HUMANITY'S LAST BREATH

Välde

2021 - Unique Leader Records

A CURA DI
ALESSANDRO GARGAGLIA
16/04/2021
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

S'innalza di fronte a noi una presenza imponente, non possiamo che guardarla dal basso verso l'alto, essa ci sovrasta, getta la sua ombra infinita su di noi, oscurando la nostra esistenza. La nostra stessa vita scivola via, abbandonando l'inutile scatola di carne e ossa che la rinchiude pur rappresentandola. Siamo liberi dalla gabbia, trascesi, dal nostro corpo, sviscerati, dall'album Metal più pesante del 2021. Gli "Humanity's Last Breath", direttamente dal gelo della Svezia, nascono dalle idee di uno degli uomini più attivi e produttivi nella scena del Metal odierno. Parlo di "Buster Odeholm", batterista dei "Vildhjarta", chitarrista degli "Humanity's", e ultimamente soprattutto produttore, presso "Impact Studios", di cui è il fondatore. In poche parole, "Buster" produce gran parte delle più odierne uscite in ambito di Metal estremo, fautore di un suono a dir poco personale e accattivante, connubio perfetto di violenza e chiarezza. Capiamo la sua particolarità e il suo estro, guardandolo suonare la sua sei corde baritona rivoltata; le corde sono invertite dal basso verso l'alto, probabilmente per il suo essere mancino, avrà imparato a suonare girando la chitarra, abituandosi in questo modo. Protagonista assoluto della scena estrema e altra conferma che la Svezia in fatto di Metal sia ad un altro livello, "Buster" ha dato vita a questo progetto, in parallelo con il grande fenomeno "THALL" dei "Vildhjarta", trovando in realtà quasi lo stesso successo. Le sonorità dei due progetti sono molto simili, o almeno lo erano, finche gli "Humanity's" non decidono di creare qualcosa che destabilizzasse la scena contemporanea. Il precedente album ne era stato un assaggio, "Abyssal" (2019), ci ha fatto capire le intenzioni della formazione svedese, facendo intendere che esiste un livello di violenza e pesantezza non ancora esplorato dal Metal. C'è chi dice che questo tipo di musica non ha più nulla da offrire e che le vette della pesantezza sonora sono già state raggiunte ed è inutile continuare a sperimentare. Chi si ritiene portavoce di queste affermazioni potrebbe tranquillamente mettersi comodo, trovarsi in un ambiente abbastanza immersivo, con un buon impianto o buone cuffie, e godersi la cristallina violenza sonora di "Välde", che sembra esplorare tonalità di chitarra e basso follemente infernali, sicuramente mai sentite prima. Si va giù di tonalità, e non servono ridicole chitarre a nove corde o la banda dei bassi sparata a palla nell'amplificatore; esistono le eleganti e demoniache chitarre baritone, ed esiste inoltre una cosa chiamata "Pitch shifter": un pedale che permette di modificare il "pitch", ovvero l'altezza tonale dello strumento senza agire direttamente sull'accordatura fisica. Per inquadrare in modo concreto gli "Humanity's Last Breath" potremmo considerarli un gruppo Deathcore, Djent e Progressive Metal, anche se non mancano le influenze Slam, Black e Death. Sembra un'accozzaglia di elementi, ma l'abilità degli svedesi, è proprio quella di presentare un nichilismo sonoro aberrante, un minimalismo compositivo che si riflette su uno stile personalissimo che li contraddistingue dal resto del panorama Metalcore. Quello che invece eleva l'album in esame, è il consolidamento di tale stile, l'alleggerimento degli elementi in fase di composizione, e una componente Black Metal non trascurabile, che dona a "Välde" il privilegio di unicità e innovazione. L'album suona di una freschezza impressionante, impossibile non farlo rientrare con prepotenza tra le migliori uscite dell'anno. Mi sono già spinto oltre, non vorrei tirare le conclusioni prima delle dovute analisi, ma se lo faccio c'è un motivo. Tuttavia c'è moltissimo da scoprire all'interno del nuovo lavoro degli svedesi, dunque ci avventuriamo tra le gelide lande scandinave, nella tribale e misteriosa potenza della cultura nordeuropea.

Dödsdans

Il Black Metal apre l'album; una chitarra Ambient, sporcata da una distorsione gelida, si avvicina da un luogo lontano. Il lungo riverbero crea la texture Ambient che caratterizzerà la maggior parte dei background di Vålde. La solitudine avvolge i nostri pensieri, ci troviamo in un luogo spettrale, sulle sponde di un lago ghiacciato sepolto all'interno di una foresta silente. Nell'attesa silenziosa di "Dödsdans" (la danza della morte), una chitarra dalla tonalità infinitamente bassa irrompe presentandosi, e un blast di batteria sul rullante entra freddo come la morte. Una musica gelida, ruvida e minimale, pronta a trasportarci nell'abisso. I layer Ambient si fanno più spettrali, andando ad intensificare il momento, caricandolo di ansia, mentre le chitarre ritmiche continuano la presentazione con un suono durissimo distorto, quasi strisciando, tra reverse e note bassissime, verso il primo vero e proprio brano dell'album.

Glutton

Un passaggio sui tom della batteria apre le strade per "Glutton" (goloso), e ci introduce all'interno di Vålde. Dei chugh abissali risuonano nell'aria esplodendo inzieme all'ingresso della batteria, il termine chugh, viene utilizzato in ambito Metalcore per indicare i classici colpi di plettro mutati con il palmo della mano sulla chitarra, dando impatto e facendo uscire quelle basse frequenze, che con la giusta distorsione, generano questo caratteristico suono tanto amato all'interno di tali generi. I chugh diventano un elemento molto ricercato in ambito della musica estrema, soprattutto nei breakdown, momento musicale che deve letteralmente esplodere, in genere in realtà rallentando di tempo, e provocare la soddisfazione di qualsiasi metallaro, che non aspetta altro che rompersi il collo per muovere la testa a tempo liberando i propri folti capelli. Beh, "Glutton" è uno di quei brani; heavy, riffoni serrati, ritmiche pesanti e ripetitive e una brutalità che ti fa storcere la bocca per quanto è estrema. Il cantato di fatto non è dei più digeribili, a molti ascoltatori potrebbe provocare qualche fastidio. Il growl è violento, straziato, lacerato, è pura sofferenza, a volte alternato a yelling molto interessanti, che arricchiscono di varietà un cantato molto fossilizzato su uno stile oppressivo, che ben si presta per una strumentale del genere. I rullanti premono come martelli, in un vortice di suoni aggressivi, che ci schiacciano come fossimo sottoposti ad una pressa gigante. La pesantezza si sente già dal primo brano; gli Humanity's hanno voluto mettere le cose in chiaro, un debole di cuore non riuscirà ad ascoltare "Vålde", non è un album per tutti. Tuttavia noi impavidi e amanti delle sonorità estreme e pesanti ci avventuriamo non curanti sempre più a fondo nell'abisso mastodontico che ci sovrasta. Il brano tratta il tema del possesso, della smania di potere sulle cose, e sul valore materiale che ci conduce ad un'esistenza misera. "vita nell'opulenza, possessore di nulla, questo vuoto è in crescita continua".

Earthless

Una vibrazione oscura riempie l'ambiente, muovendosi direttamente all'interno delle nostre orecchie, mentre suoni violenti scandiscono tempi impossibili da seguire. La batteria impazzita non vuole permetterci di decifrare un ritmo in quello che stiamo ascoltando. La violenza diventa tangibile quando uno dei breakdown più originali, tanto che quasi si fatica a considerarlo tale, introduce un elemento decisamente innovativo; i chugh invertiti. Un effetto utilizzato per creare effetti interessanti è proprio il "reverse", che di fatto consiste nell'invertire semplicemente l'audio, spesso si invertono colpi di rullanti, synth, in modo da creare dei crescendo di tensione. Nella chitarra al massimo spesso si usano nelle parti Ambient, prolungando e dilatando i tempi e la percezione. In questo caso, il "reverse", viene usato sui chugh di chitarra distorta, tirando un effetto del tutto alienante e a dir poco sconvolgente. Il tutto funziona, ha una contemporaneità incredibile, ed è sicuramente rinforzato da un mix eccellente, che riesce a far risplendere scelte digitali di valore come questa. La sperimentazione si fa in molti modi; un elemento di post produzione che diventa un elemento chiave a livello compositivo."Earthless"(privo della terra), è il primo singolo uscito in anteprima dell'album, ed è sicuramente uno dei più interessanti. Sicuramente è uno dei più significativi e rappresentativi per inquadrare l'intero stile e le scelte sperimentali della svolta degli Humanity's; le atmosfere Black Metal si fondono con breakdown e ritmiche Djent e Metalcore, con tonalità di chitarra così in basso che non credo siano state eguagliate in altri album, almeno fino ad ora. In "Earthless" assistiamo ad un vero e proprio rituale ancestrale; il male si impossessa del nostro soggetto, e gli riconferisce l'energia vitale, in una sorta di rinascita. Si fa riferimento al male, come alla pozza nera senza fondo, che "inala" il nostro individuo. L'uomo supera la morte, descritta con un ronzio silente ma assordante, compiendo un viaggio, oltre la terra, una migrazione oltre la vita stessa, la privazione e il distaccamento dal mondo terreno. La trasformazione è iniziata, e ci accompagnerà nel corso della violenza sonora di Välde, per ora "Earthless", è un brano che non può non catturare il vostro interesse, per i suoi riff anticonvenzionali, folli, e disgustosamente brutali.

Descent

In "Descent" (discesa) torniamo sui ritmi di "Glutton", almeno per quanto riguarda l'inizio del brano, tra blast sul rullante e chugh profondissimi di chitarra. Il suono di quest'ultima a queste tonalità produce delle frequenze di una bellezza indescrivibile. Il brano nella parte centrale si apre ad una novità decisiva; dei cori eterei si innalzano di fronte a noi, e conducono una melodia, mentre barriere di suono massiccio continuano a investire la nostra minuscola esistenza. Una voce, soave, a tratti urlata ma non troppo distorta, una voce che sta proprio nel mezzo, tra una pulita e un growl, essa è ancestrale, quasi tribale, e soprattutto, melodica. Mi passerete il termine, rispetto a tutto ciò che abbiamo sentito finora anche un sasso che rotola sul cemento potrebbe risultare melodico. Il brano si innalza dunque su temi quasi epici, dimostrando grandezza, e momenti estesi. La prima parte del brano tratta nuovamente il tema della morte, con l'angoscia di una vita che inevitabilmente conduce a quella fine. Nella seconda parte invece il discorso sembra ampliarsi a tutta l'umanità, arrivando a temi come il decadimento globale, in quanto l'uomo stia "sacrificando il mondo naturale" a favore di un mondo artificiale. Il momento epico sopraggiunge proprio in questi temi finali, seguito da un breakdown in cui si ritorna su timbri più Djent, e quindi più incalzanti, le ritmiche si rifanno serrate e veloci, e ad un certo punto vengono addirittura supportate da movimenti di strumenti ad arco, probabilmente violini, forse violoncelli. Dunque anche la dimensione orchestrale si prende uno spazio all'interno di Välde, senza diventare un elemento di troppo, restando solamente un piccolo supporto, cosi da non risultare ridondante in un album che va sicuramente in un'altra dimensione, e che vuole essere un album coerente.

Spectre

I riff di "Spectre" (spettro), ci esplodono in faccia arrivando da un eco lontano. Le solite chitarre ribassate, il cantato estremo che si articola tra growl e scream, e una batteria che scandisce i tempi impossibili intervallando raffiche di blast e doppia cassa. I riff di questo brano raggiungono livelli altissimi, con il solito interessante uso del pitch shifter, che genera veri e propri fischi terrificanti sulle chitarre, alternando note bassissime, a folli acuti spettrali. L'apice lo raggiunge in uno dei breakdown più lenti che io abbia mai sentito, in cui gli effetti sonori e l'atmosfera Ambient giocano un ruolo definitivo sull'impatto del brano intero. Dopo essere scesi nell'abisso, con martellate quasi Sludge, il brano si apre esplodendo in accordi massicci. Le vocals tornano stavolta con una vera e propria melodia, decisamente travolgente, sporcata da una doppia traccia, una in pulito e una in scream. Il background diventa epico, con suoni profondi che accompagnano e supportano la struttura, e con il ritorno degli archi a donare un timbro soave al tutto. Il brano sembra continuare a trattare di una trasformazione all'interno di un individuo, dovuta all'ansia per la vita, e alla sua tragicità. Possiamo iniziare a figurare anche il ruolo di una droga all'interno del concept. Il tutto potrebbe essere il delirio di un drogato che inietta una sostanza stupefacente nelle proprie vene "sta prendendo il sopravvento su di me, sta scorrendo dentro le mie vene". Si parla di un odio che divora la personalità del soggetto dividendola in più parti diverse. Più volte ricorre il parlare di un'esistenza tragica, che accumula odio che in qualche modo va espulso. E come una sorta di mantra ricorre varie volte all'interno del brano, anche in chiusura, una frase che ancora di più sembra esprimere questo concetto; "posso sentire il vuoto che sta trasformando me stesso".

Dehumanize

Si può dire che "Dehumanize" (disumanizzare), inizia con il l'elemento stilistico che secondo me più caratterizza questo album, l'uso di un'Ambient sporca, distorta e maligna. Delle chitarre distorte su note alte, ricche di riverbero, si stratificano l'una sull'altra, creando un ambiente sonoro gelido e spettrale. Un crescendo costruito alla perfezione, con delle percussioni quasi cinematografiche, vaste, e anch'esse ricche di riverbero. L'atmosfera si fa sempre più pesante, un vento freddo come il tocco della morte ci avvolge e ci spinge lentamente, all'interno di uno dei brani più riusciti e particolari dell'album. La tensione è tanto carica da esplodere appena dopo qualche secondo di quiete, che sembra durare un'eternità, in un breakdown tanto pesante quanto lento. Le strutture sono vertiginose, la batteria si esprime in modi decisamente poco canonici, anche quando brevi battute di blast quasi Black Metal sul rullante ci ricollocano all'interno di un tempo che sembra lineare, ci sembra in realtà di fluttuare in strutture geometriche totalmente frastagliate. Tuttavia il brano si presenta con una struttura solida, le misure si ripetono a vicenda, con crescendo e breakdown. I blast portano la tensione al massimo, rompendo gli schemi tra i riff Djent. Da segnalare nel brano sono due aspetti interessantissimi, da una parte abbiamo, ancora una volta, dei riff freschissimi, decisamente ad un altro livello rispetto a gran parte del Metal odierno, dall'altra parte abbiamo l'incastro di questi riff, in un'atmosfera atipicamente Black Metal, che circonda il brano e ne diventa l'essenza principale. Soprattutto la parte finale, quando le chitarre approcciano riff dall'anima Black, con un tappeto di doppia cassa che spinge il brano su questo stile. Nel finale del brano il ritornello viene ripetuto sopra questo tipo di strumentale, che si amalgama perfettamente con il Metalcore dei riff precedenti, questo è decisamente l'aspetto che caratterizza "Välde", e lo eleva, chiaramente, a miglior album degli svedesi "Humanity's Last Breath". Il testo del brano sembra lanciare uno sguardo ai vecchi Humanity's, in quanto ritornano i temi di oppressione dell'umanità, addirittura al disumanizzare gli "abitanti terrestri", finche sono privi di volontà. Il vuoto continua ad essere un tema centrale, che deve a quanto pare essere liberato per riversarsi sull'uomo, una promessa di morte, conservata per sempre.

Haden

L'ingresso Sludge di "Haden" (Ade) ci riporta sui timbri violenti. Tuttavia il pesante e ricco background Ambient non manca neanche in questo brano, risolvendosi in soluzioni interessanti dai timbri soavi ed epici. È interessante il fatto che il termine "Hadean", fa riferimento a due ambiti diversi, è relativo alla caratteristica dell'Ade, regno dei morti nella mitologia greca, ma anche all'era geologica in cui la terra si formò, l'Eoarcheano, o EA, età "oscura" della terra. Il brano potrebbe tranquillamente riferirsi a entrambi i significati, nonostante la visione dell'Ade sia più plausibile. Non mancano descrizioni di mari cremisi e di cieli oscuri che inghiottono la terra, descrizioni che potrebbero tranquillamente illustrare anche l'era oscura di quest'ultima. La trasformazione del nostro soggetto continua, egli sarà cieco d'ora in poi alla luce del sole, viene incitato ad osservare questa "caverna abissale", e viene avvisato che esattamente questo sarà il suo futuro. Il tema della tossico dipendenza continua a farsi strada come interpretazione sempre più plausibile. Il brano si muove tra questa oscurità opprimente, che non cede ad un minimo alleggerimento, anzi, agni brani sembra pesare più del precedente, e capiamo che gli Humanity's Last Breath, non ci concederanno un momento per riprendere fiato, siamo in balia dell'abisso, e delle nere profondità del regno dei morti.

Tide

I riff di "Tide" (marea), entrano nella traccia violentemente, una chitarra prima da una parte, poi dall'altra, e subito si entra nel turbine di incastri Djent, quasi Mathcore per la complessità e la schizofrenia. Breakdown e riff intriganti si susseguono a vicenda, in una struttura scorrevole e divertente. Il brano è ottimamente costruito, aggressivo e sinuoso, tra vari effetti di chitarre impazzite che emettono fischi, armonici e suoni che si distaccano parecchio dal concetto classico e tradizionale di chitarra. Un Metal fresco, che in ogni brano si rinnova soprattutto nell'aspetto chitarristico. Verso il finale, quello che sembra un caricamento per un breakdown letale, ricco di feedback Ambient, come chitarre estremamente riverberate ed eteree, e texture di pad distesissime, si riversa invece in un'esplosione melodico/epica, con i tempi che si dilatano toccando il Doom, e delle clean vocals ancestrali, che ricordano molto le sezioni più meditative degli "Aghalloch" uno dei gruppi di riferimento dell'Atmospheric Black Metal. La marea ci riporterà indietro, ci riporterà da dove siamo venuti, lascia che accada. Il brano esorta il soggetto a compiere l'estraniamento dal proprio corpo; la carne si dilata, le gambe non sostengono più alcun peso, dietro ti lasci solo "resti sterili". Il tempo speso è stato sufficiente, il tempo speso in una vita priva di valore. Il passaggio sta avvenendo, una sorta di post morte si preannuncia di fronte a noi, i santuari per commemorare questo passaggio sono stati costruiti, ora dobbiamo abbandonare questa gabbia, "non vedi le sue sbarre?". "Lascia che accada". "Tide" è sicuramente uno dei brani più solidi dell'album, e considerato il finale, probabilmente è uno di quelli che più lasciano il segno, anche per il fatto che sentire gli "Humanity's Last Breath" destreggiarsi e proporsi in questo modo in una sezione clean, ci lascia completamente a bocca spalancata. Il finale di "Tide" è una perla, è un fascio di luce che ci investe, illuminando per un attimo l'abisso che ci circonda.

Väldet

La title track, "Väldet" (l'impero), è un intermezzo, di quasi tre minuti, ma di una profondità disarmante. La tensione che si genera dai primi secondi di autentica Dark Ambient si può percepire a livello fisico. I brividi percorrono tutta la nostra schiena mentre lo staccato dei violoncelli crea un crescendo spettrale. La batteria entra nel brano, isolata, con colpi pieni di un cupo riverbero che riempie gli infiniti spazi abissali. Le chitarre entrano con il solito riffing Thall targato "Humanity's LLast Breath" / "Vildjharta", mentre le voci tacciono. Il brano si interrompe bruscamente, e un suono aberrante irrompe nella scena; sembra essere un corno da battaglia, spettralmente stonato, solo, a distruggere la fredda quiete mortale. Il corno si ripete più volte, fuori dal tempo e dallo spazio, e improvvisamente i riff di chitarra si sovrappongono ad esso, abbattendo i muri della nostra stabilità mentale, crollando su di noi come fiumi di spettri, distruggendo qualunque cosa intorno a noi, e finendo di inghiottirci completamente, tra note gravi e fischi assordanti. Siamo sommersi dall'abisso.

Sirens

Degli accordi aperti di chitarra presentano "Sirens" (sirene), lasciando subito dopo il vuoto, dove uno stridulo sibilo di chitarra isolato nella vastità oscura si muove ondeggiando. Dei chug di chitarra si presentano, prima solo da una parte, poi dall'altra, esplodendo in un nuovo breakdown, e si ritorna nel turbine. Nuovi riff, doppia cassa, chug e blast ci accompagnano per il resto del brano, appoggiandosi verso il finale, sugli accordi di apertura. Il dado è tratto, l'eternità diventa finita, un muggito si avvicina sempre di più, segnando l'inevitabile, i corni suonano, mentre il varco putrido di allarga, e il profondo assoluto affiora in superfice. Queste descrizioni aprono il brano, portandoci in un'imminente catastrofe vera e propria, la fine dell'umanità per come la conosciamo. Un enorme portale che riversa un abisso infinito sulla terra inghiottendola. Una nera oscurità, che dall'individuo singolo si metaforizza sul mondo intero. Potrebbe essere un'interpretazione il fatto che il soggetto, privato del suo corpo, ponendo sempre per l'effetto della tossico dipendenza, stia crollando, e il suo crollo interiore sia trasposto all'esterno. È solito nella tossico dipendenza, provare tutto in maniera amplificata, e non saper più riconoscere cosa è reale e cosa non lo è, andando a esternare il proprio io lacerato, e riconoscendolo intorno a sé stessi. Dunque la metafora dell'abisso che inghiotte la nostra realtà, ponendo fine all'intera umanità, potrebbe essere una trasposizione della condizione fisica e mentale del soggetto, dilaniato dalla dipendenza da certe sostanze.

Futility

I blast beat di batteria spalancano le porte di "Futility" (futilità), penultimo brano dell'album. L'umanità, paragonata al bestiame destinato al macello, ormai prossima all'essere inghiottita dall'abisso, discende, cadendo per sempre, "inalata", per non riemergere più. Un altro brano catastrofico, che segue i timbri e i contenuti del precedente, continuando la descrizione di questa apocalisse. I riff si susseguono con melodie interessanti, la pesantezza si fa sentire, con le vocals opprimenti che non mostrano alcuna pietà. In questa fase finale, da dopo "Väldet", l'album sembra essere miscelato in una corrente fluida di riff e breakdown, rischiando anche un pelo di prolissità. I riff sono sempre interessanti, ma ad un primo ascolto potrebbe risultare difficile distinguerli dai precedenti. Effettivamente "Sirens" e "Futility" rappresentano un'accoppiata poco funzionale, potevano anche accorpare i due brani in un unico episodio, o comunque rimuovere uno dei due, forse quest'ultimo. Tuttavia non compromette assolutamente l'album, il brano si fa ascoltare tranquillamente, ha i suoi riff interessanti come tutti gli altri, ma forse dal punto di vista del cantato, si abbassa un minimo su una piattezza di stile, appoggiandosi un po' troppo su quanto ascoltato finora. Un pregio del brano è quello di dedicare gran parte di esso ai blast beat, segnando una sorta di colpo di grazia aggressivo e devastante, andando a confermare una pesantezza veramente disarmante. Questo lo ribadisco, è un aspetto dell'album che apprezzo moltissimo, e ovviamente, non è per i deboli di cuore.

Vittring

Se ancora non concordate con me per quanto riguarda l'originalità, e l'innovatività di "Välde", vi basterà sentire "Vittring" (agenti atmosferici), atto conclusivo dell'album. "Vittring" è esattamente l'opposto, in tutti i suoi aspetti, di una canzone convenzionale. Non c'è un solo elemento, che non stravolta la scena Metal contemporanea, qualunque vostra concezione musicale verrà distrutta da un brano, che è effettivamente un brano Avant-Garde. Le sonorità del brano sono semplicemente indescrivibili, la provenienza di alcuni suoni è decisamente sconosciuta, già solo per il lavoro di chitarra, piena di "reverse" utilizzati non come effetto e arricchimento, ma proprio come atto di scrittura musicale. Gli elementi stranianti del brano sono molteplici, dai sussurri vocali all'inizio, all'evoluzione dell'intensità, in un brano che sembra non esplodere mai, un brano di un'oppressione impressionante. Anche quando dopo metà, "Vittring" si schiude, lo fa con riff inconcepibili, e con soluzioni stilistiche assurde: ci tengo a sottolineare, il rullante utilizzato come se fosse un piatto della batteria, a livello di posizionamento in alcuni riff. Questo crea una sensazione di instabilità e sospensione indescrivibile. Aggiungo anche una nota a favore della costruzione del Background sonoro, con delle chitarre stridule ed eteree allo stesso tempo. Un lavoro minuzioso e geniale, di una cattiveria unica, che lascia quasi un disgusto, un amaro che riassume quanto sentito nella totalità dei 51 minuti di "Välde". Con "Vittring" si ritorna chiaramente al discorso delle droghe, in quanto il testo del brano, è una vera e propria descrizione di una situazione alterata, occhi rigirati, pupille dilatate, sensi intensificati, ogni suono, percepito, ogni profumo, catturato. Sembra scaturire dal soggetto, un istinto violento, animalesco, pronto a versare del sangue per pura sete.

Conclusioni

Välde riesce, nel 2021, a portare innovazione in un genere come il Metalcore, proponendolo in chiave Black. Questo è sicuramente l'elemento con il quale gli "Humanity's Last Breath" hanno fatto centro. Da una parte abbiamo questo riffing decisamente contemporaneo, più legato ad un ambito Djent, chiaramente dovuto al lavoro dei Vildhjarta soprattutto per quanto riguarda l'aspetto chitarristico, e dall'altra parte, questa costante presenza Black Metal a livello di armonie e atmosfere, che costituisce la vera anima dell'album. Un altro punto di forza dell'album è sicuramente il lavoro svolto per il background; con le chitarre Ambient, con i synth, e con gli elementi orchestrali, che hanno il pregio di non eccedere e non prendersi più spazi del dovuto, di fatto, restano come supporto, non andando ad interferire con una scrittura esile ed equilibrata. Gli elementi sono scelti e piazzati con cura, e vanno a costituire una struttura salda, che ci permette di identificare uno stile proprio e personale dell'album, che lo distingue parecchio anche dal precedente "Abyssal" (2019). Rispetto al solito spiccano anche le scelte melodiche, rarissime, ma presenti, come la coda di "Tide", e quella di "Spectre", che ci regalano due momenti orecchiabili che si imprimono nella mente, permettendoci di distinguere i vari brani anche al primo ascolto. Ma la cosa veramente evidente, nei 51 minuti di "Välde", è la sua pesantezza; è un album di Metal estremo che non si limita a banali breakdown in 4/4, e blast beat, la pesantezza è data dal costante timbro Sludge e dall'imprevedibilità dei riff, con le chitarre che producono suoni davvero poco tradizionali. Non vi è una ricerca della velocità, al contrario, si ricerca una lentezza martellante e intensa. Un vero e proprio paradiso, per chi ama i "low tunings", ovvero le basse tonalità. Ovviamente anche le vocals fanno la loro parte; sembra il diavolo in persona dietro il microfono, con growls improponibili e yelling raffinati, frutto di una tecnica vocale decisamente solida. Descriverei l'album con l'aggettivo: opprimente, in quanto effettivamente l'intento è quello; siamo costantemente investiti da un muro di violenza sonora e pesantezza ritmica. Le scelte armoniche dissonanti e non troppo orecchiabili alzano il livello di tale sensazione. "Välde" è un album intriso di oscurità e sofferenza, sicuramente non è un ascolto per tutti; i non avvezzi al Metal estremo potrebbero durare ben poco di fronte a tanta crudeltà sonora. Un suono massiccio, le cui sfumature, seppur presenti, si mischiano in un vortice oscuro di distorsioni e basse frequenze, sovrastandoci interamente. Possiamo solo sottometterci e gioire di tale pesantezza, perché se vogliamo ascoltare un album innovativo, sperimentale e pesante a livelli estremi, "Välde" è l'album giusto. Un album interessante, innovativo, che riesce a spaziare tra generi diversi in modo molto coerente, ben suonato e ottimamente prodotto, ribadisco che a livello di mix e master "Välde" è sicuramente una delle realtà migliori della scena. L'ultimo album degli svedesi, si merita una votazione di 9/10, per complessità, innovazione e coerenza.

1) Dödsdans
2) Glutton
3) Earthless
4) Descent
5) Spectre
6) Dehumanize
7) Haden
8) Tide
9) Väldet
10) Sirens
11) Futility
12) Vittring