IN MOURNING

Garden Of Storms

2019 - Agonia Records

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
03/12/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Diciamo la verità: gli In Mourning hanno abituato il proprio pubblico fin troppo bene da quando sono usciti sul mercato nel 2008 con il debutto Shrouded Divine. La Band svedese, originaria di Falun, non ha sbagliato un colpo fino ad ora. Nati nel 2000, ci sono voluti ben otto anni perché debuttassero proponendo un death metal tipicamente svedese impostato su una base tecnica molto ben riuscita. Non nascondiamo il fatto che il primo disco abbia riscosso un ottimo successo tra pubblico e critica, ed è un successo più che meritato dato l'elevato contenuto qualitativo presente. Certo, il loro sound è molto debitore alla band di Mikael Akerfeldt (ovvero gli Opeth), ma gode di una freschezza compositiva che raramente si può trovare su disco. Due anni dopo esce Monolith, il quale non fa altro che che confermare quanto di buono fatto tramite il precedente arricchendolo però di una storia decisamente interessante che riesce a tenere incollato l'ascoltatore dall'inizio alla fine. Arriviamo al 2012 ed è il momento della pubblicazione di The Weight of Oceans, altro lavoro interessantissimo dove viene raccontata la storia di un uomo la cui sua più grande paura è quella dell'oceano. Anche in questo caso troviamo delle liriche create magistralmente per poter raccontare un qualcosa in maniera tale da farci immedesimare al protagonista, riuscendo anche in questo caso a centrare l'obbiettivo. La musica non si discosta di una virgola da quanto proposto fino ad ora anche perché il death metal progressivo proposto è a dir poco avvincente e coinvolgente. Questa volta bisogna attendere quattro anni per poterli ritrovare con un nuovo lavoro e se fino a quel momento la formazione è sempre rimasta stabile, con i due fratelli Netzell (Christian e Tobias rispettivamente battera e voce/chitarra) a dirigere i lavori, nel 2016 è il turno di Afterglow ed è il primo in cui non troviamo il batterista Christian. Dissapori di varia natura artistica infatti hanno influito negativamente sulla decisione di abbandonare il gruppo ma quando le cose non vanno per il verso giusto in una band è sempre meglio effettuare qualche cambiamento piuttosto che far uscire un qualcosa che risenta di malumori interni. Così viene reclutato Daniel Liljekvist precedentemente in forza ai grandi Katatonia. Afterglow dicevamo, tratta il tema della distruzione del ciclo vitale con tanto di rinascita e ricostruzione di essa. A livello sonoro siamo sempre di fronte ad un ottimo death metal tecnicissimo ma mai stancante o prolisso, anzi, le soluzioni adottate dai Nostri sono sempre di ottima qualità e di grande impatto. Tra un disco e l'altro non ci sono mai stati singoli od Ep e tralasciando uno split pubblicato nel 2018 tramite la Aftermath Music in compagnia di Antimatter, The Funeral Orchestra, Djevel e Kari Rueslatten, arriviamo finalmente ai giorni nostri con la pubblicazione sotto le ali protettrici della Agonia records, dell'ultima fatica targata In Mourning intitolata Garden of Storms, ovvero Giardino di Tempeste. Anche in questo caso dobbiamo segnalare alcuni cambi in seno alla line up partendo dalla dipartita del bassista Pierre Stam sostituito da Sebastian Svalland. Un artista che ha lavorato per varie band come session man come ad esempio i Pain di Peter Tagtgren ed è attivo anche come chitarrista nella band Letters From the Colony. Altro cambio avviene sul sellino della batteria con l'ingresso in formazione dell'ex drummer di Faithfull Darkness, Nonexist Moorgate e Thrive, Joakim Strandberg Nilsson. Come nei due dischi precedenti, la bellissima e particolare cover dell'album è stata curata niente di meno che da Necrolord il quale ha dato la propria fondamentale impronta ad album di Emperor e Dissenction. Non ci sono dubbi sulla qualità di questa loro ultima opera, a meno di sviste clamorose, ma la curiosità non riesce mai a placarsi quando si tratta di parlare degli In Mourning. Non vi resta dunque che seguirci per vedere insieme cosa ci hanno riservato questi svedesi eccezionali.

Black Storm

Il brano che va a presentarci questo nuovo lavoro porta il titolo di "Black Storm (Tempesta Nera)" di cui è stato girato anche un buon videoclip. La partenza è affidata ad una chitarra poco distorta, intervallata da colpi di batteria che ne preannunciano la partenza. Con un growl piuttosto ben piazzato, Tobias da effettivamente il via al brano il quale trova assestamento quasi subito grazie ad un riff molto piacevole ed una prova vocale sempre ben composta ed interessante. Il sole cade lentamente all'orizzonte lasciando il posto ad una oscurità che pian piano, con le sue grandi braccia, avvolge il cielo diventando minaccioso. Tutto sembra perdere di vitalità, ogni forma di vita sembra venire inghiottita da una sorta di sabbie mobili. Le poche luci che rimangono cercano in qualche maniera di trovarsi per darsi forza, ma sembrano anche loro destinate a sparire. Il lungo intermezzo strumentale rievoca a tratti il brano Falling Snow degli statunitensi Agalloch, il ché non è un male anzi, le chitarre sono perfettamente integrate ed incastrate tra di loro creando una malinconia di fondo molto tangibile. Il tutto esplode successivamente in una bellissima seconda parte sempre strumentale, arricchita da un ottimo assolo che prepara il terreno per la pugnalata finale che trafigge definitivamente il cielo, facendo piovere sangue e disperazione. I nuovi sovrani dell'oscurità sono pronti per governare un mondo che non vedrà mai più una qualsivoglia fonte di luce. Iniziano così una danza che vuole concludere una volta per tutte ogni tipo di forma di vita presente sulla Terra, ma non tutto fortunatamente soccombe all'oscurità. Che sia un fiore soltanto, o qualsiasi altra piccola cosa, c'è sempre una leggera speranza per poter far ripartire la vita. La sezione ritmica è massiccia al punto giusto, ma le vere protagoniste sono senza ombra di dubbio le chitarre che sfoggiano una grande prova tecnica di maturità, dando al brano stesso un'anima propria che si palesa davanti ai nostri occhi. Se ci aggiungiamo anche le brevi ma intensissime incursioni vocali pulite, ecco che veniamo immediatamente catapultati in un fitto bosco avvolto nella nebbia in preda al panico. Come dicevamo, la band vuole si essere catastrofica verso un futuro che forse potrebbe anche essere così, ma non vuole nemmeno che noi perdiamo la speranza gettando la spugna prima del dovuto. Dobbiamo infatti avere la forza di cercare quel qualcosa che possa darci la forza di ricominciare anche quando tutto sembra ormai essere arrivato alla fine. Sicuramente un ottimo brano di apertura che ci consegna una band in grande spolvero ed ancor di più malinconica rispetto al passato.

Yields of Sand

La voce pulita si presenta immediatamente con il brano "Yields of Sand (Resa di Sabbia)". La sensazione di essere soli in un posto sperduto è quasi agghiacciante e la voce di Netzell è tremendamente espressiva riuscendo proprio a convogliare questa maledetta sensazione di abbandono. La notte dovrebbe essere arrivata al termine, ma continua ad essere buio e sembra che la luce quest'oggi non abbia voglia di svegliarsi. Un senso di inaspettata debolezza invade il nostro corpo e quei pochi scudi di cui eravamo dotati per fronteggiare la vita di tutti i giorni, sembrano essere svaniti nel nulla. Scrutando il cielo, ci accorgiamo che una leggera pioggia inizia a cadere dolcemente fino a farsi più insistente. Diventa incessante e le gocce d'acqua penetrano nel terreno con una facilità disarmante, come se fossero lame affilate che trafiggono ogni cosa. Allarghiamo così le nostre mani per raccogliere il frutto di questo cielo, ma vengono anch'esse trafitte ed iniziano a perdere sangue; sangue di cui il terreno inizia a nutrirsi voracemente. Il brano non sembra voler mai decollare definitivamente, rimanendo ancorato su tempistiche lente ed ossessive. Anche quando il singer usa un growl decisamente profondo il pezzo non morde forse come dovrebbe, ma è anche vero che è probabilmente impostato volutamente in questa maniera per rendere il tutto opprimente e desolante. L'imperatrice dell'oscurità di intravede, ma è lontana e sfocata e possiamo solamente osservare la sua coda che taglia la nebbia come fosse burro e lascia terra bruciata al suo passaggio. La tempesta vera e propria ha inizio. E' talmente forte e potente che sembra un gigante intento a schiacciare ogni cosa ogni volta che effettua un passo. "Quando le ombre svaniranno troverai la tua strada" sembra essere una sorta di speranza che l'imperatrice vuole sussurrarci all'orecchio. E' come se volesse farci cercare in fondo a noi stessi quella scintilla che può cambiare le sorti del destino che sembra ormai essere già stato scritto, Tutto questo piccolo e flebile entusiasmo però si spengono quasi all'istante, quando capiamo una volta per tutte che ogni nostro sforzo non servirà praticamente a nulla e tutto fallirà. Devo dire che Yields of Sand era partito decisamente bene e in sostanza è un buon brano. Solamente mi aspettavo un cambio di rotta che potesse farmi balzare dalla sedia come ormai la band ci aveva abituato. Invece musicalmente si rimane sempre ancorati ad una lentezza di base che, per quanto molto ben eseguita, non riesce a prendere fino in fondo come forse mi sarei aspettato.

Hierophant

Passiamo ora al terzo brano propostoci dalla band, ovvero "Hierophant (Ierofante)". Una parola che forse non tutti ne comprendono il significato ed è per questo che vi spiego immediatamente chi è uno Ierofante. Nella cultura greca, non è nient'altro che il sacerdote più importante dell'Attica ed è praticamente colui che spiega le cose sacre. Con questa doverosa premessa partiamo all'ascolto della song la quale si presenta con un ottimo riff sorretto da una grande prova ritmica da parte del drummer e dal bassista Svalland. Se il sole è ormai caduto nell'oblio, ecco che la nebbia inizia a prendere piede cercando di coprire con il proprio manto ogni cosa. Osservando attoniti il decorso di questo male, rimaniamo inermi davanti all'ascesa dell'oscurità e non ci resta che aggrapparci alla fede sperando che questa ci aiuti in qualche modo a sopravvivere alla fine. All'orizzonte scrutiamo una luce finalmente; una luce lampeggiante che ci ridà un minimo di speranza. Una speranza che però presto si rivela essere uno specchio per le allodole, dato che quella luce che credevamo potesse essere una via per la salvezza, non è nient'altro che il fuoco che brucia il paesaggio già di per sé desolante. Il brano colpisce per immediatezza e risulta essere anche snello nonostante situazioni articolate e molto ben eseguite. Il senso di debolezza è sempre molto ben presente e i chitarristi riescono tramite le loro trame molto ben studiate, a coinvolgere sempre emotivamente e portarci nel loro mondo ormai in declino. Il Santo Messaggero, una volta essersi presentato, prova a convincerci che questa è l'unica soluzione per il bene del nostro mondo e ci invita a cercare il serpente, dato che metaforicamente parlando è si un essere che induce in tentazione l'essere umano incarnando il male più assoluto, ma è anche il simbolo della rinascita. Il suo mutare pelle infatti lo rende anche il simbolo del rinnovamento e della rinascita, ed è probabilmente quello che il sacerdote vuole farci capire. Ci invita così a raccogliere tutte le nostre cose e tutta la nostra forza di volontà per affrontare un lungo viaggio che sarà sicuramente pieno di insidie anche all'apparenza insormontabili, ma che potremo superare grazie alla convinzione che ogni cosa può essere cambiata. Ottimo l'assolo di chitarra, malinconico ma anche avvincente venendo interrotto bruscamente da uno stop improvviso e dal solito growl penetrante di Tobias. La song conclude in maniera tale da lasciare un punto interrogativo sul nostro futuro, il quale sembra essere comunque già segnato. Eppure il voler lottare ad ogni costo rende l'essere umano capace di qualsiasi cosa, perché riesce a dare tutto se stesso quando crede fortemente in qualcosa. Non tutti sono dotati della stessa volontà è vero, ma una volta messi alle strette lo spirito di sopravvivenza prende il sopravvento alla ragione facendoci a volte agire istintivamente. Non sempre questo è un male, ma bisogna ricordarsi sempre di fare le cose bilanciando perfettamente la ragione con l'istinto.

Magenta Ritual

"Magenta Ritual" si palesa a noi con un arpeggio delicatissimo, quasi sognante. La band è sempre stata bravissima in questo: trovare soluzioni anche semplici ed immediate e riuscire a trasmettere sensazioni anche contrastanti che possano provocare una reazione all'ascoltatore. Tobias canta pulitissimo e la sua voce è talmente bella ed affascinante da farci trovare letteralmente ipreparati quando improvvisamente ci spara il suo growl con tutta la sua forza in pieno volto. Si ritorna brevemente ad ascoltare la sua voce in clean per poi lasciare spazio ad una parte strumentale non esageratamente esaltante ma pur sempre di grande impatto. In questo preciso momento ci troviamo un attimo prima della caduta dell'oscurità verso la nostra terra e vediamo la poca luce rimasta placarsi, prosciugando il cielo sotto i nostri occhi. L'attesa insomma sembra essere finita. Così impugniamo la nostra arma per fronteggiare le forze oscure, ma questa impugnatura si allenta man mano che passa il tempo. Le nostre forze iniziano a venir meno e lo sconforto ci assale. Il sole è ancora li, ma sta perdendo la propria forza; nonostante tutto vorremmo incoraggiarlo di non mollare, ma sembra che anche la nostra unica fonte di luce e di calore sia ormai stanca di vedere certe atrocità che avvengono al cospetto della sua calda luce. Come dargli torto. Eppure ha sempre lottato per tenere la vita forte a sé, ma è giunto il momento di lasciare spazio all'oscurità perché proprio non ce la fa più a sostenere tale peso. E' un sole rassegnato ed ormai in balia delle ombre. Anche se volesse reagire ha ormai oltrepassato il punto di non ritorno, quindi si lascia morire lentamente facendo morire tutto quello che, grazie a lui, una volta era la vita. Il cuore di ognuno di noi intraprende un viaggio verso l'oscurità, venendo avvolto anch'esso dalla nebbia fino a fermarlo per sempre. Bene il sound generato dagli In Mourning, soprattutto quando gli strumenti diventano dolci e suadenti. Una dolcezza apparente che inganna con grande facilità, portandoci dritti alla tana del serpente che con il suo unico morso, pone fine ad ogni cosa. Devo dire che ho trovato Magenta Ritual un ottimo esempio di come la band riesca ancora una volta a coinvolgere chiunque tramite la musica. In questo sono sempre stati bravissimi i Nostri ragazzi, i quali dimostrano ancora una volta di colpire nel segno e farci provare delle sensazioni grandiose.

Huntress Moon

Dato quello che abbiamo ascoltato fino ad ora, è con stupore che l'introduzione di "Huntress Moon (Luna Cacciatrice)" ci accoglie con tremenda furia. Le chitarre sono veloci, il drumming furioso ma sempre controllato ed in generale è il caos a farla da padrone. Il tutto torna velocemente alla normalità quando la voce profonda di Netzell inizia il suo racconto. Il sound rallenta senza perdere però un briciolo di potenza e veniamo a trovarci nel bel mezzo del nulla lasciati completamente soli nel bel mezzo della notte. L'odore delle fiamme che lentamente si stanno spegnendo, lacerano la nostra pelle e quell'odore di terra bruciata avvolge i nostri sensi. Le fiamme improvvisamente si spengono e quel poco di luce che inducevano lasciano il posto al nero più profondo. Il vento non cessa di intensità e trasporta quell'odore di bruciato che si attacca ai nostri vestiti ed alla nostra pelle senza più andare via. Ormai siamo persi nella notte, ogni direzione da noi presa porta solo ed esclusivamente al nulla facendoci così perdere per sempre ogni tipo di orientamento. Una massa informe nera e senza volto avvolge ogni cosa e l'unica cosa che ci trae conforto e il leggero bagliore che ci regala la luna. Sembra essere un regalo degli dei quello di non permetterci di cadere nella disperazione più totale. La band si destreggia molto bene attraverso l'oscurità propinataci e l'intermezzo strumentale, seppur di non esigua durata, è un bagliore che da speranza all'uomo. Gli In Mourning ci prendono per mano per farci attraversare questo momento di tristezza e l'assolo decisamente desolante che ci viene regalato, non è altro che la consapevolezza che tutto sta per finire ma che in fondo si può sempre ripartire da zero. Il vento emette i propri sospiri come fossero sentenze, le lame taglieranno il terreno procurando dei solchi e ferendo la nostra amata terra, la quale soffrirà tremendamente e chiederà il nostro aiuto. Un grido di disperazione e sofferenza che non potremmo evitargli perché la serpe verrà ad addentarci per farci diventare cibo stesso che verrà assorbito dal terreno per permettergli di rinascere. Una soluzione drastica che porterà sofferenza, ma che servirà alla stessa per ricominciare a vivere evolvendosi ed adattandosi ad uno stile di vita completamente differente da come era abituata. Come accaduto nell'album precedente, in questo brano si parla si di distruzione e fine di un ciclo vitale, ma anche di rinascita. Un processo necessario se vogliamo per porre fine alle atrocità di ogni giorno che non trovano una reale soluzione. L'unica via di uscita è quella di porre fine a tutto e ripartire dall'inizio con un processo evolutivo tutto nuovo che si dovrà per forza adattare alle circostanze per poter sopravvivere. Huntress Moon è decisamente convincente; una song veramente molto ben costruita piena di soluzioni interessantissime e soprattutto ben amalgamate per dare una forma reale alla canzone. Dopo l'iniziale Black Storm, sicuramente il miglior brano del disco.

Tribunal of Suns

"Tribunal of Suns (Tribunale dei Soli)" è il penultimo brano di questo lungo lavoro e si presenta con riff monolitici ed un'ottima sezione ritmica che erge un muro veramente notevole e di grande intensità. Ottimo l'inserimento chitarristico melodico che da quel senso di desolazione che continua a pervadere tutto questo disco. Arrivati a questo punto, la Terra è sprofondata nelle tenebre e i pilastri immaginari che sostengono il terreno iniziano a sentire il peso di un cambiamento così radicale da non sopportare più la vita stessa. Ci incamminiamo attraverso un percorso che sembra non avere mai una fine, fino a quando sentiamo una voce lontana che pronuncia il nostro nome. Dopodiché il silenzio. Un silenzio totale, quasi assordante. Troviamo un edificio che sembra essere perso nel tempo, così antico da essere anche maledettamente affascinante. Ne siamo attratti ovviamente e non possiamo pensare di non entrarci. Un bagliore dal sapore malefico circonda la sala principale ed affascinati da ciò, la nostra attenzione sembra disperdersi attraverso le pietre che costituiscono una sorta di labirinto fatto di luci. Dopo i consueti growl sempre molto efficaci, si passa ad un rallentamento quasi repentino; come a voler darci il tempo di realizzare ciò che sta accadendo intorno a noi. Il brano ora è lentissimo, gli arpeggi riecheggiano in una sala da cui l'eco rispende in tutta la sua fierezza. La voce pulita di Tobias fa il resto dicendo che una volta che il tempo che conoscevamo se ne andrà, rimarrà solamente sabbia prima del lamento cocente di ognuno di noi. Ormai è giunta la fine e questa è forse la giusta punizione per aver rovinato negli anni il nostro mondo. Ormai è tardi per confessare le nostre colpe, ormai è inutile confessare. La fine è vicinissima, il cielo ha ormai seppellito ogni verità ed è giunto il momento del sacrificio per le nostre menzogne. Guardando fuori in un paesaggio privo di animo, nemmeno una stella riusciamo a scorgere dato che il cielo è avvolto da una coltre nera impenetrabile. La pioggia di sangue continua a cadere, ma quando l'ultima goccia cadrà sul terreno allora sarà tutto pronto per porre fine ad ogni forma di vita. In questo pezzo sono presenti tutti i tratti distintivi di una band che, seppur in maniera non eclatante, è maturata fino ad arrivare a tessere una tela impreziosita da sonorità ben riconoscibili ma elaborate in modo da essere ancora più penetranti ed espressive. L'alternanza di voce profonda a quella prettamente pulita è un assoluto valore aggiunto in questo caso, riuscendo a dare particolare risalto ad un episodio sicuramente interessante pur rimanendo su coordinate lente e claustrofobiche.

The Lost Outpost

Eccoci arrivati alla fine del nostro cammino con l'ultima "The Lost Outpost (L'avamposto Perduto)". Il brano inizia in maniera molto lenta fino ad arrivare alla classica parte arpeggiata sempre di grande effetto, di cui i gli In Mourning sono ormai maestri. Tutto si ferma improvvisamente per un breve momento fino a quando una vera esplosione sonora mai veloce, si distingue per potenza e precisione. Il tutto arricchito dalle solite ottime vocals del singer, il quale lascia immediatamente spazio ai propri compagni che si cimentano in tecnicismi decisamente vincenti. The Lost Outpost inizia così: "E così, il gigante ha schiacciato l'oceano ed il sole", facendo riferimento ai due lavori precedenti Afterglow e The Weight of Oceans. Quando tutto sembra ormai perduto, un barlume di speranza ci viene dato proprio dalla stessa band. Se ormai il destino dell'uomo si è perso tra le onde del mare vagano verso l'ignoto e spinto dal calore delle fiamme, ecco che la dea della luna sembra volerci tendere una mano. Ci troviamo sulla riva delle acque davanti ad un faro, il quale sembra parlare alle fiamme tenendole lontane. "Dalle ceneri sorge una nuova alba", così come l'araba fenice risorge dalle proprie ceneri, anche noi possiamo tornare a vivere. Bisogna alzarsi ed imparare a volte ad andare controcorrente, magari scendendo anche a compromessi che possano permetterci di non essere degli egoisti come in fondo lo siamo sempre stati. Ora la scelta spetta solamente a noi: osservare il sole ormai morente attendendo la nostra fine, oppure diventare noi stessi un nuovo sole che nell'alto del cielo risplenderà per donare speranza e nuova vita? Dobbiamo sentire il cuore bruciare per tutta la notte per poter capire il sacrificio che bisogna fare per ottenere la rivincita in un mondo che in sostanza ci ha voltato le spalle. Giustamente aggiungerei, dato che siamo stati i primi a farlo soffrire fino a farlo collassare. In tutta questa oscurità, la luna è stata l'unica a credere che potessimo cambiare e con il suo flebile bagliore ci ha regalato quella opportunità che non speravamo più di avere. I riff sono pesantissimi come macigni, è come se i Nostri volessero farci prendere piena coscienza di tutto ciò che sta accadendo. A volte, troppo spesso, tendiamo a non prenderci le nostre responsabilità e questo causa del male. Che sia sopportabile o tremendamente doloroso, con l'accumularsi il risultato può essere a dir poco disastroso. "Ti porto a casa, ma mai più indietro" è una frase che sa di avvertimento. E' come se ci venisse detto "Ti do un'altra opportunità, ma sappi che questa è l'ultima quindi giocati bene le tue carte". E' quello che dobbiamo imparare a fare, non arrivare al punto di essere con l'acqua alla gola e sperare di poter tornare indietro nel tempo per sistemare le cose. E' una cosa che ovviamente non si può fare, quindi cerchiamo di usare il cervello quando serve, perché dato che siamo degli esseri pensanti, credo che il minimo sia far funzionare il dono che ci è stato dato per vivere in pace con noi stessi e soprattutto non fare del male agli altri o al nostro amato pianeta. La traccia sfiora i dieci minuti di durata, e tra leggere accelerate e molti momenti riflessivi strumentali, riesce a non stancare e soprattutto riesce nell'intento di farci riflettere. Un'ottima chiusura che fa terminare un disco decisamente riuscito e se vogliamo, a tratti diverso dai sui predecessori in termini di brutalità.

Conclusioni

Arrivati quindi alla conclusione, dobbiamo per forza di cose tirare le somme e dire ancora una volta che gli In Mourning hanno fatto nuovamente centro. Se in fase di introduzione abbiamo ribadito il fatto che i Nostri non abbiamo di fatto sbagliato un colpo dopo quattro album molto ben riusciti, il quinto Garden of Storms da noi preso in esame non fa certo eccezione. Devo dire che rispetto agli altri che risultano leggermente più immediati, soprattutto i primi, in questo caso vi consigliamo di ascoltare questa loro ultima fatica più e più volte per poter assimilare ogni singolo passaggio. Il tutto è studiato nei minimi particolari, i suoni sono molto ben definiti ed in generale la produzione è praticamente perfetta sotto ogni punto di vista. I cambi di line up non sembrano aver inficiato negativamente sul risultato complessivo, anzi, sembra quasi i vari membri della band suonino insieme da quando questa creatura abbia emesso i primi vagiti. L'affiatamento è pressoché totale e lo si può sentire in ogni brano presente. Sette pezzi che sono delle sette suite dato che la durata minima si aggira sempre sopra i sei minuti di durata, fino ad arrivare ai sette della penultima e addirittura ai nove della conclusiva The Lost Outpost. Vi dico di assimilarlo il più possibile perché non è un disco immediato, non perché la tecnica mostrata è esageratamente marcata, ma perché il concetto di canzone è articolato in maniera tale da essere volutamente difficile da scoprire in tutte le sue sfaccettature ad un primo e superficiale ascolto. Tutti molto bravi i vari interpreti, molto dotati e praticamente ineccepibili con i loro strumenti. Un plauso particolare vorrei farlo al cantante Tobias Netzell, il quale abbandona praticamente lo scream prediligendo un growl molto ficcante ed incisivo, ma è quando usa il clean che è a dir poco mostruoso. Riesce a dare un'impronta assurda ai brani ed in questo dobbiamo riconoscerlo. E' cresciuto moltissimo a livello vocale e la sua espressività è pregna di sentimento e riesce ad emozionare in ogni passaggio. In un'epoca in cui moltissime realtà puntano sulla tecnica perdendo un po' di vista la funzionalità che questa deve dare alle proprie creazioni, gli In Mourning l'hanno sempre usata con grande astuzia senza mai scadere nel banale o forzare più del dovuto per far vedere di essere più bravi o dotati di altri. Ormai sono una realtà ben consolidata e non è un certo un caso se dopo un primo lavoro eccellente siano riusciti a replicarsi con il successivo, il quale a livello di liriche ci regalava una storia veramente ben scritta. Un terzo disco bellissmo ed un quarto altrettanto affascinante non è un caso, quindi quasi non ci stupiamo più della qualità che ogni volta riescono a darci. Difficile come in passato scegliere un pezzo che sia meglio di un altro, perché il collegamento che si crea con l'ascoltatore varia a seconda dello stato d'animo. Se dovessi scegliere direi l'opener Black Storm ed Huntress Moon. Due song bellissime ma così diverse fra di loro che suscitano emozioni a non finire. Devo dire che quest'anno sono usciti molti lavori di grande qualità di diversi generi e il mio consiglio è quello di non fermarsi solamente ai grandi nomi ma di scovare formazioni che meritano di più di quello che realmente raccolgono. Gli In Mourning meritano veramente la vostra attenzione. Non permettete che la loro arte passi inosservata perché questi ragazzi devono raccogliere quello che negli anni hanno faticosamente seminato. E' vero, la loro fama piano piano sembra stia uscendo dal guscio e questo è solamente per merito vostro. Non sbagliano un colpo dicevamo...non sbagliano mai un colpo.

1) Black Storm
2) Yields of Sand
3) Hierophant
4) Magenta Ritual
5) Huntress Moon
6) Tribunal of Suns
7) The Lost Outpost
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