Great Master

Serenissima

2013 - Underground Symphony

A CURA DI
ALLE ROYALE
07/07/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Venezia è la mia città, una città unica al mondo che spesso non viene trattata con il dovuto riguardo; tuttavia, malgrado i tempi ed i fasti della Serenissima siano ormai lontani, è innegabile che, tra le pietre antiche di questa Repubblica Marinara, chiunque possa ancora respirare quella storia e quel fascino immortali che hanno colpito anche Great Master, di cui è anche il fondatore, e autore di musiche e testi per questo concept album, autentico colossal messo in musica, che risponde al nome, appunto, di "Serenissima". L’opera costituisce il secondo full lenght per il gruppo che, con il precedente "Underworld", esordì nel 2009 per l’etichetta italiana Underground Symphony, sempre attenta a mettere il proprio zampino laddove l’ heavy metal comincia a farsi epico e battagliero, come nel caso dei Great Master, fautori di un power metal di stampo europeo, ma al contempo molto melodico e accessibile, nella vena più attuale degli americani Kamelot, soprattutto grazie alla somiglianza tra le ottime vocals di Max Bastasi e quelle del carismatico singer norvegese Roy Khan. Se, con il precedente capitolo della loro saga, i Great Master avevano messo in luce un buon potenziale, con questo nuovo lavoro, e lo possiamo dire senza paura di smentita, hanno compiuto dei veri e propri passi da gigante sia sotto il profilo della composizione e degli arrangiamenti, che di quello della mera esecuzione strumentale e dell’interpretazione che, malgrado gli stilemi del genere lascino ben poca libertà d’azione, si palesa apertamente nell’ ardimentoso pathos che permea tutte le partiture. A partire dalla grafica del lussuoso digipack, il prodotto appare curato nei minimi dettagli, a sottolineare come i nostri credano fermamente in questo lavoro, al punto di non lasciare nulla al caso e di presentarsi nelle vesti più professionali possibili.



Come ogni concept che si rispetti, la partenza è affidata ad un’introduzione strumentale, "The Ascention", che, attraverso ampio dispiego dei suoni sintetizzati delle tastiere, cala l’ascoltatore nell’ atmosfera del disco, quasi come entrare in una realtà parallela in cui esser subito presi a ceffoni dalla doppia cassa che lancia l’esaltante "Queen Of The Sea", giocata su uno splendido riff di scuola Maideniana ed un refrain con un uso stratificato e vincente dei cori, tutti ad opera dell’ottimo Bastasi che si dimostra capace nell’ arrangiamento e sensibile nell’ offrire ai brani quel quid melodico in grado di caratterizzarli e renderli memorabili; voglio sottolineare che era da tempo che non mi accadeva di sollevare il pugno in aria, trasportato da degli acuti sopra le righe, tipici del metal come dio comanda. Se il precedente brano è dedicato alla città lagunare, la seguente "Doge", come si evince dal titolo, descrive l’aristocratica figura di questo storico sovrano lagunare, capo politico, religioso e militare della Serenissima, e, per questo, figura chiave della narrazione; musicalmente il brano è un’altra mazzata power metal, con degli ottimi arrangiamenti chitarristici, sempre in equilibrio tra potenza e melodia, e le belle linee vocali che, grazie all’ uso incondizionato di cori e doppie voci, ammanta la proposta musicale dei Great Master di un’ estetica quasi Pomp, che li rende personali in un genere dove la personalità è spesso inesistente. Con "The Merchant" arriviamo ad uno dei pezzi da novanta del disco: le ritmiche, sostenute da corpose tastiere, si fanno più cadenzate a sottolineare l’epicità degli spartiti, mentre il ritornello è quanto di più esaltante vi capiterà di sentire in questo 2013; non scherzo quando dico che ogni volta che incappo in questo brano, devo riascoltarlo almeno tre volte di fila, sicuramente la prova tangibile del talento compositivo di Carlini e dell’incredibile feeling che Max Bastasi riesce ad imprimere ai suoi acuti. Le ritmiche di stampo old school che introducono "Golden Cross" per un attimo ci riportano con il pensiero al 1982, quando nell’ heavy metal c’era ancora tanta melodia, ma anche tanta cattiveria stradaiola; ma tant’é, siamo negli anni 2000 e l’illusione dura poco: sulle ali del puntuale riffing arioso si snoda un'altra traccia estremamente orecchiabile e godibile, sostenuta dalla usuale doppia cassa terremotante che farà la gioia di tutti gli amanti del genere. "Marco Polo", oltre ad essere il titolo dell’ennesimo brano vincente del disco, è anche sicuramente il personaggio veneziano più conosciuto nel mondo, colui che ha legato la cultura orientale con l’immaginario veneziano, un'altra figura che ha dedicato la sua vita all'esplorazione, e così, improvvisamente, ci appare tutto più chiaro e ci accorgiamo come le ritmiche forsennate e gli intrecci delle chitarre non si discostino poi troppo da quelle dei più famosi pirati avventurieri dell’ heavy metal: i Running Wild. Certo, Rock’n’Rolf e compagni non hanno mai posseduto la raffinatezza melodica degli intrecci vocali su cui puntano i Great Master, ma è indubbio che i nostri sappiano bene come tradurre in musica avventurose visioni di velieri che solcano i mari, mentre l’equipaggio si danna l’anima per governare le onde, sospinto da un sentimento al tempo stesso nobile e antico, un po come il metal che trova spazio tra i solchi di "Serenissima". Non ci sono anelli deboli nella catena che i Great Master stringono attorno al collo dell’ascoltatore, così "Across The Sea" e "Black Death" confermano in toto quanto di buono detto finora, la prima con sentiti richiami ai Maiden più epici, la seconda, più cadenzata e marziale ma sempre foriera di quelle melodie irresistibili che caratterizzano la totalità dei brani del disco, mettendo in luce la produzione più che buona ad opera del gruppo stesso. Con "Enemies At The Gates" arriviamo al brano centrale del disco, nonché, permettetemi di dire, una canzone che entra di diritto nel gotha del miglior epic metal italiano. La traccia, arrivando a quasi dieci minuti di durata, è la più lunga e articolata del disco, nonché la più heavy;  provate ad ascoltare il brano seguendo le liriche e vi troverete rapiti dalla capacità del quintetto di unire note e parole, creando le immagini di un cortometraggio in musica di rara efficacia e fascino. "Marching On The Northen Land", pur buona, probabilmente soffre il confronto con la magniloquenza del brano che la precede, risultando un passaggio interlocutorio verso il finale del disco, affidato innanzitutto a "Lepanto’s Call" , ottimo pezzo dove le chitarre tornano a tessere riff ficcanti e armonizzati, il batterista torna a macinare chilometri sui pedali della doppia cassa e la voce torna a regalarci un irresistibile refrain; il finale all’ unisono, assieme ad un certo uso delle tastiere, riporta alla mente "Seventh Son Of A Seventh Son", sicuramente una pietra miliare nella formazione musicale dei Great Master. Chiude il concept "The Fall", lasciandoci con una sensazione di soddisfazione e il desiderio di riascoltare l’album dall’ inizio. Da segnalare infine la presenza, come bonus track, di un’ottima cover di "Medieval Steel" dell’omonima power metal band americana, una rilettura che mette in luce tutti gli elementi che caratterizzano l’originalità di questa nostra band di cui andare estremamente fieri; se i Great Master riusciranno a limare qualche ingenuità nella scrittura e nella pronuncia delle liriche in lingua anglosassone, allora potranno veramente ambire a ritagliarsi un proprio posto sulla scena internazionale, perché le qualità ci sono tutte, e sono altamente superiori a quelle di molti gruppi che imperversano in ogni posizione dei bill dei festival metal europei. Lunga vita alla Serenissima Repubblica di Venezia, lunga vita ai Great Master!


1) The Ascention 
2) Queen Of The Sea
3) Doge
4) The Merchant  
5) Golden Cross
6) Marco Polo
7) Across The Sea
8) Black Death
9) Enemies At The Gates 
10) Marching On The Northn Land 
11) Lepanto's Call 
12) The Fall

Bonus Track:

13) Medieval Steel