GRINDER

Nothing is Sacred

1991 - Noise International

A CURA DI
YADER E LUCIA
16/07/2012
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

L'underground teutonico ha sempre regalato grandi soddisfazioni a tutti i metallari thrasher del mondo. Il sottobosco tedesco ha partorito realtà sempre agguerrite e convincenti, ma la sorte non paga tutti con la stessa moneta, basti pensare a band come i Vektom il cui fato ha racchiuso il loro successo in solo 2 full-length e li ha reclusi nel dimenticatoio. Stessa sorte tocca al combo Grinder in periodi diversi e con tre full-length, 2 demo e un EP. Qui mi sento di alzare la mano e gridare “unfair”!! Questi 4 ragazzi di Frankfurt am Main pagano il dazio ai loro concittadini più blasonati che rispondono al nome di un grande boccale di birra gelata, i Tankard, i quali lasciarono poco spazio insieme a Kreator, Sodom e Destruction che raccolsero gli allori del thrash metal teutonico. Oggi il metal oramai non trova più spunti di personalità ma regala cloni su cloni, come se non esistesse più una personalità sul lato creativo di riff e solage, quelli che poi in fondo hanno reso grande il fottuto thrash metal. Questo album racchiude dieci capitoli vincenti che sicuramente molti metallari di oggi troveranno di proprio gusto. Già un elemento vincente di questo lavoro è dato dall'artwork che emana un' energia anni 80 incredibile, pur essendo uscito nei primi anni 90, l'intera copertina rispecchia lo stile prettamente 80's. Lasciamoci ora trasportare da tutte le sensazioni che ci regala "Nothing is Sacred".



Il nostro viaggio inizia con la malinconica arpeggiata di “Drifting For 99 Seconds” che nel breve percorso di 1 minuto e 41 secondi di questa track strumentale ci aiuta a percepire meglio i colori del tramonto della bellissima copertina. Eccoci entrare nel capanno dei massacri... dove la bellissima “Hymn For The Isolated” ci ricorda i cugini d'oltreoceano newyorkesi Nuclear Assault anche nelle tematiche sempre dirette e sincere. La seconda traccia dell'album è una canzone che parla dell'indifferenza che regna nella società di oggi. Avvengono omicidi, stupri e nonostante questo ognuno continua dritto per la sua strada e questa indifferenza dettata un po’ per necessità ci fa sentire soli. La traccia suona come protesta contro tutto questo. Mentre i figli di papà diventano delinquenti e la pazzia continua a violentare donne, c' è gente che chiude le finestre e aumenta il volume della tv per non sentire le urla di aiuto provenienti dalle strade. Il terzo colpo di accetta inflittoci sul cranio risponde al nome di “The Spirit Of Violence”. In questa pregevole miscela di thrash troveremo un piacevole intro dal sapore maideniano, ma il tempo di un battito e le due chitarre condotte da Lario Teklic e Adny Ergün costruiscono i pilastri che sorreggono questa folle corsa dello spirito violento dove Stefan Arnold con la sua batteria cementa il tutto. Le tematiche di questa track ci fanno molto riflettere perchè sputano in faccia la cruda verità, diagnosticandoci quanto l'uomo stia perdendo il suo autocontrollo e la sua spiritualità trasformandolo in un essere spietato e cinico. Il combo ci lascia un messaggio opposto alla tematica e il messaggio opposto lo troviamo nel piacevole e melodico assolo ricucito nel centro della track che le dona un valore aggiunto e umano. Eccoci a uno dei punti forti dell' album, la titletrack. Già il titolo lascia presagire quasi tutto che si ripete nella canzone come un amen in una preghiera, ma più che preghiera qui parliamo di rabbia verso chi, con le menzogne, crea un business influenzando la gente che porta soldi a chi sta in alto e che nel mondo contano gli affari e non la spiritualità (come in tanti film visti da ognuno di noi: hey amico... nulla di personale ma gli affari sono affari). Il sound è saturo di reminescenze anthraxiane che dimostrano la grande passione che questi cinque ragazzi avevano per il thrash americano. Senza paura per la mia affermazione dichiaro che anche gli Anthrax non avrebbero sdegnato di mettere in un loro full-length codesta canzone che ascolto dopo ascolto vi entrerà nel cervello come una droga, che vi indurrà più volte a premere playback per sentire quel coerente e ignorante thrash che tanto ci manca oggi, anche ora che vi sto scrivendo la vorrei già risentire: “Nothing is sacred, Nothing is sacred, Nothing is sacred…to us too”!!! Eccoci arrivare alla bella, lenta e cadenzata “None Of The Brighter Days” che con i suoi quattro minuti ci ipnotizza con la sua apatia: “Sorrisi sintetici che raggiungono i miei occhi vuoti e stralunati – mezzo addormentato nessuna motivazione mi spinge ad agire”. Eccoci in episodi di musica metal che dimostrano il suo carattere anche senza folli corse ma magistralmente eseguite, “None of The Brighter Days” è ricca di fascino perchè con la sua semplicità minimalista fa il suo sporco lavoro, quello di piacere tanto, tanto, TANTO. Su track come queste, fratelli miei, potete alzare il volume e lasciare che sia lei a fare il resto... buon ascolto! Dopo una riflessione deprimente su una vita solitaria arriva una bella boccata di sana autostima con “Superior Being”, canzone padroneggiata da lenti accenti che sottolineano un elenco di “perchè” che rendono il soggetto superiore al suo interlocutore fino ad un esplosione finale di batteria, chitarre, basso e voce che ti sputano addosso ciò che tu non sarai mai. La track si svolge sulle stesse coordinate della track precedente su marce rallentate e tempi dilatati, ogni singola nota di basso accarezza la nostra pelle donandoci una profondità maggiore della canzone costruendo un tappeto perfetto per il nostro narratore Adrian Hahn che ci conduce piacevolmente nelle sue visioni che più sentiamo e più vogliamo capire e in momenti come questi non riusciamo a capire come mai band così talentuose siano rimaste incatenate ingiustamente in buie e lontane valli dimenticate, e per la gioia di tutti noi la track si conclude con un pizzico di speed che non guasta mai. Eccoci che giungiamo ampiamente oltre il giro di boa della malefica palude di “Nothing is Sacred” con la bellissima schiaccia sassi “dear mr. Sinister”, dove non si nota alcun cedimento del gruppo. Anche questo settimo capitolo è una bellissima pedata nel sedere con i suoi riff taglienti e chirurgicamente inseriti sul tappeto di batteria di Stefan Arnold che in tutto l’album ha dimostrato le sue mirabolanti esecuzioni quasi tentacolari. Il testo che ci lascia intravedere la nostra traccia riflette anche quello che è il sound che non lascia via di scampo alla sua caccia, è diventata sempre più affinata la tecnica per catturare prede, come il sound che ci cattura già dal primo ascolto. Anche se è da tempo che il nostro mostro non vede sangue sulle sue mani, rimane forte in lui la voglia di rivivere quelle sensazioni e la sua rabbia è di nuovo pronta a mietere vittime. Al minuto 2:17 troverete lame affilate che vi taglieranno, l' assolo presente sarà in grado di lasciarvi una grande ferita dimostrando che i nostri portavano il loro sound ad un livello superiore. Segue un elogio all' ebrezza di quando si ha in corpo qualche bottiglia in più o droga a portata di mano. “Pavement Tango”, e tutto si muove, il marciapiede sembra danzare in un tango maledetto, l'eroina poga a ritmo di metal mentre gli aghi si muovono in un mambo, e qualcuno per strada vende il proprio corpo per procurarsi un trip. Un basso slappato e ben scandito accompagnato da una chitarra piuttosto malata. Questo è ciò che si trova nell' ottava canzone dell'album, una minimale descrizione di uno stato di temporanea effervescenza mentale che noi conosciamo meglio con il nome di “fattanza”. Nel sound si sente questa parte più intimistica dove il combo ha voluto descrivere anche un aspetto femminile lacerato dalla vendita del corpo sul marciapiede, ma l'omaggio femminile rimane in tutto il sound molto più delicato rispetto ai precedenti capitoli quasi come un fiore che emerge da un groviglio di rovi e spine. Eccoci negli ultimi chilometri prima dell' arrivo con la spumeggiante rock&roll di “the nothing song” che sicuramente ai più ancorati puritani del thrash legati al precedente album "Dead End" farà storcere il naso, non trovando omogeneo il risultato di questo pezzo ma se riuscissimo a scindere per un attimo il precedente album dal capitolo in questione emergeranno tasselli importanti. Già solo al pensare che nel precedente album la parte di basso veniva affidata a Adrian Hahn oltre al ruolo di frontman, quindi da quartetto i Grinder si trasformavano in un quintetto. Sicuramente emergeva un lato creativo maggiore che permetteva di essere sfrontati e azzardati come fù per i Megadeth nel 1986 con “Peace Sells... But Who's Buying?”, dove inserirono “I Ain't Superstitious” che viaggiava sulle stesse coordinate. Quindi ci sembra giusto non demolire un album quando una band regala qualcosa che esula dal sound delle radici. Molte volte il testo di “The Nothing Song” tocca ad ognuno di noi, quante volte ci siamo trovati a corto di idee masticando nervosamente una matita, accendendo una sigaretta dopo l'altra, sperando che qualche ispirazione arrivi da chissà dove quando invece basta guardarsi molto più vicino e vedere da dove arriva la nostra musica, il genuino e sano rock che in fondo mette sempre tutti d' accordo. Ecco che concludiamo il nostro lungo viaggio con l'intro malinconico di “NME” ma non fatevi ingannare, pochi secondi e la tavoletta viene di nuovo pestata a manetta facendo salire il contagiri vorticosamente, ed ecco che il thrash metal che i puritani potevano un pò contraddire nella track precedente qui viene messo in risalto in questi magnifici cambi di tempo e accellerate che fanno scatenare un headbanding sfrenato e infinito, ogni cosa è fatta nel modo giusto in questa canzone, dai riff, dalla ritmica agli assoli che spingono la corazzata tedesca ad alti regimi, anche i cori inseriti all' interno dimostrano quanto fossero capaci di curare ogni aspetto, anche i più piccoli per regalare ad ogni fan un piacere nel sentire questo album. La lama tagliente della politica in questa canzone è presente dove non riesce a ingannare i nostri cinque tedeschi i quali rimarcano con prepotenza il loro dissenso dall' ideale comunista. I Grinder hanno voluto lascarci un messaggio del muro che ha diviso la loro nazione. Una chitarra arpeggiata e una voce pulita precedono una vera e propria scarica di rullante e doppio pedale come in un’esecuzione, una chiara minaccia al comunismo e all'Est che attacca con stelle rosso sangue e omicidi carichi di ogni male. Un invito a diffidare di chi con un occhio ti guarda mentre l'altro lo butta sul progresso, a non credere a nessuno che si reputa fratello ma che proviene dalla tribù sovietica, la NME sarà sempre in prima linea ad accoglierli in guerra e non esiterà ad eliminarli. Concludiamo la breve ma intensa carriera dei Grinder stroncata dalla prematura scomparsa di Lario Teklic che decretò la fine di un'ottima band europea che sicuramente avrebbe potuto regalare ottime bordate thrash a tutto il mondo. Rimango convinto che album come questi debbano essere riscoperti e valorizzati per dare modo a tutte le nuove leve di capire da dove è nato il movimento thrash negli anni 80, non solo band blasonate hanno portato un valore aggiunto al metallo ma tante piccole unità come la qui presente Grinder che ha difeso la sua postazione in modo eccellente imbracciando gli strumenti come armi e sputando note di fuoco a dimostrazione del loro talento quindi viene spontaneo ricordare ai nostri fans di andare a scavare nell'underground retrò e di riportare in vita l'intera discografia dei Grinder. Io stesso che scrivo questa recensione mi sento più ricco e felice di aver avuto il privilegio nel mio piccolo di portare un contributo e un saluto con le corna verso il cielo al grande Lario Teklic, a cui dedico la mia recensione.


1) Drifting For 99 Seconds
2) Hymn For The Isolated
3) The Spirit Of Violence
4) Nothing Is Sacred
5) None Of The Brighter Days
6) Superior Being
7) Dear Mr. Sinister
8) Pavement Tango
9) The Nothing Song
10) NME