GROG feat. JOE PERRINO

L'Esercito del Male

2015 - Insula Records

A CURA DI
MAREK
13/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

Ci sono storie che non hanno tempo. Che iniziano ma non trovano una fine, che sembrano confinate in un “sempre” praticamente inossidabile. Come se chi le scrive fosse effettivamente nato per scriverle, pur non avendo egli stesso la consapevolezza d’essere uno scrittore. Del resto, quando passi una vita dedicando anima e corpo a ciò che ami davvero, realmente non t’accorgi d’aver toccato il cuore di molti, tanto è naturale, per te, ciò che fai. Vivere della propria arte, ascoltando i propri sogni. Sulla carta sembra facile, in pratica è quasi impossibile, e poche sono quelle anime pure ed incorruttibili che riescono a concretizzare tutto questo. Ce li abbiamo lì, sotto gli occhi, quei fortunati: quante cose potrebbero insegnarci, quante storie potrebbero raccontarci, quanti giovani artisti potrebbero trovare in loro degli autentici punti di riferimento dai quali prendere spunto per intraprendere anche loro il cammino dei pionieri.. esplorare, o quanto meno provare a creare ascoltando il proprio cuore, e non il portafogli. Eroi silenziosi che hanno comunque riuscito ad incidere un segno indelebile nella Storia dei loro rispettivi paesi, apprezzatissimi molto spesso anche al di fuori della patria natia; la Passione, che grandi giri riesce a fare. E seguiamo questo esempio, per una volta non andiamo troppo fuori e rimaniamo concentrati sulla nostra penisola e sulle sue isole. Andiamo nella calda ed assolata Sardegna, alla scoperta di un rocker duro e puro, di un artista a 360° che in vita sua ha saputo spaziare dovunque, decidendo di prendere per mano la sua passione per la Musica tutta, compiendo con essa un viaggio avventuroso che ancora oggi, dopo più di trent’anni, è ben lungi anche solo dal pensare di intravedere la sua conclusione. Stiamo parlando di lui, di Nicola Macciò aka Joe Perrino, un’artista istrionico ed incontenibile, che ha scelto di spiegare fieramente le ali della libertà lungo tutta la sua carriera, non piegandosi mai alle logiche di mercato ma anzi, intraprendendo progetti su progetti unicamente per lasciare che la sua vena artistica si sfogasse ed “eruttasse” senza mai trovare ostacoli lungo il suo cammino. La Musica dopo tutto è così, è un cavallo indomabile che ti permette di salirgli in groppa ma che mai e poi mai accetta d’aver padroni. E questo, il nostro Joe, lo capì dagli inizi. A cinquant’anni compiuti, il Nostro sfoggia sul suo volto i segni di chi la Vita l’ha vissuta in pieno, i segni di chi potrebbe insegnare, a noi giovinastri troppo convinti di noi stessi, chissà quali e quante lezioni. Un vero e proprio pilastro del nostro panorama, un uomo che ha viaggiato ed ha collezionato migliaia di esperienze, che lo hanno portato ad oggi, più carico e dinamico che mai, a rimettersi in gioco con un nuovo progetto musicale, ma andiamo per gradi. Joe comincia la sua carriera nel 1982, come membro di un gruppo Hardcore Punk denominato SS20, con il quale inizia subito a togliersi più di una soddisfazione: dapprima, il complesso riesce a partecipare al primo raduno Punk nazionale svoltosi in quel di Certaldo, e di seguito, nel 1985, vede la sua apparizione nella compilation “Quelli che Urlano Ancora”, prodotta da Giulio Tedeschi (nome importantissimo della scena alternativa italiana musicale e non solo, produttore discografico e uomo di cultura da sempre attento alle contro tendenze ed all’anticonformismo artistico in tutte le sue forme) e dalla “C.A.S. Records”. Questa compilation contiene al suo interno nomi di tutto rispetto della scena Punk Italiana, basterebbero i soli Nabat e Rough, autentiche leggende dell’Oi! tricolore, a farci capire l’importanza e la caratura del progetto; senza dimenticarsi poi i romani Klaxon od i pesaresi Cani. Un inizio dunque con il botto, per il nostro Joe, che sin da subito riesce a vivere sulla sua pelle gli influssi ed il fascino della contro-cultura Punk, maturando proprio in questo periodo la volontà di sperimentare e mettersi sempre in gioco, senza mai scendere a compromessi (tratto tipico di altri gruppi punk sardi, come i successivi Vok Rebelde, giusto per fare un esempio). Non passa molto tempo e presto Joe decide di cimentarsi in un progetto dalle sonorità più prettamente Hard Rock, condite con un marcato tocco di psichedelica: siamo nel 1984, proprio un anno prima dell’uscita di “Quelli..”, e Perrino si ritrova frontman di un gruppo che porta proprio il suo nome. I “Joe Perrino & the Mellowtones”, così chiamati prendendo anche spunto da una delle prime formazioni di cui fece parte l’istrionico Frank Zappa, nascono, a detta del frontman, “per gioco”, proprio a sottolineare l’approccio disinteressato alla musica, e la volontà di suonarla nella maniera più pura e di impatto possibile. Inizialmente, ad accompagnare Joe in questa sua avventura sono Carlo Camerota alla chitarra, Mario Loi al basso, Nello Argiolas alla batteria e Mario Scano alle tastiere; il gruppo vide in seguito vari cambi di line up (Michele Taras e Carlo Cuccureddu prenderanno il posto di Camerota ed Argiolas) ma riuscì comunque ad imporsi all’interno del panorama rock sardo ed italiano, mediante indimenticabili esibizioni dal vivo e partecipazioni a svariate compilation ed eventi live. Dapprima, sempre nel 1984, i Joe Perrino & The Mellowtones sono ospiti nella trasmissione radiofonica RAI “Un Altro Discorso”, mentre un anno dopo, nell’85, i nostri riescono a debuttare ufficialmente in studio mediante la registrazione del singolo “Love the Colours”, prodotto dalla High Rise / IRA. Fioccano inoltre le date live, ed il palcoscenico non smette nemmeno un minuto di essere il pane quotidiano dei ..Mellowtones; alcune date assai impegnate, a supporto di eventi importanti (da citarsi il “Rock contro il Silenzio” tenutosi a Palermo nel 1986, evento di protesta contro la mafia al quale fra l’altro parteciparono band del calibro di Neon, Denovo, Diaframma, Gaznevada ecc.), altre invece che vedono lo “spartirsi” il palco con un altro nome molto importante del panorama Rock italiano di quei tempi: risale sempre al 1986 tutta una serie di concerti che i nostri intraprendono assieme ai Litfiba, gruppo guidato da Piero Pelù ed in quel periodo intento a promuovere il disco “17 Re”. Appena un anno dopo, nel 1987, avviene la registrazione dell’album “Mi Sento Felice”, il quale confluirà poi nella compilation “San Remo Rock” (con relativa partecipazione alle selezioni di quest’ultima manifestazione), e riprende senza un momento di sosta la promozione mediatica. Vediamo difatti i Joe Perrino & The Mellowtones partecipare a diversi programmi radiofonici e televisivi (fra i quali ricordiamo “Discoring” e “Jeans”), ma è a cavallo dell’87 e dell’88 che per il gruppo le cose si fanno ancor più interessanti e soddisfacenti. Arriva la consacrazione definitiva con la registrazione del loro terzo lavoro discografico, il full-length “Rane ‘N’ Roll” (1987, per la IRA / CGD), tutt’oggi considerato il vero e proprio masterpiece del gruppo nonché il disco più celebrato a livello di critica e pubblico; sull’onda del successo e dell’entusiasmo generale di questa ottima realizzazione, i Nostri si imbarcano dunque in un fortunato tour a supporto sempre dei Litfiba ed in seguito in una serie di concerti in cui avranno modo di suonare da headliner in solitaria, riscuotendo un successo a dir poco nazionalpopolare. Tutto funziona alla grandissima, il raggio d’azione e di popolarità degli Joe Perrino & The Mellowtones sembra non avere confini, tant’è che nel 1988 arriva la prima tournee estera, svoltasi in Francia. Insomma, nulla poteva andare meglio.. e difatti, andò peggio. Per colpa di vicissitudini con la casa discografica (sempre la “IRA”), rea di non supportare adeguatamente un gruppo che si era guadagnato sudando e sgomitando la sua gloria, i Joe Perrino & the Mellowtones sono costretti a sciogliersi definitivamente, proprio all’apice della loro carriera, dopo tanti concerti ed un disco, “Rane ‘N’ Roll”, tutt’oggi apprezzatissimo e considerato un piccolo – grande gioiello del panorama Rock italiano. Cosa fare, dunque, quando una storia così importante volge al termine? Cambiare aria è senza dubbio l’azione migliore da intraprendere, ed il nostro Joe decide di cercar fortuna in Inghilterra, come sempre animato dalla sua schietta e sincera passione per la musica. Siamo ormai agli inizi del 1990, e Perrino si ritrova in una Londra sempre più cosmopolita e brulicante di idee e possibilità da offrire. Dapprima, il nostro si accasa con i Horse London, ma è l’incontro con il chitarrista Perry Boyeson e la consequenziale fondazione degli A.D. Show (dediti ad un roccioso crossover Metal) che il Nostro riesce nuovamente a tornare sulla cresta di un’onda dalla quale, comunque, non era mai sceso. Il gruppo prosegue benissimo, e grazie all’attività di promozione del manager Jack Stevens gli A.D. Show riescono ad esibirsi in tutti i più famosi club londinesi, riuscendo così a crearsi un fedele circolo di fans, destando sin da subito l’interesse della critica musicale nonché dei colleghi. Suonano in seguito sirene importanti, ed è nientemeno che la Geffen a proporre ai nostri di realizzare il loro ufficiale debutto discografico, tutto questo grazie al forte interessamento del manager Zeus B. Held, rimasto letteralmente folgorato dalla carica Metal degli A.D. Show. Proposte importanti, recensioni entusiaste direttamente da importanti riviste del settore (“Kerrang”, giusto per dire un nome) che definiscono il nuovo gruppo di Joe come il miglior gruppo di Londra.. nuovamente, l’apice sta per essere raggiunto, ma proprio come la scorsa volta, il fato è pronto a frapporre il suo letale zampino fra Joe ed il successo. La dipendenza dalla droga del manager storico degli A.D. Show, quel Jack Stevens che li aveva lanciati verso il successo, fa in modo che ora il gruppo venga affossato e che sia dunque destinato ad uno scioglimento drastico. Seconda importante avventura finita nel peggiore dei modi, ma Perrino non si perde d’animo, e decide nuovamente di cambiare ambiente. Questa volta decide di ritornare in Sardegna, la sua terra Natale, per ricominciare daccapo con un nuovo gruppo. Nel 1994 nasce dunque uno dei gruppi più famosi nei quali Joe ha avuto modo di militare, quegli Elefante Bianco ancora oggi famosi anche al di fuori dei confini sardi, profeti in patria ed anche fuori. Non si perde tempo e già nello stesso anno di nascita il pachiderma più famoso del Rock Italiano riesce a partorire il suo primo full-length, l’omonimo “Elefante Bianco”, che permette al gruppo di intraprendere una lunga serie di concerti i quali, uniti al successo dell’LP, sanciranno il definitivo successo di questa formazione. Quattro anni dopo, nel 1998, giunge anche un fratello a far compagnia ad “Elefante..”: stiamo giustappunto parlando di “Elevazione”, altro ottimo disco che consacra gli Elefante Bianco come una realtà importante del panorama Rock sardo ed Italiano in generale. Il disco, prodotto da Mauro “Theo” Teardo, viene addirittura visto affiancarsi da un altro “fratello”, visto che sempre nel ’98 la “Four Monster Records” dona alle stampe l’album “Joe Perrino & The Mellowtones”, lavoro celebrativo e raggruppante tutto il lavoro svolto dalla ex band di Joe prima del noto “Rane ‘N’ Roll”. Siamo nel 1999, il nuovo millennio è alle porte, e Joe Perrino sembra non volersi proprio fermare. La sua anima artistica fluttua inesorabile verso l’alto, non v’è catena o corda che possa tenerla ancorata nella tristezza dell’ordinario, e così il Nostro decide di percorrere nuove strade, arrivando a realizzarsi anche in altre forme artistiche e musicali. Gli Elefante Bianco vengono dunque accantonati, e Joe può così sbizzarrirsi donando voce alle sue varie inclinazioni, figlie della sua ammirevole poliedricità. Si discosta momentaneamente dal Rock per provare la via del cantautorato, adottando un genere se vogliamo più “intimistico” e meno immediato, quello tipico di un “Operaio Romantico”, come egli stesso ama definirsi. Contemporaneamente alla musica, Joe Perrino decide di portare avanti anche una carriera da attore: guidato dal regista Bepi Vigna, recita dapprima nel cortometraggio “Kirie Eleison”, ed in seguito vira il suo interesse per il teatro, allestendo un vero e proprio spettacolo musicale in cui l’artista racconta se stesso attraverso le proprie canzoni e la propria musica. La prima rappresentazione di questo spettacolo, denominato proprio “Operaio Romantico”, si ha nel 2000, e sin da subito si conferma come un successo. Ogni data nel territorio sardo è un successo, e nel 2001 Joe decide di replicare, riportando in teatro il suo spettacolo, questa volta notevolmente arricchito nella sceneggiatura e nell’apparato scenico generale. Nel 2002 ritorna a bussare la sua vocazione cinematografica, e troviamo dunque mr. Perrino, nel ruolo di protagonista, recitare nel cortometraggio “In Preda”, per la regia di un giovane regista emergente sardo, Paolo Carboni. Dal 2004 al 2006 lo vediamo sempre e notevolmente attivo nell’ambito musicale e recitativo, senza un attimo di sosta; nell’attesa di firmare per una major italiana e nel frattempo preparando i brani per il suo imminente album solista, arriva per Joe la proposta di prendere parte ad una rassegna sulla poesia e sulla letteratura noir, ambito nel quale il Nostro decide di esibirsi riportando in auge svariati brani della tradizione carceraria, donando quindi voce ad un lato “folkloristico” della sua carriera, una parentesi di notevole valore documentario atta a far conoscere al pubblico il microcosmo della galera, vero e proprio “para-mondo” dominato dalle sue leggi e dai suoi lati per l’appunto folkloristici e particolaristici. Partecipa, in seguito, ad un seminario intensivo di recitazione curato da Francesca Di Sapio (membro fondatore dell’ “Actor Studios” di New York) presso il teatro “Le Duse” di Roma, esperienza che lo riporta a calcare i palcoscenici con uno spettacolo teatrale scritto ed interpretato interamente da lui, intitolato “Il Divano”, spettacolo sempre caratterizzato dall’alternarsi di recitazione e musica. Giungiamo dunque al 2007, anno che lo rivede nuovamente approcciarsi alle macchine da presa, prendendo parte alla pellicola “Tutto Torna” del regista Enrico Pitzianti. Il richiamo del Rock n’ Roll è però troppo forte e mai sopito, la belva selvaggia torna a bussare alle porte dell’anima di Joe sempre in quel 2007 che vede la nascita dei “Rolling Gangster”, gruppo che nel 2008 arriva a pubblicare un EP presto supportato da un tour di promozione. L’instancabile Joe decide comunque di prendersi un anno sabbatico, restando fermo per tutto il 2009 e tornando più forte di prima appena un anno dopo. Il secondo decennio dei 2000 si apre con la realizzazione del disco “Pure Sardinian Rock n’ Roll Power” (registrato presso i “Vintage Studio” di S. Antioco), al quale succede la pubblicazione del disco “Canzoni di Malavita”, un album atto a raccogliere i canti carcerari di cui parlavamo in precedenza. Dopo questa cronistoria, essenziale per comprendere appieno i tantissimi lati di una personalità decisamente fuori dal comune come quella di Joe, possiamo dunque passare ad analizzare la sua ultima fatica, che sarà oggetto di questo articolo. Giugno 2010, Joe Perrino decide di intraprendere un nuovo percorso musicale che in qualche modo ricalcasse le orme di quanto già compiuto con i Joe Perrino & The Mellowtones  e gli Elefante Bianco, e per poter iniziare questa nuova avventura decide di reclutare all’interno di questa nuova realtà, denominata Grog, musicisti preparati e di grande esperienza. Alle chitarre troviamo Gianni Solinas (già membro di realtà quali Nero Perverso e Umiliati & Offesi) mentre la batteria è totale appannaggio di Claudio Sechi (Negacy, No Mercy), a completare il cerchio Angelo Pingerna al basso (vero e proprio capitano di lungo corso, bassista di band come Hot Pets e B.B.H., nomi da approfondire per chi non li conoscesse) e Gianmario Solinas alle tastiere / Hammond, noto musicista jazz fra i migliori a livello sardo. Un progetto nato “per gioco”, come lo stesso Joe afferma, e denominato in maniera assai particolare. Il Nostro, in un’intervista, ha ammesso di aver tratto spunto per il monicker da due tipi di realtà: il “Grog”, infatti, sarebbe dapprima una bevanda tipica del mondo pirata, una miscela di rum e polvere da sparo, ed in seconda battuta il nome di una razza di Drago. Questa particolare bestia mitologica sarebbe nota per l’estrema devozione e decisione con la quale protegge il suo tesoro, anche se quest’ultimo risulta in origine rubato proprio dal drago stesso. Una contrapposizione che Joe ha trovato particolarmente affascinante e che dunque lo ha spinto a denominare in questo modo questa nuova realtà musicale, che come detto nasce con il preciso intento di recuperare quanto già avvenuto in precedenza con i ..Mellowtones ed in misura maggiore con gli Elefante Bianco. Arriva in questo 2015 dunque il debutto discografico dei Grog, denominato L’Esercito del Male(prodotto dalla “Isula Records”)e decisamente sugli scudi in quanto a potenza e carica espressiva. Ad occuparsi degli elementi elettronici troviamo poi una guest star, Sick Boy Simon, mentre in una traccia è addirittura presente uno dei nomi più altisonanti della storia del Rock – Metal tricolore, ovvero Pino Scotto. Miscelando il tutto abbiamo dunque un disco da massimi gradi della scala Mercalli, un ordigno pronto a deflagrare ed a travolgerci con la rabbia dell’esperienza e della sana volontà di picchiare duro sugli strumenti, col cuore, con la gola, con le mani e con l’anima. Che aspettiamo? Addentriamoci in questa nuova avventura, senza indugi e senza titubanze alcune, Let’s Play!



L’apertura viene affidata al brano 2 Monete D’Oro, introdotto da una manciata di secondi caratterizzati da un notevole avvicendarsi di suoni elettronici. Udiamo in sottofondo una melodia quasi “fiabesca”seppur estremamente inquietante, cadenzata e scandita nel suo ritmo da un ossessivo ed ipnotico “battere” dal sapore “ferroso”, quasi ci trovassimo all’interno di una fabbrica nel cui perimetro uno squadrone di operai è intento a plasmare metalli d’ogni genere. Si fa presto largo un potente riff di chitarra di chiara scuola Black Sabbath sorretto da oscure note di hammond, il quale è subito dopo intento a scimmiottare il sound “fiabesco” elettronico udito in precedenza, stavolta però sorretto da note quasi baroccheggianti, richiamanti un clavicembalo (alla lontana), note che donano al contesto una nota quasi progressive. Ritorniamo su binari ben più hard rock n’ Heavy con il sopraggiungere della possente chitarra di Gianni, il quale decide di tornare a ricamare riff rifacendosi al maestro Tony Iommi. Joe giunge finalmente a farci sentire la sua voce: roca, aggressiva, ruvida, degna di un rocker navigato ma non consumato, forgiata nel fuoco di mille battaglie a colpi di Rock n’Roll. Una voce che ben si confà all’ambiente generale, che gioca su una sorta di “lentezza” possente ed incedente, una cadenza maledettamente aggressiva che sembra trascinarsi quasi su ritmiche Doom. Gianni è perfettamente a suo agio in questo contesto, l’Hammond di Gianmario conferisce al clima generale quel tocco di oscurità che rende l’ambiente opprimente al punto giusto, tanto da risultare magnificamente convincente. Solo nel ritornello possiamo udire qualche nota di “colore”, momento in cui Joe canta con voce molto più alta ed il clima generale sembra rifarsi ad un certo gusto melodico atto a stemperare la forte tensione generale. L’incedere comunque non cambia negli altri momenti, la ritmica è letteralmente “spacca ossa” (menzione d’onore per Angelo e Claudio, capaci di emettere vibrazioni in grado di spostare macigni) ed il potente porsi del frontman fa respirare un’aria maschia ed assai virile. Un articolato e ben eseguito assolo di Gianni (che con il suo stile ci fa tornare in mente band come Pentagram e St. Vitus ci offre un saggio del livello della tecnica generale dei nostri strumentisti, ed il pezzo tutto si configura come una splendida sfuriata Doom – Rock n’ Roll, capace di suscitare talmente tanta forza da far impallidire molti giovinastri in grado di trasmettere nemmeno la metà della metà di quel che stiamo udendo ora. Inizio con il botto, ben più di due monete d’oro, stiamo parlando di un vero e proprio forziere straripante! Interessantissimi gli inserti elettronici, inseriti proprio nei momenti giusti ed al posto giusto (in prossimità del ritornello soprattutto, quando possiamo udire dei piccoli suoni “vibranti” e “raschianti”)  e grande lavoro all’Hammond ed alle tastiere da parte di Gianmario, vero e proprio valore aggiunto del complesso, senza scordarci di un Joe a dir poco protagonista e sugli scudi, che con fare duro ed istrionico prende possesso delle nostre orecchie con la sua voce da maledetto cantore. Una musica dunque possente che fa della forza espressiva il suo punto forte, e che si fregia di un testo che segue esattamente le coordinate sonore qui udite. “2 Monete D’Oro” si configura, testualmente, come un vero e proprio inno alla disillusione ed al nichilismo, una sorta di panegirico alla negatività ed alla perdita di ogni speranza. Ci viene narrato di un protagonista che, un tempo, era effettivamente in grado di sognare. Egli sperava in una giustizia divina, in grado di donargli quel paradiso agognato da molti, un locus amenus in cui vivere in pace col mondo per l’eternità, degna ricompensa di una vita votata al bene ed alla generosità. Tuttavia, osservando la nostra realtà e rendendosi conto delle tante ingiustizie che la caratterizzano, è realmente difficile mantenere la calma e sperare. In cosa, poi? L’uomo è notoriamente un essere malvagio e privo di scrupoli, a far del bene non si guadagna ed è dunque meglio pensare ognuno per se. Il protagonista del brano se ne rende presto conto, e decide dunque di rinunciare ad ogni sogno o speranza. Del paradiso non gliene importa più nulla, egli vuole essere si cattivo ma per lo meno in grado di vivere la vita al massimo delle sue possibilità. Farsi del male fisicamente e spiritualmente, tanto cosa ci sarà dopo? Saremo solamente cibo per vermi, sotterrati in quelle feci nelle quali tutt’ora sguazziamo, anche se facciamo finta di non rendercene conto. Mani in tasca perennemente, non abbiamo nulla da donare a nessuno, nessuna pietà o empatia di alcun tipo: il nostro destino è vivere nella rabbia e nella disillusione, come se volessimo in qualche modo vendicarci nei riguardi del mondo, rifiutando il bello e calandoci nel meschino e nell’abbietto, sporcandoci di “male”, rifiutando l’acqua pura e cristallina in favore di uno stagno torbido e limaccioso. “Guai se sorrido, guai se gioisco”, recita il ritornello, nel quale viene esplicata la rinuncia totale della felicità. Quest’ultima è solamente una condizione irreale e soprattutto fortemente illusoria, non è proprio il caso di cadere in una trappola ma anzi è d’uopo aprire gli occhi e rendersi sin da subito conto di quel che ci circonda. “Merda”, in poche parole, nella quale non dobbiamo versare lacrime ma anzi nuotare sprezzanti. Proseguiamo di gran carriera con il sopraggiungere della titletrack, L’Esercito del Male, nel quale il ruolo di cantante è condiviso da Joe con Pino Scotto, rude e celeberrimo esponente del Rock n’ Roll made in Italy. Vengono mantenute ben salde le cadenze lente ed “assassine” già udite in precedenza, ed i grandi protagonisti di queste prime battute sono Claudio (intento a scandire con la sua batteria un ritmo ipnotizzante dal vago sapore tribale) ed Angelo, sin da subito indaffarati a tracciare la via che la band tutta dovrà in seguito seguire. I tamburi vibrano come se provenissero da una misteriosa ed oscura jungla, e ben presto il brano assume i toni di una marcia; dopo un momento caratterizzato da alternati “stop and go”, il gruppo tutto si fa udire nella sua presenza ed è nuovamente l’Hammond di Gianmario ad assurgere a grande protagonista, sempre intento a colorare di notte fonda il sound dei nostri. Il tocco di Gianni si fa in questo caso meno Sabbathiano e se vogliamo più marziale e “duro”, quasi ci trovassimo realmente dinnanzi ad un’avanzata di soldati pronti a travolgerci. Anche Joe cambia registro, presentandoci un cantato maggiormente più aggressivo e “bestiale”, adottando una timbrica particolarissima e donando corpo ad una prova assai sentita e “di stomaco”, tradendo una particolare partecipazione emotiva sicuramente legata al tema trattato, del quale comunque discuteremo più avanti. Il brano prosegue su queste coordinate, ci sono dei momenti di climax in prossimità del ritornello in cui la band tutta indugia volentieri in dei crescendo caratterizzati da impeti di rabbia, in cui il sound tutto si tinge di ineluttabilità, grazie al sempiterno Hammond che scandisce lunghe note giunte quasi dalle profondità infernali. Forse quelli del ritornello sono gli unici momenti in cui si abbandona lo stile della marcia decidendo di “dilatare” i tempi, volendo privarli di un’eccessiva “quadratura”. Ben presto giunge alle nostre orecchie la voce di Pino Scotto, calda e ruvida come sempre, adattissima a questo contesto e particolarmente gradevole da udire, capace di trasmetterci sicuramente una gran carica quasi ci trovassimo in effetti ad ascoltare un suo brano. Il momento viene inoltre condito da un inquietante “sibilo” posto in sottofondo, il quale dona grande enfasi al lavoro di Pino dietro il microfono, soprattutto quando quest’ultimo si trova a cantare all’unisono con Joe. Il connubio fra le voci di questi due autentici capitani del Rock tricolore è forse fra le note più particolari e coinvolgenti dell’intero disco, si riesce perfettamente a percepire quanto le prove dei due cantanti siano ricche di enfasi e fortissima partecipazione, ingredienti derivati da anni ed anni di palchi calcati e di concerti tenuti. L’Hammond condisce e suggella il momento, presto sopraggiunge anche la tastiera a rendere ancor più ricco un panorama che diviene meno “marziale” e più scorrevole, anche grazie ad un assolo di organo che ben presto Gianmario si ritrova ad eseguire (in puro stile ’70ies), con la chitarra di Gianni intenta a macinare un riff preciso e roccioso, il tutto unito ad una ritmica ancora una volta particolarmente sugli scudi. E’ tempo anche per il “secondo” Solinas di lanciarsi in un momento solista, ancora una volta particolarmente valido e ben eseguito, ed il finale del brano è caratterizzato sempre dal tono “militaresco” unito all’alternanza delle voci di Joe e Pino, che sembrano trovarsi a meraviglia. Un Drago ed un Lupo intenti a ruggire imperterriti. Giungiamo dunque alla fine definitiva, in cui udiamo le due voci roche e sussurrate in maniera inquietante. Altra grande prova, non c’è che dire. Si parla nuovamente di rabbia, ma questa volta di una rabbia più generale e meno intimista. Da chi è composto, dunque, questo “Esercito del Male”? Paradossalmente, da persone buone arrivate però ad un limite di sopportazione ormai ampiamente superato da “potenti” ed aguzzini. Recita un vecchio detto, “i cattivi peggiori sono quelli che una volta erano buoni”, ed è proprio il caso delle truppe di questo esercito, “ora qui per far del male” a chi evidentemente se lo merita. “Famiglie disperate”, costrette a vite di stenti e rinunce, massacrate da “grandi uomini” sguazzanti nel lusso più sfrenato. Crudeli oppressori della classe operaia e dei ceti meno abbienti, intenti unicamente a sfruttare e depredare onesti lavoratori dei loro guadagni (già miserandi, oltretutto) con la scusa delle “tasse”. Ci promettono il mondo ed in cambio ci ritroviamo privi di dignità, privati persino di una casa e del cibo sopra la nostra tavola, sempre più sconfitti e sempre più fustigati dalla politica dello sfruttamento. Arriva però il giorno della rivoluzione, il popolo è stanco ed arrabbiato e per nulla disposto a contrattare con i maledetti ladri d’anime e di felicità. Le nostre donne cercheranno di fermarci, impaurite dalla possibilità del probabile cadere in guerra, ma nulla potrà mai fermarci. Imbracciamo possenti le nostre chiavi inglesi, siamo pronti a punire i “miserabili bastardi”, ora siamo NOI a far del male a loro e non più il contrario. Nessuna tolleranza e nessuna pietà, chi ha compiuto certi scempi deve provare sulla sua stessa pelle cosa significa essere sottomessi e schiacciati in maniera crudele e spietata. Non ci saranno sconti, non ci saranno prigionieri, l’Esercito del Male è qui per infliggere dolore e sofferenza a chi, con la sua condotta moralmente corrotta, non ha fatto altro che attirarsi questa rabbia sin dal primo giorno. Giunge dunque la terza traccia, Euforia Sintetica, la quale si fregia di un inizio a dir poco “tribale”. Notiamo infatti un battere ipnotico da parte di Claudio, il quale compie rapidi giri sui suoi tamburi e viene coadiuvato da un sottofondo “silvestre”, quasi appunto fossimo inseriti in un contesto apotropaico / ritualistico. I rumori in sottofondo sembrano appunto quelli di una tribù di indigeni intenti ad ingraziarsi chissà quali entità, qualche secondo che ricorda un po’ da vicino quanto già udito nelle intro di tracce come “Baron Samedi” dei sempiterni Death SS o “Ratamahatta” degli storici Sepultura. Qualche secondo appena di “rito propiziatorio” ed è la chitarra di Solinas a divenire nuovamente protagonista, prontissima a scandire un riff pesante e tinto di malvagità, dai connotati ben più moderni e vicini ai nostri anni che affini allo stile Hard Rock o “Sabbathiano” udito nelle due tracce precedente. Man forte apportata dal sottofondo di Hammond, preciso come sempre ed intento farci tornare immediatamente negli anni ’70. L’andamento della track è molto lineare, tutti gli strumenti scandiscono le loro note in maniera molto precisa e puntuale, senza strafare e rendendo il tutto abbastanza “quadrato”, non marziale come avvenuto nella precedente track ma comunque “secco” quanto basta, come se udissimo una sequenza di esplosioni in sequenza. La voce di Joe è come sempre una garanzia, questo vero e proprio mattatore del palcoscenico riesce a coinvolgerci come pochi altri cantanti saprebbero fare, con il suo fare duro e puro, da vero e proprio outlaw senza paura e senza regole. Un cantante che vive la sua musica, che la fa vibrare e la rende un qualcosa di tangibile ed avvolgente. Una piccola variazione del contesto in generale si ha verso il minuto 1:40 con il sopraggiungere del ritornello, momento in cui dopo una breve pausa notiamo una svolta melodica per nulla male, persino le note di Hammond si fanno più “gentili” ed ariose, perfettamente sposate con un sottofondo elettronico “ben educato”, che non va ad intaccare i ritmi comunque Hard n’ Heavy che stiamo udendo. Un connubio micidiale in un momento che solleva ancora di più la traccia ed in generale il nostro gradimento, visto si che questo disco si sta rivelando essere una sapiente commistione di vecchia scuola più vari ammiccamenti a tendenze comunque non troppo “datate”. L’assolo di Gianni, sopraggiunto dopo questo momento, è questa volta ben più ammaliante che in altri momenti del disco, notiamo quasi un gusto arabeggiante della melodia, un retrogusto mediorientale che quasi tramuta il nostro chitarrista in un incantatore di serpenti. Le note di Hammond sono sempre grandi rifinitrici, il brano ritorna ben più cadenzato e possente come udito nelle strofe precedenti, ed è un altro ritornello melodico ed accattivante a chiudere il discorso “Euforia Sintetica”. Altro pezzo decisamente da ricordare. Le lyrics questa volta sono decisamente più criptiche che nei due brani precedenti, e sembrano più che altro il resoconto di una notte “brava” passata all’insegna dello “sballo” e dell’alcool. L’espressione “notte brava” in effetti viene citata proprio ad inizio brano, e si susseguono tutta una serie di immagini sfuggenti che il protagonista è intento a descrivere. L’euforia sintetica viene definita “finta”, forse perché appunto innaturale e fornita da qualche agente esterno, magari allucinogeno, visto che il nostro interlocutore è intento a descriverci dapprima la comparsa di “automi scardinati rigidi” intenti ad andargli addosso (ma forse è solo un immagine poetica atta a descrivere l’affollamento della discoteca dove avviene il tutto, immagine che descrive altre persone nello stesso stato del protagonista), e di seguito ci parla di una “strega maga”, descritta come una splendida donna interamente vestita in cuoio. La “santa puttana” non è comunque una figura sconosciuta al nostro amico, in quanto egli sembra ricordare il suo aspetto e volentieri si lascia sedurre dai sortilegi della  creatura delle tenebre. Che sia, quest’ultima, la personificazione della dipendenza? Non possiamo saperlo con certezza, ma a quanto sembra il testo sembra prendere una piega più pessimistica in alcuni passaggi: è presente la volontà di allontanarsi da quel contesto e di lavare il tutto con “latte e miele”, forse una volontà a tornare alla vita di tutti i giorni nascondendo ai più la propria debolezza – dipendenza, e di seguito notiamo nel ritornello una forte carica disillusoria; in quattro righe, il protagonista esprime il suo status di confusione, annunciando che egli non saprà se nascerà una nuova alba, unica certezza è che in lui domina il buio e che un’altra inutile mattina sta comunque per giungere. Mattina “inutile” in quanto il sole non potrà illuminare il suo animo, forse totalmente soggiogato dalla strega che lo tiene in pugno, mantenendolo schiavo dell’euforia sintetica. Rumore di mare in tempesta annuncia il quarto brano, Il Mio Battello Fantasma, introdotto da un riff old time rock n roll (se Bob Seger può prestarci questa sua espressione) che, nella sua pesantezza ricorda molto lo stile di band leggendarie come Deep Purple, giusto per fare un nome che accontenti tutti. Gianni parte “lento”, viene sopraggiunto da Claudio che adegua subito il battere dei suoi tamburi al ritmo di Solinas, ma ben presto si può partire sparati ricamando per l’appunto tempi da periodo d’oro dell’Hard Rock. La voce di Joe è il vero fiore all’occhiello, aggressiva e prorompente, e con il sopraggiungere del ritornello torniamo nuovamente nei territori esplorati in “Euforia..”, il gruppo non è avaro di melodia e Joe risulta bravissimo a cambiare approccio, adattando la sua ugola al contesto venuto a modificarsi. L’unica differenza con la precedente è, magari, un piccolo accenno maggiormente “drammatico” in questo ritornello, in un frangente le note di Hammond sembrano quasi assumere un sapore “catastrofico”, quasi volessero trascinarci in un baratro, ma tutto si riprende per concedere più melodia e “spaziosità” al sound tutto. Una struttura semplice e lineare, quella di questo pezzo, che punta molto al classicismo e si fregia nuovamente di un momento solista di tutto rispetto, nel quale udiamo Gianni dapprima indugiare su suoni graffianti e quasi “rochi”, ben sorretti da un’ottimo sottofondo elettronico e da un ritmo abbastanza cadenzato. In seguito, il nostro torna a sfogarsi a suon di note ben più pulite e squillanti, con un Hammond da brividi che cesella il momento. Si riprende il ritornello, Joe dà il meglio di se, non sembra minimamente volersi adagiare ma anzi, svuota letteralmente i suoi polmoni e sul finire si riprende ad aggredire, tutti gli strumenti tornano a scandire ritmiche Rock n’ Roll à la Deep Purple e gli ultimi acuti del bravo frontman chiudono un brano che scorre meravigliosamente dritto e diretto. Sicuramente, uno dei pezzi più cantabili e ricordabili di tutto il lavoro. Il testo è in questa occasione ben più chiaro che in precedenza: le parole trattano un tema molto particolare ed impegnativo, quello dell’eutanasia. I Grog cercano di mostrarci il disagio di una persona malata ed oramai incapace di portare avanti una vita dignitosa ed indipendente, un malato costretto su un letto e totalmente impossibilitato a compiere anche il gesto più insignificante. I nostri parlano chiaro, nessuno può essere costretto ad una tale tortura e nessuno merita un supplizio simile; “il dolore è punizione”, dunque la Morte viene vista in questo caso come una vera e propria consolatrice, che giunge a portarsi via le sofferenze di chi, ormai, con la vita non può avere nulla a che fare perché “il corpo non reagisce”. Staccare la spina, seguendo la volontà di chi vuole effettivamente porre fine alla sua vita anzitempo, deve essere considerata non un’azione scorretta bensì come un qualcosa di triste ma comunque giusto, una stoica interruzione dettata dalla consapevolezza di non potercela più fare ad andare avanti in certe condizioni. “La nausea del mattino che non sempre ha l’oro in bocca”, ogni nuova alba è un’ulteriore coltellata all’orgoglio ed all’amor proprio dei condannati, che in quel sole non vedono speranza bensì solamente l’inizio di altre 24 ore di agonia. “Staccate questa spina e il respiro artificiale”, è il grido perentorio di chi ormai ha perso tutto e vuole giungere nell’aldilà, riappropriandosi della sua dignità e del suo essere normale, come tutti. “Lasciatemi morire nel mare in tempesta”, per un capitano è sempre meglio affondare con la sua nave piuttosto che salvarsi osservando i resti del suo battello che pian piano affondano, costringendolo a guardare la sua barca ormai ridotta ad un ammasso di rottami. Metafora della vita, piuttosto che naufragare sino allo scoccare dell’ora fatale, meglio anticipare i tempi ed abbandonare questo mondo crudele. Ritorno alle ritmiche tribali con il sopraggiungere della quinta track, Io e Dio, che questa volta sembra realmente ispirarsi alla già citata “Baron Samedi”, sia per il suono di chitarra che per il battere ossessivo dei tamburi di Claudio. Sopraggiunge l’Hammond di Gianmario a rendere l’ambiente ben più distinto e particolare, e ben presto rimangono solamente sporadici guizzi melodici ed una timida chitarra a sostenere la voce di Joe, ben più clean ed ispirata che aggressiva e ruvida come già udito. Il frontman mantiene questo registro e pian piano decide di inasprire la sua prova, assieme agli strumenti che seguendolo prendono coraggio. La ritmica diviene ben più pesante, la chitarra anche, e l’Hammond è intento a rendere il tutto sinceramente drammatico e claustrofobico, in un pezzo che comunque gode di un incedere assai particolare, pesante e macchinoso. Non che sia un difetto, è bene non fraintendere. Anzi, questa peculiarità rende il pezzo ancor più impegnativo ed interessante, e sicuramente stimolerà i sensi degli ascoltatori più esigenti, in quanto notiamo nell’andatura della sei corde nuovamente un gusto Doom niente male, un gusto che ritroviamo in tutti gli strumenti, che assecondano l’axeman e donano così maggiore enfasi al cantato di Joe. Con il sopraggiungere del ritornello si cambia rotta, il pezzo “esplode” in un tripudio di psichedelia ed anche la voce di Joe si fa ben più alta e passionale. Si ritorna, con una nuova strofa, a ritmiche affini al Doom e ad un modo di cantare ben più aggressivo del frontman, il quale sembra quasi sfociare nel parlato. A deliziarci, in seguito, un bel “mini assolo” di Gianmario che fa letteralmente cantare il suo Hammond, e nuovamente si cambia registro. La chitarra di Gianni ritorna “timida” e sono i tamburi di Claudio i veri protagonisti, che con il loro battere accompagnano un Joe ben più melodico che aggressivo. Altro cambio di prospettiva, ritorna l’aggressività Doom, destinata comunque a rimanere per poco complice l’avvicendarsi di un nuovo ritornello, che porta con se l’esplosione “psichedelica” già udita nel precedente. Una piccola pausa che sembra sancire la fine del pezzo, che ci inganna e ci coglie impreparati ad assorbire l’ultima “botta” di psichedelica che maestosa ed elegante come una fenice giunge a stregare i nostri sensi. Un brano che definirlo atipico sarebbe un mero eufemismo, ma proprio per questo vincente ed impegnativo, non per tutti, capace di far vibrare le corde solo delle anime più predisposte ed avvezze ai viaggi “extra sensoriali”. Si chiude con precise “raffiche” di batteria e chitarra, altro grande lavoro da parte dei Grog, che giunti a metà disco non sembrano minimamente avvezzi ai “passi falsi”. Altre lyrics per nulla criptiche e decise a trattare di tematiche importanti: questa volta si affronta il tema della religione, non facendo riferimento né alla Chiesa né ad altri enti, al contrario è il rapporto fra uomo e Dio che viene indagato. Forse una canzone che ha molto di autobiografico, notiamo in questi versi la volontà di slegarsi da un concetto “ieraticamente sacro” di religione, intesa quest’ultima come un insieme di dogmi regolati dall’ira e dall’austerità di un Dio severo e noioso, giudice e giuria intento a compiere unicamente la sua volontà. “Sono nato come tu volevi, sono cresciuto con la paura di te”: ci dicono che nasciamo per volontà di Dio ma egli non è un padre benevolo. “Di voler patrigno”, l’austero genitore ci inculca sin da subito il timore nell’animo, facendoci capire che se sbaglieremo o comunque gli mancheremo di rispetto saremo costretti ad intercorrere nella sua ira più funesta e cieca.. tuttavia, il protagonista delle lyrics non sembra volersi tirare indietro e decide di affrontare Dio in prima persona, guardandolo dritto in faccia ed affermando di non temerlo. Egli afferma che questa sua ribellione potrebbe addirittura portarlo ad essere una sorta di “anti Dio”, una “spina nel fianco” del Dominatore che non sa proprio come comportarsi dinnanzi ad un dissidente. Nessuno si era mai ribellato così senza pudore alcuno, la divinità è sgomenta ed impaurita, ma il protagonista non ha intenzione di far del male o comunque “dissacrare” nulla. Anzitutto, il Nostro chiede al Signore se in effetti l’amore della gente serva più a lui che a noi, ed afferma di voler vivere libero, senza doversi a tutti i costi sentire una marionetta relegata al volere di un’entità onnipotente. Nella vita bisogna provare, si può sbagliare ma non si può non agire per paura di punizioni e ripercussioni.. altrimenti, non si imparerà mai nulla. Anche “peccare” serve a crescere, e non serve a nulla astenersi dal normale corso vitale per non incappare nell’ira di Dio. Anzi, “castrarsi” è proprio la peggiore delle punizioni, anche più grave di quella che una qualsivoglia Entità superiore potrebbe infliggere per punire una “disobbedienza”.”La mia Verità è dentro di Me”, afferma il protagonista, che si considera un uomo fiero ed indipendente, che certamente senza Dio si è sentito “male, confuso da morire” ma che comunque non può rinunciare a camminare sulle sue gambe. E’ questo quel che dovrebbe fare un Dio giusto: vederci camminare e seguirci pian piano, pronto certo ad intervenire per salvarci se dovesse essercene bisogno, ma mai obbligato ad interferire ogni volta, privandoci della capacità di imparare noi da soli come si vive. La seconda metà del disco si apre con la traccia numero sei, La Soglia D’Argento, aperta da una veloce rullata sul charleston ed in seguito resa particolare da un incedere elettronico dal ritmo affascinantee coinvolgente. Ben presto il tutto ritorna più rock n’ roll, con il sopraggiungere di tutti gli altri strumenti e Claudio che torna a sfruttare appieno tutto il suo drum kit. La chitarra di Gianni torna a sfociare in un sound vagamente Doom, tutto l’impianto strumentale risulta essere preciso ed equilibrato, mentre è la voce di Joe a fornire quegli spunti e quelle “incursioni” in campo melodico che rendono il pezzo più variegato e meno monocorde. Un cantante che riesce ad arricchire con la sua ugola un brano tanto da divenire il vero trascinatore della band, decisamente sentiamo la mano di Joe Perrino in questo progetto e tutto il suo carisma viene messo al servizio di bravissimi musicisti, ottimi interpreti e perfetti con i loro strumenti per esaltare / fornire un supporto al nostro cantante. L’andatura di questo brano sembra tornare a fregiarsi di “malvagità”, possiamo udire ritmi “maneschi” ed un Hammond assai oscuro, ben coadiuvato da una tastiera quasi da film Horror. E’ sempre il ritornello a “rassicurarci”facendo virare il tutto verso lidi più accomodanti, ma sembra che gli strumenti abbiano la volontà immediata di ritornare sui loro passi, svelandoci nuovamente la loro metà malvagia intenta ad annullare quanto fatto di “buono” in altri passaggi. Un coesistere dunque di luce ed ombra perfettamente collegate, quasi la musica divenisse una metaforica ed artistica rappresentazione dell’animo umano. Altro ottimo assolo di Gianni perfettamente sorretto da una coppia basso / batteria d’alta scuola e da un Hammond rifinitore, ritorna il ritornello che risulta essere il punto forte del brano. Parole facilmente assimilabili, cantabili circondate da un sottofondo strumentale accattivante e rapitore, ben diverso dal clima invece di oppressione che scandisce le strofe. Il brano dunque termina, lasciandosi indietro questo meraviglioso gioco di alternanze. Le parole sembrano, a discapito di alcuni passaggi particolarmente cupi, rimarcare dal canto loro un forte ottimismo ed una sincera volontà di vivere serenamente la propria esistenza. Il protagonista è in balia del caos più totale, i suoi demoni (metafora indicante gli errori ed il pessimismo in generale) lo braccano stando aggrappati alla sua schiena come scimmie, mentre il signore del Caos lo domina quasi egli fosse una marionetta in suo potere. Il nostro non ci sta, in un impeto di rabbia titanica si scrolla di dosso demoni e fili, rinunciando per una volta alla “resa facile” e decidendo dunque di divenire il padrone della sua vita, spingendosi laddove nessuno ha mai osato arrivare. “La Soglia d’Argento”, l’ultimo ostacolo che si frappone fra l’uomo e la felicità; quel passaggio è costantemente presidiato da mostri ed incubi, cercando di avvicinarci a quello splendido e scintillante uscio veniamo immediatamente braccati dalle nostre peggiori paure, le quali cercano in tutti i modi di farci ritornare nel deserto della notte perenne, soli con i nostri guai, a crogiolarci nelle nostre miserie. Ebbene no, non questa volta. Il protagonista riesce in qualche modo a varcare quella soglia, a sorpassare la folla ignorante e finalmente può gridare al mondo la sua felicità. Egli ha vinto e può gioirne, nessuno riuscirà di nuovo a corrompere la sua anima. La sua libertà è stata pagata a caro prezzo, combattendo e facendosi del male, ma alla fine trionfando sul caos, sulle paure, sulla negatività e sulla tristezza. Una intro elettronica apre la traccia numero sette, Love Song, la quale beneficia della stessa atmosfera respirata durante i primi secondi di “2 Monete D’Oro”. Ritorna il sound alienante e “spaziale”, riproduttore di vuoti cosmici, mentre dei pezzi di metallo sembrano tintinnare cadendo a terra, scandendo un ritmo più o meno marziale, preciso e ticchettante. Il brano parte “ufficialmente” con la chitarra di Gianni prontissima a ricamare un riff roccioso ed oscurante, mentre Joe come al solito sfoggia un cantato cupo ed aggressivo, alternandolo, in momenti più “accesi” e “vivaci” (complice un crescendo che coinvolge tutti gli strumenti), a toni ben più acuti. Tutto continua seguendo un ritmo baldanzoso e vivace, Rock n’Roll all’ennesima potenza, un ritmo finissimamente cesellato sia dall’Hammond sia dalla tastiera, abilissima a produrre note squillanti e meravigliosamente limpide, le quali “cozzano” con le note oscure dell’organo ma comunque ben si sposano con un contesto che, come già accaduto, vede il suo successo proprio in questa alternanza. Più che una tastiera sembra di udire un vero e proprio pianoforte, tanto le note sono chiare e distinte, e tanto queste ultime risultino a sgorgare libere come uno zampillo d’acqua di sorgente. Veramente una magnifica trovata, che domina il brano dall’inizio abbondante sino alla fine. Un ritornello anche questa volta sapientemente studiato e molto coinvolgente riesce a catturare la nostra attenzione, ma la vera sorpresa arriva al minuto 2:33. Il clima diviene quasi “spettrale”, sentiamo le note di tastiera ben più distinte in questa occasione, le quali danzano un sabba frenetico unite ad uno spasmodico fruscio dettato dal charleston di Claudio, mentre Joe ripete con fare istrionico il titolo del brano, quasi ci stesse in qualche modo canzonando. Il tutto ritorna su binari ben più tradizionalistici una manciata di secondi dopo, momento in cui il brano riprende coordinate assai più Rock n’Roll e si avvia verso il finale, preciso e diretto, senza sbavare neanche di una virgola. Il testo, a discapito di un titolo che lascerebbe sin da subito intendere il tema attorno al quale giriamo, risulta essere piuttosto criptico in alcuni passaggi. Sarebbe una canzone dedicata ad una presunta lei, ed in effetti nella prima strofa notiamo uno struggersi per una bella, che in quel momento non è presente ad allietare le notti del protagonista. “Rotolando nel mio letto sto sudando senza estate, ogni notte ormai ti cerco, anche il buio fa paura”, uno status di profonda sofferenza.. di “astinenza” quasi, visto si che l’eccesso di sudorazione e gli attacchi di panico sono sintomi tipici delle crisi che affliggono chi è dipendente da determinate sostanze; quando ci si ritrova privi della cosiddetta “dose”, infatti, si cade in uno status di profonda paranoia e paura, accusando malesseri fisici che scompariranno unicamente dopo l’assunzione del “sedativo”. Vogliamo però pensare che il tutto sia dedicato a questa maledetta Lei, anche se le immagini di morte e di oscurità che si susseguono nei versi seguenti propendono a farci pensare ad una metafora indicante per l’appunto le crisi descritte in precedenza. “Sto inseguendo la mia ombra con la falce stretta in pugno / non voglio mani tese ma fantastiche bugie”, è chiaro che il protagonista sia alla spasmodica ricerca di un qualcuno o di un qualcosa che è venuto a mancare, provocando in lui una profonda depressione, quasi una sindrome dell’abbandono. L’unico modo è cercare di ritrovare ad ogni costo quella cosa o persona, per poter finalmente essere felice. Dalla disperazione, il nostro è arrivato addirittura a pregare, pur non ottenendo i risultati sperati. Le preghiere sono parole al vento, Dio non ascolta, bisogna necessariamente procurarsi la musa ispiratrice di questa “Love Song”, quella “Madonna che non sanguina alla luce”, una femme fatale che, pur non avendo denti aguzzi, morde senza sosta e pur non avendo scaglie striscia imperterrita nel nostro cuore e nella nostra anima. Ritmi ben più pacati e blandi, quasi “romantici”, sopraggiungono con l’avvicendarsi della traccia numero otto, Madre, introdotta da un pianoforte mesto e malinconico, intento a ricamare una melodia che molto sa di abbandono e lontananza. Dopo bordate di Hard n’ Heavy sfocianti nel Doom, senza dubbio ci sorprende udire ritmi da vera e propria ballad, un momento in cui l’Hammond oscuro di Gianmario viene messo da parte in favore di un pianoforte che sembra piangere dal dolore. Persino la ritmica spaccaossa di Angelo e Claudio abbandona la volontà di pestare duro, e la chitarra di Gianni risponde anch’essa all’appello facendosi molto più posata e composta, melanconica quanto il pianoforte che assurge a vero protagonista di questo brano così sorprendente. Considerato il trend del disco, mai ci saremmo aspettati di trovare, quasi in chiusura, una canzone del genere. Persino Joe sembra irriconoscibile, sospirando affannato ed addolorato nei primi frangenti di brano, come se si trovasse ad una veglia funebre. Il suo cantato abbandona l’aggressività per sfoggiare una pulizia d’esecuzione non male, e l’impressione generale è più che positiva. Può risultare forse “anomalo” ascoltarlo in queste vesti ma la prova offertaci non è affatto negativa, anzi tutt’altro, l’esecuzione di Joe è molto emozionante e sentita, mr. Perrino decide di cantare col cuore facendo suo il tema principale del pezzo, ed esprimendo in questo modo sensazioni schiette e genuine. Udire la sua voce esplodere all’unisono con la forte carica evocativa di un pianoforte meravigliosamente suonato e contestualizzato, poi, fa letteralmente sorgere in noi i cosiddetti “bumps” da pelle d’oca. Il paragone con i Death SS ritorna, in quanto le note di pianoforte e l’atmosfera che queste suscitano sembrano rievocare, con le dovute differenze, brani come “The Serpent Rainbow”, anche se il gusto maggiormente più classicheggiante sembra farci riudire, attraverso queste note, la mano di un genio della melodia come Tuomas Holopainen. La prima vera esplosione si ha al minuto 1:40, ritorna l’Hammond ma il contesto non cambia di una virgola, il tutto è sempre finalizzato a provocarci forti emozioni e non destituisce toni romantici e particolarmente sentiti. Ritorna la calma e Joe torna a cantare quasi con le lacrime agli occhi, passano una manciata di secondi ed il  contesto “scoppia” letteralmente, i cori sorreggono magnificamente il frontman, dedito a far vibrare le corde della nostra anima narrandoci questa storia triste e, lo si capisce, non a lieto fine. Udiamo la ritmica riprendere coraggio, Angelo e Claudio optano per la precisione più che per la potenza dell’esecuzione e poco dopo la metà del brano riusciamo ad udire il bravo bassista in tutto il suo splendore, mentre lunghe note di Hammond sorreggono il pianoforte, che continua ad imperare. I ritmi accelerano verso il minuto 4:48, Claudio detta un nuovo tempo le note di pianoforte e tastiera fuggono letteralmente via, rincorrendosi e danzando frenetiche sul pentagramma, donando vita ad un momento che avrebbe sicuramente fatto la felicità di un sacco di Goth Metal bands. Tristania o Nightwish avrebbero sicuramente aguzzato l’orecchio, si può sostenerlo senza timore alcuno. Il brano giunge così, concitato e pià “veloce” di prima, verso un finale in cui udiamo Joe recuperare una sorta di aggressività ed urlare contro il cielo, sussurrando un’ultima volta prima di lasciare da solo il pianoforte, che chiude dapprima con una splendida melodia ed in seguito con un’ultima, grave nota. Leggendo accuratamente le lyrics si può dedurre, come il titolo recita, che il brano sia sicuramente dedicato ad una figura materna, sicuramente non fittizia per via di alcuni riferimenti e di una partecipazione emotiva generale che ci lasciano supporre il fatto che si stia ricordando una persona venuta a mancare. Una madre, appunto, la fonte di vita, la Genitrice, colei che ci porta nel suo corpo e ci alleva, sempre gentile e comprensiva, che con il suo amore custodisce la nostra innocenza ed è pronta a medicarci qualsiasi tipo di ferita, dalle più superficiali a quelle dell’anima. E’ lei il nostro faro, la nostra gioia e la nostra speranza, è lei che con le sue fiabe riesce a scacciare via le paure che la notte ci assalgono, è lei che con i suoi caldi abbracci riesce a lenire anche i dolori più gravi ed all’apparenza inguaribili. La donna qui presentata viene dapprima inserita nel suo ambiente naturale, ovvero in compagnia dei suoi figli, mentre seduta in riva ad un torrente è intenta ad intrattenere la prole con fiabe inventate ed avvincenti. Subito dopo, la donna ci viene mostrata anziana ed ammalata (probabilmente), intenta ad esalare fra le lacrime generali i suoi ultimi respiri, comunque circondata dall’affetto del frutto del suo amore, ovvero i suoi bambini ormai divenuti adulti ma non per questo distanti da lei. “Prenderò il tuo ultimo respiro per poi chiuderlo tra le mie mani, conserverò, come una conchiglia il mare, il suono della tua voce”, forse uno dei passaggi maggiormente commoventi e toccanti, un verso che da solo dovrebbe valere l’acquisto di un disco del genere. Vedendo ormai sua madre così fragile e pronta ad abbandonare la vita, il protagonista delle lyircs traccia un lungo bilancio del suo rapporto con la genitrice: ci si è amati come odiati, si è discusso e ci si è voluto un bene dell’anima.. l’augurio è solo quello di ritrovarsi presto, in un aldilà ove comunque sarà presente quel ruscello, in riva al quale la Madre sarà di nuovo intenta a raccontare quelle fiabe magiche ed avvincenti. Tanto di cappello, per un brano a dir poco perfetto, sia musicalmente sia testualmente. Saper emozionare così non è da tutti, sinceri complimenti a questa band. Non è però d’uopo crogiolarsi nei ritmi mesti e blandi, si torna a rockeggiare follemente con il sopraggiungere della penultima traccia, Poesia Assassina. L’inizio sembra riprendere le atmosfere cupe già udite negli album solisti di Glenn Danzig, senza scordarsi il sound acido e “crudele” dei KISS anni ’90, quelli di album come “Revenge”, per intenderci. Il brano sembra infatti ricalcare l’andatura delle varie “Twist of Cain” ed “Unholy”, basandosi su di una ritmica imperterrita e dei riff serpeggiantemente ipnotici, suadenti e tentatori come solo il Demone Supremo saprebbe essere. Joe ritorna più maligno e “luciferiano”, sentiamo in sottofondo dei suoni elettronici che sembrano quasi “zufolare”, sino a che non udiamo il frontman, in alcuni frangenti, sorretto unicamente dalla ritmica (altra bella occasione per ascoltare il lavoro di basso di Angelo). Al solito, il compito di cambiare prospettiva e registro viene affidato al ritornello: “dondola, dondola!”, il tutto sembra letteralmente esplodere, sempre per rendere accattivante questa parte di brano che ha il compito di catalizzare l’attenzione dell’ascoltatore sul pezzo tutto. Terminata la deflagrazione luminosa, i ritmi ritornano ciechi e stoici, il basso di Angelo dona una corposità splendida al sound che nel frattempo rinuncia allo “zufolare” elettronico per lasciar spazio a dei “tremolii spaziali” molto cari a band come Hawkwind, rendendo assai importante la componente psichedelica del brano. Altro ritornello, poi al minuto 3:02 udiamo la chitarra di Gianni fondersi magnificamente con i vocalizzi di Joe, ed intanto dei cori ben studiati creano grande atmosfera. Pian piano risorge l’Hammond di Gianmario e si procede con un nuovo ritornello (di gran lunga uno dei migliori uditi sino ad ora), i cori sembrano quasi “angelici” e tutto sembra quasi sollevarsi da un piano immanente ad uno ben più trascendente, facendoci letteralmente compiere un viaggio extrasensoriale, inglobandoci in una trance malvagia dalla quale non possiamo sfuggire nemmeno opponendoci con tutte le nostre froze. Il brano si chiude con un climax “al contrario”, ovvero tutti gli strumenti si calmano e ci conducono, “educatamente”, alla conclusione del tutto. Un clima che ci porta dunque alla scoperta della nemesi per eccellenza di “Madre”: se il brano precedente trasudava sentimento e trasporto emotivo da ogni nota, “Poesia Assassina” è un brano che riporta in auge la cattiveria dei Grog, anche e soprattutto a livello di lyrics. Queste ultime sembrano quasi parlare di un assassino, di uno spietato sicario intento a compiere il suo lavoro non senza provare comunque una punta di disapprovazione per se stesso. Sembra proprio che il protagonista abbia scelto questa via per mancanza di alternative, e sente sulle sue spalle il fardello di questa vita criminale. Egli vorrebbe forse farne a meno, ma alla fine si compiace di quel che è ed ammette di non potersi tirare indietro. Egli è l’angelo della morte, anzi, di più: EGLI E’ DIO, il Dio intento a punire tutte le sue vittime, ree di aver sbagliato e giunte adesso al momento di saldare il conto. Uccidere è un diritto, essere crudeli un dovere, su ogni pallottola è scritto il nome di chi deve ricevere giustiziato: “uccidere è il mio mestiere”, sentenzia imperiale questo sicario, il quale è ormai totalmente imbarbarito dai litri di sangue che hanno macchiato le sue mani. Ormai, egli non sa più pregare né perdonare, ha dispensato morti a sufficienza per potersi permettere di lasciare a casa la coscienza, pensando solo a premere il grilletto, non fermandosi dinnanzi a nulla. “IO SONO IL TUO DIO”, urla in faccia al condannato a morte, quasi fosse un novello Jules Winnfield pronto a recitare un sermone biblico prima di far calare la vendetta sulle teste marchiate a fuoco di chi ha commesso un errore fatale. Giungiamo così alla fine di questa avventura, ascoltando l’ultima track del lotto, ovvero Una Bella Giornata. Un preciso stacco di Claudio e di seguito un tempo ben scandito sempre da quest’ultimo avvia il pezzo su binari movimentati, dove torna ad essere grande protagonista l’Hammond di Gianmario, dal sound tipicamente Purpleiano. Il brano sembrerebbe, nel suo incedere, un normalissimo pezzo dei Grog, fregiandosi di un aggressivo sound di chitarra e del solito ottimo lavoro della ritmica nonché dei virtuosismi del già citato “Hammondista”.. ma come già accaduto, una sorpresa è lì appostata dietro l’angolo, pronta a ghermirci per l’ultima volta durante questa avventura durata dieci tracce. Secondo 00:38, le ritmiche divengono serrate e velocissime, anche l’Hammond sembra impazzire: il cantato di Joe rimane più o meno lo stesso, ma i tempi si confanno ad uno stile smaccatamente Speed Metal, un proto-Thrash che può beneficiare dello splendido lavoro di Gianmario, un ibrido impazzito e folle. Anche il frontman sembra intento a dispensare parole a raffica, velocissimamente, una velleità estrema che durante il brano si ripropone in diverse occasioni, svelandoci definitivamente l’anima Metal di un complesso che, fino ad ora, ci ha riservato sorprese su sorprese e non è mai caduto nella monotonia, nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio. In un certo frangente, inoltre, la voce di Joe viene impreziosita da un ottimo effetto apportato da alcuni cori di voci fanciullesche, bambini che si calano nei panni di giovani Rockers per affiancare, in quest’ultima battuta, l’arcigno e piratesco Perrino, che ci tiene a chiudere col botto e senza lasciare troppi prigionieri. Si riprende l’andatura “standard”, quella più Rock n’Roll, ritornano le voci dei bambini ad affiancare il frontman (in alcuni casi riusciamo anche ad udirle in solitaria, così come il basso di Angelo, in grande spolvero) ma tutto sembra spianare il terreno ad una nuova esplosione Speed, che in effetti arriva, lasciando poi il posto ad un altro curiosissimo frangente, che prelude la conclusione. Rumori elettronici che si susseguono frenetici ed in maniera quasi “fastidiosa”, quasi il disco si fosse incantato, quasi ci fosse un problema con il nostro impianto stereo. Così dunque termina il brano ed il disco tutto, lasciandoci letteralmente a bocca aperta e donandoci un pezzo che live farà A DIR POCO furore. Che avventura, Rockers che leggete.. se non vi siete ancora procurati questo disco, è tassativamente ordinato correre ad assicurarvi la vostra copia! Sempre per concludere in bellezza, il testo sembra ricalcare la tematica di vita vissuta molto cara ai Nostri, presentandoci un protagonista che si ritrova ad osservare un mondo perentoriamente diviso fra ricchi e meno abbienti. C’è un muro a dividere le due classi sociali ed il nostro amico, senza nemmeno doverlo dire, è nato dalla parte “dove impari ad arrangiarti”, la nemesi di quella zona nella quale, invece, si è tutti ben vestiti e dall’aspetto impeccabile, complici i conti in banca ad otto zeri. Nel mondo difficile dove il protagonista vive non si sta molto a badare alla legalità o all’effettiva bontà delle intenzioni, ci sono vari modi per “tirarsi su” e, come sono gli stessi Grog a comunicarci, non conta per nulla il fatto che questi possano far bene o male, se siano illegali o legali.. quel che conta è destarsi dal torpore delle periferie e provare a vivere in maniera frenetica e movimentata, in barba alla povertà e alle precarie condizioni sociali. Ci si ritrova dunque a vivere con il cervello alterato e con i sensi sopraffatti da questa condotta di vita, mille voci ci circondano e mille colori danzano frenetici dinnanzi ai nostri occhi.. siamo ancora lì, ad ignorare cosa ci succede, pensando solo a divertirci ed a distrarci, avendo ormai capito come gira il mondo. Credere in un ideale comporta solo guai e delusioni, non ci sono più valori, tutto è perduto e gettato nella nebbia. Non ha senso combattere, non dobbiamo sprecare inutilmente energie.. le nuvole in cielo ci circondano nemmeno fossero avvoltoi, notiamo come l’egoismo sia ormai il Principe di quest’epoca buia; altro non ci rimane da fare che alzare i medi e mandare tutti.. “a quell’indirizzo sacrosanto –cit. Carmelo Bene”, perché questa è ormai la nostra ultima azione di rivalsa!



Cosa dire, dunque, di questo album? Un’avventura su di un vero e proprio vascello pirata, considerata l’attitudine immediata, dura & pura dei nostri Grog e del nostro capitano Joe, che con questo disco scrive un nuovo capitolo della sua lunghissima storia e ci fa comprendere quanto, ai giorni nostri, sia bello ma soprattutto NECESSARIO contare su personaggi del genere. Proprio perché Joe Perrino ed i suoi Grog rappresentano tutta una serie di valori che, in tempi recenti, sembra quasi si stiano perdendo totalmente dietro la volontà di far soldi e carriera con il mitico sforzo. “Come tutti i miei progetti, i Grog sono nati per gioco”, afferma il frontman, ed è proprio questo l’elemento sul quale dobbiamo accendere necessariamente i riflettori. Gioco, divertimento, spensieratezza.. componenti fondamentali dell’Arte in generale ma soprattutto della musica, della buona musica, quella ben suonata, proveniente dal cuore e dallo stomaco, non certo vincolata ad un progetto a lungo termine studiato a tavolino, o magari dipendente da contratti milionari e da super produzioni. Joe Perrino è un autentico operaio del Rock made in Italy, un personaggio umile che mai ha tradito la sua anima, che ha sempre cercato di assecondare le sue mille sfaccettature artistiche, mosso da una sincera passione per tutto quello che fa. E come conseguenza, la sua Musica arriva dritta nell’anima delle persone, ignorando il loro portafogli. I Mellowtones prima, gli Elefante Bianco poi, i Grog oggi, tutto è costruito per donarci brani indimenticabili e per permettere all’io poliedrico e “multicolor” di Joe di innalzarsi fiero su di un torpore che purtroppo, in questi 2000 specialmente, mina la creatività di molti personaggi che forse potrebbero cercare di osare.. ma non lo fanno, per paura di perdere un contratto. “Avanti, Rockers alla deriva.. di quelli giusti, fuori pista e fuori di testa! A furia di soffrire, di andare giù svelto e duro.. di brutto, sulla pelle e sul cuore, contro il muro!”, frase dell’amico-collega Pino Scotto (direttamente da “Il Grido Disperato di Mille Bands”) che ben si addice dunque all’attitudine del nostro cantante, ed in generale a tutto il suo gruppo. E’ sempre bello vedere che c’è ancora qualcuno interessato a promuovere del sanissimo Hard n’ Heavy, non cadendo nella trappola del motivetto facile atto a scalare le classifiche. E forse non sentiremo mai i Grog su qualche radio di portata nazionale, i tempi sono cambiati ed è altra la musica “che tira”.. ma diamine, i Nostri sono una realtà che già solo esistendo permette a tutti noi appassionati di tirare un sospiro di sollievo, una realtà che ci rincuora e rinfranca. I nostri cuori batteranno ancora, le nostre pance verranno ancora scosse da queste scariche di decibel ed aggressività, per poi venir tutti cullati dalle magiche note di “Madre”. Non c’è periodo storico o crisi che tenga, certa musica non passerà mai di moda e finché potremo contare sull’esperienza di personaggi come Joe Perrino, c’è realmente da dormire sonni tranquilli. La speranza è che questo disco possa trovare presto un suo degno successore, così da poter definitivamente consacrare i Grog come una delle realtà migliori di questi ultimi anni.


1) 2 Monete D'Oro
2) L'Esercito del Male (feat. Pino Scotto)
3) Euforia Sintetica
4) Il Mio Battello Fantasma
5) Io e Dio
6) La Soglia d'Argento
7) Love Song
8) Madre
9) Poesia Assassina
10) Una Bella Giornata