GUNS N' ROSES

Appetite For Destruction

1987 - Geffen Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
16/10/2020
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione recensione

I Guns N' Roses sono ancora un esempio di come una band possa far fare passi in avanti al Rock. A volte pensi: "Come puoi superare qualcosa come gli Yardbirds, o gli Zeppelin o gli Stones?" E poi senti i Guns N' 'Roses, ed è stimolante. Puoi credere che sia stato tutto già scritto, ma non è così.

- Joe Perry, chitarrista degli Aerosmith


Se dovessimo indicare un fenomeno musicale che abbia avuto portata generazionale, che abbia raccolto l'eredità di una controcultura forgiata tra gli anni '60 e i '70, e che l'abbia trascinata, nel bene e nel male, nel pieno degli anni '90 e dei suoi sconvolgimenti culturali, indicheremmo senz'altro i Guns N' Roses. Il fatto che la band sia nata negli anni '80, caotico calderone d'ogni genere di estremismo, non è certamente casuale.

Gli anni '80 sono stati il culmine e la fine d'interi movimenti generazionali, il punto di svolta di nuove e innumerevoli derive culturali. Negli ultimi anni va di gran moda guardarsi alle spalle e  abbandonarsi alla nostalgia, e così dimenticare almeno per un po' l'insicurezza, il disorientamento, l'angoscia di un presente in crisi economica e d'identità. Guardiamo al futuro e immaginiamo catastrofi sociali e ambientali, così rivolgiamo il nostro sguardo al passato, soprattutto a quel decennio insieme vicino e lontano, ingenuamente patinato, custode di ricordi pieni di colori e di musica. Al cinema, l'ennesimo remake c'invita a ridefinire i nostri ricordi, oppure, durante una rimpatriata con vecchi amici in qualche sequel, realizziamo che "hey!, allora sono invecchiato anch'io!". Alla televisione, una qualche serie TV racconta e idealizza quello stesso passato, ne definisce le tinte con cliché grossolani cui scegliamo comunque di credere, tanto siamo avvinti alla nostalgia. Ma gli anni '80 sono stati molto più di questo: hanno visto brillare le luci, certo, ma anche danzare le ombre. Mentre il punk esplodeva e già s'imborghesiva nell'arco d'una manciata d'anni, il Muro di Berlino continuava a segnare i confini del mondo - ma ancora per poco. Mentre nascevano il post-punk e la new wave, la Guerra Fredda raggiungeva il suo Zenit e la gente si costruiva il bunker in giardino. Mentre in Scandinavia s'incontravano i futuri ideatori del Black Metal, e in America l'hip hop si preparava al salto di qualità, le politiche militari statunitensi iniziavano a rimodellare il Medio Oriente così come lo conosciamo oggi. Michael Jackson e Madonna cantavano di vergini e di criminali, d'amore e di vita, mentre un occidente illuso di poter crescere per sempre dava fondo alle proprie risorse e al proprio futuro. Insomma, c'era molta polvere sotto il nostro tappeto, e in tutto questo, il buon vecchio Rock se ne stava apparentemente muto. O meglio, a dire il vero parlava eccome e pure parecchio, ma l'antico linguaggio della dissidenza, quel rock 'n' roll i cui suoni e la cui estetica avevano definito la ribellione d'intere generazioni, ora, era divenuto establishment. Il Rock adesso cercava di smuovere, commuovere, di sensibilizzare, di raccogliere fondi per questa o quell'altra causa sacrosanta, ma il problema, è che non faceva più male a nessuno. Perfino l'heavy metal, fatta salva una manciata di capisaldi, s'era trincerato dietro un'irriverenza formale che dell'irriverenza aveva perduto il significante; glam rock ed hair metal erano parecchio di moda ed esemplificavano l'edonismo ottantiano più di ogni altra cosa, nel bene e nel male. I tempi, comunque, stavano per cambiare: la musica dura andava facendosi veramente dura e veramente per pochi, l'hard rock avrebbe ben presto rifuggito l'antica vitalità per rifugiarsi nell'intimismo fascinoso e disperato del grunge, mentre la fiaccola del rock 'n' roll inteso come dissenso, come forma d'aggregazione generazionale, sarebbe passata ad altri generi e altri movimenti. È proprio in quel momento, al culmine degli eventi e a pochi passi dal nuovo decennio, che l'hard rock come lo conoscevamo e come non sarebbe mai più stato, esplode in una delle sue ultime e più grandiose emanazioni. È il 21 luglio del 1987 ed esce Appetite For Destruction, primo, sensazionale album dei Guns N' Roses. In origine erano due band separate: gli Hollywood Rose e gli L.A. Guns, realtà emergenti dell'hard 'n' heavy californiano. La curiosità e la voglia di sperimentare nuove soluzioni avevano portato le "rose" e le "pistole" a unirsi nei Guns N' Roses, e così, dagli Hollywood Rose erano arrivati il cantante Axl Rose e il chitarrista Izzy Stradlin, mentre dalle pistole di Los Angeles si erano fatti avanti il bassista Ole Beich, il batterista Rob Gardner e il chitarrista solista Tracii Guns. "Fiori e Pistole" era un nome perfetto, pareva esemplificare non soltanto l'anima insieme forte e fragile della band, ma il senso intimo di un rock da sempre pacifista e guerriero al tempo stesso.

Avevamo un cantante, Mike Jagosz, che al nostro manager non piaceva, quindi lo licenziammo. Chiesi allora ad Axl di unirsi agli L.A. Guns e rimase nella band per circa sei, sette mesi. Lo stesso manager finì per odiare Axl e voleva licenziarlo. In quel periodo vivevamo tutti insieme e Axl e io ci sedemmo e ci dicemmo: "Cosa facciamo?" Quindi entrambi esclamammo "Fanculo", e trovammo il nome Guns N 'Roses, che sarebbe dovuta essere solo un'etichetta con la quale promuovere dei singoli.

- Tracii Guns

Il primo show della nuova band aveva luogo nel maggio dell'85, ma la situazione tra i musicisti non era buona, e aveva già glissato il momento di stallo per arrivare direttamente a quello di non ritorno; Beich veniva silurato e sostituito con Duff McKagan, mentre Tracii Guns decideva d'andarsene per lasciare il posto a un altro chitarrista di belle speranze: Saul Hudson, conosciuto anche come Slash. Quando alla formazione si univa Steven Adler, a sostituire Gardner alla batteria, la line-up dei Guns N' Roses era ormai quella che tutti conosciamo e che s'è consegnata alla storia. L'album di debutto irrompe in un mercato discografico dominato da chiome e lustrini, da patinatissime popstar e da qualche leggenda del rock sulla via della pensione; ma anche da grossi e grezzi metallari puri, da giovani alternativi e dalle loro sonorità gotiche e new wave, dai primi veri rappers moderni, e infine, sebbene a uno stadio ancora embrionale, dalle prime avvisaglie di un "nuovo rock" più intimista e vagamente depresso, tutto riff e groovin'. "Appetite For Destruction" li frega tutti quanti. Veramente. Il punto non è il sound: i Guns N' Roses fanno un hard rock abbastanza classico obbligatoriamente venato sia d'elementi heavy, sia di elementi pop; nel complesso è una mirabile sintesi di oltre due decenni di musica dura e non, certamente è parte del segreto del gruppo, ma non è una novità nel vero senso della parola. Il punto non è nemmeno la poetica: i Guns N' Roses prendono elementi perfino tradizionali, figli delle due grandi controculture novecentesche - quella afroamericana e la beat generation - e la loro evoluzione post-modernista, bene riassunta nel mantra che recita "sesso, droga & rock 'n' roll"; tuttavia, se da un lato lo fanno a una maniera ancor più modernista e smaccatamente ottantiana, dall'altra, già accarezzano quella più intima sensibilità che sarà di tutto l'hard rock anni '90. Anche qui, la capacità di restare aggrappati a icone del passato pur anticipando una più moderna sensibilità, è parte del fascino del gruppo, ma non il fattore decisivo dell'immane successo del debutto. Il punto, molto probabilmente, è infatti l'attitudine. La capacità d'essere tutto e il contrario di tutto, d'irridere ogni cosa e da ogni cosa trarre vantaggio. I Guns rinunciano agli eccessi del glam e dell'hair, puntano alla ruvida estetica dell'heavy metal ma tengono il loro sound su binari molto più sicuri. Così facendo, fregano alla grande il baraccone dell'hard 'n' heavy, quello tutto lustrini e colori sgargianti, di cui assimilano l'atteggiamento vincente e irrisorio ma non l'estetica, decadente e oramai avviata all'inevitabile tramonto; fregano i metallari puri e duri, cui rubano segni e simboli ma non la testardaggine, l'ostinazione verso atteggiamenti monolitici e imprescindibili; fregano pure le grandi popstar, cui rapinano numeri e posti in classifica... o almeno, pareggiano un po' i conti; alcuni anni dopo fregheranno, pure se si fa un po' per dire, perfino il Sound di Seattle e tutto il rock alternativo, cui contrapporranno un'attitudine solare in totale controtendenza. Pure la copertina dell'album è piuttosto esemplificativa: una croce con decorazioni celtiche sulla quale fanno mostra di sé cinque piccoli teschi, stilizzati e capelloni: Izzy è quello in alto, mentre Slash è quello in basso; Steven Adler è quello a sinistra, e quello a destra è McKagan; quello al centro, ovviamente, è Axl Rose. È una cover art inizialmente pensata per essere un tatuaggio, e si vede... un rimpiazzo per sostituire l'artwork originale, ideato da Robert Williams, rigettato da ogni singolo distributore americano per la rappresentazione piuttosto esplicita di uno stupro. Il carnefice è un robot, mentre il vendicatore della donna riversa a terra, una specie di mostro lovecraftiano. È una copertina d'evidente simbologia ecologista in cui il rock è presenza insieme mostruosa e salvatrice, paurosa e cool al tempo stesso; peccato l'opera sia più adatta ad una qualche sotterranea band death metal, che non a un progetto con grosse ambizioni anche e soprattutto commerciali. Al rifiuto dei rivenditori, l'etichetta dei Guns decide d'infilare l'artwork all'interno dell'album. Dopotutto la Geffen Records ha, o ha avuto, in cura artisti del calibro di Elton John, Aerosmith, John Lennon, Cher, Peter Gabriel e molti altri; è un'etichetta che sa dove vuole arrivare e come arrivarci, e soprattutto, sa ponderare bene i rischi. In realtà, l'idea iniziale di Axl Rose per la copertina era un'altra ancora: una bella foto dello shuttle Challenger che esplode. Sarebbe stata una metafora notevole, degna di quella rappresentata dall'Hindenburg in fiamme sul primo album dei Led Zeppelin, e un evidente parallelo storico tra le due band; in fondo, anche la bellezza giovane e solare di Axl, e quella ruvida e misteriosa di Slash, ricordavano il fascino del cantante e del chitarrista più famosi degli anni '70. Ma era davvero troppo presto, c'erano ancora troppe famiglie che piangevano la morte dell'equipaggio, e l'idea fu comprensibilmente bocciata. La storia della copertina "controversa" fa tuttavia giocoforza alla band, così come lo fanno le storie che già circolano sui concerti selvaggi, e gli ancor più selvaggi backstage in cui la droga circola a fiumi. È la solita storia di tante altre rock star, ma i Guns N' Roses riescono a darne una versione tutta loro, e naturalmente, a trarne l'opportuno vantaggio. L'arrivo di "Appetite For Destruction" è devastante, l'album è pieno di capolavori istantanei come "Welcome to the Jungle", "Paradise City" e "Sweet Child O' Mine", e allora una cosa è chiara a tutti, perfino ai detrattori: i Guns N' Roses sono l'ultimo vessillo d'uno spirito che si credeva morto o morente, di un rock 'n' roll dissacrante, caustico, perfino pericoloso, un rock 'n' roll che significa aggregazione - non di una nicchia d'appassionati dai lunghi capelli, per quanto ampia e calorosa, non di un pubblico vasto ma distratto, o almeno non solo, ma di un'intera generazione e dei suoi sogni più ambiziosi. Non è un fatto di tematiche né d'impegno sociale, ma di pura attitudine. I Guns N' Roses sono un bug di sistema che riscopre gli anni '70 e il più ancestrale significato del Rock, che fa suo l'edonismo sfacciato degli anni '80, e che si permetterà di navigare controvento per tutti gli anni '90 fino ad assurgere a Leggenda. Forse l'ultima, almeno di ciò che l'immaginario collettivo definisce da sempre "hard rock".

Welcome to The Jungle

«Sai dove sei? Sei nella giungla, ragazzino. E stai per morire!» urla il barbone sdraiato in un vicolo sporco della periferia di New York, vesti sbrindellate e cartoni di vino sparsi ai suoi piedi. L'uomo, scarno in volto e con l'alito fetido come quello di un cadavere, fa uno scatto verso Axl Rose, come per aggredirlo. Vuole solo spaventarlo, lo sciroccato, ma il giovane Rose fugge via sconvolto. Le parole del barbone rimbombano nella sua mente a lungo, tanto che Axl, una volta giunto al bar, seduto a sorseggiare il suo amato whiskey, afferra carta e penna e butta giù poche righe: il ritornello della futura Welcome To The Jungle è pronto in pochi istanti, ispirato dalle parole del folle e da un verso di "Underwater World", canzone degli Hanoi Rocks, band che assieme agli Aerosmith rappresenta la fonte primaria di ispirazione per il cantante. La chitarra di Slash è in febbrile attesa, pronta a scatenare l'uragano sonoro, il basso di Duff giunge in aiuto per donare al pezzo quel tocco scabroso in più, dannatamente punk, poi la voce di Axl si slancia in un urlo agghiacciante che fa fuggire ogni uccello poggiato sulle cime degli alberi e sui tetti degli edifici. La natura viene rasa al suolo, il verde scompare, si ritira su se stesso, venendo inghiottito da una colata di cemento che tutto sommerge e tutto divora. La metropoli è una belva affamata, in cerca di vittime, che affila gli artigli e fa un balzo per aggredire l'ascoltatore, così come tempo prima il barbone aveva tentato di fare col vocalist. Tornato a Los Angeles, Rose completa il testo, avendo bene a mente il suo significato, un messaggio diretto soprattutto agli stranieri della provincia, perduti nella grande metropoli californiana. "Benvenuta nella giungla, tra burattini e baracconi. Qui c'è tutto ciò che desideri, noi possiamo procurarti tutto quello che ti serve. Pensiamo noi al tuo vizio". Il relativo videoclip, primo in assoluto per i Guns N' Roses, vede infatti il vocalist interpretare un ingenuo forestiero appena sceso dal bus e subito catapultato nel delirio notturno di una Los Angeles schizofrenica, ambientazione di scene degradanti, con ubriaconi, spacciatori e psicopatici che invadono le strade della città, prostitute sui marciapiedi in cerca di clienti e il controllo da parte dei militari su questa giungla d'asfalto. I Guns N' Roses sono delinquenti che mettono sottosopra la città, nel cui cemento trovano il loro habitat naturale, tra fumi dell'alcool, droghe, eccessi e psicopatie. I profumi dell'ambiente odorano le note partorite dalla band, Izzy e Slash elaborano una serie di fraseggi che sono proiettili velenosi che mandano in cancrena i corpi che affollano le strade di L.A., Steven Adler infonde colpi minacciosi, azionando questo meccanismo omicida, mentre Axl canta con voce psicotica di una notte di follia: "Qui si vive alla giornata, la tariffa va pagata. Ora sei nella giungla, e nella giungla morirai". Le sue urla sono rabbiose, marce come cibo avariato lasciato a imputridire all'aria aperta, e il testo si snoda in una danza ossessiva, una serpentina dove il cantante ondeggia lascivamente, gemendo per l'eccitazione, invocando gli spiriti del male metropolitano. "Welcome To The Jungle" è un fulmine che si schianta a terra, colpisce il suolo infondendo energia indomita e adrenalina, per poi ritirarsi in un frastuono che fa tremare i palazzi, scheggiando vetri e facendo saltare la luce, lasciando soltanto un brusio lontano che echeggia a lungo nel buio.

It's So Easy

Due auto si scontrano nelle strade trafficate di New York. I Guns N' Roses sono lì per tenere un concerto in un piccolo club, stanno cenando prima di esibirsi, quando osservano l'incidente. Un tizio dice loro: «Non preoccupatevi, da queste parti cose del genere succedono spesso. È tutto tranquillo». Subito la scintilla invade la mente dei musicisti, che si gettano sul testo spolpando una vecchia canzone di Duff e accelerandone il ritmo in fase di arrangiamento. In effetti, l'indole punk di It's So Easy, è ben evidente. Ritmica ruvida, melodia acida, e velocità supersonica sono gli ingredienti elaborati dal bassista, l'anima punk della band. "Le auto si scontrano ogni notte, io bevo e faccio fuoco. È così facile centrare il bersaglio", recita il testo, scandendo un ritmo travolgente, dove la voce sotterranea e subdola di Rose richiama la chitarra sibillina di uno Slash scatenato che emana una minacciosa sensualità, mimando la masturbazione con la sua Gibson. Le scene di violenza, il suono dei motori accartocciati e delle lamiere contorte hanno un certo richiamo sessuale, una passione che accende i più bollenti spiriti, trasmettendo godimento all'osservatore. Anticipando il tema trattato nella pellicola "Crash", firmata da un genio come Cronenberg, i Guns N' Roses mettono in musica il desiderio ardente di un orgasmo meccanico e industriale, dove i ruggenti motori si scontrano nelle strade della giungla metropolitana. Siamo ancora tutti quanti nella giungla, e nella giungla moriremo, percorrendo le sue strade selvagge in una corsa isterica e pericolosa che non lascia scampo. Il basso di Duff e il drumming di Adler creano un tornado punk che si trascina tra sfuriate hard rock e colpi di funesto rock n' roll, ma che si addolciscono quando giunge il ritornello, una sorta di garage alla Stooges, melodico e sognante come una dose di eroina che acquieta i sensi. "In lei rivedo tua sorella, in abiti da sera, sensuali. È uscita per dare piacere, non ha bisogno di provare, lei è già pronta. Facciamoci un giro". Nelle liriche, la sovrapposizione metaforica tra donna e macchina gode di un certo trionfalismo, dove la seduzione morbosa che assoggetta l'uomo e che lo rende schiavo del fascino femminile e al contempo di quello meccanico è un'esplosione incontrollabile. L'atto sessuale è un piacere effimero di breve durata, che porta allo schianto quando si raggiunge l'orgasmo. "Niente sembra piacermi, mi vedi svanire nella notte, mi vedi colpirti e tu cadi giù. Non dai niente per niente, ora vattene che mi annoio". "It's So Easy" è una deflagrante traccia punk n' roll che conserva lo spirito più genuino e folle della band, dove i musicisti viaggiano su un'auto sfrecciando per le strade della città, col motore a pieni giri, superando le auto in sosta, che possono essere rappresentate dalla concorrenza, alzando il dito medio e mimando gesti osceni, superandole a gran velocità, distaccandole di parecchi chilometri nella corsa al successo.

Nightrain

L'auto con dentro i cinque musicisti continua a correre tra le vie di Hollywood, facendo tremare i pedoni, sterzando a destra e a sinistra, accelerando curva dopo curva nel paesaggio collinare della Sunset Boulevard. Un proiettile lanciato a folle velocità, proprio come un treno notturno che vola dritto per la sua strada, senza fermate né ostacoli, seguendo soltanto la via indicata da binari infiniti. Un mezzo per attraversare il tempo e lo spazio, ricordando il passato, quando i Guns N' Roses vivevano tutti insieme in una topaia e si stordivano di vino scadente, il Night Train Express, acquistato per pochi dollari al discount vicino casa. La bevanda preferita dai barboni e dai poveracci senza un quattrino e senza una speranza di vita dignitosa. Ma è proprio il disgustoso vino, simile al catrame nella densità e nel colore, che contribuisce ad acquietare i sensi dei singoli musicisti, grazie alla sua alta gradazione, aiutando il processo creativo di "Appetite For Destruction". Nightrain nasce così, in maniera semplice e per puro caso, come trangugiare un bicchiere di vino scadente che manda in pappa il cervello nel giro di pochi istanti. "Carico come un treno merci, volando come un aeroplano, sentendo un vuoto nel cervello, ancora una volta" recita il primo verso, e il brano decolla che è una bellezza, inumidendo la gola e infiammando la lingua, invadendo organi, mischiandosi col sangue nelle vene, avvelenando le menti. La sezione ritmica viaggia sparata a fari spenti nella notte, raccontando di una vita dissoluta, di sveglie pomeridiane, di tossichi che bevono benzina, di negozi di alcolici svaligiati. Slash si erige a divinità notturna, e dopo una lunga serie di incredibili riff, sale sulla collina che domina la città e si esibisce in uno splendido assolo che presto si trasforma in una coda finale da brividi, che lascia senza fiato e che fa assaporare il clima umido di una Hollywood primaverile. "Nightrain" è uno spirito ribelle, un treno fantasma, un brano di puro hard rock viscerale, nel quale viene convogliato l'irruenza dello street metal anni 80 e che trascina con sé i fantasmi e i deliri di un passato mai del tutto dimenticato, ancora vivido nella mente dei ragazzi, in procinto di diventare star planetarie, ricche da far schifo, dedite alle droghe e al sesso, alla follia e alle risse nei bar che presto diventano leggende metropolitane. "Mi sento un serpente a sonagli, fumo sigarette con stile, sono una macchina ardente, un gatto a nove vite. Mi sveglio e mi vesto, prendo la carta di credito e corro al negozio di liquori. Un bicchiere per te e due per me, dolcezza, e stanotte voliamo" sono le parole scandite da Axl Rose, deciso a prendersi una sbornia colossale per poi collassare a letto fino a tarda mattina. E intanto il treno notturno prosegue il suo cammino, cullando gli incubi dei passeggeri che qui vi trovano riposo dalle fatiche quotidiane.

Outta Get Me

Il treno fantasma sfreccia nella notte, deformando il tempo e lo spazio, prendendo fuoco, e allora frammenti di ricordi e di sogni sono schegge impazzite nel cuore di Rose. La scena che torna in mente appartiene a un passato remoto, drammatico e disperato: il piccolo William Axl Rose recitava una preghiera insieme a suo padre. Dall'uomo, il bambino aveva imparato a recitare i versi sacri e a rispettare il verbo di Cristo, ma il forte carattere del vecchio trasmetteva al figlio inquietudine e persino paura. La notte, Axl era assalito da demoni e fantasmi che non lo lasciano dormire, tenendolo sveglio fino alle prime luci dell'alba. All'epoca pensava di essere un ragazzo impuro, dall'innocenza sporcata, ed era per questo che il padre lo picchiava pesantemente, forse per redimerlo da un peccato che egli non riusciva a capire. Una sera, l'uomo era entrato nella stanza di William e aveva cercato di abusare di lui, per estirpare dalle sue carni il puzzo rancido del demonio, liberandolo così dal male. Era stato un episodio tragico che aveva sconvolto la vita del piccolo, ed ora quel terribile ricordo riemerge dalle profondità dell'animo e prende forma nella randagia Out Ta Get Me. "Ho un posto che nessuno conosce, nascosto dentro di me. Se riesco a restare lucido saprò dove andare, e anche se loro sfonderanno le porte non riusciranno a prendermi". Loro sono i demoni infantili, aggressori di innocenti e divoratori di sogni e di speranze. Nata dal disagio infantile, la canzone si snocciola tra colpi di chitarra hard e chiari richiami blues, descrivendo una vita in frantumi, traumatizzata dagli accadimenti passati. Una sfuriata che aggredisce le orecchie degli ascoltatori grazie all'intreccio delle chitarre distorte di Slash e di Izzy e le pulsazioni malsane del basso di Duff. È una storia di fuga, dall'infanzia e dalla famiglia, un racconto di randagismo e di solitudine, di ribellione e di riscatto. "Loro urlano tutta la notte ed io vado fuori di testa, chiudo gli occhi, in tutto questo tempo ho costruito qualcosa dentro di me. Sono sulle mie tracce ma non mi prenderanno. Sono innocente" grida Axl irascibile ma del tutto consapevole di aver superato il trauma che lo ha portato a scappare di casa non appena compiuta la maggiore età. Ed ora il suo cuore è pieno di rabbia, una foga che va dominata e sopita attraverso le droghe e l'alcool, o persino le risse. Le droghe, in particolare, sono il motore che avvia la creazione, che stimola istinti, che cattura passioni e alimenta dimensioni personali. A loro va l'anima dei Guns N' Roses.

E le droghe ci portano a Mr. Brownstone...

Mr. Brownstone

Il "Signor Brownstone": così, i Guns, chiamano affettuosamente il loro più intimo oggetto del desiderio, più intimo addirittura del sesso: la droga. "Brownstone", per l'esattezza, è un richiamo all'eroina grezza, alla sua forma e al suo colore; non certo una sostanza da banale trip allucinogeno, ma un demone che ha segnato pesantemente la vita e la carriera degli artisti più tormentati, da Ray Charles a Neil Young, da Natalie Cole a Kurt Cobain. I Guns N' Roses ne fanno largo uso, nessuno escluso, ma alcuni hanno più problemi di altri, tanto da dare luogo a velenosi dissidi interni. Nell'ottobre del 1989, ad esempio, I Guns aprivano il concerto dei Rolling Stones al celebre Memorial Coliseum di Los Angeles, e nel bel mezzo dell'esibizione, Axl Rose dichiarava: "Odio farlo qui sul palco, ma ci ho provato in tutti i modi. E a meno che certe persone in questa band non inizino ad agire nell'interessa comune, questi saranno gli ultimi show dei Guns N' Roses che vedrete mai. Perché sono stanco delle troppe persone che in questa organizzazione danzano col maledetto Mr. Brownstone". Non che lui fosse "pulito", ovviamente, ma c'era chi in qualche modo riusciva a mantenere un certo equilibrio, e chi, invece, no. L'esempio più eclatante è quello di Steven Adler, nato Michael Coletti. Il futuro batterista dei Guns N' Roses è ancora un bambino, quando il padre abbandona lui, la madre e il fratello; in seguito è adottato col nome di Steven dalla famiglia materna, di origine ebraica, e poi da Melvin Adler, il nuovo marito della madre. A tredici anni viene mandato a vivere dai nonni dalle parti di Hollywood, perché ingestibile, indisciplinato ai limiti della delinquenza. Qui, tra il sole e le palme di una giungla di cemento, un giorno come tanti altri a sfrecciare sul suo skateboard, cade e viene aiutato da un ragazzino della sua età: Slash. Poco tempo dopo, tornato a casa dei genitori, inizia a suonare la batteria. Nel 1983 è di nuovo ad Hollywood a suonare con un mucchio di band, finché, finalmente, non arriva negli Hollywood Rose di Axl e Stradlin. Alcuni anni dopo, sostituisce Rob Gardner nei neonati Guns N' Roses e inizia un viaggio lungo la via della perdizione che culmina nel 1990, quando viene licenziato dalla band al suo massimo splendore mediatico ed economico. Negli anni seguenti, il "maledetto Mr. Brownstone" l'avrebbe posseduto e rovinato, e tuttavia, il sound classico e al tempo stesso molto duro e molto arrabbiato di Adler, è senz'altro una colonna portante di "Appetite For Destruction". Lontano dagli anni peggiori del batterista e degli altri musicisti, Mr. Brownstone è tuttavia un pezzo ruvido e solare, affatto retorico e anzi, decisamente schietto e perfino irrisorio. Un heavy blues moderno, velocizzato, superficialmente ritinteggiato di heavy metal, supportato e definito proprio dalla ritmica di Steven Adler. Il solo centrale è un elemento obbligatorio, eredità ottantiana già in sostanziale via di estinzione, mentre la voce di Rose, in secondo piano, mette abilmente al centro una strumentale eccitante ed aggressiva. L'intera opera, testo compreso, è figlia soprattutto di Slash e di Stradlin; i due chitarristi hanno poco più di vent'anni, si sentono indistruttibili, immortali, e così Mr. Brownstone è la loro celebrazione dell'eccesso, non la condanna, inno spontaneo a quella sregolatezza che appartiene alle vere rockstar "Mi sveglio alle sette, mi alzo dal letto alle nove, e non mi preoccupo di niente, no, perché preoccuparmi sarebbe una perdita del mio fottuto tempo". Nascosta nel ritornello, come in agguato, la pur indefinita consapevolezza del rischio, del decadimento... dell'autodistruzione: "abbiamo danzato con Mr. Brownstone, ora sta bussando... oh no, no, no, non mi lascerà in pace. Oh, lasciami in pace!". Mr. Brownstone non lascerà in pace i Guns per un bel po', soprattutto Steven Adler, che al culmine della decadenza sarà protagonista di episodi di violenza domestica, tentativi di suicidio e incarcerazione; in un'intervista del 2005, alla domanda se avesse o meno smesso di suonare, rispondeva: "Fondamentalmente sì, mi vergogno di dirlo. Vorrei poter dire di aver viaggiato molto per migliorare me stesso, ma tutto quello che ho fatto è stato sedermi sul divano e sbronzarmi, mentre era la TV che guardava me. Era un momento molto, molto difficile. Slash e io avevamo iniziato le cose insieme all'età di 12 anni, e dal garage, la nostra band era arrivata fino ai club, per poi registrare e viaggiare in giro per il mondo. Quando arrivi ad un livello in cui i Guns N' Roses sono proprio lì, accanto a Stones, Zeppelin e Aerosmith - cosa fai, quando qualcuno ti butta fuori?".

Paradise City

Volendo indicare i grandi capolavori dei Guns N' Roses, quei brani che più di altri sono rimasti scolpiti nell'immaginario collettivo, indicheremmo November Rain, You Could Be Mine, Patience, Don't Cry, e certamente, ricordando i fasti dell'album di debutto, indicheremmo tra gli altri pure Paradise City. La "città del paradiso" non può che essere ancora una volta la "città degli angeli", la giungla già decantata su Wellcome to the Jungle: Los Angeles. Lontana da una poetica coerente e chiara, tuttavia, "Paradise City" è una sorta di contenitore di ricordi, sensazioni, desideri e parole in pieno flusso di coscienza, un viaggio lungo migliaia di chilometri tra un vagheggiato Midwest e l'assolata California. Unica traccia dell'album di debutto ad essere definita dal suono di un sintetizzatore, "Paradise City" è  anche la canzone preferita di Slash - tra quelle dei Guns, naturalmente. La cosa non deve lasciare stupiti: oltre ad un richiamo evocativo unico, capace di contenere in egual misura eccitazione e nostalgia, la "città del paradiso", in realtà, non rappresenta una delle performance più spettacolari del chitarrista, ma una delle più equilibrate, precise, quadrate - senza tuttavia mancare di quello stile inconfondibile che ha proiettato Slash tra i grandi del Rock. Dopotutto, benché nato nella Londra degli anni '60, Saul Hudson, ovvero Slash, è cresciuto proprio nella città di Los Angeles, figlio prediletto dell'arte e della diversità: la madre, scomparsa nel 2009, era infatti una fashion designer afroamericana, mentre il padre è un artista noto, tra le altre cose, per le cover art di leggende come Neil Young e Joni Mitchell. "Come musicista, ho sempre trovato entusiasmante essere allo stesso tempo inglese e nero; in particolare, perché così tanti musicisti americani sembrano aspirare ad essere britannici, mentre un mucchio di musicisti britannici, soprattutto negli anni '60, hanno fatto di tutto per essere neri". Nonostante la separazione dei genitori ed un carattere certamente molto particolare e indipendente, Saul ha l'opportunità di crescere in un ambiente creativo e stimolante, come ad esempio la casa di Seymour Cassel: è proprio l'attore a chiamarlo per la prima volta col nome di "Slash", perché, a suo dire, "andava sempre di fretta, sfrecciando da una cosa all'altra". La madre in quel periodo è la costumista di David Bowie, e a detta del chitarrista, la sua amante; il Duca Bianco è come un alieno cui Slash deve abituarsi con cautela, ma è anche un esempio, maestro di una lezione che in futuro farà totalmente sua: "Bowie aveva ridotto lo stardom alle sue radici: essere una rock star è il punto d'intersezione fra chi sei e chi vorresti essere". Nel 1981, Slash forma i Road Crew col suo amico d'infanzia Steven Adler, e quando i due si mettono alla ricerca di un bassista, fanno la conoscenza di Duff McKagan. Pochi anni dopo lui e Adler si uniscono agli Hollywood Rose, che nel 1985 diventeranno i Guns N' Roses: è l'inizio del Mito. Un mito nato e cresciuto fra le braccia di una giungla di cemento, una Los Angeles che può veramente essere un paradiso, per chi è sufficientemente folle ed ambizioso. Paradise City è dunque tutto questo. Il riffing è memorabile: prima definito in maniera quasi subliminale da Stradlin, esplode attraverso le corde di Slash, impreziosito senza il fastidio dell'eccesso dal suono squillante del synth. Gran parte del brano è una reiterazione orgasmica e martellante del ritornello, quasi  sette minuti culminanti nella lunga e gioiosa catarsi d'un finale caotico, eccitante, sfrenato. Ancora meglio dal vivo, in cui "le ragazze carine" di cui Axl canta nella versione ufficiale, si trasformano spesso in ragazze grasse dal seno abbondante. "Paradise City" è l'inno da stadio per eccellenza, e in America, è proprio negli stadi che tutt'oggi viene trasmesso, cantato da decine di migliaia di persone all'unisono ancora e ancora. Sì, Paradise City è tutto questo e altro ancora, luogo insieme reale e puramente immaginifico, contenitore ideale delle ambizioni di cinque ragazzi destinati a grandi cose.

My Michelle

Era un giorno come tanti di un periodo ancora distante, nel tempo e nello spazio, da quello luccicante e dorato dei palchi più prestigiosi al mondo. Ancora giovanissimo e spiantato, Axl Rose era in macchina con un'amica della fidanzata, una ragazza di nome Michelle Young. A un certo punto la radio trasmise un pezzo di Elton John, "Your Song", e a Michelle venne spontaneo affermare di aver sempre desiderato che qualcuno le dedicasse una canzone. Tempo dopo eccola lì, la sua canzone, in uno degli album più importanti nella storia del Rock. My Michelle non è un pezzo romantico, benché la prima stesura fosse più dolce e melodiosa; non è neanche una ballad, una canzone che scioglie i cuori e stimola il desiderio, al contrario: è un pezzo duro, intimo, terribilmente umano, il racconto di un'anima corrotta dall'eroina e devastata dalla perdita della madre, di una ragazza dalla personalità fragile che pare quasi folle, nei suoi tentativi di fuggire la realtà. Allo stesso modo di Paradise City, ch'è tratta da "Zero the Hero" e ispirata dagli Hanoi Rocks, l'inizio di "My Michelle" ricorda i primi Black Sabbath, mentre il resto della canzone, più veloce e più spregiudicato, è tipico del più ruvido hard rock anni '80. Benché la vecchia Gibson SG usata da Slash sia fondamentale, a definire certe sensazioni per così dire "underground", a dominare incontrastata è senza dubbio la sezione ritmica. In particolare, a picchiare duro sono le quattro corde del basso di Michael Andrew McKagan, per gli amici, fin da piccolo, semplicemente Duff. Bassista e polistrumentista, scrittore e tante altre cose, McKagan nasce a Seattle da una famiglia operaia, il più giovane di otto figli cresciuti da una madre separata. In quegli anni difficili, è suo fratello Bruce a insegnargli a suonare il basso. Nonostante sia uno studente modello, lascia il liceo per lavorare come cuoco, rifacendosi molti anni dopo con un diploma ad honorem, quando è già un nome noto del giornalismo americano e ha pure fondato una società patrimoniale, frutto dei suoi studi di business ed economia. Tra il 1979 e il 1982 milita in un gran numero di band punk e hardcore punk, andando a definire quello stile ruvido e veloce che caratterizzerà molti dei suoi brani, compreso "My Michelle"; poco tempo dopo, nel 1983, si trasferisce a Los Angeles dove conosce Slash e Steven Adler. Quando, nel 1985, è chiamato a sostituire Ole Beich nei neonati Guns N' Roses, è l'inizio della sua più grande avventura. La storia di Michelle, così drammatica e malinconica, dolce a una maniera che stringe il cuore, grazie al suo stile e alle intuizioni dei suoi compagni, rifugge la retorica della melassa e rifulge di vitalità e di riscatto "Quindi andiamo, smetti di piangere... perché entrambi sappiamo che il denaro brucia. Tesoro, non smettere di provare e otterrai ciò che meriti".

Michelle Young, anni dopo, è riuscita a riscattarsi dalla droga e dalla situazione familiare, rifacendosi una vita da qualche altra parte, lontano dalla "città del paradiso".


Think About You

Il gusto per il rock 'n' roll, quello grezzo e primordiale, per quanto ammorbidito da una matrice che unisce armoniosamente il pop più melodico e il metal più duro, rifulge come non mai tra le note di Think About You. Il titolo da solo è già metà della canzone: "Penso a te", canta indemoniato Axl Rose, ammaliato dall'unica donna che sia riuscita a rubargli il cuore. Non c'è spazio per tante raffinatezze o assoli, qui: siamo su montagne russe dominate da una sezione ritmica a briglia sciolta, solo vagamente rallentate da fugaci, sinuosi arpeggi di chitarra; il finale, poi, è un giro della morte prima della discesa finale, di quelli da urla a perdifiato. Il testo, classico fino ai limiti del manierismo, ricalca il cliché della femmina fatale così caro alla scuola blues, ma a una maniera del tutto derivativa, tipica dell'hard rock anni '70 e '80. Privata della sua carica esoterica, la femmina non è più "fatale" ma libera e indipendente, incarnazione di un amore gratuito, carnale, gioioso e solitamente privo di legami duraturi. L'autore del testo e di buona parte della musica è Izzy Stradlin, che per l'occasione, ruba a Slash il ruolo di solista e dà prova del suo poliedrico talento.  È soprattutto la sua chitarra, ferocemente supportata dai compagni della sezione ritmica, a descrivere i giri di questa giostra così esaltante e concitata. Stradlin, il cui vero nome è Jeffrey Dean Isbell, è nato in una cittadina chiamata Lafayette, nello stato dell'Indiana, e ha un gran bel ricordo della sua infanzia che descrive così: "Andavamo in bici, fumavamo erba, ci mettevamo nei guai: in pratica facevamo un po' la vita di Beavis e Butt-Head". Il riferimento ai due celebri personaggi animati, tra l'altro, è un bell'esempio di "Mtv Generation". Il ragazzo cresce illuminato dalla figura della nonna paterna, musicista jazz, e già all'età di otto anni è appassionato di Led Zeppelin, Pink Floyd, Bob Dylan e Alice Cooper. Ben presto, inizia a suonare la batteria. Izzy forma la sua prima band al liceo con i suoi amici, tra cui William Bailey, ovvero Axl Rose, ed è l'unico dei Guns N' Roses a conseguire il diploma... per un soffio! Quando si trasferisce a Los Angeles e si unisce ad una punk band chiamata Naughty Woman, il suo battesimo del fuoco è devastante: una rissa furibonda nel bel mezzo della serata. Le sue basi punk, non a caso, sono ben presenti alle fondamenta di "Think About You". A un'altra serata con un'altra punk band, i The Atoms, gli rubano la batteria ed è costretto a ripiegare sul basso, ma è con un gruppo heavy metal chiamato Shire, poco tempo dopo, che passa definitivamente alla chitarra ritmica. Nel 1983 ritrova l'amico Axl negli Hollywood Rose, e la storia, da lì in poi, è scritta nella pietra dura. La chitarra di Stradlin è una delle colonne portanti del sound dei Guns N' Roses, e "Think About You" ne rappresenta una delle migliori esemplificazioni. Ad ogni modo pare che la donna di cui parla Stradlin, e di cui Axl canta e decanta le qualità amatorie, esista veramente, e che all'epoca fosse nota sia tra gli Hollywood Rose, sia tra gli L.A. Guns; in un'intervista è Tracii Guns a chiarire la faccenda: "parla di Monique Lewis, con cui siamo usciti tutti. Axl ha un suo tatuaggio sul braccio".

Sweet Child O' Mine

Il riff di Slash nasce dal nulla, le leggende narrano di un'improvvisazione durante le prove in studio, un fraseggio nato per caso, tra smorfie, risate con i compagni e fumo di sigaretta che avvolge la sala di registrazione creando una nube tossica che inebria cervelli. Izzy imbraccia la sua chitarra e inizia a seguire il ritmo impartito dall'amico, che nella foga azzecca forse il suo miglior giro, uno di quelli che scolpirà indelebilmente tutto l'hard rock, benché in seguito il rocker tenterà di sminuire la genialità della sua intuizione. Ben presto la base portante di Sweet Child O' Mine cattura l'attenzione di tutti i presenti, specialmente quella di Rose, che senza pensarci decide di cantare un testo d'amore appena scritto. Dall'amore per l'eroina, declamato da Stradlin precedentemente, si passa a quello carnale per una fanciulla, per la prima vera power-ballad della band. "Ha un sorriso familiare che mi ricorda l'infanzia, dove tutto era fresco e puro come un cielo azzurro. Quando vedo il suo viso mi ritrovo in quel posto speciale, e se lo fisso a lungo scoppio a piangere". Le romantiche parole scritte dal cantante sono una dedica alla moglie Erin Everly, popolare modella e figlia di una celebrità come Don Everly, dello storico duo Everly Brothers. Axl canta questa sorta di lettera amorosa, aprendo il suo cuore. Il ritmo procede a media velocità, tutto poggiato sul riff epocale di Slash e sul basso sanguigno di Duff, perfetto per far emergere una melodia incredibilmente coinvolgente, inzuppata di passione, dannatamente evocativa, bella e limpida come un paesaggio estivo. Se gli occhi di Erin sono blu e lucenti come il cielo e trasmettono sicurezza, i suoi capelli biondi ricordano ad Axl il colore del fieno, e allora ecco che prende forma l'immagine di quel fienile dove da piccolo andava a ripararsi nei giorni di pioggia, per stare da solo, impaurito dai tuoni. "Dove andiamo ora?" si chiede, perdendosi nel ricordo lontano e affogando nella nostalgia. Intanto la chitarra si Slash svetta alta in cielo, diventando leggendaria, riconoscibile al primo istante, specialmente nell'assolo che fa tremare cuori e gambe, imponendosi come uno degli assoli più famosi della storia del rock e conducendo il brano verso un epilogo lungo e disperato, intriso di dubbi esistenziali e di dolore. "Dove andiamo ora?" ripete Axl, insicuro del futuro, lasciando spazio al bellissimo suono concepito da Slash, che come il canto di una sirena attrae cuori e timpani, possedendo i viaggiatori. Prima ed unica traccia a raggiungere il primo posto nella prestigiosa classifica Billboard, "Sweet Child O' Mine" è uno di quei pezzi che è entrato con prepotenza nell'immaginario collettivo, un blues dell'innocenza, morbido come velluto e fresco come una carezza.

You're Crazy

La band si lascia alle spalle la serenità e il romanticismo e torna sui suoi binari, tra nervosismo e irritazione. Se "Sweet Child O' Mine" è una carezza, You're Crazy è un pugno allo stomaco, perché racconta di un amore fallito, il tutto costruito su una sezione ritmica sleaze metal violenta e diretta, che vede l'intreccio sonoro delle due chitarre e un Adler scatenato dietro le pelli. I demoni di Rose riprendono possesso della sua mente, e così, come uno sciamano in preda al delirio allucinogeno, il cantante si lancia in una danza frenetica, insultando la malcapitata. "Sto cercando un cuore, un amante, in questo mondo buio. Ma tu non vuoi il mio amore, vuoi solo soddisfazione, e allora cercati un altro!" urla Axl infuriato. Originariamente intitolata "You're Fuckin' Crazy", Rose e Izzy sono costretti dalla Geffen a cambiare nome alla propria creatura, tanto per evitare censure o accuse di misoginia. Ma la rabbia funesta dei ragazzi resta intatta per tutta la durata del pezzo, e non serve a nulla addolcire la pillola mascherando la canzone nella veste acustica che troveremo nel secondo album "Lies". "Sei pazza, fottutamente pazza" ripete il ritornello, ricco di acidità e malessere, come solo lo sporco sound dei Guns N' Roses sa essere. Il suono elaborato dai musicisti è un vero assalto sonoro che richiama la traccia d'apertura, "Welcome To The Jungle", sia per dinamica che per narrazione, ed ecco che ritroviamo la metafora della belva famelica pronta ad assalire l'uomo, divorato dall'impossibilità di essere amato. L'impotenza di trattenere con sé la donna che desidera crea questo sconvolgimento, mandando in tilt i suoi sentimenti, rompendo la serenità della sua psiche. La cantilena è infatti nevrotica, trasmette un certo senso di ansia, esasperando e irrobustendo il muro di note eretto dalle chitarre e dal basso. Axl emette urla feline, graffia con le unghie e sputa veleno. Una belva indomabile, alla ricerca di un amore non corrisposto, di un'anima affine, con la quale perpetrare un'esistenza difficile. Ma la donna non si fa di certo ingannare, fugge via, tra la disperazione del compagno, lasciandosi alle spalle la follia di quel momento. A l'uomo non resta che continuare a combattere con i demoni dell'amore e del sesso che schiacciano i suoi istinti.

Anything Goes

Istinti e follie carnali che si impossessano come antichi anatemi di un Axl Rose in preda all'estasi sessuale, in questo caso affiancato dalla penna di Izzy Stradlin e Chris Weber, quest'ultimo chitarrista degli Hollywood Rose. Una traccia risalente a qualche anno prima, che conserva tutta la genuinità degli esordi e l'irruenza della giovane età. Hard rock e funk contaminati in una discesa verso sogni erotici e depravazioni mai del tutto sopite, risvegliate attraverso un mood piuttosto allegro e con alcune punte di sperimentazione. Il piacevole retrogusto boogie rock colpisce nell'immediato, dando leggerezza alla composizione, la quale si snoda attraverso una serie di riff stoppati e ben intrecciati tra loro. Tutto va avanti, procede serenamente, poiché la vita è un'avventura da godere a pieno, e allora Axl Rose canta, in una calda e afosa notte estiva, delle sue voglie, intonando con voce placida questo incanto notturno: "Penso al sesso, ho sempre fame di qualcosa che non ho avuto. Se tu, bambina, hai qualcosa da perdere, io ho qualcosa da darti". Come un dio del sesso, il vocalist richiama a sé la compagna, perché ha bisogno di sfogarsi, dando inizio a una danza ancestrale di breve durata, ma decisamente intensa e coinvolgente, pur trattandosi del punto più debole dell'intero lavoro. Anything Goes è un serpente a sonagli, dalle movenze sinuose, il corpo ondulato e leggiadro, un sapore sbarazzino, e contenente una voglia di divertimento che stona un po' col contesto cupo e drammatico di "Appetite For Destruction". "Stanotte va bene tutto, a modo mio, a modo tuo" replica il ritornello, melodico e zuccherino, nel quale gli acuti di Axl si scontrano con i grassi giri di basso prodotti da Duff. Ma la notte procede, tra sudore, saliva e orgasmi multipli, in un atto carnale dal ritmo concitato e snello che ricorda tanto un'apocalisse rock n' roll, una distruzione sociale che si rispecchia in una società balorda, un'epoca di declino culturale, una cultura metropolitana costituita da eroinomani e puttane, schiavi del sesso e pervertiti di ogni sorta. "Le mutandine scivola alle caviglie, mi attacco come una gomma al muro" recita la lingua lasciva di un Rose preda dell'eccitazione, mentre i compagni di squadra lo accerchiano seguendo il movimento ossessivo dei suoi esili fianchi. Il canto dei Guns N' Roses è inno al degrado, la fine di un grande sogno e il tuffo in un mondo di droghe, di paure e di povertà. E ovviamente di sesso. Capelli cotonati, occhi semichiusi, cervelli storditi e avulsi dalla realtà, il rock n' roll di "Anything Goes" è rappresentazione stessa di un'attitudine autodistruttiva, di un modo di essere sporco e infetto. "A modo mio, a modo tuo, stanotte va bene così" ripete morbosamente quella voce stridula mentre si contorce in un lungo orgasmo, essenza rock, che emerge tra nubi prodotte dal fumo di cento sigarette, tra l'odore acre di eroina bruciata e tra lingue addormentate dall'abuso di alcool che si toccano avidamente fino a fondersi.

Rocket Queen

"Ho un rasoio al posto della lingua" scandisce Axl nella notte, proseguendo il corteggiamento nei confronti della sua bella, continuando ad affondare la lingua nella gola della Regina. Un attacco dirompente, basso e batteria che sono come quelle lingue che instancabilmente si sfidano, si punzecchiano, si sfiorano nel più ardente desiderio, poi ecco la danza delle chitarre di Izzy e di Slash, che conducono la coppia di innamorati verso l'altare del rock, dove ogni istinto verrà sacrificato. Axl Rose fa proprie le emozioni e i gemiti del batterista Steven Adler e della sua ragazza, li registra di nascosto nel camerino dello studio mentre fanno sesso, i versi di lei sono forti e provocanti, perfetti per Rocket Queen, morbosa canzone che fa del sesso la sua colonna portante. La band non ci pensa due volte, inserisce la registrazione all'interno del brano, amalgamando realtà e finzione in un vortice lussurioso che coinvolge ogni senso. Il ritornello è fresco, ossessionante, effettato, e porta al culmine la profondità di questo mid-tempo hard rock, che tra un riff e l'altro ha modo di scandire orgasmi reali. "Sei da sola in questo posto vuoto, ma se hai bisogno di qualcuno con cui piangere io sono qui, e starò con te fino all'amara fine. Nessuno ha bisogno della malinconia, né del dolore". In una notte ancora giovane, tutto è permesso, ogni eccesso, e in un camerino puzzolente e squallido, la coppia ci dà dentro, scoppiando letteralmente di piacere nella seconda parte del pezzo, quando Slash, con uno stacchetto improvviso, origina la spettacolare coda finale, melodicamente eccelsa, dove una melodia zuccherosa conquista il suo spazio, imponendosi sui toni cupi e cavernicoli della prima parte. Fuori, la giungla d'asfalto pullula di gentaccia, rumori molesti arrivano da lontano, grida soffocate, sirene della polizia, il vociare concitato degli spacciatori e delle prostitute in strada, ogni cosa fa da sottofondo alla tempestosa notte d'amore, e in tutto questo delirio, in una metropoli inquinata e troppo trafficata, arriva la dedica più bella: "Non lasciarmi mai, hai promesso che staremo sempre insieme, e tutto ciò che desidero è prendermi cura di te". L'amore sboccia nel più intenso degli orgasmi, tra verdi alberi che irrompono sull'asfalto, ripiegando i loro rami, laddove i poveri peccatori scontano i loro peccati e lo stridio degli pneumatici risuona nei timpani e nelle anime dei cittadini perduti nella grande città. L'innocenza è volata via, la città ha divorato il cuore del giovane sprovveduto, e in un solo giorno lo ha fatto crescere, in una sola notte lo ha svezzato, tra nevrosi depressive e psicopatie, come una mamma in piena crisi post-parto. Il ragazzo è ora cresciuto, è diventato adulto, e si è lasciato sedurre dai piaceri terreni. La Regina della notte gli inietta una dose di eroina, spegnendo in lui ogni desiderio, offuscandogli la mente. "Appetite For Destruction" si chiude qui, con un orgasmo galattico che si spegne nelle acque nere di una mente drogata.

Conclusioni

"Eravamo uno dei più grandi gruppi della storia del rock. Vendevamo milioni di dischi e ogni settimana ci piovevano nelle tasche milioni di dollari. Il tutto in un crescendo di follia, tra eccessi di ogni tipo, televisori lanciati dal quarantesimo piano di un albergo e pillole per dormire che di solito i veterinari prescrivono agli animali di grossa taglia..."

- Slash


Il successo, per i Guns N' Roses, non arriva immediatamente. "Appetite For Destruction" ci mette quasi un anno ad ingranare veramente, passando dagli ultimi posti dell'americana Billboard 200 al primo posto in classifica. Quando però il successo arriva, è quello vero, enorme, assoluto, quello con la "S" maiuscola. Siamo già sul finire del 1988. Tale traguardo, oltre ai tradizionali passaggi in radio dei molti singoli estratti dal disco, è merito anche e soprattutto di Mtv. La televisione, dopotutto, è il media più esemplificativo del decennio ottantiano e di ciò ch'esso rappresenta: la vittoria della cultura dell'immagine su ogni altro contenuto e la sua celebrazione. I Guns N' Roses sono in tal senso i perfetti e definitivi eredi degli anni '80, ma sono anche buoni musicisti; abbastanza preparati da confezionare ottimi brani e composizioni memorabili, ma pure abbastanza grezzi da non affidarsi totalmente, e con sterile freddezza, alla sola tecnica. L'efficacia del repertorio è dimostrata dall'immane apprezzamento dei cinque singoli estratti - tra l'altro non pochi, per una band al suo debutto. "It's So Easy" non è dirompente, ma già cattura una parte d'immaginario collettivo; interessantissima, nel delineare alcune delle sonorità e degli stilemi che faranno il rock anni '90. È tuttavia con il loro secondo singolo che i Guns diventano, per così dire, gli "osservati speciali" dell'industria discografica; "Welcome To The Jungle" è un pezzo assolutamente dirompente, ha una grande personalità ma è ancora legato ad un sound tradizionale, elemento che in quel periodo garantisce ancora una larga fruibilità. A trasformare i Guns N' Roses in leggenda è però la canzone che, nell'agosto dell'88, è il terzo singolo estratto da "Appetite?"; "Sweet Child o' Mine" è un brano senza tempo in grado di confrontarsi con i capisaldi storici del Rock, da "Stairway to Heaven" a "Child in Time," da "Still Loving You" degli Scorpions, a "Somebody to Love" dei Queen... semplicemente un capolavoro. "Sweet Child..." si piazza prima in classifica ed è seguita dal singolo di "Paradise City", altro caposaldo che piuttosto che abbassare il tiro, lo alza persino ulteriormente, brano dalle sonorità insieme particolari e classicissime. L'ultimo singolo arriva molti mesi dopo, il 29 luglio del 1989; "Nightrain" è un pezzo avvincente e molto duro, ma sostanzialmente indistinguibile da gran parte dell'hard 'n' heavy del periodo. È una canzone adatta a mantenere salda l'attenzione del pubblico in vista delle future uscite, vista pure la natura alquanto scarna del secondo album della band, "G N' R Lies". Dopotutto, in quel periodo "Appetite For Destruction" è ancora saldamente aggrappato alla classifica degli album più venduti negli Stati Uniti, dove rimane la bellezza di centoquarantasette settimane, quattro delle quali in cima alla vetta. Ad oggi, l'album conta ventotto milioni di copie vendute in tutto il mondo, di cui diciotto nei soli U.S.A. Sul finire di quegli anni '80 così fulgidi e così rumorosi, i Guns N' Roses sono sul tetto del mondo. La band californiana influenza profondamente lo stile d'una generazione e l'intera industria discografica; la sua attitudine, il suo sound e la sua estetica aprono a una nuova terminologia, attribuibile non solo ai Guns ma a una vasta fetta della scena di Los Angeles; street metal, sleaze rock, sleazy street, glam sleaze: tutti termini grossomodo riconducibili al calderone losangelino dello Sleaze, parente molto stretto dell'hair e del pop metal, solo un po' più trasandato. Se nel 1987 la band inizia a promuovere "Appetite For Destruction" in tour, aprendo i concerti di realtà affermate come The Cult, Aerosmith e Iron Maiden, pochi mesi dopo è già il fenomeno musicale più discusso dell'anno e supera in fama gli stessi gruppi che accompagna. Parola di Tim Collins, il manager degli Aerosmith: "Alla fine del tour, i Guns N 'Roses erano enormi. Fondamentalmente erano appena esplosi. Eravamo tutti incazzati del fatto che Rolling Stone Magazine avesse deciso di scrivere un pezzo sugli Aerosmith, ma che sulla copertina della rivista ci erano finiti i Guns N' Roses. All'improvviso, l'atto di apertura era divenuto più grande di quanto non fossimo noi". Nonostante la vista dalla vetta possa apparire sfavillante, a pochi mesi dal successo globale, i guai sono già nell'aria. I Guns N' Roses hanno due delle più classiche caratteristiche delle rockstar d'ogni tempo: sono giovani e turbolenti, e hanno un serio problema con la droga. La storia è la stessa di sempre: all'inizio, l'assunzione di stupefacenti fa parte del gioco ed è utile a creare il mito Rock per eccellenza, quello del dio ribelle che irride perfino la morte, dell'Idolo che distrugge se stesso; poi, quando il gioco si fa serio, iniziano i problemi pratici, la vita reale. Le sbronze e le risse sono all'ordine del giorno e si riflettono sul lavoro, ad esempio, con una frattura alla mano di Adler e conseguente sostituzione alla batteria, o con Axl Rose tenuto in custodia dalla polizia per aver aggredito una guardia di sicurezza, e quindi sostituito con un roadie. La morte di due ragazzi al Monsters of Rock dell'88, ostacolati dal terreno umido e fangoso e schiacciati dalla folla proprio durante l'esibizione dei Guns, non è imputabile alla band californiana, ma fa parlare, e anche molto, dei media già scatenati sulla facile retorica: i Guns N' Roses sono diseducativi e troppo influenti, sono "il gruppo più pericoloso del mondo" - così lo definiscono giornali e TV. Ai tanti episodi controversi si alternano tuttavia i successi commerciali: se il secondo album è una sorta d'ideale seguito del primo, "Use Your Illusion I" e "Use Your Illusion II", del 1991, segnano il definitivo ingresso dei Guns fra le leggende del Rock. Il tour che segue è ricordato come uno dei più lunghi nella storia della musica contemporanea: il cosiddetto "Use Your Illusion Tour" dura ventotto mesi in cui succede, letteralmente, di tutto. L'ormai mitologica serie di concerti è allegramente colorata da risse, dissidi interni, lotte legali tra gli stessi musicisti, serate abbandonate e conseguenti rivolte da parte del pubblico, da feriti e contusi, dalle molte, infelici dichiarazioni da parte del cantante; e come se non bastasse, da diverbi anche molto pesanti tra i Guns e altre band heavy metal, tra i Guns e i Metallica, tra i Guns e i Nirvana, tra i Guns e la comunità omosessuale, tra i Guns e la polizia, tra i Guns e... un po' tutti, insomma. Tutto questo, naturalmente, sommato all'eterno problema con la droga. Steven Adler, senz'altro quello più devastato dalla dipendenza, era già stato cacciato dalla band nel 1990 per l'ormai totale incapacità di portare avanti il lavoro, e sostituito col più "metallico" Matt Sorum. Nel 1993, tuttavia, Adler otterrà la rivincita con un rimborso di quasi due milioni e mezzo di dollari, oltre al 15% dei profitti per ogni brano dei Guns N' Roses con lui registrato. Nel frattempo anche Stradlin aveva abbandonato la band, a suo dire, in quanto unico musicista sobrio nel bel mezzo di un gruppo di drogati; per quello, e per i frequenti colpi di testa d'un turbolento Axl Rose. Il "Use Your Illusion Tour" è quindi completato dalla chitarra ritmica di Gilby Clarke, e arricchito dalle tastiere di Dizzy Reed, arrivato fra i Guns nel 1990 sull'onda del successo del primo album. L'immenso tour ha finalmente termine a Buones Aires il 17 Luglio del '93, una data che segna l'inizio della fine. Il quinto album del gruppo, The Spaghetti Incident, il cui titolo è ispirato a un episodio della causa legale di Adler nei confronti della band, esce a novembre del 1993, quando i Guns sono ormai ad un vicolo cieco. È l'ultimo vero album dei Guns N' Roses... di quelli storici, almeno. Sorum e Clarke lasciano la band rispettivamente nel '95 e nel '97, o più precisamente, vengono messi alla porta da un Axl Rose sempre più insofferente nei confronti dei compagni; ma la defezione più grave è quella di Slash, il cui stile musicale, la presenza scenica e il carisma, delineano una parte fondamentale dell'identità del gruppo; senza, i Guns N' Roses sono irriconoscibili. È il 1996. La risposta di Slash ai fatti di quel periodo è venata d'una comprensibile amarezza: "L'intero, visionario stile di Axl, così come il suo contributo nei Guns N 'Roses, è completamente diverso dal mio. A me piace solo suonare la chitarra, scrivere un buon riff, uscire e suonare, anziché presentare un'immagine". L'agenda di Rose, per il chitarrista, pone quindi l'immagine della band al di sopra dei contenuti, un altro grande classico del Rock: l'artista geniale, ma volubile, contro il musicista puro e duro. McKagan è l'ultimo elemento della line-up di "Appetite For Destruction" a lasciare la band, nel 1997. Anni di progetti vanno sostanzialmente in fumo e i Guns N' Roses, benché vivi nel solo nome di Axl Rose, non producono quasi più nulla per oltre dieci, lunghissimi anni. In quegli anni si spengono gli ultimi echi del Sound di Seattle, nasce e muore il cosiddetto "Nu Metal", il rock alternativo ritorna al classico e il metal estremo guadagna nuova linfa vitale; nel frattempo, il sound di riferimento di un'industria discografica in crisi perenne, minata dalla pirateria e dal neonato Youtube, è ormai quello del rap, e l'hip hop, da controcultura afroamericana, assume i più vasti contorni ch'erano stati del rock 'n' roll. È il 2008. Quando esce il sesto album dei Guns N' Roses il mondo è molto diverso, quasi irriconoscibile, rispetto a quello che aveva visto l'uscita di "Appetite For Destruction". La tecnologia ha cambiato per sempre la fruizione della musica, mentre gli eventi successivi all'11 settembre e la crisi economica già nell'aria, hanno cambiato per sempre l'immaginario collettivo, e con esso, anche l'approccio del pubblico a ogni genere di espressione artistica. Nonostante tutto Chinese Democracy è un album più che buono, accolto da vendite notevoli nonostante l'era dei grandi numeri - almeno in termini "fisici" e concreti - sia finita già da un pezzo. Anche il giudizio della critica è generalmente positivo, e dettaglio significativo, positivo è pure il giudizio dei vecchi membri della band, soprattutto quello di Slash. Anche se a mantenere alta l'attenzione del pubblico basta il nome stesso della band, adesso associato a quello delle antiche Leggende, i tempi, tuttavia, sono oramai troppo cambiati. I Guns N' Roses alla fine degli anni '80 erano il futuro, tanto fulgido quanto rapido e passeggero, erano l'esemplificazione della giovinezza, la celebrazione del pericolo e della disobbedienza; adesso, nel pieno del terzo millennio, essi si uniscono a quegli stessi dinosauri che implicitamente irridevano, o che copiavano e omaggiavano con la stessa devozione d'un alunno per il maestro, immobilizzati in un pantheon che non ammette rivoluzioni, ma solo restaurazioni. Un ruolo storico che Axl ripudia platealmente nel 2012, quando "diserta" l'introduzione dei Guns N' Roses alla Rock And Roll Hall Of Fame, alla cui celebrazione partecipano invece Slash, McKagan, Clarke, Steven Adler e Matt Sorum, accompagnati per l'occasione dal cantante Myles Kennedy. Il tempo passa ancora impietoso, il mondo cambia ancora un po', magari più lentamente, adesso, e la musica con esso. Altri dieci anni volano come nulla fosse, senza cenni degni di nota, ma ormai va bene così: leggende come Axl o Slash vivono al di fuori dei loro corpi in carne e ossa, pietrificati nell'istantanea d'un epoca distante che vive adesso nei ricordi e nei cliché. Così come un'atavica nostalgia si abbatte sul tessuto sociale d'un occidente al suo bivio storico, molte antiche band decidono che il momento di riunirsi è infine giunto. Tuttavia, poche reunion fanno tremare l'industria musicale come quella tra Axl Rose, Duff McKagan e Slash, nel 2016. Quattro anni prima, Rose, all'ipotesi di una reunion della vecchia Line-Up di "Appetite" aveva detto: "non in questa vita", ed è per questo che il pantagruelico tour dei rinati Guns N' Roses si chiama proprio così: Not in This Lifetime... Tour. Perfino Steven Adler trova il modo di partecipare a diverse serate, mentre mancano purtroppo sia Sorum che Stradlin. Il tour è un successo immane, il terzo incasso più remunerativo della storia: oltre 563 milioni di dollari. Ai musicisti e al mondo è allora chiaro un concetto puro e semplice: i Guns N' Roses di "Wellcome to the Jungle", di "Paradise City" e di "You Could Be Mine" sono tutt'altro che dimenticati. Anzi, sono talmente fissi nell'immaginario collettivo che pare non essere passato un solo giorno dal 1987, non solo per coloro che già c'erano e che ora sono padri e madri di una nuova generazione, ma pure per un vasto, nuovo e giovanissimo pubblico. Nel 2018, l'uscita di un remaster di "Appetite For Destruction" è il primo sintomo che qualcos'altro si muove, dietro le quinte dei Guns, e l'anno successivo, dopo le prime indiscrezioni da parte del chitarrista Richard Fortus, sono Slash a McKagan a rompere il silenzio: i Guns N' Roses hanno in programma un nuovo album. "Axl, Duff, io e Richard ne abbiamo parlato... c'è già diverso materiale in produzione per un nuovo disco", ha riferito Slash al critico giapponese Maso Ito, aggiungendo: "È solo che con i Guns N 'Roses non dici 'Oh, c'è un piano, quindi sarà senz'altro così', perché non è così che funziona. Quindi, in sostanza, l'unica vera risposta da dare è che speriamo di pubblicare un nuovo disco, e che vedremo cosa succede quando succede". Nel frattempo, l'ultima vera leggenda di un Rock ormai antico è fissa lì, immutabile e impressa nella pietra dura, carica di ricordi, di soddisfazioni e di rimpianti, un guerriero dal volto segnato da vecchie cicatrici pronto a combattere l'ennesima battaglia. Forse l'ultima, prima che la nostalgia faccia il suo corso e la ruota del tempo ricominci a girare, implacabile come sempre.


Un ringraziamento speciale ad Angelo Maggi, doppiatore e voce storica, tra gli altri, di Tom Hanks e Robert Downey Jr.

1) Welcome to The Jungle
2) It's So Easy
3) Nightrain
4) Outta Get Me
5) Mr. Brownstone
6) Paradise City
7) My Michelle
8) Think About You
9) Sweet Child O' Mine
10) You're Crazy
11) Anything Goes
12) Rocket Queen