IN MOURNING

Afteglow

2016 - Agonia Records

A CURA DI
FEDERICO P.
25/06/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Quanti di voi ricordano gli Entombed A.D.? Ma aspettate, quanti ricordano invece gli ABBA o gli Opeth? Praticamente tre gruppi talmente tanto diversi tra loro, da avere solo una cosa in comune: la nazionalità.Tutti e tre provengono dalle meravigliose lande svedesi. Nati tra foreste sacre, storia, tradizioni...tutti elementi che vanno a condire l'arte che poi riescono a trasmettere. Oggi non ci distacchiamo da questi territori del nord Europa, per approdare sulle sponde di un gruppo relativamente giovane: In Mourning. Che voi siate amanti di black, death, gothic o altro, sicuramente apprezzerete l'offerta musicale proposta da questi giovani ragazzi che hanno deciso di lanciarsi nel territorio minato del metal fin dagli inizi degli anni 2000.Probabilmente, come per me, sarà anche per voi la prima volta in cui ascolterete un loro lavoro. Del resto, non è sempre concesso a tutti il vantaggio di giungere sugli scaffali di tutto il mondo, ma - bisogna essere sinceri - gli svedesi sono bravi a far parlare di se. La storia degli In Mourning, come dicevo, inizia negli anni 2000 con la pubblicazione di un demo che non riscosse molto successo, tanto da dover essere seguito da altri 4 per riuscire a sfondare definitivamente nel 2008. A tutti gli effetti, non è un segreto che questo gruppo di giovani metallari entra attivamente nelle scene con il loro primo full intitolato "Shrouded Divine", da cui si iniziano a delineare sempre di più le tematiche e le sonorità a cui ci abitueranno con i successivi lavori. La prima volta che ascolterete una loro canzone, rimarrete piacevolmente colpiti da un tratto principale: la cura del dettaglio. Non è una cosa banale, considerando che molti gruppi e artisti che si lanciano nel vuoto cosmico dei commerci metal/rock finisce per dare molta più attenzione a quello che il pubblico vuole, tralasciando qualcosa di fondamentale come il dettaglio di un album. Si tratta di un carattere distintivo, che ha accompagnato i ragazzi svedesi dai lavori precedenti, sviluppandosi di volta in volta in nuove e interessanti soluzioni ritmiche e artistiche. Nel corso della trattazione troverete i miei spunti relativi ad alcuni particolari che contraddistinguono il gruppo, ma nel frattempo non posso esimermi dal presentarvi innanzitutto quello che si riveste del ruolo di quarto full-length nella discografia degli In Mourning: Afterglow! Se masticate un po' di inglese, avrete già capito il tema principale che ruota attorno al progetto; ma se non lo sapete, considerate che la traduzione del nome della band è "in lutto". Effettivamente, dalla Svezia siamo sempre stati abituati a sonorità dirompenti, accompagnate a tematiche oscura, talvolta smaccatamente forti e tristi allo stesso tempo. Anche per loro, non ci si risparmia nulla, perché' questi artisti hanno preferito convogliare nella loro musica i pensieri, le paure, le angosce e le tristezze che accompagnano a vita di ognuno di noi; chi in maniera fagocitante e chi invece sporadicamente. Non a caso, il suono che si scopre in ogni disco, si rivela come un insieme tra death metal melodico, accompagnato a sprazzi di linee più gothic, il tutto accompagnato da uno spirito avanguardistico, direi progressive. Ma chi c'è dietro a questo lavoro? È presto detto. Essenzialmente, il gruppo si compone dei classici 5 elementi: un bassista, un batterista, un cantante e due chitarristi. Troviamo nei panni delle quattro corde, Tim Nedergård e Björn Pettersson che, assieme al bassista Pierre Stam, delinea la scrittura dei testi di tutte le tracce. Ai piatti troviamo Daniel Liljekvist e, per ultimo ma non per importanza, Tobias Netzell, il quale fornisce le sue doti vocali (e anche strumentali, considerando che aggiunge qualche linea di chitarra) al servizio del gruppo, rivelandosi anche un ottimo songwriter. Nel complesso, questo "Afterglow", mostra attitudine anche solo dalla copertina, in cui si staglia in lontananza un'alta torre posta sopra grandi massi sospesi nel nulla. A fare da contorno a questi, nebbia, nuvole, fumo, fuliggine e fuoco, giocando su colori caldi e scuri, che abbracciano l'ascoltatore come un mare che avvolge il corpo. Il tratto sembra non essere cosi' nuovo, infatti, spulciando nel booklet di 12 pagine contenuto nell'edizione del CD, viene fuori che l'artista autore di quest'opera è - niente poco di meno che:  Necrolord. I più lo ricorderanno come l'autore che ha reso perfetto anche dal punto di vista grafico il lavoro dei Dissection, degli Emperor e di tanti altri artisti che fanno da capisaldi del genere estremo (e non).Fatte queste dovute premesse, non resta che muoverci assieme sulle tracce degli "ultimi bagliori". Seguitemi

Fire and Ocean

Rumore di vento, di fuoco e fuliggine. Suono di acqua e di tempesta che si unisce ai primi rintocchi di chitarra. In questo modo prende piede Fire and ocean, facilmente traducibile in 'fuoco e oceano'. Il suono compatto della batteria scandisce l'avanzare dei minuti, scandendo in modo preciso l'entrata nel mondo degli In Mourning. Immediatamente un grido emerge dalle tenebrose nubi, in quello che sembra essere un evento apocalittico. Il sole precipita dal cielo, la cui luce piano piano diminuisce. Il giorno finirà in un tremendo fuoco che arde tutto quello che riesce a possedere. La terra, al richiamo del sole, sembra tremare per paura di quello che da li' a poco giungerà, mentre dall'abisso del mare, il caos diffonde il suo volere. La chitarra ritmica si potenzia, scendendo a compromessi con il basso e ricreando un sottofondo perfetto, in cui l'oscurità trascende. Dal basso allora emerge una vorticosa nube infuocata che inghiottisce la luce del sole, trionfando sulla luce del giorno. Quella stella che un tempo era al centro del cielo di giorno, viene letteralmente risucchiata, mentre il cielo e la terra collidono, creando onde alte dal mare. E come è penetrante questo incantevole scenario, anche le ritmiche creano onde sonore divoranti, giungendo come sempre in una sempiterna lotta tra melodia e distruttiva estensione strumentale, raggiungendo il culmine quando arriva l'assolo, catturando le scene con una struttura coinvolgente. Si permettono allora di creare come un guida alla scoperta dell'estinzione del Sole, che penetra la Terra, scavando fino al suo nucleo, divorando l'unico fuoco di speranza che era rimasto nell'oscurità dell'Oltretomba. Non è affare nostro conoscerne le causa, ma questo primo lancio nel disco sembra ottenere consensi oltre misura. I ragazzi sembrano certamente cresciuti, rispetto agli anni precedenti, dimostrandoci cosa sono in grado di fare con questo brano spasmodicamente ingannevole, che gioca su ritmiche talvolta delicate e ripetitive, mentre altre volte sembrano pesanti macigni che trainano la caduta del Sole. Non potrebbero essere diversi tuttavia, considerando il loro passato e il tipo di approccio che hanno avuto alla musica, creando e delineandosi come astuti compositori di death metal persuasivo e dirompente. Il riff, è un riff prepotente, declamante della tragica scena di cui si fa portavoce, iniettando le giuste tempistiche che ci rendono più consapevoli di quanto sta accadendo.

The Grinning Mist

Un passo più in là e sembra di essere entrati in una fiera all'insegna dell'oscurità. Il rullante prende corpo, trasformando in un secondo quell'apocalittica esperienza della precedente traccia, in qualcosa di diverso. Si aprono allora le porte di The Grinning Mist, ovvero 'La nebbia sogghignante', che sembra quasi un titolo di un'opera di Lovecraft. Una introduzione breve, ma diretta. Che non lascia scampo in chi vuole approcciarsi, perchè vi trascina in un'indimenticabile comparto strumentale che vi avvolge, come una sirena farebbe con un ignaro viandante. All'improvviso un grido oltremodo carico di guerrigliosa ambizione sovrasta, ma non completamente, l'insieme. Viene subito in mente che in realtà questa e l'altra non sono tracce cosi distanti, ma sono legate dal principio di storytelling, dandoci agio nell'accostarci al loro mondo fatto di tenebra, devasto, morte, ma anche esperienza. Nessuna luce può sopravvivere se la stella in cielo che ne forniva l'esistenza è ormai caduta. Un vuoto nel cielo si è ormai andato a creare, lasciando il trono scoperto e in pericolo, mentre il re (il Sole) è stato divorato dalle onde del mare. ma come la luce, ovviamente anche il fuoco che sembra bruciare in eterno, in questo momento inizia a volgere verso la sua fine, cosi' anche la gloria che sembrava imperitura, invece nascondo il suo esito. Giunge allora il momento in cui si mostra da lontano l'avanzata dell'oscurità, che porta con sé un nuovo dominio, quello della Luna, che non solo dimorerà nel cielo notturna, ma continuerà il suo potere nel cielo diurno, prendendo il posto di quella stella appena decaduta. Subentra allora il sogghigno della nebbia, che nel dominante nuovo regno, divora le lande di questo mondo. Un benvenuto alla desolazione, portata dalla morte del Re delle stelle: "Il Re è caduto", ripetono incessantemente, giocando su ritmi veloci, mentre la melodia di sottofondo diventa serva di questo atroce destino, unendosi in uno sposalizio energetico tra la voce pulita di Tobias Netzell che cuce un accordo sincronico semplice, ma non semplicistico tra chitarra, basso e batteria, dando come una sensazione di una veglia funebre per colui che dal cielo è caduto, lasciando un vuoto incolmabile e insospettabile. A chiudere in definitiva questo capitolo dell'opera, un assolo che ulula distruzione, tra accordi veloci e paurosi, passando a una conclusione altrettanto grintosa


Ashen Crown

Ma non pensate assolutamente che tutto rimanga cosi'. Mentre in cielo il trono viene occupato dalla Luna, sulla Terra qualcosa gorgoglia. Allora entra in scena l'atto degli In Mourning chiamato Ashen Crown 'Corona Cinerea', Parte come un pezzo sporcato da meccanismi thrasheggianti, mentre imperversano le ritmiche death metal, contaminate da epiche sinfonie. La differenza è palpabile: mentre le precedenti tracce avevano per forza di cose un andamento lento, quasi serioso, qui i cinque ragazzi si improvvisano in un distinto gioco di ruolo. La chitarra prende un sopravvento per buona parte del brano, con leggeri tocchi di plettro sulle quattro corde, trasformandosi in piccoli passi che riescono a introdurre la visione sulla Terra. Il Gigante del Cielo è caduto, ma l'obiettivo ora è risvegliare quel fuoco rituale, quel cumulo di pietre che donerà nuova forza al Gigante usurpato. Bisgogna attuare un risveglio, veicolato da ululanti fuochi che bruceranno attraverso cuori di pietra. Solo allora riuscirà a riemergere un nuovo Re, dalla fuliggine e dalla terra, dalle ceneri rimaste di quello che un tempo era. Verranno utilizzati Arriva il momento di dare vita al rituale delle fiamme danzanti, capaci di risvegliare dal torpore la Stella, il Re delle altre Stelle, fatto di fuoco imperituro. Il Sole è ineluttabile, ma soltanto con il sacrificio delle anime impure, avverrà il cambio, giungendo nella nuova era, ove il trono nel cielo avrà di nuovo il suo Re, investito dalla corona cinerea senza tempo. Non v'è scampo e questo i ragazzi l'hanno compreso, infatti si dilettano in mostruosi giri di basso e batteria, accompagnati da intrepidi giochi delle tastiere. Pettersson e Stam, colorano con eclettiche frasi il divenire ineluttabile di questo racconto, misurandosi a passo d'uomo con l'immensità di qualcosa che possono solo immaginare. L'idea infatti non diventa banale, poichè i ragazzi preferiscono usare frasi semplici, non troppo pompose, tuttavia curate, riversando nei minuti in cui va in scena questo atto, il coraggio di chi anela ad una catarsi collettiva, che permetta un nuovo mondo, un nuovo tempo, una nuova condizione lucente. Su questo principio, gli strumenti si riaccordano nella seconda parte del brano, investendosi di un alone mitico, quasi sognante, ma travagliato. Ciò nonostante, non v'è motivo per piangersi addosso, ma è il momento di attaccare e risvegliare il Gigante. Netzell sceglie di rinunciare al graffiante cantato per riprendere un corpo più mite con una voce pulita, incoraggiando a lasciare che il cuore pulsi nuovamente, incontrollato ma anche redivivo, dando nuova speranza e nuova luce a quello che un tempo era solo oscurità. Allora lentamente il brano sbiadisce su costruzioni melodiche per nulla affini né al melodic death metal, né ad altri generi di questo tipo, ma abbracciando una sfumatura dolce e coesa nelle sue forme, tanto ripetitiva quanto preziosa.

Below Rise to the Above

Il rituale sembra aver avuto il risultato sperato. L'ambizioso desiderio di ritrovare l'ardente Sole e di una nuova era, ha mosso ogni cosa. In questa intrepida azione, gli svedesi hanno fatto da conduttori per il messaggio principale. Arriva infatti Below Rise to the Above, che per noi italiani significa "Dal Basso Ascende". Sembra aver messo piede in un film drammatico, in cui il suono di sottofondo, stilla immagini indistinte e toccanti. Sono in effetti quelle immagini che gli In Mourning sembrano volerci trasmettere: una torre di fiamme si erge fino al cielo, portando con sé il Sole rinato. Lo riporta in alto, dove un tempo vi era la sua casa, trasportandolo verso quello che è per diritto il suo trono. Gli accordi ricordano vagamente Insomnium, rivelando influenze da ragazzacci come gli Opeth. Insomma, questi svedesi sembrano viaggiare su una barca tutta loro, imbarcando la giusta acqua utile a creare un tappeto melodico che non rilassa, ma nemmeno impaurisce. Dalla porta interviene la seconda chitarra, quella ritmica, con cui le trame diventano più fitte rispetto all'incipit della traccia. Visualizzate un terreno arido, oscurato per tantissimo tempo dall'ombra espressa dalla Luna, che governava persino il giorno; ora invece prestate orecchio al cambio di tempo e collegatelo all'ascesa di questo nuovo Re che pretende di ritornare seguendo il percorso lasciato tanto tempo addietro. La luce rossa e calda sembra zampillare sulla terra e sul mare, lanciandosi contro le ombre che sembrano invece indugiare, arretrarsi disturbate dal troppo splendore. Ecco il motivo per il quale il Sole necessita di arrivare da sotto al di sopra di tutti: salvare la Terra che sembra ormai perduta. Il break si fa limpido, chiarificatore almeno tanto quanto il messaggio che trasporta, vanificando il potere esauriente di quelle ritmiche leggere ma poco accattivanti che ci hanno aperto le porte di questo brano. Infatti, la voce passa questa volta da un pulito suono a un tono graffiato, come strisciante, raccontando del nuovo dominio di un Imperatore: il Sole. Non era morto, non era trasceso, non era finito...era solamente addormentato, in attesa di un nuovo risveglio che metterà in subbuglio la sicurezza dell'uomo, riportando la Terra e tutto quello che con lui viveva, al suo ordine originale, alla sua purezza essenziale. Il simbolismo nascosto sotto l'ascendere dal basso verso l'altro, non è - come potrebbe sembrare - un carattere cristiano/abramitico, ma qualcosa di molto più antico che percorre ere e archetipi, giungendo all'inconscio dell'uomo. 

The Lighthouse Keeper

Accordi sincopati di quattro corde si stagliano su rintocchi di doppia cassa e qualche battito di piatto, mentre la melodia avvolgente declama l'avanzata dell'eroico Sole rinascente. Giunge il  momento di The Lighthouse Keeper, meglio tradotto in "Il Guardiano del Faro". Le immagini che ci catturano questa volta, perseguono l'obiettivo del concept, trasportandoci di nuovo nelle lande principalmente desolate che vedono l'issarsi del nuovo giorno. Quei luoghi che un tempo lo sovrastavano, questa volta si vedono inchinarsi con reverenza e ossarvanza all'Imperatore del Cielo che giunge per reclamare il suo trono. Il viaggio è duro, ma al tempo stesso avventuroso, sottolineato dalla voce graffiata del cantante, con la cui capacità canora, smuove le acque e penetra la terra, per poi ripiombare nell'oscurità degli abissi. Qui il suono diventa di nuovo rarefatto, duro come uno scoglio. Giungiamo al momento in cui, pietra dopo pietra, mattone dopo mattone, bisogna ricostruire il nuovo regno. Il guardiano del faro non è altro che il Sole intramontabile che riprende il suo ruolo nel cielo, sotto i cui piedi vede la vita scorrere, donando la luce all'oscurità dell'immenso mare. Il potere che gli appartiene gli viene ridato dalla miriade di stelle che nel cielo notturno risplendono, tutte figlie e suddite dell'unico vero Re. Questa traccia, apparentemente simile alle altre, riserva invece ritmi sconnessi, talvolta incerti e reiterati, creando un assetto visionario su cui le immagini che i ragazzi svedesi vogliono farci vedere si stagliano incredibilmente, diventando pesanti macigni, ma anche morbide e leggiadre onde. Immaginate un luogo su cui regnava l'assoluta oscurità ora ripreso in mano dal Sole, che ne glorifica la superficie, mostrando ogni cosa al suo volere. Qualsiasi essere vivente si inchina di fronte alla sua potenza, poichè senza di lui, non vi sarebbe la vita e senza la vita, non si potrebbero mirare le splendide stelle o camminare sul terreno. Si gioca su luci e ombre che si innescano e ritornano a modellare l'universo tutt'attorno, creando atmosfere in cui le spiegazioni sono intrinseche, destreggiandosi nel viaggio della luce fino alle profondità dell'oceano, le cui forti correnti si muovono ininterrottamente, ma sinuose per festeggiare il ritorno del legittimo Re del cielo diurno


The Call to Orion

Anche questa volta, ci troviamo d'innanzi una sulfurea sequenza si accordi tra chitarra e batteria, che acuiscono l'atmosfera con giri di note altalenanti, quasi dirompenti, che come piccole sferzate irrompono il muro di silenzio che si era creato tra una traccia e l'altra. Sembra che sia arrivato il momento di invocare qualcuno - o probabilmente qualcosa - all'insegna de The Call to Orion, praticamente "La Chiamata di Orione". ma chi è Orione? Si tratta probabilmente della costellazione di Orione, una delle più conosciute del cielo, altresi' chiamato "Il Cacciatore". Il brano sembra appunto richiamare l'attenzione degli occhi di Orione, titano della mitologia greca e romana, invitandolo ad osservare cosa è diventata la Terra su cui gli esseri calpestano e vivono. Tutto sembrava fosse terminato, quasi come se fosse giunta l'ora in cui poter finalmente riposarsi, ma ancora una volta c'è qualcuno ad attendere e osservare imperituro tutti gli avvenimenti. I figli del cielo indicono un'invocazione, che si staglia perennemente sulle teste degli esseri umani. Un nuovo governatore, un nuovo Re vestito di fasti antichi, il cui eco rimbomba perennemente nel profondo silenzio dell'Universo. Resta solamente un'altra battaglia da affrontare: quella decisiva. Dagli angoli chiamate, gridate affinchè la Stella ardente possa ascoltarvi e scioglersi le catene, correte affinchè il raduno degli antichi possa di nuovo esserci e sdradicare la feccia di questo mondo. Questo il richiamo degli eroi nordici, volenterosi di trasportare messaggi di distruzione e costruzione, su note architettoniche, semplici ma altrettanto complesse, giocando su ossimori imponenti, cosi' come accade per l'utilizzo di voce pulita e growl. Per riuscire nell'intento, si necessita di richiamare a noi quel Sole che mai tramonta, ma che trasforma i cieli e i mari in eterno fuoco purificatore. "Lascia che il faro bruci", questo viene ripetuto diverse volte nella parte finale del brano, come un'incitamento a radere al suolo tutto quello che si era rigenerato. Allora vi direi di ricollegarci alla cover art dell'album. Tutto diventa chiaro: quello al centro è il faro, mentre quello che lo circuisce è la vasta nube di fiamme eterne che dal cielo e dai mari si impossessa dello spazio, distruggendone gli avamposti.


Afterglow

Gli svedesi scelgono di chiudere il lavoro con la title-track, altrimenti tradotta in "Ultimi bagliori". Quale outro migliore, considerando il trascorso di questo concept album, se non quello di osservarne gli ultimi sprazzi di luce che inghiottiscono il marciscente mondo. Ci si plana davanti una manifestazione romanzata di quello che sta accadendo. I fumi sulfurei hanno incendiato la terra, tutto quello che un tempo c'era, sebbene particolarmente distrutto, ora è completamente andato. E cosi i ritmi sincopati, labili, lenti, sembrano costruire tutt'atttorno una struttura doom metal che richiama il destino inesorabile che attendeva questo universo. Da lontano si scorge l'incarnazione di Ade che naviga su un fiume cremisi, le cui acque vengono arginate dalle sponde della nuova terra. Sembra si stia ascoltando un brano funereo, che vuole rendere omaggio alle atmosfere desolate e tristi di questa parte di mondo. Sei canzoni per giungere qui, in cui, nel mezzo della perdizione, si trova la strada del viaggiatore, che intento a navigare, scorge sculture di brace e cenere, creazione del tormentatore. Quello che doveva essere fatto, è stato fatto. Abbracciati dall'oscurità, le truppe del male si ritirano, artefici dello squilinrio che si era andato a creare. Sono questi gli ultimi bagliori di un mondo alla deriva, che servono come vascello per trasportare le coscienze unite degli esseri viventi, artefici dei propri destini. "Afterglow" è un inno alla distruzione, ma che non è fine a se stessa, bensi' ricuce pedissequamente quello che aveva distrutto, rivelandosi come portatrice di nuova gloria, in attesa di una nuova era. Il governatore di questo ragguaglio, incarnato in Ade, deità degli Inferi nel mondo classico, si cura di emergere dall'Oltretomba per trasportarla sulla Terra, frutto fecondo della morte che è avvenuta. Uno stillicidio di fuoco e cenere, che abbracciando mare, monti e cielo, richiama le sculture di brace a muovere i nuovi primi passi


Conclusione

All'inizio non ce lo si poteva aspettare, sopratutto se si tratta della prima volta in cui ci si approccia agli "In Mourning", ma a quanto pare, si tratta di un curato concept album. Uscito nel 2016, "Afterglow" aveva alle sue fondamenta diversi mesi di meticolosa orchestrazione e strutturazione del lavoro, che ha impegnato i ragazzi svedesi a tal punto da rinchiuderli in sala prova per diverso tempo. Come anticipato nell'introduzione, è assai facile vedere degli svedesi far parlare di sé. Del resto sono figli della stessa nazione di persone e personaggi conosciuti per una cosa o per un'altra. Sebbene nel corso degli anni la formazione abbia vissuto un leggero cambiamento, per diverse ragioni di cui non ne conosciamo la motivazione, reputo che in questo loro (attualmente) ultimo full-length si siano spinti verso lidi ancora più particolari, creando percussioni e discussioni attorno ad un movimento particolare: la distruzione creatrice. Del resto, pensateci, sono svedesi e di questo ce ne si può accorgere già dal tipo di approccio a questo spirito rivivificatore. Personalmente sono più che un appassionato della mitologia nordica e del mondo nord-europeo in generale, per tanto, mi sento di portarvi queste considerazioni utili che possono farvi raggiungere la consapevolezza maggiore di quello che effettivamente i nostri hanno voluto scrivere. Alla base della fine del mondo per il popolo nord-europeo, vi è il Ragnar?k che - per appunto - non si tratta di una fine apocalittica del mondo/Universo, ma tutt'altro. Si parla di un ciclo di vita-distruzione-ricostruzione/rinascita, indispensabile affinchè ci sia un ricambio, una nuova era ancora più splendente. Non mi soffermerò su queste considerazioni più di cosi, poichè non è il luogo adatto, ma quello che voglio far passare è proprio il discorso relativo alla rinascita del Sole, che ha permeato in realtà l'essere umano fin dagli albori. Non v'è stata mai una reale fine di qualcosa, ma solo una delle tante che portano a nuovi inizi. Il concept allora si costruisce su questo, giostrando su ritmiche talvolta delicate e altre volte moderne, forti, alternandosi ad altre più funeree. Come anticipato, siamo nel 2016 e la musica death metal sta subendo da ormai diverso tempo numerosi cambiamenti, primo tra tutto l'introduzione sempre più spontanea e decisiva di linee melodiche che sporcano leggermente il suono tipico degli anni '80/'90. Non vi sono alternative, qui gli svedesi aggiungono il loro quid a qualcosa ancora più importante, marcato dalla partecipazione in veste grafica di un artista come Necrolord, che rispecchia senza troppi fronzoli il nucleo dell'opera, giocando su quei toni che ci accompagnano lungo tutto l'ascolto dell'album. Nell'introduzione parlavo di come il dettaglio abbia mosso l'indifferenza verso le nuove uscite in ambito metal di quell'anno. Un particolare che riesce a distinguersi reputiamo sia proprio l'ineluttabile accuratezza riserbata per l'unione tra musica e testi, accuratamente costruiti, con parole selezionate che sembra che voglino svegliare qualcosa di celato in ognuno di noi, toccando un benessere che passa attraverso il fuoco e l'oceano, risalendo al cielo e vestendosi di una corona fatta di cenere. La stessa cenere che viene da epoche passate e che porta con sé una tradizione tanto antica quanto non dimenticata, sebbene soppiantata da tematiche apocalittiche più legate ad abramitismi estranei al contesto europeo. Gli ultimi bagliori sono bagliori di speranza, che fanno luce nella nebbia sogghignante, riversando il loro potere per la difesa dell'unico faro che può realmente essere salvifico.


1) Fire and Ocean
2) The Grinning Mist
3) Ashen Crown
4) Below Rise to the Above
5) The Lighthouse Keeper
6) The Call to Orion
7) Afterglow
8) Conclusione