GUNS N' ROSES

Appetite For Destruction

1987 - Geffen Records

A CURA DI
TATIANA MADLENA
14/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

Era il 1987 e cinque ragazzi poco più che ventenni stavano partorendo il loro più grande ed incredibile successo, nonché il loro primo full lenght in assoluto. Una luce potentissima arrivava a folgorare il mondo della musica, una luce che aveva un nome: Guns n’ Roses, fiori e pistole, un monicker che in toto qualificò una delle band più famose della storia della musica, un complesso che per l’incredibile successo riscosso in così breve tempo si trovò sovente ad affrontare l’eterna “guerra” delle opinioni discordanti (e talvolta dubbie) sulle sue reali capacità. Sicuramente ci sapevano fare e sicuramente donarono all’universo Rock diverse canzoni memorabili, passate senza ombra di dubbio alla storia. Importantissimi riff sono ancora adesso incollati ai nostri cervelli grazie ad un sound talmente unico da farci saltare subito in mente, udendoli, la mano di Slash. Il 1987, nello stesso anno i Motley Crue stavano diffondendo la loro parola attraverso “Girls Girls Girls”, il loro quinto album. Figli di vissuti diversi, benché il messaggio di fondo fosse similare e sempre fondato sul trinomio “sesso droga e rock’n’roll”, in realtà c’era un abisso di intenzioni a differenziare i Crue dai Guns, e come è risaputo, queste due band (che si spartirono letteralmente il territorio)  spesso si trovarono in conflitto. Slash fu, in ogni caso, noto amico di Nikki Sixx, presente anche quando quest’ultimo sfiorò la morte, essendo soliti entrambi  passare nottatacce basate su sostanze chimiche atte allo sballo e su fiumi di alcool. Alcune “leggende” narrano inoltre che il bel chitarrista dei Guns n’Roses spesso si trovasse talmente degenerato da inzuppare i materassi dell’amico bassista durante le notti di semi-incoscienza. Ma tornando a parlare prettamente dei Guns, andiamo a conoscerli un attimo: al momento dell’uscita di questo “inaspettato” Appetite For Destruction, tra l’altro in classifica in sessantaduesima posizione tra i 500 album migliori di tutti i tempi e considerato uno degli album di debutto più belli di sempre, stando al successo riscosso (30 milioni copie vendute in tutto il mondo di cui 18 solo in America), i cinque ragazzi della band erano di età compresa tra i 22 e i 25 anni. Axl Rose (voce), Slash (chitarra), Izzy Stradlin (chitarra), Duff McKagan (basso) e Steven Adler (batteria) erano tutti attitudine “stradaiola” e ribellione: isterici e inquieti, bizzarri e sfuggevoli,  capricciosi e assolutamente delle “primedonne” , hanno saputo farsi notare sin da subito e soprattutto hanno saputo sbloccare una situazione musicale che sovente ha bisogno di novità o quanto meno essere arieggiata come una vecchia stanza rimasta chiusa troppo a lungo. Con il loro hard/street rock sono stati in realtà considerati degli innovatori, ed i primi assieme ai colleghi Motley Crue a far partire la vigorosa ed esuberante macchina dello “Sleaze” degli ultimi anni ’90, considerati  tra i maggiori esponenti del movimento insieme ad altri gruppi come gli storici L.A. Guns e Faster Pussycat. Ognuno con il proprio passato, questi ragazzi seppero farsi notare , ognuno grazie alle proprie peculiarità; peculiarità che, però, furono anche motivo della (non troppo lontana da quegli anni) disgregazione del famosissimo “combo”, nato originariamente dalla fusione tra due gruppi della scena Losangelina: gli L.A. Guns, dai quali provenivano Tracii Guns (chitarra), Ole Beich (basso) e Rob Gardner (batteria), e gli Hollywood Rose, nei quali invece militavano Axl Rose (voce) ed Izzy Stradlin (chitarra ritmica). Fondendo i componenti, anche il nome giunse a risultare una vera e propria unione dei precedenti monicker, e fu così che una singolare e bizzarra trovata riuscì a donare alla luce uno dei nomi più altisonanti della Storia del Rock. Erano nati, nella loro prima incarnazione, i leggendari Guns n’ Roses. Ben presto la formazione si trovò a subire i primi scossoni, e le imminenti defezioni di due membri obbligarono immediatamente il gruppo a trovare in fretta dei sostituti. Tracii abbandonò la band per divergenze con il carismatico Axl, a ruota seguì l’addio di Ole: la buona stella dei Guns n’ Roses non voleva saperne, però, di smettere di brillare, e fu così che ben presto le Pistole vennero raggiunte dai due membri in seguito divenuti storici. Il primo ad avvicendarsi ad Axl e company fu il bassista Duff McKagan, e di seguito fu pronto a fare il suo ingresso il secondo “pilastro” della formazione storica, il cui nome ancora oggi (in molti casi anche più di quello di Axl, a seconda dei fan eternamente divisi) risulta essere simbolo del gruppo tutto: Saul “Slash” Hudson era pronto a conquistare il mondo assieme ai suoi nuovi compagni d’avventura. A completare la formazione, in seguito, giunse il batterista Steven Adler, sostituto dell’uscente Gardner. Ogni membro di questa nuova incarnazione dei Guns ‘n’ Roses portava con se, come già detto, una storia particolarmente travagliata, costellata di continui problemi (sia personali, sia con la legge) ed eccessi (droghe, alcool ecc.), a cominciare dal duo più rappresentativo delle Pistole di Los Angeles. Axl era cresciuto in un ambiente famigliare a dir poco terribile, vittima di un patrigno padrone il quale non esitava a sottoporre lui, sua sorella e sua madre a continue sevizie e maltrattamenti. Per di più, il rissoso genitore era incline all’imposizione di una rigida morale religiosa (fu lo stesso Axl, ricordando i giorni della sua infanzia, a narrare di come da piccolo venne brutalmente schiaffeggiato per aver guardato, pur senza interesse e con l’innocenza tipica dei bimbi, una ragazza in bikini presente in una reclame pubblicitaria). Componenti che, sommati, fecero crescere il giovane Axl con lo spirito del ribelle, voglioso di slegarsi da quella situazione per costruirsi una sua vita, lontana dai soprusi e dalla violenza. La vita del rocker riuscì ad appagare queste sue volontà, e giungendo a Los Angeles per ricostruirsi una nuova esistenza il Nostro entrò in contatto con l’amico di infanzia Izzy Stradlin, con il quale riuscì a formare il suo primo vero complesso, gli A.X.L in seguito divenuti Hollywood Rose, come già spiegato. Differente, invece, la vita di Slash, il quale si trovò in condizioni di molto più agiate del suo amico / eterno “rivale”. Il giovane Saul Hudson, londinese di nascita, poté difatti sin dall’infanzia trarre giovamento di una vita che definiremmo senza dubbio “agiata”: il padre lavorava come art director per una casa discografica, mentre la madre, l’afroamericana Ola Hudson, era un’importante stilista, celebre per aver collaborato con nomi a dir poco sacri della musica, come Beatles e David Bowie, del quale fu anche compagna. Proprio in quegli anni, il giovane Saul decise di raggiungere la madre a Los Angeles, ed entrando in contatto con l’istrionico artista, sentimentalmente legato alla genitrice, cominciò a subire il fascino del music business. La sua prima passione fu la BMX, sport per il quale dimostrò una notevole attitudine, ma galeotto fu l’incontro con Bowie ed una chitarra da flamenco ricevuta in dono da sua nonna. Saul, definitivamente noto ormai come Slash (il tutto grazie a Seymour Cassel, padre di un suo amico, che vedendolo sempre di corsa ed iperattivo cominciò ad appellarlo in questa maniera), riuscì a procurarsi una chitarra elettrica e venne folgorato sulla via di damasco. Lo strumento cominciò ad essere totalizzante, arrivò addirittura ad abbandonare la scuola pur di potersi esercitare in tutta calma. Dopo aver militato in gruppi come i London (famosi per aver avuto fra le loro fila musicisti in seguito divenuti leggendari come Blackie Lawless e Nikki Sixx) e dopo aver clamorosamente fallito un’audizione per entrare a far parte dei PoisonSlash decise di farsi coinvolgere dal suo migliore amico, Steven Adler, nella formazione di un progetto denominato Road Crew. Cercando un bassista, i due si imbatterono proprio in Duff McKagan, il quale però fornì un prematuro addio a Slash e Steven per unirsi proprio ai Guns n’ Roses. Memore della sua esperienza nei Road Crew, però, Duff non esitò a segnalare ad Axl i suoi due vecchi compari d’avventura, quando Tracii e Gardner decisero di uscire dalla band. Il resto, come si suol dire, è storia: raggiunto questo equilibrio, i ragazzi continuarono a farsi le ossa nel circuito di Los Angeles, suonando nei locali, producendo anche un EP grazie alla neonata “UZI Suicide”, etichetta creata dalla “Geffen Records” proprio per permettere ai nostri di pubblicare questo piccolo antipasto di “Appetite..”. L’EP, datato 1986, contava solo quattro tracce fra cui due cover: una dei Rose Tattoo (“Nice Boys”) ed una degli Aerosmith (“Mama Kin”), più due originali (“Reckless Life” e “Move to The City”) riportanti la firma di Chris Weber, loro compositore ai tempi degli Hollywood Rose. Visti i successi ottenuti grazie all’importante attività live, i Nostri vennero finalmente autorizzati dalla “Geffen..” a registrare il loro primo, vero full length. Inizialmente si pensò addirittura ad ingaggiare il leggendario Paul Stanley come produttore, ma l’idea venne scartata in quanto Paul, attento investitore, avrebbe voluto curare i suoi affari intervenendo in prima persona sui brani. Volenterosi di conservare la propria autonomia, i Guns si rivolsero dunque al giovane Mark Clink, il quale decise di imbarcarsi in un’avventura a dir poco massacrante. Le sessions di registrazione svoltesi in California, difatti, richiesero al produttore dei turni di lavoro da diciotto ore al giorno, in quanto la band preferì registrare i vari brani separatamente. Slash, inoltre, insoddisfatto del suo sound, cercò più volte di intervenire per modificarlo, riuscendo a risolvere il tutto grazie all’apporto di Clink e all’idea di collegare una Gibson Les Paul ad un amplificatore Marshall. Il tutto generò, dunque, il titanico “Appetite For Destruction”, così chiamato perché, in origine, la copertina era rappresentata da un dipinto di Robert Williams riportante lo stesso titolo. Per motivi di copyright, però, l’etichetta fu costretta a ritirare le copie già immesse nel mercato, in quanto l’artista si risentì del fatto di non essere stato contattato per giungere ad un accordo economico. La scelta cadde dunque sulla celeberrima croce con i teschi (rappresentanti ognuno un membro del gruppo) in essa incastonati, mentre il titolo non fu cambiato. Il sound era un qualcosa che volle porsi sin da subito innovativo, per distaccarsi da quel che all’epoca gruppi come Bon Jovi proponevano: un sound che, per i nostri losangelini, doveva suonare stradaiolo e ruvido, certamente melodico ma di impatto ed aggressivo, come i loro testi, in gran parte derivati dalla loro vita sregolata. Le 12 tracce che diedero forma e concretezza a questo disco, poi, furono scritte durante le loro serate nei club americani e gli stessi Guns n’Roses ci  confessarono poi che in realtà molti altri pezzi erano già pronti e finiti, ma che non vennero inseriti in questo capolavoro per diverse motivazioni. Ad esempio, erano già ultimate ed approvate “Don’t cry” e “November Rain”, che però scelsero di non includere nella tracklist in quanto in “Appetite..” già appariva una ballad, e l’eccesso di melodia avrebbe forse potuto minare la loro volontà di apparire duri e ribelli, nel sound come nella vita. Si preferì dunque optare per un Rock stradaiolo e possente, che riuscisse a rendere giustizia al complesso tutto. Andiamo ora quindi a parlare di questo full-length, con il consueto approccio track by track.



Il brano che scelsero come apripista di “Appetite for Destruction” fu Welcome tu the Jungle, una delle open track più famose della storia, quella che tutti i dischi rock dovrebbero avere. Tutti, davvero tutti, conoscono questo pezzo: acido, frizzante, capace di trapassare la carne come la lama di un gelido bisturi, insomma, non appena premiamo il tasto play, abbiamo davanti la sostanza di cui sono fatti i Guns n’ Roses. Novità, velocità, armonia e compattezza in assoli indimenticabili, ritmi incalzanti accompagnati da acuti memorabili. “Benvenuti nella jungla” siamo qui pronti ad assaggiare di che pasta siano fatti  questi ragazzi, poco più che ventenni, all’epoca! Un’esplosione di vita, che parte come un flash, suoni traballanti che provengono da un’oscura foresta, la quale inclina rami caotici al nostro passo incerto. Prende piede la nostra chitarra elettrica che dapprima suona quasi in “sordina”, producendo un flusso di note si poco a poco si addentra all’interno delle nostre orecchie, preparandoci ad un effetto crescendo che letteralmente ci lascerà di stucco. Ed è proprio il voler lasciarci attoniti ed increduli, lo scopo di questa  guns’n’roses-mania che coinvolgerà presto tutto il mondo, espandendosi a macchia d’olio. Con il proseguire della traccia si inseriscono lentamente suoni e strumenti con metodicità, accompagnandoci per mano al fulcro della track. Tutto cresce di intensità, finché non è la batteria a scandire furiosamente il tempo che andrà in crescendo, facendoci poi rasentare una follia selvaggia. Il brano è nel suo pieno svolgimento, siamo ormai coinvolti ed è troppo tardi per tirarsi indietro. Axl inizia a cantare nel suo tipico stridulo modo, mostrando una voce assai particolare e perfettamente adatta al contesto sonoro qui presentatoci. Un balbettare nel momento più caldo (quasi il Nostro stia decidendo di improvvisare dei momenti di puro scat) ed ecco che l’istrionico frontman riesce, col suo tocco inconfondibile, a rendere indimenticabile la traccia. Frasi veloci ci condurranno al ritornello di una canzone che suona quasi proprio come sigla, come pezzo che ci trasporterà nella follia delle Pistole, fatta di mugugni ed emozioni forti. Energia, potenza giovane ed anche grande capacità di intrattenimento fondono ed amalgamano il segreto della loro immediata riuscita. Una canzone che va in crescendo poi si ferma un attimo con suoni che ricordano quasi qualcosa di psichedelico, sfoggiando un uso della melodia e mostrando Slash come un chitarrista poliedrico ed in grado di tessere trame uniche, ben coadiuvato da Izzy e Duff. Sicurezza delle sicurezze, poi, i tamburi di Steven che mai smettono di essere i mattatori di un pezzo coinvolgente anche grazie ad una ritmica eccezionale. Sembra, in un preciso momento, addirittura di udire misteriosi tamburi “tribali” (è sempre di giungla che parliamo!) ed in seguito il brano conosce la sua fine in una definitiva esplosione sonora. Il testo, scritto da Axl e Slash, fu ispirato ad un fatto realmente accaduto al cantante quando decise di recarsi a New York, dove un senzatetto, per farlo allontanare e spaventarlo (mettendolo in guardia contro i pericoli della metropoli) si mise ad urlare “sapete dove siete qui?? Siete nella jungla!”. Da qui lo spunto per la celebre canzone, utilizzata poi anche in diverse occasioni ed in diversi film. Si parte quindi con la prima strofa, che serve senz’altro ad introdurci in questo mondo: “Benvenuto nella jungla, qui si trovano divertimenti e spassi, noi abbiamo tutto quello che vuoi, possiamo trovare tutto quel che ti serve”, ci viene mostrata una morale irriverente, un senso di onnipotenza che pervade i “padrini” della jungla ovvero della grande metropoli, pronta ad offrire su di un piatto d’argento il “sogno americano” a chiunque decida di mollare la campagna per trasferirsi nel regno delle luci perenni e delle insegne colorate. Lì, nel cuore della città, c’è di tutto. Alcool, belle donne, locali, sfarzo, divertimento, droga.. chi non è pronto a tutto questo rischia di lasciarsi sopraffare da un tenore di vita che richiede grandi sforzi, fra nottate infinite e party selvaggi. Vi è poi il famoso rovente ritornello, che dice “voglio vederti sanguinare” ed ancora “voglio sentirti urlare”. Presto spiegato, nell’incauta foresta che sicuramente non ha molti riguardi verso il più debole, addentrarvisi è molto pericoloso. Bisogna affrontare con sorrisi beffardi e proseguire, lasciandosi un po’ inglobare in questo vortice “disturbato” ma mai divenendo un tutt’uno con quest’ultimo, pena l’annullamento totale della nostra vita. L’avventura in città è in fondo un viaggio alla ricerca di qualcosa di diverso, di movimentato e selvaggio, l’avventura in un luogo dove basta chiedere e tutto sarà concesso, ma come sovente succede i desideri realizzati hanno un sapore amaro, un risvolto negativo e per ottenere quel che si vuole bisogna essere in grado di districarsi in questo disordine imparziale, dove essere selvaggi è la sola arma che si possa utilizzare per sopravvivere a certi grovigli. C’è sempre un prezzo da pagare per qualsiasi cosa, e una soluzione che i Nostri ci suggeriscono è quella di vivere alla giornata, e ovviamente tutto quel che si può per sopravvivere. Una strofa, poi, ci dirà: “ Qui tutto va peggiorando e impari a vivere come un animale. Nella jungla in cui suoniamo, se davvero desideri quello che vedi, alla fine lo otterrai.”. Questo è il succo del discorso, la città è un luogo pericoloso ed insidioso, di luci ed ombre, ma benché il negativo molto spesso scalzi il positivo, alla fin fine la metropoli è l’unico luogo che può fornirti quelle opportunità che nel placido mondo agreste mai troveresti. Un calice amaro, da bere però, se si vuol avere successo e realizzare i propri sogni. Il secondo brano presenta il seguente titolo: It’s so Easy. Una canzone che fin dai primi versi ci propone un andamento differente, più “duro” e comunque offre un netto distacco dal pezzo precedente; tutto ciò è percepibilissimo sin dalle prime battute della track, come già detto. Un altro modo di cantare per Axl, un altro andamento, un’altra struttura. Questo brano in realtà fu il rimo singolo estratto da questo loro primo lavoro, ed uscì nelle radio nel giugno 1987. Tre minuti e ventidue impiegati dai nostri per parlarci della “facilità” con la quale è possibile cadere in decadenza. Suoni sporchi che rendono davvero bene il concetto: dopo il primo giro sordo di chitarra ci troviamo dinnanzi ad un gran mix di strumenti, buttati lì proprio a ricreare un clima di sconforto, senza ordine, “di periferia”. Suona quasi come un pezzo grunge sporcato di glam rock, confusionario, grezzo, anche e soprattutto nei suoi momenti più melodici, nei quali percepiamo quasi le nere “litanie” che proprio in quegli anni andavano a definire il sound di band come gli Alice in Chains. Sonorità particolari, caratterizzate da una rabbia sommessa che rassegnandosi ci comunicano semplicemente quanto sia “così facile”. Persino la chitarra di Slash sembra meno festosa e ben più “gelida”, fredda, avvolta in un manto quasi oscuro. La voce di Axl è decisamente più  grave e cupa rispetto allo squillante e scatenato pezzo precedente, ma comunque gli intenti dei nostri non vanno a vuoto: il ritornello è incisivo nonostante non abbia granché di così tanto particolare, sa farsi ricordare in una quasi insolita tranquillità. La voce di Axl si può ritrovare acuta qua e là, ad esempio in un inciso subito dopo il refrain. Tra l’altro, durante il ritornello, la batteria si tranquillizza e inizia a tenere un tempo più ovattato (grazie anche all’utilizzo di campanacci). La canzone termina con l’isteria del cantante che va a tradire la finta pace mantenuta nei minuti precedenti. Gli assoli di chitarra sono notevoli, frizzanti, rappresentanti di una componente rock n roll mai soppressa e donano originalità al brano, permettendo ai Guns di farsi notare immediatamente, fin dal primissimo debutto. Determinati frangenti musicali sono senza dubbio degni di una grande band, non c’è che dire! In linea con quanto detto nell’analisi musicale, il testo di “It’s so Easy”, come dicevamo prima, parla di degrado, è una canzone che osserva e ragiona su quel che accade intorno agli abitanti nelle notti delle grandi città americane. Si dice che questa canzone sia stata composta ispirandosi ad una scena alla quale il gruppo assistette alla fine di un concerto a New York. Due macchine si scontrarono e siccome era una cosa (a quanto pare) abbastanza comune in quelle strade, non c’era motivo di preoccuparsene e difatti nessuno si interessò più di molto a quella che era una normalissima routine, con grande stupore dei Nostri. Infatti, la seconda strofa  dice chiaramente: “le macchine si scontrano ogni notte, e io bevo e guido e vedo tutto, accendo un fuoco ma non avverto i pompieri”, tutto scorre senza preoccupazioni anche nel male, non certo solo nel bene. Tutto è semplice per il nostro protagonista, specialmente nella condizione in cui si trova lui, una condizione in cui tutto e tutti cercano di soddisfarlo. Non ha preoccupazioni al mondo, dato che tutto gira secondo i suoi desideri. Posizione comoda, in cui si può osservare tutto ed allo stesso tempo ignorare ciò che non è ritenuto interessante. Tutto ruota intorno a lui ma si trova sempre in una condizione di insoddisfazione che scatena violenza. Infatti, si troveranno diverse strofe in cui il nostro sembrerà prendersela un po’ con chiunque gli capiti a tiro, dalle donne ai passanti (“te ne stai lì, ti credi così figo… ma piuttosto perché non te ne vai a quel paese?” – “Girati, puttana, che io so come usarti!”). Insofferenza violenta dove vengono, idealmente o meno, colpite persone fino a farle cadere a terra. E’ così semplice, fregandosene.. ma la noia di questa “eterea” perfezione arriva a turbare il protagonista, che non sa più come mandare avanti giornate praticamente uguali a loro stesse. Il pezzo successivo è un altro “evergreen” del disco, l’indimenticabile Nightrain. Una canzone semplicemente impossibile da non prendere in considerazione, insomma, un altro pezzo che nasce da ispirazioni momentanee dopo qualche esperienza più o meno rilevante.  Nonostante la superficialità dell’argomento portante, “Nightrain” seppe brillare di una luce incredibilmente abbagliante ed  a conti fatti duratura, dato che fra tutti è uno dei pezzi maggiormente più apprezzati dell’intero lotto. Questo quinto singolo estratto da “Appetite for Destruction” parte con bacchette che picchiano decise su di un campanaccio, raggiunte prontamente da un riff indimenticabile (che tutti sapranno canticchiare e riconoscere) durante il quale la batteria prosegue a tenere il tempo in maniera potente ed incisiva. Una canzone fresca, solare, molto anni ottanta americani, che ben si discosta dalla cupezza della track precedente. Axl sembra decisamente più rilassato e divertito anche nel cantare, abbandonando l’effetto suadente di “It’s so Easy” per tornare a rassomigliare al cantante di “Welcome to the Jungle”. Una graffiante chitarra introduce il famosissimo ritornello che si conclude con colpi sulle pelli della batteria, sopraffatta da chitarre brillanti, ingegnose e spontanee. Un perfetto e piacevole incastro di suoni sa rendere piacevole anche una voce così acida come quella di Axl, in particolare nel ritornello dove viene maggiormente esaltata. Un crescere musicale all’incombere del refrain rende ancora più espressiva la canzone, ed intorno ai due minuti e mezzo, poi, salta fuori un bellissimo assolo, che coinvolge e rapisce, e non fa annoiare mai nemmeno per un minuto, sparando a raffica una cartucciera di note che letteralmente devastano le riserve che chiunque potrebbe avanzare nei riguardi delle abilità del buon Slash, in questo caso magnificamente sorretto dal compagno di sezione Izzy. I minuti finali del pezzo sono decisamente carichi di energia, un’esplosione che rasenta la follia, Axl urla, gli altri componenti continuano a suonare forsennati in preda all’adrenalina e all’euforia che sono riusciti a crearsi a vicenda. Dopo più di quattro minuti poi, tutto va sfumando lasciando una carica senza eguali, con Slash ancora impegnato a mostrare le sue doti sulla sei corde. Insomma, già alla terza traccia si capisce quanto l’album sia valido. Un testo, come dicevamo in apertura di descrizione, in questo caso leggero, “sballato”, composto comunque da parole studiate, soppesate, con tanti “rock’n’roll clichè” al loro interno. E già dal titolo si capisce molto bene a cosa queste lyrics siano votate: la dedica è indirizzata agli effetti sortiti dal consumo di quel vino scadente (ma potente) denominato “Night Train Express” appunto ed originario della California. I nostri giovani Guns, agli esordi, erano 5 ragazzi senza un soldo in tasca, ma come possiamo capire gli piaceva il divertimento, lo sballo ed il bere. Il night train express era un vino economico e parecchio alcolico. Il massimo rendimento di alterazione di coscienza con la minima spesa. Vengono un po’ buttate lì delle figure stereotipate come ad esempio il serpente a sonagli, il sorriso infingardo, la sigaretta fumata con stile, il fare soldi. Apparire, alterarsi  (con donne, alcool , droghe o lotte, non importa come, basta esaltarsi) ed arricchirsi sono visti come i traguardi fondamentali. Anche il divertimento compare in maniera insolente, soprattutto nelle descrizioni delle folli notti alcooliche. Il nostro protagonista, infatti, sembra dipendere totalmente dalla sua donna che, possedendo una carta di credito, può tranquillamente recarsi al negozio di liquori per far rifornimento per la serata che sarà. Al di là di tutto, è proprio il vino (e l’alcool in generale) l’unico amore di questo folle rocker, che pur di passare una serata all’insegna del “devasto” più totale non si fa nemmeno scrupoli a considerare la sua donna come una sorta di bancomat. Egli ha nove vite come i gatti e per questo può tranquillamente osare ed esagerare, la sua ora è ben lungi dall’arrivare e non rischierà certo di lasciarci la pelle. Questa sera è un proiettile carico, è sul treno della notte sparato a folle velocità sui binari del divertimento, e lì vuole rimanere. Come traccia numero quattro troviamo poi la blueseggiante Out Ta Get Me, scritta da Slash e Axl traendo spunto dal chiacchierato passato di Axl, il quale lo vede vittima di violenza da parte del patrigno all’età di 4 anni. Una canzone che, nonostante le tragiche sfumature, sa di lotta, di ribellione, di conquista di una libertà che forse più che altro è da intendere come un’insana voglia di fuggire da se stessi con un desiderio impossibile di cancellare o cambiare un passato doloroso. “Sono sulle mie tracce ma non mi prenderanno”, il significato principe della traccia. Un brano che andrà a descrivere una situazione in cui il nostro sente i genitori urlare e picchiarsi ogni notte, sapendo che presto le botte toccheranno anche a lui. Ma Axl (chiamiamo così il protagonista, visti i cenni autobiografici) chiuderà e stringerà forte occhi e pugni per tenere tutto ciò lontano, per cercare di non permettere che tutto questo urti la sua sensibilità. Nel suo nascondiglio ha costruito qualcosa di positivo e non lo prenderanno, non lo faranno a pezzi. Un testo impegnativo, ottimo, intelligente, forse anche per questo motivo la canzone se ne starà un po’ in disparte per lasciare emergere i lati più spassosi e spensierati, senta appesantire con i personali spasimi dell’anima. Un testo venato di malinconia, che ci presenta un rocker duro e puro nelle vesti di un bimbo innocente che vede la sua spensieratezza violata e calpestata. Il suo sogno di scappare e di diventare indipendente, libero e selvaggio è stato comunque esaudito ed eccolo qua, pronto ad infiammare i palcoscenici di tutto il mondo. Una canzone che sicuramente non viene esaltata come le altre sul disco, essendo uno di quei pezzi posti più “in secondo piano”, nonostante praticamente quasi ogni pezzo di questo “Appetite for Destruction” abbia tutte le potenzialità di essere una hit. In questa caso, come accennavamo, si parte con un sound molto più blues rispetto al resto dell’album con scivolate sulla chitarra tipiche dello slide tanto caro ai bluesman. Canzone comunque infiammata e propositiva, che mantiene solo quel retrogusto malinconico. Gli urli di Axl sono sempre presenti, le chitarre di Slash e Izzy sono sempre in perfetta sintonia. Duff e Steven questa volta rimangono un po’ eclissati dalla potenza degli altri tre componenti, nonostante il batterista comunque riesca a spiccare rispetto al compagno di sezione. Dopo 4 minuti e 10 secondi la canzone si conclude in maniera molto più potente di come era iniziata. Anche a livello di contenuto, inizialmente l’umore tende decisamente al ribasso, mentre poi con il ritornello si riporta un po’ a galla. Ad ascoltarlo bene, sembra racchiudere in se (pur “sporcandolo” leggermente) lo stile di una band simbolo dell’hair metal americano, i Cinderella di Tom Keifer, il cui stile è riconoscibilissimo all’interno dei riff e degli assoli ricamati in questa sede dal bravo Slash. Non scordiamoci che le criniere cotonate esordirono proprio un anno prima con il colossale “Night Songs”, album dell’86 che sicuramente ha esercitato un discreto ascendente sui nostri Guns. Tuttavia, come già spiegato, non è presente quella spensieratezza che contraddistingue in toto l’hair metal. Un brano potente e venato di malinconia, che offre molto dal punto di vista emotivo e che sicuramente si crea il suo spazio di tutto rispetto. Il quinto pezzo prende il nome di Mr. Brownstone, brano che sovente veniva proposto durante i concerti dei nostri Guns n’ Roses, in particolar modo vedeva il suo posto in scaletta a seguito di “Nightrain”. Un vero e proprio inno alla spensieratezza, all’ozio, alla pigrizia nonché alla droga, all’eroina, all’essere sempre un po’ intorpiditi, al di fuori del mondo. Ad aprire le danze è un suono quasi tribale di batteria (non ricorda un po’ da vicino “Symphaty for the Devil”?), accompagnata da un sound di chitarra quasi volutamente  mantenuto tacito, quasi bloccato sul nascere. Visto l’inizio, questa traccia potrebbe preannunciare quasi l’inizio di una grande energia in rapida esplosione. Si inserirà da lì a poco una chitarra ora sfruttata al massimo delle sue possibilità, bei fraseggi fanno da contorno ad una canzone che invece appare più rilassata del previsto, vuoi anche per coerenza rispetto al tema trattato. Molto meno urlata rispetto le precedenti, comunque sempre molto ben curata, chitarre sempre spavalde, batteria ferma e precisa in grado di ricamare un ritmo affascinante e coinvolgente, cadenzato e “giocoso”; un brano che punta di più, comunque, sui suoni di chitarra. Poco più di tre minuti e mezzo per una canzone che sembra inserita quasi di più per spezzare il ritmo trascinante ed altamente coinvolgente che ci ha risucchiato nella sua folle spirale fino ad ora. Un'altra sorta di intermezzo alle numerosissime hits qui presenti, ma un intermezzo di tutto rispetto che non funge da “riempitivo” ma anzi, riesce tranquillamente a farsi notare e fa venir voglia di ballare, grazie alle ritmiche affascinanti e “tribali”, appunto. Tamburi e chitarre in grado di unirci in coorte quasi ci trovassimo nel bel mezzo di un baccanale. Il testo, come già accennato, è un inno alla “lentezza”, al sentirsi leggeri in balìa degli avvenimenti e pensare che niente infondo sia degno di troppa attenzione,  con chiari riferimenti all’eroina ed il suo utilizzo quasi abitua leda parte dei nostri. Infatti, “Mr. Brownstone” sarebbe proprio uno dei tanti soprannomi affibbiati a questo famoso sedativo semisintetico, il quale durante il ritornello viene descritto come colui che non ci lascerà mai soli, il solo compagno sempre pronto all’evenienza ed in grado di proteggerci ed aiutarci ogni volta che ne abbiamo bisogno, che ci farà vedere la realtà con un filtro roseo davanti gli occhi. Qualcosa che spinge a “migliorare” , quantomeno a sentirsi più adeguati al mondo, ma ovviamente è solo una sensazione illusoria. “mi sveglio intorno alle sette, ma esco dal letto circa alle nove, non mi preoccupo di niente, perché tanto preoccuparsi è uno spreco di tempo”. Nelle varie strofe ci sono riferimenti al “vivere in ritardo”, con calma. Una lentezza nella quale il Signor Brownstone sarà sempre presente in qualità di artefice e carnefice; sarà impossibile abbandonare la sostanza, anzi è chiaro che chi ne abusa ne vorrà sempre un po’ di più. Ed il Signore è tutt’altro che intenzionato ad abbandonarlo. Ma ci sarà un risvolto finale quasi sorprendente, che farà dire al nostro protagonista: “quel vecchio uomo è un vero figlio di …...Lo prenderò a calci fino a farlo morire”. Un cambio di rotta, forse una volontà di disintossicarsi, non sappiamo quanto effettivamente vana o meno. Proseguendo nell’ascolto, troviamo come traccia numero 6 la bellissima e famosissima Pardise City, riconosciuta come una delle 500 migliori canzoni della storia del Rock secondo la rivista “Rolling Stone”.  A detta di Tracii Guns, il riff principale di questo brano fu ispirato da “Zero the Hero” dei Black Sabbath, e la canzone fu composta improvvisando il tutto al termine di un concerto in cui i Guns fecero da band di supporto ai Jetboy: Slash innescò questa scintilla vincente e subito il bassista Duff ed il chitarrista Izzy lo seguirono. Anche Axl iniziò a cantarci sopra e così nacque un pezzo fortunatissimo, quasi per caso. Ogni volta che verrà riproposta scatenerà risposte euforiche da parte del pubblico, del resto fin dalle prime due note si rimane incantati. Un arpeggio davvero “paradisiaco”, delicato, allegro e armonioso. Su questa base si andranno ad inserire gli altri strumenti e gli altri componenti sempre in una sorta di ordine, con alla base chitarre squillanti e prolungate, a dare un effetto di calma che fa immaginare un bel cielo azzurro, tutto limpido, almeno fino a quando Axl, fino ad ora impegnato anch’egli a trattenersi un minimo, darà voce o meglio fiato, al suo fischietto. Anche l’andamento cambia e diventa più concentrato, e decisamente più “hard”. Slash decide di far ruggire la sua sei corde ed è prontamente seguito da Izzy, per nulla timoroso ed anzi deciso a fornire al compagno un ottimo assist per lanciarsi ancor di più in corsa. Steven esagera e tiene un tempo preciso e granitico, lo stesso Duff decide di farsi notare ed il tutto ritorna ad essere un possente brano in stile “Rock Stradaiolo”, di quello udito lungo tutte le cinque track precedenti. “Paradise City” basa la sua fortuna su una forte orecchiabilità ma comunque non concede spazio ad inutili sentimentalismi, lungo queste note riusciamo comunque a percepire la rabbia di un quintetto determinato a mangiarsi il mondo crudo, senza compromessi. L’assolo è sicuramente uno dei più famosi della discografia dei nostri e la coppia d’asce riesce veramente a sorprenderci.  Più di sei minuti modulati ed armoniosi di puro successo, con tastiere che fanno capolino, un successo dovuto per lo più alla melodia, alle acute note di Axl trattenute talvolta anche a lungo, come se il nostro volesse farsi notare come una vera vanitosa rockstar. Le chitarre ritmica e solista si incastreranno in maniera sublime, e verso la fine del brano saranno talmente acide e rapide che daranno effettivamente un senso di follia e potenza pura, accelerando all’improvviso e fornendoci un altro meraviglioso assolo da ricordarci, un assolo sul quale ogni membro della band riesce letteralmente a fornire il meglio di se stesso. Momento da incorniciare a dir poco. Il testo è “celestiale” ed in particolare il ritornello sa coinvolgere tutti e farsi ricordare per la sua particolare musicalità, legando in maniera fantastica. “Portami nella città paradisiaca, dove l’erba è verde e le ragazze sono carine, oh, per favore non mi riporterai a casa”, famosa frase modificata “in corsa” ma che in origine avrebbe dovuto mettere in evidenza una particolare qualità fisica delle ragazze, non considerate semplicemente carine ma.. “pettorute”.  Questo il passaggio ripetuto svariate volte che tutti sapranno cantilenare, una sorta di augurio a vivere in un vero e proprio paradiso ove il male e la tristezza proprio non esistono, un luogo incantato in cui poter vivere spensierati fino alla fine dei tempi, senza neanche una preoccupazione che possa turbare le nostre vite. Belle ragazze, un paesaggio incontaminato.. cosa volere di più?. Durante le strofe, però, dove in effetti il testo prende una piega un po’ più dura, ci saranno riferimenti alla lotta per la fama, al perseverare e al mantenere al contempo una propria personalità, all’esagerazione e come sovente capita, alla vita di città. “Sono solo un monello che vive per la strada, un caso complicato, difficile da risolvere”. “Perché sono qui? Non riesco a ricordamelo”.Un testo euforico con diverse frasi d’impatto, che fa venire proprio voglia di fuggire in un posto più a misura d’uomo. Difatti, il “paradiso” viene visto in contrapposizione a quella che è la città di Los Angeles, caotica e malavitosa, un luogo che sembra una vera e propria jungla come detto in apertura di brano, esattamente come Manhattan. Sarebbe bello poter fuggire lì, nella città del Paradiso, abbandonando il caos urbano ed il rischio di incappare ogni volta in brutte situazioni. Valicando la metà del disco troviamo la bella My Michelle, che inizia con un bellissimo ed un po’ cupo giro di chitarra, la quale viene poi raggiunta dall’altra ascia ed infine dal basso. Questo per quasi 30 secondi perché poi il tutto divampa in un pezzo cadenzato e ben inquadrabile, con un Axl forse un po’ fuori dalle righe, ma sarà proprio questa la vera bellissima particolarità. Il nostro singer esagera, istrionico quant’altri mai, supportato da una sezione ritmica a dir poco granitica e rocciosa, con il duo Steven / Duff aggressivo e deciso a tirar pugnalate, piuttosto che pennate o colpi sui tamburi. Il tutto è coronato da un ritornello veloce, denso, che dà un ritmo davvero piacevole al tutto il pezzo e soprattutto riesce a stamparsi nitido nelle nostre menti. La voce è decisamente la parte predominante del pezzo, anche se per come il tutto è costruito si potrà percepire meglio anche la batteria, le chitarre saranno più contenute, risultando quasi più “timide” dei loro compagni, anche se indubbiamente fondamentali ed aggressive a loro volta, giusto per non rimanere nell’ombra. Un bel ritmo per una canzone che è quasi un racconto pieno di informazioni personali nei riguardi di una amica speciale del nostro leader, chiamata appunto Michelle. Il concetto di fondo è la descrizione di una vita difficile di una giovane ragazza costretta a portare sulle spalle un fardello pesante come un macigno. La parte strumentale di per sé dà già un’idea di pesantezza, di animo triste, oscuro, infatti questa ragazza ha dei segreti da nascondere, custodendo in se tanta tristezza e tanti dispiaceri, uno dietro l’altro. Una madre morta a causa dell’eroina ed un padre che da quando lei non c’è più lavora nel mondo del porno, ed a questa nostra Michelle tocca spacciare cocaina per cercare di guadagnare e raddrizzare la sua vita. Tutti vogliono amore e lei lo sa più di ogni altro, difatti il suo amico Axl, confortandola, cerca di augurarle il meglio ricordandole che tutto questo non sarà per sempre e che presto riuscirà a trovare un uomo che la amerà e che finalmente le donerà la vita che lei ha sempre sognato e desiderato. “Non smettere di sognare”, viene detto alla nostra Michelle, perché un giorno avrà quello che si merita. Lei non ha scelto di vivere nell’illegalità, è stata costretta a causa delle scelte scellerate dei suoi genitori.. il suo essere una ragazza pura costretta a destreggiarsi in un mondo di balordi presto verrà riconosciuto, ed abbandonerà quei luoghi per costruirsi la sua vita e la sua famiglia, non commettendo gli errori di suo padre e di sua madre. La track numero 8 parte subito grintosa, il suo titolo è Think About You ed è una canzone scritta da Izzy Stradlin, che in questo caso suonerà anche l’assolo di chitarra. Una canzone d’amore dal ritmo particolarmente sostenuto, dall’andamento uniforme, che nel suo incedere non ci fa nemmeno troppo percepire molto distacco tra strofe e ritornello. Inizia con decisi colpi di batteria atti a fornire a tutti le giuste coordinate per un trionfante esordio, si crea allora la giusta atmosfera elettrica e pungente, con una voce assolutamente “nervosa” ma che sa donare la giusta melodia al pezzo. Le chitarre risultano particolarmente incisive e le pause studiate riescono a rendere più graziosa una canzone particolarmente “agitata”, pur trattando tematiche amorose. La cadenza del ritornello dà effettivamente un’idea di dolce dolore di cuore, ed anche sull’incedere della conclusione c’è un rallentamento del ritmo, quasi come se l’innamorato avesse sfogato la malinconia dettata dall’ardente passione dell’amata in quel momento lontana, come ci suggerisce il titolo. L’urlo trattenuto di Axl accompagna al termine la canzone,che appare meno fitta strumentalmente, e sfumando si fa tacita. Il testo, come dicevamo, non è niente di complesso né di troppo studiato, solo uno sfogo, uno di quelli che saltano fuori quando non si possono trattenere i forti sentimenti provati. Lui sta pensando alla sua amata, al giorno in cui si sono conosciuti e sostiene che mai potrà dimenticare le emozioni provate, le emozioni di un amore destinato a durare per sempre, con l’unica lei che lui possa immaginarsi accanto, l’unica che ha saputo trovare e curare il piccolo pezzo di cuore che gli era rimasto, e lui queste sensazioni non le dimenticherà mai. Un vero e proprio inno ai sentimenti dolci e “mielosi”, senza implicazioni di alcun tipo.. proprio una canzone d’amore in piena regola, che vede un Lui terribilmente perso dietro una Lei che gli ha mostrato una nuova prospettiva dalla quale vedere il mondo, quella di un rapporto di coppia nel quale l’uno è il completamento dell’altra. Assieme alla sua amata, il Nostro potrebbe tranquillamente spaccare in due il mondo, senza paura, perché sarà la sua donna a fornirgli tutto il coraggio e la forza della quale lui necessiterà. La traccia successiva è un vero e proprio botto, anche a livello di fama. Tutti conoscono la bellissima Sweet Child O’Mine, e probabilmente a qualcuno sarà anche capitato di dedicarla o sentirsela dedicare. Il famosissimo riff di chitarra non lascia indifferente proprio nessuno, ed è forse una delle canzoni più conosciute in assoluto dei Guns n’Roses, insieme ad un altro paio ma comunque assieme a quasi tutte quelle derivanti da questo “Appetite for Destruction”. Senza ombra di dubbio ci troviamo dinnanzi ai 5 minuti e 55 che passano più veloci di tutti, anzi sembra ancora troppo breve il tempo di durata, tanta è la piacevolezza che il pezzo riesce a scatenare, rendendo l’atmosfera così tranquilla e rilassata. Terzo singolo estratto per il loro debut, risulta essere anche il primo ad entrare alla numero uno della affidabilissima Billboard, rimanendoci per ben due settimane. Una lettera d’amore senza eguali, ed anche dal punto di vista prettamente musicale rimane un capolavoro. Assolutamente innegabile e immortale la chitarra di Slash, che come una sirena fende il silenzio e il cuore , rendendo tutto totalmente zuccherino dopo le prime tre note. Anche se poi in futuro il bel tenebroso chitarrista cercherà di sminuire la sua creatività sostenendo che fosse solo stato un semplice esercizio alla chitarra, questo rimane uno dei suoi riff e dei suoi suoni più belli mai sentiti, poco da dire.  Un paio di giri in solitario fino all’inserimento prima della chitarra ritmica e poi della batteria, che con un colpo di piatti si prende il suo spazio, mentre Axl possiamo immaginarcelo nel suo giacchettino corto di pelle, con la pancia scoperta e la bandana in testa, intento a tenere il tempo per poter attaccare a far vibrare la membrana del microfono. Immaginiamo di ascoltare questo disco per la prima volta in assoluto.. giungendo a questo determinato punto potremmo senza dubbio dire che “Sweet..” è una vera e propria rivelazione del talento dei nostri: la canzone, strumentalmente perfetta, si completa con il modo di cantare del frontman e con le sue parole, dopo un minuto e 18 secondi si può nuovamente apprezzare il tocco sublime dal tono “mieloso” di Slash, delicato ma per niente stucchevole o fastidioso, anzi. L’assolo si ritaglierà il suo spazio dopo due minuti e mezzo e incanterà tutti, con le sue noti squillanti e perfettamente messe in riga. Una sequenza che riesce a fluire limpida e cristallina come un ruscello, chiaro e limpido ma anche tagliente, visto che ad un certo punto l’assolo si farà più furioso, e non potrà che essere notato. Dopo non moltissimo vengono abbassati i toni, Axl subentra in maniera delicata e suadente, quasi con un bisbiglio si ritrova a dire, sorretto dalla band: “where do we go now, where do we go??”. Tutti gli strumenti lo accompagnano in maniera più timida e rispettosa, fin quando la voce non torna a pungere e le chitarre a straziare. La canzone è giunta al termine ed il frontman torna a cantarci “SWEET CHILD O’ MINE!” trattenendo in maniera singolare la parola “child”. Un brano da antologia, delicato quanto il suo testo. Insomma, lei ha questo sorriso che è in grado di far tornare indietro nel tempo, ai ricordi più belli (quelli felici, dell’infanzia) ed è dotata per di più di uno sguardo in cui immergersi, un viso talmente bello che a furia di guardarlo potrebbe addirittura far piangere di emozione. Il protagonista (che poi è Axl, essendo la canzone dedicata alla sua futura moglie) odia guardare dentro quegli occhi stupendi e vederci eventualmente una scintilla di dolore e malinconia. Lui vuole vederla sempre spensierata e sorridente, vuole poterla ammirare e guardare in lei sempre la creatura perfetta che lei è. Un amore puro , profondo, che ha fatto sognare il nostro Axl il quale sicuramente riesce a cantare delle parole molto più convincenti della track precedente. Se in “Think About You” tutto sembrava leggermente meno “ispirato” e più generale, in “Sweet..” tutto cambia, dato che le parole provengono dritte da un sentimento specifico e per questo suonano più reali e sincere. Sembra quasi che questa Lei provenga da quella “Paradise City”, e che sia una donna – angelo quasi ai livelli di una Beatrice. Tante sono le qualità di questa figura metafisica, ed il nostro protagonista lo sa bene. Sa quanto è fortunato ad averla accanto, e non vorrà mai lasciarla andare via, per nulla al mondo. La traccia numero dieci prenderà il titolo di You’re Crazy(della quale esiste anche una versione acustica) che cambia decisamente in andamento, rispetto all’insuperabile bellezza della precedente. Un pezzo che non emerge particolarmente e non sembra essere così importante ai fini di questo album d’esordio. Una canzone a proposito di un amore non corrisposto o comunque non compreso. Acidità è quello che si percepisce da subito , forse la traccia più “sleaze” delle 12 presenti. Ritornello grazioso da ascoltare, il resto della canzone è una vera bomba di energia, cattiva il doppio di quel che lo sarebbe ascoltandola “isolata” proprio perché posta immediatamente dopo un capolavoro di delicatezza come “Sweet..”. Come sempre le chitarre si fanno notare il doppio degli altri strumenti ed i nostri Slash ed Izzy mostrano una cattiveria “inedita”, esasperando ancor di più il loro sound e creando un vero e proprio assalto sonoro del quale non riusciamo a schivare nemmeno una nota. Steven e Duff sono a loro volta grandi protagonisti ed il nostro Axl sembra urlare in maniera forsennata, sfoderando un’interpretazione senza dubbio degna del grande frontman che lui è. Tre minuti e trenta secondi che terminano in maniera netta e decisa, tre minuti di sfogo e nevrosi musicale, che non saranno troppo impressivi ma assolutamente non disdicevoli. Una traccia che inizia e finisce all’insegna della velocità e della “cattiveria”,senza star troppo a badare ai vari compromessi o al rispetto delle normative circa il minimo ed il massimo dei volumi. “You want satisfaction, you don’t need my love”, una frase del testo che va a descrivere quel che spesso è l’inganno, il motivo di dolore nei rapporti tra uomo e donna, una che non ama ma gli sta bene così in quanto è interessata unicamente alla sua soddisfazione personale  e l’altro che si strugge anche solo per ottenere una fetta d’amore. Il tira e molla è ormai una tortura per il protagonista, che inutilmente continua a sperare che la sua bella metta la testa a posto e si accorga finalmente di quanto lui tenga al suo tutto. La conclusione, purtroppo, è inevitabile, ed anche se Lui mai vorrebbe arrivarci, è costretto. Pur soffrendo terribilmente, il protagonista cercherà di allontanare la sua amata dal carattere superficiale, non stentando nemmeno ad etichettarla come una pazza. Una ricerca disperata di un amore, di un cuore, un’anima affine, che però finisce male, non venendo lui ricambiato o almeno non nella maniera sperata, quella orientata verso il suo bisogno e le sue esigenze. Arrivato a quel punto, chiede per favore di smetterla di agire così, nonostante lei non lo faccia.. perché è solo una pazza. La canzone seguente, ovvero la penultima, tratta argomentazioni sessuali. Il titolo è Anything Goes e fu scritta diverso tempo prima da Axl e Stradlin insieme a Chris Weber, con un altro titolo. Quando la ripresero per riproporla con la formazione ufficiale dei Guns’n’Roses variarono alcune cose, facendo di questo brano decisamente qualcosa di particolare, molto diverso dai precedenti. Un po’ sperimentale con diversi ingredienti che vanno a dare un tocco più leggero e divertente, un brano che in effetti sta bene inserito verso il termine del loro primo lavoro, andando a spezzare un po’ la compattezza sentita finora. Il classico brano che sembra esulare dall’atmosfera che si è potuta respirare durante l’ascolto , ma che a volte può servire proprio per far vedere che “non sia tutta lì” l’essenza del gruppo, che è capace anche di tirare fuori dal cilindro un qualcosa di simile e stupefacente. Le note di questa “Anything Goes” evocano sapori boogie con elementi dal taglio più “scapigliato”, qualcosa che sa di scoordinato nel complesso, durante l’ascolto. Chitarre stoppate, intrecciate in maniera insolita per il nostro combo. Un basso ben percepibile a momenti ed eclissato in altri, molto particolare e molto confusionaria verso la fine. Non vorrei catalogarlo come pezzo riempitivo, anche perché non ne avrebbero avuto bisogno, ma anzi forse aiuta a far risplendere maggiormente gli altri pezzi davvero intramontabili. Quindi testo frivolo e un po’ spinto, che si discosta anch’esso dalle tipiche tematiche dei quasi romantici Guns. Un pensiero fisso al sesso, a qualcosa che ancora non si è avuto e che si vuole sperimentare, e allora ci si vuole mettere in gioco con qualcuno, facendo un po’ a modo ”nostro” e facendo sì che tutto vada bene, almeno per quella notte. La strofa seguente sarà molto più esplicita e descriverà una scena “d’amore” in maniera “rude”, senza troppe attenzioni nei confronti degli ascoltatori. Ma questo è il Rock’n’Roll: è verità, asprezza e riportare la bassezza della vita in maniera provocatoria. Qui ci sono riusciti bene, non c’è che dire! Il pezzo di chiusura è un'altra squisitezza, intitolato Rocket Queen. Un’intro di batteria che rapisce subito, e che preannuncia quindi lo svolgersi, in queste ultime battute, di un grande ultimo pezzo. Le chitarre sembrano sapere che quella sarà l’ultima carta per convincere definitivamente un grande pubblico, che a questo punto sarà già abbastanza stupefatto dalla loro bravura mostrata lungo i solchi di questo album d’esordio. Il basso riesce a sormontare le vanitose (e veloci) dita che scorrono sulle tastiere delle elettriche,  qualche colpo sulle pelli dopo un minuto esatto anticiperà un ritornello che rimarrà indubbiamente impresso. Silenzi da parte di alcuni strumenti a turno e poi all’unisono, poco prima della ripresa della strofa, e di nuovo idem per ogni ritornello. Un pezzo che fa venire voglia di concerti, di live, di ballare. La parte strumentale si dilungherà lasciandoci percepire bene le prodezze dei vari artisti. 6 minuti e 13 di canzone di saluto. Intorno al quarto minuto danno fiato a quello che potrebbe sembrare solamente un inciso dal taglio più tranquillo, con un bell’arpeggio elettrico di sottofondo, ma che in realtà durerà fino al termine del brano. Come se questa canzone avesse due facce, si potesse spezzare in due, dove ovviamente la prima parte rimane quella più rock’n’roll, più soddisfacente. Qui si concluderà con un bello stacco finale il grandioso viaggio in mezzo la jungla, alla vita selvaggia abbracciata dai cinque losangelini. Il titolo significa “regina delle stelle” , il testo è  qualcosa che ha a che vedere con la lussuria e la vanità, il sentirsi magnifici e vengono espressi chiari riferimenti sessuali, parlando di una particolare ragazza. La “regina” è difatti una ragazza decisamente più grande del nostro protagonista, il quale l’ha comunque “puntata” come un cacciatore farebbe con la sua preda. Egli tenta di rassicurarla: è giovane ma non ingenuo, ed ha tutto quel che lei potrebbe desiderare per far si che la serata “avvampi” e che entrambi si divertano. Lei è una provocatrice, definita quasi “oscena” e forse cerca di “tirarsela” un po’ per farsi desiderare dal ragazzo.. ma lui, benché non grande quanto lei, sa il fatto suo ed è pronto a dimostrarlo in ogni modo. Un pezzo un po’ sbruffone, ma che riesce a sistemare i Guns’n’Roses tra i sex symbol del rock n roll. L’atteggiamento spavaldo ha sempre fatto cadere ai piedi le ragazzine adoranti, e l’album non poteva che chiudersi con riferimenti ed ammiccamenti soprattutto a questa componente femminile, le cui componenti in futuro desidereranno in tutti i modi d’essere a loro volta delle “Rocket Queen” per accaparrarsi le simpatie di uno dei nostri cinque. Un inno alle groupies? Può darsi, in fondo anche loro sono parte del nostro mondo!



In conclusione, niente da dire: questo “Appetite for Destruction” è un innegabile capolavoro. Fan oppure no dei Guns n’ Roses, non si può non essere tutti concordi sul fatto che questo disco sia un indiscutibile concentrato di canzoni indimenticabili, passate davvero alla storia. Il fatto che sia oltretutto il primo album sorprende ancora di più, se effettivamente cerchiamo di andare indietro nel tempo e metterci nei loro panni. I Nostri non avevano nulla da perdere e tutto da dimostrare, ed è stata forse proprio la loro forte carica spavalda e la volontà di emergere a far esplodere questi ragazzi, trasformandoli in un lampo in vere e proprie stars del firmamento musicale. Non torneranno mai più i tempi di questi Guns, nati e morti emanando una potentissima luce abbagliante. Una supernova, una luce che supera quella di un intero panorama musicale di fine anni ‘80, ma che come ogni nova, molto velocemente si affievolisce. “Meglio bruciare in fretta che spegnersi poco a poco”, diceva qualcuno. E questo album è stata la fiammata più vigorosa del nostro combo. Un capolavoro indiscusso che aprì le porte a diversi altri artisti e a tutto un genere musicale che negli anni 2000 è rinato nel Nord Europa, dopo essere stato scacciato dall’avvento del grunge nei primi dei ’90, quando le feste e l’amore venivano messi in secondo piano e a dominare erano altri concetti, passando dal superficiale all’introspettivo. Ma qui ancora domina la voglia di divertirsi e di emozionare in maniera spensierata e selvaggia: abbiamo degli indimenticabili riff posti in canzoni  eccelse e intramontabili come “Paradise City”, “Sweet Child o’ Mine” e “Welcome to the Jungle”, utilizzate anche in diversi film, pezzi che con l’andare del tempo sono diventati inni per diverse generazioni di adolescenti irrequieti, per lo più, ed in seguito uomini che comunque continuavano ad ascoltare certi album sorridendo e ricordandosi dei bei tempi a suon di Rock ‘n’ Roll. Innovazione, originalità e voglia di vivere al massimo, questo è tutto quello che possiamo trovare in questo disco senza tempo di fine anni ottanta. E poco importa degli screzi all’interno di questa band e del carattere burbero e sempre in conflitto di alcuni suoi elementi. Niente di negativo si può percepire in questa armonia di musica, parole e concetti, mascherati di leggerezza ma che intanto e non troppo silenziosamente riescono a fendere le anime. Concetti anche al limite dell’accettabile talvolta, derivati a piene mani dalla vita stradaiola dei nostri cinque, i quali sicuramente hanno vissuto un’esistenza ai limiti.. e proprio per questo, ciò di cui parlano suona così terribilmente vero e sincero, altro che predicatori ipocriti televisivi o simili. “Appetite..” è un album creato per stupire e avvolgere il mondo, e davvero questa fame di distruzione è riuscita a conquistarlo, questo pianeta.


1) Welcome to the Jungle
2) It's So Easy
3) Nightrain
4) Out Ta Get Me
5) Mr. Brownstone
6) Paradise City
7) My Michelle
8) Think About You
9) Sweet Child o' Mine
10) You're Crazy
11) Anything Goes
12) Rocket Queen