GRAVE

Endless Procession Of Souls

2012 - Century Media

A CURA DI
ANGELO LORENZO TENACE
28/09/2012
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Con oltre venti anni di carriera alle spalle, ed una prolificità invidiabile, i Grave ritornano come di consueto a due anni dalla precedente release, "Burial Ground", mantenendo intatto quel modo di concepire il death metal old school, senza virtuosismi o diavolerie di sorta, fieri del proprio immobilismo stilistico. Ed è proprio questa la parola chiave "immobilismo stilistico", che ha consentito al combo una longeva carriera ed una fitta schiera di fans amanti di queste sonorità: infatti come da tradizione ogni parto dei Grave porta con sè il classico trademark forgiato negli anni, con alcune piccole differenze, che ai fan balzano subito all'orecchio, mentre ai neofiti suoneranno sempre alla stessa maniera. Sostanzialmente questa uscita si differenzia dalla precedente, innanzitutto per il ritorno sotto la potente Century Media, ed anche per un rallentamento delle velocità, in favore di un groove veramente assassino e di presa, oltre ad un suono di batteria migliore, sempre mantenendo quel sound putrescente e marcio fino al midollo. Ovviamente il lavoro in fase di produzione è stato svolto dal mastermind Ola Lindgren nei suoi Soulless Studios, mentre l'aspetto estetico, dalla morbosa copertina al booklet è stato curato dal grande Costin Chioreanu, che ha iniziato a collaborare con la band da "Dominion VIII". Ulteriore novità è l'ennesimo cambio di line up, con Tobias Cristiansson orfano dei propri Dismember al basso e Mika Lagrén dei Facebreaker alla seconda chitarra, che insieme hanno contribuito anche in fase di songwriting per questo nuovo album. A dare fuoco alle polveri ci pensa la minacciosa introduzione di "Dystopia", poche note malsane di chitarra che prendono la durata di trenta secondi all'incirca, che ci introducono nell'oscuro mood dell'album. "Amongst Marble And The Dead" è la prima carneficina sonora che si stagliera nelle nostre orecchie, ostentando una furia primordiale con un riffing marcissimo con un lancinante scream di Lindgren a pompare ulteriormente adrenalina in maniera stupenda, contribuendo a dare il segnale per scatenare l'inferno. Notevole il chorus, posto su dei rallentamenti molto groove, con una capacità di stamparsi in testa a velocità incredibile, facendo da controaltare ai classici rallentamenti di matrice doom a cui ci ha abituato la band, nutrendo un senso di oppressione incredibile come sempre. Un'apertura veramente degna di nota ed all'altezza dei nostri. Di tutt'altra pasta è fatta "Dismembodied Steps", che inizia martellante ed incessante, fino all'accellerazione che darà veramente inizio alle danze, anche se in maniera più sostenuta rispetto alla precedente track. Quest'episodio è caratterizzato da un groove assassino che troverà la sua massima espressione nei chorus, con un riffing come sempre pregno di marciume, che non conosce il significato di "melodia", per non parlare del classico rallentamento posto da i nostri, che come sempre riesce ad essere possente e putrescente. "Flesh Epistle" è invece un mid tempo roccioso che trasuda malignità in ogni sua sfumatura, dalla voce arcigna di Lindgren, fino al lavoro svolto da Cristiansson sulla base ritmica insieme al fido Berghestal, che svolgerà il proprio ruolo come da copione. A spezzare il ritmo opprimente ci pensa un accellerazione posta a metà durata, dove c'è anche una serie di assoli incrociati di chiara matrice thrash che si collocano bene nel contesto, contribuendo in maniera tangibile a conferire dinamicità al tutto. Ma ecco uno dei brani più riusciti del lotto, che ha tutti gli ingredienti e sfumature del Grave sound, "Passion Of The Weak", che si snoda velocissima e senza compromessi con il solito riffing putrescente, con un chorus, concedeteci il termine anche se con le pinze, molto catchy e di presa, che non mancherà di fare prigionieri i fan. Inoltre molto coinvolgenti sono anche i solos posti dopo un malefico rallentamento, che sono due rasoiate degne di nota nell'economia dell'album. Dopo una traccia così tirata e coinvolgente, si presenta "Winds Of Chains" che potrebbe sembrare la storpiatura del classico degli Scorpions come titolo, ma non soffermiamoci su possibili ipotesi, parliamo di un'altro degli episodi meglio riusciti del lotto, scandito da, appunto, un vento sottile e minaccioso contrastato da dei rumori delle catene, che verrà interrotto dallo snodarsi lento e cadenzato, di chiara matrice doom che sembra faccia sprofondare l'ascoltatore nei meandri più profondi dell'inferno, ma ecco la furia primigenia fare capolino su uno scream, salvo poi ribattere su un mid tempo corposo, che farà ulteriormente spazio ad un ulteriore accellerazione, insomma avrete capito che questa è una delle tracce più strutturate dell'album, dotata anch'essa di un chorus devastante, oltre a un rallentamento, in cui i nostri oramai potrebbero ottenerci una laurea ad honorem, per poi incrementare sempre di più verso l'esplosione di rabbia e furia finale, davvero entusiasmante. "Encountering The Divine" è un'altra delle tracce in cui il groove regna prepotente, riportando alla mente uno degli album più riusciti del combo, "Soulless". Infatti predomina questo carattere appena descritto, con poco spazio per folli fughe in doppia cassa, ma anzi, si è puntato a rendere il tutto più cupo ed opprimente possibile, con i soliti grandi risultati, vista la chiara esperienza maturata negli anni. Un chiaro tributo al thrash che fu fin dal titolo, "Perimortem", è una dichiarazione sfrontata e potente come una spranghata sui denti, dell'amore incondizionato per il sottogenere che diede i natali al death come lo conosciamo oggi. Il brano in questione sembra un miscuglio molto ben riuscito del sound dei nostri, con in parti uguali primi Metallica e Slayer, soprattutto nel riffing portante, nella maniera in cui si slancia all'inizio verso la furia sonora più oltranzista e nel rallentamento posto verso fine durata. "Plague Of Nations" è un altro muro sonoro basato sul groove, anche se questa volta si è puntato più sull'impatto che sulle atmosfere, visto che il chorus sembra quasi una dichiarazione di guerra, che visto l'ambito musicale, come al solito è verso il cristianesimo e le religioni organizzate. Degno di nota il rallentamento posto a poco più di metà durata, in cui si sentono delle ottime armonizzazioni di basso da parte di Cristiansson, prima di una furiosa accellerazione con tanto di assoli incrociati da parte delle due asce, insomma stiamo parlando dell'ennesimo episodio riuscito. Come da tradizione negli ultimi anni, ogni album dei Grave termina con un lunghissimo brano di chiara matrice death doom, dove l'epicità e la malsanità sonora lo fa da padrone. "Epos" come i suoi progenitori dei precedenti album ("8th Dominion", "Burial Ground" ecc...) è una delle tracce più riuscite, grazie al perfetto equilibrio brevettato in fase di songwriting, con opprimenza, aggressione ed oscurità che regnano in totale armonia, quasi come se fosse strutturato come l'inferno descritto da Alighieri e va chiudere in maniera perfetta questo decimo capitolo del Cimitero più famoso della Svezia. Ora già immaginiamo tutti i lettori che penseranno che abbiamo appena descritto un capolavoro, ma in realtà la godibilità del platter è molto soggettiva per due principali fattori, che in caso trovino equilibrio fra loro, vi riconsegneranno l'ennesimo buon disco di death metal old school da parte dei nostri affezionati. Il primo fattore è ciò di cui parlavamo in apertura, l'"immobilismo stilistico" che ha caratterizzato quasi ogni uscita, per alcuni è sinonimo di totale dedizione alla fede conferita in un determinato sound, per altri è sinonimo di involuzione, di "non novità", anche un pò a torto in questo caso, trovando uguale ogni uscita partorita fino ad ora e denigrando un lavoro che trasuda sì mestiere, ma anche passione. L'altro fattore è strettamente legato al primo, cioè il totale entusiasmo di un uscita che sarebbe potuta uscire tranquillamente quasi venti anni fa, soprattutto alla luce che quasi tutti gli iniziatori di questo sound hanno dato forfeit in favore di altre correnti (qualcuno ha detto Entombed?), e quindi apprezzando una delle poche uscite che sono strettamente legate agli amanti di tali sonorità. Senza ulteriori chiacchiere vi diciamo che la verità si trova nel mezzo, in altre parole, potrebbe essere anche un disco che trasuda mestiere, ma in egual parte trasuda passione per queste sonorità e contribuisce a mantenere vivo un genere sempre più in via d'estinzione, in cui non importa la caratura tecnica o la complessità delle strutture, ma soltanto il songwriting e la forma canzone. Inossidabili!



 


1) Dystopia
2) Amongst Marble And The Dead
3) Disembodied Steps
4) Flesh Epistle
5) Passion Of The Weak
6) Winds Of Chains
7) Encountering The Divine
8) Perimortem
9) Plague Of Nations
10) Epos

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