IMPURE WILHELMINA

Antidote

2021 - Season of Mist

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
09/07/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Li amo e li ho sempre amati. Concedetemi il lusso, ve ne prego, di iniziare questa recensione con un po' di orgoglio e un pizzico di vanità perché, onestamente, me lo merito. Quando fino a pochi anni fa gli Impure Wilhelmina erano dei perfetti sconosciuti per il pubblico italiano (e anche per buona parte di quello internazionale), io invece non solo li conoscevo ma già li adoravo alla follia e li seguivo fin dai tempi di "I Can't Believe I Was Born In July" del 2003 (se non addirittura del primissimo album "Afraid" del 1999). Già all'epoca, infatti, avevo intuito l'enorme potenziale espressivo insito nelle loro canzoni, dai massicci chitarroni di "Ground" e l'acidità post punk di "Answer". All'epoca mi divertivo a scoprire nuova musica nei meandri di Metal Archives e me ne andai un po' di testa per tutta la scena post hardcore e post metal svizzera, e in particolar modo per quella di Ginevra, perché avevo notato che da quelle parti le band che suonavano questo genere erano parecchie e tutte incredibilmente interessanti: dai Knut agli Unhold, dai Vancouver agli Zatokrev, dagli Abraham agli Elizabeth, dagli Iscariote agli Shora, c'era qualcosa in quella terra che rendeva speciale ognuno di questi gruppi, per quanto si muovessero quasi sempre nell'underground più inaccessibile. Su tutte, però, ne spiccava una, un gruppo molto particolare per il quale era quasi impossibile riuscire a stabilire un genere musicale preciso: gli Impure Wilhelmina. Una particolarità che era possibile notare già dal loro nome, che richiamava quello di Wilhelmina "Mina" Murray, trasformata in vampira dal morso del Conte Dracula nell'iconico romanzo di Bram Stoker del 1897; un nome che in altre circostanze avrebbe potuto far pensare alle atmosfere dark di una qualche band gothic metal, ma che invece voleva semplicemente risultare arduo e controcorrente, proprio come l'incredibile musica di questa eclettica band ginevrina.

"I Can't Believe I Was Born In July" era un album già di base estremamente eterogeneo, sorretto da una vena punk sempre chiaramente visibile nei riff di Schindl e soci, ma impreziosita da una personalità peculiare e dirompente. Non stupisce quindi che il successivo "L'amour, la mort, l'infance perdu" volesse rimescolare le carte in tavola, presentandosi come un album decisamente più orientato alla malinconia e all'intimismo, perdendo parte della sua vena hardcore in favore di aperture melodiche, accenni all'alternative rock e richiami a un post metal decisamente più lento e cadenzato di quanto fatto in passato. Album anch'esso ancora un po' ingenuo nella sua acerba bellezza, era però un passaggio necessario per arrivare al meraviglioso "Prayers & Arsons" del 2008: un album che finalmente dava una forma più compiuta a quel sound così peculiare della band ginevrina, mostrando la sua immensa voglia di sperimentare varie soluzioni sonore tra mille riff diversi che si incastrano tra loro, urla belluine mischiate a un clean strascicato e melanconico, reminescenze post hardcore e aperture melodiche particolarmente coraggiose. Quel disco rappresentava un incredibile stato di forma per la band, che tuttavia sembrava ancora avere l'esigenza di osare un po' di più per trovare la propria strada, ed emanciparsi da alcune influenze metal che ne appesantivano un po' troppo il talento e l'emotività. A quanto pare una pausa a quel punto era necessaria, per riorganizzare le idee e, anche, i propri attori.

Che lassù nella bella Ginevra piaccia far parte di una scena intima dove un po' tutti si conoscono, è evidente già solo spiando le line-up delle varie band, con i vari musicisti che vengono condivisi da più gruppi contemporaneamente o passano da un gruppo all'altro con il passar del tempo. Gli Impure Wilhelmina non fanno eccezione, e se già il loro fondatore Michael Schindl era già stato in passato il vocalist dei Vancouver (una sorta di risposta svizzera ai Breach di Tomas Hallbom), il cambio di testimone tra il chitarrista Christian Valleise, già tra le fila dei Knut, e il paffuto Diogo Almeida dei Rorcal, altra formazione ginevrina dedita a un post metal apocalittico imbastardito da black e drone, non fa altro che portare nuova linfa vitale alla scena. Di anni, del resto, ne erano passati ben sei, e la voglia di rinnovarsi e riconquistare terreno si presentava, dopo la dovuta pausa, più forte e irruente che mai. La nuova arrivata chitarra di Diogo ha quindi impreziosito la musica dei nostri di un alone ancora più dark e malinconico, nonché di atmosfere ben più opprimenti che richiamavano alla mente l'attitudine nichilista propria degli stessi Rorcal; influenze che si sono riversate in "Black Honey" del 2014, uscito per la Hummus Records e subito notato da uno dei punti fermi tra le etichette metal di qualità, la francese Season of Mist, che ha così fiutato il potenziale degli svizzeri (e dopo quindici anni e cinque album era anche ora!) e non ha voluto farseli scappare. "Radiation" esce così nel 2017 per la Season e, oltre ad essere un album magistrale e la vera prova di maturità per questi talentuosi ragazzi, è anche l'album che finalmente si degna di una distribuzione e promozione decente e che gli permette di compiere il tanto atteso grande salto dall'anonimato della nicchia underground al (relativamente) grande pubblico. Le recensioni iniziano ad aumentare e in Italia anche le grandi testate, prima solo incuriosite da "Black Honey", finiscono per accorgersi di una band che sembra non assomigliare a nessun'altra prima d'ora.

"Antidote" esce proprio in questo contesto, in un 2021 martoriato dalla pandemia di Covid-19 che ha annullato i concerti e rinchiuso le band nelle proprie case a comporre e a suonare in solitudine, ed è l'espressione di ciò che i nostri hanno coltivato in questo periodo tanto sofferto. Se il bellissimo "Radiation" rappresentava la maturità finalmente raggiunta dalla band di Ginevra e il suo definitivo tentativo di uscire dall'anonimato, questo nuovo "Antidote", secondo album per la Season of Mist, è la prova di una band che ha ormai la mano ben  salda sul timone, sicura delle proprie doti e convinta più che mai a far conoscere a tutti questo loro innato talento nel racchiudere nel proprio sound così tante influenze da risultare paradossalmente omogenei, originali e incredibilmente unici nel panorama (post) metal del nuovo millennio.

Solitude

Nemmeno il tempo di far partire l'album, con il batterista Mario Togni che fa il diavolo a quattro con la batteria, e già i ginevrini ci sbattono in faccia un riffone di punk hardcore moderno, con sonorità acide e maligne di forte derivazione black metal: è il loro modo per dirci "noi non siamo come le altre band", e l'opener "Solitude" non poteva essere brano più adatto a questo scopo. Le influenze riconducibili al black metal nel brano si avvertono anche dai successivi arpeggi della chitarra di Almeida, sostenuti dagli intermezzi rabbiosi di Schindl che sfociano presto in una cavalcata dalle tinte fosche e malinconiche, tanto lenta quanto travolgente. Sembra di ascoltare un post metal incattivito dall'attitudine hardcore ma al contempo ammantato di uno spleen parzialmente debitore a certi Katatonia, e solo chi ha seguito le ultime fatiche degli Impure Wilhelmina potrà trovarci dei riferimenti sonori, seppur qui ancora più imbastarditi da distorsioni black che rimandano il cervello alle chitarre degli Imperium Dekadenz. Il ritornello, che fa capolino solo una volta arrivati già a metà brano, ci mostra un Michael Schindl ancora più uggioso del solito, mentre l'equilibrio sonoro raggiunto nella band appare davvero maturo nel suo perfetto bilanciamento tra decadenza goth e costruzioni chitarristiche che sconfinano al limite dei territori di Baroness e Mastodon; una menzione d'onore va poi all'avvolgente basso di Sébastien Dutruel, che avvolge le chitarre nelle loro risalite armoniche creando possenti intrecci che sono una goduria. Le aperture melodiche del finale, presentate come una naturale evoluzione delle note in apertura, mostrano quanto adesso, ancor più che in passato, gli svizzeri abbiano deciso di puntare sulla dilatazione del suono e su spirali di riff tra rock, punk e metal che si evolvono man mano insieme alla canzone che costruiscono. "Antidote" probabilmente sarà un banchetto ricco, abbondante e buonissimo, e "Solitude" appare come il suo degno antipasto.

Midlife Hollow

Introdotto prima dell'uscita di "Antidote" come terzo singolo dell'album, "Midlife Hollow" è stata presentata al pubblico corredata da un intrigante videoclip in bianco e nero diretto da Steven Blatter della Progressive Picture e interpretato dal promettente attore svizzero dalla lunga chioma nera Baptiste Gilliéron, unico personaggio del video (e presumibilmente il "vuoto uomo di mezza età" del titolo, seppur all'apparenza molto più giovane). Il riff di apertura è scanzonato e stupisce vederlo così debitore di certo pop punk, ma ben presto gli Impure tornano a farsi riconoscere con dissonanze ricche di spleen e con un Michale Schindl dall'ugola quanto più malinconica possibile. Ecco come qui appare un'altra delle qualità sonore più caratteristiche dei quattro di Ginevra (e chi li segue da un po' capirà bene di cosa parlo), ovvero quella loro innata (e raffinata) capacità di mescolare il sacro e il profano, la solennità di certi riff con la ruffianeria di altri, e soprattutto i toni più illuminati da quelli dove di luce non se ne intravede nemmeno a pagarla. "Midlife Hollow" è esattamente così, un bel pezzone metal dall'attitudine grunge, che è un continuo saliscendi emotivo tra energia punk e rock'n'roll e l'abisso emozionale in cui Schindl cerca di cacciarci a forza dopo ogni riff. E anche qui, proprio come detto prima per "Solitude", la band gioca non poco con le costruzioni armoniche e i saliscendi di note, sia nei bridge arpeggiati, tendenti vagamente al black metal, che nel suo possente ritornello che ci assale esattamente come farebbe un'onda dell'oceano, alzandosi in alto per poi abbassarsi subito dopo. "Midlife Hollow" è esattamente così, un esempio ancor più tangibile dell'estrema commistione di generi che gli Impure Wilhelmina mettono in atto in ogni loro composizione: un ritornello che evolve in un'accelerata palesemente di deriva black metal, a dispetto di un ritornello alternative rock potentemente melodico, per quanto aggressivo, e uno spleen che non ci abbandona mai, in aperto contrasto con l'attitudine punk iniziale, e un finale costruito su chitarre che non sfigurerebbero come bridge di qualche canzone metalcore. Forse un po' dispersivi per alcuni, che faranno più fatica a trovare dei punti di riferimento in questo gran minestrone, gli Impure Wilhelmina si dimostrano anche qui una band estremamente coerente con le sue scelte stilistiche e sonore, nonostante le sue molteplici e ricche influenze musicali.

Gravel

Primissimo singolo a essere stato pubblicato prima dell'uscita dell'album, anche "Gravel" è stato presentato al pubblico con un interessante videoclip in bianco e nero, dove però questa volta gli unici attori sono i membri stessi della band. Bisogna dire che l'inizio un po' ci porta fuori strada, con i dissonanti arpeggi di Diogo Almeida e la batteria ovattata di Mario Togni che ci immergono in un'atmosfera plumbea e un po' misteriosa, ma poi subito i toni si fanno irruenti, con riffoni corposi e spigolosi che sorreggono la voce sofferta di un Micheal Schindl forse mai così coinvolto emotivamente nelle sue parole: "tutti noi portiamo la nostra ghiaia / E abbiamo appena la forza per trascinarla in avanti / Attraverso il vento / Con i nostri corpi piegati come salici nella tempesta". Del resto, se la sola voce non fosse sufficiente a comprendere il totale coinvolgimento emotivo di Schindl in questo pezzo, basterebbe vederlo dimenarsi nel videoclip, mentre urla con gli occhi sbarrati e canta un ritornello a dir poco perfetto e dal forte sapore alternative rock, sapientemente bilanciato in un susseguirsi di luce ed ombre, tra risalite ed immediate discese nello spleen più cupo e melodrammatico. "Gravel" è senza dubbio uno dei brani degli Impure Wilhelmina, in generale, che più si avvicinano alla forma canzone: se escludiamo la dissonanza iniziale data dal ritornello e un breve bridge finale forzatamente ingarbugliato e con un assolo al fulmicotone, tutto qui dentro è un perfetto susseguirsi di melodie; strofa e ritornello si incastrano perfettamente tra loro, mentre la voce di Schindl, mai così "presa bene", si manifesta come la guida perfetta di questo nuovo modo di fare musica, per una band che non si è mai davvero abituata all'idea di scrivere "canzoni" nel senso classico del termine. Non stupisce quindi che "Gravel" sia stato scelto proprio come singolo di lancio per "Antidote", nonostante non ne sia certo il brano più rappresentativo: è un pezzo orecchiabile, forse tra i più orecchiabili mai composti dalla band, è immediato e, soprattutto, è coinvolgente. E se mentre lo ascoltate vi ritroverete a muovervi su e giù per la vostra cameretta agitando le braccia come fa Michael nel videoclip, beh, non vergognatevi troppo: con brani come questo, ci siamo passati tutti.

Dismantling

Per "Dismantling" i nostri ginevrini hanno scelto una soluzione diversa. Uscito come secondo singolo dell'album, in quel trittico composto anche da "Gravel" e "Midlife Hollow", anche qui gli Impure Wilhelmina non si fanno mancare un bel videoclip basato (ma non solo) su tonalità di bianco e nero, ma questa volta nessun attore nell'inquadratura e anche la stessa band resta ben distante dai riflettori. Solo il testo della canzone che scorre sullo schermo, una parola alla volta, sopra un gioco di luci e ombre, di immagini incomprensibili, dettagli di foto sgranate e sensazioni visive che richiamano quelle dell'elegante e curato mediabook di 36 pagine incluso nella prima tiratura del disco, limitata a "1000 copie". Questo perché "Dismantling" è un brano particolarmente incentrato sul cantato, dove Michael Schindl è protagonista assoluto della scena, ed è importante che allo spettatore/ascoltatore restino impresse le sue parole, che nell'intenso ritornello racchiudono il mantra di cui si nutre l'intero "Antodote": "Mentre i nostri obiettivi restano irrealizzati, noi dobbiamo andare avanti / Combatteremo fino alla fine del tempo". Molto fedele anche qui alla forma canzone, "Dismantling" è di fatti il pezzo che più di tutti, nella sua struttura, ricorda l'alternative rock ombroso e decadente che abbiamo ascoltato anche in "Gravel", ma se i riff del precedente brano erano incentrati su una parossistica espressione di emotività disperata, qui la parola d'ordine è "resilienza", con una struttura chitarristica dall'atmosfera densa, potente e un po' straniante, che però non mostra mai alcun segno di cedimento all'abisso e, anzi, nel suo sostenuto ritornello, forse il più catchy e orecchiabile che ascolterete in "Antidote", mostra tutta quella forza d'animo che ci permette di andare avanti, anche quando tutto sembra perduto. A dirla tutta, "Dismantling" è proprio il pezzo più violento di tutto il disco, dove Schindl cede alla tentazione di rispolverare il suo screaming, mentre la batteria di Mario Togni chiude il tutto con accelerate degne della migliore tradizione black metal. Pochi dubbi che una chiusura così tanto influenzata dal metallo nero possa risultare straniante a chi, nella prima parte del brano, ha visto il post hardcore della band piegarsi ad influenze alt rock, e si chiederà adesso cosa c'entri tutta questa iniezione d'adrenalina; ma per chi già conosce gli Impure Wilhelmina ed è avvezzo al loro sound, non sarà difficile ritrovare gli stilemi tipici a cui la band svizzera lo ha abituato. E anche ai neofiti basterà giusto qualche ascolto in più per ritrovarsi pienamente a suo agio con il travolgente mix di sonorità della band e al suo inarrestabile eclettismo creativo. In fondo, è proprio per questo che ci piacciono così tanto.

Jasmines

La necessità di calmare un po' i toni e di rilassare i muscoli viene fuori quasi naturale a questo punto dell'album, con una "Jasmines" dall'approccio estremamente più atmosferico che ci accoglie con note di pianoforte calde e avvolgenti come una coperta di lana. Schindl prova ad adattarsi a questo nuovo contesto in assenza di chitarre elettriche, e a dirla tutta ci riesce solo a metà, rallentando e abbassando la voce, ma restando fondamentalmente con la stessa impostazione vocale di tutte le sue canzoni. Tuttavia, la sua innata propensione nel cantare nel modo più malinconico e strascicato possibile fa apparire la sua voce più che accettabile in un pezzo come "Jasmines", che appare subito come il più lento e malinconico di tutto il disco. Le bordate chitarristiche ricche di effetti che fanno capolino qua e là rendono ancora più cupa e tesa l'atmosfera che emanano le poche note di pianoforte, e così tutta la prima parte del brano ci culla e ci riscalda, prima che le chitarre elettriche facciano nuovamente la loro comparsa sulla scena. Ma come si suol dire in questi casi: "preoccupati di chi appare più tranquillo, perché poi quando si arrabbia lo fa seriamente". E se vale per le persone, spesso vale anche per le canzoni: proprio nel brano che appariva più calmo e rilassato, il muro sonoro delle chitarre di Schindl e Almeida appare roccioso, possente e insormontabile. La voce di Michael si fa solenne e, in concomitanza con le chitarre, mi ricorda parecchio il sound che avevano i miei amati Khoma nel loro miglior disco "The Second Wave" (e la cosa non può che farmi piacere, data ormai la latitanza della super band di Johannes Persson), mentre gli arpeggi sognanti di Almeida si sposano alla perfezione con l'atmosfera ovattata che ormai si è venuta a creare. Così l'intero brano si trasforma in una vera e propria ballata rock, anche nei suoi versi più intimistici e confidenziali ("Non raccontarmi bugie / Bambino mio / Vedo nei tuoi occhi neri / Che non puoi fuggire"), prima che le distorsioni diventino ancora più spinte e acide, seppur avvolgenti nel contempo, in un'esplosione di sonorità post hardcore lente ed emozionali, che ci travolgono con tutta la loro forza prima di riunirsi alla ballata precedente attraverso un assolo di chitarra sostenuto e coinvolgente, che chiude al brano alla perfezione e riporta alla mente le migliori soluzioni chitarristiche che i nostri usavano all'epoca di "L'amour, la mort, l'enfance perdu". Un brano davvero notevole, e probabilmente quanto di più vicino al concetto di "ballad" nella visione musica degli Impure Wilhelmina.

Vicious

Ed eccola qui che parte, la doppietta! A parere di chi scrive i due brani in sequenza, "Vicious" e "Torrent", varrebbero da soli il biglietto del viaggio, ma "Vicious" in particolare coinvolge fin da subito con un riff dal sapore un po' hard rock che ricorda anche certi umori del vecchio "Black Honey". Fa solo piacere vedere Schindl e compagni così in forma e smaglianti come li avevamo lasciati sette anni fa, con la differenza che adesso le loro composizioni appaiono molto più equilibrate e le ingenuità di "Black Honey" smussate da un labor limae costruito in anni e anni di attività e maturazione. Mai più che in questa "Vicious" appare evidente il raffinato lavoro sullo scalamento di tonalità che è spesso un marchio di fabbrica della band ginevrina: un riff cadenzato ed ammaliante si adagia sotto la calda voce di Michael, con le sue note che salgono e riscendono, salgono e riscendono, come onde che ci massaggiano il corpo e le orecchie, fino ad un granitico ritornello intriso di quella epicità tipicamente "made in Impure Wilhelmina", difficile da descrivere a parole per la verità (ascoltatevi brani più vecchi come "The Rope" o la più recente "Great Falls Beyond Death" e capirete), ma che resta piacevolmente impressa nella mente, e in questo caso particolare appare quanto mai azzeccata ed eseguita con classe. I versi di Schindl come al solito non deludono, ma qui si incastrano davvero alla perfezione con i riff e creano figure metaforiche di intime riflessioni sul dolore che si cela dietro il divertimento (Oscar Wilde e Foster Wallace ne sarebbero fieri), sullo sfondo di un rock che ci colpisce severamente e un attimo dopo ci abbraccia con mani vellutate: "Puoi sentire il vento / Della tempesta che arriva? / E il dolore che porta / A tutti gli esseri umani? / Così ci nascondiamo / Nello scherzo e nel divertimento vizioso". Ma più di tutto, al di là degli sbocchi epici e dell'influenza hard rock, è l'anima punk'n'roll a dominare su tutta "Vicious", che si destreggia tra le contorte costruzioni chitarristiche di atmosfera a cui ormai gli Impure ci hanno abituati, e procede spedita per tutto il disco con un ritmo quasi ballabile e la voglia, nonostante la vita sia solo una cloaca senza significato, di divertirsi, spaccare tutto e fare casino. Punk, hard rock, sound metal, contorsioni chitarristiche, atmosfera, divertimento ma anche malcelata epicità, nichilismo e malinconia: se volete ascoltare un brano che racchiuda tutte le caratteristiche degli Impure Wilhelmina contemporanei, "Vicious" è sicuramente la scelta giusta.

Torrent

Strettamente connessa a "Vicious", dal punto di vista del sound, la successiva "Torrent" smorza i ritmi serrati della precedente traccia con un mid-tempo dai toni polverosi, vagamente stoner, che cresce poco a poco sotto l'ugola dilatata e solenne di Schindl, autore di una riflessione intima e oltremodo sofferta sul suo passato: "La pioggia è caduta per anni / Dove siamo stati tutto questo tempo? / E quando pensavo tu fossi là nelle vicinanze / Era il vento, il vino". Il cambio di tonalità dopo i primi versi è repentino, e così Schindl si ritrova a cantare con una voce decisamente più acuta e meno strascicata rispetto a prima: "A volte trovo una casa / Una vera ancora / Ma so esattamente che cosa seguirà". E dopo questo salto in alto, ecco che ripiombiamo in basso, con un riff costruito su arpeggi sporchi e malsani, imbastardito da black metal e punk, ma allo stesso tempo sembra uscito da dei Katatonia sotto codeina. La voce di Schindl continua a svolazzare tra le diverse tonalità, da quelle più grevi che per poco non scavano sottoterra a quelle più acute e distese che sinceramente fanno anche un po' sorridere (per quanto sia migliorato bisogna dire che Michael non è mai stato un grande cantate, ma l'emotività e la passione che ci mette nel cantare fanno inevitabile simpatia e si finisce con l'apprezzare facilmente la sua prova vocale), mentre le chitarre ritornano lentamente al riff di partenza, preso per mano da un lento assolo di accompagnamento. Ricomincia così, esattamente come prima, questo bizzarro giro, che potremmo anche considerare un classico "strofa-ritornello" se solo i suoi cambiamenti non fossero così forti e repentini; ma alla fine, ecco che si intromette l'atmosfera, con un riff di chitarra dai sentori post rock, deliziosamente sognante e ovattato, che con la voce di uno Schindl ormai a suo agio con le tonalità più alte, piacevole per quanto leggermente stonata, ci abbraccia candidamente "Torrent" è per certi versi uno dei brani più malinconici di tutto "Antidote", ma ciò che più stupisce qui, al di là della straordinaria connessione emotiva con l'ascoltatore, è il modo sempre più talentuoso in cui gli Impure Wilhelmina, fuori da ogni logica compositiva che non sia la loro, riescono ad alternare armonie, melodie e tonalità anche molto diverse tra loro in un unicum equilibrato, coerente e dannatamente piacevole da ascoltare. E non finisce qui, perché la seconda parte del brano diventa ben presto il regno degli assoli, dove i ritmi si fanno più tesi e le influenze rock e grunge del combo vengono fuori in tutta la loro ruvidezza, prima di un finale post rock melodico e poetico, con la voce di Schindl e gli assoli di Almeida che danzano e volteggiano insieme fino a spegnersi pian piano nelle nostre orecchie. Insieme a "Vicious", "Torrent" è il brano che ascolto più volentieri in tutto "Antidote", perché mi ricorda ogni volta con che grande (e sottovalutata) band abbiamo a che fare.

Upredicted Sky

Il riverbero delle chitarre si ingrossa poco a poco e ci introduce in un'atmosfera cupa e opprimente, prima di sfociare nella deflagrazione di un roccioso riff che ricorda molto da vicino il sound che gli Impure Wilhelmina avevano mostrato nel 2008 con il bellissimo "Prayers and Arson". È così che inizia "Upredicted Sky", brano più lungo dell'album (quasi 8 minuti di durata) e anche uno di quelli in cui palesemente la band di Ginevra ha cercato di riscoprire il suo passato, integrandolo al meglio con quell'approccio molto più votato alla melanconia che ha caratterizzato invece i recenti lavori. Schindl ci delizia finalmente con una nuova prova vocale in screaming, e stavolta non si tratta di un fiocchetto da attorcigliare sulla violenza dei riff, come era stato per "Dismantling", ma di urla lente e serrate, che rimandano direttamente agli albori della band e alla fisicità hardcore dei suoi primi lavori. Tuttavia sappiamo bene quanto la sensibilità dei nostri sia ormai cambiata, adagiandosi con molta più insistenza su territori alternative rock e grunge, così ricchi di spleen da sfociare facilmente nel dark metal dei Katatonia (per quanto molto più ferale e decisamente meno ripiegato su sé stesso); in "Unpredicted Sky" questa nuova percezione della musica si incastra perfettamente con i riff rivolti al passato nella strofa, attraverso un ritornello dalla progressione epica e dall'intimismo talmente pronunciato da risultare, a tratti, quasi eccessivamente melenso. Nonostante queste piccole ingenuità che fanno parte ormai del corredo compositivo dei nostri, il brano in certi punti fa comunque venire la pelle d'oca per la sua intensità, e i versi ora urlati e ora decantati da Schindl non fanno certo prigionieri nella loro aspra critica ad una società che non accetta chi ha una visione della vita diversa da quella che il mondo si aspetta da lui: "Dietro le tue parole imperfette / Posso annusare la sua angoscia e la tua avidità / Non mi serve una mente calma / Non mi servono i tuoi vincoli sociali / E rifiuto tutte le tue codarde aspettative / Mi servono freddi giorni e calde notti / Una bellezza non ferita dal tempo / A un cielo infinito / Mi serve solo un'altra vita". Le contorsioni continue del brano, che dopo una pausa atmosferica di arpeggi pacati e distesi si attorciglia su riff progressive metal di scuola Mastodon, sino ad un finale di incredibile tensione emotiva, rendono "Unpredicted Sky" l'ennesima testimonianza dell'eclettismo assoluto come stile di vita per la musica del combo svizzero. Perché le emozioni umane sono tante e la musica ha il dovere di presentarcele tutte, anche nella stessa canzone, con la loro ricchezza e la loro complessità; e così si riesce ad avere un brano disperatamente intimo e sentimentale, ma che allo stesso modo ci riempie con una carica di energia straordinaria. È questa la grande "magia" compositiva degli Impure Wilhelmina.

Antidote/Everything Is Vain

"Ma cos'è, il nuovo disco degli Opeth?". La title track "Antidote", per quanto costituisca un semplice e piacevole interludio che anticipa il gran finale, come un buon sorbetto prima del dessert, appare dotata di un gusto deliziosamente opethiano nel maneggiare i suoi arpeggi di chitarra acustici attraverso giri armonici caldi e vellutati. In realtà il sound alla Opeth viene scomodato solo all'inizio, in quanto la band successivamente si lascia andare a vaneggiamenti atmosferici di ispirazione post rock per chiudere l'interludio in modo indolore, ma la classe rimane e, a dirla tutta, questa leggera alternanza non fa che donare maggiore spessore e personalità, mostrandoci un aspetto inedito degli Impure Wilhelmina (l'ultimo brano interamente acustico risale all'opener "Knife" nell'ormai storico album del 2003).

Se la precedente "Unpredicted Sky" pescava a piene mani dal sound di "Prayers and Arsons", la conclusiva e magniloquente "Everything Is Vain" riprende invece un'idea apparsa successivamente, e che ricorda quella micidiale mazzata sonora che fu "God Rules His Empire", traccia finale di "Black Honey" del 2014: l'idea di chiudere i propri album con un brano lento, asfissiante, pesantissimo e dalle influenze spiccatamente sludge/doom. Certo, gli Impure del 2021 si sono parzialmente scrollati di dosso quella corazza post metal che anni prima faceva apparire quel brano come un pezzo che non avrebbe sfigurato in una cover dei Neurosis; qui però i nostri si sono ormai lasciati andare alla malinconia più sferzante e le influenze alternative rock più orecchiabili e melodiche si sono moltiplicate (seppur ben lungi dall'apparire più commerciali). Così la bellissima "Everything Is Vain" (brano più lungo dopo "Unpredicted Sky", e che con esso e l'acustica title track forma un trittico finale ben congeniato) appare come un brano pesante, sì, ma allo stesso tempo leggero; i lenti e dilatati riff iniziali, più che apocalittici, sembrano indulgere in quell'intimismo tipico dello stile dei Katatonia, e la voce di Schindl, forse con un tocco di patetismo un po' troppo accentuato, si adagia su questa solennità e si fa forza nell'ardore delle distorsioni e nei suoi versi disillusi: "Quando ho trovato me stesso tra i miei pari / Ho porto mani che non sono state prese / Tutto ciò mi lascia esausto / In una palude di confusione / Che brucia nell'oscurità / Che brucia nel dolore". La commistione tra il mood tipico dei Katatonia e le costruzioni chitarristiche tipiche del post metal più oscuro diventano un unicum straordinariamente efficace nell'immaginario sonoro degli Impure Wilhelmina, ma non per questo i nostri rinunciano a stupirci ancora un'ultima volta: la conclusione del brano, e quindi dell'intero album, è affidata ad un assolo finale lento ma denso di speranza, una luce in fondo a questo tunnel di dolore, che fa riaffiorire dalle nostre orecchie emozioni nuove, come la tenerezza, che credevamo ormai di aver sepolto, durante l'ascolto, negli angoli più profondi e inaccessibili del nostro animo. Gli Impure Wilhelmina sono decisamente una band a cui piace stupire, e gli piace farlo fino alla fine.

Conclusioni

La difficoltà nel descrivere la musica degli Impure Wilhelmina, cercando di incasellarla in qualche tipo di definizione precostituita, è paradossalmente tanto più difficile quanto più a lungo si è seguita la band durante la sua storia e quanto più si siano apprezzati i loro album nel corso delle loro uscite. E non solo per le inevitabili costruzioni mentali soggettive che si vengono a creare quando ormai li conosce da un po', ma perché il loro sound, svanito l'effetto sorpresa, tende a depositarsi nelle orecchie e a confondere qualsiasi tentativo di trovarci una somiglianza con altre band, una precisa influenza di qualche tipo o qualsiasi altro elemento che possa aiutare a definirne in qualche modo la proposta. C'è infatti qualcosa di speciale nella loro musica, qualcosa che la rende così peculiare e caratteristica da non trovar nulla che possa realmente somigliarle, con cui fare un confronto e trovare, in qualche modo, un certo metro di giudizio. Le chitarre di Schindl e Almeida si spalmano nel nostro cervello ad ogni riff, ora con possenti martellate post-core, ora con arpeggi melanconici, aperture melodiche ai confini del gothic rock, plettrate atmosferiche, assoli dissonanti, parti acustiche, riff sludge pesanti come macigni, fino a maligne vibrazioni black metal e ritornelli dalla lacrimuccia facile. C'è davvero tanta, TROPPA carne al fuoco, ma ciò che davvero stupisce delle composizioni di Schindl è come questa carne non sia sparpagliata qua e là lungo il barbecue dei propri album, ma quanto al contrario sia ordinata, coerente, incredibilmente omogenea e come riesca con naturalezza a creare un sound distintivo che è ben difficile associare a qualsiasi altra band.

Se quest'unicum di sonorità era già un elemento fondante per i loro album più acerbi, a partire da "Black Honey" del 2014 gli svizzeri hanno definito sempre di più i contorni della loro innovativa proposta, portandoli allo stato dell'arte nel successivo "Radiation" del 2017 e perfezionandoli ancora di più in questo nuovo "Antidote". Chiariamoci subito, il fatto che io consideri "Radiation" un vero e proprio capolavoro e il loro album migliore, non significa che questo "Antidote" sia un passo indietro nella carriera di Schindl e soci. Anzi, al contrario, è un vero passo in avanti, che porta a compimento quella maturità che era stata mostrata lentamente in precedenza. Non avrà forse i guizzi creativi straordinari di "Radiation", ma il nuovo lavoro, oltre ad essere un grandissimo e bellissimo album, è decisamente quanto di meglio potevamo aspettarci dagli Impure Wilhelmina del 2021 e la conferma definitiva che la loro arte non era soltanto un esperimento di quattro ragazzi che vogliono restare di nicchia, bensì il tratto distintivo di una band dalle enormi potenzialità che può, e deve, far conoscere il proprio nome e la propria arte. "Antidote" è forse l'album che meglio di ogni altri riesce a mettere d'accordo le aspirazioni melodiche dei nostri con il loro irremovibile retaggio metal e hardcore.

La base da cui partire è sempre il post-core più "tranquillo" ed il post metal più vicino alla forma canzone, ma anche il sodalizio con l'alternative rock ed il grunge appare ormai qui completamente assimilato: per quanto possano apparire atmosferici gli arpeggi iniziali di "Gravel", ad esempio, è innegabile che il suo ritornello sia alt-rock puro, come anche quello di "Dismantling", o come lo sono le strofe di "Solitude" e "Midlife Hollow"; eppure ognuna di queste canzoni già citate non può fare a meno di contenere al suo interno anche pesanti riferimenti al dark metal dei Katatonia e l'onnipresente spettro post-metal che aleggia su ogni composizione dei ginevrini. La centrale "Jasmines" alza ancora di più l'asticella dell'emotività con continui richiami al goth rock e un lento finale strappa mutande, ma è con la doppietta "Vicious" e "Torrent" che i nostri raggiungono l'apice della perfezione, inglobando accenni post-punk a sognanti atmosfere post-core e ad una malinconia in mid-tempo che nessuna accelerata può riuscire a far andar via. E a proposito di accelerate, i nostri in "Antidote" non dimenticano nemmeno la violenza più sguaiata, come ne è una prova il cattivissimo finale urlato di "Dismantling", che fanno da perfetto contrappeso alla lentezza magniloquente e quasi asfissiante dei brani finali "Unpredicted Sky" e "Everything Is Vain" che, tanto per aggiungere altra carne al fuoco, sono la perfetta espressione di quelle influenze doom e sludge metal mai dimenticate dalla band di Ginevra.

Insomma, ce n'è davvero per tutti i gusti, e se già era così negli album precedenti della band, ormai con "Antidote" i nostri conoscono talmente bene i propri mezzi espressivi da riuscire a giocare le proprie carte con una classe invidiabile, un talento indiscutibile e una maturità che, dopo venticinque anni di carriera, è ormai definitivamente una realtà. Con i dovuti paragoni, gli Impure Wilhelmina mi hanno ricordato persino i System of a Down nel loro volersi distinguere a tutti i costi, sia tramite le influenze musicali più disparate che tramite il marchio di fabbrica che è il suono delle loro chitarre e la ricercatezza sopraffina delle loro composizioni. Ma qui siamo su territori ancora fin troppo diversi e, purtroppo o per fortuna, di nicchia quasi estrema. Può essere che gli Impure Wilhelmina siano ancora per molti una band fin troppo particolare da affrontare, davanti alla cui proposta ci si può sentire spaesati senza un genere preciso di riferimento e un punto fermo da seguire: a noi patiti dell'underground e delle perle nascoste per il momento va bene così, e ci piace custodirli gelosamente come un tesoro difficile da scovare, in attesa del momento in cui anche loro potranno uscire da un anonimato che oramai non ha più ragione di esistere e raggiungere lo strameritatissimo successo, oltre che di critica, finalmente anche di pubblico. Un grande album ma, soprattutto, UNA GRANDE BAND.

1) Solitude
2) Midlife Hollow
3) Gravel
4) Dismantling
5) Jasmines
6) Vicious
7) Torrent
8) Upredicted Sky
9) Antidote/Everything Is Vain