GUNSHIP

Dark All Day

2018 - Horsie In The Hedge LLP

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
02/07/2021
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Iniziamo oggi un viaggio un po' diverso, ma non meno appassionante, nel mondo della musica. Non ci occuperemo questa volta di una band metal o rock, bensì di un progetto inglese appartenetene alla così detta corrente synthwave: i Gunship, band capitanata da Alex Gingell, Alex Westaway, Dan Haigh, gli ultimi due già membri della band alternative rock Fightstar. Quello che però è partito come un sideproject, è diventato in poco tempo la creatura più conosciuta dei Nostri, almeno in tra gli appassionati della già citata synthwave. Ma di cosa stiamo parlando esattamente? Semplicemente, di uno dei generi più caratteristici degli anni duemila, probabilmente quello che più incarna l'ossessione verso gli anni '80 e il gusto retrò che ha influenzato la musica, la moda, il costume, il cinema, e molto altro del terzo millennio. Un genere che ha conosciuto negli anni una forte evoluzione, diramandosi in poco tempo in una serie di sotto-categorie e rappresentanti che hanno declinato le sue connotazioni iniziali in diverse chiavi, portandolo a volte anche lontano dalle sue radici. Ma partiamo con ordine; il primo uso del termine synthwave si ha proprio negli anni '80 stessi, ma in questo caso per indicare quello che più comunemente viene definito synth-pop/techno-pop e in parte la new wave (pensiamo a nomi come Depeche Mode, Duran Duran, A Flock Of Seagulls). Il nome serviva a indicare principalmente l'utilizzo dei synth nella musica di queste band, strumento allora innovativo tanto amato da una parte del pubblico, quanto allora odiato dai puristi legati alla musica più "tradizionale". Si trattava comunque in questi casi di musica ancorata a una struttura marcatamente pop, che riprendeva la lezione dei pionieri tedeschi Kraftwerk e la adattava a melodie più incisive, che in pochi anni conquisteranno le radio e le discoteche del mondo partendo dall'Inghilterra, nazione che ha dato i natali a non pochi generi e correnti musicali/culturali. A partire dalla metà degli anni '80 questi elementi incominceranno a fare proseliti anche in altri mondi: nell'underground abbracciano l'oscurità e la durezza di generi militanti come l'electro-industrial e la EBM, e anche il futurismo della techno, destinata poi a esplodere negli anni '90, mentre alcuni coraggiosi sperimentatori cominciano a sfidare le barriere del pubblico usandoli in generi come il rock o addirittura il metal (si pensi ai Celtic Frost di "Into The Pandemonium"), anticipando l'industrial metal che salirà nelle classifiche alternative durante la prima metà della decade del grunge. Semi insomma che fioriranno nel tempo portando alla nascita di svariati generi, e che proprio nell'ambito dell'elettronica si sposteranno sempre più verso territori astratti lontani dalle facili melodie. IDM, breakbeat, jungle, drum 'n' bass, saranno solo alcuni dei nomi che caratterizzeranno la fine dello scorso millennio. Arriviamo quindi agli anni duemila, quando alcuni produttori legati soprattutto all'ambiente house incominciano a riprendere quei suoni e quelle estetiche anni '80 dalle quali in precedenza si era cercato di allontanarsi il più possibile. Si tratta di una delle manifestazioni di un vero e proprio Zeitgeist culturale che continua tutt'ora, e che ha caratterizzato anche il cinema e l'estetica pop contemporanea, un mood il cui fattore preponderante è una forte nostalgia che per molti giovani in realtà è un Sehnsucht: la mancanza di qualcosa che non si è mai vissuto, Ragazzi adolescenti o appena ventenni riscoprono i film degli anni '80, le atmosfere scure della fantascienza distopica e cyberpunk, così come quelle solari delle commedie e dei film per ragazzi dove si vede una vita più semplice dominata dalle spiagge e dagli occhiali da sole, decisamente più ingenua rispetto alla quotidianità odierna, spesso in realtà diversa anche da quella reale dell'epoca e rilegata alla celluloide. Degli anni '80 insomma più del ricordo e della mente che della realtà, concetto questo che ritroveremo più avanti parlando della musica qui trattata. Tornando proprio sull'aspetto musicale, nella French-house incominciano a essere inseriti elementi derivati dalla disco, dal funk e dalla electro, ma anche dalle colonne sonore dei film, dalle pubblicità e dai videogiochi della magica decade, creando le basi per la nascita di ciò che definiamo oggi synthwave, un genere che non è una continuazione di quello degli anni '80, bensì una creatura con una propria storia e che condivide con esso alcuni aspetti superficialmente comuni, ma anche grandi differenze. Si genera quindi una corrente underground che grazie a internet si diffonde presto tra vari nostalgici e appassionati di musica elettronica, creando il primo seguito per questa musica. Siamo nella primissima fase caratterizzata da quella che poi verrà retro-attivamente chiamata outrun, ovvero musica strumentale che ricorda molto quella usata per le scene di corse di auto e nei videogiochi di automobilismo, minimale e dai tipici suoni di synth. Nel mentre videogiochi come "Grand Theft Auto: Vice City" prima e film e telefilm come "Drive" e "Stranger Things" poi portano l'estetica e anche i suoni della synthwave anche al grande pubblico, sdoganando elementi che verranno ripresi da postar come Madonna e Lady Gaga e da film come The Neon Demon. Gruppi come College, Kavinsky, M83, Justice, Electric Youth hanno un relativo successo, e anche se il genere nella sua forma più pura rimarrà un fenomeno underground, il suo nome incomincia a non essere legato solo ai forum di internet. Siamo ormai nella seconda metà del secondo decennio, periodo di stabilizzazione e di esplosione delle varie sottocorrenti del genere. Se la outrun e la retrowave mantengono quel gusto prettamente nostalgico con brani strumentali melodici e minimali, nomi come Perturbator, Carpenter Brut, Lazerpunk, Gost spingono la corrente darksynth spostando l'attenzione verso suoni più duri e oscuri, atmosfere e grafica cyberpunk o horror (spesso riprendendo il lavoro seminale del registra-compositore John Carpenter), forti commistioni con la EDM, la dubstep o addirittura con elementi EBM o industrial, allontanandosi sempre più dall'idilliaco "futuro che non è stato" e dalle candide atmosfere sognanti verso visioni distopiche più moderne, mentre generi come al dreamwave decidono di esplorare proprio i suoni più rarefatti ed evocativi. I sottogeneri in realtà diventano decine, e troviamo anche progetti che non s'identificano in una corrente unica, toccando diversi aspetti qui elencati rimanendo in una generale descrizione come synthwave. I Gunship fanno proprio parte di quest'ultimi, con il loro stile che abbraccia pienamente le vocals spesso assenti o presenti in maniera minima nei dischi del genere, e che mischia delicata nostalgia e alcuni tratti più duri in un connubio tenuto insieme da un unico obbiettivo: ricreare le atmosfere e le sensazioni che lasciavano i film e videogiochi degli anni '80, indipendentemente dal genere e ambito. Un marasma insomma dove sogno e incubo convivono, ma con il gusto dell'escapismo e della celluloide, un universo che dai Transformers arriva a Blade Runner, passando per He-man ed Hellraiser. Nati come detto nella forma di sideproject dei Fightstar, nel 2015 debuttano con il loro disco omonimo grazie al quale creano da subito un discreto seguito, ammaliato da brani come "Technoir" dove compare la voce narrante di John Carpenter, accompagnato da un azzeccatissimo video con personaggi come Robocop, He-man, Pinhead, e da un suono che adatta gli elementi synthwave a strutture pop e rock basate sul cantato, strofe e ritornelli, dove in maniera dosata troviamo sia elementi più classicamente legati al genere, sia alcune incursioni moderne di stampo EDM o dub-step ricavate dai cugini più "oscuri" prima nominati. Un inizio insomma più che positivo, corroborato da un fan club dedicato che parteciperà con entusiasmo a varie iniziative lanciate dalla band in accordo con la loro estetica e mood essenzialmente malinconico, sognante e anche romantico. Trattiamo ora il loro secondo disco "Dark All Day" uscito nel 2018 per la loro stessa etichetta Horsie In The Hedge LLP, un album che riparte da dove il precedente era finito mantenendone il mood e lo spirito, ma cercando anche di innestare alcune novità e sperimentare con il songwriting, non sempre ad onor del vero centrando completamente l'obbiettivo, ma offrendo comunque un'esperienza nel complesso godibile e facilmente riconoscibile come propria della band. Ancora una volta il ricordo che gli anni '80 hanno lasciato nel cuore di una generazione che ora si trova tra la seconda metà dei suoi trentanni o nei quaranta, o che i più giovani vivono in differita riguardando film e cartoni dell'epoca, prende forma sonora in un immaginario dove luce e oscurità si mischiano in epiche avventure dove comunque il finale a lieto fine è assicurato.

Woken Furies

"Woken Furies" (Furie risvegliate) è una traccia introdotta dalla voce di Richard K. Morgan, autore di fantascienza che annovera tra i suoi libri "Altered Carbon", serie cyberpunk che tratta di un investigatore in un mondo in cui i più ricchi possono evadere la morte. Il libro si ricollega ad altri successivi, tra cui "Woken Furies", ovvero il racconto del passato del protagonista anti-eroe Takeshi Kovacs. Facile quindi intuire che la traccia è dedicata proprio a questo racconto e alle sue vicende. Un effetto sommesso e sospeso, dai toni oscuri, si dipana mentre la voce filtrata dell'autore ci racconta di come il protagonista usa la carne come un guanto preso in prestito (riferimento alla pratica di trasferimento della coscienza, conservata in dei chip collocati nella colonna vertebrale, in nuovi corpi tipica di questo universo immaginifico, che dona l'immortalità funzionale a chi può permetterselo), pronto a bruciare di nuovo le impronte digitali del corpo usato per non farlo riconoscere. Una melodia piacevole accompagnata da ritmiche spezzate prende piede con immancabili atmosfere anni '80, piene di synth malinconici. La voce sognante del cantante si colloca tra le bass-line rombanti, raccontandoci i pensieri di Kovacs. Egli si rende conto di esser morto ancora una volta,riflettendo ironicamente su come nessuno viva per sempre, e ricordando la confusione, i tagli, il dolore, il suo amore per l'essere sotto-copertura, pronto a cavarsela quando el cose si mettono male. L'Intensità sale con synth dai riff taglienti e nuove malinconie retrò, mentre anche il cantato assume sempre più vigore: chiediamo di essere svegliati quando è il momento di respirare in una comparsa fuori dall'atmosfera. Viene introdotta una figura femminile, Sylvie, salvata dal protagonista dalle mani di un gruppo religioso di fanatici, capo di un gruppo di mecenati. Lei è come un fulmine digitale, il giusto tipo di ragazza che può rubare i suoi sogni, fuori controllo e tentatrice. Trame delicate si mischiano con le parti elettroniche più feroci, mentre tastiere e cantato melodico creano un fiume di sensazioni contrastanti, ma ben amalgamate. Riconosciamo già da ora molti dei topoi dei Gunship: suoni presi dal pop anni '80, e soprattutto dalle tracce usate nei film, uniti a elementi più contemporanei, in un gioco tra nostalgia e identità odierna della musica proposta. Riprendiamo quindi con gli andamenti precedenti, controllati e sospesi come in un'atmosfera da sogno. Un avvertimento genetico ci spinge ad andare avanti, incominciando mondo per mondo, mente per mente, corpo a corpo, a intraprendere un viaggio interstellare, probabilmente un riferimento ai temi del libro legati ai viaggi nel cosmo permessi da queste vite artificiali prolungate, e al virus genetico che a fine novella diventa parte della trama. Riecco le evoluzioni precedenti, con parti più robotiche e synth evocativi che sottolineano la voce delicata del cantante; incontriamo una cesura dai suoni sospesi e rarefatti, su cui si distendono cori lontani e vibrazioni elettroniche. Dobbiamo uscire dalle tenebre, ci viene detto, c'è un'ombra nei ghiacci stanotte, un'eco che dobbiamo esplorare, ma non sappiamo dove scappare, possiamo solo far navigare i nostri occhi sotto il cielo, caldi come la nostra pistola. Riferimenti vaghi che potrebbero rimandare a parti della trama, tra doppi del protagonista con la sua personalità copiata su altri corpi in contemporanea, e la doppia identità della protagonista femminile, che nasconde un mistero. Il ritornello prosegue cadenzato da alcuni cimbali sintetici, esplodendo poi in un giro di synth sul quale vocals filtrate creano una coda destinata a implodere in un climax canoro conclusivo.

Dark All Day

"Dark All Day" (Scuro tutto il giorno) è la title track del disco, che vede come ospiti la cantante electro-pop Indiana e il sax di Tim Cappello, multi-strumentalista diventato famoso per il suo fisico possente e muscoloso comparso nel video della traccia "I Steel Believe", parte integrante del film di Joel Schumacher "The Lost Boys", un vero e proprio cult anni '80 sul genere allora popolare delle commedie nere a sfondo horror e con protagonisti teenager. Non ci sorprende quindi il fatto che la traccia sia proprio un omaggio a questo film, ennesima lettera d'amore per il mondo cinematografico che ha segnato la crescita dei Gunship e del loro pubblico. Effetti caotici, quasi noise, lasciano presto spazio a melodie fischiate e suoni notturni di sax, conditi da suoni di sirene di polizia e cimbali sempre più cadenzati. Ritmiche controllate sottolineano la voce femminile, che con fragilità ci racconta di come mentre il suo ultimo respiro viene preso da lei, inspirando, sente l'odore del vampiro che la sta trasformando. Ecco che esplodono riff taglienti e suoni di sax stridenti, mentre arrivano le vocals del cantante maschile, intento a descrivere una sensazione grandiosa mentre è buio tutto il giorno, mentre nel cielo c'è qualcosa che brilla, delle tracce chimiche che cerchiamo di percepire nella notte con le nostre menti. Ancora una volta riferimenti dal gusto quasi poetico, forse legati alle scie delle motociclette usate dai vampiri del film, capitanati dal misterioso David, iniziatore dei fratelli Michael e Sam al mondo dei succhia-sangue notturni. Giungiamo così all'accelerazione del ritornello, dove la protagonista è la voce di Indiana, incastrata tra i giri di sax e la drum machine marciante; ci dice che ci vedrà dall'altra parte, è la nostra ragazza notturna e chiede che le strappiamo il cuore, mentre la notte cade ancora e si esortano i Ragazzi Perduti a rimanere in vita. Tastiere dai loop ipnotici e strumento a fiato diventano tutt'uno, in una trama che prosegue anche con la ripresa degli andamenti strisciatati precedenti. E' un giorno perfetto per abbracciare il disordine, ci dice ora il cantato maschile, c'è qualcosa nei nostri occhi che brucia, e ci attiviamo guadando un fiume, e vedendo le tracce chimiche nell'aria. Ecco che incontriamo il crescendo precedente, collimando nel ritornello trascinante dal fare cadenzato e dai suoni irresistibilmente anni '80. Esso va a scontrarsi con una cesura sognante dai fiati sospesi e dai cori in lontananza, elegante ed evocativa; ma a un tratto troviamo suoni graffianti e taglienti, che reintroducono la corsa melodica con voce femminile e andamenti piacevoli, destinata a consumarsi con una coda dove solo il sax e la voce, insieme alle sirene della polizia, vanno a perdersi nell'etere.

When You Grow Up, Your Heart Dies

"When You Grow Up, Your Heart Dies" (Quando cresci, il tuo cuore muore) è forse la perfetta rappresentazione dell'estetica e della poetica artistica dei Gunship: il rifiuto a lasciar andare quelle cose che hanno caratterizzato la nostra infanzia e di plasticamente crescere diventare disillusi e senza quel lato sognante di noi stessi. Non a caso si tratta di una delle tracce più prettamente legate al suono pop e melodico degli anni '80, senza ingerenze più feroci o moderne, una celebrazione in musica, testi, immagini della decade. Infatti il video della canzone vede una serie di fan della band che ricreano con estro e invettiva alcune delle scene più famose dei film dell'epoca, in una collaborazione che mostra l'attaccamento e l'unità d'intenti tra la band e la propria fan base. Un suono di synth sommesso ci introduce al pezzo, proseguendo con le sue note mentre un campionamento vocale presenta il tema della traccia. Si tratta di un dialogo preso dal famoso film adolescenziale "The Breakfast Club" di John Hughes, dove Alison, uno dei personaggi femminili, constata come quando si cresce il proprio cuore muore, e alla domanda "A chi importa?" lei risponde "A me". Il contrasto tra l'idealismo dei giovani e il cinismo dei più vecchi è un tema forte del film, che permane come detto questa traccia. Largo quindi a una batteria elettronica cadenzata su cui si adagiano dolci suoni di synth, presto raggiunti dalla voce malinconico e appassionata del cantato: quando cresciamo il nostro cuore muore, e per questo dobbiamo cercare di mantenere un codice segreto che lo mantenga in vita, al nostro fianco. In un crescendo d'intensità s'implora che qualcuno lo chiami e non lo lasci andare via, implorando di avere qualcuno a cui attaccarsi, di cui abbiamo bisogno. Troviamo l'inevitabile ritornello arioso e dalle tastiere sognanti, in un tripudio di suoni retrò dal forte impatto emotivo. Siamo come infuocati, e stanotte danziamo con il diavolo (riferimento a un dialogo del Joker del primo Batman di Tim Burton, interpretato da Jack Nicholson), i nostri occhi sono come di fuoco in un'ultima danza, e proprio come in un film non dobbiamo lasciare che il nostro cuore muoia. Riprendiamo con la trama synth-pop della canzone, con synth squillanti e vocals pacate; chiediamo alla tentazione di fuggire con noi, e necessitiamo solo di due fanali e del fumo delle ruote consumate per fuggire nella notte. Ritroviamo le transizioni già incontrate, in un crescendo che ci porta alle parti emotive, destinate a esplodere nel ritornello pieno di pathos, nonché di suoni zuccherosi e facili melodie. Giungiamo a una cesura dove un dialogo telefonico simulato consegna altre parole in un interludio narrativo: ciò che sarà, sarà, e non importa quello che pensano gli altri, ci viene promesso che andrà tutto bene, dobbiamo solo tenere duro e andare avanti, perché un brutto giorno non è una brutta vita, e chi parla giura che sarà sempre li per noi, la vita vale il rischio e dobbiamo vivere a lungo e prosperare (farse che richiama Spock di Star Trek), credendo in noi stessi e senza aver paura del fallimento. Un discorso motivazionale che mostra il positivismo di base dei Gunship, che abbracciano i ricordi del passato come un'ancora e un esempio per affrontare la vita. Dobbiamoa ndare avanti e continuare a lottare, finché il sole calerà, e ricordando che quando cresciamo il nostro cuore muore, ci ricordano cori appassionati, che lasciano poi posto a un sax sognante e campionamenti vocali che ci ricordano che ogni cosa per cui vale la pena è difficile, non dobbiamo arrenderci anche se è ok sentirsi a volte giù. Dobbiamo vivere la vita al meglio, creando un nostro spazio nel mondo e senza lasciare che gli altri ci distruggano. Seguo nuovi cori e ulteriori frase prese da film vari come Terminator e I ragazzi della 56ª strada, sempre in un dialogo che sprona a mantenere la propria infanzia intatta dentro di sé e mantenere il controllo della propria vita. Si chiude così il brano, ispirato dalla paura stessa di Dan Haigh di perdere la propria ispirazione e radici legate alla nostalgia degli ani '80 e al infanzia a causa delle preoccupazioni e rammarichi della vita adulta.

The Drone Racing League

"The Drone Racing League" è una traccia dedicata al film canadese del 2015 "Turbo Kid", diretto da François Simard, Anouk Whissell, e Yoann-Karl Whissell e parte di una serie di film underground legati all'estetica e ai temi della corrente synthwave e retro-futuristica. Qui viene rappresentato un 1997 alternativo dove la Terra è devastata dalla mancanza d'acqua a seguito di un apocalisse nucleare, e dove un giovane ragazzo semplicemente chiamato The Kid, un fan dei fumetti, cerca di diventare un vero supereroe, instaurando un'amicizia speciale con la ragazza android Apple e scontrandosi con un signore della guerra chiamato Zeus. Un misto di ingenuità voluta, riferimenti alla fantascienza post-apocalittica anni '80, romanticherie e momenti comicamente splatter che ben rappresenta quel unicum culturale che fa da base anche alla musica qui recensita. Uno di quei casi dove i Gunship non fanno riferimento direttamente a un prodotto anni '80, bensì a qualcosa di moderno che però ha fortemente filtrato molti topoi dell'epoca rivendendoli in una chiave post-ironica moderna. La canzone presenta un sound con forti elementi darksynth, tra bassi distorti e contrazioni roboanti, ma non dimentica naturalmente anche i ritornelli ariosi e le parti sognanti. Ecco quindi una serie di colpi cadenzati sorretti dalla bassline che pesto si apre in riff sintetici dal sapore EDM; un passo ritmato porta con se le parole del cantato, calde e piene di pathos, creando contrasto con i più freddi suoni elettronici. Il protagonista pensa alla sua amica, paragonandola prima a un uccello veloce e poi a un serpente del deserto, e a come deve tenere duro perché c'è lei al suo fianco, come un fantasma o un vampiro, uno spirito da portare a casa. Suoni più ariosi ed epici introducono il ritornello portante, enunciato con la sensibilità pop tipica dei Nostri e con un piglio cinematografico, usando naturalmente anche effetti vocali: sopravviviamo e andiamo oltre, e sentiamo come mille denti di mille voci, ricordando che quando il sole cala va avanti ancora per svariati giorni. Tornano quindi gli effetti più taglienti, e subito dopo il passo strisciante contornato da synth melodici e vocals emotive. Entriamo nella notte attraverso l'occhio della tempesta, e la macchina oscura diventa un eroe impossibile, una stella e un uccello da guerra che solo nei nostri sogni possiamo portare a casa con noi. Riesplode il ritornello appassionato, con i suoi giri di tastiera e altisonanti parti evocative; questa volta esso evolve in una cesura pulsante, che va a incontrare vocals filtrate che si fanno sempre più pressanti, assumendo connotati leggermente più aggressivi, tanto da collimare in ritmiche più pestate e suoni taglienti. Dobbiamo tenere duro, l'inferno è qui, le nostre dita scivolano dal volante mentre sterziamo e mentre la speranza muore si presentano mille modi per andare oltre guidando e spingendo noi stessi con durezza. Ritroviamo andamenti melodici dal sapore di scena romantica, che si delineano nei loro apssi sognanti per poi chiudersi con un'ultima serie di synth distorti, mettendo fine a una traccia che mette mostra una delle tendenze dominanti dell'album, ovvero l'uso di modi più legati alla synthwave più recente e aggressiva innestati sulle strutture pop tipiche del gruppo.

"Rise The Midnight Girl

"Rise The Midnight Girl" è una traccia ispirata dalla figura delle combattenti cyborg presenti in diversi manga e anime degli anni '80 e inizio '90 come "Ghost In The Shell" e "Alita - Angelo della battaglia". Il concetto di cosa significa davvero essere umani, il confine tra spirito e macchina, le implicazioni etiche dell'integrazione tra organico e meccanico, sono alcuni dei temi presenti nel cyberpunk nipponico, in parte ripresi in chiave astratta e poetica nel testo della canzone. Un languido suono di tastiera ci introduce ai climi plumbei, nostalgici della musica, alzandosi man mano fino all'incontrare note sospese accompagnate dal cantato solenne e quasi sospirato. La voce dichiara che deve lasciar andare il suo fantasma, e ovunque esso andrà lui aspetterà, vivendo tramite il suo spirito e guidandolo nella pioggia. Riferimenti astratti che rimandano anche ai paesaggi tipici di certa animazione, con climi plumbei notturni dalle piogge fitte che coprono città illuminate dal neon. Le melodie delicate fanno da portante verso l'incipit di batterie cadenzate e passaggi sempre sospesi e scanditi lentamente. C'è un mostro che ci ha intrappolati dall'altra parte, un mostro che ormai è diventato la nostra casa (forse un riferimento al corpo artificiale dove è contenuta l'essenza "umana" delle protagoniste di queste storie); i suoni diventano leggermente più veloci mentre la canzone assume connotati sempre più pop anche nelle vocals. Staremo bene nascosti nelle tenebre, e un giorno avremo l'occasione di andare al ballo, ma ci viene ancora ricordato che c'è un mostro che ci ha intrappolati, la nostra casa attuale. Synth malinconici rafforzano un'atmosfera dolcemente triste, in una preparazione emotiva ricca di pathos che vede passaggi dagli archi evocativi e note accennate. Vivremo tramite il nostro spirito, e lo guideremo nella pioggia ancora una volta, ed ecco che si apre un ritornello dai cori eterei che si stagliano nell'etere tra melodie sempre più forti. Prendiamo un forte respiro e teniamo alta la nostra testa aprendo gli occhi, facendo sorgere la ragazza della mezzanotte; un motivo trascinante accelera il passo mentre i cori dagli andamenti angelici ci investono con un gusto che ci rimanda ai modi dei pezzi anni '80. Il loop magistrale si ripete tra synth notturni e drumming incisivo, andando a consumarsi in un'ultima iterazione del ritornello. Uno dei momenti migliori del disco, capace di usare al meglio un andamento lento e con un climax conclusivo ben orchestrato.

Thrasher

"Thrasher" è una traccia che sembra riferirsi ai film di corse e azione degli ani '80, con paesaggi notturni dove si consumano sfide mortali al suono delle sirene della polizia e degli spari dei fucili. Probabilmente non a caso, si tratta di uno dei momenti più concitati e veloci del disco, largamente influenzato dalla frangia più aggressiva e dai connotati EDM della corrente synthwave. Note sognanti di tastiera ci introducono al viaggio imminente, note che salgono in levare insieme a bassline mitragliati; queste ultime si convertono in una ritmica decisa contornata da una drum machine cadenzata, pronta a collimare con distorsioni dance. Ecco le vocals concitate del cantante, pronto a descriverci l'azione convogliata dal testo e dalla musica. Egli riesce a sentire la distruzione imminente che sale con la tensione, mentre tira avanti come un fantasma, ma è dipendente da una bomba a orologeria. Ecco un altro colpo di pistola mentre i lupi vengano nutrirti con le nostre anime. Il suono torna subito dopo a climi meno caotici, mentre la voce si fa più posata ed evocativa, mostrano un passaggio di consegne tra le due nature del pezzo che incontreremo molto spesso. Non riusciamo a capire dove dovremmo essere, incastrati tra il grido delle sirene mentre cerchiamo di andarcene. Dovremmo solo portare indietro l'orologio e ricominciare da capo, ma questo non è possibile, terremo duro come quando eravamo più giovani, e la notte era più pura e ci sembrava di guidare in eterno. Come spesso arcade con i nostri, riferimenti vaghi e suggestioni creano più una sensazione legata a certi film e temi piuttosto che un discorso completo di facile comprensione. I toni più roboanti fanno da preambolo al ritornello, dicendoci che il narratore potrebbe rubare un cuore giovane, e che è pronto per un po' di sangue fresco; ecco ora il ritornello arioso dalle tastiere sognanti e rarefatte, tipico del gruppo. Si chiede una via verso casa, fuori da tutto questo, mentre arriva l'alba, si chiede un eroe che ci mostri come fuggire da questa tempesta. La musica prosegue sui toni più rilassati, continuando le tendenza emotiva qui riscontrata. Speriamo che un giorno possa salvarci dagli abissi, dalle ferite, dal tutto che diventa nero, mentre i fantasmi della mezzanotte si svegliano e la fame torna e accogliamo il distruttore. Si ripetono le evoluzioni familiari tra distorsioni aggressive ed esplosioni di ritornelli ariosi, consumando al dualità strutturale della traccia secondo dei crescendo funzionali all'impatto emotivo verso l'ascoltatore; continuano a tornare sempre più forti, ci viene detto, e ci attaccano, mentre proviamo speranza, fede cieca, paura in un culto deciso. Imploriamo di nuovo di trovare una via verso casa, tra giri di tastiera sognanti e cantato appassionato, fino al collimare con una cesura silenziosa. Note adagiate e voce sospirata diventano tutt'uno con una melodia trascinante e ripetuta: hanno incominciato a metterci paura sapendo di poterlo fare, e facendo bruciare i giovani cuori, credendo in sostanze chimiche e rilasciando mostri in un impero decadente che li trascinerà nell'inferno. Ora i suoni si fanno progressivamente più oscuri, mantenendo un passo lento e soppesato, e le vocals si fanno malevoli e filtrate in una chiave abbastanza inedita per i Nostri. Viene evocato qualcosa di oscuro, profondo, saggio, potente, ma anche diabolico e corrotto, in una tensione che sale in tensione senza però esplodere. Ecco invece giri di synth sottolineati da motivi malinconici, collimati da bassi distorti in uan costruzione mutevole. Inevitabile il finale dove il ritornello si presenta in forma più lenta insieme ad archi orchestrali dal forte pathos, in una coda che conclude il nostro viaggio.

Black Blood Red Kiss

"Black Blood Red Kiss" (Sangue nero bacio rosso) vede una collaborazione inusuale, ospitando come guest vocalist il personaggio televisivo americano Kat Von D, salita alla ribalta in America con il reality "LA Ink" una decina di anni fa. Una presenza curiosa in una traccia che comunque funziona, e che sembra tornare a riferirsi al mondo dei vampiri, tra note sognanti e suoni evocativi dall'incedere controllato. Un momento pop che mette in mostra quello che i GUNSHIP sanno fare al meglio, ovvero invocare mondi sonori pregni di nostalgia. Un effetto statico lascia subito posto a un pianoforte dolce e dalle note sognati, raggiunto da una ritmica dilatata e da synth accennati. Il cantante viene introdotto da andamenti altrettanto delicati, a volte accompagnato dalla seconda voce della ospite. Ci rilassiamo e rimaniamo tranquilli mentre ci vengono estratte in profondità le parole dalla nostra testa, fino a farci sputare nero. Intensità melodiche accompagnano sospiri imploranti, che ci dicono di fermarci e che qualcosa è bloccato nella nostra testa; ecco quindi il ritornello controllato dove voce maschile e femminile duettano con pathos e andamenti pop che ci riportano ai pezzi romantici dei film anni '80. Finché il sangue nero scorre e possiamo incominciare da capo, ci rilassiamo e sguazziamo nell'oscurità, e il sole nero reclama il nostro cuore in un'eclissi assassina, con il nostro bacio rosso fatto di sangue nero daremo il tempo a questo inverno. Toni ariosi che contrastano con le parole misteriose, e che rincontrano gli andamenti dolci e le melodie di tastiera precedenti in una ripresa del motivo sognante. Troveremo la pace nell'angolo più disturbato di questo mondo, e taglieremo via questo dolore. Siamo una dipendenza, e trascineremo gli altri in un vortice fino a che tutto sarà nero. Riecco il pre-coro sospirato con le sue implorazioni in un crescendo d'intensità che non può che riportarci di nuovo all'arioso duetto portante. Una traccia che si mantiene sognante in un clima da film dove tastiere e voci femminili incontrano ripetizioni dalle punte romantiche. Una cesura improvvisa lascia spazio a note minimali, mentre la voce maschile pian piano svela nuovi discorsi: lentamente strisciamo fuori dalla nebbia sentendoci morti dentro, ma aggrappandoci alla vita, tornando dall'inferno. Risentiamo qualcosa, ma poi affoghiamo andando sempre più giù. Lentamente qualcosa si mostra nel nostro volto, scendendo dalle labbra alla gola e ai polmoni, prendendo controllo della nostra testa e del nostro cuore, e nulla punge come il nostro sangue nero e il nostro bacio rosso. Il momento finale vede suoni di chitarra grevi, quasi post-punk, sui quali andamenti vocali suadenti si delineando in giri soppesati, fino al collimare con colpi più duri e distorsioni più sentite. Chiediamo di essere tenuti giù e girati con la lingua, tirando avanti come animali, fino a che scompariremo, sentendoci più leggeri quando tutto è finito. Una chiusura particolare che si discosta dal resto della traccia, in un sincretismo spesso usato dalla band in questo disco.

Time After Time

"Time After Time" (Di volta in volta) è la cover del famosissimo brano di Cindy Lauper, tipica hit da compilation anni '80 e traccia che è singolo della decade, probabilmente il successo più grande della cantante americana. Non è quindi difficile capire perché i Nostri, in pratica incarnazione musicale della nostalgia di quel periodo, la abbiano scelta per il disco; a volte però anche le intenzioni migliori portano a decisioni non sempre sagge. Siamo infatti davanti alla traccia meno interessante del disco, e forse l'unica totalmente superflua e anche leggermente fuori contesto rispetto ai temi fantastici dell'album. Qui i GUNSHIP decidono di non rielaborare molto il brano, lasciandoci con un effetto karaoke che non aggiunge molto a quella che poteva essere trasformata in qualcosa di più loro. Forse si nasconde il rispetto verso quanto rappresenta dietro questa decisione, ma da un punto di vista pratico va i difetto della resa musicale, offrendo anche momenti di noia. Il tema del brano è il dolore al cuore dovuto alla rottura di un rapporto sentimentale, ma anche la promessa di essere in qualche modo li per l'altra persona, anche se forse solo come un ricordo sbiadito di momneti positivi trascorsi e andati. Una melodia di synth in levare ci introduce ad atmosfere languide e sognanti, rafforzate poi da tastiere cadenzate e dalle vocals sospirate e dolci del cantato. Siamo nel nostro letto e sentiamo l'orologio che si muove, pensando all'altra persona, intrappolati in circoli dove la confusione è ormai familiare, con ricordi di calde notti ormai rimaste nel passato. Le parole vengono sottolneate dai loop di tastiera, che fanno da ossatura per un andamento altrimenti minimale e giocato sulle atmosfere nebbiose. Una valigia di ricordi è quello che abbiamo, e a volte l'altra persona ci inquadra mentre camminiamo troppo in là, ci chiama, ma non sentiamo quello che dice, e poi capiamo che ci dice di andare lenti mentre rimane indietro e la sua mano ci lascia. Ecco che parte il famoso ritornello, che ricalca abbastanza fedelmente quello originale, inserendo ritmiche sparse e parti vocali accorate destinate a unirsi con batterie cadenzate e suoni di synth anni '80 che si cesellano con giri di tastiera accattivanti. Se l'altra si perderà, potrà cercarci e trovarci ogni volta nei ricordi, se cadrà la prenderemo e aspetteremo. Le parole vengono ripetute con intensità corrisposta dall'elemento musicale che si fa più vivo. Riprende poi il movimento più controllato, mantenendo però i rullanti di batteria e le tastiere appassionate; dopo che la nostra immagine si sfoca e la tenebra diventa grigia, l'altra guarda da una finestra e si chiede se stiamo bene, con segreti rubati da dnetro di noi in profondità mentre una marcia suona fuori ritmo. Riprende quidni il ritornello, completato da assoli di chitarra e synth in puro gusto anni '80, prima di incontrare un ponte evocativo che ne annuncia la ripresa, questa volta con tanto di cori in sottofondo. Largo quindi alla ripetizione ariosa e melodica delle parole fino alla chiusura della traccia, in quello che è probabilmente il momento più pop e lineare di tutto l'album, abbastanza ricalcato sulla canzone originale, e come detto forse una traccia non necessaria che spezza un po' il resto del mood del disco.

Honour Among Thieves

"Honour Among Thieves" (Onore tra Ladri) vede come ospite la cantante irlandese Una Healy, membro del quintetto dance-pop The Saturdays, per una traccia dalla trama ritmata e dalle forti influenze new romantic, fatta di facili melodie, ritonelli da cantare in duetto, e naturalmente synth a non finire. Una perfetta rappresentazione dello stile più puro dei GUNSHIP che si ricollega direttamente ai modi del loro primo album di debutto. Il testo potrebbe fare riferimento a un racconto di James S.A Corey legato al mondo di Star Wars, con protagonista Han Solo e ambientato dopo la distruzione della Stella Della Morte. Racconto del 2014 che riprende però un mondo cinematografico legato agli anni '70 e '80, attivo ancora oggi cn svariati seguiti ed epigoni, e quindi un riferimento perfetto per la band e il loro mondo sonoro che rielabora la nostalgia del passato in chiave attuale. Un drone arioso si stende nell'etere, raggiunto da suoni accennati, campionamenti di gabbiani, e pure flauti; ecco quindi una bassline ritmata unita alla drum machine cadenzata e al duetto vocale pieno di pathos. In un primo contatto viene colpita un'anima solitaria, tagliando abbastanza in profondità. Finché ce la faremo e l'aria scorrerà, la nostra compagna trema finché non la tocchiamo e le farfalle lasciano la nostra testa, e il giorno sorge. Tutto diventa scuro, ma non dimentichiamo chi siamo, e ci lanciamo tra le crepe nel cielo stellato. Ecco che esplode il ritornello fatto di altisonanti tastiere e versi enunciati con cadenza melodica, fatti per il massimo impatto emotivo; c'è del pericolo nei nostri occhi, siamo dei predatori, dei piccoli predatori. Dopo una cesura ariosa con alcuni suoni di basso, rirpende l'ammanetto serpeggiante con synth in loop: questa notte fuggiamo dalle strade, non sapendo dove scappare e lasciamo che le ruote brucino. Finché non arriveremo a destinazione, manterremo la nostra concentrazione alt, coperti dalla polvere, finché troveremo uno spazio oceanico e la terra tremerà, ed ecco che freniamo nel cuore della tempesta, entrando nell'altra parte quando tutto diventa bianco, mantenendo il fulmine nei nostri cieli. Riecco il ritornello condito da tastiere e synth squillanti, in un brano da colonna sonora anni '80: c'è del pericolo nei nostri occhi, e ancora unao piccoli predatori. Ecco una cesura con suoni di gabbiani e giri melodici ripetui, su cui si distendono le vocals pacate, seguite da chitarre e falcate sintetiche. Possiamo vederli mentre arrivano in forze, ed ecco che cavalchiamo la tempesta alla fine della nostra storia, ricordandoci dell'onore tra ladri. Inevitabilmente torna un'ultima proposizione del ritornello, che si dipana fino alla chiusura sognante dai suoni diafani di synth.

Art3mis & Parzival

"Art3mis & Parzival" ospita la presenza di Beau Corbeau, nome d'arte della suonatrice di viloncello inglese situata a Parigi Stella Le Page, qui nelle vesti di seconda voce. Una traccia dedicata al libro di Ernest Cline "Ready Player One", poi diventatoa nche un film di successo di Steven Spielberg, l'ennesimo prodotto culturale degli anni dieci che si basa molto sulla nostalgia del passato e della decade degli anni '80. In un mondo distopico distrutto dalla crisi energetica e dal riscaldamento globale, le persone fuggono dalla realtà tramite un mondo virtuale chiamato OASIS dove si è creata una vera società con la sua moneta e i suoi segreti. Qui Wade Owen Watts riesce a ottenere la fama con il suo avatar Parzival, iniziando una relazione difficile con Art3mis aka Samantha Cook e finisce al centro di un complotto che coinvolge anche la vita reale e la corporazione IOI. Un suono elettronico accompagnato da effetti campionati ci introduce a strati di synth e pad evocativi, seguiti dalla voce della cantante, sottolineata da noti sognanti: le luci si spegono nella città, mentre lei torna nella oasi della mezzanotte con il suo compagno di avventure, salvando il mondo anche se è una dura impresa, fino a che il gioco sarà finito. Sente una connessione caotica con lui, mentre il mondo esterno è per lei sopravvalutato,e preferisce passare il tempo con lui virtualmente per tutta la notte. La musica sale d'intensità, parlandoci di come combattono le stesse battaglie e fanno gli stessi sogni,sapendo che non si deluderanno tra di loro. Ecco il ritornello emotivo dove si aggiunge la voce maschile, dai picchi melodici arricchiti dai soliti suoni di tastiera e da effetti vocali azzeccarti. C'è una montagna di fuoco dove s'incontreranno, e dove nell'oscurità giungeranno a casa, con occhi di vetro e acqua digitale, tramite le tenebre. Riprende poi l'andamento precedente, dove dominano la voce femminile e i suoi delicati, distesi nel passo rarefatto. Riflettiamo su come tutti siamo destinati a morire, non c'è modo di fuggire dal futuro, e nessuno ottiene veramente quello che vuole, nemmeno loro due. Non si è mai sentita a casa sua nella realtà,e ha sempre preferito nascondersi dietro a un avatar. Incontriamo le evoluzioni sonore precedenti, tra crescendo fatti dall'aggiunta di melodie e implosioni improvvise dai ritornelli evocativi ed epici. Questa volta incontriamo un ponte fatto di tastiere e batteria cadenzata, dove la cantante ci chiede dove è andato il tempo, una luce per la nostra ombra. Non sappiamo cosa abbiamo fatto con esso, probabilmente vola ogni volta che passano le notti insieme nel mondo virtuale. Suoni di saxofono fanno da coda prima della ripresa del ritornello, ripetuto nei suoi modi con synth ancora più strazianti. Galleggeremo e bruceremo insieme tra le ombre, raggiungendo insieme la nostra casa: le parole conclusive del pezzo, giocato molto sugli elementi emotivi della trama del libro e fim, riportati nella musica.

Symmetrical

"Symmetrical" (Simmetrico) vede il ritorno di Una Healy, questa volta solo come coro d'accompagnamento, in una traccia che segue la linea melodica e nostalgica della seconda parte del disco. Qui le vocals maschili vengono sottolineate dai cori femminili e dai movimenti cadenzati di batteria e tastiera. Note delicate e sognanti ci introducono al cantato altrettanto languido, quasi sospirato, mentre i primi giri di melodia e le voci della controparte ripetono parti del testo. C'è stato un richiamo nell'oscurità, e dopo di esso abbiamo visto qualcuno mentre eravamo presi dalla storia già dalla prima pagina. Vogliamo tenere la persona sicura tra le nostre braccia, lontana dal pericolo, e vorremmo partire con lei e rimanere tutta la notte insieme. Versiamo un bicchiere di vino nel bicchiere e straborda, abbassiamo le luci nella camera e non sappiamo dove andare mentre la guardiamo, simmetrica. Man mano la musica sale d'intensità con nuove melodie di tatsiera, in una struttura decisamente pop che per l'ennesima volta si rifà ai modi della musica anni '80 più zuccherosa e romantica; è come se fossimo sttai già qui, e sapessimo chi siamo, come se fosse ancora una volta il primo tocco, ricordandoci che c'è sempre del tempo e che non dobbiamo lasciarci andare. Punte squillanti e pad ariosi sottolineano le ultime parti, senza però implodere. Seguiamo invece con una marcia di drum machine cadenzata, unita a suoni liquidi e notturni di synth dall'atmosfera rarefatta. L'altra persona ha un cuore fatto di cocaina e gli occhi lucicanti, e anche dei modi da fumatrice, così come delle labbra molto veloci. Il tetso fa riferimento probabilmente a qualche figura dei film dell'epoca, ma non è qui molto chiaro a cosa si riferisca, alsciando molto all'interpretazione di un incontro con una figura ambigua. Che vogliamo proteggere, ma anche con alcune caratteristiche da donna fatale e di vita. Si ripresentano i modi precedenti, con alcune ulteriori interventi di cori e tastiere, ma mantenendo gli stessi crescendo fino alla fine del ritornello. Qui troviamo nuovi giri squillanti di tastiera e pad evocativi, in un connubbio che collima con cori sognanti e melodie altrettanto nostalgiche. Una coda che si ripete fino alla conclusione, dove rimangono solo le vocals femminili che si eprdono nell'etere. Una traccia abbastanza semplice che segue il corso dell'album, e che indica una parte conclusiva dell'album un po' fiacca e ripetitiva, che mette in mostra quello che probabilmente è il difetto più evidente dell'opera: l'eccessiva lunghezza e numero di brani che potevano essere decisamente ridotti data la ripetizione dei modi in alcuni episodi.

Cyber City

"Cyber City" è una traccia che torna su territori più tenebrosi e dai connotati spezzati e a tratti distorti, con l'uso di refrain più taglienti e atmosfere leggermente più oscure, pur senza dimenticare l'uso di tastiere melodiche e pad da colonna sonora. Il tema potrebbe riferirsi all'anime "Cyber City Oedo 808" un cult di inizio anni '90 diretto da Yoshiaki Kawajiri. Un'opera di tre episodi ambientata in una Tokyo futuristica, ora chiamata Oedo, dal sapore cyberpunk e caratterizzata da crimini cibernetici. Qui tre criminali diventano agenti al servizio della polizia per missioni suicide, in cambio delle quali viene ridotta la loro pena, ma che comportano il rischio di morire se non vengono portate a termine per tempo o se si fallisce. Un topos presentato spesso nella letteratura e nel cinema di fantascienza e non solo (basti pensare alla Suicide Squad della DC o ai Thunderbolts della Marvel sul tema della squadra di criminali usata dal governo). Ecco che un suono di synth in levare sis contra con tastiere filtrate dall'area regale e con le vocals piene di pathos, che accennano al ritornello che ritroveremo più avanti. Uno stop ci cosnegna altre trame sospese, tra note squillanti e improvvissi interventi di linee spezzate dal gusto dubstep, che sottolineano un passo strisciante coadiuvato dal passo altrettanto felpato della voce del cantante. Aspettiamo che arrivi la tempesta per portarla con noi nella città delle eco, e quando arriverà l'inferno il tempo non mentirà. Un abbraccio freddo e d'argento ci accoglierà, nonostante tutto delicato, ma gli occhi vengono distolti mentre si è sotto copertura, vicini al momento di sanguinare e di scoprire sotto la pioggia un assassino. Probabili riferimenti alla natura cibernetica dei protagonisti, e alle loro missioni ambientate in una città oscura e dominata dalla pioggia. Il movimento si arricchisce di altri tratti evocativi, prima di aprirsi in un ritornello questa volta esteso,dominato dalle tastiere altisonanti e dalle vocals calde e appassionanti. L'altra non è una macchina, ma solo una ragazza, una sognatrice in un mondo deviato, capace di portarci via da esso. Ritornano i passi controllati in una struttura molto trattenuta che i questa occasione preferisce giocare con le atmosfere e l'attesa di qualcosa, piuttostoc he con ritmiche frenetiche come quelle presentate in alcune parti della prima metà del disco. Un brivido freddo ci attraversa la schiena, l'altra è molto eloquente e corriamo per tutta la notte, stavamo arrivando per lei,ma ora sono gli altri a venire a prenderci, passi nella pioggia di un assassino. Inevitabilmente ritroviamo le evoluzioni precedenti, tra punte melodiche, cesure improvvise, e passaggi dalle tastiere magistrali, ora ripetuti in loop epici che ci conducono verso una sospensione fatta di ritmiche dilatate e assoli di tastiera che rimandano alle colonne sonore di Carpenter, intervallate da bass-line roboanti. Siamo pronti per una corsa a media velocità dai giri ripetuti e dalla drum machine vivace, sottolineata da nuovi giochi di tastiera. Di una cosa siamo sicuri, ovvero che non è finita, porteremo con noi la tempesta nella città delle eco, messaggio coadiuvato da suoni oscuri e cinematici in chiusa, che mettono fine a questa traccia ibrida che sembra voler unire la tendenza melodica e pacata delle ultime tracce dell'album con alcune oscurità da colonna sonora intraviste in altri passaggi del disco.

The Gates Of Disorder

"The Gates Of Disorder" (I Cancelli del disordine) è il brano conclusivo dell'album, una sorta di ballad che riprende i temi dell'opera mantenendo un tono malinconico e nostalgico, la celebrazione della fine di un'avventura modulata tramite melodie sospese e synth evocativi che riprendono i modi delle colonne sonore cinematiche. In accordo, la voce si mantiene ariosa e altrettanto melodica, in una tracciache anche in conclusione conferma la natura più intima e melodica della seconda parte del disco. Un pad solitario ci introduce al pezzo, contornato da climi adagiati; s'introducono note squillanti e synth che si muovo in lontananza con i loro tratti più grevi. Il cantato parte con versi emotivi e delicati, chiamando l'oscurità mentre mantiene la speranza, sapendo che dormiremo da soli. Ci aspetta un ultimo abbraccio al portale del disordine, e dopo di esso chiediamo di non essere seguiti oltre, saremo noi a ritrovare presto l'altra persona. Alcune note in solitario fanno da ponte, sul quale la voce si fa ancora più addolcita e pensierosa: è il momento di dire addio e ringraziare per tutte le storie che sono state dette e le lezioni date, e le parole contenute (forse in un libro) di racconti fantastici su giganti e distruttori di mondi. Come spesso accade con i Nostri i riferimenti sono vaghi e interpretabili, possiamo vedere la tarccia come un commiato malinconico dal mondo della fantasia di libri e film, quel marasma di diverse fonti che crea il substrato tematico per la musica dei GUNSHIP. Ci perdiamo nell'acqua aperta, e la mezzanotte è il nostro unico amico, ci viene detto in concomitanza con un passo più cadenzato fatto di galoppi di drum machine e giri di tastiera sottolineate da cori a voce bianca. Raggiungiamo così il climax della ballata fatto di loop magistrali e melodie messe in risalto insieme alle componenti vocali: chiediamo che ci venga data speranza, un carburante con il quale inizieremo un fuoco, sperando che esisteremo di nuovo. Raccogliamo tutto e partiamo, fino a che le onde irrompono e la nave scorre sull'acqua, sapendo che sorgeremo ancora. Nel finale rimangono solo i cori in solitario insieme alle note distese nell'etere, in una coda che si perde nell'oblio. La fine non solo della canzone, ma anche dell'album, in un'atmosfera molto malinconica che ha il gusto dell'addio con la promessa di un arrivederci, un po' come i finali strappalacrime dei film degli anni '80.

Conclusioni

"Dark All Day" è un disco che mette in mostra l'estetica e il suono dei GUNSHIP mostrando sia il lato positivo che quello negativo della loro musica. Rispetto al debutto omonimo, qui i Nostri si prendono qualche libertà in più nella prima metà del disco, incorporando alcuni elementi darksynth più comuni a gruppi come Perturbator e GosT nelle strutture pop della band; il risultato funziona abbastanza, anche se non mancano alcuni passaggi che suonano un po' forzati. Bisogna partire da un punto: "l'oscurità" della band è legata a quella di celluloide dei film anni '80, o meglio alla comparsa dei cattivi di turno nei classici film che hanno segnato una generazione: Darth Veder in Guerre Stellari, il demone di Legend, Jareth, il re dei Goblin in Labyrinth, figure o redente o sconfitte nel finale a lieto fine. Si tratta di quella fascinazione che si ha da bambini verso i lati oscuri e misteriosi del mondo degli adulti che intuiamo avere questi aspetti, pur non comprendendoli pienamente. Allo stesso modo nella musica dei nostri i tratti più aggressivi diventano parte di una trama dove vincono la melodia e la nostalgia nella resa dei conti. Questo nuovo corso, che in realtà è un'evoluzione di quanto detto nel primo disco, i cui modi non vengono abbandonati di certo, da i suoi frutti migliori nella prima metà dell'album, che suona fresca e con idee da proporre. Purtroppo sembra che i GUNSHIP non sappiamo bene gestire la struttura del disco, presentando man mano che ci si avvicina al finale soluzioni ripetitive e anche una cover, quella di "Time After Time" che suona abbastanza auto-indulgente e francamente fuori posto nell'economia dell'opera. La situazione è un po' strana, perché alcune tracce prese nel singolo superano quanto fatto nel primo album, salvo l'inimitabile singolo "Technoir", probabilmente il punto più alto della loro carriera destinato a rimanere tale, ma il disco nel complesso risulta inferiore a causa dei difetti citati. Il suono del gruppo risulta molto zuccheroso, e la ripetizione di certe strutture e suoni può risultare indigesta quando ripetuta a oltranza come accade in alcune parti del disco. Presi da una parte dall'evocazione perenne di un'epoca vissuta nei ricordi, dall'altra dalla volontà di essere attuali e allinearsi alle evoluzioni recenti della musica synthwave, che si sta sempre più affrancando dalla semplice nostalgia creando qualcosa di diverso con l'uso di elementi contemporanei di musica EDM, dubstep, etc., i GUNSHIP ci consegnano un disco dall'identità un po' schizofrenica, e soprattutto esagerano con il numero di tracce contenute (nel debutto tre delle tredici contenute erano remix bonus, qui dieci tracce sarebbero state ottimali). Certo, l'album non è un disastro in ogni caso: come detto troviamo alcuni punti forti capaci di usare al meglio ritornelli, ponti, synth ora evocativi, poi taglienti, e dolci melodie, inoltre le capacità strumentali dei componenti permettono pure la comparsa, limitata va detto, di chitarre e strutture ora pop, ora più "rock". Tematicamente vari spunti, legati anche in realtà a opere attuali, vengono filtrati dalla lente malinconica dei Nostri, che reinterpretano sempre le cose da un punto di vista romantico, sia esso un romanticismo rosa, o più nero e disperato. A causa della lunghezza e della natura dei brani, sembra a volte di ascoltare più una collezione di pezzi che dovevano essere pubblicati piuttosto che un concept coeso, e anche questo ci porta a pensare che una cernita di brani più contenuta e ponderata avrebbe giovato al risultato finale. Tirando le somme ci troviamo con un album che da una parte fa un passo avanti nel non ripetere semplicemente quanto fatto con il debutto, ma dall'altra mostra un po' di confusione sul come realizzare un discorso compiuto con i nuovi elementi. In definitiva i GUNSHIP hanno creato una loro oasi musicale facilmente riconoscibile dove il cantato e le strutture musicali più pop e rock incontrano i modi della synthwave, creando un seguito fedele, ma non hanno per ora raggiunto davvero quel pieno controllo del proprio stile e della propria estetica che caratterizza invece alcune band del genere che si stanno muovendo secondo una propria interpretazione delle coordinate iniziali di questa musica. Il terzo album ci indicherà se la band riuscirà ad amalgamare i vari aspetti del suo suono e temi in un modo più coerente, e soprattutto a non fare l'errore di sovraccaricarlo con eccessive ripetizioni di un modus operandi che può funzionare, ma che va decisamente alternato con altre soluzioni. Non basta infatti la sola presenza di alcuni episodi più energici con bassline roboanti e ritmiche spezzate alternate a passaggi puramente pop e da colonna sonora anni '80 per creare varietà, se nelle tracce queste soluzioni vengono usate con una struttura sempre molto simile, tanto da permettere di anticipare le evoluzioni di certi passaggi prima di ascoltarli. La produzione è sempre ottimale, i suoni ben eseguiti e le voci adatte e intonate, ma manca quel quid che può rendere il tutto davvero speciale, e far risaltare davvero la band e le sue potenzialità oltre al mero gioco del rimando continuo. Insomma, non una bocciatura, ma di sicuro un gruppo che dovrà dare di più in futuro per superare il semplice seguito di culto, ed entrare nella stessa cerchia di un Perturbator.

1) Woken Furies
2) Dark All Day
3) When You Grow Up, Your Heart Dies
4) The Drone Racing League
5) "Rise The Midnight Girl
6) Thrasher
7) Black Blood Red Kiss
8) Time After Time
9) Honour Among Thieves
10) Art3mis & Parzival
11) Symmetrical
12) Cyber City
13) The Gates Of Disorder