IN MOURNING

The Weight of Oceans

2013 - Spinefarm Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
26/08/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Nel mondo della musica di oggi, in cui sembra quasi impossibile creare qualcosa di originale, coinvolgente e simpatico - nel senso greco del termine, talvolta escono perle di rara bellezza, frutto di destini intrecciati e volontà di ferro. I più appassionati direbbero che la qualità di un artista si riflette solo e soltanto nei primi lavori, con la scusante quasi obbligatoria legata alla purezza artistica. In effetti, ci sono gruppi che sembrano sottolineare la veridicità di questa regola-non-regola, assunta quasi come dogma nell'ambito musicale. Ma nelle lande fredde del Nord Europa, i venti, il ghiaccio, le foreste hanno cristallizzano le idee, generando mostri sacri tanto della musica estrema quanto di quella più leggera, soverchiando un sistema di credenze legate ai fruitori più appassionati. Nel corso del tempo alcuni artisti del genere sono riusciti a emergere, altri invece sono rimasti più nascosti, quasi come un segreto iniziatico dell'Arte musicale, che si scopre solo e soltanto se si è in grado di percepirne l'essenza. Ciò nonostante, le qualità artistiche sono latenti in ognuno di noi, sebbene in alcuni trovino una porta spalancata per manifestarsi con più facilità. A tal proposito, sarebbe quasi una bestemmia dire che Beethoven o Mozart non erano destinati a quello che ora sappiamo che hanno compiuto in vita. Cosi come, tornando su lidi a noi più familiari, Bruce Dickinson, oltre tutte le difficoltà, era destinato a far germogliare ed espandere quel seme che conosciamo tutti sotto il nome di "heavy metal". A noi di Rock & Metal In My Blood, piace riuscire a trattare e talvolta scoprire, fornendo i nostri pareri, quei gruppi che - non essendo conosciuti da tutti - meritano invece menzioni d'onore. A noi non interessa la fama, la quantità, ma ogni cosa che vi proponiamo è invece scelta sia per la qualità della musica, sia per ciò che trasmette. Fatta questa breve introduzione e la nostra piccola premessa, ritorniamo invece a Nord, ove, per la terza volta, il gruppetto di 5 ragazzi svedesi uniti sotto lo stendardo In Mourning, ricalcano il terreno che avevano già calpestato negli anni precedenti con uscite dal titolo Monolith e Shrouded Divine, entrambi di discreto successo. Se si tratta della prima volta che sentite il loro nome, non preoccupatevi, siamo qui proprio per eviscerare ogni tassello che compone il loro lavoro (in questo caso il loro disco), rispondendo a quelle classiche domande come: "Chi sono?" e "Cosa fanno?", non tralasciando l'importanza degli accordi, quindi dell'assetto strumentale,  facendo bensi anche una piccola comparazione con gli altri CD. Certo, la loro storia non è nulla di epico o trascendentale, ma è sempre piacevole e rigenerante vedere dei ragazzi, cinque in questo caso, che spinti dal vento della pazzia e dell'amore per la musica, si mettono a tavolino per realizzare un progetto con lo scopo di emozionare e coinvolge. Reduci dai primi due lavori, che al momento erano quelli più venduti rispetto ad altre offerte sul mercato, nel 2013 celebrano l'uscita del loro terzo figlio intiolato The Weight of Oceans, la cui traduzione letterale è: "Il Peso degli Oceani". Fin da Shrouded Divine, ci avevano immediatamente abituati alle loro idee nascoste sotto concept, liriche e comparti ritrmici pensati ad hoc, perciò anche in questa terza uscita non sono da meno. Come scopriremo nel corso dell'analisi delle tracce, le seguenti parole rilasciate durante un'intervista trovano compimento: «The concept this time is a story of a man with a great fear of the ocean, he gets convinced by a bunch of old sailors to head out on a journey on the ocean to conquer his fears. The whole album then tells this mythological story of his journey travelling the waves and encountering all kinds of adventurous things like giant sea-monsters, storms and deserted islands.». In soldoni, quello che vogliono dirci è che questo album nasce dall'idea di base di raccontare la storia di un uomo la cui paura più grande è quella dell'oceano. Si troverà presto perso in questa fobia, poiché, spinto da un gruppo di marinai, partirà per un lungo viaggio alla conquista della libertà da questo muro costrittore invisibile. Durante i minuti di ascolto, vedrete la partecipazione di figure mitiche come mostri marini giganti, ma anche tempeste e isole deserte, su cui approdare insieme al protagonista. Sarà un viaggio di un'ora in cui perdersi o ritrovarsi? Staremo a vedere. Nel frattempo, l'immagine di copertina non preannuncia nulla di buono, ma al tempo stesso richiama simbolismi mitologici tanto cari sia alla letteratura classica, sia a quella più moderna. L'autore del disegno/dipinto è Kristian Wahlin, in arte Necrolord, celebre artista e architetto di artwork passati alla storia. La sua mano è in effetti determinante per la scoperta di un disco del genere. I colori freddi e scuri, che richiamano l'abisso dell'oceano, frastagliano le supposizioni fatte su un lavoro di questo risma, catturando immediatamente l'attenzione con il mostro marino - potremmo chiamarlo anche Kraken - che si staglia al centro della copertina, che, per effetto di sfumature di luci e ombre, sembra quasi dinamico. Su questa scia, iniziamo a entrare in acqua, lasciando alle spalle ogni pensiero critico fatto a priori, o qualsiasi problema di sorta. Quindi, se siete arrivati a leggere fin qui, seguiteci nei prossimi paragrafi, scoprendo, traccia dopo traccia, il segreto nascosto nell'Oceano


Colossus

Battiti di rullante alternati, qualche colpo di doppia cassa e di piatto, una parabola del basso e della chitarra. In questo modo inizia l'album, aprendo le porte di Colossus, ovvero "Colosso". È un incipit dalle tinte cadenzate, semplici, lente e a tratti spaziali, in cui scivolano via i pensieri, addormentando la parte più inconscia, ammantandola di quel sipario che prelude a un nuovo racconto. Bastano pochi minuti, subentra la seconda chitarra, quella ritmica per intenderci e assieme fa l'entrata in scena anche il growl di Tobias Netzell. In questa sua elucubrazione, con forza spinge le immagini a fare il loro corso: una Luna Piena che si alza in cielo, facendo luce sul sogno di non sappiamo ancora chi. Come il satellite terrestre, una tempesta prende il sopravvento, e nelle trame di vento nasconde spiriti e fantasmi che accompagnano il forte scrosciare della poggia che cade fitta. L'andamento strumentale scelto dai ragazzi è nettamente melodico, sebbene conservi in sé le caratteristiche atmosfere death e doom con cui si sono fatti conoscere nel Mondo. In quella che sembra una furia meteorologica, delle rocce cadono in mare, e nel vento si sente il sussurro dei fantasmi che incitano i loro nome. Non è il momento di addormentarsi, perché il colosso sta chiamando. L'incedere strumentale invita all'azione, magari a tenere le redini della barca in una tempesta di questa portata, che è destinata a inghiottire le coste, nell'assurdo gioco in cui le profondità risucchiano la superficie. L'ideologico braccia del Colosso si estende quindi verso il cielo, in cui una costellazione meravigliosa ha il suo posto, scendendo per camminare in mezzo al resto del Mondo...due Colossi che si scontrano: i coralli e le stelle. L'outro della traccia viene ripescata dagli Abissi, prendendo nuovamente il posto che le spetta, riversando le ultime gocce prima di passare al successivo capitolo di questo libro musicale. Chiaramente i "colossi" sono quegli elementi che dominano sia gli abissi e sia il cielo, necessari all'Uomo fin dall'inizio dei tempi, per calibrare e gestire l'equilibrio naturale di ogni cosa.

A Vow to Conquer the Ocean

State ascoltando per la prima volta questo gruppo? Magari pensate che non sia il migliore che possiate trovare, però c'è una traccia che è particolarmente animata e che vi caricherà in qualsiasi attività dobbiate svolgere: A Vow to Conquer the Ocean, più o meno tradotto in "La Promessa di Conquistare l'Oceano". Riff possenti, che chiamano da lontano delle sonorità thrash 'n' death per niente male. Per intervellarle, i ragazzacci scelgono di unire anche rumori di piatti e battiti di tamburo, creando il tappeto sonoro adatto alla traccia. I venti tumultuosi e urlanti chiedono pietà elemosinando dagli Antichi, disertori della legione dei coralli. Non v'è scelta, nessuna opzione rimasta se non quella di chiedere aiuto. Richiamano memorie da tempi d'oro, svelando conoscenze di navigazione tramite le stelle, chiamando a gran voce quell'animo infestato e irrequieto per partire e cavalcare le onde. Chiaramente quest'ultima è una circonlocuzione che serve a citare il personaggio/protagonista di questo concept album. Quindi, immedesimiamoci un attimo in quest'ultimo; preso dal terrore per il mare e tutto ciò che potrebbe nascondere, salpa al largo su una nave. In tutto ciò la voce sospinta e in growl, con in sottofondo le architetture ritmiche che ne fanno da contorno, sottolineandone l'avventura e la gravità, dal punto di vista del marinaio. Allora le stelle si allineano, fornendo una guida al viaggiatore, che salpa al calar del sole e la notte si illumina schiarendo la via, una via segnata prima di tutto da un voto, ovvero quello di conquistare l'Oceano, di conquistare la propria paura. Arriva in controtempo un assolo sferzante che gira l'ensemble melodico, riversandone l'acuta atmosfera. Quest'ultima è un connubio tra energia e paura, perché accompagnano sia l'animo irrequieto che si accinge a navigare nel buio, con l'occhio fisso in cielo per trovare una via, sia le onde, il mare, che come l'animo del protagonista anelano alla conquista della terra ferma. Il tempo rimane bloccato tra i granelli di sabbia, un tempo mitico in cui il navigatore perde e ritrova se stesso, lasciando alle spalle ciò che rimane dell'antico sé, simbolo di distanza e infestazione.


From a Tidal Sleep

Un intreccio a tratti avventuroso, elegante marca la terza traccia di questo disco, intitolata From a Tidal Sleep (Da un Sonno Mareggiato). In questo caso il vocalist decide di partire in ritardo, creando il giusto tappeto sonoro per l'immissione di noi, semplici ascoltatori, in questo maremoto di emozioni, sensazioni, idee. Siamo in alto mare, salpati al largo durante la notte, guardando quel Gigante che dal cielo indica la via. D'improvviso un suono assordante echeggia nella nebbia, mentre una brezza calda proviene da lontano zittendo quel vento gelido e sussurrante, ma quest'ultimo era solo un preludio a ciò che sarebbe accaduto, perché restava solamente aspettare un altro po' per il verificarsi di un'altra tempesta, di pioggia e mare agitato. Piano piano, molto lentamente si direbbe, cadono dal cielo ciò che i ragazzi definiscono "il pianto del paradiso", quindi le gocce di pioggia, che sconvolgono e generano tumulto sulla superficie del mare, svegliando anche ciò che - fino a poco tempo prima - era assopito e dormiente nel profondo del mare. Tutto esplode: l'acqua si agita, il vento si fortifica - quasi come se quella brezza calda era solo una piccola falsa carezza, la barca inizia a traballare e la tempesta torna più furiosa che mai. Non c'è nessun segno di luce all'orizzonte, quasi nessuna speranza, la costellazione d'Orione, che in cielo forniva la guida, è sparita, inghiottita dalle nubi. Dentro sembra tutto fuoco, perché l'avventura, l'adrenalina, ma soprattutto la paura fanno a gara tra il freddo di fuori e il caldo di dentro. Un potere diviso a metà, che presto convoglia verso una delle creature che abitano quei luoghi: un essere oscuro, un cacciatore venuto dal profondo, che i nostri avventurieri devono sconfiggere per riuscire a superare e continuare il proprio cammino. Decidono di tagliare le corde dal cielo, per far cadere quest'essere nelle profondità, in un'imponente battaglia tra cielo e mare, in cui non si sa chi ne uscirà vivo. Una cosa certa però è che il protagonista combatte con ardore, guardando la paura fissa negli occhi, seppur impaurito, ma non v'è scampo: se vuole salvarsi, deve essere forte. 

Celestial Tear

Giunge improvvisamente un arpeggio malinconico, evanescente, etereo, che fa quasi da cuscino alle tracce precedenti, decisamente più sprizzanti. Arriva il momento di Celestial Tear, ovvero Lacrima Celeste. Ricordando qualche brano un po' più pop, la voce questa volta è pulita, triste, proprio come la cadenza di una traccia del genere. Il nostro protagonista, in questo viaggio sembra ricordare qualcuno o qualcosa, una persona o un evento che l'ha segnato nel suo profondo, e che riemerge in questo viaggio cosi lungo, ma soprattutto a contatto con sé stesso. "Respiro ricordi, attraverso barricate di pietra" dice, come a significare che oltre le sue paure, oltre la tempesta che sembra appena passata, oltre i mostri e le figure che ha incontrato e che non sa ancora cosa gli aspetta, richiama alla memoria qualcosa di più sfuggevole, un sentimento ancora più profondo della semplice paura. Allora canta parole confortanti e al tempo stesso avvolgenti, con in sottofondo una melodia accattivante, addolcente. Con l'incedere dei minuti, il segreto viene all'orizzonte, palesandosi quasi come se fosse stato un sogno, un qualcosa che lo ha accompagnato per una notte e che, alla visione sotto la luce, gli ha mostrato qualcosa o qualcuno per cui vale la pena scrivere. "Se tu fossi cieca e se lo fossi anche io, saremmo stati molto più vicini", animati da un desiderio immortale. L'insieme sembra quasi richiamare lo stile degli Alcest o dei nuovi Ulver, ma in realtà il tratto più essenziale e caratteristico si rivede nella sezione melodica. Una lacrima celeste sembra essere caduta nell'animo di chi il protagonista indica, e, allo stesso modo, anche lui piange. Che sia un ricordo di una persona scomparsa? Magari un famigliare, un amico, un amante, sicuramente qualcuno che l'ha segnato tanto nel profondo e che non può dimenticare. Un viaggio cosi lungo, alle prese con le proprie paure, le proprie angosce, ascoltando il solo suono del mare, ti mette in effetti a contatto con ciò che ti affanna, ma che magari è sublime, perché appartiene a momenti migliori. Mettersi a nudo con sé stessi è una cosa difficilissima, soprattutto perché si devono combattere i propri demoni, prima di dire che si è usciti vincitori. La lacrima celeste è in questo caso spirito divino di morte apparente, manifestazione di un ricordo luminoso e al tempo stesso pregno di emozioni. Un  brano diverso sia nel suo significato intrinseco, sia nella messa in scena nel disco, abbracciando lidi più tranquilli, ma malinconici e creatori di uno stacco musicale apprezzato. Il vocalist ha una voce calda, avvolgente, che canalizza le emozioni e i sentimenti in maniera quasi naturale, sottolineando a sua volta, in un reciproco gioco di ruolo, anche la musica creata dai suoi compagni

Converrgence

Quinta traccia del lotto è Convergence, praticamente tradotto in "Convergenza" e parte col botto. Battiti incustoditi, ma cadenzati delle pelli, accompagnati da sferzate di chitarra melodiche fanno da canale verso l'iniziale partenza della voce in tono graffiato e growl. Strano a dirsi, perché è praticamente assurdo pensare come il vocalist sia capace di cantare sia in pulito e sia con questa tecnica in maniera del tutto naturale. Questo prova la capacità stilistica e professionale, che potrà essere sicuramente migliorata con il tempo, ma ha ottime basi ed è migliorata rispetto ad altri album. Il brano è un brano dalle tinte epiche, con basso e chitarra ritmica che accompagnano l'incedere del testo con sottofondi musicali distesi, mitici. Il cielo o l'acqua sono pallidi, sembrano un tutt'uno, perché ciò che si mostra d'innanzi è un muro di vapore che nasconde l'inizio e l'orizzonte. Siamo in alto mare, e mentre si vive a cavallo tra il lucido e l'addormentato, il suono delle onde intrecciano la mente vacillante, impaurita del protagonista. Il sentiero si mostra lentamente tra la nebbia, facendosi spazio e mostrando la via attraverso le stelle, la via che giunge e congiunge il passo iniziale con quello finale, camminando sulla superficie acquea. Sembra giorno, magari è l'alba, considerando che il silenzio quasi notturno, quel silenzio che si direbbe ovattato, è accerchiato dalla luce, pronto a svegliare il dormiente. "Svegliati figlio mio, la tempesta è finita" - è importante, anche quando ci si addormenta, non perdere la cognizione del proprio obiettivo, è importante ricordarsi il "perché", lasciando ardere quel fuoco che schiarisce la via e che cristallizza il flusso del tempo. Sarà bene sorgere e alzarsi prima di diventare briciole, schiacciati dal peso delle paure, in questo caso dell'oceano. Questa è la convergenza di cui si necessita, quella che serve per accendere il fuoco annegato nella recente tempesta. In confronto alle promesse che si fanno, che sia verso se stessi o verso altri, non siamo nulla. Diventiamo pedine delle nostre stesse parole e non possiamo dimenticare di adempiere a quanto detto. Ecco che dopo la tempesta avviene la rinascita, in un ciclo continuo. Legioni di speranza, portate dagli Antichi, consentono di navigare in acque più calme, affinché il chiarore del fuoco di quel cacciatore che vuole archiviare e sconfiggere le proprie prede (ovvero le paure), riesca nell'impresa. In effetti, la calma dopo la tempesta, si riflette anche negli accordi, che per quanto possano essere violenti (ma non troppo), avvolgono con una calda sinfonia, grazie alle quattro corde di Tobias Netzell, Pattersson e Nedergård, il basso di Stam e la batteria su cui si sfoga Christian Netzell.


Sirens

Immancabilmente arriva la traccia che non può mai mancare in un album del genere: la strumentale. In questo caso il titolo richiama alla mente le figure mitiche del panorama greco/latino, ovvero le sirene. Sirens si muove su un giocoforza di pianoforte e sentimenti, ammaliando fin dai suoi primi secondi, ripercorrendo i passi di ciò che la mitologia greca e di riflesso latina racconta. Molti tra di voi potranno essere tratti in inganno dall'immagine che Disney ha voluto donare a questa figura: la bella Ariel è entrata nel cuore di chiunque abbia guardato quel lungometraggio. Ma le Sirene non sono in verità esseri cosi piacevoli, anzi! Da quelle che sono le testimonianze del VII e V secolo a.C., l'immagine che se ne deduce è quella di geni, elemento mortali - nel senso che procurano la morte. Esse sono spiriti di uomini e donne morti affogati, che non ricevetteri i giusto oneri e onori secondo rituali per il loro funerale. Questi ultimi prevedevano libagioni e convivi sacri per onorare il defunto, perciò, per queste anime perdute nel tempo e nello spazio, l'unica ragione della loro vita è quella del sangue, della morte dei poveri marinai che si addentrano in luoghi infestati. Le Sirene sono solite ammaliare e sedurre i malcapitati, condurli a sé e ucciderli in maniera brutale e senza ritegno alcuno. Compaiono infatti in Omero, il quale scrisse di come la temibile Circe raccontò a Ulisse delle cosiddette "Muse del mare", con cui, quest'ultimo, avrà a che fare durante la sua navigazione ai confini del Mondo. Ecco, In Mourning crea questa meravigliosa nenia, che accompagna tanto durante la notte quanto durante il giorno. Oltre le note e la capacità tecnica e artistica di chi giostra le sue dita sui tasti bianchi e neri, ciò che più di tutto lascia attoniti sono le emozioni che si intrecciano ed escono fuori secondo dopo secondo. Note che sembrano raccontare una storia triste, magari la stessa storie di queste anime abbandonate a sé stesse, di cui parlerà sia la letteratura più antica, la letteratura più tarda. Voi cosa provate in questo minuto e trenta secondi di musica? 


Isle of Solace

Con nessun preavviso o incipit di sorta, questo settimo brano intitolato Isle of Solace (Isola di Conforto) parte agguerrito. Una pesante sferzata combattiva di strumenti spalanca la porta, con un ritmo forsennato ma al tempo stesso sempre su linee melodiche. Non v'è scampo, non v'è nessuna preparazione a questo settimo paragrafo del racconto di questo avventuriero delle paure. Ormai è diverso tempo che siamo in mare, il corpo è duro, resistente, ma l'anima è fragile, perché in questo lungo cammino per mare, la superficie è fredda e sempre la stessa incertezza accompagna la ridda verso l'infinito. Il sogno di uscirne vivi sembra ormai sbiadito, in tutto questo l'acqua sembra un nemico senza alcuna morale, portando con sé l'agonia di quella profondità dell'oceano cosi sconfinato. A un certo punto, dalla barca si intravede terra ferma, quindi i marinai decidono di approdare. La speranza sembra essere ritornata, considerando che fino ad allora avevano navigato per tanto, troppo tempo senza alcuna novità. Sembra un rifugio illusorio, passeggero, e che risana le ferite interne ed esterne sia del protagonista, sia degli altri passeggeri della nave. Ma queste sponde, cosi tanto intoccate per tantissimo tempo, rivelano non più un conforto, ma un atroce destino. Il contatto con gli esseri umani ha risvegliato un tremolio dal centro dell'isola, la vita di quel luogo che fino a poco prima era addormentata da tempo, tutta d'un tratto si risveglia e si innalza un flusso di vuoto dal basso che inizia a inghiottire tutto. Quel luogo ha vita, è vivo e pulsante e vuole senza alcuna ombra di dubbio, riscuotere vendetta contro chi l'ha disturbato. Le braccia dei marinai cercano di chiamare aiuto, muovendosi come onde del mare nell'aria, ma c'è poco da fare, perché quell'isola, tanto bella e rasserenante dopo miglia di nulla all'orizzonte, risucchia ogni cosa, lacerando il terreno e facendoli sprofondare e affogare nel mare. Un racconto triste, che in verità per molti potrebbe significare l'importanza di non toccare ciò che è incontaminato. Fin dalla sua prima apparizione sulla Terra, l'Uomo ha iniziato a sondare ogni territorio, cercando di conquistarlo, stanziandosi. Tutto questo senza tener conto dell'ecosistema di un luogo specifico, ma pensando solo e soltanto ai propri interessi. Tutto normale direte, ma questo poteva andare bene solo fino al momento in cui, essendo troppi su questo pianeta, sono stati introdotti elementi inquinanti. Stiamo parlando in particolar modo di tutto quello che è accaduto dalla prima rivoluzione industriale a oggi. 

The Drowning Sun

Se fino a questo momento, l'unico filone di racconto era quello incentrato sui mostri e sulle schiere di pensieri incontrati dall'uomo in questo percorso di vittoria sulle proprie paure, ora, questi ultimi minuti si concentrano sulla fine di ciò che c'era. Come abbiamo potuto capire dalla traccia precedente, i marinai e la flotta sta sprofondando nel mare, inghiottita da quella viva isola che sembrava essere cosi confortante. Immaginate di essere in mare per tanto tempo, magari per anni, quindi non vedere nulla di nuvo per mesi. Angosciante, non trovate? Ecco, all'improvviso, di fronte a voi notate in lontananza la presenza di un'isola. Poteva essere qualsiasi cosa, ma l'importante è che non era "mare". Ma le cose non vanno sempre per il verso giusto e a ricordarcelo c'è proprio The Drowning Sun, ovverosia "Il Sole che Annega". Un titolo che è tutto un programma direte, perché non preannuncia certamente nulla di buono. A tutti gli effetti richiama proprio quel momento in cui i marinai, reduci dallo spaccamento del terreno, si inabissano paurosamente. La morte, per i ragazzi svedesi, si mostra allora cosi: l'aria di un cielo stellato che apre gli occhi verso una nuova Luna, da lontano appare una stella sbiadita, che si staglia su un orizzonte silenzioso mentre gli stessi occhi, ormai stanchi, cercano un appiglio al cielo, in cerca di una nuova guida. Purtroppo anche il Sole sta annegando, cadendo dal cielo inesorabilmente e incagliandosi nell'oscurità. Nessuna mano o braccio che sia può raggiungerlo e aggrapparsi per riuscire a recuperare un po' di vita. Ormai si è alla deriva, in una sinistra e nebulosa fine senza eguali, dove chi lottava e cercava di redimersi, conquistando le proprie paure, finisce per essere risucchiato se non sta attendo a dove mette i piedi. Si potrebbe persino scegliere di mettere in discussione questa fine imminente, ma non basterebbe perché è ormai troppo lontana la possibilità di salvarsi. Il ritmo è allora cadenzato, frustante, martellante, realizzato in modo tale da ricordare come chiodi che fissano la memoria nell'eternità. Sarà solo quest'ultima quella che potrà sopravvivere alla triste fine del protagonista. Il brano è infatti decisamente diverso dagli altri, meno uguale nella struttura strumentale, ma altrettanto interessante dal punto di vista stilistico. Se siete alla ricerca di una traccia struggente e adrenalinica lasciatevi aggrappare da questa, non ne rimarrete delusi.


Voyage of a Wavering Mind

Sono o non sono stati bravi gli In Mourning a farci entrare in questo viaggio? A nostro dire si, ma si poteva fare di meglio. Ciò nonostante non è ancora detta l'ultima parola, perché a chiudere il cerchio c'è Voyage of a Wavering Mind, facilmente tradotta in "Viaggio di una Mente Vacillante" ed è esattamente quello che abbiamo appena vissuto. Un viaggio finito male, ma che porta con sé diverse considerazioni. Questa è probabilmente la traccia più sentita del resto dell'album, con le sue inconfondibili tracce strumentali di inestimabile professionalità, che intrecciano sonorità orientali, lenti passaggi di riff e batteria, lasciando un senso di vacuità, di desolazione, ma intonando comunque sicurezza. Il redentore è stato fuorviato, un mortale in cerca di verità che viene spazzato dalla troppa curiosità e dalla disperazione. Questo è un grande messaggio, perché incita a lasciare che il tempo faccia il suo corso, a combattere per soverchiare le paure che vi attanagliano, ma non lasciandovi soverchiare voi stessi da queste ultime. Non perdetevi nella disperazione vana, perché l'oceano freddo e tremendo potrebbe risucchiarvi, facendovi sbrofondare nell'abisso dell'incertezza, affogando anche il Sole. In questo caso, questo immenso Gigante acque ha vinto sul protagonista, proiettando nell'oblio anche le Stelle e la Luce che permette di vedere il percorso. Bisogna avere sempre punti di riferimento, talvolta le tempeste possono fuorviarvi, facendovi sbagliare strada, ma non disperate, nemmeno se non vedete vie di uscita, cercate sempre di rialzarvi più forti che mai. Sarà importante non essere vacillanti, ma essere sempre sicuro di cosa si vuole ottenere, perché solo cosi eviterete la fine del viaggio di quest'uomo che voleva redimersi distruggendo il terrore delle acque. 

Conclusioni

Dopo gli interessanti primi due lavori, di cui il primo - Shrouded Divine - è uno dei migliori sul mercato, se vi state chiedendo quale acquistare, allora date sicuramente un'occhiata a questo disco. No, non si tratta di una perla eccezionale e sensazionale, ma rimane fedele al concept nascosto dietro In Mourning, riflettendo la gioventù, le sfide, le idee, le difficoltà tipiche dei ragazzi svedesi. Questi ultimi non sono né i primi e né gli ultimi arrivati nel panorama metal, ma sanno combattere bene al fianco dei loro strumenti, creando emozioni particolari con giochi tra tracce più eloquenti e altre in cui spicca maggiormente la musica, tra melodie più avventurose e/o tenaci e altrettante più concitate, quasi sensibili e fragili. L'idea di fondo di questo disco, come anticipato nell'introduzione della monografia, è quello di donare un viaggio a chiunque si appresti ad ascoltarlo, senza troppi giri di parole. Il tema portante, come avrete intuito anche solo dal titolo, è il mare, l'oceano e la sua immensità, in cui perdersi (e talvolta ritrovarsi). I cinque svedesi non hanno rilasciato chissà quante interviste in cui spiegano il metodo di scelta nel processo creativo, ma una cosa è certa: amano la poesia, quella che - con tecnicismi e figure retoriche - vuole toccare nel profondo anche solo con la punta delle dita. Sfido chiunque a non provare almeno un leggero sentire all'ascolto di "Celestial Tear", oppure una sferzata tempestosa ascoltando "From a Tidal Sleep". Nel corso di quest'ora di ascolto, la caratteristica principale che più spicca è la voglia di emergere, dal mare, dallo stato catalitico di una società ormai ferma, dalle proprie paure. Questo è un disco che vuole animare e giocare, regalando spunti a chi ascolta, creando la giusta atmosfera per la crescita del seme del coraggio. Quando all'inizio abbiamo schiacciato "play", abbiamo anche noi fatto un voto, stretto un patto. Quale? Be', il patto è quello di accompagnare il protagonista, che in realtà potrebbe essere chiunque, vincere le paure, le battaglie, i mostri e i sabotatori. Ognuno di noi si è almeno una volta sentito dire "non ce la farai"...questi sono i mostri, le tempeste, gli angosciosi pensieri che conturbano e rubano tempo. Bisogna essere più forti di qualsiasi cosa, anche della natura. In questo In Mourning ruotano e scrivono i loro pezzi, cercando, come facevano i poeti di un tempo, di lanciare messaggi, unire chi è in mille pezzi e strappare le catene di chi è incatenato. "The Weight of the Oceans" è un salto nel vuoto, perché gli abissi del mare sono tanto profondi quanto l'inconscio dell'essere umano. Non sono passeggeri, non creano e non distruggono, sono cosi e basta. Il "peso" è quello del primo passo, quello che ferma chiunque prima di fare qualcosa che potrebbe cambiargli la vita, che potrebbe liberarlo da tutto quello che lo ferma, lo blocca, lo fa marcire. Con cadenza biennale, In Mourning, pubblicano questo terzo capitolo della loro storia, marcando ancora di più quelle che sono le loro ispirazioni, tra le quali gli Opeth, ma facendo crescere la propria creatura, in concomitanza con la consapevolezza che ognuno di loro raggiunge con il passare degli anni. Hanno le idee chiare, sanno cosa vogliono fare e dove vogliono andare, affiancati da figure come Necrolord, con il suo sempiterno e inconfondibile colore blu/viole e le sfumature scure. Le tracce sono talvolta sonnifere, non sempre al massimo della forma, ma ciò non significa che dovrete rinunciare all'ascolto di un lavoro del genere. In tutto ciò, la Svezia sembra culla perfetta per lavori più articolati e più significativi, quasi come se fosse destinata a sfornare ottimi artisti per il genere umano. Certo, oggi esistono migliaia di centinaia di gruppi, quasi sempre tutti uguali, però quei pochi che si contraddistinguono non possono essere lasciati dietro il velo dell'indifferenza. Ciò nonostante, bisogna sempre essere oggettivi e sottolineare anche quei punti di svantaggio che non rendono un disco del genere da dieci. Innanzitutto, certi aspetti strumentali sono talvolta ripetitivi, perciò talvolta potrebbero annoiarvi, talvolta invece essere indifferenti. Non sempre queste onde vi cullano, ma talvolta sono troppo sferzose e, una dopo l'altra, potrebbero anche infastidire chi gli ha amati per le soluzioni più cadenzate. Inoltre, in alcuni tratti, per sottolineare determinate azioni, sarebbe stato più funzionale utilizzare meno cripticità nelle parole. Questo non perché sia sbagliato, ma perché, dato che in altre tracce, non hanno sempre mantenuto questo binario, allora risulta quasi fuoriposto un'eccessiva poeticità. I riff non sono sempre degni di nota, come anche non sempre cosi creativi e particolari, però nell'insieme questo disco funziona. Lancia messaggi e tocca gli animi in un modo del tutto singolare, non rimanendo impresso nel tempo e nella memoria, ma regalando minuti di piacevole divertimento. Per comprendere appieno ciò che vi stiamo dicendo, vi invitiamo ad ascoltare il disco mentre leggete le nostre parole. Badate bene di non perdervi in inutili giri di parole, di pensieri o altro, piuttosto sgombrate la mente, premete sul tasto "play" e date il via alle danze, facendovi riempire della musica e del viaggio del protagonista alla conquista di sé stesso. 

1) Colossus
2) A Vow to Conquer the Ocean
3) From a Tidal Sleep
4) Celestial Tear
5) Converrgence
6) Sirens
7) Isle of Solace
8) The Drowning Sun
9) Voyage of a Wavering Mind
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