IMMOLATION

Dawn Of Possession

1991 - Roadrunner Records

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
12/07/2013
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Saliamo a bordo della macchina del tempo e torniamo al 1991. Negli Stati Uniti il death metal si sta diffondendo in maniera esponenziale, soprattutto in Florida, dove band come Morbid Angel, Death e Deicide hanno iniziato a sfornare i primi (capo)lavori di questa nuova corrente derivante dall'estremizzazione del thrash metal. Sebbene l'esotico stato sia il fulcro, il perno del death, anche nella città di New York c'é molta attività: fra le formazioni più attive figurano i Suffocation, gli Incantation e gli Immolation. Proprio questi ultimi, che corrispondono ai nomi di Ross Dolan (voce e basso), Robert Vigna (chitarra) e Tom Wilkinson (chitarra) e Neal Boback (batteria) hanno appena cambiato moniker (fra il 1986 ed il 1988 erano conosciuti come Rigor Mortis) ed hanno registrato due demo. Immediatamente dopo queste relase Neal lascia la band e viene rimpiazzato da Craig Smilowski, un ragazzo poco più che ventenne di origini polacche. "Dawn Of Possession" viene registrato e missato nella capitale teutonica, ed esce per Roadrunner Records nell'estate del '91. Il suono é un travaso di influenze thrash estremo in un miscuglio di atmosfere ammorbanti, sgraziate e decisamente poco godibili per l'orecchio. Pazienza, gli Immolation non vogliono certo suonare freschi e puliti, bensì sporchi, malsani e maledettamente blasfemi. Quest'ultimo compito é assolto alla grande dal pur inesperto Dolan, che ha grandi potenzialità dietro al microfono che però non riesce ancora ad ottimizzare. Il risultato? Un cantato abrasivo all'inverosimile ed oltretombale, insomma, un asso di briscola per dare vita ad un lavoro marcio e grezzo, in puro stile death metal. Dal punto di vista strumentale, le asce di Vigna e Wilkinson sono graffianti, veloci e roventi, di grande dinamicità e variegate attraverso toni qui cupi e ottenebranti, lì dissonanti. La sezione ritmica é già ad ottimi livelli per quanti riguarda fantasia e perizia tecnica, in particolar modo Smilowski é un folle schiacciasassi che viaggia a ritmi ai limiti del possibile e che spesso trascina il primordiale sound degli Immolation a velocità insostenibili, con la produzione che rende il tutto più catacombale attraverso un suono minimale e secco. In realtà avrei potuto evitare questa descrizione definendo semplicemente "Dawn Of Possession" come un album bestiale e devastante, che non lascia alcuno scampo e cattura l'ascoltatore con le sue putride atmosfere. Pronti, via e siamo immediatamente a cospetto di uno dei masterpieces assoluti partoriti dalla mente di Dolan e Vigna, uno dei grandi classici della band nonché un cavallo di battaglia nelle esibizioni live. "Into Everlasting Fire" é un brano semplicemente devastante, iracondo e anche di pregevole fattura anche sotto l'aspetto compositivo: si parte a cannone con un paio di riff al fulmicotone, ottimamente suportati dall'estrosa sezione ritmica, che sfociano poi nell'ormai celeberrimo refrain rallentato nel quale Dolan pronuncia il titolo del brano con il suo cavernoso growl, anche se ancora un po' acerbo. Il break centrale ci permette di tirare il fiato per qualche secondo, prima di rituffarci a capofitto nel vivo del brano, dove ci attende al varco Vigna ed uno dei suoi lancinanti ed acuti soli di chitarra, che diverranno ben presto un vero e proprio trademark del geniale axemen degli Immolation, in particolar modo nelle release degli anni successivi. Il riff portante viene poi ripreso nella parte conclusiva del brano, che in sintesi consiste in un potentissimo pugno in faccia che stordisce letteralmente l'ascoltatore. Il secondo atto di questa primigenia violenza sonora é "Despondent Souls", pezzo che parte in sordina con un riff ritmicamente meno sostenuto e che si snoda su tempi medi, sicuramente meno incalzanti rispetto all'opening track. Gli Immolation trovano comunque modo di triturarci i padiglioni auricolari con un repentino cambio di marcia nella parte centrale, nel quale le chitarre fraseggiano ottimamente con linee articolate e variegate, con il consueto egregio supporto della sezione ritmica, che vede Smilowski in grande spolvero e che concentra su di sé l'attenzione grazie alla sua particolarissima tecnica, che a mio avviso é uno dei punti cardine di "Dawn Of Possession". A fare da contorno ad un brano molto ben strutturato troviamo un testo macabro e crudo, un vero assalto alle autorità ecclesiastiche, colpevoli di imporre le proprie ideologie con la violenza, promettendo una salvezza che poi non si manifesta nei suoi seguaci. Si prosegue con quello che a mio avviso resta uno dei capolavori dell'album, ovvero la track omonima. "Dawn Of Possession" infatti, nonostante il minutaggio piuttosto esiguo (seconda solo alla track numero cinque, della quale vi parlerò più tardi) manifesta un'esplosività impressionante ed una rara carica adrenalinica. Riff velocissimi sparati a velocità folle, ritmi serratissimi e sezioni tirate all'inverosimile originano un autentico uragano sonoro che spazza via qualsiasi cosa che si presenti sul suo cammino. Ora, di dischi death metal ne ho sentiti a bizzeffe, ma raramente ho sentito pezzi dinamitardi pari a questo capolavoro targato Immolation, un vessillo del pensiero della band newyorkese riguardo alla religione, una blasfema dichiarazione di odio nei confronti del cosiddetto "Creatore". Il quarto brano "Those Left Behind" é un altro di quei pezzi che hanno segnato la storia del quartetto di Yonkers. Un brano che segna il continuare dell'alternanza di pezzi tiratissimi ad altri che procedono più a rilento. L'intro sulfurea ci traghetta verso ua sequenza di riff morbosamente ipnotici e colmi delle dissonanze che riconosceremo essere molto frequenti anche negli anni a venire. Smilowski imbastisce un tessuto ritmico a dir poco tellurico, sfoderando una prova veramente eccezionale, mentre Vigna, dopo essersi esibito in un altro dei suoi assoli apocalittici, intraprende un duetto con Wilkinson semplicemente indimenticabile. Questo perché i due conferiscono ad un pezzo già di per sé ammorbante un'atmosfera soffocante ed opprimente: le due strofe in questione sono, secondo il mio punto di vista, uno dei momenti più salienti dell'intero disco, che fa da cornice all'ennesimo assalto clericale da parte di Dolan, al quale puntualmente mi aggiungo ogni volta che ascolto il brano ("You are Jesus/You are lord/Imperfect god/You are nothing to me/For this you say/I'll burn for all eternity...Jesus Christ/You are lord/You are god/But have you won ever sin and death/Victory's crown shall be ours/For we are those/Those you've left behind"). Gli Immolation continuano a mantenere il loro imperterrito andamento, ed é quindi il momento di sfoderare un'altra brutale mazzata. Questa volta tocca alla già citata "Internal Decadence", rapidissima fucilata costituita da un songwriting che punta decisamente sull'incisività, si tratta infatti di un pezzo diretto, senza compromessi e totalmente privo di fronzoli. Il fulmineo assolo a tre quarti di canzone ed il ritmo turbolento che domina per larghi tratti contraddistinguono quello che é senz'altro uno degli episodi più martorianti mai concepiti dalla band. Un riff da pura claustrofobia apre "No Forgiveness (Without Bloodshed)", brano che conferma per l'ennesima volta l'enorme potenziale tecnico della band. Qui i cambi di tempo regnano quali sovrani incontrastati, per quello che rimane uno dei maggiori capolavori fra i capolavori presenti nel disco, sia sotto l'aspetto dell'esecuzione sia sotto quello compositivo, senza tralasciare l'ottimo lavoro svolto nella fase di incastonamento dei vari elementi all'interno del brano. Se dovessi scegliere un pezzo per descrivere al meglio di cosa consistono gli Immolation, con tutta probabilità opterei proprio per questo macello sonoro e lirico. Un'introduzione di "sepulturiana" memoria apre la strepitosa "Burial Ground", brano con il quale gli Immolation tornano a vestire i panni di spietati carnefici annichilendoci con una serie di riff velocissimi stagliati su un'altra prova impeccabile del Ross Dolan bassista (quello cantante sembra descrivere l'uomo come un'arma capace di sterminare il pianeta) e di Smilowski. Il ritmo segue un andamento frenetico dall'inizio alla fine per merito dei due appena citati, che nonostante la giovane età dimostrano capacità tecnico-compositive degne di musicisti con anni ed anni di esperienza. "After My Prayers" prosegue il filone di assalti teologici che domina in lungo e in largo nelle liriche di "Dawn Of Possession", con Dolan che si immedesima in un soggetto in procinto di passare a migliori vita, il quale si chiede se le preghiere verranno ascoltate o se di lui resterà solo un corpo abbandonato nella tomba. Musicalmente si tratta di un brano dal ritmo molto variegato, che inizia con un lento e malsano riff, salvo poi sfociare in mortifere accelerazioni e morbosi rallentamenti opportunamente inseirti per rendere il brano il più fluido possibile. Le molteplici inserzioni solistiche di Vigna si incrociano con autentiche sfuriate di Smilowski dietro le pelli, che irrobustisce il ritmo. Il riff di apertura viene poi ripetuto, introducendoci in un finale incalzante ed esplosivo che si placa soltanto negli istanti conclusivi, prima che l'intro iracondo di "Fall In Disease" faccia prepotentemente il suo ingresso in scena, disseminando riff cupi e minacciosi sul massiccio terreno sonoro imbastito dalla sezione ritmica. L'andamento del disco ora é più lineare, e pur avendo ogni brano una sua precisa identità, i pezzi sono decisamente più uniformi: i cambi di tempo ormai sono una costante immancabile, ma grazie all'estrema varietà di riff che i due chitarristi concepiscono non c'é rischio di scadere nel ripetitivo ed anche se, per quel che mi riguarda, i brani più riusciti sono quelli della prima metà del disco, anche questi si difendono benissimo. Anche perché la conclusiva "Immolation" é la ciliegina sulla torta di un disco riuscitissimo: chitarre che si alternano fra sezioni cupe, ammorbanti e sezioni tiratissime continuano a fracassarci le orecchie in grande stile. Il vorticoso assolo di Vigna é un capolavoro di ispirazione ed incisività, perfettamente inserito nella base ritmica multitonica tessuta da basso e batteria. Il viaggio termina qui, una prima tappa perfettamente riuscita che verrà bissata cinque anni più tardi dal maggior capolavoro dei newyorkesi, quell' "Here In After" che ancora oggi rimane uno dei dischi più influenti dell'intero panorama death metal, naturalmente affiancato da questo "Dawn Of Possession", che aldilà di qualche piccolo dettaglio da limare si può definire uno splendido esempio di come dovrebbe suonare un disco del metallo della morte.


1) Into Everlasting Fire
2) Despondent Souls
3) Dawn Of Possession
4) Those Left Behind 
5) Internal Decadence
6) 
No Forgiveness (Without Bloodshed)
7) Burial Ground
8) After My Prayers
9) Fall In Disease
10) Immolation

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