto 1:12, le elettriche cominciano a ruggire e la ritmica a picchiare... salvo poi lasciarci a "bocca asciutta", lasciando il posto al mood originario. Un inganno, per certi versi. Un "denso inganno", proprio come lo è vivere. Quando si squarcia il velo di Maya e si vede il tutto per quello che realtà è - un enorme carosello di bugie e menzogne - ecco che piombiamo nel vuoto siderale. Affranti, devastati. Figli di un Dio che non perdona, che ci ha dimenticati. Bruciamo lenti, con più dolore che sangue nelle vene. Il nostro cuore pompa odio supremo, e non possiamo cambiare il corso degli eventu. Minuto 2:06, i toni si re-inaspriscono, diventando nuovamente violenti... ma niente inganni questa volta. Una chitarra fast as a shark si dona immediatamente ad un riff al fulmicotone, serratissimo, mordace. Così la ritmica, che inizia a picchiare. Si corre e si mena, di quando in quando le asce decidono comunque di stemperare porgendo il fianco a disturbanti cantilene, sulle quali la voce dell'aggressivo vocalist comunque non si addolcisce. Anzi, si dimostra ancor più tonante. Ha veramente senso, pentirsi dei propri sbagli e peccati, sperando in un futuro migliore? Decisamente no. Siamo soli, condannati, prigionieri di noi stessi. "La vita non passa di qua", dopo tutto. Abbiamo perso un'occasione fondamentale, che mai più ricapiterà. "Ho passato più tempo rinchiuso qui dentro di quanto non abbia vissuto di già", pessimismo cosmico ai massimi livelli. Una vita di reclusione e totale alienazione, priva di gioie e momenti felici. Fra riff violenti e melodie sinistre ci avviamo verso una sezione più controllata, in cui la chitarra ritmica emette riff grintosi e la solista non disdegna velleità più pacate, fino al raggiungimento di un assolo à la Andy LaRocque, potente ma carico di fascino esoterico. Momento che non stonerebbe affatto in un album di King Diamond, la cui melodia turbinante e portante si estende poco dopo, avvolgendo la splendida performance del cantante. Davvero un frangente magistralmente eseguito, denso di pathos, grondante emozioni madide di pianto. Bruciamo sempre più, svanendo poco a poco. Come cenere al vento, ci accorgiamo di non valere poi più di tanto. Chi ci salverà? Nemmeno il riposo eterno, sembra esserci garantito. A noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura... e dunque veniamo spazzati via dalla tempesta, musicale e di seguito "effettiva", visto che il brano si chiude riprendendo i tristi arpeggi iniziali, lasciandoci poi udire i rumori di un temporale.

La casa dei segreti

Giro di boa compiuto con il brano numero sei, "La casa dei segreti". Brano al suo inizio violentissimo, quasi tendente a stilemi Death; lo percepiamo dalla ritmica battente e selvaggia, oscillante appunto fra il Deathened ed il Thrash più violento ed oltranzista (leggasi Morbid Saint). Anche la voce s'inasprisce, sfoderando però non un growl ma anzi uno scream terrorizzante e decisamente ben eseguito, incredibilmente andante a richiamare Shagrath dei Dimmu Borgir. Un modo di cantare inusuale, alternato allo stile più ponderato ma comunque possente sfoderato sino ad ora dal vocalist. Davvero un turbine di malvagità, sparatoci addosso in tutto il suo macabro splendore. Alternando l'inglese all'italiano, gli In.Si.Dia ci raccontano dunque l'ennesima storia particolarmente buia, densa d'inganni. "La casa dei segreti", un luogo indefinito situato nel più profondo della nostra anima. Luogo dominato da un dio crudele e malvagio, al quale dobbiamo necessariamente immolarci. Tetro angelo dalle nere ali e dall'anima oscura, che vorrebbe condurci all'inferno. Preghiamo il "dio buono" perché ci salvi da noi stessi, ma sembra tutto inutile. Non riusciamo a divincolarci dalla presa dell'angelico nightcrawler, il quale affonda i suoi artigli nelle nostre carni, trascinandoci sempre più in basso. Soli, in quella casa, in balìa di un essere malvagio. Il quale sembra nutrirsi avidamente delle nostre ansie, leccando le nostre lacrime, saziandosi d'ogni nostro singhiozzo. Si continua a picchiare recando un flavour oscuro come mai avevamo udito, prima d'ora, nel corso di questo disco. L'atmosfera è pesantissima e devastante, non perdendo mai questa sua caratteristica, nonostante affondi in un refrain più disteso musicalmente ma parimenti monolitico. Un dialogo in inglese ed in italiano, fra l'angelo ed il protagonista. "Cosa vuoi da me?" - "Sono l'angelo che piove dal cielo!". Proprio al minuto 2:27 il refrain viene interrotto per lasciare spazio ad una sezione strumentale (con tanto di assolo) che molto richiama i Sepultura di "Roots". Soprattutto la chitarra ritmica, in quanto la solista si lascia andare ad una veloce e precisa sequenza di note (immaginate i Van Halen di colpo piombati in un contesto estremo, affondati nel pessimismo cosmico), un assolo INCREDIBILE il quale sfuma mesto verso la conclusione del pezzo. L'angelo si raccomanda di "mantenere il segreto", altrimenti "bruceremo all'inferno". Ed ora, amici lettori, un dubbio assale il vostro affezionatissimo. Metafore di stampo religioso, angeli crudeli, lascivi e malvagi; una "casa dei segreti", un qualcosa da "non raccontare" qualora non si voglia piombare in futuro nel regno degli inferi, un dio al quale dobbiamo immolarci... che questo testo non parli, forse, degli abusi che tante povere vittime (specialmente bambini) hanno subito da parte di "irreprensibili" uomini di chiesa? Può darsi; una malcelata critica nei riguardi di un crimine mai troppo interessato, alle autorità.

Sogno reale

La traccia numero sette, "Sogno reale", è la seconda più lunga del platter, dall'alto dei suoi sei minuti di durata.  Si comincia con un basso in grande spolvero, presto sormontato da chitarre distorte, intermittenti. La batteria emette un sinistro "tic-tac", frenetico come solo un orologio impazzito potrebbe essere, ed ecco che il tutto si dispiega verso un susseguirsi pacato anche se malinconico. Stacco decisivo, la prima strofa viene introdotta, recando con sé un flavour a tratti "pantereggiante". Anche il cantato, in effetti, ricorda da vicino la band del mai troppo compianto Dimebag, per un sound non certo velocissimo ma incedente, intraprendente; si prosegue in tal guisa, parlando di sogni reali ed irreali al contempo. Abbiamo bisogno di qualcosa, urlando la nostra frustrazione contro il vento. La cerchiamo, la bramiamo, la desideriamo. Un qualcosa che forse nemmeno conosciamo, ma tanto basta a rendere la nostra vita incompleta, indegna d'essere vissuta. Ci buttiamo alla ricerca di un sacro Graal colmo di speranze, raggiungerlo è il nostro vero e proprio sogno. Un sogno reale, un sogno che alimenta il nostro cammino e lo rende se non altro meno amaro. Nonostante siamo perfettamente consapevoli di quanto questa ricerca sia di per sé inutile, dato che il nostro desiderio non verrà mai soddisfatto. Arriviamo dunque al ritornello, il quale si dimostra meno groovy e più melodico. Le asce emettono reiterati fasci di note, cantilenanti ed ipnotiche, le quali rendono perfettamente l'idea d'una persona sospesa a metà fra il sonno e la veglia. Un sogno "reale"... quanto banale, il Nostro, in fin dei conti. Cosa siamo, dove andiamo? E soprattutto, perché ancora speriamo? Una strofa identica alla precedente viene dopo poco introdotta, tornando ad inasprire i toni alla maniera di Anselmo e soci. I pensieri si accumulano, la fame ci divora e ci toglie il sonno. La notte, il momento peggiore: quello in cui i fantasmi sembrano danzare sulla nostra carcassa, festeggiando allegri la nostra condizione di sconfitti. Eppure, un sussulto d'orgoglio ci assale. "Bruciamo tutto, avvolgiamo il mondo di una luce accecante... e alla fine la storia ci premierà! E ancora..."; un verso leggermente criptico, seppur fondamentalmente eloquente. Cerchiamo di reagire, di rendere le nostre speranze sfavillanti quanto astri diafani. Nuovo refrain e nuova cantilena, una cupa nota di drammaticità riavvolge il pezzo, facendoci ripiombare in un vortice ipnotico. Parentesi strumentale nel post refrain e poi pausa improvvisa, al minuto 3:19. Si riprendono gli stilemi iniziali, con la ticchettante batteria e le chitarre ad intermittenza, più basso presente ed in grande spolvero. La voce inizia a sussurrare un qualcosa, in linea con gli intenti della strofa passata. "Quello che voglio me lo voglio godere!". Pian piano, il verso viene ripetuto sempre più forte. Sempre più chiaro, sempre più forte, ecco che l'esplosione giunge e dei poderosi rulli di tamburi aprono la strada ad un assolo veloce e melodico, Heavy quanto basta, sempre molto vicino allo stile di LaRocque anche se a tratti molto "priestiano". "Quello che voglio me lo voglio godere!", verso carico di volontà di rivalsa, di affermazione personale. Vogliamo quel qualcosa, e lo otterremo. Fosse anche una manciata di sogni a buon mercato, noi raggiungeremo il nostro scopo. Sogno o verità? E' il ritornello, con la sua carica ansiogena, a ri-porci però un nuovo quesito esistenziale. Rimaniamo così nel dubbio, nell'incertezza, nello smarrimento più totale, fin quando un ultimo veloce assolo non chiude un brano straordinariamente pesante, riportando in auge lo spirito battagliero, fortunatamente non ancora sopito. "Quello che voglio me lo voglio godere!".

Il vero potere

Brano numero otto, "Il vero potere" parte sostenuto e baldanzoso, sfoggiando granitici riff ritmici di ritmica ed una chitarra solista che ricorda - a tratti - il riff portante di "The Rivalry", storico brano dei Running Wild. Ovviamente NON siamo in un contesto power e la melodia, seppur somigliante, viene comunque adattata ad un contesto buio e claustrofobico, introspettivo, come il Thrash degli In.Si.Dia. Si picchia discretamente sodo, finché il tutto conosce una significativa stoppata. I tamburi si fanno sentire robusti, su di loro si adagia una chitarra pacata, melodica ed effettatissima. Anche la voce del cantante risulta stranamente persa negli abissi, per nulla estrema o violenta. Solo un impressione, dato che di lì a poco la strofa prende il suo corso aggressivo, martellando e facendo male. Un sound diretto ed arrabbiato quanto il protagonista delle liriche, visibilmente infastidito dal suo interlocutore. Un interlocutore che non vuole proprio ascoltare, per nessuna ragione al mondo. Anche solo starlo a sentire per un attimo gli reca noia e fastidio. Un protagonista che non ha né forza né voglia, che vorrebbe solo essere lasciato in pace, per evitare ancora una volta inutili discorsi. Bugie e concione, provenienti probabilmente dalla bocca di chi detiene nelle proprie mani una qualche forma di potere, da esercitare nei nostri riguardi. Vorremmo alcune volte lottare, districarci, ma ci sembra tutto inutile. Concetto rafforzato da refrain e pre-refrain, momenti nei quali si picchia sodo e si rasenta addirittura il blast beat. Ci vogliono omologati e lobotomizzati? Facessero pure ciò che vogliono. A che serve ribellarsi, se nulla cambia? Una sorta di resa rabbiosa, dettata dal tedio, dalla frustrazione. Siamo disposti ad accettare ogni condizione, purché chi di dovere la smetta di rassicurarci, di parlarci, di dirci che tutto va bene. Accenno di strofa e si ritorna sui toni pacati e melodici della precedente, salvo poi ripartire in quarta con un nuovo ritornello. Si insiste sull'ultimo verso di quest'ultimo: "...e che non ti accendi più!", ripetuto per ben cinque volte prima che una parentesi strumentale carica di moderni groove spiani la strada ad un riffing work assai più lineare e di gusto maggiormente vecchia scuola. La chitarra solista giunge così ad esibirsi in tutta la sua rapida furia; flavours Heavy ed a tratti "neoclassici" (per quanto sia possibile in ambito Thrash!) che si sprecano, per una parentesi da incorniciare e da ergersi a momento migliore del pezzo. A chiudere il momento, la ripresa del refrain. Sventoliamo bandiera bianca, non possiamo più sostenere tali ritmi. Il peso delle menzogne ci schiaccia, sappiamo che tutto va male. Quel che vogliamo fare è accettarlo, liberandoci così dal giogo dei falsi sorrisi, delle finte rassicurazioni. E' una citazione colta, a chiudere il brano: la ripresa di un motto celeberrimo ideato dai CCCP Fedeli Alla Linea, folle gruppo Punk al secolo capitanato da Giovanni Lindo Ferretti. "Produci, consuma, crepa". Ripetuto con insistenza su di un tappeto sonoro desolante ed assai mesto, stagliato su tamburi "rituali". Questo, è il nostro presente. Il nostro passato, il nostro futuro. Prodotti in serie, automi, merce di scambio. Una volta guasti del tutto, possiamo ritirarci dalla vita; che più a niente serviremo, nemmeno a ricoprire le mansioni più umili e semplici. Servi di un capitale e di un ingranaggio che ci sfrutta sino all'osso. "Non si sfugge da 'alla macchina' ", diceva un noto personaggio. E' proprio il caso di ribadirlo.

Sintesi

La nona "Sintesi" spezza il continuum narrativo, ponendosi come un brano strumentale, privo di testo. Riff melodicissimo posto in apertura, recante in sé una drammaticità Heavy Power, ad ampi tratti. Chitarre arpeggiate ed effettate lasciano di seguito il posto all'imperiosità "sinfonica" dell'inizio, andando a disegnare un'atmosfera eterea, stranamente sognante seppur pesante, angosciosa. Si riprende dunque con i toni più magniloquenti e possenti, carichi di speranze infrante, recanti sensazioni figlie di sogni distrutti. Sembra quasi di essere sul picco di una scogliera, osservando l'orizzonte, udendo il mare in tempesta. Come se affidassimo alla burrasca ogni nostra paura, come se gli comunicassimo la nostra voglia di andare via, di scappare lontano. Ritorna la calma subito dopo, la quale si protrae per un buon momento sino a lasciare spazio al Thrash prepotente, giunto a reclamare il suo spazio. Si picchia sodo e si va veloci, correndo come forsennati. Uno splendido connubio di vecchia scuola e groove moderni, dal sapore quasi Nu, Alternative. Segno del fatto che gli In.Si.Dia hanno sicuramente incamerato per bene tutte le evoluzioni ed i cambiamenti avvenuti negli anni in cui sostavano in inattività, scegliendo di rendere il loro sound figlio di questo periodo storico piuttosto che solamente ancorato al passato. Si continua a martellare fortissimo, sino a sfociare in stilemi (quasi) Death Metal. Tanta è la furia iconoclasta, la voglia di violenza. Corriamo rabbiosi controvento, ribellandoci al mondo che ci schiaccia e cerca di sottometterci. Vogliamo vincere la nostra guerra, VOGLIAMO VIVERE. La violenza senza quartiere viene successivamente mitigata con la ripresa di stilemi più cadenzati e ritmicamente quadrati, salvo poi re-imbatterci in una conclusione incedente e grooveggiante. Il pezzo ha così fine: una strumentale splendida, strutturata su vari momenti e davvero ben costruita. La sintesi perfetta di quel che i Nostri sono: vecchia scuola, moderni, amanti delle melodie di gusto ansiogeno e disturbanti... in una parola, IMPREVEDIBILI.

Non sei vinto

Ci avviciniamo alla conclusione con "Non sei vinto", penultimo brano di questo "Denso Inganno". In un ipotetico concept delineato da questo platter, grossomodo basato sull'introspezione, sulla difficoltà di relazionarsi alla vita, sulle paure e le angosce dai tratti esistenziali, questo brano sarebbe da identificarsi come l'invito ultimo a reagire, a rialzarsi, a non cedere mai. Perché non importa quanto la vita possa distruggerci dal didentro o dal di fuori; quel che realmente conta è il fatto che non è finita... finché non è finita. Ovvero, mai. Mai arrendersi, perché sino a quando inspireremo anche solo un misero alito di vento, avremo la possibilità di rispondere ai colpi di tutto ciò che ci vorrebbe mantenere a terra, sconfitti. Niente è più forte di noi. Tutto è umano, ogni situazione mostra più di un punto debole e sta a noi saperli scovare e soprattutto sfruttare. Si inizia in maniera subito incalzante, con una pesante quanto chirurgica ed energica batteria a dettare i tempi. La prima strofa si forgia di tale aggressività, ed è dunque il refrain ad aprirsi a soluzioni maggiormente dilatate e melodiose, meno serrate e sicuramente più infuocate, passionali. "Non sei vinto", nessuno ci ha ancora messo ko. Possiamo vincere, possiamo spiccare il volo. Sputeremo sangue, sputeremo denti, sputeremo la vita morso dopo morso. Ma non ci ridurremo in cenere, non ci abbasseremo dinnanzi a nulla e nessuno. Fieri come Leonida, impugnante la sua lancia, fronteggiando migliaia di nemici. Niente e nessuno ci avrà, saremo noi a scrivere la parola "fine" su questa eterna faida. Strofe e ritornelli si alternano sino a sfociare in un potente assolo, ispirato ed ottimamente posto, adatto a surriscaldare ulteriormente gli animi. Subito dopo di esso, un altro ritornello. Non saremo polvere al vento, non ce ne andremo in silenzio nella notte. Noi sopravviveremo: oggi, celebriamo il nostro giorno dell'indipendenza! Pronti a combattere, con gli occhi iniettati di sangue e la mascella serrata. Ruggiamo contro la vita. Non siamo vinti... e non lo saremo mai. Ultimo refrain , per una conclusione da oscar del Thrash. Un brano breve, coinciso, meno complesso d'altri... ma perfetto, nella sua energica allusività.

A conti fatti

Giungiamo nostro malgrado alla fine del platter, ascoltandoci "A conti fatti", ultima track di "Denso Inganno" nonché brano più lungo degli undici qui presenti. Il più lungo ed introspettivo, visto che - in un certo qual modo - tira le somme circa tutte le sensazioni provate dai protagonisti delle varie liriche. E' un attacco che al solito fonde Old School e New School a darci il benvenuto, presentandoci subito dopo la voce effettata del vocalist. Subito il cadenzato refrain, che pone tutta una serie di interrogativi ai quali nessuno può rispondere. Proprio perché ci sfoghiamo contro il menefreghismo imperante, contro tutta la falsità che da sempre ci attornia(va). Abbiamo sprecato così tanti anni, così tanti momenti... ma qualcuno, si è mai chiesto come stavamo realmente? In che condizioni ci trovavamo? Proprio no. Ognuno doveva pensare a sé, dalla famiglia agli amici. Dunque, con l'arrivo della prima e devastante strofa, ben più energica del ritornello, continuiamo con la nostra e triste disamina. Consapevoli del fatto che non dovremo più lottare, visto che abbiamo deciso di allontanarci da ogni negatività, urlando "addio" a chiunque, continuando imperterriti e stoici per la nostra via, vivendo la nostra esistenza come più ci aggrada. Continuano i fantasmi, a tormentarci. Continuano e continueranno. Con in mano le candele, nel buio, ci domandano se vogliamo giocare con loro. Risposta negativa, ormai riusciamo a tenere a bada persino loro. Stacco decisivo ed assolo serpeggiante, suadente. Ritorna il refrain, ancora la stessa domanda: "Anni bruciati... ma qualcuno si è mai chiesto come sta il mio cervello??". Melodia inasprita con la successiva strofa, sempre manesca, sempre distruttiva. Il sudore cola dalla nostra fronte, bruciandoci gli occhi... ma non ci arrendiamo. E' faticoso andare avanti, ma abbiamo preso la nostra decisione. La chitarra solista corre turbinante ed ansiogena, cedendo il passo ad un altro refrain ma continuando a farsi udire in sottofondo, simulando un sound a tinte industrial, quasi. Anni sprecati, anni bruciati... nulla importa più, ormai. Arrivati alla metà precisa del brano, tutto tace. Una delicata sei corde arpeggiata fa la sua comparsa, distendendo gli animi e portando il protagonista delle liriche a fissare un ipotetico orizzonte, sempre posto sulla scogliera di "Sintesi". Stavolta il mare è calmo, anche se il cielo è plumbeo. Una melodia a dir poco eterea e toccante si fa largo dal background, facendoci assaporare il gusto dell'infinito. Udiamo persino accenni di pianoforte, quando sugli arpeggi di chitarra il Nostro prende a parlare. "Non saprò mai cosa ci sarà alla fine del viaggio... ma sento che valga la pena morire per scoprirlo. Teniamo gli occhi aperti, tratteniamo il respiro... a breve sei sull'altro lato"; varcheremo il confine, senza paura. Oltrepasseremo la linea di demarcazione, giungeremo laddove non dovremo più preoccuparci di nulla. Presa questa decisione, non potremo più tornare indietro. Lo sappiamo, ne siamo consapevoli. Un ultimo sguardo dietro di noi, e poi il salto. Definitivo, totale. Il distacco dalla vecchia vita, per abbracciarne una nuova. Dopo tutto, il tempo che abbiamo a disposizione su questa terra è breve. E va goduto, necessariamente. L'ascia solista serpeggia nel sottofondo, ricamando melodie particolarmente sentite. Note ora veloci e legate, ora lunghe ed ariose. Nel mentre il tutto prende pieghe più drammatiche, Hard n'Heavy, abbandonando totalmente la furia Thrash per sottolineare lo status di pace interiore raggiunto dal protagonista. Si finisce riprendendo un riff à la Pantera, reiterato sino all'ultimo. Con la consapevolezza che, dopo ogni addio, dopo ogni porta chiusa, si cela una nuova possibilità. Chi lascia la strada vecchia per quella nuova: ma non dobbiamo avere paura dell'ignoto. Chi non sa dove andare è impossibile che si perda, chi cancella può ricominciare. A mai più, ansia e frustrazione. A braccia aperte, a vele spiegate verso una nuova esistenza. Sempre guerrieri, sempre pronti a soffrire... ma più forti e potenti che mai, forgiati dal fuoco di mille battaglie, dalla fiamma dell'esistenza.

Conclusioni

Un viaggio all'interno dell'umana natura, dell'anima, attraverso i sentieri più angusti e tortuosi. Mi venisse chiesto di adoperare un pugno di definizioni, per descrivere "Denso Inganno", probabilmente adopererei le pocanzi citate. Un disco che basa la sua forza sia sul fattore musicale sia lirico; non dimenticandoci, poi, del cantato in italiano. Scelta coraggiosa, che sin dall'alba dei tempi viene caldamente "sconsigliata", in ambito prettamente nostrano. In quanto, la necessità di piegarsi all'anglofono idioma risultava e risulta tutt'oggi un passo obbligato, in virtù del fatto che il superamento dei confini nazionali rimane per chiunque un traguardo importante. Un estero che, dall'Australia al Giappone, dall'Italia al Brasile, riconosce nell'inglese la "lingua franca" del Rock n'Roll. Ebbene, in barba ai consigli, i nostri In.Si.Dia si pongono come stoici ierofanti e custodi del nostro linguaggio; in quanto l'intento della loro musica è quello di raccontare storie. O meglio lo è sempre stato, sin dai tempi di "Istinto e Rabbia". Storie che colpiscano al cuore, che non lascino indifferenti, capaci di far tremare l'anima, che ci facciano dire: "forse un po', mi ci rivedo". Dicevamo, la forza del comparto lirico. Ecco, ogni testo di "Denso Inganno" risulta poetico e dannato, autoconclusivo eppure legato agli altri da un sottilissimo filo d'Arianna. Proviamo a collegare ogni pezzo, ogni brano, seguiamo la via che ci viene indicata. Un viaggio alla ricerca di noi stessi, un viaggio che fa male. Delusioni, paure, angosce... eppure, voglia di rivalsa, di reagire, di dare una scossa alla nostra esistenza. Non siamo in presenza di un concept album, sia chiaro. Eppure, un concetto di fondo c'è, ed anche ben sviluppato. Altrimenti, non mi spiegherei la presenza (nelle ultime battute) di due brani come "Non Sei Vinto" ed "A Conti Fatti". Pezzi carichi di messaggi, di significati nascosti, tutti da interiorizzare. Inviti a non arrendersi, a voltare pagina. Nonostante la sostanziale disillusione che permea le altre liriche. Dal senso di desolazione provato in "Cosa Resta" alla crisi d'astinenza patita in "Mai Perdere Controllo", dagli angeli oscuri de "La Casa dei Segreti" all'alienazione / meccanicizzazione patita in "Il Vero Potere". Un viaggio difficile, dai sentieri irti di spine appuntite. Eppure, conclusosi in maniera inaspettata. Forse, una speranza ancora c'è. Ed è proprio lì, alla fine dell'avventura, pronta a sorprenderci. Se solo la volessimo vedere, se solo accettassimo di non essere "vinti". Non di sole parole vivono gli In.Si.Dia, e se tutta la storia è Storia della phonè, è dunque DOVEROSO parlare del significante fondamentale, ovvero la loro musica. Non solo bei testi, visto che a sorreggerli vi è un sound incredibilmente valido e per nulla prevedibile. Come già accennato nel corso del track by track, sembra proprio che i Nostri abbiano voluto incamerare nella loro proposta tutta una serie di esperienze più moderne, da amalgamare alla loro formazione classica. Assalti Thrash in stile teutonico e Bay Area, ma anche groove particolarmente novantiani ed a tratti Alternative, spalmati abilmente su di una base tosta, veloce, granitica e mai doma. Fiera come un drago in volo, letale come un'ascia. Insomma, i Nostri sono cresciuti e lo hanno dimostrato alla grande. Dopo tutto, "Denso Inganno" non avrebbe potuto suonare come un disco del 1993. La data d'uscita reca perentoria "2017"... ergo, quel che dovevamo sentire erano (e sono, dunque!) tassativamente gli In.Si.Dia del nuovo millennio. Tornati per dire QUALCOSA e non solo per farci "divertire" a suon di revival. Creare brani così particolari, comunicativi, terribilmente ben fusi ai messaggi di cui le liriche risultano pregne, non è propriamente un'operazione "revival". E' anzi l'azione tipica di un gruppo in salute, tornato ad affermare la propria presenza e non certo a celebrare il passato. Solo punti a favore. Un disco che - per quanto riguarda il vostro affezionatissimo - va subito fatto proprio; ascoltato, interiorizzato, sentito... capito. Non c'è dubbio, gli In.Si.Dia sono tornati. E a giudicare da quel che ho ascoltato, direi che (proprio!) non se ne sono mai andati.

1) Il mondo possibile
2) Mai perdere controllo
3) A causa tua
4) Cosa resta
5) Denso inganno
6) La casa dei segreti
7) Sogno reale
8) Il vero potere
9) Sintesi
10) Non sei vinto
11) A conti fatti