GREYSOULS

Call Of The Damned

2016 - Self Released

A CURA DI
LORENZO MORTAI
11/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Doom, alla lettera potremmo tradurlo come "destino, fato"; per molti è così, una pura e semplice parola britannica che troviamo spesso in moltissimi ambiti (compreso quello fumettistico, pensate al villain dei Fantastici Quattro), ma per chi indossa il chiodo e le patch sul gilet, questa parola è un simbolo, simbolo di un genere ricolmo e pregno come un dorato calice. Nato, o dissotterrato se così possiamo dire, alla fine degli anni '60, il Doom (anche se nella sua prima fase di carriera possiamo additarlo come Proto Doom, per ovvi motivi), ha preso alla lettera gli insegnamenti di mamma Progressive Rock e di Papà Psychedelic Rock; costruire una musica celebrale e che faccia andare in pappa la corteccia cognitiva degli ascoltatori, con quel pizzico di sana follia che aleggia qui e là. Se però da parte dei genitori troviamo toni accesi, scale strumentali e organi Hammond, dalla parte del figlio maledetto, i toni sono decisamente più oscuri, tutto è buio, morte, sangue, devastazione interiore e quel sentore malinconico che avvolge le nostre spalle come una calda coperta fatta di cenere. Gli iniziatori del movimento, se possiamo fare una piccola digressione, sono senza dubbio i Black Sabbath; la band di Iommi, Osbourne e Butler fin dalla sua primissima apparizione musicale con il disco omonimo del 1970, ha ampiamente gettato le basi del genere, grazie a memorabili tracce come Black Sabbath, Hand Of Doom, Iron Man e la grandissima Electric Funeral. Quei ragazzotti capelloni e baffuti presero in pieno lo spirito dell'Hard Rock sporco e grezzo messo in piedi dai Deep Purple e dai Led Zeppelin, e ne abbassarono notevolmente i toni, andando a creare un sound granitico e muscoloso, toni altisonanti e quasi gutturali, da far tremare le vene dei polsi. Altrettante avvisaglie però si erano già avute anche a cavallo fra il 1968 ed il 1969, si pensi a band come i Coven con il loro Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls (il cui tema principale è l'occulto ed il satanismo, oltre all'abbigliamento clericale dei membri durante i live), ma anche formazioni misconosciute come i Blue Max, gli Anthem, ma anche gli stessi Blue Cheer nel loro Vincebus Eruptum avevano già dato pane e forza a toni decisamente più bui del solito. Una volta esploso il fenomeno poi, il calice sanguinolento da cui bere fu foraggiato da migliaia di band in tutto il globo, fino a deflagrare completamente alla metà degli anni '80, in piena verve del fenomeno Heavy Metal, soprattutto in terra scandinava e britannica, grazie ai gruppi che tutti conosciamo come Candlemass, Saint Vitus e Pentagram. Tutto questo poi senza contare le centinaia di accezioni successive al tronco iniziale, dal Death Doom al Funeral Doom, passando per l'immancabile Stoner (colui che più di tutti ha mantenuto le sue influenze settantiane) ed il mefitico Sludge, ce n'è davvero per tutti i gusti, e come direbbe qualcuno "non se ne ha mai abbastanza".  Nel nostro italico stivale non poteva che nascere altrettanto celermente questo genera, considerando la sacrale scuola Progressive che fin dalla metà degli anni '60 detta legge come e forse anche più della sua controparte originale britannica; dunque accanto a Banco del Mutuo Soccorso, PFM e Le Orme, spuntano nel corso del tempo i Requiem, Black Hole ed il grande Paul Chain, fino ai più recenti L'Impero Delle Ombre, Caronte, The Black e Black Capricorn. Formazioni dedite alle più disparate influenze che la scuola anni settanta abbia offerto nel corso degli anni, dall'epicità più pura riprendendo gli stilemi ottantiani dei Candlemass, fino all'estremo più marcio portato avanti anche da formazioni estere come gli Urfaust. Argomento della recensione odierna però sarà il purismo più bianco e lattiginoso, anche se chiazzato di nero pece. Un gruppo che ha saputo fin dalla sua prima apparizione, prendere il proverbiale toro per le corna, ispirandosi ai padri del genere, e facendo proprie determinate linee fino a riproporle in tutta la loro interezza; parliamo dei toscani GreySouls, capitanati dalla inusuale (ben si intenda, per un gruppo dedito a tal genere) voce di Alessandra Calvanelli, e come abbiamo sottolineato poco fa, completamente assuefatti e dediti alle oscure tinte del Proto Doom anni '70. Pur essendosi formati come Orchid (probabile riferimento alla Doom band americana, autrice del capolavoro Capricorn nel 2011), esordiscono nel 2009 come semplice cover band dei Black Sabbath; eppure tutto questo non basta a saziare la loro fame di musica, ed infatti poco dopo, rimasti in quattro a causa dell'uscita di uno dei membri, iniziano a mettere insieme le proprie cineree idee. Ed è così che tutto è partito, fino a culminare nella recensione che stiamo per andare ad affrontare, l'esordio alla regia dei nostri pratesi, che va sotto il nome di Call Of The Damned. Dalla copertina che già di per sé centra in pieno lo spirito del genere, troviamo le sporche immagini di quella che sembra essere una casa abbandonata, circondata da litiche statue dallo sguardo e dal tono severo. Il tutto incastonato nei colori del grigio, del nero e del verde, che vanno a creare una atmosfera quasi tossica, che ti serra la gola come una forte presa. In alto al centro il logo della band, con un font che ricorda palesemente gli anni '70 e forse anche qualche piccolo passo indietro, mentre al di sotto il titolo dell'album, in caratteri più standard. Niente fronzoli dunque, soltanto la potente energia della musica e le funeree atmosfere che questi ragazzi vogliono donarci; dieci tracce per capire il buio e la notte, dieci tracce per entrare nel dannato vortice dei condannati infernali, preparatevi, l'incubo è appena iniziato. 

Fierce Chase

Una serie apparentemente infinita di colpi alla grancassa inframezzati dalla mesta chitarra ci apre e Fierce Chase (Inseguire la Fiera); per chi non lo sapesse, o per chi non mastica italiano aulico da sera a mattina, la Fiera non è certo intesa come la festa che tutti conosciamo, con zucchero filato e giostre, bensì un animale fantastico e feroce che terrorizza gli uomini. Nei primi canti dell'Inferno dantesco, il nostro sommo poeta fa la conoscenza di tre spaventose Fiere, la Lupa, il Leone e la Lince (o Lonza, come viene chiamata da lui). Esse rappresentano tre vizi capitali dell'uomo, avarizia, superbia e lussuria; nel corso dei secoli poi la glottologia di Fiera ha assunto le caratteristiche che noi tutti conosciamo, ricollegandosi a qualcosa di più positivo delle descrizioni infernali che il narratore fiorentino fa nel suo tomo. Avete mai provato la sensazione che qualcosa non vada nel mondo, che ci sia una presenza demoniaca accanto a voi che poggia la propria mano sulla vostra spalla, a cui potreste raccontare ogni segreto che alberga nel vostro animo? Tema portante di questo primo pezzo sembra essere proprio questo, e mentre un riff dal sapore settantiano fa il suo ingresso sulla scena, contriti aspettiamo l'entrata della voce femminea, la sei corde ed il basso ricamano forsennati andando a prendere di peso la cultura iniziale del Doom e riproporla qui per noi. I riff si concatenano grazie a varie modulazioni, mentre l'ugola della nostra Alina si sforza di mantenere un tono quasi gutturale, che non stona affatto in ciò che stiamo ascoltando. E' come una perenne lotta fra bianco e nero, fra luce ed oscurità mentre ci viene raccontata la macabra storia di una ossessione, di menti chiuse e contorte in pensieri atroci e di cervelli che annichiliscono di fronte alla visione del male. Un brano che prende pezzi del nostro cuore e li fa letteralmente a pezzi, i suoi sette minuti si compongono sostanzialmente di una ossessiva ripetizione del tema portante, inframezzato da alcune variazioni portate dalla chitarra, con il sempre presente basso che fa da contrappeso a tutto. Una enorme variazione porta al primo ritornello, cantato da Alina con ancora più forza di quanto abbiamo ascoltato fino ad ora, prima di tornare al classico theme che ci ha aperto il brano. La presenza gioca con la nostra mente, forse è ciò che abbiamo pensato di vedere durante l'intro del disco; la sua pelle candida ed ormai morta ci fa pensare alla luce, ma non riusciamo a vedere che essa è coperta da un buio manto di distruzione. L'ossessione religiosa, il puritanesimo della popolazione che ci circonda, ci fa salire i conati di vomito fin dentro la testa; tutti quanti ci hanno sempre detto di rifuggire dal peccato e dalla tirannia, tutti ci hanno sempre imposto con la forza, quasi brutale, di non andare incontro al male. Eppure il nostro corpo ormai si sta muovendo letteralmente verso di esso, con tutto ciò che esso comporta; le variazioni continuano ad essere minime sul tema, eppure questi sette minuti di brano scorrono che è una meraviglia, incastonandosi fra loro come i pezzi di un sacrale puzzle che raffigura la scena descritta dalla calda voce. Ci guardiamo intorno, ormai esausti di tutto il bene che abbiamo sempre dovuto vedere, la nostra anima è nera come la notte, vogliamo il buio, vogliamo la devastazione, ed Alina è lì pronta per somministrarcela senza alcun problema, il tutto mentre la chitarra ricama come impazzita sulle stesse corde, rallentando improvvisamente per il secondo ritornello, e lasciando poi spazio anche ad alcuni rocciosi slap di basso da parte di Dario, che sa certamente il fatto suo. L'amore, un concetto vano quanto alle volte banale, eppure le forme di amore possono essere tante, la nostra presenza ce le sta insegnando; si può amare la luce come il buio, e mentre il basso si ritaglia un momento solista, rendendo vani gli sforzi di tutto il comparto strumentale, la voce di Alina si fa più melodica e mielosa, quasi avvolgente come l'abbraccio mortale che stiamo ricevendo. La parte finale del pezzo si compone ancora una volta del momento melodico, i piatti della batteria spazzolati dolcemente ed il basso che fa da contrappeso, mentre la voce aggressiva ma non troppo finisce di raccontarci questa storia d'amore e follia, di odio e di passione funesta; il tutto prima di tornare sul finale al tema portante, l'incubo sembra non avere mai fine, eppure noi siamo ancora lì, pronti a sorbircene un'altra dose, siamo assuefatti ad esso, siamo completamente nelle mani del destino, come il grande solo di chitarra che va a saldare l'ultima maglia di questa nera catena. 

Obsessive Vanity

Altrettanti giri di basso che vanno a culminare in un altro grande riff iniziale danno vita ad Obsessive Vanity (Vanità Ossessiva); qualcuno ricorda la storia di Dorian Gray? Grandissimo personaggio letterario portato alla luce da Oscar Wilde nel 1890. "Al mondo esiste una sola cosa peggiore dell'essere oggetto di conversazione, ed è il non essere oggetto di conversazione", diceva l'incipit di questo famosissimo libro della letteratura moderna, ed infatti il nostro Oscar, ossessionato dalla sua vanità e giovinezza, arriverà a fare un patto col diavolo pur di rimanere sempre giovane, al posto suo invecchierà il suo ritratto. Il tutto ovviamente culminerà in negative conseguenze per il protagonista, che avvizzirà come una mela marcia sotto il peso del proprio peccato. L'ossessione della vanità, il narcisismo sfrenato ed il volersi sempre vedere belli e furenti ad ogni costo, sono la chiave di lettura per questo secondo pezzo; Alina assume i toni quasi maschili della sua voce mentre la musica scorre lesta e piena di energia. Chiariamoci, vi sono alcuni frangenti in cui una voce femminile all'interno di un disco del genere possono stonare col resto, considerando che, grazie ai grandi riff che sentiamo, avremmo forse desiderato una voce più profonda e maschile. Tutto questo senza nulla togliere ad Alina che ha una tecnica ed una modulazione della propria ugola che in molti passaggi rasentano la perfezione; si carpisce bene lo studio che c'è dietro, si carpisce ancor meglio quanto il resto del gruppo abbia saputo costruire le canzoni attorno a lei. Il voler sempre rimanere giovani ha dannate conseguenze sulla persona; vediamo lo sguardo della donna raccontata nella canzone che si riflette in  uno specchio ormai rotto dai colpi subiti, sentiamo la sua malinconia nell'essere sola al mondo, sola con la sua bellezza immutata. E' una condanna senza tempo,  un momento di rattrappimento mentale che piega la testa in due e l'accartoccia come se fosse un vecchio cartone ammuffito. Non si scappa dal passare del tempo, non si può rimanere fermi ed aspettare che il mondo cambi mentre noi rimaniamo sempre gli stessi; e l'inseguire con vorace vanità questi sentimenti, porterà solo al male, mai al positivo. Soldi e potere possono saziare lo stomaco e la testa, ci fanno sentire come dei scesi in terra, ci fanno avere il pensiero fisso che tutto possa essere comprato, che tutte le persone abbiano un prezzo, quasi che la loro anima sia parte di un enorme supermercato in cui noi andiamo a fare la spesa, ma non è affatto così. Un assolo di chitarra spacca in due il pezzo proprio alla sua metà, anch'esso dal sapore antico; per quanto però sappia di "già sentito" come del resto tutto l'album, i nostri pratesi hanno saputo a loro modo metterci qualcosa di personale, a partire già dalla scelta della voce, con tutti i pregi  (e limiti), che abbiamo elencato fino ad ora. Il tema poi si ripresenta a noi in tutta la sua forza, condannando ossessivamente il peccato di vanità; ne saggia tutti gli aspetti, ne esamina ogni singolo frammento o rifrazione, fino a culminare in una deflagrazione emotiva di grandi proporzioni. La nostra mente ormai è persa dietro alla vanità, ogni volta che ne assaporiamo sulla lingua anche solo un pezzetto, vogliamo mangiarne a più non posso; cosa rimarrà di noi alla fine? Niente, soltanto la scia buia dei nostri peccati, e mentre il tema si modifica leggermente per lasciarsi andare sul finale, il gruppo decide di darci un piccolo ed ultimo assaggio della sua brama compositiva inserendo prima un corale momento della batteria, e poi del basso. Accelerando improvvisamente sul finale, trasformandosi quasi in un pezzo Heavy Metal, i nostri doomsters toscani danno pane e forza ad ogni singola parola di Alina, donandole quel pizzico di muscolosità che manca per completare il tutto: nel mondo di oggi la vanità è quasi un pregio, essere vezzosi e virulenti quasi sembra sia diventata una prassi dell'uomo, ma la pagheranno cara per tutto ciò che hanno fatto. Prima di lasciarci del tutto, i GreySouls ci deliziano con un altro assolo ed un altro tema portante, che si compone di un rapido scambio fra tutti gli strumenti e la batteria, che con alcune veloci rullate va a chiudere il pezzo. 

Blaspheme

Blaspheme (Blasfemo) invece si apre con una serie precisa di slap, contornati dai colpi della batteria, prima di trasformarsi in un tema Doom sotto tutti gli aspetti, buio e granitico. Blasfemia, ne abbiamo tanto sentito parlare, ma forse molti non sanno realmente che cosa sia; etimologicamente si definisce blasfemo tutto ciò che va contro una determinata divinità religiosa, così come si definisce anche il soggetto che compie determinate azioni per non si sa quale scopo preciso. Anche gli stessi credenti possono essere definiti blasfemi, se ad esempio invocano il nome di Dio invano, o se ne bestemmiano il nome in presenza di chiunque, anche solo di sé stessi. Nel caso della canzone che stiamo ascoltando, e del suo roccioso tema portante, la blasfemia è qualcosa che viene visto dai suoi aspetti quasi candidi e positivi; chi può stabilire veramente cosa è bene e cosa è male? Siamo abituati a uomini con tuniche bianche e rosse che arringano folle da balconi di pietra, ma siamo veramente sicuri che il bene sia dalla loro parte? A giudicare dagli scandali che li colpiscono molto spesso, il dubbio potremmo anche farcelo venire. Essi ci impongono la preghiera per salvare la nostra anima, quasi come se essa fosse un pegno da dare in cambio della gloria eterna; ma non è essa considerabile quasi come una estorsione da parte del clero di qualsiasi religione sia? Alla fine, capiamoci, ognuno è libero di affrontare la questione come meglio ritiene opportuno, ma i GreySouls ci mettono la pulce nell'orecchio, dandoci un interessante spunto di riflessione sul tema blasfemo. Chi può veramente dire che cosa sia o non sia blasfemo, del resto, se una persona venera una divinità piuttosto che un'altra, certamente non può essere tacciata di blasfemia perché è diverso da ciò che il credo comune ritiene giusto e saggio. E va da sé che anche al contrario le cose funzionano alla stessa maniera; le confessioni si sprecano sugli scranni della chiesa, su quei lignei mobili antichi le persone rivelano i propri intimi peccati al clericale uomo seduto dietro la grata, aspettando come agnelli l'assoluzione da ciò che pensano sia stato negativo. Si parla anche di guerre sante in queste sanguinarie liriche, mentre la musica continua a modificarsi fino a culminare nel ritornello, il quale consta di un innalzamento dei toni che diventa quasi aulico, prima di esplodere in un assolo di chitarra di grandi proporzioni, come se volesse strapparci il cuore dal petto. Niente che non ricordi comunque cose già sentite, eppure, se siete appassionati di quel tipo di musica, non potrete non esserne attratti come mosche sul miele più dolce; il tema poi torna al suo buio mentre la batteria dietro accelera sempre più, tutto questo senza mai dimenticare il basso, che come ogni Doom band che si rispetti e degna di chiamarsi con questo nome, è sempre presente. Toni ancora una volta quasi Heavy Metal (che nel caso del Doom è come parlare di padre e figlio), vanno a foraggiare non solo i Black Sabbath della prima era, ma anche quasi lo Stoner Rock dei Kyuss e degli Sleep in certi passaggi, anche se ancor più legato agli anni '70 di quanto già queste band non facciano durante le loro esibizioni. E dunque, ci continuiamo a chiedere dove stia la vera blasfemia, e dove stia la verità assoluta; dove risiede la luce e dove l'oscurità. Una preghiera per saggiare il buio, alla fine siamo noi a decidere da che parte della barricata schierarci, siamo noi a definire il nostro destino ed il nostro volere, nessuno può dirci che cosa fare, niente e nessuno può fermarci nella nostra missione, sia essa per il bene che per il male. 

Time To Rise

Prossimo brano in scaletta è Time To Rise (Tempo Di Risorgere), aperto da un altro infernale giro di chitarra e batteria, inframezzato da alcune rullate delle pelli stesse, che danno il tempo. Tutto questo prima che il nostro axeman si fiondi sul pedale della distorsione, utilizzando lo wah-wah fino allo stremo, e donando al pezzo un sapore che ricorda molto Hendrix più che il Doom. In concomitanza con esso abbiamo anche l'ingresso di Alina, che come sempre con voce calda e suadente inizia a narrarci la sua storia. Stavolta parliamo di protesta e rivolta, di facce schiacciate nella polvere e della smodata voglia di rialzarsi in piedi dopo una enorme caduta; in tutto questo sentiamo il malinconico sapore del basso che mestamente ricama dentro le nostre teste, mentre la batteria aiuta quest'ultimo ad alzare ancor di più i toni, in un enorme turbine emozionale di grandi proporzioni. Vi siete mai chiesti quando sarà il momento della resa? Mai, è questa la risposta giusta; i demoni che albergano dentro la nostra testa non vinceranno mai, non riusciranno mai a comprendere fino in fondo che cosa è stato fatto e che cosa potranno ottenere da noi. Eppure allo stesso tempo sentiamo che la canzone parla anche di altro, di una armata demoniaca che risorge dalle sue ceneri e calca la terra con passo felpato. E' la chiamata dei dannati, essi escono dalla terra con le ossute e diafane mani bianche come cadaveri che sono, ed iniziano la loro lenta marcia. Un sentore di morte aleggia fin dentro la nostra testa, ed il ritmo si fa sempre più calmo, lasciando quasi la voce in solitaria, alternando questo con riff distorti della sei corde, che danno il tempo e fanno da peso opposto a quanto stiamo ascoltando. Vediamo distintamente l'armata avanzare verso di noi, il passo è continuo ed incessante, i dannati ascoltano le nostre chiamate e grida, vengono verso di noi per mangiarci vivi. Forse uno dei brani più Doom di tutto il disco, sicuramente quello che almeno in parte si discosta dai passaggi sabbathiani a cui i Grey ci hanno abituato fin dall'inizio del disco (nonostante alcuni elementi delle distorsioni ricordino molto una certa Electric Funeral, ma pregna di interpretazione personale). I minuti scorrono veloci mentre ci interroghiamo su quale sia il reale significato del titolo; lo attribuiamo ad entrambi i concetti, sia quello dell'armata maligna che risorge, sia al concetto di rialzarsi in piedi prendendo il cosiddetto "toro per le corna", ed avanzando nella vita con passo spavaldo. Perché alla fine possiamo vedere i dannati come noi stessi, che ogni giorno alzano le proprie stanche membra dal letto e si trascinano nel mondo senza alcuna remora di sé stessi, senza alcun limite per le angherie subite. E mentre il comparto strumentale continua imperterrito a propinarci lo stesso tema, che però non ci stanca affatto, Alina mette l'accento su varie parole, su pile di cadaveri che prendono fuoco al nostro passaggio. Siamo pronti a spaccare la terra in due e piangere di dolore, i sentimenti contrastanti che albergano dentro al nostro animo ci fanno lacrimare sangue e mestizia fin dentro le più recondite pieghe del nostro cervello. Siamo schiavi della logica, robot di carne che un giorno protesteranno ed uccideranno per tutto il male che hanno subito, ci rialzeremo sempre in piedi alla fine, e tutto il mondo assisterà alla nostra forza. I giri finali sono affidati al medesimo tema che ritorna fino all'estremo; nell'ultimo blocco prima della dissolvenza i Souls ci regalano anche un altro momento che sembra ammiccare nuovamente allo Stoner; litico e funereo, il ritmo si fa via via sempre più aggressivo mentre ci avviciniamo al cerchio più esterno della canzone, prima che il silenzio assordante, boati veri e propri di rumore bianco, si portino via ogni cosa. 

The Clutch

A seguire troviamo The Clutch (La Frizione), aperta da un altro tema settantiano sotto ogni aspetto, torniamo nuovamente a parlare di presenze in questa nuova traccia. Quelle presenze che non si sa bene come, riescono sempre a trovarci e fare di noi ciò che vogliono; non sappiamo né come siamo riusciti ad evocarle, né perché ce l'abbiano proprio con noi, a volte sono solo proiezioni della nostra malata mente, ma molto spesso sono semplicemente anime dannate in cerca di redenzione. E la frizione del titolo (che può anche essere tradotta come morsa o stretta) fa riferimento proprio a questo, a quel sentimento di rivalsa personale che stringe il nostro cuore quando ci troviamo di fronte ad una presenza di qualsiasi tipo. Sentiamo i muscoli che si contraggono e non riescono a flettersi come dovrebbero, sentiamo la testa che scoppia sotto il peso della coscienza che si sta contorcendo. Milioni di domande albergano nella nostra testa, primo fra tutti "perché proprio a me?", ma sono domande che non avranno mai una risposta, resteranno solo atavici dubbi nella mente. I Souls proseguono il loro cammino inframezzando il tema portante della canzone, che consta come sempre della ripetizione di un giro di chitarra e basso alternato alla batteria, con la suadente voce di Alina, ed ogni tanto, in levare al ritornello, con un riff dal sapore più metallico ed incisivo, che spezza la monotonia e ci fa risvegliare. Facendo un'altra piccola digressione sulla voce di Alina, abbiamo sottolineato qualche riga fa come in alcuni frangenti ci saremo aspettati una ugola più mascolina, più adatta allo scopo; eppure nella storia del Doom e dei generi ad esso affini, è presente abbastanza il concetto di quota rosa per quanto riguarda le liriche cantate. Del resto, se si va bene ad analizzare il cantato della nostra frontman, certo non si pensa alla sua voce come qualcosa di totalmente femminile, se possiamo per un attimo canonizzare il concetto. Piuttosto parliamo di una voce graffiata e roca, che ben si presta in molti elementi a cozzare positivamente con la musica che viene suonata; in molti elementi ma, ahimè, non in tutti. Ripeto ciò che ho detto nella prima disamina, sono dettagli alla fine trascurabili, considerando che la tecnica sopraffina di questa ragazza, riesce bene a farci scindere il gusto personale dalla tecnica di analisi, ma continuiamo a pensare che per alcuni elementi avremmo preferito una voce maschile piuttosto che femminile. Vi sono alcuni momenti durante i brani, specialmente in concomitanza con l'alzata dell'asticella che concerne la difficoltà di esecuzione, in cui chiaramente si carpisce il limite di una voce femminile, che riesce ad essere incisiva fino ad un certo punto. Tuttavia nel complesso è una grande voce, che ricorda molto quella di una Joan Jett primissima maniera, alternata con toni più morbidi che possiamo ritrovare in una Patti Smith o voci simili. Si discosta così anche la musica, che alterna momenti di palese sabbathiana memoria, a continue scivolate psych, specialmente in alcune canzoni come quella precedentemente ascoltata, ma anche questa. Sentiamo dunque il freddo gelido della morsa spaventosa a cui la presenza ci sta ormai sottoponendo, mentre un altro grandissimo solo di chitarra ci spacca la testa in due e prende le redini del brano, accelerando il ritmo fin quasi a diventare epico ed aulico sotto tutti gli aspetti. La distorsione si fa più incessante, il basso e la batteria non si fanno mancare certo i loro momenti corali, e poi tutto tace nuovamente, torniamo nel nostro angolo buio. Tutto questo prima di un finale coi fiocchi offerto da alcuni effetti della sei corde e del basso stesso, suonati in distorsione piena ed alternati a controtempi delle pelli così come alla voce stessa. La presenza ormai ha preso possesso di noi, sentiamo il calore gelido della sua mano sulla nostra gola, il respiro si sta serrando, le forze ci abbandonano pian piano, la vita la sentiamo scivolare via dalle dita, ma ormai non possiamo fare più niente per fermarlo. 

The Maze

Dolci arpeggi di chitarra quasi acustica aprono invece a The Maze (Il Labirinto); forse la canzone più malinconica di tutto il disco, agli arpeggi iniziali ben presto si unisce un riff elettrico, anche se sempre lento e costante, successivamente entra anche la voce, che adotta un tono effettato di grande impatto. La solitudine, quel sentore di essere completamente abbandonati a sé stessi, che nessuno possa mai capirci realmente, che il mondo esterno sia soltanto un fittizio gioco al massacro. Ebbene, questo il melanconico sentimento che i Souls ci descrivono nella traccia; avete mai questa sensazione sulla pelle? Avete mai la netta sensazione che ci sia qualcosa che non torna nel vostro cervello, che quel labirinto di specchi che è la mente umana vi stia piano piano intrappolando. Se la risposta è sì, troverete in queste funeree liriche pane per i vostri denti. Si tende molto a sottolineare la mancanza di emozioni, quell'affetto enorme e pregno di malinconia che aleggia nella mente di un uomo solo; ti senti mancare il terreno sotto i piedi, l'ossigeno nell'aria si fa rarefatto e quasi inesistente, i tuoi occhi non si abituano mai al buio che li circonda, anelano sempre la luce. Ed è esattamente come il concetto del labirinto; una stanza enorme inframezzata dalle pareti, claustrofobica come la musica che stiamo ascoltando, opprimente e soffocante al tempo stesso, mai liberatoria. Vaghiamo cechi e pieno di mestizia in cerca della via di uscita, ma non la troveremo mai: i Souls invece dal canto loro preferiscono continuare a foraggiare Iommi grazie ad una serie di riff ben incatenati fra loro, alternati a presente spiritiche date dal cantato di Alina, qui forse in forma più che mai rispetto ad altri passaggi sentiti nel disco. E continuano anche ad essere presenti quelle scivolate psichedeliche, quei sentori spaziali che come un enorme turbine ci risucchiano e ci piegano al loro volere; la musica diventa alternata e soffoca la nostra gola, ne fa uscire solo un filo. Nel labirinto abbiamo la pia illusione della libertà, non ci sono catene, non ci sono compromessi, e come in un film noir ci muoviamo pensando di aver finalmente raggiunto ciò che volevamo: ma come ogni vana cosa positiva della vita, anche questa è soltanto mascherata da bontà, nasconde al suo interno un caldo manto di nero e di malvagità. Le catene non le abbiamo ai piedi ma nella testa, i momenti che si sprecano a piangere per le vittime sacrificali che siamo diventati, mentre il labirinto piega la nostra mente come un foglio di carta, facendoci sanguinare. Probabilmente siamo di fronte alla canzone più intimista di tutto il disco, quella in cui la band mette a nudo i propri sentimenti senza preoccuparsi di cosa ci vuole mostrare, la verità. Quelle verità che non sono assolutamente inclini ad essere interpretate come meglio crediamo, ma nascondono una ed una sola verità, semplice come l'assolo che ci apre la porta per il finale del disco, immediato e costante nella sua esecuzione, nel momento esatto in cui ci troviamo a fare i conti anche con il nostro passato, esso arriva e ci assale alle spalle. 

The Endless Journey

The Endless Journey (Il Viaggio Senza Fine), viene invece aperto da effetti spettrali che ricordano quelli di un film horror d'annata. Tutto questo prima che alcuni piccoli e grevi colpi della batteria non inizino a martellare la grancassa ed i tom, alternati alla chitarra stessa; c'è da dire, sulla sei corde, che nonostante alla fine le costruzioni siano semplici, assoli compresi, è dannatamente efficace e bella da sentire, a patto che siate dei nostalgici incalliti. In tutto questo, poco dopo, fa il suo ingresso anche la voce, anche se poco prima del suo ingresso l'aria ed i toni si fanno decisamente più elettrici, grazie alla distorsione ed ai vari effetti che gli vengono conferiti. Alina fa il suo trionfale ingresso con un vocalizzo cadenzato, quasi sincopato in alternanza alla musica, utilizzando sempre un tono effettato, che dona una grande energia al pezzo; parliamo stavolta di quanto il futuro sia incerto, di quanto tutto questo sia assolutamente fuori da ogni logica e contesto, e di quanto il mondo alla fine si accartoccia sempre sulle nostre spalle. Pensare non è un limite, anzi, è pura energia, ma allo stesso tempo è illusiorio. Facciamo tanti progetti nella nostra testa, ma quanti alla fine vanno davvero in porto; riusciamo a collegare e fare fitte reti neurali dei nostri pensieri, alternandone mille insieme, saltando da un argomento all'altro, ma alla fine, riusciamo mai davvero a fare ciò che vogliamo? Quale potrebbe essere il vero senso della vita, se non quello di affrontare un enorme viaggio nei confronti di tutto quanto, come marinai in tempesta che solcano le acque di un fantasmagorico oceano, in cerca della verità. Il veliero procede a spron battuto nel mare che sbuffa, le onde si infrangono sulla lignea chiglia della nave, i marinai continuano ad ammainare e piegare le vele, al fine di mantenere salda la rotta. Sulla coffa il mozzo di turno scruta l'orizzonte in mezzo al caos ed al frastuono dei lampi, clangore di lame si infrange sulla testa del comandante, sono combattenti per la libertà, capitani coraggiosi che solcano i mari in cerca del tutto. Come noi che navighiamo nel mare della vita, ci immergiamo nelle sue acque con fare da condottieri, cercando un modo per entrarvi a tutto tondo, cercando una solitudine interiore che ci permetta di essere vivi davvero. Il vento infuria nuovamente e con esso anche la musica, che si fa ancora più aggressiva adesso che siamo arrivati al centro del pezzo; i riff elettrici si concatenano fra loro uno dopo l'altro, il loro nerboruto sforzo entra dentro la nostra testa, mentre la nave prende di petto il mare e come noi cerca di salvarsi. La ciurma non ce la fa più, sono giorni che va avanti così, non resisterà ancora per molto; ed infatti un frangente più grande degli altri, sottolineato da un preciso cambio tempo della chitarra, fa capovolgere la nave su sé stessa. L'equipaggio si ammara disperato, mentre orde di squali si avvinghiano alle loro gambe, strappandone pezzi; ottima metafora di quella che è la vita stessa, un vero e proprio viaggio senza fine, un turbine di emozioni contrastanti che portano ad un solo risultato, la morte, unica certezza di un'intera esistenza. Meraviglioso il finale con le campane liturgiche che si alternano alla sei corde, in un ritmo granitico e cinereo, come manto setoso sulle nostre spalle il successivo assolo di chitarra arriva in pompa magna a darci l'estremo saluto prima di lasciarci completamente andare; non sappiamo bene che cosa siamo, non sappiamo neanche che cosa abbiamo trovato, sappiamo solo che i condannati a morte nel nostro quieto vivere saremo sempre noi, maledetti dannati dall'esistenza intera. Una canzone che darà il suo meglio dal vivo, nel quale forse alcuni assoli possono anche essere prolungati di alcuni secondi, permettendo al comparto strumentale di esprimersi al meglio; certo, siamo di fronte all'ennesima ripresa di stilemi già ascoltati, più e più volte, ma nonostante questo non siamo stanchi, anzi, ne vorremmo ancora ed ancora. 

Tepes

Alzi la mano chi sa che cosa significa Tepes; non vedo molte mani che si innalzano al cielo, quindi andrò per gradi. E' una parola in lingua rumena che letteralmente potremmo definire come impalatore, ed è proprio questa che da il titolo al prossimo brano, Tepes (L'impalatore); questo nome è stato affibbiato nel corso della sua vita ad un personaggio che è stato fonte di ispirazione per migliaia di scrittori, uno in particolare, ma ci arriveremo con calma. Era infatti il soprannome di Vlad III, sovrano di Romania nato nel 1413 e morto nel 1476/11477 a seconda dei documenti, meglio conosciuto come Draculesti, o più semplicemente Dracula. Ebbene si, il mitologico mostro vampiro che ha funto da ispirazione a Bram Stoker per comporre il suo celebre libro, è in realtà un personaggio realmente vissuto nella Romania rinascimentale, membro di una antichissima casata ormai decaduta, e noto a tutti per la sua bramosia di sangue. Nel corso del suo lungo regno, Vlad combattè molte guerre, destreggiandosi nella nobile arte della guerra e nell'altrettanto nobile arte della soggiogazione dei propri sudditi. Ebbene si, il noto regnante era famoso per i suoi brutali metodi di tortura, fra i quali il prediletto era ovviamente l'impalamento, che poi gli ha valso il soprannome che tutti conosciamo, e che ha funto anche da ispirazione per l'arma che era in grado di uccidere il personaggio di Stoker, un paletto di frassino infilato nel cuore. I supplizi venivano inflitti ai malcapitati in forma pubblica, a cui Vlad assisteva estasiato, aveva imparato certe pratiche dai Turchi, ben noti per le loro tecniche di tortura medioevale, e le aveva applicate nel freddo e gelido est Europa. Morì improvvisamente ed in circostanze sconosciute, c'è chi dice che sia stato erroneamente decapitato, e chi invece che sia morto di rabbia per il morso di un pipistrello (altra fonte di ispirazione per Stoker). Un personaggio dal sapore mistico e mitico, amava circondarsi di maghi e scienziati dediti alle arti occulte, era un appassionato di storia e di sangue, il che gli ha valso la negativa fama che tutti sappiamo. La sua controparte fantasy è invece un uomo di bellissimo aspetto, in grado di trasformarsi in ciò che vuole e che non invecchia mai, a patto che beva sangue ogni giorno; tutto ciò deriva da un patto che Dracula strinse con Satana in punto di morte. Egli chiese al signore del male di risparmiargli la vita in cambio della sua anima, ed il lord degli inferi accettò, a patto che egli andasse in giro per il mondo pagando il suo enorme peccato con la bramosia di sangue. Non sappiamo bene, e non lo sapremo mai, dove finisce la realtà ed inizia la fantasia, sono moltissimi i racconti ed i miti che aleggiano attorno a questa figura storica, ma i nostri Souls decidono di dedicare questa traccia più al mito che al personaggio realmente esistito. Viene sottolineata ogni sua folle impresa maligna, la sua bramosia di potere, il suo spirito battagliero e la sua malvagità incontrollabile. Tutto questo grazie ad una musica vorticosa e piena di energia, in puro stile doomico sotto tutti gli aspetti: gli slap di basso si alternano ad un sincopato della chitarra di ingenti proporzioni, il momento si fa spasmodico mentre ci viene raccontata la leggenda di Dracula. Egli non aveva cuore, non aveva sentimenti, era un involucro vuoto incapace di amare, incapace di sentire il caldo tocco della vita, l'unica cosa che lo riusciva a mandare avanti era la sua brama di sangue umano, oltre alla sua voglia di riprodursi grazie alle tre spose che si era procurato. I riff continuano a spezzare la monotonia del brano, dando ancora più energia alle parole di Alina; geniale l'idea di inserire un pezzo in lingua rumena sul finale, il che conferisce la correttezza stilistica all'argomento di cui stiamo parlando, da al tutto un sapore eterno, quasi spettrale, in linea col personaggio che viene descritto. Egli vagherà per la terra durante tutto l'arco della sua enorme vita, continuando a cercare nuove vittime su cui affondare gli eburnei canini, colli che sanguineranno, egli è il Re Cremisi del male, il suo manto spettrale avvolgerà tutto il mondo mentre la notte calerà sui suoi occhi. 

Me, The Evil

Penultimo brano in scaletta è rappresentato da Me, The Evil (Me, Il Male); aperto da un ossessivo riff di chitarra preceduto da alcuni piccoli sentori di catene che cadono e si trascinano in terra, viene alternato fin dai primissimi secondi dalla voce di Alina, che sembra nuovamente essere tornata al tono che aveva utilizzato nella prima parte d'album. L'accelerata successiva fa si che il tema portante venga innalzato ancora di più e che faccia da cassa di risonanza alla musica; siamo tutti egoisti alla fine, tutti quanti abbiamo un nostro tornaconto personale nel fare le cose, e tutti abbiamo un secondo fine. Nel nostro animo alberga il male, non il bene, la nostra coscienza è nera come la notte più scura, ed il suolo sul quale poggiamo i nostri piedi è assolutamente fuori da ogni contesto logico. Noi non vogliamo accontentarci, non vogliamo scendere a compromessi con niente e nessuno, noi vogliamo tutto quanto; vogliamo andare in giro per la strada con l'aria degli dei, anzi, vogliamo proprio esserlo. Tutti quanti aspirano al meglio, tutti quanti cercano sempre di crescere ed andare avanti, ma nel frattempo non si rendono conto di quanti crani riescono a schiacciare sotto il loro peso, di quante vite calpestano pur di arrivare all'obbiettivo. Quante notizie tremende nel corso degli anni avete sentito inerenti al fatto che quella determinata azione è stata compiuta a fini di bene, dalle più sanguinose guerre ai rituali e crimini più efferati, tutto ha un fine superiore, molte volte mal interpretato come positivo. E la musica in questo senso aiuta molto a descrivere quel senso di oppressione e soppressione dell'identità che i Souls vogliono trasmettere; i passaggi sono incasellati alla perfezione, ogni elemento non è assolutamente statico, anzi, è concatenato agli altri grazie a precisi e perfetti cambi di tempo, che per quanto siano sempre relegati a meccaniche del passato, non stancano mai. Ottimo anche il lavoro di Alina alla voce qui, che tira fuori tutta la sua verve ed energia per darci quell'alone di mistero oscuro e pieno di maligno che ci fa volare dentro ad un incubo; continuiamo a ripeterci ossessivamente che vogliamo tutto, non ci accontentiamo assolutamente, vogliamo tutto quanto, vogliamo il potere, vogliamo la fama e la gloria, vogliamo tenere il mondo nel palmo della mano per schiacciarlo fra le dita. Per questo siamo il male assoluto, per questo ogni nostra parola è venefica agli occhi degli altri, e per questo siamo condannati ad una vita di dolore; il tema si fa più mesto e contratto nella parte centrale, ripetendo in maniera compulsiva un giro semplice ed efficace, alternandosi alla voce ed al basso, che continua ad essere sempre presente fino ad arrivare al ritornello, che innalza l'asta della difficoltà diventando forse ancora più altisonante grazie ad Alina ed al suo tono così graffiato. Non ci basta mai, e sul finale l'assolo invade come sempre la nostra mente, mentre ci chiediamo se sia questo il corretto modo di vivere, se siamo soli al mondo o se tutti quanti sono realmente così: nessuno ci risponderà mai con certezza. Quello che è invece sicuro è quanto l'uomo sia portato al male, quanto tutto questo avrà un santo e malvagio cumulo di conseguenze dopo la sua dipartita; ci interroghiamo nuovamente anche su quanto sia giusto tutto questo, se desiderare la morte ed il potere senza limiti farò di noi degli uomini migliori. Ovviamente la risposta crediamo di saperla, e ci diciamo convinti che sia l'unica strada da battere, quando in realtà sappiamo bene che tutto questo è soltanto un enorme mucchio di menzogne che la nostra testa si racconta per nascondersi la verità, celandola dietro ad un velo; la verità è che siamo malvagi e non abbiamo paura di dimostrarlo, e mentre la dissolvenza si porta via anche questa traccia, sentiamo la nostra anima decisamente più pesante del solito, il che ci fa capire quanto forse ciò che abbiamo ascoltato sia dannatamente vero. 

Psychological Colorful Perception

Chiude definitivamente il cerchio di questo disco Psychological Colorful Perception (Percezione Psicologica Colorata); aperto da un altro giro infernale, stavolta ci ritroviamo al centro di un rituale mistico. Presenze umane attorno a noi che danzano di fronte al fuoco, gli slap del basso in lontananza che ci indicano la via, ed una ancor più presente chitarra che assume per l'ultima volta i caratteri dello Stoner Rock di inizio carriera, quel sapore sabbioso e desertico che viene rotto dalla voce di Alina, la quale per questo ultimo brano decide di dare fondo a tutta la sua energia. Quasi otto minuti compongono Colorful, ed i Souls ne approfittano per ricavarne diverse variazioni sul tema, inserendo riff, micro soli e parti corali a non finire; è un tema che riprende in larga parte quello che è lo spirito degli anni sessanta, la cosiddette porte della percezione rese famose dai Doors si aprono di fronte a noi, facendoci viaggiare. E' un trip mentale di prima categoria, un enorme turbine di emozioni contrastanti che ci anela la mente e la fa viaggiare attraverso un tunnel fatto di acidi, colori fluo e sgargianti, sensazioni oniriche e musica continua. Un enorme sogno quasi opalescente, che però conserva alla sua base sempre quell'enorme alone di buio che non se ne è mai andato da quando abbiamo infilato il CD nel lettore musicale; ed infatti i riff di sei corde che si alternano sotto i nostri occhi e dentro le orecchie, hanno il sapore di quegli anni settanta più reconditi e nascosti, quelli che ai puristi ascoltatori dell'Hard Rock e del Prog facevano quasi paura. Pensate a cosa possa aver voluto dire per un ragazzo che stava tutto il giorno ad ascoltare i Deep Purple o gli Zeps, alternandoli magari ai Pink Floyd, ritrovarsi fra le mani il primo LP dei Sabbath; una energia cinerea e quasi da funerale, con quella chitarra distorta abbassata di non si sa quanti toni, quella batteria mesta e precisa, con colpi muscolosi e mai troppo fantasiosi, e quelle spesse corde di basso che non possono mai mancare in tutti i brani. Una atmosfera unica, che i Grey decidono di riproporre qui solo per noi, dando vita ad un satanico rituale; vediamo i sorrisi sui volti di chi ci circonda, vediamo il sentore della loro rabbia farsi strada fra il serio ed il faceto, non sappiamo bene che cosa ci stanno chiedendo, ma noi continuiamo a seguire il rituale in ogni sua forma, così come le modifiche della band al pezzo continuano a sprecarsi a spron battuto per tutta la durata della canzone, per tutti e sette i minuti che la compongono Colorful è un enorme omaggio alla musica che tanto amiamo. Rimbalziamo come palline impazzite dal Doom allo Stoner, passando per lo Space e per la psichedelia più tossica e lisergica, senza mai dimenticare tutta quella base Proto Metal che ovviamente non può mancare, essendo il Doom ed il Proto Doom fratello e padre dell'acciaio. Dario con il suo basso fra le mani da il giusto tono alla canzone, gli conferisce quella aulica ritmata che manca per completare il tutto, mentre Alina arringa la folla con il suo aggressivo canto, ed il tutto parlando di qualcosa che viene descritto nei minimi dettagli. Nel corso della canzone c'è tempo anche per alcuni assoli, a cui fa capolino prima un brusco abbassamento dei toni ed un corale momento del basso; il primo assolo ha il sapore di Hendrix nuovamente, quelle distorsioni così incisive, quella cacofonia incontrollabile che ti si pianta nel cervello come spina della più bella rosa, senza mai andarsene, ed il tutto mentre di sottofondo la batteria ricama dolcemente un tappeto di pad per fare da base. Il solo si protrae ed avvolge le spire attorno al nostro collo prima che la canzone subisca una brusca accelerata dei toni, alzandosi ed innalzandosi di fronte a noi: il rituale è giunto al culmine, stiamo per ricevere l'abbraccio del male, e non possiamo far altro che accoglierlo come meglio crediamo, aprendo il nostro cuore e la nostra testa. Finale in pompa magna con le ultime cartucce che vengono sparate direttamente in faccia al pubblico, comprensive anche del secondo assolo che, riprendendo le fattezze del primo, ne aumenta ancora la distorsione; le alternanze di batteria collimano con il resto degli strumenti, ed i Souls ci danno il loro mesto saluto dicendoci che ormai la nostra anima sarà dannata per sempre. 

Conclusioni

Se dovessimo utilizzare una definizione semplice per dare un giudizio a Call Of The Damned, primo disco dei toscani GreySouls, questa sarebbe senza dubbio "onesto". Non è un disco né per palati fini, né tantomeno per palati esigenti; al suo interno non troverete scale impossibili, non ci saranno arpeggi alla Malmsteen o velocissimi riff dal sapore Speed, soltanto dell'ottimo Doom anni '70 a farvi compagnia per diversi minuti. E' un disco che piacerà sicuramente ai nostalgici, a coloro che cercano qualcosa di già sentito, e che non vedono l'ora di saggiare la loro voglia di essere dinosauri fino in fondo. Preparatevi ad entrare in un mondo fatto di rituali, presenze, impalatori ed incubi su gambe, perché il disco di questi pratesi è al 100% composto da buio. In tutto questo troverete anche un enorme omaggio ai Black Sabbath, considerati da pubblico e critica come i veri precursori del Metal, oltre che per antonomasia gli inventori del Doom nella sua forma primordiale e più legata ai suoni vecchio stile. Eppure, nonostante gli omaggi siano evidenti, allo stesso tempo i Souls cercando di metterci del loro, puntando molto sulla produzione e sulla composizione dei pezzi, che come abbiamo detto durante la disamina, spesso scivolano nello Stoner andante, così come alcune argomentazioni potrebbero far pensare allo Psych o allo Space d'annata. In tutto questo non possiamo poi non soffermarci su un punto che abbiamo già affrontato almeno un paio di volte nel corso dell'analisi, quello della voce; volendo dare un giudizio complessivo ad Alina, esso non può che essere positivo, assolutamente, la sua tecnica è sopraffina, il suo gusto per la modulazione perfetto, eppure sentiamo che manca qualcosa, sentiamo che in alcuni momenti, forse, sarebbe bastato anche un semplice coro maschile per rendere tutto assolutamente completo ed esaustivo. Al di là di questi piccoli e semplici dettagli che sono forse appannaggio di un critico o di esperti che del vasto pubblico, il disco si fa amare al primo ascolto; se siete fan di certe sonorità, se non disdegnate il buio in ogni sua forma, e se volete accaparrarvi un po' di brutti sogni, allora è l'album che fa per voi. Dario nel suo ruolo di bassista è assolutamente congeniale a quanto è stato detto; i suoi slap sono precisi, rocciosi ed i momenti solisti sono abbastanza completi da permettergli di farci assaggiare quanto sa fare; stesso discorso possiamo farlo per la batteria di Maurizio, che certamente non brillerà nel disco per tempi impossibili o momenti di pura estasi, ma fa il suo sporco lavoro, e si permette anche qualche frangente dove essere aggressivo quel tanto in più che basta per rendere il lavoro completo. Per quanto riguarda invece la sei corde di Alino, è lei forse assieme al basso la vera protagonista del disco: riff granitici, aggressivi, slow motion in piena regola ed in pieno stile Doom. Note lente e costanti, accapigliano la testa e la spaccano in due, per non parlare poi degli assoli, molti e presenti, sempre nel più puro stile anni settanta. Registrazione ottima e produzione discreta per essere una self release, quest'album va comprato assolutamente ed ascoltato se siete fan nostalgici, ma anche se volete farvi un'idea di quanto la scuola Doom italiana abbia ancora forse qualcosa da insegnare ai puristi britannici o americani. Detto questo, come potete leggere in alto accanto alla copertina, il primo full lenght dei GreySouls si merita un bell'8, in primis per il coraggio nel proporre nel 2017 musica considerata certamente "vecchia" nella sua resa e composizione, ed anche per il grande sforzo ed onestà che si sentono in ogni angolo del disco. Se la strada iniziale è stata presa così, certamente il futuro per questi ragazzi dediti al buio è pressoché spianato, speriamo di sentir parlare ancora di loro. 

1) Fierce Chase
2) Obsessive Vanity
3) Blaspheme
4) Time To Rise
5) The Clutch
6) The Maze
7) The Endless Journey
8) Tepes
9) Me, The Evil
10) Psychological Colorful Perception