GRUESOME

Savage Land

2015 - Relapse Records

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
25/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

I Gruesome sono un progetto death metal formatosi nel 2014, ed oggetto della recensione è il loro disco di debutto cioè Savage Land, uscito quest’anno.  Questa è fondamentalmente la presentazione formale del gruppo, e si potrebbe pensare al solito complesso privo di idee originali, autore di pezzi poco ispirati e tremendamente derivativi. Gli elementi che giocano a favore dei Gruesome sono però molteplici. Il primo elemento da notare positivamente è senza dubbio l’esperienza dei componenti: in formazione troviamo Matt Harvey ad occuparsi di chitarre e voci, e ben sanno i nostri lettori più esperti che il progetto principale di questo artista sono gli statunitensi Exhumed. Gli Exhumed rappresentano un gruppo che, dopo un primo scioglimento, ha saputo risorgere dando alla luce dischi pregevoli, che pesantemente influenzati dal death metal dei Carcass hanno fatto la felicità di molti appassionati del genere (uno fra tutti, lo ricordiamo, “Gore Metal”, datato 1998).  Il ruolo di chitarrista di Matt Harvey è condiviso con Daniel Gonzales, vale a dire l’attuale chitarrista dei Possessed, il gruppo che per primo (o comunque fra i primi, con pochi altri gruppi tra cui i Death, che nel discorso riaffioreranno) ha pubblicato un disco, quel “Seven Churches”, inquadrabile nella definizione di  disco “death metal” degli albori. Le atmosfere aggressive di quel disco, il satanismo tout court, la velocità di esecuzione di pezzi grezzi e diretti, sono tutte caratteristiche del genere, o almeno della forma primigenia del genere, e furono proprio i Possessed a definirle.  Alla batteria troviamo invece Gus Rios, che tra le numerose collaborazioni ha esercitato anche il ruolo di batterista all’interno dei Malevolent Creation, gruppo che oggi sembra essere stato dimenticato ma che con dischi del calibro di “Retribution” ha contribuito, agli inizi degli anni ’90 a definire lo stesso genere inventato dai Possessed. Infine, al basso troviamo forse la componente che ha militato nei gruppi meno conosciuti, vale a dire Robin Mazen (membro, fra gli altri, di gruppi come i Derkéta).  Il secondo elemento che gioca a favore dei nostri è poi la voglia dei Gruesome di impegnarsi in un progetto che vuole ricordare e tributare il death metal floridiano di inizio anni ’90 ed in particolare i Death. L’intenzione di fondare i Gruesome è nata proprio dalla passione di Matt Harvey e di Robin Manzen per i primi dischi dei Death, tra tutti “Scream Bloody Gore”. Inizialmente i due volevano fondare un progetto parallelo al “Death To All”, vale a dire il progetto a cui hanno dato vita diversi, illustri, componenti dei Death come Sean Reinert o Steve Di Giorgio, per mantenere sempre viva la fiamma del Metal suonato in origine da Chuck Schuldiner. Il “D.T.A”, è giusto ricordarlo, ha diviso i fan dei Death: alcuni erano contenti di poter rivivere ancora una volta o di provare per la prima volta (la scomparsa prematura di Chuck ha reso impossibile, per gli appassionati più giovani, assistere ad un’esibizione dei Death) le emozioni che un gruppo come i Death potevano trasmettere. Altri fan invece consideravano e considerano tutt’ora questo tributo una mera operazione commerciale,  messa in atto al fine di guadagnare sul talento compositivo del grande Chuck Schuldiner che, fino a prova contraria, è stato l’autore di ogni singolo pezzo dei Death. Lasciando da parte le considerazioni sulla bontà del tributo e tornando a parlare dei Gruesome, possiamo dire che, accantonata l’idea del tributo dichiarato, Harvey e Manzen hanno deciso di dare vita ad un gruppo vero e proprio, autore di brani inediti che richiamassero in maniera comunque evidente la produzione death metal anni ’90. Non dobbiamo dunque stupirci se all’interno del disco troviamo affinità notevoli con i primi dischi dei Death (eco percettibili almeno fino a “Human”) e con la produzione death metal del periodo citato, il tutto sia da un punto di vista musicale, sia da un punto di vista lirico. La voglia di divertirsi senza impegno assume un’importanza centrale nel progetto, un progetto spensierato ma che nella sua onestà non può far altro che divertire l’ascoltatore e magari aiutare i nostalgici di un’epoca ormai lontana a sentirsi di nuovo “a casa”. Salta all’occhio subito la produzione del disco: “Savage Land” è caratterizzato da quel suono di chitarra così tremendamente secco, sgranato, privo di frequenze medie e la batteria, pulita ma non “pompata” in post produzione, ci rimanda direttamente in un epoca dove il musicista doveva registrare stando attento ad ogni piccola imprecisione, perché questa non poteva essere in alcun modo cancellata da un copia incolla. L’artwork, poi, sembra un riadattamento della copertina di “Leprosy”, lo stile è quello. Cambia il disegno ma non si può fare a meno di notale l’attitudine “old school” di un simile soggetto, grottesco e irriverente, sembra rimandare agli horror b-movie degli anni ’80. Non è un caso che, sempre per rimanere fedeli alla loro vocazione “old school”, l’autore di questo inquietante “quadro” sia proprio il leggendario illustratore Ed Repka, nome famosissimo all’interno della scena Metal proprio grazie al lavoro di quest’ultimo con band del calibro di Death (illustratore di artwork sino a “Spiritual Healing”) e Megadeth (“Peace Sells..” e “Rust in Peace”, proprio per citare due nomi a caso).



Una partenza scattante apre Savage Land, la Title Track dell’album posta in apertura del disco. Il riffing generale, di chiaro stampo old school, è immediatamente percepibile e trova la sua manifestazione nel riff tagliente e suonato in tremolo picking, sorretto da una batteria incalzante. Dopo un rapido cambio di riff si riparte a velocità elevata con i primi due versi del testo. Un primo rallentamento basato su ariose armonie di chitarra e un fantasioso drumming ci conduce ad un rallentamento tombale, il “marciume” delle chitarre emerge mentre con voce che sa di ammoniaca Matt Way ricomincia a cantare. Si cambia ancora riff e si accede al primo refrain caratterizzato da linee vocali facilmente assimilabili. Il riff di chitarra, la seconda volta che viene ripetuto, viene rafforzato da un tappeto di doppia cassa, il tutto avviene prima che si acceda al bridge ancora dettato da armonie di chitarra ariose, che a loro volta ci portano agli assoli. Quest’ultimi si caratterizzano per un influenza marcatamente ottantiana, si ritorna al riff iniziale sul quale si riprende con il cantato. Le ariose melodie di chitarra iniziali vengono ripetute prima che si arrivi al riff che precede il ritornello. La forza con cui i gruppo ci trascina durante il refrain si fa ben sentire, non mancherà di certo impatto ai concerti dei Gruesome, questo è certo. Il testo è un vero e proprio tributo ai film dell’orrore basati sul tema del cannibalismo, i cosiddetti Cannibal Movies, genere reso famoso nientemeno che dal nostro paese, l’Italia, grazie al lavoro di autentici maestri della cinepresa tricolore come Umberto Lenzi e Ruggero Deodato. Già dal titolo, “Terre Selvagge” (che ben si allaccia alla grafica della copertina), possiamo intuire il contenuto delle liriche: si narra per l’appunto delle scene di vari film anni ’80 come “Cannibal Holocaust” e “Cannibal Ferox”, pellicole che hanno trattato il tema delle tribù cannibali le quali, almeno in queste produzioni, praticavano ogni genere di rituale servendosi degli incauti visitatori giunti sul posto per effettuare studi o scoperte di ogni genere. Molto spesso il vero “mostro” non è l’uomo selvaggio ma l’occidentale conquistador, in quanto spessissimo certi film ci mostrano gli atteggiamenti arroganti e violenti delle varie troupe di reporter o gruppi di esploratori, i quali sono intenti a brutalizzare gli indigeni nel nome della “superiorità dell’uomo civilizzato”. Il testo sembra comunque orientato unicamente sull’aspetto violento dei film, e vuol praticamente descrivere le scene dei due titoli citati nonché di altri simili (“La Montagna del Dio Cannibale”, “Mangiati Vivi!”) , scene sanguinarie e macabre che hanno come oggetto persone normalissime alla prese con un mondo che, dalla nostra quotidianità, è davvero lontano. La lontananza dalla propria casa non fa altro che rendere la “morte” più triste, gli sventurati sono letteralmente dimenticati in terre lontane e per l’appunto selvagge, ove non esistono regole e dove la civiltà non è mai arrivata. Torture, mutilazioni, umiliazioni.. verremo brutalizzati dai selvaggi che si ciberanno delle nostre carni. La seconda track, Trapped in Hell, viene aperta da un riff a suo modo epico che dopo due giri viene doppiato dalla chitarra solista, venendo in seguito sostenuto dal drumming qui molto più equilibrato che in precedenza, prima che si proceda ad un’accelerazione che ci porta alla prima strofa. Dopo i primi versi si accede ad un'altra fase di cantato, sostenuta da un diverso riff, sempre molto veloce. Si prosegue poi con un mid tempo dove si continua a cantare, sino a giungere ad un intermezzo di chitarra, dove un riff marcio e contorto ci porta ad un'altra parte del cantato. Arriviamo così in rapida sequenza al refrain, anche questo, come nella precedente track, molto orecchiabile. Si prosegue con un assolo e sfido chiunque a non carpire l’influenza di Chuck Shuldiner, nell’elaborazione di quest’ultimo. Passa questo primo assolo e si procede con altrettanti interventi solisti, questa volta  molto più “sbarazzini”, caratterizzati da un uso/abuso della leva, momenti che si esauriscono e che ci conducono al riff iniziale. Si prosegue poi con la seconda strofa, il drumming non accenna a diminuire in velocità durante i vari cambi, tanto che la sua rocciosità si fa sentire per tutta la durata del pezzo. La struttura della track già precedentemente descritta viene quindi ripetuta, e  dopo il secondo ritornello il pezzo viene troncato direttamente. Sempre in linea con il filone horror anni ’80, i Gruesome tributano nel testo un’altra pietra miliare del genere vale a dire “Hellraiser”, leggendaria pellicola diretta nientemeno che dal grande romanziere Clive Barker. Tratto da un racconto dello stesso Barker, intitolato “The Hellbound Heart”, il film ci racconta di come tutti quelli che siano giunti alla risoluzione dell’enigma della “Configurazione del Lamento”, misteriosa scatola sigillata, siano stati attratti in questa dimensione parallela che non sarebbe altro che una sorta di Inferno, dominato dalla casta dei Supplizianti, esseri demoniaci immortali e caratterizzati da un aspetto grottesco e martoriato, amanti del dolore e con tendenze sadomasochiste. Molti di voi lettori ricorderanno il loro leader, Pinhead, così chiamato per via dei numerosi spilli dei quali il suo volto era colmo. I Cenobiti (altro nome con il quale sono noti i Supplizianti) dunque decidono di dedicare la loro esistenza ai piaceri carnali derivanti dal dolore, torturando le loro vittime e ponendo fine alle loro esistenze tramite uccisioni a dir poco barbariche. Una volta arrivati nel loro reame, nessuno potrà più tornare indietro; il Leviatano (signore e padrone dei Supplizianti) porta con se i poveri malcapitati, lasciandoli nelle grinfie dei suoi scagnozzi, i quali saranno loro a scegliere quanto far soffrire e come uccidere la vittima. Il terzo pezzo, Demonized, viene aperto da un riff dal sapore thrash metal che viene subito sostenuto da un veloce “tupa-tupa” di batteria.  Anche qui si fa un uso eccellente della doppia cassa al fine di dare consistenza a tutto l’apparato delle chitarre. Dopo un primo stop si procede con un riff che richiama quasi la scuola svedese, sul quale viene cantata la prima strofa. Le chitarre appuntite continuano il pezzo con riff questa volta più scarni, prima che giunga ad un rallentamento dove le chitarre, impassibili, continuano ad erigere uno spesso muro di suono. Si aumenta la velocità con il successivo riff, sino a sfociare in un’accelerazione fulminea con la seconda strofa. Si accede al refrain segnato anche qui da un riff appuntito e scarno, e successivamente si accede al bridge dove un convulso riff di chitarra e un fantasioso drumming delizieranno l’ascoltatore fino a che le mani dei chitarristi non disegneranno nuovi assoli, sempre ispirati e segnati dall’uso di tapping e plettrata alternata. Giunge alle orecchie dell’ascoltatore un nuovo riff questa volta sostenuto da un eccellente gioco di charleston del batterista. Si accede così alla terza strofa e anche qui la struttura del pezzo viene essenzialmente ripetuta. Niente paura, però, i riff sono comunque gradevoli e sentirli ripetere permette all’ascoltatore di fissarsi per bene il pezzo in testa. Il brano viene dunque chiuso da un riff tirato e roccioso, sempre veloce e diretto. Il testo è ispirato a tutti i film horror caratterizzati dall’utilizzo di un noto cliché, quello dell’essere posseduti da un’entità malvagia. Film come “L’Esorcista”, che possono essere definiti capolavori del genere, vengono tributati in maniera dignitosa con un testo intriso di riferimenti occulti e blasfemie. I poveri malcapitati, una volta presi dal maligno, non potranno far altro che arrendersi ad esso senza potersi ribellare in alcun modo alle nefandezze che quest’ultimo li porta a compiere. E così, tra atti di dissacrazione e violente manifestazioni di odio, la vittima viene costretta a vivere per l’eternità all’inferno mentre il suo corpo viene usato da Lucifero come mezzo al fine di compiere nefandezze sulla terra, nonché di mietere quante più vittime possibili. Xenoglossia, vomito verde, bestemmie, violenza.. da brave persone ad esseri immondi in meno di un secondo. Un riff molto più lento apre Hideous, la batteria interviene in maniera quasi silenziosa prima che si torni alle velocità elevate durante la prima strofa. Quest’ultima viene spezzata da un altro riff di chitarra decisamente ispirato, sul quale viene trasferita  un'altra parte di strofa. Sempre sostenute dalla batteria, le chitarre giungono ad un altro riff più roccioso fino a riprendere il riff iniziale. Si accede quindi al primo ritornello, anche qui caratterizzato da un veloce “tupa-tupa” di batteria mentre le chitarre alternano momenti più cadenzati a sfuriate in pieno stile death metal floridiano. Arriviamo al bridge dove le chitarre contorte vengono sostenute da una sempre fantasiosa batteria  e di nuovo ci giungono alle orecchie gli assoli delle chitarre, anche qui sempre ispirati. Si continua imperterriti dopo gli assoli con la terza strofa; da notare come il gruppo non lasci respiro all’ascoltatore, concedendogli pochi attimi “riflessivi” e prediligendo sempre accelerazioni elevate e riff che, nella loro velocità, riescono però a fissarsi subito nella nostra mente.  Dopo l’ultimo ritornello il pezzo viene chiuso dal riff iniziale ed abbiamo ancora una volta un “taglio netto”.  Questa volta, le lyrics della canzone si riferiscono ad esseri umani malformati o comunque affetti da particolari difetti fisici (dovuti a malattie), in America conosciuti come “Freaks”. Non c’è niente di soprannaturale in tutto questo, semplicemente ci si riferisce ad una persona che, preda di malattie rare e atroci, è costretts ad una vita di stenti, a causa di quelle malformazioni che incidono ovviamente sui suoi rapporti sociali. Molte volte, queste persone vengono tristemente usate per spettacoli, per dare divertimento a chi non ha di meglio da fare che godere delle disgrazie altrui. La cosa più triste, in tutto questo, è che molte non ci accorgiamo di essere fortunati per quello che abbiamo, lamentandoci continuamente del fatto che sia “poco”, non notando invece che c’è chi è preda di sfortune per così dire “vere”, e diventa una sorta di fenomeno da circo senza aver voce in capitolo, il suo destino viene segnato già dalla nascita quando la malformazione viene scoperta. Un testo stranamente più “riflessivo” degli altri, ma anch’esso ispirato ad una pellicola a suo modo “estrema”. Parlando di “fenomeni da baraccone” umani, non possiamo certo scordarci il mitico “Freaks”, capolavoro del regista Tod Browning. Il film narra appunto la triste vita delle “attrazioni” umane di determinati circhi: nani, gemelle siamesi, tronchi umani (uomini senz’arti), donne barbute.. insomma, un vero e proprio campionario di disgrazie. I protagonisti, però, avranno modo di compiere la loro atroce vendetta e di conquistarsi con forza un posto nella società, mostrando ai “normali” quanto possa essere terribile la rabbia dei Freaks, se portati all’esasperazione mediante snobbismo e prese in giro. Gangrene, quinta traccia, viene aperta da una intro di batteria che non potrà non farci tornare in mente il fill iniziale di “Flattening of Emotions”, opener del capolavoro “Human”, disco dei leggendari Death. Di seguito, le chitarre entrano con un riff cadenzato, basato su poche note ripetute diverse volte. Udiamo uno scream ci porta ad un altro riff, sempre lento e cadenzato, finché un ulteriore riff, molto veloce ed immediatamente seguito da un altrettanto veloce drumming, ci porta alla prima strofa. Dopo questa abbiamo a che fare con un cambiamento nei riff, i quali diventano maggiormente lenti e convulsi; le chitarre giocano in tutto questo un ruolo molto importante diventando protagoniste di melodie accattivanti. Si continua con il refrain basato su un riff sempre veloce che anticipa gli assoli, come al solito puliti ed eseguiti in modo impeccabile.  La batteria, d’altra parte (assieme al basso) sostiene in maniera magistrale il tutto. Dopo gli assoli si riprende uno dei primi riff iniziali, per poi arrivare alla seconda strofa. La struttura di quest’ultima, come avviene per gli altri pezzi, viene ripetuta senza però diventare mai noiosa. Anche il basso è ben percepibile nel pezzo, linee concise, senza orpelli o digressioni ma comunque autore di una prova efficace. Il pezzo viene conluso in maniera fulminea, “spezzandosi” ancora una volta.  Prescindendo dal tema “horror movie”, questa volta il testo si concentra sul fenomeno della cancrena, vale a dire la decomposizione di parti intere del corpo di un essere ancora vivo. Il testo non ha un particolare valore o significato, si accontenta , anche in linea con quelle che sono le intenzioni del disco, di raccontare sprazzi di malattia, dall’inizio della germinazione alla morte del paziente, tra atroci dolori e nell’assoluta desolazione. Il malato in particolare non può far altro che aspettare il completo decorso della malattia, osservando il suo corpo che muta inesorabilmente, dapprima tumefacendosi ed in seguito avvizzendo in maniera perentoria, squagliandosi letteralmente in una pozza purulenta, la quale non lascia più distinguere cosa fosse cosa. Una faccia? Una mano? Impossibile da capire, dato che ormai il corpo sta venendo prosciugato di ogni tipo di connotazione fisica. Un riff questa volta roccioso apre il Open Casket, pezzo caratterizzato subito da velocità elevate. Si nota immediatamente un’alternanza tra parti veloci ed altre più cadenzate, finché arriva un riff più convulso e orecchiabile che ci conduce al refrain. Durante questo determinato momento, il batterista non si risparmia nell’uso di doppia cassa e piatti, dando vita ad un costante martellamento “ai danni” dell’ascoltatore. Dopo un breve bridge si arriva agli assoli, sempre piacevoli ed in grado di fare la felicità degli appassionati chitarristi all’ascolto. Si riprende il riff iniziale per la seconda strofa, durante i riff suonati in tempi dispari emerge la discreta fantasia nel drumming , per arrivare poi all’ultimo ritornello e alla solita chiusura secca. Le liriche del pezzo, ancora esulanti dal contesto Horror, hanno ad oggetto una semplice riflessione sulla morte. Il destino a cui tutti prima o poi andremo in contro è una delle poche cose certe che lascia paradossalmente  brancolare nell’incertezza tutta l’umanità. C’è chi si rivolge ad entità superiori, chi invece si “accontenta” di vivere la propria vita senza angosciarsi troppo su quello che succederà. Ebbene, nel testo viene sottolineato come con un funerale ed una “corona di fiori” a volte vogliamo cercare di esorcizzare la paura della morte, seppellirla, come il corpo di un nostro caro che se n’è andato, a volte in pace a volte improvvisamente.  La paura più grande è però quella di non sapere esattamente quando questo momento arriverà, certo ci sono persone più giovani e meno giovani, persona magari malate ed altre che godono di una salute migliore, ma non c’è modo di sapere con certezza quando il momento arriverà, e soprattutto chi se ne andrà per primo o per ultimo. Un riff ancora molto thrasheggiante apre Psychic Twin, il pezzo è anche qui molto veloce, questa volta l’alternanza dei riff di chitarra non viene inframezzata da cambi di fill della batteria, la quale rimane sempre su velocità elevate e si stabilizza mediante “tupa tupa” veloci ed ossessivi. Dopo la prima strofa si accede al refrain, questa volta basato su riff più cadenzati che vengono seguiti subito da melodie di chitarra accompagnate dalla veloce doppia cassa. Anche qui assistiamo agli assoli, basati su tapping e plettrata alternata ed in seguito dall’uso della leva del vibrato. Si procede con la seconda strofa, i tempi sono sempre ossessivi ed il gruppo non accenna a diminuire in velocità. Anche qui la conclusione del pezzo interviene in maniera secca e concisa. Il testo del pezzo parla della “schizofrenia”, una delle malattie mentali più conosciute. La sensazione che vi sia sempre una presenza pronta a prendere il controllo è una caratteristica della patologia, che si manifesta sotto forma di allucinazioni di vario tipo. Anche qui il gruppo non si risparmia nel portare l’ascoltatore in uno stato di “angoscia” facendogli pensare a quanto una malattia di questo tipo, che colpendo il cervello non dà segni visibili all’esterno, possa essere terribile. La completa alienazione dalla realtà del malato lo porta, a volte, a compiere gesti terribili, che l’interessato non avrebbe certo compiuto in assenza della sua patologia. L’agire in maniera “controllata” da un “gemello psichico”, dunque, potrebbe in questo caso richiamare l’horror più trash ma anche più vicino a questo mondo. Possiamo difatti citare pellicole come “Basket Case” o “Brain Damage”, film nei quali i protagonisti sono collegati psicologicamente con dei parassiti (nel caso di “Basket Case” parliamo di Belial, in grado di comunicare telepaticamente con il fratello gemello e di condizionarne totalmente l’esistenza; prendendo in esame la seconda pellicola invece parliamo di Elmer, verme insinuatosi nel cervello di sventurate vittime) i quali sfruttano i poveri malcapitati per far compiere loro azioni ai limiti della follia. Una partenza affidata a riff cadenzati potrebbe far credere all’ascoltatore che, almeno per l’ultimo pezzo loro omonimo, i Gruesome abbiano deciso di risparmiarsi ed essere ben più contenuti in quanto a velocità di esecuzione del pezzo, ma questa è solo un illusione.  Un riff estremamente dinamico, sostenuto dal veloce drumming, sostiene difatti la prima strofa, e dopo un breve lasso di tempo si continua con riff più rocciosi e cadenzati che ergono uno spesso muro di suono. Le chitarre cambiano ancora giro per condurci ad un refrain basato su un riff neanche a dirlo in pieno stile Death. Dopo il refrain la canzone si apre alla melodia, una martellante e precisa doppia cassa sostiene i riff che anticipano gli assoli. Durante gli assoli si assiste ad uno scambio continuo della parti tra i due chitarristi, con un botta e risposta che richiama i “duelli solisti” che tanto avevano caratterizzato il metal negli anni ottanta. Si prosegue con la seconda strofa, anche qui prima eseguita con grande velocità e poi con velocità più cadenzate; si giunge dunque al secondo refrain. La voce di Matt rimane abrasiva ed essenziale, mentre tutti i musicisti portano scompiglio nella testa dell’ascoltatore. Il giro di chitarra in tapping che aveva dato inizio al pezzo segna anche la sua fine.  Le liriche del pezzo trattano poi del tema che, bene o male , ha accomunato tutti i testi dell’album, vale a dire gli horror movies.  Vi sono numerosi riferimento ancora a vari film horror, questa volta ci si concentra di più sugli Zombie. Il titolo del pezzo che corrisponde poi anche al nome del gruppo, in italiano viene tradotto approssimativamente con il termine ”Macabro”. E macabro è infatti il mondo dei film horror dove tutto ciò che viene fatto vedere e ascoltare ha la funzione di turbare lo spettatore.  E così, in film dove lo straordinario prende il posto dell’ordinario, giungono dinnanzi ai nostri occhi cannibali pronti a divorare i malcapitati visitatori, demoni che si impossessano di persone senza che queste possano in alcun modo reagire e malformazioni varie.  La realtà viene camuffata, molte volte allo scopo di garantire allo spettatore la possibilità di evadere dalla quotidianità, anche attraverso avvenimenti soprannaturali, che ci spaventano proprio perché sfuggono al nostro controllo. Gli Zombie domineranno la terra ed il loro Re è già pronto a divorare i nostri organi interni, i cannibali ci braccheranno, i demoni ci possiederanno e, qualora scampassimo ai nostri aguzzini, ci penserebbe la cancrena a colpirci come si deve.



Un disco che come tutte le sue tracce termina rapidamente, di botto, così come era iniziato. L’ascoltatore, a questo punto, è chiamato come di consueto a tirare le somme e deve necessariamente esprimere un suo parere circa i pezzi presi in esame durante questo ascolto.  Dal punto di vista tecnico non ci sono grossi appunti, l’esperienza dei componenti del gruppo c’è e si sente, in particolare non è presente nessuna sbavatura, tutto quadra perfettamente, gli assoli sono puliti, melodici e di gran gusto. Andando ad analizzare la musica contenuta nel disco da un punto di vista invece soggettivo, possiamo innanzitutto dire che il disco potrà piacere così come passare inosservato, dipende molto da quanto l’ascoltatore si aspetta. Se siete alla ricerca di death metal innovativo, magari sperimentale, allora in questo disco non troverete niente che possa invogliarvi a riascoltarlo, ma probabilmente se cercate questo tipo di proposta avete già preso le distanze dai Gruesome quando avete visto la copertina o avete letto le loro dichiarazioni in merito all’album. Se invece siete alla ricerca di un prodotto onesto, che vi faccia divertire sena troppo impegno e che al contempo rimanga fedele alla vecchia scuola estrema (quella costruita appunto dai primi Death o da gruppi come i Possessed), allora “Savage Land” potrebbe fare al caso vostro. Tutti i pezzi sono veloci, caratterizzati da testi irriverenti al punto giusto, molto assimilabili ed orecchiabili, tanto da colpire al primo ascolto. Non ci sono, e lo ripetiamo, grosse innovazioni dal punto di vista musicale, ma questa era anche l’intenzione del gruppo che voleva, con questo album, realizzare una sorta di tributo al grande Chuck Schuldiner , non servendosi di cover ma attraverso pezzi propri. L’intento era proprio quello, tributare degnamente pilastri come “Scream Bloody Gore” e “Leprosy” e magari anche “Seven Churches”, visto si quest’ultimo album può rivivere lungo determinati solchi grazie a Daniel Gonzalez che oramai da un po' suona nei Possessed. Del resto, l'importanza di quell'album è pari a quella dei primi due del buon Evil Chuck, il quale ha esercitato sui nostri, comunque, l'ascendente "definitivo", come nessun altro ha saputo fare. La voglia di divertirsi e di far divertire viene trasmessa in maniera perfetta da questo disco, e per quanto ci riguarda va benissimo così.


1) Savage Land
2) Trapped In Hell
3) Demonized
4) Hideous
5) Gangrene
6) Closed Casket
7) Psychic Twin
8) Gruesome